martedì 30 novembre 2010

BRUNO LEONI. Ancona, 26 aprile 1913 – Torino, 21 novembre 1967

Bruno Leoni
In questi giorni, in occasione della ricorrenza della sua morte, vedo che alcuni  ricordano Bruno Leoni
Di lui purtroppo ho letto poco, ma ricordo molto bene due  sue asserzioni  che ho archiviato e che mi sono  sempre rimaste bene in testa: 


1) Il diritto nasce dalla continua contrattazione tra privati e dovrebbe venire “scoperto” da esperti, non inventato da imbecilli. 
Pertanto un ordinamento consuetidinario è l'unico in grado di adeguarsi alle istanze della società in modo corretto e causando meno torti.


2) Il potere legislativo è il MALE. 
Andiamo a votare come dei pirla gente che poi legifererà per premiare e punire minoranze. 
I parlamenti democratici pensano di risolvere ogni problema con una nuova legge producendo, nel migliori dei casi, tonnellate di regolamenti che male omologano una realtà differente. 
L'inflazione legislativa, inoltre, causa una crescente insensibilità verso le leggi. 



Risulta chiaro come questo scritto evidenzi parte  dei problemi che affliggono le moderne democrazie, e in particolare quella italiana. Il risultato è che per questi scritti, Leoni fu ed è ancora largamente ignorato.

lunedì 29 novembre 2010

Eugenio Benetazzo. DESTINO MANIFESTO

Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna ormai stanno diventando il leitmotiv delle riflessioni delle comunità finanziarie internazionali, come se l'unica preoccupazione su cui ci dovremmo soffermare fosse la tenuta nel breve dei conti pubblici di questi paesi. Il cosa scegliere ed il dove posizionarsi a livello di investimento è stato da me ampiamente trattato in svariate occasioni e contesti mediatici, tuttavia l'interrogativo principe cui ci dovremmo porre in questo momento non è se il tal titolo di stato è a rischio default, ma piuttosto quale non lo sarà. Cercherò di trasmettervi questo mio pensiero nel modo più comprensibile possibile.

La crisi del debito sovrano in Europa è una crisi di natura strutturale (e non congiunturale) dovuta a fenomeni macroeconomici che hanno espresso tutto il loro potenziale detonante attraverso un modello di sviluppo economico turboalimentato da bassi tassi di interesse e costi irrisori di manodopera che porta il nome di globalizzazione. Quest’ultima non nasce  dalla naturale evoluzione del capitalismo classico, quanto piuttosto è una soluzione studiata a tavolino da potenti lobby di interesse sovranazionale per risolvere l'angosciante diminuzione dei profitti e degli utili aziendali in USA ed in Europa, causa un progressivo ed inarrestabile processo di invecchiamento della popolazione unito ad una decadente natalità dei nuclei familiari.

Le grandi multinazionali vedranno infatti costantemente contrarsi sia i fatturati che i livelli di profitto in quanto ormai quasi tutti i mercati occidentali sono maturi, saturi o addirittura in declino (pensate al mercato automobilistico, non sono casuali le recenti esternazioni di Sergio Marchionne). Tra quindici anni le persone anziane, gli over sessanta, rappresenteranno una quota sempre più consistente delle popolazioni occidentali (in Italia saranno stimati quasi al 40%). Una persona anziana purtroppo non rappresenta il clichè del consumatore ideale, infatti contribuisce marginalmente poco al livello dei consumi rispetto ad un trentenne (quest’ultimo infatti si trova appena all’inizio del suo progetto di vita: si deve sposare, deve comprare un’abitazione, fare figli, acquistare un’autovettura, divertisi nel tempo libero, andare in vacanza, vestirsi alla moda e così via). 

Se da una parte infatti diminuirà il livello dei consumi, dall’altra aumenterà invece il peso angosciante del welfare sociale (ricoveri, degenze, assistenza medica e pensioni di anzianità) andando a pesare sempre di più in percentuale ogni anno sul totale della ricchezza prodotta. In buona sostanza stiamo parlando di paesi (USA, Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Spagna & Company) il cui destino è piuttosto ben delineato: inesorabile invecchiamento della popolazione, costante aumento dell’indebitamento pubblico, lenta deindustrializzazione e  brutale impoverimento. Non so quanto potranno effettivamente servire i cosiddetti programmi di austerity sociale, a meno di drastici e drammatici tagli alla spesa sociale ed alla pubblica amministrazione. Chi ha concepito la globalizzazione ha pensato proprio a questo ovvero come salvaguardare i livelli di profitto aziendali (e magari anche come farli aumentare) a fronte di un mutamento epocale della geografia dei consumi mondiali.

In Asia, con in testa Cina ed India, il 75% della popolazione ha un’età inferiore ai trentanni ed un reddito procapite in costante ascesa: si trattava pertanto di creare le premesse e le modalità per far aumentare il numero di persone che in queste regioni potessero iniziare a consumare a livelli similari a quelli occidentali. Grazie ad il WTO si è riusciti ad implementare un fenomenale trasferimento di posti di lavoro attraverso le “opportunità” delle delocalizzazioni produttive, spostando letteralmente fabbriche e stabilimenti, che avrebbero consentito di far nascere con il tempo una nuova classe media borghese disposta a spendere per le mode e le tendenze di consumo del nuovo millennio. Non bisogna essere economisti per rendersi conto di quanto esposto sopra: nel 2000 l’Asia contribuiva ad appena il 10% dei consumi mondiali, nel 2030 salirà a quasi il 40%. Come potenziale di crescita, ai mercati orientali si stanno affiancando anche i mercati dell’America Latina con la locomotiva Brasile in testa.  

Stiamo pertanto assistendo ad un mutamento epocale: il baricentro economico e geopolitico del mondo si sta spostando verso Oriente ed anche verso il Sud del Pianeta. La crisi del debito sovrano in Europa è tutto sommato di portata inconsistente rispetto ai problemi che emergeranno nei prossimi cinque anni a fronte di oggettive difficoltà di approvvigionamento alimentare, soprattutto in Oriente che detiene superfici arabili decisamente incapaci a far fronte alla crescente domanda sia di cereali che (purtroppo) di carni da allevamento. Tra ventanni l’attuale modello economico dovrà essere in grado di fornire abitazioni, automobili, carburanti, acqua e cibo ad almeno 600 milioni di nuove persone: pertanto cominciate a chiedervi chi potrà ancora permettersi di avere il frigorifero pieno o i banchi del supermercati colmi e riforniti per accontentare lo scellerato e sfrenato consumismo del nuovo millennio. Destino manifesto per dirla alla Stewie Griffin.


Fonte: srs di Eugenio Benetazzo  (pubblicato in data 25/11/2010)


domenica 28 novembre 2010

L’ITALIA CAMBIA … LA PIZZA È SEMPRE LA STESSA


L’ITALIA CAMBIA … LA PIZZA È  SEMPRE LA STESSA

BEN  ARRIVATI  A NAPOLI.

BRANDI…ANTICA PIZZERIA DELLA REGINA D’ITALIA … LA PIZZA DAL 1780

Salita S. Anna di Palazzo, 2  Napoli



sabato 27 novembre 2010

Che paese de mona


Il baratto
Al nord la monnezza  di Napoli
Al sud 100 miliardi di euro.

Poliziotti su Facebook


Negli Stati Uniti, tra mille polemiche, è allo studio un disegno di legge che, se sarà approvato dal Congresso, permetterà alle agenzie investigative federali di irrompere senza mandato nelle piattaforme tecnologiche tipo Facebook e acquisire tutti i loro dati riservati.
In Italia, senza clamore, lo hanno già fatto.

I dirigenti della Polizia postale due settimane fa si sono recati a Palo Alto, in California, e hanno strappato, primi in Europa, un patto di collaborazione che prevede la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network senza dover presentare una richiesta della magistratura e attendere i tempi necessari per una rogatoria internazionale. Questo perché, spiegano alla Polizia Postale, la tempestività di intervento è fondamentale per reprimere certi reati che proprio per la velocità di diffusione su Internet evolvono in tempo reale.

Una corsia preferenziale, insomma, che potranno percorrere i detective digitali italiani impegnati soprattutto nella lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche, ma anche per evitare inconvenienti ai personaggi pubblici i cui profili vengono creati a loro insaputa. Intenti forse condivisibili, ma che di fatto consegnano alle forze dell’ordine il passepartout per aprire le porte delle nostre case virtuali senza che sia necessaria l’autorizzazione di un pubblico ministero. In concreto, i 400 agenti della Direzione investigativa della Polizia postale e delle comunicazioni potranno sbirciare e registrare i quasi 17 milioni di profili italiani di Facebook.

