mercoledì 20 novembre 2019

Sisinium: Fili de le pute, traite, Gosmari, Albertel, traite. Falite dereto colo palo, Carvoncelle!”



Un ghigno compare sul mio viso, non potete vederlo ma vi assicuro che c’è, e il motivo mi viene cagionato dalla lettura di alcune documentazioni relative agli idiomi della penisola italica.

Non essendo un cultore della storia linguistica del nostro Paese devo, ob torto collo, riferirmi ad altrui affermazioni per comprendere l’evoluzione linguistica della “mia lingua”.

È universalmente riconosciuto che l’italiano moderno poggia i suoi enormi piedi sul latino classico, quello letterario per intendersi mentre il volgo (da vulgaris) aveva un suo idioma composto da un limitato vocabolario latino infarinato con le antiche lingue parlate nell’area, questi dialetti alla fine hanno dato origine alle varie lingue romanze attualmente vive nel bacino linguistico neolatino.

Questa è in breve sintesi la definizione (spero che qualcuno storca il naso, me ne rallegro).

Una prima lista di queste parole volgari la si ritrova nell’Appendix Probi del III secolo dove al fianco della corretta parola latina compare quella che il vogo utilizzava nell’uso comune, lo scopo era quello di affermare la corretta dizione ad uso didattico della parola (pardon per il gioco di “parole”).

In ogni caso il latino classico ha continuato la sua vita anche oltre l’impero romano essendo utilizzato come lingua ufficiale per tutti gli scritti finché un malcapitato giorno del 960 una dichiarazione processuale non sancì la nascita della lingua italiana o per essere più precisi del napoletano, il documento era il Placito Capuano e qui sono sicuro di non essere l’unico a conoscerne l’esistenza.

Qualche annetto dopo, diciamo intorno al 1300, venne eretto il primo grande “monumento” linguistico del volgare della “Caput Mundi” decaduta, la Cronica dell’Anonimo Romano nel quale, udite udite, si rivela come il vulgaris parlato in Roma fosse se non identico affine al napoletano, giusto per citare qualche parola: tiempo, uocchi, vocca, iente (gente), pozzo (posso).

Certo, non è da tutti poter consultare la Cronica, allora vi invito a visitare l chiesa sotterranea di S.Clemente, in uno degli affreschi dell’XI secolo che raffigura il papa Clemente I durante una celebrazione sarete felici di leggere “Sisinium: Fili de le pute, traite, Gosmari, Albertel, traite. Falite dereto colo palo, Carvoncelle!”, beh, se vogliamo è un misto tra volgare e latino e anche quest’ultimo non più rispettoso dei canoni classici della lingua.

Il capitolo 18 della Cronica contiene una biografia di Cola di Rienzo dalla quale voglio estrapolare una parte di una legge emessa: “… fece leiere una carta nella quale erano li ordinamenti dello buono stato. Conte, figlio de Cecco Mancino, la lesse brevemente. Questi fuoro alquanti suoi capitoli:
Lo primo, che qualunche perzona occideva alcuno, esso sia occiso, nulla exceptuazione fatta.
Lo secunno, che li piaiti non se proluonghino, anco siano spediti fi’ alli XV dìe.
Lo terzo, che nulla casa de Roma sia data per terra per alcuna cascione, ma vaia in Communo.
Lo quarto, che in ciasche rione de Roma siano auti ciento pedoni e vinticinque cavalieri per communo suollo, daienno ad essi uno pavese de valore de cinque carlini de ariento e convenevile stipennio.
Lo quinto, che della Cammora de Roma, dello Communo, le orfane elle vedove aiano aiutorio.
Lo sesto, che nelli paludi e nelli staini romani e nelle piaie romane de mare sia mantenuto continuamente un legno per guardia delli mercatanti.
Settimo, che li denari, li quali viengo dello focatico e dello sale e delli puorti e delli passaii e delle connannazioni, se fossi necessario, se despennano allo buono stato.
Ottavo, chelle rocche romane, li ponti, le porte elle fortezze non deiano essere guardate per alcuno barone, se non per lo rettore dello puopolo.
Nono, che nullo nobile pozza avere alcuna fortellezze.
Decimo, che li baroni deiano tenere le strade secure e non recipere li latroni e li malefattori, e che deiano fare la grascia so pena de mille marche d’ariento.
Decimoprimo, che della pecunia dello Communo se faccia aiutorio alli monisteri.
Decimosecunno, che in ciasche rione de Roma sia uno granaro e che se proveda dello grano per lo tiempo lo quale deo venire.
Decimoterzio, che se alcuno Romano fussi occiso nella vattaglia per servizio de Communo, se fussi pedone aia ciento livre de provisione, e se fussi cavalieri aia ciento fiorini.
Decimoquarto, che·lle citate e·lle terre, le quale staco nello destretto della citate de Roma, aiano lo reimento dallo puopolo de Roma.
Decimoquinto, che quanno alcuno accusa e non provassi l’accusa, sostenga quella pena la quale devessi patere lo accusato, sì in perzona sì in pecunia”

Leggendola si notano le tantissime affinità tra il romanesco del 1300 e il napoletano, cosa affatto strana se si considera il ragionamento che avevo suggerito all’inizio, eminenti studiosi ritengono che la base linguistica del napoletano possa immergersi nella contaminazione del latino con la lingua osca comunemente parlata a Capuam e Pompei e dal successivo inquinamento dovuto alle aggiunte dei vari mercanti campani che attraversavano il territorio.

Roma per la vicinanza e il continuo scambio con le regioni a sud assunse quindi col passare del tempo l’uso e la padronanza del volgare napoletano che intanto aveva iniziato a includere assonanze longobarde, arabe, normanne e parzialmente bizantine anche se odiate, la conformazione politica del territorio inoltre ne favoriva lo sviluppo.

Le aree a nord del Soglio Pontificio invece assonarono il volgare latino con influenze germaniche degenerando la lingua negli attuali dialetti che oggi si parlano al nord.

E fu proprio da queste degenerazioni che nacque l’attuale romanesco ma questo avvenne in modo prevalente solo in seguito al sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi nel 1527 che diedero al romano-napoletano il definitivo taglio che le fece allontanare i due idiomi, in precedenza l’avvento dei papi medicei portò nella Città eterna le prime contaminazioni linguistiche dell’area toscana.

Tornando alle truppe carliniste dei lanzichenecchi, operarono un tal buon lavoro all’interno dell’Urbe che la popolazione calò sino a contare poche migliaia di individui, le successive integrazioni residenziali portò all’interno della città genti provenienti sia dalla Toscana che dai monti unbro-marchigiani con la loro parlata già distinguibile dalla napoletana, la lingua volgare romana quindi si esiliò completamente dalla napoletana dando vita a quella che oggi chiamiamo romanesco.

Grazie a queste modificazioni successive Roma allontanò il suo parlato da Napoli che intanto diffuse e migliorò la lingua che diede alla letteratura validi e importanti contributi mentre l’uso popolare ne favorì la musicalità fonetica a tal punto che l’arte del cantare napoletano ha poi generato quella che oggi chiamiamo musica italiana (mi spiace per i padani, ma i loro lamenti musicali possono solo da fungere da anestetico).

Anonimo Romano, Cronica, ed. G. Porta, Milano, Adelphi, 1979

Claudio Giovanardi, Lingua e dialetto di Roma all’inizio del terzo millennio, in:”Parolechiave” Nuova serie di “Problemi del Socialismo”, n. 36, Roma dicembre 2006, pp. 143 – 162

G. Billanovich, Come nacque un capolavoro: la ‘Cronica’ del non più Anonimo Romano. Il vescovo Ildebrandino Conti, Francesco Petrarca e Bartolomeo di Iacovo di Valmontone, in: “Rendiconti dell’Accademia Nazionale dei Lincei – Classe di scienze morali, storiche e filologiche”, s. IX, 6 (1995), pp. 195 – 211

Fonte srs di Vincenzo Tortorella  da Principatus del 21 giugno 2014

lunedì 18 novembre 2019

LA STRUTTURA ANTIGHIACCIO DELL'ARENA DI VERONA





Le gradinate dell’Arena, prima di essere delle gradinate, sono un tetto che protegge gli arcovoli sottostanti.
Quando gli antichi romani arrivarono nella Gallia Cisalpina, trovarono un situazione climatica molto diversa da quella di Roma: con clima più piovoso, inverni molto più freddi, nebbiosi e spesso con temperature sottozero. 
Nella costruzione dell’ Arena avevano intuito che lasciare le gradinate e gli arcovoli sottostanti in balia di tale clima ne avrebbe destabilizzato, nel corso dei secoli, le strutture. 





