sabato 18 novembre 2017

IL VACCINO PIÙ IMPORTANTE CHE NESSUNO FA!






C’è un vaccino che in Italia fanno in pochissimi bambini. Un vaccino che andrebbe somministrato per la prima volta a un anno e mezzo di vita. E da lì in poi tutti gli anni, a garantire una copertura stabile, almeno fino agli otto, nove anni d’età. Il vaccino previene un deficit importante. Un deficit che non andrebbe trascurato, ma che purtroppo la maggioranza dei genitori ed educatori perde colpevolmente di vista: stiamo parlando del vaccino contro il deficit d’immaginazione


Dal momento che l’immaginazione, quale facoltà mentale fondamentale e insostituibile dell’essere umano, vive la sua maggior fioritura tra i 18  mesi e gli 8/9 anni di vita di ciascun individuo, siamo convinti che sia proprio lì, a quell’età, che tutti dobbiamo iniziare a preoccuparcene, mettendo in atto ogni mezzo in nostro possesso per salvaguardarla da qualsiasi pericolo, da qualsiasi cosa possa nuocerle o, peggio, estinguerla. L’immaginazione va protetta. Ne va del nostro benessere, di quello delle future generazioni. Ne va della stessa sopravvivenza dell’uomo, per come siamo stati abituati a conoscerlo: un animale sociale, razionale e spirituale. Un animale con in più l’immaginazione. La facoltà che, per l’appunto, lo rese sociale, razionale e spirituale. 

Crescere con un ammanco d’immaginazione, ovvero con un deficit d’immaginazione, comporta, dunque, conseguenze gravissime per l’individuo. Un ritorno all’animalità, o meglio, alla bestialità. Un rischio che nessuno correrebbe per il proprio bimbo, ma che nei fatti quasi nessuno tiene adeguatamente a distanza. Per brevità, elencheremo solamente alcuni dei pericoli insiti nel crescere con un’immaginazione deficitaria:

1) la difficoltà a reagire di fronte agli imprevisti in maniera creativa e non automatica;

2) la difficoltà a gestire i rapporti interpersonali e a leggere le diverse situazioni sociali;

3) la difficoltà a controllare i propri impulsi emotivi e le proprie reazioni;

4) la difficoltà a portare a termine i propri impegni in maniera indipendente;

5) la difficoltà a ricordarsi e a immaginarsi, permanendo nel buio istante presente;

6) la difficoltà a legare tra loro i ricordi biografici all’interno di un orizzonte di senso;

7) la difficoltà a slanciare questo orizzonte di senso verso un futuro positivo.

Proprio il deficit d’immaginazione è in buona parte responsabile dell’aumento dei disturbi d’ansia, di quelli legati al tono dell’umore, al sonno, nonché delle numerose sindromi depressive, e in età evolutiva dei sempre più numerosi disturbi del comportamento (di cui sono oramai colme le scuole e le classi), e non solo…

Ma veniamo alle cause del deficit d’immaginazione. Cause, purtroppo, tutt’altro che immaginarie. Note da tempo, ma passate colpevolmente sotto silenzio. 

(1) Anzitutto, in età evolutiva, l’uso (e di certo l’abuso) della tecnologia digitale. Nessuno può dire di aver mai conosciuto una generazione digitale. Una generazione, cioè, che abbia passato l’intera infanzia (ovvero il momento di maggior sviluppo dell’immaginazione e delle facoltà ad essa connesse) in stretta compagnia di smartphonesmart tvcomputerl.i.m.ebooks, ecc. Nulla ci fa ben sperare, anzi. I rischi, alle porte, sono proprio quelli sopraelencati. E tra una ventina d’anni potremmo esserne testimoni. 

(2) Poi, la fretta. L’efficientismo produttivo che si respira all’interno dei luoghi che dovrebbero essere deputati all’apprendimento. La burocratizzazione dell’educazione. L’industrializzazione della scuola. La volontà di guardare ai bambini non più come assolute irripetibilità, ma come complessi di competenze, abilità, intelligenze, futuri materiali da statistiche per le analisi dei supercomputer dei colossi del commercio e dei servizi: AmazonGoogle, etc. 

(3) La crisi nella quale si trova il gioco, a seguito dei precedenti punti. Bambini che non sanno più giocare, né da soli né in gruppo. E che attendono le istruzioni di qualche computer per sapere cosa fare. 

