giovedì 30 settembre 2010

Non amo molto il concetto di patria

Verona 1997: Bandiere di patria che sventolano sui tralicci elettrici 

Non amo molto il concetto di patria. Troppa gente è morta in nome di una patria rappresentata solo dal politico del momento.

Di certo, io non vorrei combattere per qualcuno che decide per me, per cosa devo combattere e morire. In una guerra non c'è nulla di eroico, vita e morte dipendono dal caso. “Libertà o morte” è una delle frasi più irragionevoli del mondo, se sei morto non puoi goderne ne essere libero.

In fondo, la patria è solo il posto dove sei nato.  Ma la patria vera, che sento e che amo, è solo dove sto bene, e in quel luogo posso appendere il cuore, e non importa dov’è.  E la felicità è far coincidere dove sei nato con la tua patria.  

Home is where you hang your heart
“La casa è dove appendete il vostro cuore”
Non so di chi sia questa frase, ma la amo molto.


mercoledì 29 settembre 2010

SPQR: Senatus PopulusQue Romanus


SPQR, acronimo del latino Senatus PopulusQue Romanus.
In italiano “Il Senato e il popolo romano”.  
Racchiude in sé le figure che rappresentano il potere della Repubblica romana: il Senato e il popolo, cioè le due classi dei patrizi e dei plebei che erano a fondamento dello Stato romano.

Significati “ironici”

Il personaggio dei fumetti Obelix, creato da René Goscinny e Albert Uderzo, interpreta umoristicamente l'acronimo come Sono Pazzi Questi Romani!.
Un'altra storpiatura comica di SPQR è nel film S.P.Q.R. 2000 e ½ anni fa, in cui Massimo Boldi esclama, inseguito da soldati romani: “Sono Porci Questi Romani!”
Sono Porci Questi Romani!” è stata ripresa anche da Umberto Bossi, che naturalmente ha fatto arrabbiare i  “spqr”  de Roma.

Battute  irriverenti, ma niente in confronto a quello che già gli antichi pensavano di Roma e delle nefaste conseguenze del suo imperialismo.
Sallustio e Tacito ci hanno lasciato pagine molto critiche nei riguardi di Roma, che ci spingono a riflettere sulla situazione politica del nostro tempo, per certe analogie molto simili  col passato.

Lo stesso Giulio Cesare nel  De bello Gallico fa dire al capo gallico Critognato

“Ma i Romani, gelosi di tutti coloro di cui conoscono la nobile fama e la potenza guerriera, che altro chiedono o vogliono, se non stabilirsi nelle loro campagne e nelle loro città ed infliggere loro un eterno servaggio? Nessuna guerra con altro scopo essi fecero mai. Che se voi ignorate ciò ch’essi fanno in lontani paesi, guardate la Gallia a noi vicina, che, ridotta a provincia, privata dei suoi diritti e delle sue leggi, soggetta alle scuri, si trova oppressa da una servitù senza fine”.

Gaio Sallustio Crispo in Lettera  di Mitridate, fa dire al re Mitridate

“Il re Mitridate al re Arsace salute… Romani hanno un sola ragione, peraltro molto antica, di far guerra alle nazioni, ai popoli, a tutti i re: la smisurata  una insaziabile cupidigia di dominio e di ricchezza….  l'uso loro di sovvertir tutti i regni…. che fin da principio nulla per loro vi fu, patria, mogli, terre, potenza, che rapinato non fosse… che vagabondi un tempo, senza patria e bastardi, si sono uniti per esser la peste della terra…. che non si lascian fermare da nessuna legge umana e divina nell'assorbire e annientare alleati ed amici, vicini e lontani, deboli e forti…. e che chiunque non obbedisce loro, i re anzitutto, è un nemico….. I Romani han pronte le armi contro tutti, ma più furibonde contro coloro da cui la vittoria potrà trarre un bottino più grande.”

Lo scrittore latino Tacito in Agricola fa dire al comandante dei Calendoni  Calgago:

« …Perché per voi tutti che siete qui e che non sapete cosa significhi la servitù, non esiste altra terra oltre questa e neppure il mare è sicuro, da quando su di noi incombe la flotta romana… .avevamo persino gli occhi non contaminati dalla schiavitù. Noi, che siamo al limite estremo del mondo e della libertà, …. dopo di noi non ci sono più altre tribù, ma soltanto scogli e onde e un flagello ancora peggiore, i romani, contro la cui prepotenza non servono come difesa neppure la sottomissione e l'umiltà. Razziatori del mondo, adesso che la loro sete di universale saccheggio ha reso esausta la terra, vanno a cercare anche in mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l'oriente né l'occidente possono saziare. Loro bramano possedere con uguale smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero. Fanno il deserto, e lo chiamano pace. »


Altro che l’ ironica  battuta SPQR: “Sono Porci Questi Romani”.

martedì 28 settembre 2010

Quando la storia viene presentata come lotta tra il “bene” e il “male”

Adolf Eichmann 


Un recente articolo del Sunday Times ci informa che Adolf Eichmann, considerato il principale responsabile dell’olocausto, salvò 800 ebrei tenendoli segretamente al sicuro in un ospedale di Berlino.
Secondo l’articolo, “questi ebrei sopravvissuti erano collaboratori, spie o le mogli di tedeschi influenti sotto alta protezione nazista. Altri ebrei costituivano il personale dell’ospedale, incaricati da Eichmann di curare i malati”.

La storia della seconda guerra mondiale è presentata da USA e Israele come la lotta tra il bene e il male, tra i più crudeli carnefici di tutti i tempi, i nazisti, e le eterne vittime della violenza razzista, gli ebrei.
Secondo i dogmi della religione dell’Olocausto, nella presentazione del secondo conflitto mondiale, da una parte, vengono fatte scomparire le vittime non ebraiche, ben più numerose, dall’altra, viene taciuta la documentata e continuativa collaborazione tra una parte degli ebrei, i sionisti, e tutti gli antisemiti europei, in particolare i nazisti.
Questa collaborazione sembrerebbe innaturale ma non lo è affatto. Discende dal comune interesse di nazisti e sionisti di operare, in tutta Europa, per la separazione tra non ebrei ed ebrei ed il trasferimento di questi ultimi lontano dagli stati del continente europeo verso altri continenti.

Possiamo illustrare questa strategia con le parole di un sionista, tra tanti, che collaborò strettamente col nazismo:
Per molti anni ho ritenuto che la completa separazione delle attività culturali dei due popoli sia la condizione per rendere possibile una collaborazione pacifica (…) a condizione che essa si basi sul rispetto della nazione straniera [gli ebrei]. Le Leggi di Norimberga (…) mi sembrano, se si escludono le disposizioni legali, conformarsi interamente con il desiderio di una vita separata sulla base del mutuo rispetto”.
Questo signore si chiamava Georg Karesky e concluse la sua vergognosa esistenza nello stato ebraico, da lui desiderato e fondato assieme ai suoi simili separatori di “razze”.
I palestinesi, vittime di questa operazione congiunta di sionisti e antisemiti, rappresentavano per i colonizzatori ancora un’altra “razza” da cui essi volevano separarsi.
Per questo, in concomitanza della fondazione del loro stato (1948), provvidero a cacciarli dalla Palestina con una enorme operazione di pulizia etnico-razziale.

La storia delle varie soluzioni territoriali per la costituzione di uno stato ebraico è ormai abbastanza nota.
Gli inglesi, prima della Dichiarazione Balfour (1917), proposero a Herzl il trasferimento degli ebrei in Uganda.
Alcuni sionisti, contestualmente, proponevano uno stato ebraico in Argentina.
Il sionista Zangwil proponeva il trasferimento in America del Nord.
I sionisti che contavano, in particolare i sionisti “socialisti”, rigettarono decisamente queste soluzioni e insistettero per la costituzione di uno stato ebraico in Palestina.
Contro questa “soluzione” avevano messo in guardia due importanti personalità ebraiche vissute prima della nascita ufficiale del sionismo (primo congresso sionista di Basilea, 1896). Ahad ha-Am, avvertiva che la Palestina era popolata dai palestinesi e che la costituzione di uno stato ebraico su quella terra avrebbe richiesto l’eliminazione del popolo palestinese.
Egli proponeva quindi, la fondazione, non di uno stato, ma di un centro religioso e culturale ebraico a Gerusalemme, per la conservazione dell’ebraismo più che degli ebrei, una specie di Vaticano ebraico. Ispirati da questo centro, gli ebrei della diaspora avrebbero dovuto restare nei paesi in cui vivevano, mantenendo viva la loro religione.
Il secondo personaggio, Leo Pinsker, proponeva un raggruppamento ebraico in una parte della Russia meridionale, intorno ad Odessa, dove già gli ebrei erano numerosi. Non in uno stato, ma in una comunità indipendente, all’interno dell’impero zarista.
Altra soluzione territoriale fu proposta da Stalin, il quale pressato dai sionisti col mal di mare, cioè quelli che temevano il viaggio verso la Palestina, alla fine concesse agli ebrei una terra, il Birobijan, nell’estremo Oriente russo, perché vi costruissero una repubblica ebraica all’intero dell’Unione Sovietica. Molti ebrei sovietici ed altri provenienti da diversi paesi emigrarono in Birobijan, per costituire uno stato ebraico progressista.
I sionisti che non soffrivano di mal di mare e che si erano trasferiti o si stavano trasferendo in Palestina, condannarono con forza questa idea, perché il Birobijan avrebbe rappresentato una alternativa, una soluzione concorrenziale.
I nazisti tra il 1933 e il 1940 accettarono la proposta sionista di trasferire gli ebrei tedeschi in Palestina e solo in Palestina. Si stabilì quindi una proficua collaborazione tra sionisti e nazisti a questo fine. Karesky è solo un esempio di questa collaborazione.
I sionisti accettarono con entusiasmo le leggi razziali di Norimberga, perché esse rappresentarono un sostanziale passo in avanti nel loro progetto di stato ebraico in Medio Oriente.
Questa naturale collaborazione, fondata sull’idea della separazione degli “ariani” dagli ebrei, vide anche la firma di un patto economico, noto come Ha’avara.
Secondo questo patto, i tedeschi incoraggiavano l’emigrazione degli ebrei in Palestina e gli ebrei, in cambio, acquistavano macchinari e materiale agricolo tedesco. Fu costituita una banca comune, sionistico-nazista, in cui gli emigranti tedeschi, prima di emigrare, depositavano i loro denari che i nazisti incameravano come compenso per i macchinari, i pezzi di ricambio, i concimi, ecc., esportati. A pagamento della “merce” ebraica acquistata dai sionisti dalla Palestina, i nazisti ricevevano pure agrumi e altri prodotti agricoli della colonia sionista.