Arrivarono a risolvere tale problema con un efficace intuito ingegneristico-architettonico: esportarono a martellina circa un  centimetro di pietra dalla superficie superiore dei gradini, lasciando un leggero rialzo solo sui bordi laterali di contatto, e appoggiandoli poi con un' impercettibile inclinazione verso l’interno. 






Questo ha permesso per secoli l’impossibilità dell’acqua di entrare nelle strutture sottostanti. Tale tecnica non è mai stata più usata nei vari restauri successivi.

sabato 16 novembre 2019

VENEZIA…DONAZIONI PER STATO DI CALAMITÀ




Onestamente non avrei voluto scrivere questo post ma i commenti, la cattiveria e l’ignoranza che ho letto nei vari post in questi giorni mi ha fatto pensare.
Ma andiamo per punti:

- DONAZIONI PER STATO DI CALAMITÀ: questo è il più ricorrente dei vostri lungimiranti pensieri.

A vostro parere, nessuno dovrebbe donare nemmeno un euro alla causa perché è cito: “un caffè costa 20 euro in piazza San Marco, se lo paghino da soli lo stato di calamità”; “dopo tutti i soldi che si sono mangiati, ancora chiedono soldi? Ricchi e ladri siete”; “ma i veneti non erano quelli che volevano l’autonomia? Se sono così bravi se la paghino da soli”.
Ora questi sono solo 3 degli illustrissimi pensieri che avete sfornato e aprono altre questioni in merito ma ancora una volta andremo in ordine.

Lo stato di calamità e le donazioni in merito avvengono quando: “... al verificarsi o nell’imminenza di calamità naturali o eventi connessi all'attività dell'uomo in Italia.” 
E ancora: “La delibera dello stato di emergenza stanzia l’importo per realizzare i primi interventi. 
Ulteriori risorse possono essere assegnate, con successiva delibera, a seguito della ricognizione dei fabbisogni realizzata dai Commissari delegati.” 
Per tutto il resto vi rimando al sito della protezione civile Italiana e ai vari emendamenti per tali situazioni nei vari siti ministeriali. 
Ora quello che si nota e che lo stato di calamità viene proclamato per la causa viene concesso indipendentemente dal popolo che lo subisce.

Per rispondere quindi ad una delle tante affermazioni, se avete così tanti problemi con il popolo veneto e la gente di Venezia, fateveli passare, perché non ricordo ci fossero problemi a chiamare lo stato di calamità e aiutare gente che soffre per terremoti e disastri climatici in altre regioni di Italia, IMO.

Per quanto riguarda la questione “20euro un caffè a San Marco = siamo tutti ricchissimi, quindi cazzi vostri”, vorrei ricordare una piccola questione: “il patrimonio sociale è l’Insieme di tutti i beni di cui è titolare una società, comprensivo di denaro, beni mobili e immobili, obbligazioni, crediti, ... E' a tutti gli effetti l'ammontare di attività e passività presenti in un dato momento nella disponibilità della società.
Si distingue dal capitale sociale, che è solo il valore in denaro dei conferimenti dei soci, così come stabilito nell'atto costitutivo della società.” Per tutto il resto vi rimando al libro V del codice civile.

Premesso che, nemmeno io vado a spendere 20 euro per un caffè e che a Venezia è pieno di altri Bar e bacari dove il caffè lo paghi 1.20€, nessuno mi sembra vi abbia forzato ad andare lì a prendere il caffè e con tutta probabilità il 90% dei leoni da tastiera che affermano questo non ci sono nemmeno mai stati a prendere il caffè a San Marco. Chiusa per questa parentesi polemica, mi scuso ma sono umano anche io e ho i miei difetti, quanto citato sopra significa che i soldi provenienti da donazioni private e dallo stato non vengono utilizzati per coprire solo i danni materiali dei vari alberghi della città, bensì vengono utilizzati per ripristinare la situazione urbana e aiutare le persone comuni che non avranno i soldi per coprire i costi dei danni, di restauro e lavori di manutenzione della propria casa.

Infine il capitolo politico. Voglio essere il più apartitico possibile in tutto questo. Sono molti gli articoli usciti negli ultimi giorni di chi fossero le responsabilità riguardanti il Mose e i fondi per i lavori utilizzati in tutt’ altro modo. Sono il primo a dire che queste persone devono pagare e che venga finito il lavoro per salvaguardare la città ma questo differisce dal non avere la responsabilità e la sensibilità di voler donare fondi di aiuto a persone che stanno soffrendo e che non hanno nulla a che fare con quel magna magna politico. 

Mentre riguardo la questione autonomia politica de Veneto, potete rimanere tranquilli che tutti i vostri malumori e non volontà di aiutare Venezia e il popolo veneziano faranno solo accrescere la volontà di essere autonomi e distaccarsi da gente che non vuole essere un popolo unito. Qui voglio chiudere quest’ultimo punto perché è facilissimo venire fraintesi o voler essere fraintesi, perciò non mi dilungo.

Concludo dicendo ai leoni da tastiera che continuano a scrivere certe cazzate, che l’ignoranza purtroppo è una brutta bestia ma se non ci fate voi qualcosa noi non possiamo farci nulla. Voi rimanete pure così.

Nota: Venezia sorge nel 25 Marzo 421. Sorge su palafitte nella laguna per opera di gente impaurita in cerca di riparo dalla furia di barbari predatori.
Ad oggi rimane ancora sopra tutto e tutti nella sua inarrivabile bellezza.
Ti rialzerai e vivrai ancora di luce propria Venezia, stanne certa.





ALTA MAREA RECORD, VENEZIA IN GINOCCHIO, DURA LETTERA DELLA CONTESSA CHIARA MODICA DONÀ DALLE ROSE


Contessa Chiara Modica Donà Dalle Rose



Riceviamo e pubblichiamo questa durissima lettera a firma della Contessa Chiara Modica Donà Dalle Rose, esponente di spicco della classe intellettuale femminile italiana e nello specifico veneta. Presidente della Biennale di Arte Sacra, componente del Cda dell’Università di Architettura di Venezia.

“Venezia, non è una città, non è un villaggio, non è una metropoli né ha mai aspirato ad esserlo. Venezia è una realtà unica al mondo, sospesa nel tempo tra il sogno, l’incantesimo e la storia, è la realizzazione concreta e tangibile di una sola e grande opera d’arte composta, non dimenticatelo mai voi che guadate le immagini sul media, anche dai noi veneziani, uomini e donne, giovani e vecchi, del passato e del presente che la vivono giorno per giorno e la conservano e custodiscono nei fatti e nella memoria. I veneziani sono coloro che vi sono nati, coloro che hanno scelto di viverci, coloro che hanno dovuto abbandonarla, coloro che dopo averci studiato hanno deciso di adottarla, e di tutti coloro che prima di vantarsene hanno deciso di viverla in un incredibile intreccio di spettacolari luci e complesse difficoltà.  Siamo in tanti, molti di più di quanti vorrebbero farvi credere per giustificare una funzionale diminuzione dei servizi prioritari.

A Venezia si nasce ancora, si miei cari, tra le onde della marea di ieri sera, i primi vagiti di tanti cuccioli d’uomo si facevano sentire nel non lontano ospedale di San Giovanni e Paolo. Mentre tutti in famiglia facevamo fronte alla grande tempesta di vento, acqua e mare che violentemente si era scagliata su Venezia e la nostra dimora, tra le prime come un guerriero di punta nella laguna Nord a tagliare il vento che viene dal nord, ho avuto l’impressione che la casa si fosse trasformata in una nave che solcava i mari del nord. Intorno a noi devastazione, distruzione, vaporetti, barche e gondole affondate e strozzate alle paline, altre totalmente fuori controllo sopra le fondamenta a pochi centimetri dai ponti e dai palazzi. I canali morbidi e silenziosi di Venezia trasformati in fiumi in piena. Gli esercenti, le scuole, ogni attività al piano terra devastata ed in ginocchio. Gli squeri divelti dalla laguna trasformatasi in mare aperto.