(4) La mancanza di figure carismatiche. Di maestri, di madri e padri che tornino a valere di più di un qualunque personaggio televisivo o, peggio, di un qualunque imbecille che dice la sua su un social network instant messaging di turno. Di tradizioni comuni, popoli, luoghi riconoscibili (non di franchising tutti uguali, di supermercati, di catene alimentari, di fast food, etc.).

Che fare? Quale rimedio adottare?

L’unica terapia conosciuta, il solo vaccino contro questo deficit, è la prevenzione. Prevenire non fa male. Non occorre inoculare alcunché al bambino, né portarlo in ambulatorio. Non ci sono controindicazioni, ma solamente ottime notizie per il piccolo.

1) Tecnodigiuno durante l’infanzia.  Sapienza nell’utilizzo di tali strumenti solo dai 9 anni.

2) Una scuola che privilegi l’immaginazione. Un metodo educativo trasparente, puro.

3) Insegnanti che sappiano fare a meno di schede, test, l.i.m., iPad, tabelle, etc.

4) Pomeriggi di gioco, bambini liberi da agende fitte d’impegni.

5) 
Maestri, padri e madri forti, carismatici.

6) Una città in cui risiedere che sia davvero a misura di bambino, che tenga finalmente conto delle sue necessità simboliche, del suo bisogno di punti di riferimento, di quiete, di raccoglimento. Non un parco di divertimenti, né un luogo privo d’identità, né uno spazio pronto ad essere depredato dal circo del consumismo televisivo, alimentare, etc.

7) Uno Stato in cui risiedere che auspichi la libertà dei propri cittadini. Che desideri una generazione di uomini e donne forti, non piegate ai diktat del consumo, non distrutte dal lavoro, dai limiti di una vita spesa lontano dalla natura, dall’aria pulita, dalla possibilità d’immaginare, di costruire, di vivere in senso pieno.

Ecco dunque il vaccino di cui ci sarebbe più bisogno: il vaccino più importante che nessuno fa, e che furbescamente nessuno Stato obbliga a fare!

(Sapete perché quello contro il deficit d’immaginazione è un vaccino fondamentale? Il più importante? Perché senza immaginazione nessun altro vaccino sarebbe stato sintetizzato e perché occorrerà molta immaginazione per sintetizzare i vaccini del futuro, quelli che, forse, ci permetteranno di continuare a sopravvivere su questo pianeta, facendo fronte alla nostra ormai cronica assuefazione agli antibiotici).

Perciò, genitori ed educatori, ricordatevi di fare prevenzione!

Dal momento che le scuole, ora, s’informeranno su di voi, se avrete fatto vaccinare i vostri bambini oppure no, voi informatevi su di loro, se sono pronti a vaccinare i vostri bambini ogni giorno contro il deficit d’immaginazione, se adottano metodi d’insegnamento e programmi che espandono l’immaginazione e non la estinguono, se rispettano i punti esposti sopra, perché, così non fosse, voi li iscriverete da un’altra parte!

C.M.C.


Fonte: da Carlo Maria Cirino del 5 settembre 2017



venerdì 17 novembre 2017

IN BOCCA AL LUPO…IL SIGNIFICATO






Non tutti conoscono la bellezza del significato del modo di dire “in bocca al lupo”.
L’augurio rappresenta l’amore della madre-lupo che prende con la sua bocca i propri figlioletti per portarli da una tana all’altra, per proteggerli dai pericoli esterni.
Dire ‘in bocca al lupo’ e’ uno degli auguri più belli che si possa fare ad una persona.
E’ la speranza che tu possa essere protetto e al sicuro dalle malvagità che ti circondano come la lupa protegge i suoi cuccioli tenendoli in bocca. 

Cosa rispondere, quindi, all’augurio “In bocca al lupo”?
Frasi come “Lunga vita al lupo” oppure “Evviva il lupo” oppure semplicemente “Grazie”.


Nella lingua francese  si trova – se précipiter dans la gueule du loup –  precipitarsi in bocca al lupo 

mercoledì 15 novembre 2017

L’AMERICA È STATA SCOPERTA DAI FRATELLI ZEN, VENEZIANI, NEL 1390




Il nostro giro delle isole si arricchisce di un viaggio davvero unico, quello narrato da Andrea Di Robilant nel suo libro Irresistibile Nord, che mi ha raccontato un pomeriggio in un bar di Monteverde. Un viaggio che comincia nel 1300, anzi ancora prima nell’anno Mille, e in cui c’è una mappa misteriosa, degli indigeni cannibali, delle isole che non esistono e, tra l’altro, l’inconsapevole scoperta dell’America.


