venerdì 22 giugno 2018

VANITOSO IRACONDO E FAN DI STALIN…CONTRORITRATTO DEL "MITO" PERTINI




Ah, Sandro Pertini, il presidente della repubblica più amato dagli italiani. Il presidente della gente, dei bambini, il fumetto con la pipa, il presidente-partigiano che esce dal protocollo. L'Impertinente. Il Puro. A quarant'anni dalla sua elezione al Quirinale, in un diluvio celebrativo, uscirà domani al cinema un film agiografico su di lui. Noi vorremmo integrare il santino raccontando l'altro Pertini.

Alla morte di Stalin nel '53, il compagno Pertini, già direttore filo-sovietico dell'Avanti! e all'epoca capogruppo socialista celebrò il dittatore in Parlamento. Ecco cosa disse su l'Avanti!: «Il compagno Stalin ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo. L'ultima sua parola è stata di pace. (...) Si resta stupiti per la grandezza di questa figura... Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l'immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto». 
Quell'elogio, mai ritrattato da Pertini, neanche dopo che si seppero tutti i crimini di Stalin, non fa onore a un combattente della libertà e dei diritti dei popoli.

Da Presidente della Repubblica il compagno Pertini concesse appena fu eletto, la grazia al boia di Porzus, l’ex partigiano comunista Mario Toffanin, detto “Giacca”, nonostante questi non si fosse mai pentito dei suoi crimini per i quali era stato condannato all'ergastolo. Toffanin fu responsabile del massacro di Porzus, febbraio 1945: a causa di una falsa accusa di spionaggio, furono fucilati ben 17 partigiani cattolici e socialisti (la “Brigata Osoppo”), da parte di partigiani comunisti (Gap). Tra loro fu trucidato il fratello di Pasolini, Guido. 
Dopo la grazia di Pertini a Toffanin lo Stato italiano concesse al criminale non pentito pure la pensione che godette per vent’anni, insieme ad altri 30mila sloveni e croati «premiati» dallo Stato italiano per le loro persecuzioni antitaliane. Pertini partecipò poi commosso al funerale del presidente jugoslavo Tito (1980), il primo responsabile delle foibe, baciando quella bandiera che destava terribili ricordi negli esuli istriani, giuliani e dalmati.

Pertini fu uno spietato capo partigiano. Il suo nome ricorre in molte vicende. Per esempio, quella della coppia di attori Valenti-Ferida. 
Luisa Ferida aveva 31 anni ed era incinta di un bambino quando fu uccisa dai partigiani all’Ippodromo di San Siro a Milano assieme a Osvaldo Valenti, il 30 aprile 1945, accusati di collaborazionismo, per aver frequentato la famigerata Villa Triste, a Milano, sede della banda Koch. 
L’accusa si dimostrò infondata al vaglio di prove e testimonianze; lo stesso Vero Marozin, capo della Brigata partigiana che eseguì la loro condanna a morte, dichiarò, nel corso del procedimento penale a suo carico: «La Ferida non aveva fatto niente, veramente niente». I due attori, infatti, pagarono la loro vita tra lussi e cocaina ma non avevano responsabilità penali o politiche tali da giustificarne la fucilazione per collaborazionismo. 
Nelle dichiarazioni rese da Marozin in sede processuale Pertini fu indicato come colui che aveva dato l’ordine di ucciderli: «Quel giorno - 30 aprile 1945 - Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: "Fucilali, e non perdere tempo!"». 
Si veda al proposito «Odissea Partigiana» di Vero Marozin (1966), «Luisa Ferida, Osvaldo Valenti, Ascesa e caduta di due stelle del cinema» di Odoardo Reggiani (Spirali 2001). 
«Pertini si era rifiutato di leggere il memoriale difensivo che Valenti aveva elaborato durante i giorni di prigionia, nel quale erano contenuti i nomi dei testimoni che avrebbero potuto scagionare i due attori da ogni accusa. La casa milanese di Valenti e della Ferida venne svaligiata pochi giorni dopo la loro uccisione. Fu rubato un autentico tesoro (cani di razza inclusi) di cui si perse ogni traccia».

È famoso l’episodio accaduto all’arcivescovado di Milano nel ’45, quando Pertini incrociò sulle scale Mussolini, reduce da un colloquio col cardinale Schuster. Pertini disse poi di non averlo riconosciuto, «altrimenti lo avrei abbattuto lì, a colpi di rivoltella». Poi aggiunse: «come un cane tignoso». 
Pertini sosteneva la necessità di uccidere Mussolini, non arrestarlo: se si fosse salvato, disse, magari sarebbe stato eletto pure in Parlamento. Delle responsabilità di Pertini nella strage di via Rasella a Roma, ne scrisse William Maglietto in «Pertini sì, Pertini no» (Settimo Sigillo, 1990).

Al Quirinale, al di là dell’immagine bonaria del presidente che tifa Nazionale, gioca a carte, va a Vermicino per Alfredino, il bambino caduto nel pozzo, si ricorda il suo carattere permaloso.
 Ad esempio quando cacciò il suo capo ufficio stampa, Antonio Ghirelli, valoroso giornalista e galantuomo socialista. 
O quando chiese di cacciare Massimo Fini dalla Rizzoli in seguito a un articolo su di lui che non gli era piaciuto. Così ne parlò lo stesso Fini: «Immediata rabbiosa telefonata al direttore della Domenica del Corriere Pierluigi Magnaschi, un gentleman dell’informazione, il quale ricoperto da una valanga di insulti cerca di barcamenarsi alludendo all’autonomia delle rubriche dei giornalisti, allo spirito un po’ da bastian contrario di Massimo Fini. 
Il "nostro" San Pertini gli latra minacciosamente: "Non credere di fare il furbo con me, imbecille! Chiamo il tuo padrone Agnelli e vediamo qui chi comanda!". E infatti il giorno dopo mi si presenta il responsabile editoriale della casa editrice Lamberto Sechi…». Lo stesso Pertini disse a Livio Zanetti in un libro-intervista: «Cercai inutilmente di far licenziare uno strano giornalista italoamericano». Nenni nei suoi diari considerava Pertini un violento iracondo.