Ma siamo certi che tutto ciò avverrà nel rispetto della nostra privacy? In realtà, ormai da un paio d’anni, gli sceriffi italiani cavalcano sulle praterie di bit. Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza e persino i vigili urbani scandagliano le comunità di Internet per ricavare informazioni sensibili, ricostruire la loro rete di relazioni, confermare o smentire alibi e incriminare gli autori di reati. Sempre più persone conducono in Rete una vita parallela e questo spiega perché alle indagini tradizionali da tempo si affianchino pedinamenti virtuali. Con la differenza che proprio per l’enorme potenzialità del Web e per la facilità con cui si viola riservatezza altrui è molto facile finire nel mirino dei cybercop: non è necessario macchiarsi di reati ma basta aver concesso l’amicizia a qualcuno che graviti in ambienti “interessanti” per le forze dell’ordine.

A Milano, per esempio, una sezione della Polizia locale voluta dal vicesindaco Riccardo De Corato sguinzaglia i suoi “ghisa” nei gruppi di writer, allo scopo di infiltrarsi nelle loro community e individuare le firme dei graffiti metropolitani per risalire agli autori e denunciarli per imbrattamento. Le bande di adolescenti cinesi che, tra Lombardia e Piemonte, terrorizzano i connazionali con le estorsioni, sono continuamente monitorate dagli interpreti della polizia che si insinuano in Qq, la più diffusa chat della comunità. Anche le gang sudamericane, protagoniste in passato di regolamenti di conti a Genova e Milano, vengono sorvegliate dalle forze dell’ordine. E le lavagne degli uffici delle Squadre mobili sono ricoperte di foto scaricate da Facebook, dove i capi delle pandillas che si fanno chiamare Latin King, Forever o Ms18 sono stati taggati insieme ad altri ragazzi sudamericani, permettendo così agli agenti di conoscere il loro organigramma.

Veri esperti nel monitoraggio del Web sono ormai gli investigatori delle Digos, che hanno smesso di farsi crescere la barba per gironzolare intorno ai centri sociali o di rasarsi i capelli per frequentare le curve degli stadi. Molto più semplice penetrare nei gruppi considerati a rischio con un clic del mouse. Quanto ai Carabinieri, ogni reparto operativo autorizza i propri militari, dal grado di maresciallo in su, ad accedere a qualunque sito Internet per indagini sotto copertura, soprattutto nel mondo dello spaccio tra giovanissimi che utilizzano le chat per fissare gli scambi di droga o ordinare le dosi da ricevere negli istituti scolastici. Mentre, per prevenire eventuali problemi durante i rave, alle compagnie dei Carabinieri di provincia è stato chiesto di iscriversi al sito di social networking Netlog, dove gli appassionati di musica tecno si danno appuntamento per i raduni convocando fans da tutta Europa. A caccia di raver ci sono anche i venti compartimenti della Polizia postale e delle comunicazioni, localizzati in tutti i capoluoghi di regione e 76 sezioni dislocate in provincia.

Fonte: srs di Giorgio Florian da  L’espresso.repubblica.it,  del 28 ottobre 2010


Una bomba sui cittadini della rete


Il patto tra Facebook e il Viminale è un attentato ai diritti dei cittadini digitali. E la prova che gli utenti non possono essere spettatori passivi in un rapporto diretto tra le corporation di Internet e i governi locali

Nel nostro Paese abbiamo assistito negli ultimi anni a un'escalation di norme e di proposte di legge per rendere l'accesso a Internet sempre più difficile, controllato, burocratizzato.

Proprio in questi giorni, ad esempio, l'Agcom sta valutando come rendere operativa l'odiosa normativa sui video on line scritta da Paolo Romani, con probabile pesante tassazione per chiunque abbia un sito su cui voglia caricare del materiale che «faccia concorrenza alla tv».

Contemporaneamente sui giornali della destra si è scatenata la consueta 'caccia all'internauta' che avviene dopo ogni gesto di violenza politica, in questo caso l'aggressione romana a Daniele Capezzone: nel dicembre scorso era stato il gesto di Massimo Tartaglia a Milano a far delirare i vari Schifani e Carlucci in proposito, ottenendo l'effetto immediato di far prorogare per un altro anno le norme medievali e tutte italiane sul Wi-Fi (a proposito: l'altro giorno Maroni ha promesso di "superare" il decreto Pisanu, e tuttavia il rischio è che si vada verso la sostituzione dell'identificazione cartacea con quella via sms, insomma anni luce lontani dalla navigazione libera).

Ma quello che denuncia Giorgio Florian nel suo articolo è molto più grave, forse il più pesante attentato mai realizzato in Italia contro i diritti dei "netizen", i cittadini della Rete.

Il patto con cui la Polizia Postale italiana si è fatta concedere da Facebook il diritto di entrare arbitrariamente nei profili degli oltre 15 milioni italiani iscritti a Facebook, senza un mandato della magistratura e senza avvertire l'internauta che si sta spiando in casa sua, è di fatto un controllo digitale di tipo cinese che viola i più elementari diritti dei cittadini che dialogano utilizzando il social network: insomma, stiamo parlando di una vera e propria perquisizione, espletata con la violenza digitale del più forte.

Aspettiamo quindi urgenti chiarimenti dalla Polizia Postale e dal ministero degli Interni, da cui dipende. E non basta certamente una smentita rituale, perché le notizie pubblicate nell'articolo di Florian provengono da fonti certe e affidabili.

Da un punto di vista politico, inoltre, la cosa è davvero grottesca: mentre la maggioranza di governo si impegna da mesi per rendere più difficili le intercettazioni telefoniche richieste dai magistrati, contemporaneamente il ministero degli Interni si arroga il diritto di intercettare i nostri contenuti e i nostri dialoghi su Facebook senza alcun mandato della magistratura.
 Viene il sospetto che questa differenza di trattamento sia dovuta al fatto che i politici, i potenti e i mafiosi non comunicano tra loro sui social network, e quindi il loro diritto alla privacy venga considerato molto più intoccabile rispetto a quello dei normali cittadini che invece abitano la Rete.

Allo stesso modo, aspettiamo chiarimenti urgenti sul secondo socio del 'patto cinese' firmato a Palo Alto: Facebook, che da un po' di tempo ha aperto uffici in Italia con tanto di responsabili e dirigenti.

Per prima cosa, Facebook ha l'obbligo di rendere pubblico l'accordo firmato con il nostro Ministero degli Interni, perché riguarda tutti noi, cittadini italiani e al contempo cittadini di Facebook. A cui quindi i vertici del social network devono non solo immediate scuse, ma garanzie precise che questo patto diventi al più presto carta straccia e che i diritti degli utenti vengano concretamente ripristinati e garantiti.

Il social network fondato da Zuckerberg, si sa, è uno straordinario strumento di socializzazione, di promozione di cause sociali e potenzialmente di crescita e confronto di tutta una società. Ma si va manifestando ultimamente anche come una dittatura in cui le pagine e i gruppi vengono bannati in modo in modo arbitrario e insindacabile: e adesso come un informatore di polizia di cui non ci si può più in alcun modo fidare.

Più in generale, quanto accaduto dimostra che i mondi virtuali di cui oggi siamo cittadini (inclusi YouTube, Google, Second Life etc) devono iniziare a rispondere in modo trasparente ai loro utenti. E gli accordi privati con i governi sono esattamente all'opposto di questa trasparenza.

Fonte: srs di Alessandro Gilioli, da L’espresso.repubblica.it.  del 28 ottobre 2010


Polizia su Facebook, smentita e replica: La smentita della Polizia Postale


Qui di seguito pubblichiamo quanto comunicato dalla Polizia Postale in riferimento al nostro articolo e la nostra replica (29 ottobre 2010) La smentita della Polizia Postale

(ANSA) - ROMA, 28 OTT - La polizia "non può accedere ai profili degli utenti di Facebook, se non dopo un'autorizzazione del magistrato e con l'utilizzo di una rogatoria internazionale". Lo precisa il direttore della polizia postale e delle comunicazioni, Antonio Apruzzese, in riferimento all'articolo che sarà pubblicato domani dall'Espresso. "Si tratta di un equivoco" afferma Apruzzese, che poi spiega: "Alcune settimane fa sono venuti i responsabili di Facebook in Italia, in seguito ad una serie di contatti che abbiamo avuto nei mesi passati con l'obiettivo di capire come funziona la loro macchina".

Nel corso dell'incontro, i responsabili dell'azienda di Palo Alto hanno fornito alla polizia postale - che le ha a sua volta inoltrate a tutte le forze di polizia italiane - le “linee guida” per gestire tutto ciò che richiede l'intervento della polizia giudiziaria. "Ci hanno spiegato le loro procedure d'intervento - dice ancora Apruzzese - e si tratta di procedure che non ci consentono in alcun modo di accedere ai profili". Dunque nessuna possibilità di spiare gli utenti. "Noi - prosegue il direttore della polizia Postale - svolgiamo quotidianamente un'attività di monitoraggio della rete, che è la stessa che fanno i colleghi in strada con le volanti. Non abbiamo la possibilità di entrare nei domicili informatici né nelle caselle postali degli utenti internet, senza autorizzazione della magistratura". Una cosa che tra l'altro, conclude Apruzzese, "non ci passa neanche per la testa, visto che sarebbe un reato e non sarebbe utilizzabile come fonte di prova". (ANSA).