Intervista ad Andrea Di Robilant


Stavo nella Biblioteca Marciana, a Venezia, quando è entrato un turista americano in calzoni corti, maglietta e cappellino che era sceso da una delle navi crociera che solcano il canale della Giudecca. Si aggirava con un foglietto di carta, perciò mi sono alzato per aiutarlo. Lui mi ha dato il foglietto con su scritti due nomi “Nicolò e Antonio Zen” che a me non mi significavano niente. Lui allora mi ha detto: “Sa, nel paesino da cui provengo, nel Connecticut, lo sappiamo tutti che Nicolò e Antonio Zen hanno scoperto l’America nel 1390”. Io l’ho guardato strano e ho pensato: “Certo da queste navi crociera scende di tutto”. Ho tirato fuori un libro dagli scaffali, ho trovato un palazzo Zen, perché lui voleva farsi fotografare davanti al Palazzo Zen prima di tornare al suo paese. Così l’ho mandato a palazzo Zen. 

Sennonché qualche giorno più tardi, mentre camminavo in tutt’altra zona della città, passo davanti a un palazzo e vedo una lapide dove c’è scritto: “Qui vissero Nicolò e Antonio Zen, navigatori arditi che solcarono il nord Atlantico eccetera, eccetera”. Allora mi sono detto: “Porca miseria, l’ho mandato nel posto sbagliato!”






Ma chi sono questi due di cui io non ho mai sentito parlare e che a quanto pare hanno fatto queste imprese? Allora il giorno dopo sono andato in biblioteca, ho messo da parte il mio lavoro e mi sono messo a cercare. E si dà il caso che proprio alla Marciana c’è la copia originale del libricino pubblicato nel 1558 dal pronipote Nicolò il Giovane, che racconta le gesta di questi due mercanti navigatori. Con grande emozione mi metto a leggere questo libricino, stampato meravigliosamente bene, in cui c’è il racconto dei loro viaggi. La cosa straordinaria è che alla fine del libretto, incollata all’ultima pagina, c’è una mappa, quella che a Venezia chiamano una carta da navegar, cioè un’antica mappa nautica. Questa mappa mi ha ipnotizzato, sembrava una di quelle vecchie mappe del tesoro che c’erano nei libri d’avventura di quando eravamo ragazzi. Ho riconosciuto alcuni luoghi come la costa della Scandinavia, l’Islanda, la Groenlandia (per la prima volta disegnata con tanta precisione). Poi però c’erano anche delle cose strane, come un’enorme isola che si chiama Frislanda, un’altra che si chiama Icaria, che non combaciano con la realtà.






Questo misto di mondo riconoscibile e mondo misterioso comincia ad appassionarmi per cui mi avventuro nelle storie dei due navigatori. Fratelli del celebre Carlo Zen, il salvatore della patria che aveva guidato i veneziani alla vittoria contro i genovesi in una lunghissima guerra durata più di cento anni, dei due il maggiore era Nicolò Zen. Alla fine della guerra contro i genovesi, questo messer Nicolò armò una cocca, ovvero una di quelle navi tondeggianti, per andare nei mari del nord. Ora uno si chiede: perché i mari del nord, visto che i mercati dei veneziani erano nel Mediterraneo da secoli?

Perché, già a partire dal 1300 i veneziani si resero conto che se non cercavano di entrare anche loro in questi nuovi e importanti mercati dei mari del nord, dominati dalla Lega Anseatica e da gruppi molto potenti di mercanti del nord Europa, rischiavano di perdere posizioni. Per cui bisognava diversificare, diremmo oggi. Tant’è che già all’inizio del Trecento, la Repubblica di Venezia mandava convogli di galee – cioè navi che non erano affatto disegnate per l’Atlantico – oltre le Colonne d’Ercole, su nell’Atlantico per esplorare queste rotte. E c’erano dei convogli statali di otto, nove navi, scortate che ogni anno partivano per il nord. Durante la guerra contro Genova quei convogli vennero interrotti.



Nicolò Zen ritratto da Tiziano


Alla fine della guerra messer Nicolò non vuole aspettare la ripresa dei convogli statali e decide: “Ci vado io con la mia barca!” Così parte nel 1383 e fa un lunghissimo viaggio che io descrivo, fino a che viene investito da una bufera tremenda in cui perde il controllo della barca e viene spinto sempre più a nord, sempre più a nord, sempre più a nord… finché fa naufragio in un arcipelago che molto probabilmente è quello delle Fær Øer.