Quando l’Msi celebrò il suo congresso a Genova nel 1960, fu proprio Pertini ad accendere il fuoco della rivolta sanguinosa dei portuali della Cgil col discorso del «brichettu» (il cerino). E vennero i famigerati «ganci di Genova», coi quali un governo democratico di centro-destra, a guida Tambroni, con l’appoggio esterno del Msi, fu abbattuto da un’insurrezione violenta nel nome dell’antifascismo.

Proverbiale era la poi sua vanità. Ghirelli riferì uno sferzante giudizio di Saragat: «Sandro è un eroe, soprattutto se c’è la televisione». E i suoi abiti firmati, le sue scarpe Gucci mentre predicava il socialismo e il pauperismo... 
Fiorirono poi tante maldicenze su di lui, capo partigiano e poi leader socialista che vi risparmio, circolavano giudizi dell’Anpi, di Marco Ramperti... 
Francesco Damato ricordò: «Nel 1973 Pertini mi comunicò di avere appena cacciato dal proprio ufficio di presidente della Camera il segretario del suo partito, Francesco De Martino. Che gli era andato a proporre di dimettersi per far posto a Moro, in cambio del laticlavio alla morte del primo senatore a vita». Poi fu proprio l’onda emotiva dell'assassinio Moro e l'asse Dc-Pci sulla non-trattativa che portò a eleggerlo due mesi dopo al Quirinale.

Infine va ricordato il Pertini che agli operai di Marghera, nel pieno infuriare del terrorismo rosso con larghe scie di sangue, disse: «Sono stato un brigatista rosso anch’io» per poi negare che le Br fossero rosse, giudicandoli solo «briganti», così da recidere il filo rosso tra Br e partigiani. Il Presidente di una Repubblica flagellata in quegli anni dal terrorismo rosso, si definiva orgoglioso «un brigatista rosso».

Fonte: srs di Marcello Veneziani , da IL TEMPO.it del 14 marzo 2018



mercoledì 20 giugno 2018

NON MI PARLI PIÙ DI PATRIA, SIGNOR CAPITANO





A 100 anni dalla carneficina:  Altro che “Vittoria” e “Grande Guerra”


Umberto era tornato sui suoi passi. Si era fermato davanti al capitano, eretto, quasi sull’attenti, senza alcun segno di benevolenza, né di alterigia, ma con determinata educazione gli si era rivolto, privo di soggezione e di ossequio.

“Lei, signor capitano, ha mai combattuto? Vedo che per sua fortuna è ancora giovane e ha fatto carriera. Sono felice per lei che sia ancora vivo. Ha mai sbudellato la pancia di un uomo? Ha mai camminato su mucchi di cadaveri, ha mai guardato i volti sfigurati di soldati ai quali le granate hanno tolto mezza faccia, ha visto uomini accecati, ha rincorso giovani impazziti dal terrore, ha mai cercato di trascinare corpi di soldati mutilati, senza braccia o senza gambe, non ha mai sporcato di sangue la sua bella divisa, non ha mai lordato di troppo coraggio i suoi calzoni?”

Aveva alzato il tono della voce, stava urlando.

“Ah no, vero? Ha mai visto il bianco del cranio di un giovane che, ancora vivo, urlava per il dolore? Me lo dica! L’ha mai visto? Allora, signor capitano, taccia! Lei è un eroe, vero? Allora faccia quello che ho fatto io, lo faccia e poi venga da me… a insegnarmi l’entusiasmo per la patria. Faccia lei il carnefice, per Dio! Lo faccia, se ne è capace! Ha capito? Fino a quando non avrà guardato gli occhi di un soldato ucciso, lo strazio del cuore di corpi anneriti dalle granate, le membra scomposte irrigidite nella morte, non mi parli più di patria, né di una, né di cento, signor capitano! Basta con le vostre idiozie! Ci cago sopra!”

Tutti avevano sentito, nessuno aveva osato replicare. Erano rimasti allibiti.

Renzo CaramaschiDi gelo e di sangue, Mursia, 2015, p. 151-152


Fonte: da Inutile Strage  del 25 settembre 2015 

lunedì 18 giugno 2018

STIAMO DIVENTANDO PIÙ STUPIDI....SILENZIO PARLA KOKO

KOKO


Una scomoda verità(cit.) sembra emergere da un numero sempre maggiore di studi sull’evoluzione del quoziente intellettivo umano: stiamo diventando più stupidi. Non che i segnali in questo senso mancassero, in verità…


In barba alla narrativa del globalismo più becero che addebita le sue sconfitte ai “vecchi” e affida la sua salvezza ai “giovani”, pare proprio che siano i secondi a subire maggiormente gli effetti dello scadimento delle capacità intellettive dell’homo sapiens. Le ricerche in materia si susseguono da tempo, in un silenzio imbarazzatoda parte di quella stampa liberal ultra-maggioritaria sostenitrice delle magnifiche sorti e progressivedel genere umano (per lo meno di quel genere umano, sempre più esiguo, che ancora li legge e per giunta gli crede).

Il dramma è tutto nel grafico allegato, una linearizzazione degna del miglior IPCC con una diagnosi di assoluta certezza (come quelle dei modelli climatici): di questo passo il signor Rossi avrà presto un quoziente intellettivo inferiore a quello del gorilla Koko. L’alternativa è credere alle profezie di Elon Musk, che ci vedono soccombere all’intelligenza artificiale prima di allora. Se faccio un confronto tra Musk e Koko, propendo comunque per la prima ipotesi, e il problema dell’intelligenza artificiale non me lo porrei. Almeno per il momento.