La risposta de L'espresso

'L'espresso' conferma parola per parola il contenuto dell'articolo, per la stesura del quale 'L'espresso' si è basato proprio su fonti interne alla polizia Postale.

In particolare il dirigente della polizia postale S.S., da noi personalmente contattato, ha ammesso di essere recentemente stato a Palo Alto (curiosamente, il comunicato della Polizia postale parla solo degli incontri con Facebook avvenuti in Italia e omette quelli avvenuti a Palo Alto, che sono al centro del nostro articolo).

Il dirigente in questione descriveva l'accordo raggiunto in California con grande soddisfazione e orgoglio perché si tratta del primo del genere in Europa. Ha detto (testuale) tra l'altro: «L'accordo prevede la collaborazione tra Facebook e la Polizia delle Comunicazioni che prevede di evitare la richiesta all'Ag (autorità giudiziaria, ndr) e un decreto (del pm, ndr) per permettere la tempestività, che in questo settore è importante»..

Lo stesso dirigente, sollecitato sulle possibili ripercussioni di questo accordo, ha dettato la seguente frase: «La fantasia investigativa può spaziare, si tratta di osservazioni virtuali, che verranno utilizzate anche in indagini preventive».

Dato che a parlare è stato un alto funzionario della Polizia, pare difficile pensare che abbia erroneamente pronunciato i termini «evitare la richiesta all'Ag», «fantasia investigativa«, «osservazioni telematiche» e «indagini preventive».

Tutti termini che concordemente e univocamente indicano quello che è stato scritto.

Inoltre, 'L'espresso' ha contattato il dr. D.B., altro dirigente della Polizia postale, che ha confermato che le Digos da tempo infiltrano, anche senza delega dell'Autorità giudiziaria, i movimenti antagonisti o le tifoserie anche senza delega della magistratura («Le Digos sono ormai maestre in questo, utilizzano nomi di fantasia, basta dotarsi di un nick name ed entrare in una chat, del resto tutti usano dei nick name nelle chat, non è un reato. Semmai la legge prevede l'utilizzo di agenti infiltrati nelle organizzazioni terroristiche ma in questo caso le indagini sono coordinate dalla magistratura»).

Infine, le informazioni riguardanti le indagini illegali sul social network Facebook ci sono state confermate da altre fonti autorevoli e qualificate della polizia e dei carabinieri.

Fonte: da L’espresso.repubblica.it.  del 29 ottobre 2010


venerdì 26 novembre 2010

Federico Faggin premiato dal presidente degli Stati Uniti Barack Hussein Obama: E' lui il padre del microchip



Washington. Considerato il padre del microchip, il vicentino Federico Faggin, da anni residente in California nella Silicon Valley dove ha operato prima come ricercatore e poi come fondatore e amministratore di aziende innovative, è stato insignito della massima onorificenza americana nel settore della tecnologia e dell’innovazione, la National Medal of Technology and Innovation (Medaglia Nazionale per la Tecnologia e l’Innovazione).  A premiarlo è stato il presidente Obama in una cerimonia che si è tenuta alla Casa Bianca.

National Medal of Science e National Medal of Technology and Innovation sono i massimi riconoscimenti assegnati dal governo americano a scienziati, tecnologi e inventori che hanno prodotto risultati di altissima rilevanza scientifica e tecnologica. In particolare, la National Medal of Technology and Innovation riconosce individui il cui lavoro ha generato un contributo eccezionale alla competitività e alla qualità della vita.

Federico Faggin condivide il riconoscimento con Marcian Hoff Jr  e  Stanley Mazor, per un prodotto rivoluzionario, realizzato nel 1971 presso la società Intel (Santa Clara, California), che ha trasformato completamente l’industria microelettronica. Si tratta del primo microprocessore costruito su un singolo chip, denominato Intel 4004.

Fonte: il Giornale di Vicenza del 21 novembre 2010-11-25


Bibliografia  di Federico Faggin


Dopo avere conseguito nel 1960 il diploma di perito industriale, specializzato in Elettronica, all'Istituto Tecnico Industriale Statale "Alessandro Rossi" di Vicenza, iniziò subito ad occuparsi di calcolatori presso la Olivetti di Borgolombardo, all'epoca tra le industrie all'avanguardia nel settore, contribuendo alla progettazione ed infine dirigendo il progetto di un piccolo computer elettronico digitale a transistori con 4 Ki × 12 bit di memoria magnetica.

Si laureò in fisica summa cum laude nel 1965 all'Università di Padova dove venne subito nominato assistente incaricato. Insegnò nel laboratorio di elettronica e continuò la ricerca sui flying spot scanner, l'argomento della sua tesi. Venne quindi assunto, nel 1967, dalla SGS-Fairchild (oggi STMicroelectronics) ad Agrate Brianza, dove sviluppò la prima tecnologia di processo per la fabbricazione di circuiti integrati MOS (Metal Oxide Semiconductor) e progettò i primi due circuiti integrati commerciali MOS.

La SGS-Fairchild inviò Faggin a fare un'esperienza di lavoro presso la sua consociata Fairchild Semiconductor, azienda leader del settore semiconduttori a Palo Alto in California. Qui egli si dedicò allo sviluppo dell'originale MOS Silicon Gate Technology, la prima tecnologia di processo del mondo per la fabbricazione di circuiti integrati con gate auto-allineante. Progettò e produsse anche il primo circuito integrato commerciale che usasse la Silicon Gate Technology, il Fairchild 3708, un multiplexer analogico a 8 canali con decoding logic. Sviluppò anche il processo di silicon gate a N-channel e lavorò a processi avanzati di CMOS e BiCMOS con silicon gate. La Silicon Gate Technology nel 1970 rese possibile la large scale integration (LSI) e la very large scale integration (VLSI), permettendo per la prima volta la fabbricazione di circuiti integrati MOS su larga scala, ad alta velocità e a basso costo. Questa tecnologia rese anche possibile, due anni dopo, la creazione di memorie a semiconduttori e del primo microprocessore. Oggi più del 90% di tutti i circuiti integrati prodotti nel mondo usa la silicon gate technology. A questo punto Faggin decise di stabilirsi negli Stati Uniti.


L'Intel 4004

Nel 1970 passò alla Intel, che sarebbe poi divenuta un gigante dell'informatica. Qui Ted Hoff e Stanley Mazor avevano proposto una nuova architettura per la realizzazione di una nuova famiglia di calcolatrici della società giapponese Busicom. Faggin venne assunto per sviluppare e dirigere il progetto del primo microprocessore, il 4004 (inizialmente denominato MCS-4), contribuendo con idee fondamentali alla sua realizzazione. La metodologia "random logic design" in silicon gate, creata da Faggin per sviluppare il 4004, fu poi usata per progettare le prime generazioni di microprocessori della Intel. Il 4004 fu il primo microprocessore al mondo che integrava in un singolo chip una potenza di calcolo superiore a quella dello storico ENIAC, il primo calcolatore elettronico al mondo. In seguito Faggin si occupò dello sviluppo di tutti i microprocessori dei primi cinque anni della storia della Intel. Usando la metodologia da lui creata per il progetto del 4004 venne realizzato l'8008, il primo microprocessore a 8 bit. All'inizio del 1972 propose la realizzazione dell'8080 di cui formulò l'architettura. Dovette attendere sei mesi prima che il progetto venisse approvato. L'8008 e l'8080 furono i progenitori della famiglia di processori 8086 che ancora oggi domina il mercato dei personal computer.

Nel 1973 Faggin divenne manager responsabile di tutta l'attività di circuiti MOS (ad eccezione delle memorie dinamiche RAM). Sotto la sua guida vennero sviluppati più di 25 circuiti integrati commerciali, inclusi il 2102A, la prima memoria statica RAM ad alta velocità a 5 volt e 1024 bit.

Alla fine del 1974 abbandonò l'Intel e fondò la ZiLOG, la prima società dedicata esclusivamente alla produzione di microprocessori quando ancora l'Intel era principalmente un produttore di memorie che considerava i microprocessori solo un prodotto utile a vendere più memorie.

Il primo e più famoso prodotto della Zilog fu il microprocessore Z80 e la sua famiglia di dispositivi periferici intelligenti. Introdotto nel 1976 lo Z80 divenne il microprocessore ad 8-bit di maggiore successo sul mercato. Molto popolare negli anni ottanta, fu usato tra l'altro come CPU dei primi videogiochi e di home computer come i Sinclair ZX80. Dopo il passaggio di computer e console a processori a 16 bit rimase in uso sotto forma di microcontroller nei sistemi embedded.