Ormai è praticamente nell’Atlantico, non più nel mare del nord e lì fa un incontro straordinario con Henry Sinclair, un personaggio molto importante nella storia di quella regione alla fine del Trecento. Lo scozzese-norvegese Sinclair (madre norvegese e padre scozzese) era il conte delle Orcadi. L’arcipelago delle Orcadi faceva parte del Regno di Norvegia e ne era il fulcro e la parte più ricca. Perciò il conte delle Orcadi all’epoca era una figura chiave in quella regione.

Messer Nicolò, che è un uomo colto e un veneziano, si intende subito con Sinclair. I due si mettono a parlare latino. Sembra un incontro inventato, tanto ci può sembrare irreale, ma anche Henry Sinclair era un uomo colto e conosceva Venezia, sapeva della guerra contro i Genovesi e probabilmente conosceva anche gli Zen: la Repubblica veneziana era la grande potenza dell’epoca per cui le figure storiche di Venezia erano conosciute. Sicuramente conosceva Carlo Zen, il fratello di messer Nicolò. Comunque i due dialogavano tranquillamente in latino, quindi non c’erano problemi di lingua, o di comunicazione.

Henry Sinclair capisce che messer Nicolò era un grandissimo navigatore per cui lo mette a capo della sua piccola flotta. Così messer Nicolò guerreggia con Henry Sinclair e guida la flotta nei vari arcipelaghi della regione per assicurarsi che vengano pagate le tasse. Poi compie anche lui dei viaggi a nord: abbiamo detto le Fær Øer, poi si spinge fino all’Islanda e alla Groenlandia, prima di fare ritorno all’Arcipelago delle Orcadi e da lì a Venezia.

Tutto questo è raccontato nelle lettere che lui scrive alla famiglia perché – questa è una cosa che magari ci può sorprendere oggi – le lettere circolavano normalmente con le navi dei mercanti. Forse non arrivavano sempre, non arrivavano tutte, comunque la comunicazione era abbastanza regolare ancorché, ovviamente, abbastanza lenta.


Mappa originale dei fratelli Zen.


Messer Nicolò fa delle straordinarie descrizioni dell’Islanda e anche della Groenlandia. Particolarmente dell’Islanda. Io stesso sono andato sulle orme di questi veneziani per cercare di capire che cosa avevano visto, per cercare dei riscontri. Ho rifatto quasi tutta la rotta, dalle Orcadi alle Fær Øer, l’Islanda, la Groenlandia, più o meno tutto.

Nicolò Zen descrive l’Islanda dei monasteri. Ne descrive uno con grande dettaglio e precisione. Descrive come costruivano le case, cosa mercanteggiavano, come erano organizzati, come cuocevano il pane, come creavano giardini grazie all’energia geotermale. Nelle sue lettere ci sono tutta una serie di dettagli che solo un mercante poteva notare. Lui infatti, non solo stava lì e osservava, ma si chiedeva: “Io da questi che posso imparare?”, “Come posso trarre vantaggio dalla situazione?”, “Che cosa posso vendergli in cambio di…” Per questo le lettere sono affascinanti, perché rivelano una mentalità che nel Rinascimento non troviamo più: la mentalità del mercante. Sono molto più affascinanti dei testi del Rinascimento perché nel Rinascimento scrivevano i grandi sistemi, invece nel Trecento erano molto più precisi nelle loro descrizioni.






La questione mi incuriosiva perché in Islanda non esistono monasteri e per questo motivo messer Nicolò è stato accusato di essere un racconta balle. Ma in verità i monasteri c’erano. Otto grandi monasteri che erano un po’ il fulcro dell’attività economica, culturale e religiosa dell’Islanda. Solo che dopo la Riforma sono stati distrutti e poi le eruzioni vulcaniche e le intemperie hanno pian piano distrutto tutto quello che c’era in superficie, per cui i resti sono tutti sotto terra. Di questo gli Islandesi se ne fregano, non è che vanno a scavare come faremo noi per tirare fuori il passato.