Non è stato facile il risveglio questa mattina, stremati dalla paura e dalla stanchezza, ma soprattutto afflitti dalla rabbia perché ancora oggi dopo anni di parole e investimenti incredibili fatti, il rispetto della laguna che deve necessariamente passare dalla conoscenza dei suoi flussi e dei suoi equilibri non è stato ancora affrontato con la dovuta serietà e concretezza. Ma come è possibile che in Olanda sin dal 1200 l’uomo riuscì ad arginare il fiume Amstel e l’oceano con la realizzazione di un sistema strutturato di argini e canali, recuperando circa un quinto dell’area della terraferma nel paese (circa 6.500 km²). Buona parte del territorio, come l’intera provincia di Flevoland è costituita da polders , tra cui molti del XII secolo, ovvero da terreni prosciugati e strappati al mare, a paludi costiere e lagune e che adesso sono bonificati e protetti dalle dighe. Senza il drenaggio continuo e la protezione di queste dune costiere, circa metà dell’Olanda sarebbe coperta dal mare o dai diversi fiumi che l’attraversano: l’oceano! Nel 1932 con la costruzione della Afsluitdijk, ossia la diga di sbarramento, fra la Frisia e l’Olanda Settentrionale il mare è stato nuovamente separato e trasformato nel lago Ijsselmeer. Quest’ultimo, in parte prosciugato ha dato poi origine alla provincia di Flevoland. Fra il 1958 e il 1986 si attuò il noto piano Delta, una mastodontica operazione per chiudere i bracci di mare e limitare al massimo i rischi di inondazione. E nel 1997 è stata conclusa la diga di Stormvloedkering.

Due emergenze assolute per Venezia se volete che resti patrimonio italiano, altrimenti è meglio che ritorni ad essere Repubblica Marinara della Serenissima indipendente al più presto da questo stivale che la tratta come un sassolino, appunto, nella scarpa:

– Emergenza moto ondoso per tutti veneziani e turisti;

– Blocco navi veloci nel bacino di San Marco;

– Studio concreto delle conseguenze del Mose e di tutti i lavori fatti e conseguenze sul delicato       equilibrio preesistente della laguna;

– Predisposizione di rimedi subito e non per forza milionari;

– E soprattutto ascoltare i veneziani e coloro che la vivono.

Per i turisti delle navi veloci, nel medio tempore dell’ottenimento dell’auspicata interdizione al passaggio, propongo due tasse da versare sui conti del comune per un fondo  dedicato e destinato solo alla salvaguardia della laguna per finanziare una soluzione reale:

1.      SEE TAX La tassa  di 100,00 euro a persona per poter ammirare piazza san Marco comodamente dalla nave  (è uno spettacolo unico e se continua così direi senza molte possibilità di repliche!!);

2.      FEET TAX La tassa di 100,00 euro a persona per poter comodamente scendere e mettere piede in Venezia dallo scalo marittimo (del resto chi viene in macchina deve parcheggiare, poi prendere il vaporetto e alla fine la cifra più o meno è la stessa!).

Come guardiano del faro, con la mia famiglia, di uno dei palazzi storici di Venezia, chiedo al governo di considerare che è assolutamente urgente ripristinare UNA TUTELA Ad HOC di questi beni, un regime AD HOC superando  visioni demagogiche e biecamente populiste,  abbandonando lo sterile rapporto pubblico e privato che denota che  questi beni sono privati solo quando si parla di gettito fiscale o di richiesta di autorizzazioni ma quando si parla di tutela del patrimonio il do ut des è solo il peso economico della salvaguardia è puramente a senso unico, lasciandoci assolutamente soli al nostro destino, con la consapevolezza che noi non abbiamo i mezzi. 
I grandi del passato, politici e giuristi veri, che dal 1939 avevano scritto e salvaguardato negli anni la legge Bottai erano dei grandi studiosi con una visione chiara e lungimirante del futuro e della verosimile possibilità del privato di ricostruire le case dopo la guerra, dopo un terremoto, dopo un’alluvione ma soprattutto di coloro che ogni giorni dovevano fare i conti con l’onere economico del restauro. Un onere non molto lontano da quello che ogni madre insegna ai figli per prevenire le carie nello spazzolarsi i denti tre volte al giorno, per usare una metafora!

Nel 2012 , con il Decreto Monti, come in un neo-medioevo del pensiero umano, si è spazzata via con un’accetta di omertà ogni obiettiva considerazione e riconoscimento dell’impossibilità per i privati di continuare ad abitare le loro case ed restaurarle, compressi nella morsa di una tassazione sempre più forsennata in cambio del nulla.

Chiedo pertanto che venga abrogato il decreto Monti e ripristinata la legge Bottai senza mezzi termini  e che ripartano i contributi speciali per il finanziamento a fondo perduto per il restauro di questa città altrimenti al posto dei palazzi, giorno dopo giorno, costruiranno il set di una colossale fiction con pannelli di cartongesso raffiguranti le facciate di un passato glorioso. … ed il prossimo the new Pope di Sorrentino sarà “the fiction Pope”!

Siamo lasciati soli, con solo ed esclusivamente oneri e pesi, in una città in cui la parola restauro ha il peso e la stessa frequenza di un appuntamento quotidiano. Tutti vedono la parte che luccica ma pochi si rendono conto della fatica e della dedizione che c’è dietro ad ogni veneziano per la salvaguardia della sua casa, piccola o grande che sia, del 400 o dell’800 poco importa, al piano nobile, al piano terra come in piccionaia.

Quando ero giovane con gli amici andavamo in piazza San Marco a provare l’ebrezza di vogare nel salotto più bello del mondo, i cm erano 60/80 al massimo, ieri si è toccata una punta storica troppo alta e salata come le onde del mare che sembravano esserci impadronite di una città di vetro che chiede solo rispetto e consapevolezza da parte di tutti della sua unicità. Povera la nostra Basilicata di San Marco e tutte le bellissime chiese che sono state sommerse e ferite nel profondo. La mia risposta indire un premio per chi nasce a Venezia, e un premio a quei genitori che ancora credono nel glorioso passato della Serenissima”.

Contessa – Chiara Modica Donà Dalle Rose

Fonte: srs di Chiara Modica Donà Dalle Rose, da SICILIA  2.0 NEW del 13 novembre 2019





venerdì 15 novembre 2019

IL SENSO DELLA SCUOLA




Questa mattina, appena sveglio, ho trovato una busta chiusa sul mio comodino e ne sono rimasto stupito. La grafia era quella di mio padre che riconosco a distanza…poi c’era anche la sua firma.

- Per Francesco, firmato Raffaele Latella.- Così era scritto sulla busta.
Stropicciai gli occhi e ne iniziai la lettura.

Caro Francesco,
ieri abbiamo fatto una bella ed istruttiva passeggiata e credimi ne sono stato felicissimo.
Ne ho raccontato alcuni particolari a tua madre mentre tu eri già a letto e poi, non avendo sonno, mi è venuto in mente di scriverti questa mia lettera che ci renderà ancor più amici di quanto già noi siamo.

Volevo parlarti del significato e del senso della scuola che io pure ho frequentato fino all’università.

Per noi dello Stato delle Due Sicilie, devi sapere, che la scuola ha un senso profondo ed etico che capirai meglio durante i tuoi studi. Noi non studiamo obbligatoriamente per progredire e sopravanzare così gli altri popoli, ma progrediamo naturalmente approfondendo le nostre conoscenze come banale risultato del nostro studio. E’ questa una delle ragioni del nostro comportamento fatalista, che non vuol dire rassegnato ma bensì riportato alla volontà di Dio. 
Molti, nei paesi del Nord, vedono gli studenti come militari in carriera, obbligati allo studio per la crescita del sapere ma non del senso della sapienza; cosa, questa, per noi primaria prima ancora del sapere medesimo. Ecco, per esempio, come abbiamo costruito nella nostra Città, nel 1737, primo al mondo, il più bel teatro per la musica, il San Carlo che poi funse da modello per tutti gli altri teatri di cui leggi sui giornali.

Non studiare dunque per primeggiare, ma per apprendere. 
Aiuta i tuoi compagni in difficoltà e non dirlo mai a nessuno. 
Chiedi umilmente, se ti è necessario, l’aiuto ad altri e non dimenticarti mai di menzionare chi ti ha dato aiuto.
Vedi la tua scuola come una chiesa e rispettala. 
Ama il tuo maestro e ascoltalo sempre poiché è lui che ti sta forgiando nel tuo futuro di uomo.
La sapienza sia per te non quanto saprai ma come tu lo saprai e sorridi sempre nelle difficoltà della vita.