Nel 1980 abbandonò la ZiLOG per divergenze con il principale finanziatore, la Exxon, e fondò la Cygnet Technologies con la quale progettò e produsse il Communication CoSystem un innovativo apparecchio che permetteva di collegare personal computer e telefono per la trasmissione di voce e dati, rappresentando un notevole progresso nel campo emergente delle comunicazioni personali. La ditta viene acquistata da Everex, Inc. nel 1986.

Nel 1986 diventa uno dei fondatori della Synaptics, contribuendo alla diffusione di massa del touchpad; è stato Chairman of the Board of Directors dal gennaio 1999 ad ottobre 2004.
Dal 2004 è amministratore delegato della Foveon, una compagnia che produce avanzati sensori di immagine per fotocamere digitali.

Il 19 ottobre 2010 Faggin ha ricevuto la Medaglia Nazionale per la Tecnologia e l'Innovazione (National medal of technology and innovation) direttamente dalle mani del presidente degli Stati Uniti d'America, Barack Obama per la sua pluriennale carriera di ricercatore.


Fonte: Wikipedia


giovedì 25 novembre 2010

Prevenire le alluvioni: le casse di espansione della città di Verona

IN VERDE SCURO, LE AREE ESONDABILI: zone interessate da frequenti allagamenti dell’Adige; costituiscono  luoghi di naturale espansione delle acque e sono di fondamentale importanza nei periodi di piena in  quanto  diminuiscono  o evitano il rischio di rottura degli  argini  a sud di Verona e di inondazioni nella città stessa.

Casse d’espansione: Una cassa d’espansione è un’opera idraulica, grazie alla quale solitamente per mezzo di soglie di sfioro e modeste arginature, si consente all’acqua di rimanere intrappolata all’interno di pianure alluvionali comunque soggette ad esondazione.  L’obiettivo di una cassa d’espansione è quello di far defluire parte delle portate di piena in aree allagabili dove non si generano danni, sottraendo quindi volumi di deflusso al corso d’acqua per poi restituirli  nella fase calante della piena, o comunque al passaggio dell’emergenza. La realizzazione di una cassa d’espansione solitamente diminuisce la frequenza degli allagamenti di una pianura alluvionale, perché l’intento è quello di catturare soltanto i livelli più alti ed estremi di un evento di piena, quelli cioè responsabili di esondazioni e danni a persone o cose. Completano la cassa alcuni organi di scarico.

Le primissime  amministrazioni comunali  veronesi avevano individuato  quali erano  le zone della città da lasciare  come casse di espansione,  in caso di piene di estrema gravità, per poter evitare il rischio di rottura degli argini a Sud di Verona e di inondazioni della città stessa.
Tali zone erano  state ultimamente riportate dal  De Zanche,   Sorbini, e  Spagna,  sulla  carta geologica  di Verona, edita dal Museo Civico di Storia Naturale di Verona  “GEOLOGIA DEL TERRITORIO DEL COMUNE DI VERONA”. (1977).

Queste zone, evidenziate sulla cartina, in verde scuro,  sono praticamente allo stesso livello  del fiume Adige, con la faglia freatica a pochi metri.
Zone da inserire naturalmente in un parco fluviale, lasciate ad una agricoltura a basso impatto tecnologico e limitandone  al minimo l’urbanizzazione. Chiaro! Semplice!
Quando mai!
Cosa si poteva fare per “valorizzare” quella parte “depressa” della città?
Ma certo! Quale sito  migliore per costruirvi l’inceneritore della città stessa? Inceneritore che, dopo 20 anni,  e dopo averci speso l’ira del cielo, non sono ancora riusciti, per la gioia di taluni,  a far partire.

Eccolo qua il termovalorizzatore di Ca del Bue,  malgrado la bravura di alcuni, madre di tutte le imperizie.


L’inceneritore Ca del Bue nel  2002

Ca del Bue visto da San Giovanni Lupatoto nel 2001

L'inceneritore visto da Google 2010

mercoledì 24 novembre 2010

Negrar di Verona. Dieci anni di messe ma non era prete

Italo Galleni, il falso sacerdote, mentre impartisce una benedizione

NEGRAR. Sconcerto e incredulità dopo l'annuncio, dato dal parroco domenica, che l'anziano religioso che lo aiutava non aveva mai preso i voti.  A Fane lo chiamavano padre Tommaso, amministrava i sacramenti e confessava i fedeli: è stato smascherato dopo una visita in ospedale

Negrar. A volte l'abito fa il monaco, e anche il prete.  A Fane, a un 84enne originario di Perugia, sono bastati una piccola croce sul petto, talvolta i sandali e una figura smunta e penitente, uniti a una discreta capacità d'immedesimarsi nella parte, per fingersi un frate desideroso di dare una mano in parrocchia e un sacerdote sempre sollecito e disponibile.

Per tutti, nella frazione di Negrar al confine con Sant'Anna d'Alfaedo, era semplicemente padre Tommaso. Da una decina d'anni trascorreva in paese le estati, da maggio a ottobre circa, ospite della gente del luogo, circondato da riverenza e affetto cresciuti col tempo; a pranzo e cena era ospite di qualche famiglia oppure andava al ristorante, dove gli offrivano il pasto.

Ha concelebrato molte messe, insieme ad altri preti, ma in qualcuna è stato anche unico ministro, con la voce un po' tremante e il foglietto con la predica; ha confessato parecchi fedeli, dispensando Atti di dolore e Padre nostro. Si è affiancato a don Adrian Cristinel Bulai, il giovane parroco di origine romena che da un anno guida l'unità pastorale di Fane, Prun, Mazzano e Torbe, che ha ereditato la parrocchia da don Giovanni Bertagna e pure lo zelante frate come aiutante.

Peccato però che padre Tommaso non sia il frate che diceva di essere (francescano secondo alcuni, agostiniano, e quindi monaco, secondo altri) e nemmeno un sacerdote chiamato ad amministrare i sacramenti. L'inganno è stato scoperto per caso, e la notizia si è sparsa velocissima in paese dopo una comunicazione della Curia, letta in chiesa dallo stesso don Bulai, in cui è stata chiarita la posizione dell'«usurpatore».

Persona magari di fede, ma né padre né don: una rivelazione che ha scioccato molti anziani, tra cui alcune signore che andavano pazze per il sedicente frate, colpito i parrocchiani più assidui che mai avevano sospettato l'inganno e stupito i più giovani, i quali non pensavano che a questo mondo potessero esistere i falsi preti. Una notizia bomba per la piccola comunità di Fane, paese piccolo dove la gente mormora. Qui l'anziano signore era stato adottato e da giorni non si parla che di lui, allontanato e invitato a non farsi vedere più da queste parti.

Galeotto fu l'ospedale Sacro Cuore di Negrar. Acciacchi dell'età, infatti, hanno reso necessari per l'84enne alcuni accertamenti medici. E don Bulai ha cercato di mettersi in contatto con quelli che il frate spacciava per suoi superiori. Così facendo, la verità è venuta subito a galla: padre Tommaso non è mai esistito, anche se pare che l'uomo già altre volte avesse tentato di fingersi sacerdote, forse nel tentativo di dare sfogo a una vocazione rimasta inespressa.

«Aveva l'aspetto del classico frate, predicava moralità e povertà, appariva molto devoto», dicono a Fane, «non c'era motivo di sospettare qualcosa di strano». A ben guardare, con il senno di poi, qualche stranezza c'era. Anni fa, secondo alcuni, girava in paese con un cane e andava dicendo che nell'animale riviveva l'anima della sorella morta; gli era molto affezionato, in effetti, e qualche volta l'aveva portato pure in confessionale. Solo l'originalità di un vecchio frate?

Altro particolare: leggeva l'omelia quando celebrava da solo la messa, ma anche altri sacerdoti lo fanno. Solo un prete smemorato? «A una certa età, mica si può pretendere che uno si ricordi tutto a memoria», affermano in paese. Così, anno dopo anno, tale padre Tommaso ha continuato a fare il prete senza esserlo, sparendo in autunno con la scusa di ritornare in monastero salvo poi riapparire con la bella stagione, puntuale come le rondini. Ma una rondine, si sa, non sempre fa primavera.