Ecco perché per me è stato molto difficile identificare il luogo di questo monastero e l’ho fatto grazie a un’archeologa di Reykjavík che è stata l’unica che ha voluto aiutarmi. Abbiamo identificato il luogo e nel paesino a pochi chilometri da lì ancora oggi coltivano le piante e le verdure con l’energia geotermale come facevo i frati nel Trecento. Cucinano il pane in forni senza fuoco che è esattamente quello che descrive messer Nicolò e che l’ha lasciato allibito. Io ho raccontato questa cosa all’archeologa che era con me e lei senza dirmi niente mi ha portato nel paesino, in un panificio, ha preso un pane, me l’ha dato e mi ha detto: “Questo si cucina senza fuoco”. Il calore dell’attività geotermale è tale, che il pane lievita senza necessità di accendere il fuoco. Se io non fossi andato in Islanda non sarei mai riuscito a trovare questi riscontri.

Poi messer Nicolò tornò a Venezia, riprese la sua carriera statale, assunse varie cariche etc. Il fratello più piccolo, Antonio Zen, che lo aveva raggiunto nelle Isole Orcadi e anche lui si era messo al servizio di Henry Sinclair, rimase lì per altri dieci anni e lo sostituì al comando della flotta. Alla fine di questi dieci anni decisero di tentare una navigazione attraverso l’Atlantico per andare a vedere le terre di cui i pescatori naufraghi continuavano a parlare. Bisogna rendersi conto che in quegli anni c’era un grandissimo traffico attraverso l’Atlantico. Un traffico tra la costa norvegese e la Groenlandia e tutto questo faceva parte del Regno di Norvegia. Si tratta di una rotta documentata, sappiamo anche il numero delle navi. Stiamo parlando dell’anno Mille, Millecento. Quindi nel Trecento, i due veneziani finirono nel solco di quel traffico.






Tra il Mille e il Millecento delle colonie di Vichinghi si sono insediate in Nord America. Hanno creato i primi insediamenti a Terranova e in Nuova Scozia. Di questi insediamenti abbiamo i resti, cioè questa è storia. E c’era anche la Chiesa. In Groenlandia nel 1100 c’era la cattedrale con il vescovo che veniva mandato da Roma. Queste cose mi hanno lasciato di stucco. Ad esempio c’è un episodio per cui il vescovo della Groenlandia deve risolvere il problema della consanguineità delle colonie in Nord America perché, non essendo in molti, si accoppiavano tra parenti. Perciò il vescovo è andato in Nord America nel 1150, è tornato in Groenlandia e ha scritto al Papa, dicendo: qui che dobbiamo fare? E il Papa, che era sotto assedio a Castel Sant’Angelo, ha preso carta e penna e ha risposto: quarto grado sì, quinto grado no… tutto questo è documentato. Insomma da quelle parti c’era un’attività e un traffico sorprendente.



L’America è stata scoperta dai fratelli Zen, veneziani, nel 1390 parte 2






Esistono rotte che già dal 1000, 1100, portano i navigatori nell’Atlantico e in nord America. Queste rotte verranno percorse alla fine del Trecento dai fratelli Zen, veneziani, che arrivarono in America un secolo prima di Colombo, pur non sapendo di aver raggiunto un altro continente. Andrea Di Robilant ha compiuto un viaggio seguendo le loro tracce.


Perciò Antonio Zen e Henry Sinclair alla fine del Trecento hanno fatto la traversata dell’Atlantico, sono arrivati in Nord America, a Terranova, e lì sono stati respinti dagli indigeni, armati fino ai denti. Non dai vichinghi perché ormai la colonia vichinga non c’era più, ma dagli indigeni. Non sono riusciti a creare una base sul continente americano e infatti loro non hanno mai detto di aver scoperto niente. Si sono limitati a dire che sono arrivati a Terranova, hanno fatto il giro, ma non sono riusciti ad attraccare. I veneziani non avevano l’idea che dall’altra parte c’era il nuovo mondo, per loro era un continuo: dall’Islanda si passava in Groenlandia e si andava in Nord America.

Per fare che? Ma per prendere la legna. Per costruire le loro città e le loro navi, dalle colonie groenlandesi ogni estate andavano in Nord America a prendere la legna e a cacciare perché in Groenlandia non c’erano alberi. Quelle colonie, dal 1100 al 1400, erano molto importanti per il commercio europeo perché mandavano in Europa merci di lusso: pelli rare, avori e tutta una serie di prodotti di lusso, molto ambiti dai principi arabi.