Fonte: Dailymail


Gli studi

L’Express ci informadi un recente studio norvegese su 730,000 uomini che ha evidenziato un calo drammatico delle facoltà intellettive degli stessi rispetto ai loro papà, confermando a sua volta due studi inglesi precedenti che avevano collocato il calo del QI per decade in un range tra 2.5 e 4.3 punti: una enormità che nel giro di qualche decennio ci metterebbe sui banchi di scuola in compagnia di Lessie e Peppa Pig. Tutti a lezione dal professor Koko.

Gli studi in materia sono numerosi e i risultati in molti casi paragonabili, con un comune denominatore: dopo la crescita del quoziente intellettivo iniziata al termine della seconda guerra mondiale, il trend si è invertito e dagli anni ’70 mostra una decisa diminuzione. Alle ricerche in questione si aggiungono anche evidenze più empiriche, come quella fornita dall’Università di Loughboroughche ha riscontrato un crollo verticale della qualità degli studenti nello “A-Level” (l’equivalente del nostro esame di maturità): un ottimo studente di oggi sarebbe stato considerato una schiappa senza speranza negli anni ’60.

Le cause

Se gli studi sul quoziente intellettivo umano sono discutibili già di per sè, figurarsi le analisi sulle motivazioni del presunto istupidimento generale. Le più tradizionali associano l’evoluzione del QIfattori educativie più in generale collegati al benessere, e quindi vedono in questi dati una conferma dell’ormai avvenuto raggiungimento del picco di benessere nelle economie sviluppate. Altri, invece, ne fanno una questione geneticae sostengono che il benessere abbia solo mascherato un declino cognitivo già in corso da tempo. 

Per rimanere in ambito genetico, i più politicamente scorretti sostengono che le coppie più istruite facciano meno figli e questo limiti la trasmissione genetica di facoltà intellettive superiori alla media: un modo elegante per dire che la mamma dello scemo è sempre incinta.

A chi scrive appaiono più convincenti le riflessioni sull’evoluzione dell’intelligenza umana in relazione allo sviluppo della tecnologia. L’istruzione è sempre più epidermica, siamo sommersi da una quantità infinita di informazioni e la capacità di approfondimento e di analisi non è più richiesta, perché un copia e incolla ben fatto trasforma quello che un tempo era un lavoro complesso e metodico in una pratica da sbrigare in un paio di minuti. In altre parole, la tecnologia ci sta rendendo più informati, ma meno intelligenti.

A chi giova?

Ammesso che le nuove tecnologie ci stiano realmente rendendo più stupidi e incapaci di approfondire e analizzare le informazioni da cui siamo sommersi, è forse il caso di notare che dietro quelle stesse tecnologie ci sono i giganti dell’high-tech e i nuovi padroni del potere finanziario mondiale, come discusso già in un precedente articolo. E dietro quei giganti e quei padroni, la stragrande maggioranza della stampa mainstream mondiale.

È facile immaginare quegli stessi padroni del vapore nel porsi la domanda delle domande: “La gente non ci crede più perchè si è rimbecillita? O più probabilmente, non si è ancora rimbecillita abbastanza da credere alle nostre storie?” Ed è proprio in questa penosa gara di velocità tra il rimbecillimento collettivo da social network e la manipolazione delle informazioni da parte di chi quei network li controlla, che si gioca il destino del genere umano.

Male che vada, tutti a scuola dal professor Koko: a studiare ambientalismo, relativismo, climatismo e russofobia. E non si dica che non ce lo saremo meritato.

Fonte: srs di Massimo Lupicino,  da Climatemonitor  del  14 giugno 2018 

sabato 16 giugno 2018

MACCHÉ MIGRANTI: VIA L’ITALIA DALLA LIBIA, IL VERO PIANO MACRON

Emmanuel Macron


Altro che migranti. Dietro lo scontro Francia-Italia c’è il piano di Macron per mettere l’Italia fuori dalla Libia, a partire dal summit di Vienna di fine giugno. 
Lo sostiene un analista geopolitico come Giulio Sapelli, sul “Sussidiario”, all’indomani dello scontro fra Roma e Parigi sulla nave Aquarius carica di migranti, da cui l’aggettivo “vomitevole” utilizzato dal partito di Macron per definire la nuova politicaitaliana incarnata da Matteo Salvini. «La politicaestera è un gioco di specchi», premette Sapelli: è fatta di miraggi, «dove ciò che appare non è ciò che è», tanto più «laddove lo spazio di potenza è stretto, ossia non si svolge tra cieli e terre immense, l’uno dall’altra lontano». Questo, sostiene Sapelli, «spiega la differenza tra la politicaestera e la relazione di potenza tra gli Usae la Russia, o tra gli Usae la Cina: si solcano oceani, si parla attraverso cavi sottomarini e satelliti, senza vedersi l’un l’altro se non con le tecnologie». Tutto è diverso, invece, quando lo spazio della politicadi potenza è stretto, ossia tra nazioni confinanti, tra mari condivisi, dove ci si può vedere e parlare a viva voce, o con un viaggio che dura una manciata di ore. Faccia a faccia, come sono Italia e Francia, «tutti i fondamenti della potenza si presentano insieme: dal poterepolitico al potereeconomico, in un intreccio fortissimo ma che spesso non appare così evidente».