Un bacio, tuo Padre

Fonte: srs di Domenico Iannantuoni, da Facebool, Quelli di Casalnuovo Monterotaro…oltre ogni pregiudizio


martedì 12 novembre 2019

VINCENZO DI BARTOLO E LA ROTTA DEL PEPE




Vincenzo di Bartolo

Mia madre mi accompagnò a scuola, anche se ormai spesse volte questa la raggiungevo da solo, perché quella mattina aveva degli impegni presso la sartoria che stava lì vicino e forse mi avrebbe aspettato fino all’orario di uscita.
Mentre camminavamo non parlai mai perché i miei pensieri andavano continuamente alla bella lettera di mio padre.
Giunto a scuola baciai mia madre e distrattamente entrai.
Ma quel giorno sarebbe stato per me e per tutti i miei compagni un giorno veramente speciale.
Il mio maestro sbrigò in fretta le rituali formalità, attese un paio di minuti per veder entrare Antonio Loffredo (sempre in ritardo canonico) poi, si avvicinò alla porta e si rassicurò che fosse veramente chiusa. Con fare coinvolgente della sua mimica si avvicinò a noi camminando in punta di piedi e pose il dito indice sulle sue labbra in posizione verticale emettendo un sibilante – Sssssssssh- segno di richiesta di silenzio totale.
Poi a bassa voce ci disse: - Oggi ragazzi, è una giornata speciale…la giornata del racconto mensile! – Rimanemmo tutti di stucco e silenti.- Il maestro proseguì. – Oggi vi parlerò, anzi vi leggerò di un grande uomo delle Due Sicilie che risponde al nome di Vincenzo di Bartolo…ma mi raccomando, massimo silenzio per avere la vostra massima attenzione. Poi aprì un libro di una certa dimensione e iniziò a leggere.

Vincenzo Di Bartolo nacque ad Ustica (PA) nel 1802 e vi morì nel 1849. Egli fu un grande navigatore ancora oggi orgoglio della nostra marina duo-siciliana.
Il padre Ignazio e sua madre Caterina Pirera, fecero non pochi sacrifici per fargli frequentare il pregiatissimo Istituto Nautico di Palermo. Poi Vincenzo, finita la scuola nautica, iniziò a navigare con impegni sempre nuovi e con armatori diversi. Egli però era anche un vero navigatore internazionale ed osservava come le grandi potenze del Nord Europa avessero formato un monopolio su alcuni prodotti delle terre lontane e principalmente quelle asiatiche. Gran Bretagna, Olanda, Francia, Danimarca e Svezia, avevano fondato tutte una propria Compagnia delle Indie orientali e stabilito così una specie di “cartello” monopolistico per la vendita di tutte le spezie. Tra queste vi era una spezia molto importante per noi: il pepe nero!
Esso era venduto a cifre elevatissime dalle Compagnie delle Indie delle nazioni sopra richiamate costringendo gli stati a loro vassalli ad un vero e proprio salasso economico.
Il pepe non veniva usato solo per le sue caratteristiche culinarie, ma soprattutto perché la sua funzione negli alimenti era quella di coadiuvarne la loro conservazione.

Aprire una via del “pepe” che fosse solo dello Stato delle Due Sicilie, rimase il suo cruccio fondamentale per diversi anni finchè trovò maniera di far conoscere questa sua idea all’Ammiraglio della marina mercantile delle Due Sicilie.
L’ipotesi giunse quindi sul tavolo del re Ferdinando II, il quale ne rimase favorevolmente colpito, e direi addirittura entusiasta. Quindi approvò il progetto ma con pochi denari. Mise a disposizione del capitano Vincenzo di Bartolo uno stipendio fisso ma non gli garantì quello per la ciurma. Quindi gli concesse in uso il brigantino “Elisa” da 248 tonnellate di stazza. Ma al resto dei soldi doveva pensarci Vincenzo di Bartolo il quale, anziché annichilirsi, rimase felicissimo dell’intenzione di Ferdinando II.

Procurarsi i soldi per lui era semplicissimo avendo a disposizione una nave.
Contattò di lì a poco alcune aziende siciliane e calabresi dedite alla produzione del sapone derivato dall’olio lampante d’oliva. Questo era un pregiatissimo prodotto di cui le Due Sicilie andavano veramente fiere, e con queste aziende egli stabilì un pagamento della merce a vendita avvenuta, cioè al ritorno dal viaggio. Assunse poi una ciurma esperta di navigazione con promessa di pagamento a viaggio effettuato e a Palermo non ebbe difficoltà a trovarla. 




Caricò il suo brigantino e con le armi delle Due Sicilie spiegate al vento salpò da Palermo diretto a Boston, in America del Nord.
In America la fame di sapone era nota a tutti gli europei e le Due Sicilie erano la prima potenza industriale produttrice d’Europa.
Giunto che fu a Boston, gli advisor portuali comprarono tutto il carico del di Bartolo, ad ottimo prezzo, e questi, quasi subito, tornò a Palermo gioioso e pieno di dollari.

A Palermo, Vincenzo di Bartolo subito si recò presso la sede del Banco di Sicilia (Socia del Banco delle Due Sicilie) per farsi cambiare i dollari in ducati, saldò tutti i suoi debiti verso i produttori di sapone e della ciurma, ma gli rimase a disposizione ancora una cospicua cifra per il suo viaggio verso le Indie Orientali. Era raggiante.

Sapendo che le acque di Sumatra e dell’Indonesia in genere erano pullulanti di navi pirata, fece dipingere il brigantino con i colori di una nave da guerra ed all’uopo montò a prua una piccola colubrina che fosse ben visibile.
Caricò dunque il vascello di tutte le produzioni tipiche delle Due Sicilie, quali vasi e ceramiche, specchi, sete, lane e tessuti, scacciapensieri e strumenti musicali, ed una gran quantità di ciò che noi chiamiamo cianfrusaglie ma di impatto per una eventuale compravendita.
Poi lanciò il bando per la ciurma, ancora di dodici persone, ma questa volta la selezione fu più accorta e predilesse chi aveva già fatto qualche circumnavigazione dell’Africa.
Completato l’equipaggio e stabiliti i salari, si dedicò con il suo vicecomandante appena nominato ai rifornimenti di acqua e vino e quindi dei viveri tra cui predilesse arance, mandarini, mele “annurca” e Cotogne e altre mele dolci e frutte di stagione durevoli, molti boccacci di frutta conservata e fichi secchi. Quindi farina per una buona panificazione di bordo e pasta secca in abbondanza, salumi e formaggi dei colli Nebrodi siciliani in gran quantità. Non mancarono diversi barili di buono e forte vino nero e bianco di sicilia e quindi di “Marsala”ed acqua a iosa.
Poi sul molo, al momento di salpare, si raccolse una gran quantità di gente ed anche una banda musicale di Palermo che rallegrò il saluto ai nostri viaggiatori con l’inno al Re.






Il viaggio iniziato in un giorno di aprile fu bellissimo e gli scali per approvvigionarsi di acqua fresca furono alle Canarie, a Capo Verde, a Città del Capo, e quindi fu affrontato il tratto più lungo del viaggio con arrivo a Sumatra, dopo soli 68 giorni di navigazione; era il primo di luglio del 1839!

Era la prima volta che un veliero del Regno delle Due Sicilie si spingeva così lontano nelle Indie Orientali, rompendo così il monopolio del commercio del pepe mantenuto sino a quel momento da marine mercantili potenti e agguerrite come quelle inglese e olandese. Marine che non avevano certo a cuore un libero scambio di prodotti come lo era nella mente del nostro comandante.

Vincenzo di Bartolo ed il suo equipaggio furono accolti con gentilezza dagli indigeni i quali apprezzarono subito lo scambio di doni con gioia e festosità. Una nota particolare va al grande apprezzamento non solo dei tessuti e dei manufatti in genere quanto al gusto eccellente dei prodotti alimentari delle Due Sicilie. Gusto unico al mondo!
In breve dunque la porzione sud occidentale dell’isola di Sumatra iniziò la raccolta del “pepe nero e della “noce moscata” e di altre spezie sconosciute al di Bartolo ma un problema sopraggiunse immediatamente; il carico era leggerissimo e il brigantino non avrebbe retto il mare.

