martedì 25 aprile 2017

A YAROUN, DOVE SAN GIORGIO VINSE IL DRAGO, CRISTIANI E SCIITI SI STRINGONO SOLIDALI CONTRO IL 'DRAGO' DEL TAKFIRISMO!





Il  24 aprile,  si ricorda  san Giorgio originario dalla    Cappodocia, ma arabo da parte di madre,  venerato come santo megalomartire da quasi tutte le Chiese cristiane che ammettono il culto dei santi.

La data della sua morte dovrebbe essere il 303 d.C.
La tomba si trova presso Lidda (l’odierna Lod, in Israele).

Lo ricordo  con questa foto proveniente da  Yaroun Libano nel luogo  dove la tradizione pone la vittoria  san Giorgio contro il drago.  

Oggi viene ricordato dai Cristiani e Sciiti,  che si stringono solidali  contro 'drago' del takfirismo!


L’EGEMONIA DI SINISTRA HA CREATO UN DESERTO E L’HA CHIAMATO CULTURA



Antonio Gramsci



Ma è vera o falsa la leggenda dell’egemonia culturale di sinistra? Cos’era e cosa resta oggi di quel disegno di conquista e dominio culturale? In principio l’egemonia culturale fu un progetto e una teoria che tracciò Gramsci sulla base di due lezioni: di Lenin e di Mussolini, via Gentile e Bottai.

La tesi di fondo è nota: la conquista del consenso politico e sociale passa attraverso la conquista culturale della società. Poi fu Togliatti che, alla caduta del fascismo, provò su strada il disegno gramsciano e conquistò gruppi di intellettuali, spesso ex fascisti, case editrici e luoghi cruciali della cultura. Ma il suo progetto non bucò nella società che aveva ancora contrappesi forti, dalle parrocchie all’influenza americana, dai grandi mezzi di comunicazione come la Rai in mano al potere democristiano ai media in cui prevaleva l’evasione.

La vera svolta avviene col ’68: l’egemonia culturale non si identifica più col Pci, che pure resta il maggiore impresario, ma si sparge nell’arcipelago radicale di sinistra. Quell’egemonia si fa pervasiva, conquista linguaggi e profili, raggiunge la scuola e l’università, il cinema e il teatro, pervade le arti, i media e le redazioni.

In che consiste oggi l’egemonia culturale? In una mentalità dominante che eredita dal comunismo la pretesa di Verità Ineluttabile (quello è il Progresso, non potete sottrarvi al suo esito). Quella mentalità s’è fatta codice ideologico e galateo sociale, noto come politically correct, intolleranza permissiva e bigottismo progressista.

Chi ne è fuori deve sentirsi in torto, deve giustificarsi, viene considerato fuori posto e fuori tempo, ridotto a residuo del passato o anomalia patologica. Ma lasciamo da parte le denunce e le condanne e poniamoci la domanda di fondo: ma questa egemonia culturale cosa ha prodotto in termini di opere e di intelligenze, che impronta ha lasciato sulla cultura, la società e i singoli?

Ho difficoltà a ricordare opere davvero memorabili e significative di quel segno che hanno inciso nella cultura e nella società. E il giudizio diventa ancor più stridente se confrontiamo gli autori e le opere a torto o ragione identificate con l’egemonia culturale e gli autori e le opere che hanno caratterizzato il secolo.

Tutte le eccellenze in ogni campo, dalla filosofia alle arti, dalla scienza alla letteratura, non rientrano nell’egemonia culturale e spesso vi si oppongono. Potrei fare un lungo e dettagliato elenco di autori e opere al di fuori dell’ideologia radical, un tempo marxista-progressista, se non contro.

L’egemonia culturale ha funzionato come dominazione e ostracismo ma non ha prodotto e promosso grandi idee, grandi opere, grandi autori. Anzi sorge il fondato sospetto che ci sia un nesso tra il degrado culturale della nostra società e l’egemonia culturale radical. I circoli culturali, le lobbies e le sette intellettuali dominanti hanno lasciato la società in balia dell’egemonia sottoculturale e del volgare.

