giovedì 24 ottobre 2013

GALLI DELLA LOGGIA: CRITICHE DEVASTANTI, MA NON AMMETTE CHE “DI ITALIA SI MUORE”




di GILBERTO ONETO

Ernesto Galli della Loggia è uomo colto e intelligente che però è vittima di un tormento interiore, di una scelta dolorosa e sempre rimandata, che sembra essere riassunta dal suo cognome, in bilico fra celtismo padano e italianità massonica, fra ribellistico slancio di libertà gallico e costrizioni mentali da setta patriottica.

Il suo impegno esprime la dilaniante contrapposizione fra la constatazione del fallimento dell’Italia unita e la necessità di continuare – oltre ogni ragionevole dubbio – a sostenerne l’intangibilità.

Le sue critiche agli esiti politici, economici,  sociali e culturali della società italiana sono devastanti ma continua a rifiutarsi di ammettere che non si tratta del risultato di una cattiva esecuzione o gestione di un progetto (l’unità) ma dell’inevitabile conseguenza dell’errore di fondo che è stato di voler mettere assieme cose e parti che non possono stare assieme. Questo suo impegno a voler salvare a ogni costo una cosa che è destinata per propria essenza a fallire lo porta a gloriose arrampicate sugli specchi. In un famoso volume dedicato proprio all’impossibile opera di giustificazione dell’ingiustificabile (L’identità italiana, 1998) ha scritto brani ineguagliati di impossibile  abbraccio fra amor di patria italiana e rispetto del buon senso. 
«In Italia, l’accessibilità umana e la permeabilità culturale, unendosi alla incomparabile varietà delle morfologie geo-ambientali ed al precocissimo, immane, deposito storico-culturale, hanno prodotto piuttosto una capacità di adattamento, una plasmabilità e ricettività dei quadri mentali e dei modi espressivi, una propensione al sincretismo, una mobilità dello spirito, una disponibilità a immaginare e a trovare (e però subito dopo anche ad abbandonare ciò che si è appena trovato), che nel bene e nel male – nel molto bene e nel non poco male – possono essere considerati tutt’insieme un tratto dell’identità del paese». Ossignùr!
E ancora:
«L’identità italiana è data dal sovrapporsi di questa molteplicità su questo fondo unico; è una varietà di forme di vita e di esperienze che affondano però le radici in un terreno comune, ha anch’essa alla fine un accento solo, dal momento che comuni ed eguali sono gli elementi che entrano nelle sue pur molteplici combinazioni. Proprio perciò essa sembra debole: perché la parte più importante di questa identità – ciò che per l’appunto è uguale e comune, ciò che è identico, e che conta che sia tale – è la parte nascosta nelle viscere del tempo. Ma il fatto di essere nascosta non significa che non ci sia». Sublime e ipogeo!

Eppure, solo due anni prima (La morte della patria, 1996) aveva avuto il coraggio di esprimere una verità “migliana”:
«In Italia, infatti, la nazione – come si sa – lungi dal preesistere allo Stato ne è stata, invece, piuttosto una creatura, quasi un effetto derivato. Nella nostra storia l’esistenza della nazione è indissolubilmente legata all’esistenza dello Stato (nazionale), sicché, da un punto di vista storico il concetto e il sentimento di patria costituiscono precisamente il riflesso ideologico-emotivo di questo intreccio».

Nell’articolo pubblicato sul Corriere l’altro giorno, riaffiorano potenti tutte queste contraddizioni: l’Italia  è un bugliolo di malaffare, di ignoranza, di inefficienza e di ogni altra nequizia, è fatta di “due Nazioni immensamente lontane” ma bisogna cercare una soluzione che la salvi.

Non è più tempo di accanimento terapeutico, eppure i cerusici che accorrono accorati al suo capezzale sono numerosi: ci sono i patrioti più inossidabili (quelli da analisi e quelli descritti da Samuel Johnson), ci sono tutti quelli che vivono più o meno legalmente di unità, ci sono gli Astoni, i luigini, i Tosi, i fratelli d’Italia, gli Alfani e i Napolitani. Spiace che una bella testa come il Galli partecipi a questi riti vudù attorno al capezzale tricolore.

Non serve neppure l’eutanasia: si lasci morire lo Stato italiano di morte naturale (la va a pochi) ma ci si impegni a mettere in salvo i cittadini.  Si prenda atto che l’unità è fallita e che ci sono almeno due comunità incompatibili che, separate, vivrebbero molto meglio: sicuramente potrebbero sopravvivere alla tempesta. Per parte nostra, si organizzi la scialuppa padana, si imbarchino acqua, viveri, gps e coperte. Non servono sandolini, catamarani o barchette strane: la strada l’ha indicata con estrema chiarezza Miglio parecchio tempo fa. Neppure il pessimo servizio offerto negli ultimi lustri da taluni traghettatori improvvisati deve farci perdere la rotta: non servono macroregioni e macrò, microregionalismi o microcefali.  Si metta in mare la grande arca con dentro tutte le specie padane che ambiscono a sopravvivere al diluvio italiano. Coraggio Galli, c’è posto anche per lei. Deve solo decidersi,  ma non è difficile: di Italia si muore!


Fonte: srs di Gilberto Oneto, visto su L’indipendenza del  22 ottobre 2013



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