Anche in questo caso l’amicizia del capo-villaggio fu tale che in breve furono portate al porticciolo grandi quantità di prodotti di Sumatra tra i quali non mancavano oro e pietre preziose che nella loro cultura non rappresentavano grande valore commerciale.
La parte bassa della stiva fu colmata con questi preziosi doni e sopra questi trovarono alloggio le leggere spezie.
Dopo pochi giorni il comandante Vincenzo di Bartolo, salutati i responsabili degli indigeni e stabiliti con loro rapporti di commercio continuativo, volse la prua all’oceano indiano ed iniziò il viaggio di rientro.
Verso il finire del mese di ottobre dello stesso anno 1839 il porto di Palermo era già visibile all’orizzonte.
La gioia ed il tripudio di gente, al suo ingresso in porto, fu enorme. Anche il vicerè delle Due Sicilie si aggiunse alle personalità di spicco cittadine.
Tutta la notte fu poi rischiarata da bellissimi fuochi d’artificio e a Di Bartolo ed al suo equipaggio fu donata una ricchissima cena di “bentornato”.

La via del “pepe”, autonoma ed autarchica, era aperta definitivamente e lo Stato delle Due Sicilie non fu più obbligato da quel giorno, a subire i prezzi imposti dalle Compagnie Indiane Orientali inglesi, o olandesi o danesi o svedesi.
Il pepe nero, di ottima qualità, entrò quindi a prezzi minimi, oserei dire insignificanti fino ad allora, nelle produzioni alimentari casearie e dei salumi per la loro conservazione, nonché grande fu l’uso in cucina e nella farmacia delle Due Sicilie.
Ferdinando II nominò il comandante Vincenzo di Bartolo Ammiraglio della marina mercantile. Egli fece molti altri viaggi verso l’Indonesia e Sumatra non solo a carattere commerciale ma anche diplomatico.
A lui, inoltre, dobbiamo riconoscere l’apertura delle ambasciate delle Due Sicilie in quei paesi dell’estremo oriente.

Fonte: srs di Domenico Iannantuoni, da Facebool, Quelli di Casalnuovo Monterotaro…oltre ogni pregiudizio



mercoledì 6 novembre 2019

“BISOGNEREBBE CREARE UN ITINERARIO NAPOLEONICO”. LA RISPOSTA DEI VENETI ALL'ARTICOLO APPARSO SU L'ARENA DEL 27 OTTOBRE 2019, PAGINA 41, A FIRMA DI CAMILLA MADINELLI


Cinquecento  paesani armati di tutte le età si radunano nella chiesa parrocchiale di Caprino Veronese, per salutare spose e figlioli e ricevervi la benedizione dall’Arciprete, Conte Giuseppe Giuliari, dopo aver cantato le litanie della Santa Vergine al suo altare. A mezzanotte, i valligiani intraprendono la marcia su Verona, alla vigilia dell’insurrezione delle Pasque Veronesi. “Appariva sul volto di tutti il desiderio di morir per la Patria e di esporsi a qual si fosse stato cimento”. 16 aprile 1797, Domenica di Pasqua. Tavola di Andrea Gatti. Proprietà del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.



LETTERA DI RISPOSTA INVIATA A L’ARENA


Su L’Arena del 27 ottobre 2019  alcuni nostalgici bonapartisti, in nome delle ideologie ormai ammalorate del 1789, propongono un percorso napoleonico, fra Arcole e Rivoli, ricevendo man forte da alcuni amministratori locali o aspiranti tali, che si candideranno alle prossime elezioni in primavera e di cui sarà bene ricordarsi, onde NON votarli.

A costoro vorremmo ricordare che Bonaparte fu, sic et simpliciter, l’assassino della Patria Veneta e che, dunque, apparirebbe bizzarra, oltre che inconcepibile, l’impresa di far digerire alle popolazioni, vessate a tutt’oggi dalle predazioni della mala unità e che rimpiangono giustamente le glorie della più longeva Repubblica della storia come dell’Impero asburgico, la ricostruzione a Rivoli di un monumento al tiranno còrso. Cosa che ben poco avrebbe a che fare col turismo e con la conoscenza della storia; molto, invece, col servaggio ideologico agl’invasori liberal-massoni transalpini del 1796-7 e ai loro attuali eredi.

Agli amministratori presenti e futuri di Rivoli, che si accodano corrivamente al “liberatore” Bonaparte, andrebbero ricordate le efferatezze, i saccheggi e i delitti di cui si rese responsabile l’esercito rivoluzionario francese nei loro luoghi, tanto che, al tempo della battaglia di Rivoli (14-15 gennaio 1797) i montanari della Val d’Adige facevano rotolare massi dalle montagne sui transalpini, onde schiacciarli e favorire l’armata austriaca, i cui piani erano stati carpiti prima dalle spie di Napoleone, cosa che ne spiega anche i facili successi.

Sarebbe da riproporre piuttosto un percorso delle Pasque Veronesi, la grande insurrezione di Verona e del contado contro Bonaparte dell’aprile del 1797, le cui vittime censite ascendono al momento a 2.105. Percorso, questo sì originale e turisticamente appetibile (come constatiamo ogni giorno, presso i molti viaggiatori che giungono in visita a Verona) e che investirebbe tutta o quasi la provincia veronese, nonché i centri della sponda bresciana del lago di Garda.

Sanno gli amministratori locali di Rivoli che il giorno dopo lo scoppio delle Pasque Veronesi, era il 18 aprile 1797, vi fu l’assalto e l’espugnazione, da parte dei montanari della Val Lagarina, cioè della bassa Val d’Adige, della fortezza in mano francese presso la chiusa del Ceraino e che il presidio napoleonico, costretto alla resa, fu scortato dai valligiani sino a Verona, in stato di detenzione? 
Quanti conoscono ancora (per stare alla sola zona di Caprino Veronese) la resistenza armata della frazione di Gaòn contro le latrocinanti truppe transalpine, con gli abitanti asserragliati nel paese, mentre donne e bambini venivano mandati sul Monte Crocetta a pregare (22 agosto 1796)? 
Qualcuno ha mai detto, ai locali estimatori del còrso, degli attruppamenti delle cernide nel nome di San Marco, di cui rigurgitava la chiesa parrocchiale di Caprino la sera del 16 aprile 1797, domenica di Pasqua, dove 500 paesani armati, salutati mogli e figli, furono benedetti dall’Arciprete, Conte don Giuseppe Giuliari, prima di marciare su Verona, paesani sul cui volto (dicono le fonti) brillava il “desiderio di morir per la Patria e di esporsi a qual si fosse stato cimento”
Quanti ancora conoscono l’assassinio del fattore Girolamo Franceschini nella villa dei Marchesi Pignolati, a Cordevigo, oggi Cavaion Veronese o la fucilazione a Calmasino, il primo giorno in cui l’Armée d’Italie mise piede in territorio veronese, del contadino Angelo Mancini (1° giugno 1796) o la guerriglia antifrancese nei dintorni di Caprino Veronese, protrattasi anche molto tempo dopo le Pasque Veronesi e fino all’arrivo pacificatore delle truppe imperiali, nel gennaio 1798? 
E che i convogli militari del Bonaparte venivano assaltati e i prigionieri liberati, con l’appoggio delle popolazioni locali, che si tassavano addirittura per finanziare la guerriglia, ricevendo quietanza dagl’insorti delle contribuzioni versate, onde essere ristorate a guerra finita?

Insomma, è troppo chiedere ai consiglieri e alla Giunta di Rivoli e agli amministratori del veronese in generale, di conoscere e valorizzare l’autentica storia patria e dei loro territori, di favorire un percorso sulla resistenza eroica e sul sacrificio delle loro popolazioni al tempo delle Pasque Veronesi contro l’usurpatore d’Europa, il Bonaparte, colui che distrusse il loro Paese e le loro comunità, e non di cantarne le lodi o d’innalzargli, o addirittura di ricostruirgli, monumenti?


Maurizio-G. Ruggiero
Segretario del Comitato per la celebrazione delle  Pasque Veronesi
347/3603084




BISOGNA CREARE UN ITINERARIO NAPOLEONICO



I resti del monumento    filmato dai francesi nella prima guerra mondiale


Di Camilla Madinelli

La proposta  emersa durante la serata di presentazione  del libro del vicesindaco dedicto al monumento fatto erigere dal Bonaparte: 150 persone intervenute 

Riscoprire il monumento napoleonico di Rivoli, ma non solo. Segnalarlo a visitatori e turisti, valorizzarlo e magari anche ricostruirne l’obelisco alto venti metri in marmo Rosso Verona e fatto abbattere dagli austriaci nel 1814. Ma nella consapevolezza che amministrazioni locali e territori dovrebbero puntare di più sul periodo storico legato a Napoleone. A Rivoli come in altre parti del Veronese, da legare con un fìl rouge a fini culturali, turistici ed economici oltre che per dare valore alla memoria.