E l’intellettuale organico e collettivo ha prodotto come reazione ed effetto l’intellettuale individualista e autistico che non incide nella realtà ma si rifugia nel suo narcisismo depresso. Ma perché è avvenuto questo, forse perché ha prevalso un clero intellettuale di mediocri funzionari, anche se accademici?

Ci è estraneo il razzismo culturale, peraltro assai praticato a sinistra, non crediamo perciò che sia una questione «etnica» che riguarda la razza padrona della cultura. Il problema è di contenuti: l’egemonia culturale non ha veicolato idee, valori e modelli positivi ma è riuscita a dissolvere idee, valori e modelli positivi su cui si fonda la civiltà.

Non ha funzionato sul piano costruttivo, sono naufragate le sue utopie, a partire dal comunismo; ma ha funzionato sul piano distruttivo. Se l’emancipazione è stata il suo valore fondante e la liberazione il suo criterio principe, il risultato è stato una formidabile, quotidiana demolizione di culture e modelli legati alla famiglia, alla natura, alla vita e alla nascita, al senso religioso e alla percezione mitica e simbolica della realtà, al legame comunitario, alle identità e alle radici, ai meriti e alle capacità personali.

È riuscita a dissolvere un mondo, a deprimere ed emarginare culture antagoniste ma non è riuscita a generare mondi nuovi.

Il risultato di questa desertificazione è che non ci sono opere, idee, autori che siano modelli di riferimento, punti di partenza e fonti di nascita e rinascita. L’egemonia culturale ha funzionato come dissoluzione, non come soluzione.

Oggi il comunismo non c’è più, la sinistra appare sparita ma sussiste quella cappa asfissiante anche se è un guscio vuoto di idee, valori, opere e autori.

Il risultato finale è che l’egemonia culturale è un potere forte con un pensiero debole (e non nel senso di Vattimo e Rovatti); mentre l’albero della nostra civiltà, con le sue radici, il suo tronco millenario e le sue ramificazioni nella vita reale, è un pensiero forte ma con poteri deboli in sua difesa. La prima è una chiesa con un episcopato in carica e un vasto clero ma senza più una dottrina e una religione; viceversa la seconda è un pensiero forte, con una tradizione millenaria, ma senza diocesi e senza parrocchie…

Così viviamo una guerra asimmetrica tra un potere forte ma dissolutivo e una civiltà non ancora decaduta sul piano spirituale ma inerme e soccombente sul piano pratico e mediatico. La prevalenza odierna della barbarie di ritorno deriva in buona parte da questo squilibrio tra una cultura egemone ma nichilista e una civiltà perdente o forse già perduta.

La rinascita ha due avversari: la cultura nichilista egemone e il nichilismo senza cultura della volgarità di massa.

(MV, Il Giornale 8 febbraio 2015)


Fonte: da Marcello Veneziani




venerdì 21 aprile 2017

GIACOMINO DA VERONA: DE BABILONIA CIVITATE INFERNALI




Il "De Babilonia civitate infernali" è un poemetto di Giacomino da Verona nel quale l'Inferno viene descritto in modo piuttosto grossolano, ma con dovizia di particolari fantasiosi e divertenti.
L'Inferno è ammorbato da un fetore indescrivibile, che si sente a più di mille miglia di distanza; vi brulicano bisce, ramarri, rospi, serpenti, vipere, dragoni con lingue e denti taglienti più di rasoi.
Appena giunto in questo luogo, il dannato è preso in cura da diavoli cento volte più neri del carboni, i quali gli spezzano le ossa a bastonate, lo immergono prima in un'acqua gelata e poi lo mettono in un luogo di grande calura.
Dopo questi preparativi, il malcapitato è pronto per essere cucinato! Arriva Belzebù che lo mette ad arrostire come un bel porco al fuoco in un grande spiedo di ferro, per farlo cuocere, condendolo con una salsa per renderlo più appetitoso. La salsa è fatta di acqua, sale, fuliggine, vino, fiele, aceto forte e veleno. 
Ma non sempre Lucifero, re dell'Inferno, gradisce la pietanza e allora, infuriato, lo rispedisce indietro al cuoco perché non lo trova convenientemente cucinato.