Subito dopo l’inizio del secondo conflitto mondiale, i nazisti capirono che l’emigrazione ebraica in Palestina li danneggiava. Essa rafforzava l’Impero Britannico e rendeva impossibile una politica di apertura, in funzione anti-inglese, verso gli arabi. Interruppero quindi il patto economico Ha’avara, e l’ “esportazione” di ebrei in Palestina. Cercarono di conseguenza un’altra soluzione territoriale alla questione ebraica.
In collaborazione con la Francia di Vichy, proposero agli alleati che si permettesse l’emigrazione degli ebrei europei in una colonia francese, questa volta in Africa: il Madagascar. Gli alleati rifiutarono e non se ne fece nulla. La partecipazione degli alleati a questa soluzione era indispensabile perché la flotta inglese, come quella statunitense, controllava gli oceani. L’Inghilterra controllava pure i territori africani da cui si poteva accedere al Madagascar.

Mussolini, da parte sua, dopo aver appoggiato il sionismo e favorito, con una linea marittima diretta tra Trieste e Haifa, l’emigrazione sionista in Palestina, iniziata la guerra, propose che gli ebrei costituissero una specie di stato all’interno della colonia etiopica, di recente conquista. Questo stato all’interno dello stato coloniale etiopico doveva sorgere nella regione dei Falascià, popolazione etiopica semi-ebraizzata. La solita politica del divide et impera con gli ebrei a guardia dei neri africani, “razza” ancora più in basso della “razza” ebraica.
Mussolini aveva anche capito che per il controllo del Mediterraneo a cui aspirava, una politica aperta verso gli arabi era indispensabile. Anche in questo caso, comunque, i sionisti rifiutarono.

Fallita l’operazione Madagascar, per mancata collaborazione dei britannici (e dei sionisti), i nazisti, essendo ormai iniziata la guerra contro l’Unione Sovietica, pensarono ad un’altra soluzione territoriale: la Siberia.
Intanto gli ebrei sottomessi ai nazisti erano diventati milioni. La maggior parte di essi infatti si trovava nei paesi baltici, in Bielorussia e nella parte di Russia conquistata.
I nazisti pensarono che dopo la guerra e la sconfitta dell’Unione Sovietica, tutti gli ebrei d’Europa potevano essere trasferiti oltre gli Urali, dove potevano costruire il loro stato, sottomesso al III Reich.
Ma l’Unione Sovietica non fu sconfitta e tutti gli ebrei raccolti nei campi di concentramento furono usati come forza lavoro praticamente gratuita. La stessa sorte toccò a milioni di non ebrei, i soldati polacchi e russi fatti prigionieri ma anche gli italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 e considerati disertori perché non aderivano alla Repubblica Sociale Italiana.
 Verso la fine della guerra, con i bombardamenti alleati e la distruzione delle città tedesche, le condizioni dei campi peggiorarono. Né si può immaginare che ciò non accadesse, dal momento che lo stesso popolo tedesco viveva ormai nella miseria, nella fame e nella violenza.

 La tragica fine di tanti ebrei nei campi non può essere separata dalla morte di milioni di non ebrei e dalla stessa morte dei tedeschi nelle città rase al suolo. Solo nel bombardamento di Dresda da parte degli anglo-americani morirono 180 000 civili tedeschi, in meno di 48 ore.
A noi continuano a dirci che i nazisti volevano l’eliminazione dei soli ebrei. Non ci hanno detto nulla delle altre vittime del nazismo.
Il “giorno della memoria” è il giorno della memoria ebraica. Per gli altri ci sono stati decenni di oblio, di cancellazione, di silenzio.
Non ci hanno detto che nella ricerca di una soluzione territoriale i nazisti trovarono la fattiva collaborazione dei sionisti.
Non ci hanno detto che, perfino nei campi di concentramento, furono molti gli ebrei che collaboravano con i tedeschi. Ne fa testimonianza il libro (poco o per niente pubblicizzato) della storica ebrea Idith Zertal: Israele e la shoah, la nazione e il culto della tragedia. Nel suo racconto, riporta gran parte dei processi ai collaboratori, emigrati in Israele dopo la guerra e riconosciuti come torturatori e assassini di altri ebrei.
Nei primi anni ’50, lo stato ebraico fu costretto ad emanare una legge che permettesse, senza suscitare troppo clamore, di giudicare questi criminali. “Tutti i processati in base a questa legge, — afferma la Zertal – sino al processo di Adolf Eichmann celebrato nel 1961, furono cittadini ebrei di recente immigrazione, individui miserabili e meschini, sopravvissuti alla Shoah, che, al loro arrivo in Israele, furono riconosciuti, talvolta casualmente, da altri sopravvissuti e denunciati alle autorità di polizia.
Il sistema giuridico israeliano li processò in base alla stessa legge che, circa dieci anni dopo, sarebbe servita per perseguire l’alto ufficiale delle SS Adolf Eichmann”.
Ironia della storia: sapevate che con la stessa legge sono stati perseguiti Eichmann e i tanti ebrei collaborazionisti?
Ma la vergogna non finisce qui. Simon Wiesenthal, il “cacciatori dei nazisti”, è morto onorato e riverito nel suo letto. Un altro ebreo, meno noto, tale Solomon Morel, vive ancora in Israele.
 Questi due signori, non lo si dice mai, si sono macchiati di crimini orrendi e di crimini contro l’umanità. Wiesenthal, in un primo momento, raccontò di essere stato partigiano comunista nel 1943, di essere stato poi catturato dai nazisti ma di aver salvato la pelle. Come partigiano (ebreo) sarebbe stato immediatamente fucilato, ma si salvò ‘miracolosamente’.
Successivamente, nella sua autobiografia, raccontò di aver tentato il suicidio ma di essere stato salvato dai tedeschi. Raccontò anche di aver ricevuto, nel periodo di prigionia, “doppia razione di cibo”. La verità è che egli collaborò con la Gestapo, denunciando comunisti e altre persone coinvolte nella resistenza.
Morel dal suo canto è oggi ricercato dalla giustizia polacca per crimini contro l’umanità ma viene protetto dal governo di Tel Aviv, che naturalmente si guarda bene dal consegnarlo.
Morel fu a capo di un campo di concentramento per tedeschi. Il campo di Schwientochlowitz funzionò dalla primavera del 1945 alla fine di quello stesso anno. I prigionieri non erano nazisti, ma semplicemente tedeschi etnici, gente i cui antenati avevano vissuto da secoli in Slesia, Prussia orientale, Pomerania e che aveva l’unica colpa di trovarsi sulle terre che i vincitori avevano assegnato alla Polonia dopo la guerra.
Nel campo della morte da lui comandato, Morel con gli altri guardiani, quasi tutti ebrei polacchi, si dimostrò più crudele dei nazisti. Maltrattò, torturò e uccise con le sue mani centinaia di detenuti. Gli altri guardiani cercarono di emularlo e così migliaia di tedeschi, colpevoli solo della loro origine etnica, furono uccisi.
La storia di Morel e del suo campo di sterminio è narrata nel libro “Occhio per occhio” del giornalista ebreo americano John Sack, il quale ha affermato che scriverlo gli è costato vergogna e dolore.
Adesso apprendiamo che il “maggiore rappresentante del male assoluto”, Eichmann, salvò 800 ebrei. Alcuni di essi erano effettivamente collaboratori e spie dei nazisti del tipo di Karesky e Wiesenthal, altri erano semplicemente medici, infermieri o donne ebree sposate con tedeschi.
La storia del II conflitto mondiale non è la storia della lotta tra il ‘bene’ e il ‘male’. Se poi la si vuole assolutamente presentare a questo modo, allora nel campo del male bisogna annoverare il sionismo e tanti ebrei che collaborarono con i nazisti o che commisero orrendi crimini contro l’umanità subito dopo la guerra. E c’entrerebbero di diritto anche i responsabili anglo-americani della distruzione di intere città tedesche, con oltre un milione di vittime civili, e di Hiroshima e Nagasaki.
La religione dell’olocausto e la presentazione semplicistica e unilaterale della II Guerra Mondiale serve perfettamente, oggi, a Israele e alla lobby ebraica per giustificare e nascondere i loro crimini in Palestina e in Medio Oriente.
Agli americani serve per mantenere il loro traballante impero. Nella più recente versione della religione olocaustica, Israele e gli Stati Uniti hanno sostituito i nazisti con gli arabi o gli islamici, per la conduzione di una guerra di civiltà che sta già causando milioni di morti, in Iraq, in Palestina, in Libano.