L’input è arrivato dal professor Ernesto Santi, uno dei massimi esperti di storia napoleonica, all’ex Polveriera di Rivoli, durante l’affollata serata di presentazione del libro “Rivoli. Storia di un monumento, un monumento nella storia” scritto dal vicesindaco Luca Gandini.

«Manca in loco un itinerario napoleonico che farebbe risaltare la storia nel territorio e valorizzerebbe ulteriormente la nostra provincia, cosa che invece sotto questo aspetto non stiamo facendo», ha detto Santi davanti alle 150 persone che hanno ascoltato l’introduzione appassionata del professor Giancarlo Volpato, autore della presentazione del libro, e la narrazione di Gandini. «Eppure potrebbe esserci una penetrazione turistica straordinaria, con un notevole valore economico e varie ricadute positive», continua l’esperto. Racconta che ad Arcole sono arrivati anche degli argentini, per visitare i luoghi in cui passò il Bonaparte.

A Rivoli, intanto, più di qualche residente viene fermato da turisti che cercano di arrivare al monumento fatto costruire nel 1806 da Napoleone tra «le torte di Incanale», le colline che da Rivoli scendono a Canale, in memoria della battaglia del 14 gennaio 1797 in cui con i suoi soldati sconfisse la forte armata austriaca. «E un’ottima idea creare un circuito per turisti e appassionati», ha ribattuto Gandini. «Sono fermamente convinto che facendo rete si possano ottenere risultati sorprendenti, sfruttando le economie di scala a beneficio dell’indotto turistico». Ma la realizzazione di un simile circuito sarebbe fattibile, per il Comune? «Sì, con un’amministrazione che creda nel progetto», ha risposto il vice sindaco guardando all’anno prossimo, quando in primavera si terranno le elezioni comunali. «Se saremo ancora noi in sella alla prossima legislatura, potrebbe essere un obiettivo perseguibile in tempi rapidi», ha detto.

Intanto in tempi rapidi, sei mesi appena, lui ha scritto il libro sul monumento, patrocinato dal Comune e pubblicato con il sostegno di Autostrade del Brennero Spa e Ganmar srl. Quel monumento di cui molti hanno sentito parlare ma che pochi hanno visto, di cui rimangono il basamento in marmo e pochi altri resti ma che invita a un recupero. «Gandini ha ripreso la storia del monumento che rappresenta il canto di gloria di Napoleone e il canto alla vita di chi è morto per la patria», ha detto Volpato, «invitando a fare il possibile perché tomi a essere quello che era». Numerosi gli studiosi che hanno preso parte alla serata ma anche i cittadini fieri del loro paese. In prima fila, con il sindaco Armando Luchesa, la sindaca di Ferrara di Monte Baldo Serena Cubico e i vice sindaci di Brentino Belluno Massimo Zanca e di Dolcè Angelo Zanesi. •


Fonte: srs di Camilla Madinelli, da L’Arena di Verona del 27 ottobre 2019 




 IL MONUMENTO NAPOLEONICO RICOSTRUITO DAI MARMISTI VERONESI 



Il basamento del monumento è di 64 metri quadri con 8 metri a lato


Di Camilla Madinelli


C’è il monumento napoleonico su stemma e gonfalone del Comune di Rivoli, con la bandiera italiana sulla cima. L’immagine di com’era, completo di obelisco e imponente, è stata riprodotta anche in un mosaico sul pavimento della sala consiliare. Ma quasi nessuno, rivolesi a parte, sa con esattezza dove si trovi e come si arrivi oggi al monumento fatto erigere nel 1806 da Napoleone tra le colline che da Rivoli scendono a Canale, in Valdadige, a memoria della battaglia del 14 gennaio 1797 in cui sconfisse l’armata austriaca. Fu il primo dei monumenti napoleonici in Italia. Tanto era grandioso allora, con i suoi 20 metri d’altezza all’imbocco della Valdadige, tanto è invisibile oggi e sconosciuto ai più. 

COSA RIMANE. Nel connubio inscindibile tra Rivoli e Napoleone, il Comune insegue da decenni la sua valorizzazione. Piste ciclabili nelle vicinanze, sistemazioni della zona e interventi conservativi non sono bastati a trasformare il monumento da Cenerentola a reginetta nell’ambito delle locali politiche turistico culturali. Stretto tra la strada provinciale e l’autostrada del Brennero, arrivarci è piuttosto difficile, non ci sono parcheggi né indicazioni chiare. Senza contare, poi, che ci si deve intrufolare in un vigneto privato. Oltretutto, non ci si aspetti di trovare il monumento come lo si vede negli stemmi comunali. Un basamento marmoreo di 64 metri quadrati, a forma di parallelepipedo di 8 metri circa per lato e alto poco più di sei metri, è tutto ciò che rimane. Della colonna di 13 metri e mezzo e dell’urna di tre metri posta in cima, contenente le ceneri di migliaia di soldati, non v’è traccia: furono distrutte dagli austriaci il 12 febbraio 1814. Il basamento rimasto è di proprietà dell’ambasciata francese e si trova in una proprietà agricola privata. 

VALORIZZAZIONE. Spinge al massimo in questo senso, il vice sindaco di Rivoli Luca Gandini. Che il monumento la meriti non ha dubbi: lo ha studiato a lungo e la ricerca lo ha così appassionato da spingerlo a scrivere un libro. S’intitola «Rivoli. Storia di un monumento, un monumento nella storia» e viene presentato stasera alle 20.30, all’ex Polveriera. «È stata un’opera grandiosa» afferma, «sorge nel punto dove la battaglia fu molto cruenta e fu concepita da Bonaparte per eternare le gesta eroiche di quei giorni e consacrare la memoria degli innumerevoli caduti. Si parla di almeno 5.000 morti». E i resti sono tutti lì, magari sotto il monumento? «Dalle mie ricerche emerge che le ceneri di molti cadaveri bruciati sui campi di battaglia furono messe nell’urna cineraria» risponde Gandini. «è vero anche che molti, chissà quanti, li hanno sepolti. Ci sono testimonianze al riguardo, tra cui un ordinanza dell’ufficio sanità di Verona di procedere alle sepolture che risale a subito dopo la battaglia. Ma del fatto che siano sotto al monumento non ci sono prove. Sappiamo invece che, sul lato ovest, furono traslati i resti di granatieri napoleonici ritrovati nel maggio 1918 vicino alla canonica di Rivoli». Da troppo tempo, secondo Gandini e pure il sindaco Armando Luchesa, il monumento rappresenta una pagina di storia dimenticata. Anche se mutato e mutilato, merita di essere conosciuto e visitato. Il monumento napoleonico non solo è parte del patrimonio storico, ma anche luogo della memoria» aggiunge Luchesa. «L’ideale sarebbe condividere un percorso tra tutte le parti interessate, dal Comune all’ambasciata, dal privato all’autostrada del Brennero». 

UN SOGNO. Gandini si spinge anche più in là e lancia l’idea della ricostruzione dell’obelisco: «Era finemente decorato, in Rosso Verona e con un capitello lavorato in marmo bianco» spiega. È pronto a lanciare un appello tanto al settore lapideo quanto all’ambasciata francese. «Ricostruirlo, magari grazie alla perizia dei nostri marmisti veronesi, sarebbe magnifico». •



Fonte: srs di Camilla Mandinelli, da L’Arena del 3 ottobre 2019





martedì 5 novembre 2019

I COMUNISTI RIMANGONO COMUNISTI, ANCHE QUANDO SONO DEL PD




di MATTEO CORSINI

Rileggendo un po’ di notizie, apprendo che Pietro Bartolo, medico lampedusano che si è guadagnato sul campo l’elezione nelle fila del PD all’europarlamento, si è cosparso il capo di cenere per aver commesso un sacrilegio: votare positivamente a una risoluzione del parlamento europeo nella quale pare che comunismo e nazismo siano equiparati.