Fonte: Luigi Pellini




DE BABILONIA CIVITATE INFERNALI (GIACOMINO DA VERONA)





Poemetto veronese in quartine monorime o assonanzate di alessandrini (la cui prima parte è il De Jerusalem celesti), anche il De Babilonia civitate infernali fa parte, come il Libro de le Tre Scritture di Bonvesin da la Riva, dei cosiddetti precursori della Commedia di Dante.
 Vi si ritrovano il paesaggio orrido e rupestre, le mura turrite, la sentinella (di cui è sottolineata la minacciosa capacità di rimanere sveglia in eterno).
Lo stile umile esprime una concezione ingenua dell’aldilà; la descrizione delle pene dell’inferno e delle gioie dei beati ricorre a rappresentazioni che intendono colpire l’immaginario popolare, attingendo al repertorio dei predicatori francescani che si richiama all’Apocalisse di san Giovanni e che ritroviamo nel mondo figurativo dei capitelli delle cattedrali. 

Fonte: srs di Luigi Cavalli, da Da Trecani.it





DE BABILONIA CIVITATE INFERNALI (testo)





"De Babilonia civitate infernali" l'autore si sofferma a descrivere l'Inferno come un luogo orribile e puzzolente, popolato da draghi e serpenti e dove i dannati sono continuamente tormentati dai demoni, che spezzano loro le ossa con bastoni e hanno il classico aspetto dell'iconografia medievale, con la testa cornuta e fattezze animalesche. La rappresentazione prosegue con la descrizione di Belzebù nei panni di cuoco infernale, intento a cucinare per bene un dannato e a insaporirlo per offrirlo poi come pasto al re dell'Inferno, che per tutta risposta lo trova "poco cotto" e lo rispedisce indietro.


DE BABILONIA CIVITATE INFERNALI (testo)


1- A l’onor de Cristo, segnor e re de gloria,
et a tenor de l’om cuitar voio un’ystoria,
la qual spese fïae, ki ben l’avrà in memoria,
contra falso enemigo ell’ à far gran victoria.

5- L’istorïa e questa, k’eo ve voi’ dir novella
de la cità d’inferno quant ell’ è falsa e fella,
ke Babilonia magna per nomo sì s’apella,
segundo ke li sancti ’de parla e ’de favella.

9- Mo poi ke vui entendrì lo fato e la rason,
com’ ell’ è fata dentro per ognunca canton,
forsi n’avrì trovar da Deo algun perdon
de li vostri peccai, per vera pentixon.

13- E ço k’e’ ve n’ò dir, prendìne guarda e cura,
k’ele serà parole dite soto figura,
de le quale eo ve voio ordir una scriptura
ke da leçro e da scrivro ve parà molto dura.

17- Perçò tuta fïaa en la spirital scola
l’om k’entrar ge vorà, né no starà de fora,
ben ne porà l’emprendro almen una lignola
a la soa utilitae, creço, enançi k’el mora.

21- Or començemo a leçro questa scritura nova
de la cità malegna per figura e per glosa,
e lo Dotor d’ogn’arte preg[h]em per divina ovra
k’Elo nui [‘n] questo scrito faça far bona prova.

25- Lo re de questa terra sì è quel angel re’
de Lucifèr ke diso: "En cel metrò el me’ se’,
e serò someiento a l’alto segnor De’",
dond el caçì da cel cun quanti ge çé dre’.

29- La cità è granda et alta e longa e spessa,
plena d’ogna mal e d’ognunca grameça:
li sancti tuti el diso, per fermo e per certeça,
ka ki là dentro à entrar, no ’d’ àlo ensiro en freça.

33- En l{o} profundo de inferno sì e colocaa,
de raxa e de solfero sempro sta abrasaa:
se quanta aqua è en maro entro ge fos çetaa,
encontinento ardria sì com’ cera colaa.