Dunque questi navigatori non riuscirono a fare una colonia nel nuovo territorio per cui tornarono in Groenlandia e poi dalla Groenlandia fecero ritorno alle Orcadi. Antonio a quel punto tornò a casa, solo che morì nel tragitto e non fece mai ritorno a Venezia.

Questa è per sommi capi la storia dei due che è raccontata nel volumetto che avevo trovato alla Marciana. Le loro storie erano finite nella biblioteca di casa Zen e lì sarebbero rimaste se non fosse che cento anni dopo – nel frattempo Venezia era diventata la capitale dell’editoria e della cartografia – il loro pronipote, Nicolò il Giovane, figura importante nella storia di Venezia – statista e storico – si disse: “Facciamone un libro”.

Erano rimaste cinque relazioni di viaggio, ovvero cinque lunghe lettere. Di queste lui fece un’unica narrazione, fece un editing e alla fine mise la mappa. La narrazione è collegata da brani che ha scritto lui. Per i filologi è abbastanza semplice riconoscere il linguaggio cinquecentesco perché l’originale del Trecento è molto diverso: come dicevo quella trecentesca era una scrittura molto più precisa e funzionale, più pratica.



 Gerardo Mercatore



Il libro esce nel 1558 ed ha un grande successo. Ha anche un enorme impatto per due motivi: uno è che finisce nelle mani di Gerardo Mercatore, il più grande cartografo del Cinquecento. Mercatore stava completando il nuovo mappamondo e quindi teneva conto di tutte le scoperte fatte dai navigatori. Lì però aveva un buco. Così quando arrivò il libro con la carta lui disse: “Eureka! Ora posso completare la mia mappa” e praticamente prese la carta da navegar e la schiaffò nella sua mappa, con tutti gli errori inclusi. Perché la mappa conteneva anche tanti errori e c’erano isole che non esistono come la Frislanda. Però lui aveva una tale fiducia nella reputazione di Nicolò il Giovane che la mise dentro.

Il mappamondo Mercatore venne completato nel 1569 e costituisce la base della geografia moderna. Questo naturalmente assicurò longevità alla carta de navegar, infatti le isole zeniane continuarono ad essere disegnate in tutte le mappe nei secoli successivi, fino all’Ottocento. Se guardate le mappe del Settecento trovate ancora l’isola di Frislanda, trovate ancora Estotilandia. C’è una mappa di fine Seicento dove c’è il Canada e sopra c’è scritto: “Estotilandia, scoperta da Antonio Zen nel 1390”. Pare evidente che all’epoca i fratelli Zen erano famosissimi.



John  Dee



L’altra cosa importante è che il libro e la mappa sono finiti in mano a un amico di Mercatore che si chiamava John Dee, era un inglese e si erano conosciuti all’università a  Lovagno quando studiavano matematica. Poi John Dee era tornato a Londa: lui era uno storico, un geografo, un geopolitico, un matematico, era astrologo e astronomo, ma soprattutto era il consigliere più ascoltato della regina Elisabetta.

John  Dee  già da un po’ di tempo ragionava sul fatto che Spagna e Portogallo stavano arraffando tutto quello che c’era da arraffare nel Nuovo Mondo e pensava: “Se qui non ci diamo una mossa…” quando legge il libro (la sua copia esiste ancora alla British Library con tutte le annotazioni) e dice: “Questa sarà la nostra guida dall’altra parte!” Allora corre dalla regina e le dice: “Guardi, questa mappa dei due veneziani. Con questa noi andiamo dall’altra parte e ci prendiamo la nostra fetta”. La regina un po’ nicchia ma poi gli dice: “Vai a casa e preparami quattro documenti ufficiali che possano servire da base legale per un’azione del genere”. John Dee torna a casa e prepara questi quattro documenti che a leggerli oggi è impressionante perché lui praticamente ha fatto un “copia e incolla” del libro degli Zen. Poi li ha portati alla regina che ha detto: “Va bene, partiamo”.

E così nascono le tre spedizioni britanniche guidate da Martin Frobisher che porteranno gli inglesi nel Nuovo Mondo. Naturalmente usando il testo e la cartina degli Zen, ne succedono di tutti i colori. Per esempio, dopo settimane di navigazione loro arrivano in un’isola in mezzo all’Atlantico che sono convinti che sia la Frislanda, scendono, mettono il vessillo e annunciano: “Abbiamo conquistato la Frislanda”. Invece erano arrivati in Groenlandia perché la Frislanda non esiste. Poi Frobisher, sempre secondo la mappa, arriva in Estotilandia, sale su montarozzo in un isolotto in mezzo alla Baia – che era la Baia di Hudson – vede la terra dall’altra parte e dice: “E’ la Cina!”