Giulio Sapelli



A rompere l’equilibrio è bastata una nuova, drammatica vicenda migratoria, con il ministro degli interni italiano che ha tenuto il punto sulla necessità di far condividere gli arrivi dei migranti in una sorta di “misericordia transfrontaliera”. La Spagna, che  li ha improvvisamente accolti? Il nuovo governo di Madrid «vuole scrollarsi di dosso l’ipoteca tedesca che il partito popolare di Rajoy gli ha imposto e riallacciare un rapporto con gli Stati Uniti, indispensabile dopo la crisicatalana». Tanto è bastato, comunque, «perché il sistema di potereoggi dominante inFranciacominciasse il suo gioco di specchi». Un insulto gratuito da parte di un dirigente di “En Marche” ed ecco le pietre che rotolano, scrive Sapelli, con le richieste di scuse della nostra Farnesina e del muso duro di Macron, «che si rifà il trucco con una sceneggiata nazionalistica, per fronteggiare le critiche da sinistra del suo mentore Pisany, che guida un gruppone di economisti francesi preoccupati dello smantellamento dello stato sociale e della burocrazia weberiana che Macron ha sin da subito iniziato a evocare».

La politicamigratoria è importantissima, ma attenti agli specchietti per le allodole, avverte Sapelli: «In quel lago atlantico che è il Mediterraneo, in cui tutto è maledettamente stretto, il problema vero oggi è quello della Libia, e del silenzio che avvolge i preparativi della conferenza viennese del 28-29 giugno, organizzata dalla Noc, ossia dalla compagnia di Stato libica, o di ciò che ne rimane». Attenzione: a rimettere insieme la società petrolifera della Libia sono stati in larga misura dagli italiani, che però oggi sono estranei alla preparazione di quel congresso, «che oltre alla compagnia energetica austriaca vedrà la partecipazione, udite!udite!, della spagnola Repsol e di una delle più grandi compagnie mondiali di servizi gasiferi e petroliferi, ossia l’immensa Schumberger, certo public company quotata a New York,  ma dalle profonde radici francesi, come francese è il suo fondatore». Capito? Una conferenza, quella di Vienna, «che scaturisce dall’incontro parigino tra Haftar e Serraj, chiusosi solo apparentemente con un nulla di fatto, ma in realtà con l’instaurazione di rapporti franco-russi-egiziani che dovrebbero essere decisivi, dopo le prossime elezioni libiche, per cacciare definitivamente gli italiani dalla Libia».

Il tutto – continua Sapelli – incardinato, di silenzio in silenzio, «nei lavori avvolti di mistero del cosiddetto Trattato del Quirinale, ossia del trattato italo-francese che il governo Gentiloni aveva cominciato a scrivere in una quanto mai sbilanciata architettura di potenza: da un lato un fuoriclasse come il ministro Le Maire, per la gloriosa Francia, e dall’altro lato due professionisti stimatissimi ma pur sempre privati cittadini, come l’avvocato Severino e il prof. onorevole Bassanini, in rappresentanza dell’Italia». Una sconcertante «asimmetria dei poteri, sottratta a ogni controllo o iniziativa parlamentare». Sapelli pensa a come si è scritto il più recente trattato franco-tedesco: trasparenza e procedure parlamentari concordate. Basta questo, «per capire che quello che sta avvenendo non è che la parte di un gioco di specchi su cui sarebbe opportuno gettare il fascio di luce dell’argomentazione pubblica: ecco un grande banco di prova per il nuovo governo del cambiamento».


Fonte: da Libre del 15 giugno 2018

DOVE SVENTOLA IL TRICOLORE NON SI BESTEMMIA





PROPAGANDA ANTIBLASFEMA 







venerdì 15 giugno 2018

14 PAESI AFRICANI COSTRETTI A PAGARE TASSA COLONIALE FRANCESE

Basi militari francesi in Africa


Sapevate che molti paesi africani continuano a pagare una tassa coloniale alla Francia dalla loro indipendenza fino ad oggi?

Quando Sékou Touré della Guinea decise nel 1958 di uscire dall’impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del paese, l’élite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse: scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.

L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie che il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto.

Lentamente la paura serpeggiò tra le élite africane e nessuno dopo gli eventi della Guinea trovò mai il coraggio di seguire l’esempio di Sékou Touré, il cui slogan fu “Preferiamo la libertà in povertà all’opulenza nella schiavitù.”


Sylvanus Olympio


Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, un piccolo paese in Africa occidentale, trovò una soluzione a metà strada con i francesi. Non voleva che il suo paese continuasse ad essere un dominio francese, perciò rifiutò di siglare il patto di continuazione della colonizzazione proposto da De Gaule, tuttavia si accordò per pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti benefici ottenuti dal Togo grazie alla colonizzazione francese.
Era l’unica condizione affinché i francesi non distruggessero prima di lasciare. Tuttavia, l’ammontare chiesto dalla Francia era talmente elevato che il rimborso del cosiddetto “debito coloniale” si aggirava al 40% del debito del paese nel 1963. La situazione finanziaria del neo indipendente Togo era veramente instabile, così per risolvere la situazione, Olympio decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA (il franco delle colonie africane francesi), e coniò la moneta del suo paese. Il 13 gennaio 1963, tre giorni dopo aver iniziato a stampare la moneta del suo paese, uno squadrone di soldati analfabeti appoggiati dalla Francia uccise il primo presidente eletto della neo indipendente Africa. Olympio fu ucciso da un ex sergente della Legione Straniera di nome Etienne Gnassingbeche si suppone ricevette un compenso di $ 612 dalla locale ambasciata francese per il lavoro di assassino. Il sogno di Olympio era quello di costruire un paese indipendente e autosufficiente. Tuttavia ai francesi non piaceva l’idea. 
Il 30 giugno 1962, Modiba Keita , il primo presidente della Repubblica del Mali, decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA imposta a 12 neo indipendenti paesi africani. Per il presidente maliano, che era più incline ad un’economia socialista, era chiaro che il patto di continuazione della colonizzazione con la Francia era una trappola, un fardello per lo sviluppo del paese. Il 19 novembre 1968, proprio come Olympio, Keita fu vittima di un colpo di stato guidato da un altro ex soldato della Legione Straniera francese, il luogotenente Moussa TraoréInfatti durante quel turbolento periodo in cui gli africani lottavano per liberarsi dalla colonizzazione europea, la Francia usò ripetutamente molti ex legionari stranieri per guidare colpi di stato contro i presidente eletti:

  • – Il 1 gennaio 1966, Jean-Bédel Bokassa, un ex soldato francese della legione straniera, guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo presidente della Repubblica Centrafricana.
  • – Il 3 gennaio 1966, Maurice Yaméogo, il primo presidente della Repubblica dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso, fu vittima di un colpo di stato condotto da Aboubacar Sangoulé Lamizana, un ex legionario francese che combatté con i francesi in Indonesia e Algeria contro le indipendenze di quei paesi.
  • – il 26 ottobre 1972, Mathieu Kérékou che era una guardia del corpo del presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, guidò un colpo di stato contro il presidente, dopo aver frequentato le scuole militari francesi dal 1968 al 1970.