37- Per meço ge corro aque entorbolae,
amare plui ke fel e de venen mesclae,
d’ortig[h]e e de spine tute circundae,
agute cum’ cortegi e taient plu ke spae.

41- Sovra la cità è fato un cel reondo
d’açal e de ferro, d’andranego e de bronço,
de saxi e de monti tuta muraa d’atorno
açò k’el peccaor çamai no se’n retorno.

45- Sovra sì è una porta cun quatro guardïan,
Trifon e Macometo, Barachin e Sathàn,
li quali è tanto enoiusi e crudeli e vilan
ke dolentri quelor ke g’andarà per man.

49- Ancora su la porta sì è una tor molt alta,
su la quala sì sta una soa scaraguaita,
la qual nui’ om ke sia çamai trapassar laga
per tute le contrae, ke lì venir no’l faça.

53- E ben è fera consa e granda meraveia
k’ella no dormo mai, mo tuto ’l tempo veia,
façando dì e noito a li porter ensegna
k’igi no laxo andar la soa çento ramenga.

57- E po’ da l’altra parto sempro ge dis e cria:
"Guardai ke entro vui no regno traitoria.
Tegnì seraa la porta e ben guardaa la via,
ke de la nostra çente nexun se’n scampo via.

61- Mo ki verà a vui, com’el fos un gran conto,
encontro ge corì con molto alegro fronto,
la porta ge sia averta et abassao lo ponto,
e poi el metì en cità cun canti e cun trïumpho.

65- Mai al re Lucifèr sì lo fai asaver,
açò k’el se percaço de farge proveer
d’un tenebroso logo là o’ ’l deba çaser,
segundo k’el è degno e merito d’aver".

69- O miser si cativo, dolento, maleeto,
quelui ch’a tal onor firà là dentro meso!
De vui no voio dir, mo eo ben ge’l prometo,
k’eo no de’ lo laudar s’el no se lauda ensteso.


73- Mo ben me’l manifesta la mento e lo cor meo,
s’el no mento la leço de l’alto segnor Deo,
k’el g’à parir quel logo tanto crudel e reo
k’el no se n’à laudar a le fine de dreo.

77- K’el no serà çà dentro uncana tanto tosto
cum’ igi g’à ligar le mane e {l}i pei poi el doso,
e poi l’à presentaro a lo re de la morto,
sença remissïon batandol molto forto;

81- lo qual s’à far veniro un perfido ministro,
ke l’à metro in prexon, segundo k’el è scrito,
en un poço plui alto k’el cel n’è da l’abisso,
per esro lì tutore tormentao et aflicto.

85- La puça e sì granda ke n’exo per la boca,
ka eo volervel dir tuto seria negota,
ké l’om ke solamentre l’aproxima né ’l toca
çamai per nexun tempo non è livro d’angossa.

89- Mai no fo veçù unca per nexun tempo
logo né altra consa cotanto puçolento,
ké millo meia e plu da la longa se sento
la puça e lo fetor ke d’entro quel poço enxo.

93- Asai g’è là çó bisse, liguri, roschi e serpenti,
vipere e basalischi e dragoni mordenti:
agui plui ke rasuri taia l’ong[l]e e li denti,
e tuto ’l tempo manja e sempr’ è famolenti.

97- Lì è li demonii cun li grandi bastoni,
ke ge speça li ossi, le spalle e li galoni,
li quali è cento tanto plu nigri de carboni,
s’el no mento li diti de li sancti sermoni.

101- Tant à orribel volto quella crudel compagna,
k’el n’ave plu plaser per valle e per montagna
esro scovai de spine da Roma enfin en Spagna
enanço k’encontrarne un sol en la campagna.

105- Ked i çeta tutore, la sera e la doman,
fora per mei’ la boca crudel fogo çamban,
la testa igi à cornua e pelose le man,
et urla como luvi e baia como can.

109- Ma poi ke l’omo è lì e igi l’à en soa cura,
en un’aqua lo meto k’è de sì gran fredura
ke un dì ge par un anno, segundo la scriptura,
enanço k’eli el meta en logo de calura.