Fonte: srs di Camilla Madinelli, da L’Arena di Verona di  Venerdì 05 Novembre 2010,  PROVINCIA, pagina 26



 NEGRAR. Amarezza a Fane per la vicenda del sedicente «padre Tommaso»: c'è chi è ancora infuriato e chi lo perdona

La chiesa parrocchiale di Fane dove predicava il falso prete

Il falso prete? Era nelle liste dei servizi sociali di Perugia. In corso gli accertamenti, ma finora non risulta alcuna denuncia e non sono stati individuati reati.  Ma Italo Galleni ora piange e chiede perdono

Prete e monaco d'estate sulle colline tra Valpolicella e Lessinia, indigente e bisognoso di sussidi il resto dell'anno. Nel 2009 risulta nelle liste dei servizi sociali del Comune di Perugia per i contributi assistenziali il presunto Padre Tommaso, al secolo Italo Galleni, 84 anni, originario di Lucca ma residente in una viuzza del centro storico perugino.

Un dettaglio sulla doppia vita di questo anziano che per tanto tempo ha recitato con i fedeli di Fane, Mazzano e chissà quali altri paesini la parte del frate umile, disponibile al servizio in parrocchia e tra la gente per qualche mese in cambio di solidarietà, disposto a vivere semplicemente, a predicare i valori cristiani, confessare i peccati e raccogliere offerte per i poveri che, alla fine, non servivano ad altri che a lui, per campare.

Mai un dubbio, mai un sospetto nei suoi confronti: una parte recitata gran bene, guidata probabilmente dall'intenzione sincera di condurre un'esistenza da frate. Almeno fino a quando la salute non ha giocato un brutto scherzo a Padre Tommaso ed è venuto a galla Italo Galleni. La gente ha saputo per voce del parroco dell'unità pastorale di Fane, Prun, Mazzano e Torbe, don Adrian Cristinel Bulai, che in realtà Padre Tommaso non era quello che diceva di essere.

La notizia dello smascheramento data da L'Arena ha fatto il giro d'Italia, è rimbalzata sui telegiornali nazionali e sulle pagine web, ha superato i confini nazionali arrivando in Francia e Romania, dove è stato dato risalto al rumeno don Bulai che ha smascherato, una volta tanto, un truffatore italiano. Una parte da protagonista che il sacerdote non intende avere né commentare, mantenendo lo stretto riserbo e il silenzio deciso fin dall'inizio. A parlare e prendere posizione ci ha pensato la Curia. È la parte lesa in tutta questa storia, oltre naturalmente al buon cuore dei fedeli, che però non ha alleati nel codice civile o penale. Ma finora non risulta alcuna querela o denuncia, da parte della Curia o di singoli, ai carabinieri di Negrar e Caprino che stanno indagando sulla vicenda e cercando di ricostruire la figura del sedicente religioso.

Gli accertamenti sono in corso e finora, precisa il comandante della compagnia di Caprino Enrico D'Amato, «non è stato individuato alcun reato perseguibile d'ufficio e non ci sono querele di parte che darebbero atto a procedere nei confronti del presunto prete. Abbiamo valutato tutti gli aspetti e non ravvisiamo per ora nulla di nostra competenza». L'episodio è spiacevole, insomma, tocca da vicino gli animi della gente, ma nulla di più. Padre Tommaso ha raccolto donazioni spontanee e mai estorto denaro, celebrato messe ma mai matrimoni, per i quali non ha titolo per fare l'ufficiale d'anagrafe, non ha divulgato segreti ricevuti «per grazia divina». Nessun cristiano ne ha parlato male, anzi, nonostante il cattivo gusto della presa in giro non sia ancora stato digerito in quel di Fane. E padre Tommaso, fuggito a Perugia, che fa? Piange e chiede perdono.

Nella vecchia casa che da vent'anni a questa parte lasciava disabitata per qualche mese estivo, scegliendo Mazzano e Fane come «buen retiro» dove sfogare la sua voglia di vocazione religiosa, e dicendo ai negraresi di aver lasciato il monastero con la benedizione dei confratelli, raggiunto dai cronisti prima avrebbe negato tutto, poi aggiunto «Ma che male ho fatto?», infine ammesso la colpa e chiesto perdono. Non è frate, ma i voti avrebbe tentato di prenderli. Ha ricevuto tanti aiuti e, in cambio, cosa ha dato? Bugie, ma si pente. Ora è lui che si confessa e chiede la remissione dei peccati.

«In paese la delusione è ancora forte e anche l'amarezza», rivela il giovane assessore di Fane, Federico Marangoni. «Qualcuno è infuriato, qualche altro cerca di dimenticare, altri ancora vorrebbero che fosse lasciato in pace. Non so se la gente è pronta a perdonare, ma di certo molti mettono davanti a tutto la sua età: è anziano e passi se ci ha ingannato per sopravvivenza; che fosse un prete o solo un vecchio bisognoso, qui le persone lo avrebbero aiutato comunque. Se lo perdonerà Dio, lo faremo anche noi».


Fonte:  srs di Camilla Madinelli, da L’Arena di Verona di   Mercoledì 10 Novembre 2010, PROVINCIA, pagina 29




martedì 23 novembre 2010

Le fumatrici


Una sola via conduce ai polmoni e questa va asfaltata.

lunedì 22 novembre 2010

Vitaliano Trevisan: Il Sud ha una visione sbagliata del Nord

Vitaliano Trevisan

IL CASO: Immigrati e pregiudizi: «Io tassista becero nel film proibito». Vitaliano Trevisan attore con Diego Abantuono. Lo scrittore vicentino doveva collaborare alla sceneggiatura. «Troppi luoghi comuni, ho rifiutato. Il Sud ha una visione sbagliata del Nord»

Guardare indietro forse serve solo a farsi del male. Basti per tutti la famosa lettera di Federico Fellini ad Andrea Zanzotto nel 1976, in cui il maestro di Rimini chiedeva al poeta di Pieve di Soligo di aiutarlo a trovare per il suo Casanova un dialetto lontano dagli stereotipi.
Nell’anno Domini 2010 nei panni del regista c’è Francesco Patierno, autore di quel Cose dell’altro mondo con Diego Abatantuono diventato famoso ancora prima di essere girato per la reazione indignata della Lega, e nei panni del poeta c’è il vicentino Vitaliano Trevisan. L’intreccio vale da solo la trama di un film. Lo scorso giugno Trevisan pubblica per Laterza Tristissimi giardini (146 pagine, 10 euro), una raccolta di saggi con un capitolo illuminante: «Rifacimenti». Illuminante perché Trevisan racconta di come sia entrato in contatto sia col campano Patierno, sia con uno degli sceneggiatori (campano anche lui) di Benvenuti al Sud, il film campione d’incassi interpretato da Claudio Bisio, ancora saldamente nelle sale.

A entrambi Trevisan non mancò di dire la sua. Per Benvenuti al Sud lo scrittore aveva pensato che «il protagonista poteva essere un impiegato statale meridionale che lavora in una città del Centro-Nord ...che si ritrova trasferito per punizione ancora più a Nord, in un paese di montagna tipo Valli del Pasubio o Crespadoro, tanto per restare in provincia di Vicenza».
Ma Trevisan capisce subito che il film non sarà quello, visto che, al contrario, l’impiegato dal Nord si ritrova al Sud, col corollario di stereotipi che si possono immaginare.
Nello stesso periodo, però, il cinema torna a bussare dallo scrittore, che a Treviso (la città dove avrebbe dovuto essere ambientato il film di Patierno) incontra il regista e uno degli sceneggiatori: «Ci farebbe piacere parlare con te che sei esperto di questi luoghi... », gli dicono.
 E così Patierno comincia a parlare dell’idea portante del film: un giorno senza immigrati.
Lui non resta a bocca aperta e li spiazza: «Come in quel film americano come si chiamava? Un giorno senza messicani, una cosa così... Questo li impressiona ».
Loro si schermiscono e mettono in chiaro che non sarà un remake, ma dentro Trevisan comincia a montare un discreto fastidio per «la sfilza di luoghi comuni sulla presunta situazione degli immigrati che lavorano e vivono nel Nord Est, e a Treviso in particolare ».
Un fastidio che Trevisan non riesce a tenere per sé. E che a un certo punto elenca ai due cineasti: «Bè, non è proprio così, cari signori... Mi divertono, e un po’ anche mi inquietano, i pregiudizi che questi uomini di cinema, specie se provenienti dal Centro Sud, portano con sé, pregiudizi che sembrano evaporare presto, ma che, a un più attento esame, si rivelano tenaci, resistenti, inestirpabili ».