Negli ultimi 50 anni un totale di 67 colpi di stato si sono susseguiti in 26 paesi africani, 16 di quest’ultimi sono ex colonie francesi, il che significa che il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell’Africa francofona.


Numero dei Colpi di stato in Africa per paese





Come dimostrano questi numeri, la Francia è abbastanza disperata ma attiva nel tenere sotto controllo le sue colonie, a qualsiasi prezzo, a qualsiasi condizione.

Nel marzo del 2008, l’ex presidente francese Jacques Chirac disse:

“Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo”

Il predecessore di Chirac, François Mitterand già nel 1957 profetizzava che:

“Senza l’Africa, la Francia non avrà storia nel 21mo secolo”

Proprio in questo momento mentre scrivo quest’articolo, 14 paesi africani sono costretti dalla Francia, attraverso un patto coloniale, a depositare l’85% delle loro riserve di valute estere nella Banca centrale francese controllata dal ministero delle finanze di Parigi. Finora, 2014, il Togo e altri 13 paesi africani dovranno pagare un debito coloniale alla Francia. I leader africani che rifiutano vengono uccisi o restano vittime di colpi di stato. Coloro che obbediscono sono sostenuti e ricompensati dalla Francia con stili di vita faraonici mentre le loro popolazioni vivono in estrema povertà e disperazione.

E’ un sistema malvagio denunciato dall’Unione Europea, ma la Francia non è pronta a spostarsi da quel sistema coloniale che muove 500 miliardi di dollari dall’Africa al suo ministero del tesoro ogni anno.

Spesso accusiamo i leader africani di corruzione e di servire gli interessi delle nazioni occidentali, ma c’è una chiara spiegazione per questo comportamento. Si comportano così perché hanno paura di essere uccisi o di restare vittime di un colpo di stato. Vogliono una nazione potente che li difenda in caso di aggressione o di tumulti. Ma, contrariamente alla protezione di una nazione amica, la protezione dell’occidente spesso viene offerta in cambio della rinuncia, da parte di quei leader, di servire il loro stesso popolo e i suoi interessi.

I leader africani lavorerebbero nell’interesse dei loro popoli se non fossero continuamente inseguiti e provocati dai paesi colonialisti.

Nel 1958, spaventato dalle conseguenze di scegliere l’indipendenza dalla Francia, Leopold Sédar Senghor dichiarò: “La scelta del popolo senegalese è l’indipendenza; vogliono che ciò accada in amicizia con la Francia, non in disaccordo.”

Da quel momento in poi la Francia accettò soltanto un’ “indipendenza sulla carta” per le sue colonie, siglando “Accordi di Cooperazione”, specificando la natura delle loro relazioni con la Francia, in particolare i legami con la moneta coloniale francese (il Franco), il sistema educativo francese, le preferenze militari e commerciali.

Qui sotto ci sono le 11 principali componenti del patto di continuazione della colonizzazione dagli anni 50:

1. Debito coloniale a vantaggio della colonizzazione francese

I neo “indipendenti” paesi dovrebbero pagare per l’infrastruttura costruita dalla Francia nel paese durante la colonizzazione.

Devo ancora trovare tutti i dati specifici circa le somme, la valutazione dei benefici della colonizzazione e i termini di pagamento imposti ai paesi africani, ma ci stiamo lavorando (aiutaci con più info).

2. Confisca automatica delle riserve nazionali

I paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali nella Banca centrale francese.

La Francia detiene le riserve nazionali di quattordici paesi africani dal 1961: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon.

“La politica monetaria che governa un gruppo di paesi così diversi non è complicato perché, di fatto, è decisa dal ministero del Tesoro francese senza rendere conto a nessuna autorità fiscale di qualsiasi paese che sia della CEDEAO [la comunità degli stati dell’Africa occidentale] o del CEMAC [Comunità degli stati dell’Africa centrale]. In base alle clausole dell’accordo che ha fondato queste banche e il CFA, la Banca Centrale di ogni paese africano è obbligata a detenere almeno il 65% delle proprie riserve valutarie estere in un “operations account” registrato presso il ministero del Tesoro francese, più un altro 20% per coprire le passività finanziarie.

Le banche centrali del CFA impongono anche un tappo sul credito esteso ad ogni paese membro equivalente al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Anche se la BEACe la BCEAO hanno un fido bancario col Tesoro francese, i prelievi da quel fido sono soggetti al consenso dello stesso ministero del Tesoro. L’ultima parola spetta al Tesoro francese che ha investito le riserve estere degli stati africani alla borsa di Parigi a proprio nome.

In breve, più dell’ 80% delle riserve valutarie straniere di questi paesi africani sono depositate in “operations accounts” controllati dal Tesoro francese. Le due banche CFA sono africane di nome, ma non hanno una politica monetaria propria. Gli stessi paesi non sanno, né viene detto loro, quanto del bacino delle riserve valutarie estere detenute presso il ministero del Tesoro a Parigi appartiene a loro come gruppo o individualmente.