Fonte: srs di Mauro Manno,  da  Thule-Toscana 19 marzo, 2008

domenica 26 settembre 2010

SRS = STUDI RICERCHE SCRITTI

SRS  è l’acronimo "STUDI  RICERCHE  SCRITTI"
Un abbreviativo per ricordarmi che quello scritto è un elaborato  di quella persona

sabato 25 settembre 2010

10 fatti sulle donne spartane

Lena Headey nel film 300

Le donne spartane godevano di una serie di diritti che le loro “sorelle” ateniesi non avevano. L’eccezionale sistema sociale di Sparta, completamente incentrato sulla formazione militare, offriva alle loro donne un livello di libertà e di responsabilità non comune nel mondo classico: come generatrici di bambini, erano vitali per rifornire le file di un esercito che subiva quasi continuamente perdite. Con tanti uomini costantemente in guerra, esse erano cruciali per il funzionamento delle famiglie e della comunità in generale. Tuttavia, le donne spartane erano anche sottoposte a brutali e umilianti riti. Il loro glorioso compito nella vita era quello di sostenere la potenza militare della polis, o di morire provandoci.

Il giornalista Malcolm Jack racconta 10 fatti sulle donne spartane.

1. Erano cittadine di Sparta.

Diversamente dai Perieci, un gruppo autonomo di abitanti liberi di Sparta, o dagli Iloti, essenzialmente degli schiavi di proprietà dello Stato, le donne di Sparta erano considerate Spartiati, cioè cittadine a pieno titolo. Erano esenti dal lavoro manuale, potevano possedere la terra, accumulare ricchezza e avevano diritto a un’istruzione.

2. Potevano vestirsi in modo succinto.

Gli abiti delle donne spartane erano notoriamente succinti per la loro epoca, permettendo loro di scoprirsi anche le coscie. Questo era ritenuto accettabile in quanto le donne, come gli uomini, avrebbero dovuto essere modelli di forma fisica. Gli Spartani credevano che più forte fosse la madre, più forte era il figlio. I capelli lunghi erano però vietati.

3. Dovevano lasciare i loro figli in giovane età.

Per quanto a Sparta fosse un onore per una donna fare un figlio (in particolare un ragazzo), ciò comportava anche un grande “onere emotivo”. Per cominciare, in una società che praticava l’eugenetica – cioè lo studio dei procedimenti volti al perfezionamento del patrimonio genetico di una “razza” uccidendo bambini “inferiori” – un consiglio di anziani doveva giudicare se i neonati erano abbastanza in forma per vivere.
I figli maschi ritenuti idonei venivano strappati dalle loro madri all’età di appena sette anni e inseriti nella agoghé – un sistema educativo estremamente duro che li avrebbe preparati come soldati.

4. La prima donna a vincere alle Olimpiadi era una spartana.

Inizialmente i giochi Olimpici erano esclusivamente riservati ai concorrenti di sesso maschile, ma gli Spartani, che a differenza degli Ateniesi e degli altri Greci si vantavano della prestanza fisica delle donne, cambiarono questa ‘regola’.
Fu la principessa spartana Cynisca a diventare la prima vincitrice delle Olimpiadi quando vinse la corsa delle quadrighe, non solo una ma ben due volte, nel 396 e nel 392 a.C.

5. Si aspettavano che i figli trionfassero o morissero sui campi di battaglia.

Una famosa citazione di una donna spartana, riportata da Plutarco, è che alla partenza per una battaglia le madri avrebbero detto ai loro figli di tornare “con i loro scudi, o sopra di esso”. O con lo scudo in mano e trionfante, o trasportato sopra lo scudo, morto.
Plutarco scrive anche di donne spartane che uccidevano i loro figli qualora si fossero dimostrati codardi, o che celebravano i loro morti se questi cadevano sul campo di battaglia. L’ethos di Sparta era chiaramente radicato nella mente delle donne.

6. L’onore più grande per una spartana era morire durante il parto.

C’era un solo modo per cui uno Spartano poteva avere il suo nome inciso nella sua lapide, ed era morire in battaglia.
L’equivalente per una donna era invece di morire adempiendo al suo dovere divino per Sparta: partorire.

7. Si “gareggiava” a chi faceva più figli.

Non era proprio la Russia sovietica – in cui le donne ricevevano una medaglia se davano alla luce più di 10 bambini – ma se una donna spartana partoriva tre o più figli, veniva premiata con speciali privilegi e “status”, in modo simile ai soldati veterani che avevano trionfato più volte sui campi di battaglia.

8. Dovevano fare l’amore in segreto.

Gli uomini spartani erano apertamente incoraggiati ad avere rapporti sessuali con altri uomini e giovani ragazzi come mezzo per rafforzare i legami maschili. Ma il sesso con le donne era considerato esclusivamente al fine di generare figli.
Esso era soggetto a “strani” rituali e regole – una delle quali era che tutte le relazioni tra mariti e mogli dovevano essere condotte in segreto. L’idea era che, dal momento che il contatto sarebbe stato limitato, in questo modo i desideri sessuali si sarebbero intensificati e la “potenza” sarebbe aumentata, con il risultato di avere una prole più sana.

9. Erano grandi proprietarie terriere.

Come accennato in precedenza, poiché le donne spartane erano cittadine a pieno titolo, potevano possedere terra. E lo fecero anche in quantità massicce – forse, ad un certo punto, fino a un terzo di tutte le terre di Sparta.
A ogni maschio spartano veniva assegnata una porzione di terreno, chiamato kláros o klēros, al termine del servizio militare. Alla sua morte, questo sarebbe passato al suo erede maschio, o, se non lo aveva, a sua figlia. La proprietà era condivisa tra le coppie sposate, il che significa che le mogli potevano anche ereditare dai loro mariti.

10. Le donne spartane causarono il declino della società spartana?

Aristotele pensava che una delle cause del declino di Sparta intorno al IV secolo a.C., era che i mariti erano diventati troppo dominati dalle loro mogli. Egli asseriva che la capacità delle donne di Sparta di acquisire ricchezza e terra, insieme al fatto che vivevano – come diceva lui – “in ogni genere di intemperanza e di lusso”, a scapito della popolazione maschile, causò disordine nel regnare una polis che aveva bisogno di disciplina militare per sopravvivere.

Srs di Aezio

Fonte: Heritage-Key   di lunedì 9 settembre 2010



venerdì 24 settembre 2010

I DINOSAURI DEL PASUBIO RIDISEGNANO LA GEOGRAFIA GIURASSICA DELL’ITALIA

Una delle  orme ritrovate  nella galleria

Il ritrovamento di tre orme di dinosauro all’interno della galleria del Monte Buso, nel massiccio del Pasubio,  rivoluziona la paleogeografia italiana. Lì non dovevano stare: nel periodo Giurassico, quel territorio si ipotizzava sommerso. Ma c’è di più: la “piattaforma di Trento” apparteneva all’Eurasia e non al continente africano.

Durante l’esplorazione della galleria passante del Monte Buso, nel massiccio del Pasubio (scavata dagli austriaci durante la prima guerra mondiale per collegare le retrovie alla prima linea), Marco Avanzini – conservatore responsabile della sezione di geologia del Museo tridentino di scienze naturali e noto esperto di icnologia, la disciplina che studia le orme fossili – ha individuato tre orme di dinosauro che riscrivono la storia antica della penisola italiana.

Seguendo le ricostruzioni paleogeografiche, basate su dati geologici e stratigrafici, l’Italia del Giurassico (il periodo che va da 200 a 160 milioni di anni fa) era considerata perlopiù un territorio sommerso, dove al massimo erano presenti basse distese fangose a pelo d’acqua. Nel 1990, la scoperta di tracce di dinosauri ai Lavini di Marco, nel Trentino meridionale, fa vacillare questa ipotesi. I ritrovamenti successivi, avvenuti in un’ampia area compresa tra la Valle dell’Adige e il Feltrino, provano che il territorio denominato dai geologi “Piattaforma di Trento” nel Giurassico inferiore (200-190 milioni di anni fa) era costituito in gran parte da terre emerse. Lo sprofondamento previsto dai modelli tradizionali era avvenuto più tardi (nel Giurassico superiore, 160 milioni di anni fa).

Il nuovo ritrovamento riscrive non solo la storia di quest’area, ma anche la sua geografia. Sempre stando ai modelli tradizionali, la piattaforma di Trento doveva essere connessa nella sua parte meridionale al continente africano. La frammentazione del continente Pangea, si pensava, aveva trascinato il territorio alpino verso sud, separandolo dall’Eurasia tramite un braccio di mare. I dinosauri giurassici dell’Italia, di conseguenza, dovevano avere affinità con quelli africani. Ma gli scienziati non trovavano prove in questo senso.

Il ritrovamento di orme nella galleria del Monte Buso, a 130 metri dall’ingresso, dipinge un paesaggio molto diverso. Testimonia il passaggio di dinosauri anche nel periodo in cui il territorio si considerava sott’acqua, spostando le lancette dello sprofondamento oceanico di qualche milione di anni; e parla di una parentela che guarda a nord e non a sud.

Se confrontate con quelle coeve, le orme del Monte Buso non presentano infatti relazioni con quelle africane; mostrano invece indiscutibili analogie con quelle rinvenute in Polonia, in Francia, in Scandinavia e in Nordamerica. I dinosauri giurassici delle Alpi erano dinosauri europei.