Insomma, la serata finisce con una gelida stretta di mano. Ma non la storia. Anzi. Dopo l’uscita del libro Trevisan riceve la telefonata di Patierno: «Aveva letto il libro e gli era piaciuto - racconta lui - ci siamo anche fatti due risate su quello che ho scritto».
Colpo di scena, direbbero gli esperti. E infatti il colpo di scena c’è: a Trevisan, ormai volto noto di quel cinema italiano che spesso fustiga, il regista offre una parte nel film. «Sarò un tassista becero - racconta lui, che già è sul set romano del film a girare le sue cinque pose previste dal copione - che se la prende con degli immigrati che fanno confusione. Uno come ce ne sono tanti».
Ma come, la storia non era infarcita di luoghi comuni? Forse la sceneggiatura sarà cambiata: «La sceneggiatura non è il film - dice Trevisan - è bene sempre aspettare che la pellicola esca.
A parte per Benvenuti al Sud: lì si è visto che la mia recensione preventiva era molto giusta e il film era infarcito di pregiudizi. Nell’attualità non credo che esista questo pregiudizio del Nord nei confronti del Sud, ma forse esiste il contrario.
I veneti, per loro, dovrebbero essere sempre beceri, ma bonariamente, e questi luoghi comuni sono enfatizzati da alcune eccellenze politiche venete».
Riferimenti precisi alla Lega? «
Il problema - spiega Trevisan - è il modo in cui lo solleva la Lega. L’unico modo per contrastare un’idea di Veneto su cui non si è d’accordo sarebbe che il Veneto producesse cultura. Fa cultura lo Stabile recuperando Scimoni che è un minore? Bisognerebbe fare prodotti artistici fatti da noi di buona qualità, ma è un compito difficile, perché grandi autori del Nord non ne vedo, l’orientamento culturale è spostato al Centro Sud e non da oggi».
Ma non è un pregiudizio anche quello della Lega, di chiedere conto al ministro dei finanziamenti al film di Patierno prima ancora di vederlo? Trevisan non si tira indietro: «Mi sembra una stupidaggine, viste le cose che si finanziano... Per esempio lo spettacolo tratto da un testo di Massimo Cacciari, Ex tenebris ad lucem...».

Fonte: srs di Sara D’Ascenzo da il Corriere Veneto del 23 ottobre 2010




domenica 21 novembre 2010

Passo dello Stelvio: giochi di luce e neve sulle Alpi


Immagine relativa ad una delle webcam installate al passo

Notte a sorpresa. Siamo al Passo dello Stelvio, quota 2700 metri, alle ore 23 del 20 novembre 2010. Le panoramiche mozzafiato che possono regalarci le nostre montagne sono davvero spettacolari. Raramente però le luci artificiali che giocano a rimpiattino con una abbondante nevicata appena depositata al suolo riesce a dare questo tocco notturno particolarmente suggestivo.

Fonte: meteolive.leonardo.it

ITALIA: In arrivo il governo dei banchieri?



Dietro allo scontro politico italiano lo spettro della "cura greca" chiesta dalla finanza internazionale
17 novembre 2010 (MoviSol)
- Un'analisi attenta della politica e della storia ci deve sempre portare a guardare i processi sottostanti, e non solo gli eventi particolari. Seguendo questo metodo socratico diventa facile capire come il subbuglio creatosi tra i partiti italiani nel periodo recente ha poco a che fare con gli scandali di Berlusconi e Fini, o anche con le posizioni (molto mutevoli) adottate dai leader di partito da un giorno ad un altro. La realtà è che da molti mesi è in atto un processo inteso a sostituire il governo italiano con un esecutivo tecnico, con il compito di attuare "riforme" urgenti che sono ben più difficili da attuare quando i partiti devono rispondere direttamente ai propri elettori.
Basta uno sguardo veloce oltre ai propri confini per capire la direzione generale. Mentre il governatore della BCE Trichet chiede tagli alle pensioni, e i "mercati" esigono credibilità nel ridurre i deficit di bilancio, sono stati annunciati piani di austerità in numerose nazioni. I casi menzionati sulla stampa sono solo quelli dove le resistenze della popolazione sono più forti, per esempio il Regno Unito, la Francia, e la Grecia. Negli Stati Uniti la Commissione Fiscale istituita dal presidente Barack Obama ha cominciato ad annunciare le sue proposte di forti tagli alla spesa statale, a partire dalla Social Security (beninteso, difendendo la riduzione delle tasse per i più ricchi, ma senza considerare misure contro la speculazione finanziaria). Così, la situazione italiana va vista nel contesto di una spinta internazionale verso misure di austerità pesanti, guidata proprio da quegli interessi finanziari che da decenni vedono nello Stato l'ostacolo principale alla loro "libertà" di mercato.
Da questo punto di vista il Governo Berlusconi rappresenta un impedimento alle misure richieste. Certo, sotto la minaccia di un attacco al debito pubblico italiano l'esecutivo ha già seguito una linea di rigore, bloccando gli investimenti che sarebbero necessari per l'economia reale. Per non parlare del fatto che i margini di manovra dei governi nazionali sono stati ridotti di parecchio dalla normativa comunitaria, in cui si sono codificate le politiche in stile FMI che mirano a gestire i parametri monetari a prescindere dalla progressiva distruzione di ricchezza nell'economia reale. Ma la finanza internazionale non si fida di questo governo, e in modo particolare del Ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Si ricordi che l'Italia è stata tra i pochi paesi a non rifinanziare le banche durante la crisi degli ultimi tre anni; i cosiddetti Tremonti Bonds, che impongono dei vincoli a favore dell'investimento produttivo, non sono stati accettati dalle più grosse banche italiane, e hanno provocato uno dei tanti scontri pubblici tra il Ministro e Mario Draghi, che si è lamentato dell'interferenza politica nell'economia. E la cooperazione internazionale portata avanti dall'Italia in zone difficili - per esempio con Vladimir Putin e la Russia - dà non poco fastidio ai manipolatori della geopolitica a Washington, Londra e Bruxelles.
Gli alleati della City puntano alla formazione di un governo tecnico, per gestire l'emergenza. I partiti di opposizione ci pensino bene prima di accettare una tale soluzione nella speranza di cambiare la legge elettorale; basta ascoltare attentamente le dichiarazioni di alcuni politici di peso (anche tra le proprie file) per capire che i compiti di un esecutivo tecnico andrebbero ben oltre. Si parla di emergenza economica, dei governi tecnici degli anni Novanta come punto di riferimento, e di riforme strutturali per garantire la stabilità del paese.
Quali sarebbero queste riforme strutturali? Di nuovo, la lista è già stata resa pubblica: tagli pesanti alla previdenza sociale, la privatizzazione delle municipalizzate (bloccata dalla Lega Nord), e l'ulteriore liberalizzazione di ogni servizio pubblico. I nomi più accreditati sono quelli di Mario Draghi e Luca Cordero di Montezemolo. Il modello economico del primo è ben noto: la correttezza delle regole per garantire che la speculazione mantenga il dominio sull'economia produttiva; per quanto riguarda il secondo, considerando come intende mettere le mani sui profitti dell'alta velocità ferroviaria - lasciando allo Stato gli investimenti e le perdite - si capisce dove ci porterebbe.
Una recente mozione presentata da Francesco Rutelli al Senato parla chiaro:
"... e) le liberalizzazioni sono urgenti, e va tradotta in disposizioni legislative la segnalazione al Governo del febbraio 2010 da parte dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, riguardante i mercati dei servizi pubblici (postali, ferroviari, autostradali e aeroportuali), energetici (carburanti e filiera del gas), bancario-assicurativi, degli affidamenti pubblici e di tutela dei consumatori. Vanno recepite nella Costituzione le norme dei Trattati UE sulla concorrenza. Vanno rafforzate le norme in materia di servizi pubblici locali: troppi monopoli stanno spingendo verso l'alto le tariffe... " (1-00314 del 6 ottobre 2010).
L'incessante richiesta di liberalizzazioni e tagli alla spesa pubblica è il marchio di fabbrica di coloro che hanno creato la crisi economica attuale, ben lontani dalle misure rooseveltiane che potrebbero innescare una ripresa vera. Niente investimenti pubblici, niente misure punitive contro la speculazione finanziaria, e niente protezioni per i settori produttivi. È la "mano invisibile" che porta via l'industria e i risparmi...
I politici di tutti gli schieramenti farebbero bene a guardare oltre quello che al momento sembra il loro interesse particolare, e chiedersi se non sarebbe ora di incentrare il dibattito pubblico sui contenuti veri dietro ai disegni portati avanti in questo momento: in primo luogo, per onestà, perché la popolazione ha il diritto di sapere le conseguenze vere degli scontri in atto; perché, inoltre, in questo modo, le forze che si ispirano ancora al bene comune potranno trovare il sostegno necessario per bloccare un progetto che sarebbe disastroso per il paese.
Andrew Spannaus 
15 novembre 2010


Fonte: srs di Andrew Spannaus da MoviSol del  17 novembre 2010-11-19

sabato 20 novembre 2010

Povera Italia, povera Padania



Questa è la sintesi dei gravi difetti di questa classe politica.
C’è l’arroganza del capo che, in barba alla legge, fuma tranquillamente il suo sigaro al chiuso, in un locale pubblico, durante un incontro istituzionale, il 9 novembre 2010, nella prefettura di Vicenza, per fare il punto sui danni e gli interventi dopo l’alluvione che ha colpito il Veneto.
C’è il braccio destro del capo che, invece di ricordare a quest’ultimo che sarebbe bene spegnere il sigaro, gli regge il portacenere.
E c’è il figlio del capo che non ha avuto bisogno di meriti particolari, a parte essere il figlio del capo, per raggiungere e frequentare assiduamente le stanze del potere.
Impunità, arroganza, servilismo, nepotismo.
Solo miseria e nessuna nobiltà.
Povera Padania
Povera Italia che sta affondando.