Gli introiti degli investimenti di questi fondi presso il Tesoro francese dovrebbero essere aggiunti al conteggio ma non c’è nessuna notizia che venga fornita al riguardo né alle banche né ai paesi circa i dettagli di questi scambi. Al ristretto gruppo di alti ufficiali del ministero del Tesoro francese che conoscono le cifre detenute negli “operations accounts”, sanno dove vengono investiti questi fondi e se esiste un profitto a partire da quegli investimenti, viene impedito di parlare per comunicare queste informazioni alle banche CFA o alle banche centrali degli stati africani.” Scrive Dr. Gary K. Busch

Si stima che la Francia detenga all’incirca 500 miliardi di monete provenienti dagli stati africani, e farebbe qualsiasi cosa per combattere chiunque voglia fare luce su questo lato oscuro del vecchio impero.

Gli stati africani non hanno accesso a quel denaro. 
La Francia permette loro di accedere soltanto al 15% di quel denaro all’anno. Se avessero bisogno di più, dovrebbero chiedere in prestito una cifra extra dal loro stesso 65% da Tesoro francese a tariffe commerciali.

Per rendere le cose ancora peggiori, la Francia impone un cappio sull’ammontare di denaro che i paesi possono chiedere in prestito da quella riserva. Il cappio è fissato al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Se i paesi volessero prestare più del 20% dei loro stessi soldi, la Francia ha diritto di veto.

L’ex presidente francese Jacques Chirac ha detto recentemente qualcosa circa i soldi delle nazioni africane detenuti nelle banche francesi. Questo qui sottoè un video ( ma ora non più disponibile) in cui parla dello schema di sfruttamento francese. Parla in francese, ma questo è un piccolo sunto: “Dobbiamo essere onesti e riconoscere che una gran parte dei soldi nelle nostre banche provengono dallo sfruttamento del continente africano.”

3. Diritto di primo rifiuto su qualsiasi materia prima o risorsa naturale scoperta nel paese

La Francia ha il primo diritto di comprare qualsiasi risorsa naturale trovate nella terra delle sue ex colonie. Solo dopo un “Non sono interessata” della Francia, i paesi africani hanno il permesso di cercare altri partners.

4. Priorità agli interessi francesi e alle società negli appalti pubblici

Nei contratti governativi, le società francesi devono essere prese in considerazione per prime e solo dopo questi paesi possono guardare altrove. Non importa se i paesi africani possono ottenere un miglior servizio ad un prezzo migliore altrove.

Di conseguenza, in molte delle ex colonie francesi, tutti i maggiori asset economici dei paesi sono nelle mani degli espatriati francesi. In Costa d’Avorio, per esempio, le società francesi possiedono e controllano le più importanti utilities – acqua, elettricità, telefoni, trasporti, porti e le più importanti banche. Lo stesso nel commercio, nelle costruzioni e in agricoltura.

Infine, come ho scritto in un precedente articolo, Africans now Live On A Continent Owned by Europeans! [Gli africani ora vivono in un continente di proprietà degli europei!]

5. Diritto esclusivo a fornire equipaggiamento militare e formazione ai quadri militari del paese

Attraverso un sofisticato schema di borse di studio e “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, gli africani devono inviare i loro quadri militari per la formazione in Francia o in strutture gestite dai francesi.

La situazione nel continente adesso è che la Francia ha formato centinaia, anche migliaia di traditori e li foraggia. Restano dormienti quando non c’è bisogno di loro, e vengono riattivati quando è necessario un colpo di stato o per qualsiasi altro scopo!

6. Diritto della Francia di inviare le proprie truppe e intervenire militarmente nel paese per difendere i propri interessi.

In base a qualcosa chiamato “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, la Francia ha il diritto di intervenire militarmente negli stati africani e anche di stazionare truppe permanentemente nelle basi e nei presidi militari in quei paesi, gestiti interamente dai francesi.


Laurent Gbagbo

  
Quando il presidente Laurent Gbagbo  della Costa d’Avorio cercò di porre fine allo sfruttamento francese del paese, la Francia ha organizzato un colpo di stato. Durante il lungo processo per estromettere Gbagbo, i carri armati francesi, gli elicotteri d’attacco e le forze speciali intervennero direttamente nel conflitto sparando sui civili e uccidendone molti.

Per aggiungere gli insulti alle ingiurie, la Francia stima che la business community francese abbia perso diversi milioni di dollari quando, nella fretta di abbandonare Abidjan nel 2006, l’esercito francese massacrò 65 civili disarmati, ferendone altri 1200.

Dopo il successo della Francia con il colpo di stato, e il trasferimento di poteri ad Alassane Outtara, la Francia ha chiesto al governo Ouattara di pagare un compenso alla business community francese per le perdite durante la guerra civile.

Il governo Ouattara, infatti, pagò il doppio delle perdite dichiarate mentre scappavano.

7. Obbligo di dichiarare il francese lingua ufficiale del paese e lingua del sistema educativo

Oui, Monsieur. Vous devez parlez français, la langue de Molière! [,signore. Dovete parlare francese, la lingua di Molière!]

Un’organizzazione per la diffusione della lingua e della cultura francese chiamata “Francophonie” è stata creata con diverse organizzazioni satellite e affiliati supervisionati dal Ministero degli esteri francese.

Come dimostrato in quest’articolo, se il francese è l’unica lingua che parli, hai accesso al solo 4% dell’umanità, del sapere e delle idee. Molto limitante.

8. Obbligo di usare la moneta coloniale francese FCFA

Questa è la vera mucca d’oro della Francia, tuttavia è un sistema talmente malefico che finanche l’Unione Europea lo ha denunciato. La Francia però non è pronta a lasciar perdere il sistema coloniale che inietta all’incirca 500 miliardi di dollari africani nelle sue casse.

Durante l’introduzione dell’Euro in Europa, altri paesi europei scoprirono il sistema di sfruttamento francese. Molti, soprattutto i paesi nordici, furono disgustati e suggerirono che la Francia abbandoni quel sistema. Senza successo.