Le tracce sono costituite da tre orme tridattile robuste con artigli alle estremità delle dita. Lunghe circa 30 centimetri, sono parzialmente sovrapposte: le hanno lasciate due dinosauri carnivori bipedi di medie dimensioni e di misure consistenti (due metri di altezza, 7-8 di lunghezza, 400 kg di peso), appartenenti al genere Dilophosaurus.

È verosimile immaginare che i dinosauri camminassero in una palude di acqua salmastra, bordata verso i margini della piattaforma di Trento da litorali sabbiosi che si affacciavano sul mare. Accanto alle orme sono stati ritrovati resti dell’ambiente in cui vivevano: piante (conifere e felci), molluschi di acqua dolce, crostacei, ossa di coccodrilli e pesci.

Fonte: museo tridentino di scienze naturali;  21/09/2010



I dinosauri possono riscrivere  i confini dell'Italia preistorica




La loro presenza nel Nordest mostra che quell'area non era sommersa da mare profondo come si credeva

TRENTO - Il ritrovamento di tre orme di dinosauro all’interno della galleria del Monte Buso, nel massiccio del Pasubio, rivoluziona la paleogeografia italiana.
Lì non dovevano stare: nel periodo Giurassico si ipotizzava che quel territorio fosse sommerso.
Si trova ciò che si cerca, e si cerca ciò che si conosce: e così, dal buio di una vecchia galleria scavata nel cuore della montagna quasi cent’anni fa emergono tracce che solo un icnologo (ossia un esperto di orme fossili) poteva notare, e la mappa dell’Italia di 200 milioni di anni fa viene riscritta. Come spesso avviene con le scoperte importanti, anche questa è avvenuta quasi per caso, quando Marco Avanzini, responsabile della sezione di geologia del Museo tridentino di scienze naturali, ha alzato gli occhi sulla volta della galleria nel massiccio del Pasubio (scavata dagli austriaci durante la prima guerra mondiale per collegare le retrovie alla prima linea) e ha riconosciuto le tre orme di Dilofosauro, un dinosauro che misurava sette metri di lunghezza, che possono riscrivono la storia antica della penisola italiana.
Per la verità Avanzini già da qualche anno sosteneva che le ipotesi descritte nei sacri testi della geologia non fossero corrette, e ne cercava le prove.
«Seguendo le ricostruzioni paleogeografiche, basate su dati geologici e stratigrafici, l’Italia del Giurassico (il periodo che va da 200 a 160 milioni di anni fa, ndr) era considerata perlopiù un territorio sommerso, con al limite basse distese fangose a pelo d’acqua», spiega il ricercatore del Museo di Trento. Ma lui non ne era convinto: già nel 1990, nella zona chiamata Lavini di Marco, nel Trentino meridionale, erano state individuate orme di dinosauri che sembravano confutare i modelli tradizionalmente accettati.

NON C'ERA MARE PROFONDO - I ritrovamenti, proseguiti negli anni a venire, avevano identificato orme di varie forme e dimensioni in un’ampia area compresa tra la Valle dell’Adige e il Feltrino. Il territorio, che corrisponde all'incirca alla regione dell'attuale Nord-Est, denominato dai geologi Piattaforma di Trento, nel Giurassico inferiore, cioè 200 - 190 milioni di anni fa, offriva un paesaggio diverso da ciò che era stato ipotizzato: «Non era mare, era costituito in gran parte da terre emerse».
Per assistere al suo sprofondamento, così come descritto dai modelli tradizionali, l’orologio geologico doveva essere spostato in avanti di parecchi milioni di anni, fino alla fine del periodo Giurassico.
Ora tre orme di Dilofosauro, situate in ciò che la geologia ufficiale sosteneva essere mare aperto, danno ragione a questa nuova ipotesi. Ma c’è di più. I due animali che hanno lasciato traccia del loro passaggio (dinosauri carnivori bipedi di medie dimensioni: due metri di altezza, 7-8 di lunghezza, 400 kg di peso) risultano imparentati con esemplari del centro e nordeuropa, e non con quelli africani.

CAMBIA ANCHE LA POSIZIONE LE ALPI - In campo geologico, si tratta di un’altra piccola rivoluzione: se tutto questo sarà confermato risulterà che la “piattaforma di Trento” apparteneva all’Eurasia e non al continente africano, come si era finora ritenuto.
Si pensava infatti che Pangea (il supercontinente che includeva tutte le terre emerse), frammentandosi, avesse trascinato il futuro territorio alpino verso sud, separandolo dall’Eurasia tramite un profondo braccio di mare. I dinosauri giurassici dell’Italia, di conseguenza, dovevano presentare affinità con quelli africani. Ma di prove in questo senso non se ne trovavano.
E ora si sono trovate quelle contrarie: «Se confrontate con quelle coeve», prosegue Avanzini, «le orme del Monte Buso mostrano indiscutibili analogie con quelle rinvenute in Polonia, in Francia, in Scandinavia e in Nordamerica. Insomma: i dinosauri giurassici delle Alpi erano dinosauri europei». «Questi risultati – dichiara Fabio Massimo Petti, dell’Università La Sapienza di Roma - sono stati accolti con estremo interesse dagli addetti ai lavori. È ancora da accertare quali fossero, durante il Giurassico inferiore, le aree di connessione tra la Piattaforma di Trento e l’Eurasia. Ma ci lavoreremo».

Fonte: srs di Elisabetta Curzel da il Corriere della Sera del 21 settembre 2010


giovedì 23 settembre 2010

La chiesa e il priorato di Sant 'Andrea di Incaffi



Una veduta di Santa Andrea di Incaffi ai primi del '900

Situato a circa trenta chilometri da Verona in direzione ovest, fra la morena del Garda e quella dell'Adige, nella valle di Caprino, ai piedi del monte Moscal, che lo separa dal lago di Garda, Affi è un Comune di origine medioevale. Anticamente i territori di Affi, Incaffi, Cavaion, Caorsa e Ari erano feudo.dell'abate di S. Zeno di Verona, donde l'antico nome di Castelnuovo dell'Abate, con riferimento, secondo Simeoni, ad un forte o castello di cui si trovano tracce di mura a sud-ovest del Capoluogo(1).

Oggi il piccolo Comune, che conta poco più di un migliaio di abitanti, è interessato ad un grosso svincolo autostradale: quello omonimo sulla «Brennero» dal quale si dipartono moderni collegamenti stradali con la Valpolicella, il Basso e il Medio Lago, il Caprinese ed il Monte Baldo.

La popolazione locale, concentrata soprattutto in Affi, si raggruppa anche intorno ad altri piccoli centri (Caorsa, Coale, Incaffi, Castello) oltreché occupare alcune case sparse su tutto il territorio del Comune. Essa è dedita quasi completamente ad altre attività, ma è vissuta, fino a qualche decennio fa, con redditi sostanzialmente agricoli.

Fenomeno geologicamente interessante, nell'ambito del territorio comunale, il Monte Moscal, un'altura isolata che si eleva sino a 427 m. s.l.m., circondato da molte  colline di origine morenica. Appunto verso est - cioè verso il capoluogo - esso presenta pareti strapiombanti mentre ad ovest degrada lentamente verso il Lago di Garda. Il nome di Moscal deriverebbe al monte, secondo alcuni, dal fatto che nelle adiacenti cave di Incaffi si estrae uri calcare ricco di foraminiferi quali l'Operculina complanata e la Lepidociclina elephantina, le quali in sezione somiglierebbero - a detta dei locali - a mosche, appunto.

Ma in diversi documenti d'archivio sono nominati invece per tutto il basso medioevo terre qui giacenti in Monte Scalo, per cui Moscal sarebbe piuttosto contrazione di questo toponimo.

La base del monte è attribuita all'Oligocene mediosuperiore, mentre la parte sovrastante al Miocene inferiore. Oltre alla presenza di rocce del Cenozoico, affiorano alcuni depositi del morenico Riss e di Loess. In vetta al Moscal nella conca di S. Andrea dei cui edifici in questa sede ci occuperemo, una coltre di Loess giallastra tardo-wurmiano, di circa quindici metri, ricopre parzialmente un deposito del morenico rissiano. Da questo monte proviene, così, la pietra bianca di Affi che ha avuto anche in passato larghi impieghi monumentali, conosciuta come doveva essere fin dall'epoca romana.

Le pendici del Moscal, ricche di vegetazione, conservano memorie della presenza dell'uomo risalenti alla preistoria.  Proprio nella conca di S. Andrea, qualche anno fa in seguito alla effettuazione di uno scavo per l'impianto di un traliccio di un condotto di alta tensione, è venuta in luce una serie stratigrafica ricca di industrie e la cui tempestiva segnalazione è dovuta al Prof. Mario Pasotti di Garda.

L'immediato intervento, compiuto dalla Sovrintendenza alle Antichità delle Venezie, in collaborazione con la sezione di Preistoria del Museo Civico di Storia Naturale di Verona e grazie al personale interessamento del Gen. Ettore Formento, Capo di Stato Maggiore della FTASE, che ha provveduto ai mezzi ed ai servizi, ha reso possibile uno scavo di saggio, compiuto nella seconda metà del mese di agosto 1970.

Riferiscono Aspes e Fasani come è stato innanzitutto provveduto all' opera di setacciamento del materiale asportato dalle pale meccaniche che ha reso possibile il recupero di una quantità notevole di materiale e successivamente è stato intrapreso un saggio di scavo che ha messo in luce la seguente successione:

a) mura di età probabilmente romana;
b) livello a ciottoli e grossi massi, sterile;
c) livello di sabbie di dilavamente, sterile;
d) livello a ghiaie minute con ciottoli e ceramiche;
e) livello argilloso-terroso con tracce di focolare e ceramiche alla base;
f) livello a ceneri e carboni con alla base un grande focolare.