Fonte: Liberamente tratto da srs di Luigi Pellini

venerdì 19 novembre 2010

Verona 2008: Il sindaco Flavio Tosi tuona contro le Soprintendenze

Il sindaco di Verona Flavio Tosi

LA POLEMICA. Il sindaco attacca gli uffici territoriali del ministero dei Beni culturali competenti per la tutela del patrimonio storico. «Non possono bloccare la crescita della città, devono avere tempi veloci e regole certe». «Un muro antico in più non aggiunge nulla mentre alla città servono posteggi».

Contro le Soprintendenze, colpevoli di «frenare la crescita della città», si era già scagliato in campagna elettorale.  E ora, ai primi ostacoli, le bordate del sindaco Flavio Tosi ripartono.

Del resto, come abbiamo documentato ieri, tutti gli scavi iniziati in queste ultime settimane per i parcheggi pertinenziali, da piazza Viviani a piazza Arditi e lungadige Capuleti hanno tutti fatto emergere pagine di storia della Verona antica.
Deve quindi intervenire la Soprintendenza, sia essa archeologica o ai beni ambientali, con le competenze e i tempi che le sono propri.

E qui scatta l’ira del sindaco.

«Non è ammissibile che lo sviluppo e la crescita di una città vengano fermati dalle Soprintendenze», dice Tosi commentando il fatto che molti cantieri cittadini siano bloccati, in attesa di un parere da parte della Soprintendenza archeologica.
«Tutti gli enti pubblici devono avere dei tempi e delle regole di funzionamento - ha aggiunto il sindaco - cosa che però non avviene nel caso delle soprintendenze che sono un organo di derivazione borbonica e hanno potere assoluto, in grado di fermare anche per anni qualsiasi opera pubblica o privata, anche se strategica per la città, come si può vedere nel caso del parcheggio di piazza delle Poste».

«Bisogna considerare il fatto - ha aggiunto ancora Tosi - che ci troviamo a Verona, città con un patrimonio monumentale splendido e ricco. Probabilmente per un paese di provincia, che non possiede grandi reperti storici, i ritrovamenti archeologici di piazza delle Poste potrebbero rappresentare un evento importante, mentre per una città come Verona non hanno alcun significato aggiuntivo; la cosa più sensata invece sarebbe quella di sbloccare l’intervento e proseguire nella realizzazione di un parcheggio che realmente serve alla città. Lo stesso ragionamento si può fare per Lungadige Capuleti, dove è stato rinvenuto un pezzo di cinta muraria; anche in questo caso si deve considerare che Verona possiede diverse cinte murarie, spettacolari e ben conservate: le mura scaligere, romane, veneziane e le fortificazioni austriache; non è un pezzo di muro sottoterra che qualifica l’offerta culturale, museale ed espositiva della nostra città mentre invece blocca una grande opera, crea disagi aggiuntivi ai cittadini facendo allungare i tempi del cantiere».

«Da parte nostra – conclude - chiederemo con forza al prossimo governo che alle Soprintendenze venga dato l’obbligo di avere tempi e regole certi e di fornire motivazioni che dimostrino concretamente la prevalenza di un diverso interesse rispetto ad un prevalente interesse pubblico».


Fonte: L’Arena di Verona di Giovedì 28 Febbraio 2008 CRONACA, pagina 9


CORSO CAVOUR. Lungo la romana via Postumia primi scavi per un parcheggio pertinenziale

Lo scavo di Piazza Santi Apostoli, febbraio 2008

E mura romane affiorano anche in Piazza Santi Apostoli. Non è ancora stato aperto il cantiere, ma le prime rilevazioni mettono a rischio l’intervento

Reperti antichi anche in piazza Santi Apostoli. Non c'è davvero spazio per i parcheggi sotterranei: anche se qui a due passi dalla Bra, a fianco dell’antica via Postumia, oggi corso Cavour, c'era da aspettarsi che qualche reperto di epoca romana affiorasse al primo scavo.
E così è stato: resti di mura appena affiorati mettono già in forse il parcheggio pertinenziale che qui dovrebbe nascere.

«Quello che stiamo facendo al momento è comunque ancora lo scavo archeologico», spiega Luca Mantovani, titolare dell'impresa che conduce i lavori.
«Non si tratta ancora dello scavo vero e proprio del cantiere per il parcheggio, ma della prima rilevazione che stiamo conducendo con gli archeologi della ditta Multiart per verificare che cosa si nasconde in questo angolo della città antica.  E già questo primo scavo ha evidenziato la presenza di tracce di mura presumibilmente romane. Ora sappiamo che dovrà uscire la Sovrintendenza per verificare di che cosa si tratta e per capire se i lavori successivi per il parcheggio potranno partire regolarmente».

Nei prossimi giorni dunque la Sovrintendenza dovrà fare almeno due sopralluoghi per decidere le sorti dei possibili, futuri parcheggi sotterranei.
Un suo verdetto è atteso infatti, oltre che per piazza santi Apostoli, anche per il cantiere di lungadige Capuleti, dove lo stop ai lavori, decretato anche in questo caso dagli archeologi, ha arrestato i lavori per la realizzazione del parcheggio pertinenziale della cooperativa Cangrande, la stessa che aveva avviato due anni fa i lavori in piazza Viviani, subito fermati per l'emergere di resti romani.
 In lungadige Capuleti in realtà lo scavo a portato alla luce un muro che si presume di origine viscontea e che potrebbe essere il proseguimento dello stesso muro che si trova a ridosso dell'argine, a fianco di ponte Aleardi.
Il presidente della cooperativa Paolo Campion però rifiuta l'ipotesi che il cantiere possa essere chiuso a causa di questo ritrovamento e conferma la volontà di tutti i soci della cooperativa di proseguire nei lavori.  L'ipotesi è qui quella delle necessità di spostare i sottoservizi con una spesa ulteriore di 800mila euro.

E infine piazzale Arditi.  Qui lo scavo per il parcheggio ha portato all'emergere di scheletri umani, e in questo momento il cantiere si è trasformato in un campo di studio degli archeologi.

Fonte: srs di Alessandra Galetto da L’Arena di Verona  di Giovedì 28 Febbraio 2008 CRONACA, pagina 9


NEI VALLI DELLE MURA: Sul problema parcheggi e inquinamento interviene anche la Federconsumatori.

NEI VALLI DELLE MURA Sul problema parcheggi e inquinamento interviene anche la Federconsumatori:  «Non si possono avere», dice l’associazione, «ovo, galina e cul caldo».
Per dire che spostarsi in auto in città sperando di trovare un parcheggio è possibile a patto che quest’ultimi vengano realizzati fuori terra. Ma soprattutto siano prefabbricati.

Un modo per dire no ai parcheggi interrati di San Giorgio, piazza Corrubbio, piazza Cittadella. «L’esperienza già vissuta per tre anni in piazza Renato Simoni pare non essere bastata. E le amministrazioni fanno tutte gli stessi errori», spiegano dalla sede di via Licata.  Il paragone con Austria e Germania dove si utilizzano parcheggi esterni realizzati su più piani con strutture d’acciaio è quindi d’obbligo.

Ma dove realizzarli? «L’ideale sarebbe di realizzare parcheggi fuori terra prefabbricati in acciaio sistemati anche provvisoriamente nei valli delle mura» e di «fornire ai cittadini mezzi pubblici gratuiti o a 1 euro al giorno per spostarsi dentro le mura».  (A.Z.)

Fonte: L’Arena di Verona di giovedì 28 febbraio 2008 cronaca pag. 9

  
SAN ZENO. Carote sugli alberi aspettando i carotaggi

 Le carote appese agli alberi

Verona:  Le proteste dei sanzenati a difesa di Piazza Corrubio. Singolare iniziativa di protesta del comitato che difende piazza Corrubio.

A San Zeno le carote crescono sugli alberi.  Non sanno più cosa inventarsi i sanzenati per manifestare il loro «no» al parcheggio sotterraneo di piazza Corrubio.