9. Obbligo di inviare in Francia il budget annuale e il report sulle riserve

Senza report, niente soldi.

In ogni caso il ministero della Banche centrali delle ex colonie, e il ministero dell’incontro biennale dei ministri delle finanze delle ex colonie è controllato dalla Banca Centrale francese/Ministero del Tesoro.

10. Rinuncia a siglare alleanze militari con qualsiasi paese se non autorizzati dalla Francia

I paesi africani in genere sono quelli che hanno il minor numero di alleanze militari regionali. La maggior parte dei paesi ha solo alleanze militari con gli ex colonizzatori! (divertente, ma si può fare di meglio!).

Nel caso delle ex colonie francesi, la Francia proibisce loro di cercare altre alleanze militari eccetto quelle che vengono offerte loro.

11. Obbligo di allearsi con la Francia in caso di guerre o crisi globali

Più di un milione di soldati africanihanno combattuto per sconfiggere il nazismo e il fascismo durante la seconda guerra mondiale.

Il loro contributo è spesso ignorato o minimizzato, ma se si pensa che alla Germania furono sufficienti solo 6 settimane per sconfiggere la Francia nel 1940, quest’ultima sa che gli africani potrebbero essere utili per combattere per la “Grandeur de la France” in futuro.

C’è qualcosa di psicopatico nel rapporto che la Francia ha con l’Africa.

Primo, la Francia è molto dedita al saccheggio e allo sfruttamento dell’Africa sin dai tempi della schiavitù. Poi c’è questa mancanza di creatività e di immaginazione dell’élite francese a pensare oltre i confini del passato e della tradizione.

Infine, la Francia ha 2 istituzioni che sono completamente congelate nel passato, abitate da “haut fonctionnaires” paranoici e psicopatici che diffondono la paura dell’apocalisse se la Francia cambiasse, e il cui riferimento ideologico deriva dal romanticismo del 19° secolo: sono il Ministero delle Finanze e del Budget della Francia e il Ministero degli Affari esteri della Francia.

Queste 2 istituzioni non solo sono una minaccia per l’Africa ma anche per gli stessi francesi.

Tocca a noi africani liberarci, senza chiedere permesso, perché ancora non riesco a capire, per esempio, come possano 450 soldati francesi in Costa d’Avorio controllare una popolazione di 20 milioni di persone!?

La prima reazione della gente subito dopo aver saputo della tassa coloniale francese consiste in una domanda: “Fino a quando?”

Per paragone storico, la Francia ha costretto Haitia pagare l’equivalente odierno di $21 miliardi dal 1804 al 1947 (quasi un secolo e mezzo) per le perdite subite dai commercianti di schiavi francesi dall’abolizione della schiavitùe la liberazione degli schiavi haitiani.

I paesi africani stanno pagando la tassa coloniale solo negli ultimi 50 anni, perciò penso che manchi un secolo di pagamenti!

da: siliconafrica.com


Fonte: da AFRICA NEWS.it del 8 febbraio 2014





giovedì 14 giugno 2018

IL VENETO CHE SI ECOBOICOTTA: ORA A DISTRUGGERE IL TERRITORIO CI PENSA L’INDUSTRIALE VINICOLO

Anche sui Colli Berici sta dilagando la “fabbrica diffusa” delle speculazioni vinicole: devastanti per il paesaggio e altamente inquinanti.


Colli Berici, a sud di Vicenza. E in particolare la fascia che sovrasta la Riviera Berica. Ne parlo in quanto cittadino, non certo esperto di chimica o agricoltura industriale(l’aggettivo è obbligatorio di questi tempi); da persona che, un giorno sì e un altro anche, deve precipitarsi a chiudere finestre e balconi per arginare il pestilenziale aerosol che uomini in tuta bianca e maschera antigas a doppio filtro spandono con gli atomizzatori, spensieratamente, lungo i filari a pochi metri dalle abitazioni. Irrorando anche gli ignari pedoni o ciclisti che transitano sulle “pedemontane” (pista ciclabile compresa). In teoria, ma solo in teoria, ci sarebbero delle distanze da rispettare: 30 metri in primavera e 20 in estate da strade e case. Ma siamo nel profondo Nord-est…: qua la gente lavora, cazzo!

Se la fauna indigena (uccelli, anfibi, farfalle…) langue, patisce e scarseggia, in compenso sui Berici si vanno diffondendo come la peste altre categorie che non mi sembra arbitrario definire “altamente nocive”.  Parecchi i piccoli imprenditori riciclati provenienti dall’edilizia, ma non mancano professionisti (notai, dentisti, avvocati, giudici) e pensionati di lusso. Tutti impegnati a speculare sulla monocultura della vite (letteralmente la “nuova industria del Nord-est”, stessa scuola della palma da olio in Indonesia, immagino) avvelenando l’aria e i terreni con una mistura infernale di veleni, pesticidi tossici, sostanze cancerogene e interferenti endocrini vari.

Tra di loro anche l’ormai tristemente noto glifosato, responsabile delle inquietanti strisce arancioni (agent orangevi ricorda qualcosa?) tra i filari. Il famigerato erbicida stava per essere bandito dall’Europa, ma da ‘ste parti invece si continua a usarlo (fino a “esaurimento scorte” forse?).

Succede in “campagna” (si fa per dire, in Veneto: diciamo quanta ne rimane nel dilagare di aree cementificate industriali-artigianali) come in collina.

Da notare che sovente i responsabili sono gli stessi. Ossia chi ha già devastato la pianura costruendo capannoni poi magari si accaparra un buon ritiro dove giocare al contadino con modalità da piccola industria. Utilizzando per lo più forza lavoro costituita da immigrati (marocchini, sikh) sottopagati e in nero.

Questo il paesaggio con rovine in cui sprofondano le mitiche ville palladiane.