Ecco il mea culpa di Bartolo: “Ho deciso di cambiare il mio voto da positivo a contrario alla risoluzione sulla memoria europea. Inutile girarci attorno: ho sbagliato, non avrei dovuto votare favorevolmente. Mi scuso con i miei elettori e ringrazio i tanti che mi hanno scritto in questi giorni. Il confronto serve anche a questo: a riconoscere quando si è commesso un errore e fare un passo indietro”.

Suppongo che i colleghi di partito, prima ancora che gli elettori, abbiano fatto notare a Bartolo che aveva sbagliato. In fin dei conti è pur sempre stato eletto in un partito che deriva in (larga) parte dal PCI, e una buona fetta di chi ancora vota PD e ha un passato comunista non credo che sia disposto ad ammettere che il comunismo sia stato una sciagura tanto quanto il nazismo.

A dire il vero, se ci si soffermasse solo sulla contabilità dei morti causati dai regimi comunisti, questi sono di gran lunga superiori alle vittime del nazismo e del fascismo. Se questo fosse il termine di paragone, sarebbe in effetti sbagliato equiparare quei due totalitarismi, e di certo non troverebbe alcuna giustificazione qualsivoglia forma di indulgenza verso il comunismo. 

E’ indubbiamente vero che in Italia c’è stato per due decenni un regime fascista i cui effetti violenti e liberticidi sono stati subiti concretamente dagli italiani dell’epoca, mentre (fortunatamente) non ce n’è mai stato uno comunista. Ma ho sempre trovato bizzarre le affermazioni dei comunisti nostrani tese a sostenere che il comunismo italiano sarebbe stato diverso (migliore) da quello sovietico, cinese, cubano o cambogiano, tanto per fare qualche esempio.

Per il resto, Bartolo potrebbe avere un “confronto”, oltre che con i suoi elettori e compagni (pare che ogni tanto ancora si chiamino così tra di loro i piddini), con i colleghi parlamentari europei provenienti dai Paesi che fino a una trentina di anni fa il comunismo ce l’avevano in casa.  Non mi stupirei se costoro fossero meno indulgenti verso baffone e i suoi emuli.

Fonte: srs di MATTEO CORSINI, da miglio  verde del 1 novembre 2019


domenica 3 novembre 2019

NON AVVICINARTI ALLA MIA TOMBA PIANGENDO. NON CI SONO. NON DORMO LÌ.




“Non avvicinarti alla mia tomba piangendo.
Non ci sono. Non dormo lì.
Io sono come mille venti che soffiano.
Io sono come un diamante nella neve splendente.
Io sono la luce del sole sul grano dorato.
Io sono la pioggia gentile attesa in autunno.
Quando ti svegli la mattina tranquilla,
sono il canto di uno stormo di uccelli.
Io sono anche le stelle che brillano,
mentre la notte cade sulla tua finestra.
Perciò non avvicinarti alla mia tomba piangendo.
Non ci sono. Io non sono morto.”



Canto attribuito alla cultura Navajo,
in realtà poema del 1932 di Mary Elizabeth Frye, poetessa americana (1905-2004)

La poesia è una lettura comune per i funerali.


sabato 2 novembre 2019

SOROS: VITA, FINANZIAMENTI E MIRACOLI DEL ‘FILANTROPO’ CHE CI ODIA TUTTI




Il ‘filantropo’ SOROS ‘

Soros, detto ‘il filantropo’, da quei nostri giornalisti a libro paga della Open Society Foundation di Soros che paga i giornalisti, tra le altre cose, per dire che Soros è ‘filantropo’, torna per l’ennesima volta alla ribalta per le sue prodezze finanziatorie. 
Dopo i famosi DC Leaks del 2016, in cui anonimi hacker avevano sottratto dai suoi server oltre duemilacinquecento documenti privati e ce ne avevano rivelate delle belle, ci prova ora AdnKronos con un articolo di Marco Liconti a fare quattro conti su quello che sarebbero stati i finanziamenti (esclusi quelli in nero) che il miliardario mondialista avrebbe elargito al nostro Paese nel solo biennio 2017 – 2018. Otto milioni e mezzo di dollari e qualche spiccio, sarebbe la cifra ufficiale che la sola Open Society Foundations avrebbe donato a nostri movimenti politici (Radicali Italiani), l'Istituto Affari Internazionali (essi stessi si definiscono un think-tank), onlus e sopratutto ONG impegnate a favore di immigrazione e accoglienza, nonchè persino il comune di Ventimiglia. Già, chissà perchè Ventimiglia. In tutto una settantina di progetti secondo i dati della AdnKronos. Ma questo è nulla a confronto con quello che sappiamo già su Soros.

Il sito dei DC leaks, quello dei documenti hackerati, poi accusato di essere una longa manus del Cremlino e di conseguenza censurato, presentava una lista piuttosto dettagliata delle attività di Soros aggiornata al 2016. Oltre agli sforzi per promuovere l’immigrazione, soprattutto clandestina, la liberalizzazione delle droghe, i diritti LGBT, quelli dei ROM (associazione 21 luglio), spiccava la mappatura di tutti i membri dell’allora ottavo Europarlamento già cooptati dalla Open Society e ‘fidati’. Risultavano 226 membri classificati come alleati potenziali.


A parte i dati oggettivi e quello che sappiamo per certo, c’è poi tutto il mondo delle congetture e dei sospetti che mettono Soros al centro di praticamente tutte le rivoluzioni colorate ed i progetti di destabilizzazione degli ultimi anni. Ma perchè farebbe tutto questo? Difficile capire. Perchè un uomo di quasi novant’anni debba andare ad investire, donare o sperperare un patrimonio che si stimava sui 25 miliardi di dollari e lo poneva tra le trenta persone più ricche del mondo per passare ai ‘soli’ 7 miliardi dell’ultima stima del Bloomberg Billionaires Index che lo pone al 229.mo posto?

Teoria della filantropia

Ma veramente è un filantropo? NO, certo che no. Nel corso di una famosa intervista (video YouTube) alle accuse sulle conseguenze delle sue speculazioni egli rispondeva "I am there to make money. I cannot and do not look at the social consequences of what I do – cioè: “Io sono qui per fare soldi. Non sto mica a guardare le conseguenze sociali di quello che faccio”. 
NO, i filantropi non ragionano così, per definizione. Se in quell’occasione mentì comunque non sarebbe un filantropo, perchè i filantropi non mentono, anche quello per definizione.

Teoria della speculazione

Allora cosa? Possibile che tutto ciò non sia altro che per mettere in atto la più grande speculazione di tutti i tempi? C’è chi teorizza proprio questo. Inondare l’Europa di immigrati, favorire la teoria gender, le minoranze riottose, in generale destabilizzare il nostro continente, non sarebbe altro che un modo per poter realizzare una grandiosa speculazione al ribasso tipo quelle del ’92 contro Lira e Sterlina. Ma ha veramente senso? Spendere miliardi sicuri oggi quando hai già 89 anni per guadagnare forse altri miliardi un domani tra chissà quanti altri anni?

Teorie complottistiche ‘esotiche’

Saltiamo a piè pari tutte le teorie sui rettiliani e le sette sataniche. Sempre più verosimili della teoria della filantropia ma comunque troppo ‘esotiche’ anche per Sputnik Italia.

Teoria della demenza senile

Questa è una teoria poco presa in considerazione eppure quando si arriva a finanziare la Bonino qualche dubbio dovrebbe iniziare a venire.

Teoria dell’esperimento Reflexivity

La Reflexivity è una teoria sociologica alla quale lo stesso Soros, proseguendo gli studi di Popper, ha contribuito a sviluppare. In sociologia la riflessività non è altro che una relazione circolare tra causa ed effetto e si studia soprattutto in relazione alle strutture di credenze umane. Una relazione riflessiva è bidirezionale con la causa e l'effetto che si influenzano reciprocamente tanto che nessuno dei due può essere assegnato come causa o effetto. 
La Reflexivity ha un effetto eccezionale sia in economia che sociologia. Esempio pratico – qualcuno inizia a comprare grandi quantità di dollari, il prezzo del dollaro sale, anche a te viene voglia di comprare dollari, la sterlina per qualche motivo si svaluta, anche tu decidi di vendere sterline.
Stessa cosa funziona con i valori umani, deve aver scoperto Soros – su Netflix in ogni serie c’è una scena gay, le nuove generazioni iniziano a pensare che l’omosessualità sia la cosa più normale del mondo, e l’omosessualità aumenta, tanto che poi ci sono sempre più scene che la rappresentano nelle serie tv. Nient’altro che un enorme esperimento di Reflexivity. In questo senso più che filantropo, Soros sarebbe una sorta di scienziato pazzo e il mondo il suo laboratorio.