In attesa del «carotaggio» (tecnica per prelevare dei campioni di roccia cilindrici per le analisi del sottosuolo) da parte della Soprintendenza ai Beni architettonici, alcuni sanzenati hanno deciso di farlo a modo loro: appendendo delle carote vere agli alberi della piazza.
«E’ il nostro modo di esprimere impazienza per l’intervento della Soprintendenza che dovrebbe mettere a vincolo in modo urgente l’intera piazza», spiega Ivo Spada, a capo del comitato «Zò le man da San Zen».
Il vincolo si riferisce alla cripta scoperta sotto la pasticceria “San Zeno”, segno tangibile, secondo lo storico dell’arte Riccardo Battiferro Bertocchi, dell’esistenza, in epoca medievale, della chiesa di San Luca proprio in corrispondenza di piazza Corrubio.  Solo questo vincolo sembrerebbe in grado di fermare in tempo i lavori per la realizzazione del parcheggio.

Alla preoccupazione dei sanzenati, «visto il sospetto silenzio da parte del Comune e dell’assessore alla Viabilità Enrico Corsi», risponde l’ottimismo dello storico Battiferro Bertocchi: «la Soprintendenza è ormai intervenuta. D’altronde una messa a vincolo non si può improvvisare dall’oggi al domani».

In tema di “vincoli”, in quartiere ci si domanda come mai, in seguito al ritrovamento di reperti archeologici nei primi anni Novanta, in occasione di alcuni lavori ai sottoservizi, non ci fu nessun intervento della Soprintendenza riguardante l’intera area di piazza Corrubio.

Gli ultimi ritrovamenti risalgono al 2007, in occasione di altri lavori alle tubature sotterranee di fronte alla gelateria “San Zeno”.

Un recente studio dello storico Bertocchi, rivela come, proprio in quest’area, si estenderebbe la necropoli più grande della città.  La necropoli in questione, andrebbe dalla piazza di San Zeno fino alle rive dell’Adige, circa 9mila metri quadrati. (A.P.)


Fonte: L’Arena di Verona giovedì 28 febbraio 2008 cronaca pag. 9

giovedì 18 novembre 2010

VERONA — Archeologia, sfogo della Giuliana Cavalieri Manasse: «Piazza Arditi, un’occasione persa».

Cantiere Come si presentavano gli scavi in piazza Arditi

«Si poteva creare un deposito coperto come quello di piazza Poste»

I progetti che riguardano il sottosuolo di Verona sono occasioni per l’archeologia urbana, le uniche possibilità in effetti di andare a indagare cosa si nasconda sotto il livello stradale.

«Ma molto spesso si tramutano purtroppo in occasioni perse».

E’ il pensiero di Giuliana Cavalieri Manasse, direttrice del nucleo operativo veronese della Soprintendenza ai Beni Archeologici del Veneto.

Una delle «occasioni perse» in passato, è la via Postumia nascosta sotto corso Cavour, «ma almeno - spiega Manasse - la via Postumia è rimasta lì sotto, e se in futuro ci saranno i mezzi e le possibilità si potrà pensare a un progetto di valorizzazione diverso rispetto alla soluzione dell'interramento».

Ma la direttrice si sfoga, e spiega che quanto è successo in piazza Arditi è molto più che un’occasione persa.

Come aveva spiegato in una conferenza sull’archeologia tenutasi a Padova, nell’ambito di un ciclo organizzato dalla Soprintendenza, «in piazza Arditi oltre alle tante sepolture del XVII e XVIII secolo, nel sottosuolo sono stati trovati frammenti di quartieri romani con strutture legate alla produzione di ceramiche e di tessuti».

E non erano motivo sufficiente per fermare lo scavo?

L’archeologa sospira. Sembra una questione complicata, che si riassume banalmente così: «Sì, ma ora è troppo tardi. Il privato committente aveva speso un sacco di soldi, centinaia di migliaia di euro per pagare le indagini, e non si poteva più tornare indietro».

E si scopre sostanzialmente che sarebbe stata una sorta di trappola formale, burocratica, quella che ha consegnato lo scavo di piazza Arditi ad un futuro di garage interrato, mentre avrebbe potuto essere un sito archeologico tutto da studiare, uno di quelli che magari sarebbe potuto diventare parte di un percorso della Verona sotterranea, un punto di interesse culturale e turistico.

«Oppure un deposito archeologico coperto-spiega Manasse - come quello di piazza delle Poste, dove magari tra venti o quaranta o cinquanta anni ci sarebbero state le risorse per continuare gli studi e le ricerche o progettare una valorizzazione. La legge prevede che uno scavo di committenza pubblica debba effettuare obbligatoriamente l’indagine archeologica preventiva e che validi motivi di natura archeologica possano far arrestare o modificare il progetto. Tutto cambia nel caso di un progetto privato».

Il caso di piazza Arditi, che non era un project financing, ma un pertinenziale, per la normativa coincide con una committenza privata, «ma non per quanto riguarda la verifica archeologica».

Proprio quest’ultima parte è stata chiarita, appunto, troppo tardi. E ora che fine faranno i ritrovamenti romani?

«I resti di strade e strutture, con le vasche per la tintura, sono stati smontati e portati al museo di San Tomaso (il museo Archeologico Statale del quale, a breve, fondi permettendo, si prevede l'apertura ndr) - spiega Manasse-. Qui si cercherà di dare una ricostruzione sia concreta che virtuale al quartiere romano».

Al quale dunque rimane un destino di musealizzazione.  Fondi permettendo

Fonte: fonte: srs di Camilla Bertoni  dal CORRIERE DEL VENETO del  24 ottobre  2010 Verona



L’opera indispensabile

Vendesi posti auto pertinenziali

Ma cos’ è quest’opera così importante e fondamentale?  Ma certo… un garage   pertinenziale.  
A Verona, per un garage, si possono spianare molte cose, il resto si può mettere in secondo piano. D'altronde cosa si può pretendere - a livello di sensibilità culturale - da amministrazioni che vendono i musei della città per fare cassa?

Il  centro storico di Verona è dichiarato "patrimonio storico e culturale dell' umanità", ma i loro amministratori…..


mercoledì 17 novembre 2010

Verona «Piazza Corrubbio, i reperti archeologici sono tutelati»

Il sopralluogo dei reperti trovati in piazza Corrubbio (FOTO MARCHIORI)

SOPRALLUOGO. I tecnici hanno illustrato lo stato di conservazione. Cametti: «Ma l'anfora e i vassoi ci sono davvero?»

Le ossa recuperate da 249 tombe sono adagiate in decine di cassette di plastica. Accanto, impilate le une sulle altre, ci sono le lastre di pietra che costituivano i sepolcri, datati tra il terzo e l'ottavo secolo dopo Cristo. I resti della necropoli rivenuta sotto piazza Corrubbio durante i lunghi mesi di scavi archeologici ora sono stoccati in un magazzino dell'Arsenale. Lì rimarranno fino a quando Comune e Soprintendenza non troveranno una sistemazione migliore.

Ma siamo sicuri che, nell'attesa, non cambino colore, come già successo alle selci blu? Il timore di possibili danni ai reperti, causati della collocazione poco idonea tra umidità e muffa, ha spinto l'intera commissione consiliare per la cultura, capeggiata da Lucia Cametti (An), a visitare ieri pomeriggio il magazzino dell'Arsenale.

Si sono aggregati lo storico Alberto Solinas, l'archeologo Giorgio Vandelli, l'avvocato Enrico Scognamillo e l'imprenditore Francesco Farinelli. A fare da guida, l'archeologa Francesca Meloni dell'impresa responsabile dei sondaggi archeologici in piazza Corrubbio fino ad agosto. La quale ha escluso il pericolo che la sistemazione, purché provvisoria, vada a danno dei ritrovamenti. «Tutte le ossa sono avvolte in carta velina e chiuse in sacchetti traspiranti».

Cametti, dicendosi amareggiata per l'assenza di Giuliana Cavalleri Manasse, direttore del Nucleo operativo della Soprintendenza, ha parlato anche del «giallo» dei reperti mancanti. «Operai al lavoro nel cantiere di pizza Corrubbio hanno accennato al rinvenimento di un'anfora e di due vassoi d'argento: cose che qui non ci sono», ha spiegato. «Abbiamo chiesto conferma ai responsabili del cantiere, ma tutti smentiscono. A chi dobbiamo credere?».
D'altra parte, anche l'archeologa Meloni ha ribadito la quasi totale assenza di corredi all'interno delle tombe dissotterrate, ad eccezione di qualche bracciale in ferro e alcune monete dell'epoca.
È stata sottolineata inoltre l'intenzione di ricostruire in loco, a fine espositivo, i due migliori sepolcri della necropoli: una, in particolare, è una tomba di famiglia con struttura absidata. Sotto piazza Corrubbio, quindi, non c'è davvero nulla di rilevante? «No, per quello che ho avuto modo di osservare fino ad agosto», ha risposto Meloni. «A meno che via Da Vico non nasconda una sorpresa». (L.CO.)


Fonte: da L’Arena di Verona di Mercoledì 10 Novembre 2010, CRONACA, pagina 16