113- E quand ell’ è al caldo, al fredo el voravo esro,
tanto ge pare ’l dur, fer, forto et agresto,
dond el non è mai livro per nexun tempo adeso
de planto e de grameça e de gran pena apresso.

117- Staganto en quel tormento, sovra ge ven un cogo,
çoè Balçabù, de li peçor del logo,
ke lo meto a rostir, com’un bel porco, al fogo,
en un gran spe’ de fer per farlo tosto cosro.

211- E po’ prendo aqua e sal e caluçen e vin
e fel e fort aseo e tosego e venin
e sì ne faso un solso ke tant e bon e fin
ca ognunca cristïan sì ’n guardo el Re divin.

125- A lo re de l’inferno per gran don lo trameto,
et el lo guarda dentro e molto cria al messo:
"E’ no ge ne daria" ço diso "un figo seco,
ké la carno è crua e ’l sango è bel e fresco.           

129- Mo tornagel endreo vïaçament e tosto,
e dige a quel fel cogo k’el no me par ben coto,
e k’el lo debia metro col cavo en çó stravolto
entro quel fogo ch’ardo sempromai çorno e noito.

133- E stretament ancor dige da la mia parto
k’el no me’l mando plui, mo sempro lì lo lasso,
né no sia negligento né pegro en questo fato,
k’el sì è ben degno d’aver quel mal et altro".

137- De ço k’el g’e mandà no ge desplase ’l miga,
mai en un fogo lo meto, ch’ardo de sì fer’ guisa
ke quanta çent è al mondo ke soto lo cel viva,
no ne poria amorçar pur sol una faliva.

141- Mai no fo veçù, né mai no se verà,
sì grando né sì fer cum’ quel fogo serà:
aoro né arçento né castel né cità
non à scampar quelor k’en li peccai morà.

145- Lo fogo è sì grando, la flama e la calura,
k’el no se pò cuitar né leçros’ en scriptura;
nuio splendor el rendo, tal è la soa natura,
mo negro e puçolento e plen d’ogna soçura.

149- E sì com’ è nïento a questo teren fogo
quel k’è depento en carta né ’n mur né ’n altro logo,
così seravo questo s’el a quel fos aprovo,
de lo qual Deo ne guardo k’el no ne possa nosro.

153- E sì com’ entro l’aigua se noriso li pissi,
così fa en quel fogo li vermi malëiti,
ke a li peccaori ke fi là dentro missi
manja i ocli e la bocca, le coxe e li gariti.

157- Lì crïa li dïavoli tuti a summa testa:
"Astiça, astiça fogo, dolenti ki n’aspeta!"
Mo ben dovì saver en que mo’ se deleta
lo miser peccaor ch’atendo cotal festa.

161- L’un dïavolo cria, l’altro ge respondo,
l’altro bato ferro e l’altro cola bronço,
et altri astiça fogo et altri corro entorno
per dar al peccaor rea noito e reo çorno.

165- E a le fin de dreo sì enso un gran vilan
del profundo d’abisso, compagnon de Sathan,
de trenta passa longo, con un baston en man
per benëir scarsella al falso cristïan,

169- digando ad alta vox: "Ogn’om corra al guaagno,
k’el no porta mo ’l tempo k’algun de nui stea endarno;
e ki no g’a vegniro, segur sea del malanno,
no se’n dea meraveia s’el n’à caçir en danno".

173- Tuti li dïavoli respondo: "Sïa, sia,
quest’è bona novella, pur k’ella tosto fia.
Tu andarai enançi per esro nostra guia;
mal aia la persona ke g’à far coardia!"

177- Pur de li gran dïavoli tanti ne corro en plaça
(ké quigi da meça man no par ke se g’afaça),
crïando çascaun: "Amaça, amaça, amaça!
Çà no ge pò scampar quel fel lar falsa capa".

181- Altri prendo baìli, altri prendo rastegi,
altri stiçon de fogo, altri lançe e cortegi,
no fa gi força en scui né ’n elmi né ’n capegi,
pur k’i aba manare, çape, forke e martegi.