Allora torna dalla regina Elisabetta dicendo: “Ho conquistato la Frislanda e ha trovato la via per la Cina”. Tutto questo grazie agli Zen eppure il ruolo dei viaggi degli Zen nella prima espansione imperiale della Gran Bretagna è del tutto ignorato perché i quattro documenti erano scomparsi dalla circolazione. Sono ricomparsi negli anni Settanta in alcuni mercatini e poi sono stati acquistati dalla British Library, dove adesso sono custoditi. Ma nei diari di bordo di tutte le spedizioni in Nord America non fanno che parlare dei fratelli Zen.


Allora perché noi li abbiamo completamente rimossi e dimenticati?






Perché all’inizio del 1800, nel 1830, c’è stato un ammiraglio danese, un tale Zahrtmann, che venne cooptato nel Royal Geographical Society di Londra – il tempio della cultura geografica dell’Ottocento – e fece un discorso che era una bomba. Dichiarò che i fratelli Zen non erano mai esistiti, che era tutta una bufala e che Nicolò Zen, che aveva stampato quel libro nel Cinquecento, era il più grande falsificatore della storia. Ciò provocò un grande sgomento anche perché i “viaggi Zen” erano il canone. Forse Zahrtmann non era in cattiva fede, comunque la Royal Geographical Society avviò un’inchiesta che durò quarant’anni e alla fine dei quarant’anni, la commissione presieduta da Henry Major, il più importante geografo dell’epoca vittoriana, emise il suo verdetto: “Non solo questa storia è tutta vera, ma noi a questi due gli dobbiamo fare un monumento!”

Così fecero un’edizione di lusso dei diari, con le cartine antiche e quelle aggiornate. Un’edizione di marocchino blu che venne donata dalla Gran Bretagna a Venezia.

Qui si chiuderebbe il cerchio ma la verità è che quando vieni accusato di un falso diventa praticamente impossibile dimostrare il contrario. Che la storia sia autentica non ci sono dubbi, che poi ci siano molte zone d’ombra e imprecisioni è ovvio. A me interessa questa storia in tutti i suoi risvolti, anche le accuse di falso, perché comincia nel Trecento e continua, cambia, evolve e ci racconta un po’ come la storia viene assimilata e cambiata.

Il mio viaggio in quei luoghi mi ha dato dei riscontri di fatti che solo chi era stato lì poteva descrivere con quella precisione. Soprattutto era fondamentale ricostruire la vita di Nicolò Zen il Giovane, colui che aveva redatto il libro, perché quelli che lo avevano attaccato come falsario non sapevano chi fosse. Lui era uno statista di primo piano, un membro del Consiglio dei Dieci, un ingegnere idraulico importantissimo e un uomo di specchiata moralità. Bisognava ridare credibilità a questo personaggio chiave. D’altronde io non volevo dimostrare nessuna tesi, volevo solo riportare alla luce questa storia in cui ci sono anche cose che non hanno risposte per le quali ho cercato di usare il metro della plausibilità.



Andrea Di Robilant 



Il turista americano l’ho incontrato più di dieci anni fa. Mentre stavo finendo il libro ho ricevuto una mail da uno che mi diceva che aveva saputo da internet che io stavo scrivendo un libro su questa storia: “Volevo dirle che una decina di anni fa ero a Venezia, stavo facendo una crociera e sono andato alla Biblioteca Marciana perché cercavo il palazzo dei fratelli Zen. Lì ho incontrato un signore, gli ho detto la storia dei fratelli Zen come la conosciamo noi in America, ma lui mi è sembrato molto scettico su tutta la vicenda”.

In seguito, l’ho pure incontrato il turista americano, ma nel suo paese. Siamo andati a mangiarci un hamburger e io gli ho detto: “Guardi sono desolato, l’ho mandata a farsi una foto davanti al palazzo sbagliato”.



Irresistibile Nord, pubblicato in Italia nel 2012 con Corbaccio, è il libro in cui Andrea Di Robilant ricostruisce i viaggi dei fratelli Zen. Giornalista, scrittore e storico, il suo ultimo suo libro, Sulle tracce di una rosa perduta, è appena stato uscito, sempre con Corbaccio.