Ancora Aspes e Fasani precisano che del deposito, che si estendeva ancora per 60 cm al di sotto del livello raggiunto dallo scavo e che presentava vari strati a cenere e carboni (l'abbondante materiale recuperato) in prevalenza ceramico, sembra attribuibile ad una fase mediarecente dell' età del Bronzo (facies di Bar e dell'Isolone)(2)

L'anno successivo, nel corso di altre campagne di scavo - sono sempre Aspes e Fasani che ce ne informano - si provvedeva all' approfondimento dello scavo iniziato esplorando i livelli E ed F su un' area limitata a m 3 x 1,20, ciascuno caratterizzato da un focolare contraddistinto da una struttura in cotto con degli accumuli di pietre che, probabilmente, in origine, delimitavano la superficie dei focolari stessi.

Il focolare del livello inferiore era conservato in maniera del tutto eccezionale ed era rappresentato da un concotto dello spessore di circa 10 cm. con la superficie superiore perfettamente piana e lisciata. Entrambi i focolari erano inoltre caratterizzati da notevoli resti di ceneri e carboni. I due livelli hanno restituito resti ceramici attribuibili alla media età del Bronzo, associati a pochi manufatti silicei tra cui alcune schegge di lavorazione. Fu altresì constatato che il deposito si estendeva ancora, inferiormente al livello F, per circa 40 cm. Inoltre l'estensione dello scavo verso SE, mediante l'apertura di una trincea larga m 5x20, ha permesso di mettere in luce un altro lungo tratto di muro romano con resti di pavimentazione costituiti da un acciottolato regolare sopra al quale sono state raccolte alcune monete mal conservate e non ancora determinate, ma una delle quali è probabilmente riferibile ai Flavii, e resti di ceramica domestica, mentre sotto tale acciottolato sono venuti in luce resti di strutture murarie con tracce di pavimentazione riferibili, sempre secondo Aspes e Fasani, a due capanne e ceramica attribuibile alla tarda età del Bronzo («sensu Iato»)(3)



In vetta al monte Moscal, nei pressi di Incaffi, sorge il complesso di S. Andrea, con chiesa ed edifici annessi, già possesso dell' abbazia di S. Zeno, ceduto ai primi del secolo XIX alla famiglia Bottagisio e quindi passato, una cinquantina d'anni or sono, alla Congregazione dei Padri Stimatini, ed infine, in data recente, ad altri proprietari che hanno intrapreso opere di restauro e valorizzazione.

Il sito è veramente incantevole. Una prosa latina risalente al sec. XVI e dovuta probabilmente o a Paolo Ramusio o al canonico Adamo Fumano e pubblicata in premessa all' edizione giuntina delle opere del celebre medico Gerolamo Fracastoro, il quale aveva a pochi passi da S. Andrea una villa, ben descrive le qualità panoramiche del luogo(4).

Così infatti il brano nella bella traduzione fattane dal Pellegrini:
« ... a mattina, dalla parte dove le radici del  colle toccano L’Adige che. Col rapido lungo il Baldo, deflusso dal Tirolo, si gode la vista della lontana città di Verona e degli innumerevoli villaggi sparsi nella sottostante pianura ricca di greggi e di armenti di ogni specie, mentre quando annotta si scorgono i  fumanti  comignoli che si ergono  dai tetti, a sera la facciata (della villa del Fracastoro, n.d.r.) e rivolta verso il Benaco, e gode di una uguale vista per la varietà dei  colli che si presentano allo sguardo, ma ancor più incantevoli e gioconda, perché permette di ammirare lo specchio del del lago, mosso e agitato talora da frementi flutti, e di vedere la fortunata penisola di Catullo, mentre da lontano si profilano i navigli a vela, le erranti minuscole barchette dei pescatori, e i numerosi paeselli posti sui ridenti promontori. Guardando in basso, lo spettatore gode la vista di Bardolino, ed ecco le colline   che si avvicendano coronate di olivi e di limoni, ecco ancora i boscosi gioghi dei monti sorgenti dalle acque, rallegrati da verdeggianti pascoli. Verso mezzodì, proprio davanti alla casa (sempre del Fracastoro, n.d.r.) una curvatura del terreno, poco rilevata ed allietata da alberi fruttiferi, ripara dai venti, mentre il Baldo, che si drizza verso settentrione, modera ogni rigore della stagione invernale; e così, nel mezzo dell' estate, quando il sole si fa maggiormente sentire, i ricorrenti Etesii mantengono una dolce ventilazione, tanto che non reca noia la canicola, mentre nell'inverno il sito resta quasi sempre soleggiato e le giornate vi scorrono ognora prive di nebbia. Il Benaco, gareggiando con la naturale azione dei lidi marittimi, non gela mai, e toglie ogni rigore all'inverno, mentre apporta ancora altri vantaggi non certo di poco momento, offrendo anche la fortunata pesca delle famose trote e dei carpioni»(5).


Il nucleo più antico del complesso di S. Andrea va identificato nella chiesa e nell' edificio contiguo. La chiesa doveva già esistere nel secolo XI anche se le testimonianze archeologiche di quest' epoca sono assai scarse. Così della chiesa ne rilevava le caratteristiche, agli inizi del secolo scorso, l'Orti Manara:
«Modesto è l'ospizio, e di grandezza proporzionata ad esso la chiesa, che sembra costruzione dell'XI secolo, od in quel torno. Essa è a tre navi. La sua lunghezza fino al coro è di metri 18,50; la nicchia ha la lunghezza di metri 4,10. È larga metri 10,95, alta nella navata di mezzo metri 7,80. Gli archi a pieno centro che dividono le navate, sono quattro sostenuti da pilastri quadrati. Sopra la nicchia dell'altare vedesi una piccola fenestra rotonda. La facciata è semplicissima. La torre del campanile è quadratae".
Più abbondanti sono invece, dal secolo XI in avanti, le testimonianze relative alla chiesa e al complesso, testimonianze riesumate nei tre fondi dell'Archivio di Stato di Verona, nei quali, smembrati, si ritrovano ora i documenti della abazia zenoniana (Ospedale Civico, Orfanotrofio femminile, Abazia di S. Zeno).

Il Mor, riassumendo ed arricchendo precedenti studi in proposito, ci ricorda, anche sulla scorta della toponomastica, come tutta questa zona, tra l'anfiteatro morenico di Rivoli e il Moscal, risulti, già dal secolo VIII, fortemente Iongobardizzata ed organizzata militarmente:
 «All'ingresso dell'altipiano, salendo dall'Adige: S. Michele (sopra Cavaion) e di fronte Monte alto di Gaiun (gahagium); a sopraccapo di Affi: Ari e, di fronte, guardante l'Adige, Gaiun; immediatamente a nord di M. Moscal una frazione è chiamata Pertica (che in genere indica i cimiteri longobardi, come a Pavia e a Cividale) distante poco più di tre chilometri da Costermano (Costa Arimannorum), di fronte al quale - a due chilometri - stanno Valdonega e Gazzoli»(7).

«Già da questi dati - sottolinea il Mor - si potrebbe indurre che tutta questa zona, da Affi (Ari) a Costermano e Valdonega sia zona arimanniea, cioè fiscale: ma proprio il documento dell'825 ci avverte che nella località Bestones vi era una casa domini regis, cioè un piccolo centro economico dipendente dalla camera regia. Alle quali notizie va aggiunta l'altra, data dal Canobio e Biancolini, che nella donazione pipiniana a S. Zeno (intorno all'807: C.DV. 1,84) beni regi si trovavano a Moratica, a Bardolino e “la chiesa di S. Andrea nel luogo de Cavi, hora chiamato Incaffi (fraz. di Affi) con ville, campi, prati et con la giurisditione sopra gli habitanti nel modo che haveva esso re":  dal che deduciamo che anche la zona di Affi era di pertinenza regias”.

«La ragione di questa organizzazione autonoma - aggiunge ancora il Mor - la troveremo facilmente se teniamo presente l'ipotesi messa avanti da Sartori, e cioè che proprio per la valle del Tasso passante la grande strada di Val d'Adige che, valicato il fiume a Ponton, puntasse su Rivoli o direttamente o facendo il più lungo tratto - ma più dolce - per Affi e Caprino. Non dimentichiamo che in questa zona si accampò Leutari, nella vana attesa del fratello; che qui dovette arrestarsi l'offensiva franca del 590 e che al suo sbocco fu sempre la zona tradizionale dell'acquartieramento degli eserciti imperiali, fino al XIII secolo, tra Lazise, Pastrengo e Pacengo»(9).

Allo stato attuale degli studi non sappiamo se si possa  credere al Canobio e al Moscardo circa la donazione pipiniana di S. Andrea a S. Zeno nell'807: i privilegi rilasciati alla celebre abazia prima dell' anno Mille non nominano mai questo possesso accanto ai numerosi altri che essa aveva sia in provincia di Verona sia altrove(10).

Questo è comunque, per completezza di informazione, quanto afferma, nella sua manoscritta Historia di Verona, il Canobio:
«Pipino fece donatione, et la sua offerta a detta chiesa (di S. Zeno) per lo vivere e per lo sostentamento dell' Abate, e de suoi monaci; acciocché potessero attendere alle orationi et ai divini offici. La dote fu questa; la Chiesa di S. Pietro di Moratica con tutto quello che quivi possedea Pipino; la chiesa di S.to Andrea nel luogo dei Cavi; hora chiamato Incaffi, con ville, campi, prati et con la giurisdittione sopra gli abitanti, nel modo che havea esso Re; la chiesa di S. Zeno, edificata da esso Re nella terra di Bardolino, vicino allago, con quanto quivi possedea; diede loro anco il bosco del Mantico.
Oltre a ciò donò diversi vasi di oro, e di argento; gli Evangeli scritti a penna tutti ornati di oro e di gemme pretiose»(11) .