185- Tant’ égi crudeli e de malfar usai,
ke l’un n’aspeta l’altro de quigi malfaai:
ki enançi ge pò esro, quigi è li plu bïai,
corando como cani k’a la caça è afaitai.

189- Mo’ ben pensa’l cativo k’el volo ensir de çogo,
quand el tanti dïavoli se vé corir da provo,
ke un per meraveia no ne roman en logo,
ke no ge corra dre’ crïando: "Fogo, fogo".

193- Così façando tuti, tant è fero remor
ke pur quel sol seravo gran pena al peccaor:
se l’un diavolo è reo, l’altro è molto peçor,
e Deo abata quel ke là dentro e meior.

197- Né ’l meior né ’l peçor eo no ve ’l so decerno,
ké tuti sun dïavoli e ministri d’inferno:
altresì ben l’istà com’ igi fa l’inverno
igi tormenta l’omo en quel fogo eterno.

201- Quelor ke en quell’afar se trova li plu rei,
en meço la cità fi posti li soi sei:
tuti li altri l’aora com’igi fose dei,
staganto en çinocluni davançi li soi pei.

205- Dondo a çascaun ne prendo voia granda
de far mal quant el pò, né unca se sparagna:
perçò lo cativello duramentre se lagna,
quand’el se vé da cerca star tanta çente cagna,

209- li qual per me’ la faça orribelmentre el mira,
e man ge meto in testa et in terra lo tira;
quelor ke g’è da lunçi aprò’ esro desira,
en lei cun gran furor per complir soa ira.

213- Altri ge dà per braçi, altri ge dà per gambe,
altri ge speça li ossi cun baston e cun stang[h]e,
cun çape e cun baìli, cun manare e cunvang[h]e:
lo corpo g’emplo tuto de plag[h]e molto grande.

217- En terra quasi morto lo tapinel sì caço:
no ge val lo so plançro ke perçò igi lo lasso;
al col ge çeta un laço et un spago entro ’l naso,
e per la cità tuta batando sì lo trasso.

221- Dondo lo peccaor enlora se despera
d’aver plui perdonança da quella çento fera,
mo pena sovra pena, fogo e preson crudela
da quell’ora enanço d’aver sempre spera.

225- Perçò ge foso meio al misero cativo
esro mill’ore morto ke pur una sol vivo,
k’el no à lì parento ni proximan amigo
lo qual çoar ge possa tanto ke vaia un figo.

229- Mo tal derisïone com’e’ v’ò mo’ cuitae,
de si fa quella çente al dì spese fiae,
digando l’un a l’altro: "ô l’à ben miritae.
Aveso en la soa vita l’ovre de Deo amae!

233- Mo’ e vegnù lo tempo dond el è enganà,
en lo qual çamai plu ben no se farà,
dondo, s’el gne deso un monto d’or colà,
d’entro questo logo çamai plui n’esirà.

237- E s’el no n’à le maçe e le arme men vegnir,
de ço k’el n’à servì ben ge ’l farem païr".
Dondo comença en l’ora cun molto gran sospir
lo miser peccaor ad alta voxo dir:

241- "O miser mi cativo, dolentro e malastrù,
en cum’ crudel ministri e’ me sunt embatù!
Plasesso al Creator c’unka no fos naxù
enanço k’a tal porto quilò foso vegnù!

245- Malëeta sia l’ora, la noito, ’l dì e ’l ponto
quando la mïa mare cun me’ pare s’açonso,
et ancora quelui ke me trasso de fonto,
quand el no m’anegà, tal omo cum’ e’ sonto.

249- M’ a tal ’de sun vegnù k’eo no so ke me faça,
k’el no me par Naalo né ’Pifania né Pasca;
mo la mala ventura, quellor ke se’n percaça,
endarno s’afaìga, k’eo sol l’ò tut’ afata".

253- Mo’ molto volenter lo miser fuçiria,
mai el no pò far nïento, k’el g’è serà la via,
ke tanto l’à ’l dïavolo destreto en soa bailia
ke tuto l’or del mundo çamai no ge’l toria.