Fonte: da http://cronacheletterarie.com del 28 aprile 2014

Fonte: Irresistibile Nord, pubblicato in Italia nel 2012 con Corbaccio, è il libro in cui Andrea Di Robilant ricostruisce i viaggi dei fratelli Zen. Giornalista, scrittore e storico, il suo ultimo suo libro, Sulle tracce di una rosa perduta, è appena stato uscito, sempre con Corbaccio.



martedì 14 novembre 2017

GLI ITALIANI TRUCIDATI DAL REGIME COMUNISTA

January 1942, Kerch, USSR --- Families identify dead in Kerch, Crimea. --- Image by © Dmitri Baltermants/The Dmitri Baltermants Collection/Corbis



Il comunismo inteso come regime non è mai andato al potere in Italia. In compenso ha mietuto più vittime italiane del “famigerato” regime fascista che pure ha dominato nel nostro Paese per oltre un ventennio.

Centinaia di italiani emigrati in Crimea nell’Ottocento soprattutto dalla Puglia, e poi dal Veneto, a partire dagli Anni Venti del ‘900 furono perseguitati dal regime comunista, prima col sequestro delle proprietà e poi con le purghe staliniane.

Molti di loro furono ingiustamente sospettati e accusati di attività controrivoluzionaria, furono processati e fucilati. Il 29 gennaio del 1942 avvenne il rastrellamento di tutte le famiglie di origine italiana e il loro trasferimento nei Gulag del Kazakhstan, dove i circa 1500 deportati furono decimati dal freddo, dalla fame, dalle malattie e dai lavori forzati.

L’odio ideologico si unì all’odio di classe e all’odio etnico. Solo due anni fa, nel 2015, il presidente russo Putin ha riconosciuto agli italiani di Crimea lo status di minoranza perseguitata e deportata; un traguardo importante per ristabilire la verità storica su queste deportazioni ignorate dai libri di storia e per avere accesso a un indennizzo.

È un capitolo sconosciuto, che finalmente vede la luce in una mostra che si apre domani a Vicenza. Il curatore è Stefano Mensurati, giornalista della Rai che ha già scritto un libro sugli italiani in Crimea. Con lui ha curato la mostra la ricercatrice Heloisa Rojas Gomez.

A queste vittime innocenti del comunismo in Crimea si aggiungono le centinaia di italiani antifascisti e social-comunisti che scapparono dall’Italia fascista e cercarono rifugio nel paradiso sovietico; ma nella Russia di Stalin, col beneplacito di Togliatti, all’epoca residente a Mosca, furono deportati e poi scomparsi nei gulag perché sospettati di non essere non allineati al regime comunista.
La stessa sorte capitò agli antifascisti, trozkisti e anarchici italiani trucidati in Spagna dai comunisti staliniani.

Se ci limitiamo a sommare queste tragedie, oltre quella più cospicua degli italiani, istriani e giuliano-dalmati, infoibati nel nord-ovest, abbiamo l’idea di cosa sia stato il comunismo anche per chi non era russo o dell’est.

Uno pensa che la tragedia del comunismo ha riguardato solo i popoli dell’est, non noi; e invece non è vero, chiunque ha toccato il comunismo ne ha scontato la ferocia.

Questi sono italiani, emigrati, fuorusciti o perfino militanti antifascisti, che combattevano a fianco dei comunisti contro il franchismo. E non parliamo naturalmente del “sangue dei vinti” o del triangolo rosso, le migliaia di vittime che rientrano nella macabra contabilità della guerra civile nella cornice della seconda guerra mondiale.

Un piccolo pro-memoria nel centenario della nascita del regime sovietico, dopo l’assordante silenzio di un altro anniversario epocale, la caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre.

È vero, le tragedie storiche vanno collocate nel loro tempo, vanno storicizzate e digerite. Ma vedendo l’abuso quotidiano di cerimonie celebrative, discorsi istituzionali, servizi televisivi e giornalistici sulle nefandezze del fascismo, mi sembra giusto oltre che utile ricordare queste pagine infami che ci toccano da vicino.

E che non siano state superate ma solo rimosse lo dimostra proprio l’omertà su questi eventi, anche nell’anno che celebra il funesto centenario della rivoluzione comunista.

MV, Il Tempo 12 novembre 2017


Fonte: srs di Marcello Veneziani, da Marcello Veneziani.com. (12  novembre 2017)