E quasi alla lettera la notizia è ripresa dal Moscardo:
«Pescia Pipino concesse alla chiesa di S. Zeno la chiesa di S. Pietro in Moratica con tutto quello, che quivi possedeva, la chiesa di S. Andrea nel luogo de' Cavi, hora chiamata Cafi con ville, campi, prati et con la giurisditione sopra gli habitanti, la chiesa di S. Zeno da esso edificata nella terra di Bardolino vicino al lago, il Bosco del Mantico, et in oltre molti vasi d'oro, e d'argento, gli Evangeli scritti a mano ornati d'oro, e di gemme pretiose(12).

Il primo documento certo che ricorda S. Andrea fra i possessi di S. Zeno è invece un diploma di Enrico II, re d'Italia, del 1014
(«in Cavi cellam Sancti Andrea cum pertinentiis suis»),  
seguito da un diploma di Enrico III del 1047
(«in Cavi cellam Sancti Andrea cum pertinentiis suis»).
Seguono tra gli altri i due diplomi di Federico I del  1163 e di Urbano III del 1187 che ricordano
«curtern Castelli novi cum famulis utriusque sexsus et onmi onore et districtu et redditu cum ecclesie Sancti Andree et ecclesia Sancte Eufemie et Sancti Petri in Affi», vale a dire la nostra chiesa di S. Andrea, una chiesa di S. Eufemia che sorgeva ad essa adiacente, e quella di S. Pietro di Affi, cioè l'attuale parrocchiale di quel centro(13).

Queste dei diplomi sono date che concordano anche con quelle alle quali si può far risalire il perimetro della chiesetta, vistosamente rifatta in vari momenti successivi, ma le cui fiancate sono senz' altro da assegnare al secolo XII, anche per la presenza in esse di monofore strombate, caratteristiche del romanico veronese. Le murature in questione, come del resto quelle successive, sono tutte ottenute con conci di pietra delle vicinissime cave, risultando del tutto assente il laterizio.
Forse, anzi assai probabilmente, anche la spartizione in tre navate dello spazio interno risale al secolo XII, pur se i pilastri divisori saranno poi, nella rifabbrica, rinnovati.

Relativamente alla chiesa di S. Eufemia che è pur nominata dai documenti c'è da aggiungere che ancor oggi, accanto alla chiesa di S. Andrea, si indica il luogo sul quale sarebbe sorto tale edificio e sul quale esiste adesso un capannoncino.
Secondo Raffaello Brenzoni sarebbe tutt'altro che provata l'esistenza in passato della chiesetta di S. Eufemia nella zona tra Incaffi e Caorsa. La notizia data a titolo di cronaca, senza alcuna seria testimonianza, dall' abate Gaiter, in un articoletto di giornale, non troverebbe infatti per il Brenzoni sostegno alcuno in prove documentarie(14).

L'esame da lui compiuto nei volumi delle visite pastorali della seconda metà del secolo XVI, custodito nell'Archivio Storico della Curia vescovile, sarebbe stato negativo:
«Nessun accenno ad una chiesuola dedicata a S. Eufemia mentre è tramandata memoria di varie piccole chiese oltre a quella di S. Andrea ... Probabilmente si trattava di un capitello o di una cappellina rurale in cui era dipinta la Santa»(15).
Ma il Brenzoni non teneva presente che S. Andrea non era chiesa soggetta all'autorità vescovile, e che quindi né a S. Andrea, né a S. Eufemia il vescovo si recava in visita pastorale.

Presso la chiesa di S. Andrea di Incaffi dovette risiedere, fin dai tempi della sua fondazione, una piccola comunità di monaci benedettini, provenienti dalla più grande comunità del monastero veronese di S. Zeno. Tale comunità, su modello di altre sparse anche nello stesso territorio veronese - e si cita qui per tutte l'esempio di S. Maria del Degnano in Fumane - era soggetta ad un priore, scelto di volta in volta dal capitolo di S. Zeno e qui inviato per svolgere le funzioni connesse al suo grado, ivi comprese quelle di amministrare, in maniera sostanzialmente autonoma, i beni patrimoniali di cui la chiesa era provvista, beni in genere terrieri che venivano assegnati per lo sfruttamento a coltivatori per lo più del posto, dietro versamento di  un canone di locazione.

Fra le moltissime carte di locazioni che riguardano i possessi di S. Andrea e che sono conservate negli archivi, ricorderemo, fra le prime, quella datata 20 dicembre 1287: con essa Pietro, abate del monastero di S. Zeno, concede per vent' anni ad Albertino di Abramo del fu Mastino da Castelnuovo dell' Abate, contro un buon cappone da consegnarsi ogni anno al Monastero:
«quadam peciam terre arative casalive iuris ecclesiae sancti Andree, que ecclesia est cappella dicti monasterii et dicto monasterio pertinet pleno iure, iacentem in curia et pertinentia Castrinovi predicti ... » (16).

Un documento, abbastanza esplicito in proposito di residenza a S. Andrea di monaci, è quello redatto il   3 agosto 1389 in S. Zeno a Verona laddove è detto che la chiesa e il priorato di S. Andrea di Incaffi in diocesi di Verona
«cum omnibus iuribus, iuriditionibus et pertinenciis suis in temporalibus et spiritualibus»
 sono soggetti  
«pleno iure et immediate»
all' abate e al capitolo del Monastero di S. Zeno di Verona, e ciò
«tam ex concessionibus et privilegis papalibus et imperialibus eodem monasterio et capitulo concessis»
e come il monastero e il capitolo si avvalgano di questi diritti da così tanto tempo che non vi è memoria d'uomo che possa affermare il contrario, e avendo bisogno dello priorato di priore e di preti che di notte e di giorno recitino l'ufficio divino, tutto ciò premesso, l'abate Iacobello di Pasti nomina priore a S. Andrea frate Guglielmo, prete e monaco di S. Zeno (17).

Analogo documento venne redatto qualche anno appresso, il 28 ottobre 1392. In esso si recita che, essendo la chiesa e il priorato di S. Andrea
«de Hencavio Gardesane» in diocesi di Verona, con ogni suo diritto e fondazione, e pertinenza, sia nella sfera temporale come in quella spirituale, spettante all'abate e al capitolo di S. Zeno di Verona, compreso quello di porre e deporre
«ad beneplacitum voluntatis, presbiteros et priores, rectores et gubernatores in dieta ecclesia et prioratus  S. Andree de Hencavio, qui in ipsa ecclesia divinum officium diuturnum et nocturnum faciant et celebrent necnon bona ipsius gubernent et adrninistrent»,
e poiché il beneficio si è reso vacante, volendo provvedere la chiesa e il priorato di un superiore idoneo
«qui in dieta ecclesia possit facere et exercere offitium ecclesiasticum et si qua administranda fuerint administrare»,
considerando essere persona a ciò idonea frate Tomaso prete e monaco del monastero di S. Zeno, Bernardo de Ansoldis de Cremona, vicario dell' abate Pierpaolo Cappelli, si nomina detto frate Tomaso priore di S. Andrea".

La vita comune presso il priorato di S. Andrea dovette cessare nel 1425 quando il monastero di S. Zeno di Verona ebbe a subire i tristi effetti di una grave crisi.
I fatti sono noti: nel 1421 l'abate Pietro Emilei, per una crisi di carattere religioso, rinunciava alla dignità abaziale nelle mani di papa Martino V, il quale conferiva a Marco Emilei il titolo di abate commendatario di S. Zeno.
Questi, che non era un monaco e quindi non viveva in S. Zeno, in data 1 settembre 1421 separava definitivamente la mensa (cioè le rendite) dei monaci da quella abaziale, creando in Sostanza due distinte amministrazioni.
In seguito a questa riforma si cominciò ad eleggere annualmente in S. Zeno un monaco priore,  mentre il titolo di abate rimaneva, a vita, al dignitario ecclesiastico che, standosene altrove, godeva di buona parte dei proventi dell' abazia, e che era di volta in volta nominato dal Papa, su segnalazione del governo veneziano(19).

Il documento del 2 gennaio 1425, relativo alla istituzione della mensa dei monaci ed edito anche dal Biancolini, ha un passo che ben chiarisce la nuova situazione venutasi a creare in queste occasioni per la chiesa e il priorato di S. Andrea:
«Insuper predicti monachis et conventui dictus dominus abbas assegnavit et concessit certos redditos ... ; prefasti quoque monachis, et conventui, perpetuo assignando, et concedendo redditus, et affictus eccelesie non curate, seu beneficii manualis  S. Andrea de Encavio ad mensam abbatis pertinentes, qui similiter secundum communem estimationem non excedunt summam centum decem librarum denariorum veronensium denariorum, hoc addito, quod teneatur singulis annis in festo S. Andree apostoli mittere unum presbiterum illuc, qui celebret in eadem ecclesia secundum consuetudinem usque ad hodiernum servatam»(20).

S. Andrea divenne da questo momento amministrazione della «mensa» dei monaci, fatto loro obbligo di procurare che ogni anno, nella festa del titolare, un sacerdote salisse alla chiesetta per celebrare la S. Mesa.
Va tuttavia doverosamente rilevato che anche dopo la   soppressione del priorato, i monaci a San Zeno ebbe sempre egualmente cura della chiesa e degli edifici annessi: ne sono buona testimonianza i lavori che essi continuarono ad eseguirvi anche nei secoli successivi.