257- Mo lì se volço e gira lo miser cativello,
no trovando requia né logo bon né bello,
mo quanto g’è là dentro sì g’e mort’ e flagello
segundo k’è a la cavra la maça e lo cortello.

261- Tuti li demonii se ge conça d’entorno
cun bastoni de ferro pesanti plu de plumbo,
e tanto ge ne dona per traverso e per longo
ke mei{o} ge fos ancora a nasro en questo mondo.

265- Or toia lo cativo li figi e le muger,
li amisi e li parenti, le arme e li destrer,
li castegi e le roche k’ello lagà l’altrer,
e façase aiar, mo’ k’el’ i à gran mester.

269- Mo’ el è enganà, ço me dis lo cor meo,
s’el no mento la leço de l’alto segnor Deo,
ké san Çuano el dis, Luca, Marco e Matheo,
ke l’om ke va in inferno çamai no torna indreo.

273- De quanti n’è là dentro no pò l’un l’altro aiar,
ke çascaun ke g’è tropo à de si a far,
mo una consa voi’ dir, segundo ke me par:
ke non à voluntà de rir né de çugar.

277- Segundo k’è del prà così ne fas de si,
ke fina entro la terra serà manjà lo dì,
e poi en piçol tempo, vui ben lo cognosì,
êlla sera retorna cresuo e reverdì.

281- Tuta la maior pena ke aba quel meschin
sì e quand el se pensa ke mai el no dé aver fin
lo fogo de inferno e l’ardento camin,
en lo qual el bruxa çorno e noito e maitin.

285- Ancora en quel logo, sì com’a dir se sona,
lo fiio encontra ’l pare spese volte tençona,
digando: "El fig de Deo k’en cel porta corona
te maleìga, pare, l’anema e la persona.

289- K’enfin k’eo fui êl mondo tu no me castigasi, mai
en lo mal maior sempro me confortasi,
e poi l’or e l’arçento tu me lo concostasi,
dund eo ne sun mo’ meso en molto crudel braçi.

293- E s’eo ben me recordo, viaçament e tosto
tu sì me coreve cun gran bastoni adoso,
fosso ki ’l voleso, o per drito o per torto,
s’eo no confundeva l’amigo e ’l vesin nostro".

297- Lo pare ge respondo: "O fiiol malëeto,
per lo ben k’eo te volsi quilò sì sont’e messo;
eo n’abandonai Deo, ancora mi ensteso,
toiando le rapine, l’osure e ’l maltoleto.

301- De dì e de noto durai de gran desasi
per concostar le roche, le tore e li palasi,
li monti e le campagne e boschi e vigne e masi,
açò k’êlla toa vita tu n’avisi grand’ asii.

305- Tanto fo’l [to] penser e tanta la toa briga,
bel dolço fiiol, ke Deo te maleìga,
ke del povro de Deo çà no me’n sovegniva,
ke de famo e de seo for per le strae moriva.

309- Mo ben ne sunt eo mo’ aparuo folo e mato,
k’el no me val nïento lo plançro né ’l desbatro
k’eo no sia ben pagao de tuto per afato,
de tal guisa monea ke l’un val plu de quatro".

313- La pugna è entro lor sì granda e sì forto
com’i s’aves çurà entrambidu’ la morto,
e s’el poëso l’un a l’altro dar de morso,
el ge manjaria lo cor dentro lo corpo.

317- Le pene è sì grande de quel fogo ardento
ka, s’e’ aveso boke millo e cincocento
le quale dì e noto parlase tuto ’l tempo,
eo dir no ve’l poria, no dubitai nïento.

321- O sì çente crudela ke stai en li peccai,
como soferì quell{e} pene, perqué no ve’l pensai?
Per lo dolor d’un dento tuto ’l dì vui crïai:
com’ portarì vui quelle sempiterna mai?

325- Mo’ eo v’ò dar conseio, se prendro lo volì:
fai [la] penitencia enfin ke vui poì,
de li vostri peccati a Deo ve repentì,
e perseverando en quello le pene fuçirì;

329- ké lo mal e lo ben davanço v’è metù,
ke vui toiai pur quel lo qual ve plase plu:
lo mal conduse a morto cun quel angel perdù,
e lo ben dona vita en cel con’l bon Iesù.