Teoria della sindrome del Conte di Montecristo

Questa forse è ardita ma inedita. Ma siamo su Sputnik Italia, qui si può.
Immaginate un bambino nato nel 1930 a Budapest da una famiglia bene di ebrei ungheresi. Si chiama Gyorgy Schwartz, Il padre è un editore e avvocato molto stimato. E’ un brutto periodo storico, sta montando la diffidenza verso gli ebrei e mano a mano che cresce il bambino vede il sospetto e l’antipatia montargli intorno e la famiglia, da stimata e rispettata, diventa sempre più negletta ed emarginata fino ai tragici eventi dell’occupazione nazista che li ‘costringe’ a cambiare cognome in un palindromo. 
A quattordici anni George si ritrova costretto a collaborare con i nazisti per sequestrare i beni agli ebrei destinati ai campi di sterminio. Molti anni più tardi descriverà quel periodo come “uno dei più felici” della sua vita ma forse è solo un modo per schernirsi, di fatto da negletto perchè ebreo finisce per essere odiato anche dalla sua stessa comunità ebraica. Infatti appena finita la guerra, e abbastanza grande (1947), emigra in Gran Bretagna. Si lascia dietro una infanzia e adolescenza di odio e solitudine e a Londra penserà solo a studiare con la speranza di riscatto. 
Nel ’56 si sposta già in America e viene assunto dalla F.M.Mayer, poco dopo è analista di titoli europei per la Wertheim & Co. Si sposa, avrà tre figli dalla prima moglie, poi due dalla seconda, poi si risposerà un’altra volta a 83 anni con una americana di origini giapponesi di 43 anni più giovane. 
Ma è negli anni ’90 che ha la folgorazione. Prima non si era mai occupato di politica ma dopo le grandi speculazioni del 16 settembre 1992, in cui in un giorno solo affonda sia Sterlina che Lira, lì capisce una cosa fondamentale. La Reflexivity, quella teoria che aveva studiato da giovane, esiste veramente e funziona. La puoi applicare a tutto – come le monete, i metalli preziosi e le azioni, anche i valori umani sono manipolabili in un turbine di causa-effetto in cui puoi finire per non riconoscere e distinguere più l’uno dall’altro. Quale occasione migliore? Tutti quegli anni ad accumulare ricchezze nella speranza di una redenzione ed un riscatto mai veramente goduti, ora finalmente l’occasione di qualcosa di più, una vendetta. Manipolare valori, politica, mentalità per creare il disordine, fargliela pagare al mondo intero e a quell’Europa che gli aveva insegnato l’odio.

E qui si inserisce la perfetta affinità con il deep state. Quale miglior soldato da arruolare se non colui già ben armato e motivato? La mancanza di ideologia può essere l’ideologia ideale. Potente, intelligente, spietato, motivato. Sarebbe bastato semplicemente lasciarlo lavorare e dargli strada libera, le uniche condizioni? Fare in modo che i ROM e le minoranze destabilizzanti da sostenere fossero quelle in Europa e non in America, che gli immigrati clandestini da incoraggiare non fossero quelli che volevano entrare negli Stati Uniti e che i diritti LGBT e le teorie gender fosse andato a predicarle non negli Stati federati conservatori o ai mormoni dello Utah. Non parliamo della liberalizzazione delle droghe e dei movimenti di protesta, che vanno bene ovunque tranne che nel cortile di casa – ‘Not In My Back Yard’. Una combinazione perfetta – alta finanza e deep state impegnati nello sport comune, destabilizzare l’Europa. La vendetta di Montecristo per l’uno, il dividi et impera per l’altro. Teoria azzardata certo, ma sempre meglio di quella del ‘filantropo’.

Fonte:  srs di  Alessio Trovato da SPUTINIK del 16 ottobre 2019 
Link: https://it.sputniknews.com/opinioni/201910168190757-soros-vita-finanziamenti-e-miracoli-del-filantropo-che-ci-odia-tutti/



ECCO CHI SI FA PAGARE DA SOROS PER RIEMPIRCI DI CLANDESTINI





Da magnanimo filantropo ad avido finanziatore il passo può essere breve. George Soros, 8,3 miliardi di dollari il patrimonio stimato, è uno dei trenta uomini più ricchi al mondo. L’imprenditore e attivista ungherese naturalizzato americano si è messo in testa di realizzare la società aperta teorizzata dal suo maestro, il filosofo Karl Popper, e da tempo ha deciso di investire parte dell’immensa riserva di quattrini in associazioni, istituti e movimenti di mezzo mondo.

Lo fa attraverso la sua Open Society Foundations, attiva anche in Italia dal 2008, quando il plurimiliardario ha cominciato a offrire supporto legale a chi osteggiava lo strapotere mediatico di Silvio Berlusconi e ad aiutare le minoranze rom e sinti. Ognuno, naturalmente, dei propri soldi è libero di fare ciò che vuole, purché la provenienza sia lecita. Sul fatto che il riccone progressista agisca esclusivamente di buon cuore abbiamo parecchi dubbi, ma la cosa è nota. Semmai ci chiediamo come faranno ora i signori della Sinistra a continuare a negare l’ingente quantità di denaro investita dalla Open Society nel nostro Paese, un fiume di soldi che – stando ai dati riportati con dovizia di particolari dall’agenzia di stampa AdnKronos – sarebbe stato erogato a favore di una pletora di enti e ONG che si occupano di immigrazione e rom. Ma non solo, perché tra i beneficiari accertati vi sarebbero anche due partiti: i Radicali e pur indirettamente il PD, come vedremo in seguito.

I versamenti

Al partito di Emma Bonino, in base alla ricostruzione dell’Adn, nel 2017 sarebbero stati versati 298.550 dollari “per promuovere un’ampia riforma delle leggi italiane sull’immigrazione attraverso iniziative che puntino a fornire aiuto agli immigrati e avanzare il loro benessere sociale”. Nel 2018 Soros avrebbe elargito 385.715 bigliettoni all’Asgri, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione che in passato ha pubblicato la rivista “Diritto, Immigrazione e Cittadinanza” in collaborazione con Magistratura Democratica. E ancora: l’anno scorso 230.192 euro sarebbero stati destinati all’Istituto Affari Internazionali presieduto dall’ex commissario europeo Ferdinando Nelli Feroci. Il motivo della donazione? “Educare e favorire il dialogo con gli attori politici sui nuovi approcci all’immigrazione e alle politiche di asilo europee, a beneficio di migranti, rifugiati e società ospiti”.

Le donazioni in territorio italiano tra il 2017 e il 2018 sarebbero state 70. Non spicca per importo, ma è sicuramente curiosa, quella di 25 mila dollari all’Università di Urbino Carlo Bo per un progetto riguardante la “mappatura dell’informazione politica sui media italiani in vista delle elezioni politiche 2018”.

Beneficiari

Chi avrà voluto favorire con questa ricerca il plurimiliardario? Tendiamo a escludere Salvini o la Meloni, ma potremmo sbagliarci. Soros avrebbe poi dato un milione di dollari a Purpose Europe Limited.

Cosa c’entra con l’Italia? Nulla, apparentemente. Se non fosse che l’organizzazione a luglio dell’anno scorso ha pubblicato il rapporto Attitude towards National Identity, Immigration and Refugees in Italy. Nel 2017 invece la Open Society avrebbe regalato 24.828 al dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Perugia per una serie di incontri dedicati ai social media e alla comunicazione politica.

Cambiando tipo di destinatario, l’Associazione 21 luglio avrebbe incassato 170.144 dollari per il sostegno alle comunità rom e sinti, una nobile causa, si capisce. Dicevamo del Partito Democratico: appare bizzarra, anche se sarà stata sicuramente del tutto lecita, la presunta elargizione nel 2018 di 83.500 bigliettoni americani per la “rivitalizzazione del parco pubblico di Ventimiglia”. Della somma, 58.500 dollari sarebbero confluiti direttamente nelle casse del Comune allora guidato dal sindaco dem Enrico Ioculano.

Una coincidenza o c’è stato dell’altro? Noi siamo fermamente convinti della bontà e dell’innocenza del gesto di Soros, e che quel parco fosse ridotto davvero male.

Srs  Alessandro Gonzato, “Libero”.


Fonte: da Etnie del  16 ottobre 2019