 La chiesetta  di S. Andrea dovette esser3 ricostruita appunto,  a cura e spese dei monaci di S. Zeno, nella seconda metà del secolo XV, a tre navate divise da pilastri quadrangolari.
La nuova costruzione, che è poi quella  pervenutaci, era pronta per la consacrazione il 12 febbraio 1503, avvenuta per mano del vicario generale del Vescovo di Verona, come dice un'iscrizione su pergamena, conservata fino al secolo scorso nella chiesa:
«Die XII. feb. M. D. III.  in die septuagesimae consecrata fuit eccelsiae et altare majus huius ecclesia S. Andrea per  r.mum Antonius Zio, Dei et Apostolicae  sedis  gratia  episcopum colmonensem».

La stessa iscrizione riferiva altresssì che nel 1525 la chiesa di S. Andrea dovette essere «riconciliata»:
«Die X. Mensis Maij M. D. XXV. reconciliata fuit ecclesia S. Andrea in Caffio et denuo consecratum altare in honorem S.ti Andreae per r.mun S. Antonium de Beccharijs Ferrariensem Episcopum Scutarensem in quo quidem altari reconditae sunr plures reliquiae, sed specialiter S. Andrea, S. Proculi, S. Euprepij, S. Ignatij, et S. Apollinaris».
Ed infine concludeva:
«Haec fideliter ex antiquario extracta adhuc vetustatem spirat»(21).

Nell' archivio degli Stimatini ho rintracciato anche la pergamena originale che era stata posta nel 1525 nell'altare, demolito dagli stessi Stimatini quando, non molti decenni fa, divennero proprietari del complesso.
Contiene una dichiarazione del  10 maggio 1525, da parte di Antonio de Beccaris vescovo di Scutari nella quale è detto,
«MO. XXV, die decimo mensis   Ego Antonius de Beccariis   Episcopus  Scutarensis consecravi hoc altare in honorem Sancti Andreae apostoli et reliquias  Sanctorum Anfreé,  Proculi, Euprepii, Ignatii,  et Apollinaris in eo inclusi.  Singulis Christi fidelibus hodie unam annum et in die anniversario consecrationis huiusmodi  ipsorum  visitantibus quadraginta dies de una indulgentia in forma ecclesiae consueta concedens»(22).

In quegli anni si intervenne oltreché su S. Andrea anche sul sacello di S. Eufemia. Un foglio volante dell'archivio di S. Zeno ci dà infatti notizia di un pagamento eseguito al mastro muratore Bonadio, in data 25 agosto 1520 per lavori eseguiti in tale cappella(23).

Nel secolo XVI il complesso di S. Andrea di Incaffi, anche per la presenza nelle sue immmediate vicinanze della casa abitata dall'illustre medico e filosofo Gerolamo Fracastoro, fu meta di visite di illustri personaggi.
Qui infatti Gerolamo Fracastoro si recava tra l'altro a cacciare, nei boschi che allora coronavano e tuttora coronano il monte Moscal e qui, su queste alture, come racconta al veronese Francesco Dalla Torre, in un carme che gli dedica, portava i figli a svagarsi e a studiare: la bella descrizione del paesaggio pastorale si. può leggere nella traduzione italiana curatane da Francesco Pellegrini(24),  il quale ci dà anche la traduzione di un altro carme del Nostro, diretto al Cardinal Alessandro Farnese junior - allora abate commendatario di S. Zeno - in accompagnamento del dono di due cani da caccia, allevati ed addestrati sempre sul monte Moscal e sempre, probabilmente, sui terreni del monastero(25).

Del primo carme citato meritano qui di essere riportati almeno questi pochi versi che si riferiscono alla descrizione del paesaggio attorno a S. Andrea:

«Come l'alba s'avanza, ecco ci allieta
Il sol nascente, che in più bella aurora
Non vedi altrove, allor che in nova luce
Ogni cosa s'allegra, e boschi e roccie,
E l' aere stesso fra i dipinti veli
Delle nubi. Ad occaso indi rivolto
Mando un saluto da elevato colle
Al Benàco, nel qual le verdi Ninfe
Cento fiumi riversano e li accoglie
Con ampio seno in poderoso corso
Lo stesso Genitor. Ed ecco i bovi
Che gli alti boschi risonar, muggendo,
Fanno, allietarti la visione, e insieme
Le capre in gregge a pascolar sospinte;
Precede il becco dall'irsuta barba
Con le pendenti tortuose corna,
E lezzo spande dal fetente corpo;
La pastorella con la canna in mano,
E la cintura dei suoi fusi armata,
Segue spronando le più pigre. Intanto,
Dove più fresca della selva è l'ombra
A me vicino i pargoletti chiamo,
Già pronti al culto dei silvestri numi,
Perché portino seco i passatempi
E i libri; quindi la lettura inizia,
Assisi sopra un verdeggiante letto,
Od una pietra, sotto un faggio carco
Di ghiande, o all'ombra d'un castagno irsuto.
Canori augelli, a svolazzare avvezzi
Dei boschi intorno a quelle eccelse fronde,
Allegran l'aere coi gorgheggi loro.
Dan modo l'ombre della fitta selva,
E quelle ancora sui ridenti prati
A passar l'ore pria del pasto. Poscia
Assetati i figlioli,  e, forse stanchi,
Già della lunga applicazione il peso
Sentono, e a noia vengon loro i libri,
E Pane, e, insieme colle Muse, i pini
Del gelato Liceo: precorron essi
A provvedere nei lucenti vetri
E l'acqua e il vino, e a ricoprire il desco
Di variopinti fiori; e anch'io mi appresso.
I  verdi fichi e le prugnole in tinte
D'altro licor danno alla mensa inizio,
A cui il pollaio, a sufficienza, e l'orto
Concorron dopo. Risuonare intanto
L'aia si sente in reiterati colpi;
Stridon le messi; e, sotto il sol, i forti
Coloni sferzan, di flagelli armati,
Con vece alterna, sul terren le biade,
S'alza il rumor e ne rintrona il suolo,
E le rupi vicine; e strepitando .
Ròtean ne l'aria le spogliate paglie.
Cerere in alto, dall'Olimpo, ammira
E ride lieta ... ».

Del secondo carme sarà il caso di riportare almeno questi versi, sempre rivolti al Cardinal Farnese suo amico, mecenate e protettore:

«Ed io frattanto, Te patrono avendo,
Are a Te sacre istituirò fra questi
Monti d'Incaffi, dove un alto colle
Sua vetta innalza, che mirar concede
Giù dal Benaco l'uniforme specchio,
I verdi olivi sulle rive, e ancora
Di Catullo la patria. Or qui solenne
Un giorno a Te consacrerò, ed i sacri
Riti ad ogni anno rinnovando, il nome
Tuo fisserò per sempre. Allor le rose,
I purpurei giacinti e le violette,
Con le verbene siano date al vecchio;
Di fior corone siano fatte, e un serto
Verde ricinga la canuta chioma,
Mentre, fugando i dolorosi affanni,
Nettare dolce allieterà, di Bacco,
L'ore fugaci dell'età cadente.»

Anche Giorgio Iodoco Bergano, contemporaneo del Fracastoro e che era monaco del monastero di S. Zeno (gli spettava anzi il convento di S. Andrea) canta in un suo poema l'amico medico e il colle di Incaffi(26)  e poco dopo Tommaso Becelli in un suo poemetto latino in lode di Costermano e del Benaco, discorre anch' egli degli stessi terni(27).

Agli inizi del secolo XVII il tetto della chiesa, che fino ad allora doveva essere a varie falde, venne ridotto a due falde e ciò per la costruzione, sopra le navate laterali, che erano rimaste fino a quel momento più basse della centrale, di due serie di locali.
In quell'occasione, e precisamente nel 1608 la chiesa fu dotata di affreschi eseguiti da Paolo Ligozzi e fino a poco fa ancora esistenti anche se ampiamente e malamente ridipinti sulle pareti interne e nella volta della nave maggiore del sacello.
Tali affreschi, con santi dell'ordine benedettino sulle pareti laterali pur non avendo grande valore artistico, costituivano tuttavia, un elemento altamente qualificante nell' ambito del complesso. Ma purtroppo una malintesa necessità di riportare l'ambiente alle supposte forme primitive ne decretò la distruzione.
Da una relazione tecnica su tali affreschi redatta il3 marzo 1970 dal restauratore Francesco Pellizzoni e cortesemente trasmessami dall' amico Pierpaolo Cristani, traggo queste notizie: gli affreschi si estendevano nel complesso su una superficie di circa 250 mq.  sulle zone degli interpilastri sulle pareti perimetrali, sull' arco trionfale, sugli spicchi dell'abside, forse sul tamburo dell'abside e sul tamburo della navata centrale.

Le condizioni di conservazione erano molto varie, ma si potevano così schematizzare: molte zone di intonaco vuote e spanciate; grandissime zone ridipinte (tutti i fondi delle zone perimetrali, tutte le figure ed i fondi della zona del tamburo centrale, tutte le figure ed i fondi del catino absidale, le figure dell' arco trionfale); un generale offuscamento delle zone basse dovuto a umidità, alterazione delle ridipinture e parziali cadute del colore.
Date le condizioni ed il carattere eminentemente «decorativo» degli affreschi un restauro non avrebbe potuto prescindere da un completo riordino di tutta la superficie frescata e da un ripristino architettonico coordinato con che avesse eseguito il restauro dei dipinti.