333- Mai açò ke vui n’abiai li vostri cor seguri,
ke queste non è fable né diti de buffoni,
Iacomino da Verona de l’Orden de Minori
lo compillà de testo, de glose e de sermoni.

337- Mo asai avì entese de le bone raxon:
or ne preg[h]emo tuti ca quel ke fe’ ’l sermon
e vui k’entes l’avì cun gran devotïon,
ke Cristo e la Soa mare ge’n renda guiërdon.                    340





GIACOMINO DA VERONA





Giacomino da Verona (1255 - 1260 circa – ...) è stato un poeta veronese.


Appartenente all'ordine dei Frati Minori, scrisse in volgare veronese due poemetti didascalici: il De Babilonia civitate infernali e il De Jerusalem celesti. Non si è trovata traccia di lui negli Annali di Wadding: dunque non dovette prendere parte ad uffici pubblici o ad incarichi di carattere ecclesiastico all'interno dell'ordine francescano. Fu probabilmente contemporaneo di Bonvesin de la Riva, come suggerirebbe lo stesso tipo di metrica e la presenza di idee simili in ambito escatologico.

Di Giacomino da Verona sappiamo molto poco, e quel poco che è noto è direttamente tramandato da Giacomino medesimo nella penultima quartina del De Babilonia civitate infernali: "... Iacomino da Verona de l'Orden de' Minori". Era dunque un francescano vissuto nella seconda metà del XIII secolo. Come tutti gli ecclesiastici conosceva la lingua latina, anche se utilizzava il dialetto veronese stretto per poter comunicare cogli auditori, popolani in gran parte analfabeti. Con ogni probabilità utilizzava parte dei poemetti durante le prediche o nelle funzioni religiose del sabato e della domenica. Ma non è nota la chiesa in cui risiedeva.

Giacomino da Verona è autore di due poemetti didascalici: il De Babilonia civitate infernali ("Babilonia, città infernale") in 280 versi, e il De Jerusalem celesti ("La Gerusalemme celeste") di 336 versi. Con ogni probabilità i poemetti furono composti dal frate francescano durante la sua giovinezza, forse verso il 1275.

La lingua utilizzata è il volgare veronese, rozzo ma efficace per lessico e dialoghi, con figurazioni ingenuamente realistiche: descrive le gioie dei beati e le pene dei cattivi, in quanto - con ogni probabilità - i due poemetti erano diretti alla popolazione allora in gran parte analfabeta. Scritti con uno stile umile, esprimono una ingenua concezione dell'aldilà: nel primo lavoro si descrivono le pene dell'inferno, mentre nel secondo vengono messe in evidenza le gioie dei beati. In entrambi i casi si fa ricorso a rappresentazioni che intendono colpire l'immaginario popolare e che per questo attingono dalle fantasie più diffuse. Il Paradiso vien descritto come luce pura ed eterna, un luogo attraversato da canti e musiche dolci, con mura di perle, fiumi d'oro, fontane d'argento e un panorama indescrivibile che l'autore prova a "scomporre" in elementi del mondo reale; l'Inferno invece è una città di fuoco e rovi, con draghi e demoni orrendi, nel quale hanno luogo terribili torture e dove riecheggiano lamenti e urla strazianti. I due poemetti devono aver avuto una grande diffusione al tempo, tanto che alcune raffigurazioni del De Babilonia civitate infernali vennero sviluppate ed integrate da Dante Alighieri nella Divina Commedia.

La struttura di entrambi i poemetti, scritti in quartine monorime di alessandrini, deriva dalle esperienze giullaresche, mentre le immagini sono tratte dall'Apocalisse di Giovanni, dagli scritti francescani contemporanei a Giacomino da Verona, dal repertorio dei padri predicatori come Sant'Antonio di Padova, oltre che dagli scritti analoghi di Bonvesin de la Riva e Uguccione da Lodi.


Fonte: Wikipedia