Di Paolo Ligozzi si conservava qui, fino a qualche anno fa, quando venne rubata, anche la pala ch'era un tempo sull'altare maggiore del sacello, raffigurante Madonna santi e un monaco offerente.
La pala ostentava anche la seguente iscrizione:
«Hic mihi vos iunxi, coelo me iungite/ vobis o pvero mater, matreq. digne puer/ p. Petrvs Loker. etat sue. 61/ AN. DNI, 1608. 17 maii».
Dal che si deve intendere che il monaco Pietro Loker (l'abazia di S. Zeno era allora abitata da monaci tedeschi) aveva offerto all'età di 61 anni, la pala, e probabilmente anche gli affreschi, assumendosene le spese(28).

Pochi altri lavori vennero eseguiti successivamente dai monaci di S. Zeno: le carte di archivio ci dicono ad esempio come nel 1694 venisse restaurata la scala di accesso alla chiesa (più che di un restauro si trattò probabilmente di un rifacimento) mentre nulla sappiamo circa la costruzione del campanile che pur dovrebbe essere di questi anni(29).

Sul campanile sono comunque o lo erano fino a non molto tempo fa, alcune interessanti campane: una prima (kg. 40), datata 1413, e ricca di fregi e figure; una seconda (kg.20), firmata da certo Rossi di Sandrà e datata 1715, pure ricca di fregi e figure; una terza infine (kg. 10) che non porta né data né fregi.

Anche della costruzione settecentesca del fabbricato con portici, sotto stante la chiesa, ora dall' attuale proprietario pur restaurato, nulla gli archivi ci hanno fatto pervenire.

I diritti di S. Zeno su S. Andrea e pertinenze cessano di essere esercitati con la soppressione della mensa monacale avvenuta in note circostanze nel 1771.
Nella stima delle fabbriche del Monastero di S. Zeno, stesa in data 28 giugno 1771, sono descritte numerosissime pezze di terre tenute a campo o a bosco o a prato con le loro rendite(30).

Successivamente alla demaniazione il complesso sarà acquistato dalla famiglia Bottagisio.
Così infatti il Da Persico nel 1821:
«S. Andrea, antica chiesa de' monaci di S. Zeno, che sin dalla metà del IX secolo la possedevano colla circostante campagna, come si ha da documenti, ora è del signor Jacopo Bottagisio. Sta essa nella pianura, in cui il Moscal distende la cima. La struttura e le parti, l'origine e la memoria di questo tempio, oltre l'amena vista, che s'ha di costassù, delle soggetti valli di Caprino e dell' Adige con tutta quasi la veronese campagna da mattina a mezzodì, e da sera del lago colla bresciana riviera daranno buon pro a chi vi poggi, sia letterato, o antiquario, o semplice ammiratore della natura e del bello. La tavola dell' altar maggiore, e tutta la chiesa, è dipinta a grandi figure da Paolo Ligozzi, al qual fecero i Benedettini esercitar l'arte del suo pennello in più luoghi di loro possedimentos»(31).

I Bottagisio terranno il complesso fino ai primi anni di questo secolo, apportandovi, nel 1862, numerose modifiche.

Furono i Bottagisio appunto che sopraelevando di un piano il fabbricato in fianco alla chiesa, dotandolo di una nuova monumentale scala contenuta in una torretta, imbellettando il tutto con delle merlature di coronamento, tentarono di fargli assumere il romantico aspetto di un maniero. L'operazione ebbe il torto peraltro di occultare nelle nuove fabbriche l'antico campanile, nonché di alterare sensibilmente il rapporto che esisteva fra la modesta fabbrica a lato della chiesa e la chiesa stessa, fino a pochi anni fa così inviluppata in tante sovrastrutture. Un intervento di ripristino degli originari rapporti fra volumi della chiesa e del suo complesso si era quindi imposto con lo smantellamento di tutte le superfetazioni ottocentesche, il che è recentemente avvenuto, anche se con criteri non sempre sottoscrivibili.

Fonte:  srs di Pierpaolo Brugnoli  da Annuario Storico Zenoniano 1986


NOTE

l).  L. SIMEONI.

2). A. ASPES - L. FASANI, S. Andrea di Incaffi (Affi, Prov. di Verona), «Rivista di Scienze Protostoriche», XXV (1970), p. 413.

3). A. ASPES - L. FASANI, S. Andrea di Incaffi (Affi, Prov. di Verona), «Rivista di Scienze Protostoriche», XXVI (1971), p. 474.

4). H. FRACASTORII, Opera omnia, Venezia 1584.

5). F. PELLEGRINI (a cura di), Vita di Girolamo Fracastoro, versione di incerto autore del XVI secolo, Verona 1952, pp. 10-11.

6). G. ORTI MANARA, Intorno alla casa di. Girolamo Fracastoro nella terra di lncaffi, Verona 1842, pp. XI-XII.

7). C. G. MOR, Dalla caduta dell'Impero al Comune, in («Verona e il suo territorio», vol. II, Verona 1964, p. 51.

8). C.G. MOR, Dalla caduta, p. 51.

9). C.G. MOR, Dalla caduta, p. 51.

10). Si veda a tal proposito E. ROSSINI, Giurisdizioni e proprietà fondiarie del monastero di S. Zeno dedotte da documenti pubblici anteriori all'anno Mille, in AA.VV., Studi Zenoniani, Verona 1947, pp. 64-170.

11). L. CANOBIO, Historia di Verona (ms. del secolo XVI della Biblioteca Comunale di Verona, C. 28v. e seg., citato da V. FAINELLI, Codice Diplomatico Veronese, voI. I, Venezia 1940, p. 101.

12). L. MOSCARDO, Historia di Verona, Verona 1668, p. 82.

13). Alcuni dei documenti qui citati sono pubblicati in:
MGH, Heinrici II et Arduini diplomata, Hannoverae et Lipsiae MDCCC, n. 309, pp. 387-389 (1014, 21 maggio);
G.B. BIANCOLINI, Notizie storiche delle chiese di Verona, voI. I, Verona 1749, p. 47 (1014, 21 maggio);
MGH, Heinrici III diplomata, eds. H. Bresslau e P. Kehr, Berolini MCMXXI, n. 203, pp. 263-266 (1047, 8 maggio);
G.B. BIANCOLINI, Notizie storiche ... , voI. V, parte I, Verona 1761, p. 83 (1047, 8 maggio);
MGH, Friderici I diplomata, ed. A. Appelt, Hannoverae 1979, n. 422, pp. 309-311 (1163, 6 dicembre).

Altre citazioni in:
G.B. BIANCOLINI, Notizie storiche ... ,vol. II, Verona 1749, p. 696;
G. B. BIANCOLINI, Notizie storiche ... , voI. I, p. 53;
G.B. BIANCOLINI, Notizie storiche ... , voI. V, parte I, p. 95.
Originali e copie in A.S.V. Orfanotrofio Femminile, pergamene 15(1), 15(2) e 17 (1014, maggio 21); pergamene 15(3)e 17 (a. 1027); pergamene 26,28(1),28(2)',28(3) (1163, 6 dicembre e 1187, 13 ottobre).

14.). «Collettore dell'Adige», anno 1854, n. 79, p. 315.

15). R. BRENZONI, Documenti per la biografia di Gerolamo Fracastoro, «Studi Storici Veronesi», voI. V (1954), pp. 62-83.

16). Archivio di Stato di Verona, (d'ora in poi dire A.S.v.), Orfanotrofio Femminile (d'ora in poi G.F.) reg. 1-2, C. 73v.

17). A.S.v., G.F., reg. 1.15, c. 89.
18). A.S.V., G.P., reg. 1.16, c. 141.

19). Sulle vicende del monastero di S. Zeno ed in particolare sulla sua soppressione, si vedano
 M. CARRARA, La biblioteca e il monastero di S. Zeno, Roma 1952;
V. CAVALLARI, Verona e S. Zeno, Verona 1953;
A. DA LISCA, La basilica di S. Zenone, Verona 1940;
G. EDERLE, La basilica di S. Zeno, Verona 1954;
R. FASANARI, Le riforme napoleonicbe a Verona, Verona 1964;
V. FAINELLI, Storia degli ospedali di Verona, Verona 1962 ed ora anche
P. BRUGNOLI e G. MAROSO, L'abazia di S. Zeno e il suo chiostro monumentale in L'abazia e il chiostro di S. Zeno Maggiore in Verona. Un recente intervento di restauro (a cura di P. BRUGNOLI), Verona 1986.

20). G.B. BIANCOLINI, Notizie storiche delle chiese di Verona, voI. I, p. I, Verona 1961, p. 139.

21). Oltreché dall'ORTI MANARA citato l'iscrizione è riportata anche da F. BALESTRA, Privilegia Monasterii S. Zenonis ... , tomo 2, ms. in A.S.V., Abazia di S. Zeno, n. 2, C. 147.

22).  Archivio della Congregazione delle Stimmate di Verona, busta «S. Andrea di Incaffi»,

23).  A.S.v., Abazia di S. Zeno, busta 30 del vecchio ordinamento, foglio volante.
24). F. PELLEGRINI, Vita, pp. 28-32.

25).F. PELLEGRINI, Vita             , pp. 33-38.

26). J.G. BERGANI, Benacus, Verona 1545, p. 35.

27). T. BECELLI, De Laudibus Castri Romani et Benaci, Verona 1579.

28). Liscrizione è riportata anche dall'ORTI citato.

29). F. BALESTRA, Privilegia ... , tomo 3, c. 141.

30). A.S.v., Abazia di S. Zeno, reg. n., Misura e stima delle fabbriche ... , cc. 9-16.

31). G.B. DA PERSICO, Descrizione di Verona e della sua provincia, parte seconda, Verona 1821, pp. 190-191.