Così come nel trevigiano e nel veronese – oltre al Friuli – la febbre del prosecco e affini ormai dilaga anche nel bellunese e nel vicentino.

Obiettivo quasi raggiunto per gli speculatori, la produzione di oltre mezzo miliardo di bottiglie (parlando solo di prosecco) entro il 2019. Da esportare, preferibilmente, in Stati Uniti e Gran Bretagna. Ma anche Russia e Cina non scherzano, pare.

Prezzo da far pagare alla collettività: sbancamenti, distruzione del bosco, inquinamento diffuso. Ieri in Altamarca (beffardamente proposta come Patrimonio dell’Umanità all’UNESCO), oggi sui Colli Berici.

Le colline intorno a Longare, Castegnero, Nanto, Mossano, Barbarano, Villaga, Sossano, Alonte, vengono sottoposte a quel tipo di trattamento che era già ben conosciuto da Maserada, Sernaglia, Valle del Soligo, Vittorio Veneto, Valdobbiadene, Conegliano. Stiamo parlando di quel territorio e di quel paesaggio che Zaia – in veste di propagandista turistico – ha definito “un presepe” (vedi recente intervista sulla “Repubblica”). E per fortuna non ha aggiunto “vivente”…

L’anno scorso era stato nuovamente – ma invano – denunciato da Legambiente l’ulteriore ampliamento dell’area destinata alla coltivazione della vite (altri tremila ettari, da 20.250 a 23.250) per la produzione del prosecco doc (di origine “controllata”?).

Lo scopo di questo ulteriore ampliamento – a spese, ricordo, del bosco e della biodiversità – responsabile di ulteriore sfruttamento e devastazione per il territorio, sarebbe “ garantire  la stabilità e l’equilibrio del mercato” (neoliberismo, malattia cronica del capitalismo).

Per quanto riguarda il prosecco in particolare (ma il discorso vale in generale), in un editoriale della “Nuova Ecologia” si poteva leggere: “I vigneti di glera, il vitigno da cui si ricava il prosecco” (segnalo che secondo alcuni autori il ceppo originario del Glera Balbi potrebbe aver avuto origini proprio sui Colli Berici) “vengono piantati dove storicamente non ci sono mai stati, anche in aree paludose o esposte a nord, non vocate per clima e composizione del terreno: questo implica un utilizzo ancora maggiore di fitofarmaci. I trattamenti, poi, si fanno in momenti diversi, perché ciascun viticoltore decide in autonomia quando farli, quindi ogni anno è un’irrorazione continua fra primavera ed estate”.  

E continuava: “Il vero problema è la diffusione della monocoltura. Si pianta ovunque: in mezzo alle case, vicino ai corsi d’acqua”.

Quanto ai (presunti) regolamenti regionali introdotti per limitare l’uso di fitofarmaci nelle aree urbanizzate (come appunto i paesi, ampliatisi a macchia d’olio in anni recenti, del Basso Vicentino) e il divieto (sempre presunto) di utilizzare gli erbicidi, vengono largamente inficiati dalle numerose deroghe promosse dalle amministrazioni locali.  Fatta la legge (a scopo propagandistico?) si scopre l’inganno: ossia che si tratta solo di “suggerimenti” nonobbligatori.

Forse a scopo mimetico-propagandistico, nel 2011 il Consorzio del prosecco superiore Doc aveva adottato un protocollo viticolo che prevedeva “una riduzione dei prodotti chimici da utilizzare nei vigneti, escludendo del tutto i più pericolosi per la salute umana e l’ambiente”. Ma anche qui l’adesione era “su base volontaria”.

Ribadisco. Sui Colli Berici troppi vigneti si vanno espandendo, sostituendosi a quanto rimaneva dei boschi. Un vero e proprio stravolgimento del paesaggio ottenuto con brutali sbancamenti e livellamenti, interrando doline e demolendo affioramenti rocciosi. In genere con le ruspe, talvolta (vedi anni fa sopra Castegnero) utilizzando l’esplosivo. Oppure (era accaduto a San Gottardo) è l’intera sommità di una collina a essere spianata.

Come si era detto ormai la produzione di vino, e di prosecco in particolare, sta diventando la “nuova industria del Nord-est”.

L’attuale “corsa al vigneto” è sostanzialmente opera di speculatori in gran parte provenienti dal mondo della piccola impresa (sia dall’industria sia dall’edilizia), culturalmente estranei all’agricoltura tradizionale, senza legami affettivi con il territorio in cui vedono soltanto una possibilità di sfruttamento e rapido arricchimento.

Altro che “Patrimonio dell’Umanità”… Patrimonio del profitto, piuttosto.


Fonte: da Etnie del 4 giugno 2018

mercoledì 13 giugno 2018

IL VATICANO AL CLUB BILDERBERG





– DI ROBERTO PECCHIOLI


Aria nuova alla Santa Sede. Negli stessi giorni di giugno, due eventi vedono protagonista la bimillenaria Chiesa fondata da Gesù Cristo. Nessuna spiritualità, tanto meno cura delle anime. Mentre Bergoglio riceve in Vaticano i vertici delle Sette Sorelle, i giganti dell’energia fossile come Exxon, Royal Dutch, la famiglia Rockefeller, tutti signori di assai incerta devozione ma certissimo potere, il suo collaboratore più importante, il segretario di Stato cardinale Pietro Parolin è ammesso all’annuale riunione del Club Bilderber

L’allegra brigata si riunisce a porte chiuse e nella consueta ostentata riservatezza da ben 66 anni. Quest’anno l’onore di ospitare l’evento spetta a Torino, la città degli Agnelli. I membri del circolo sono i più cospicui rappresentanti delle oligarchie al potere: banchieri, finanzieri, azionisti e dirigenti di vertice di multinazionali, i loro maggiordomi politici e i chierici del giornalismo embedded. Gli argomenti trattati, come sempre, sono l’agenda politica, economica, culturale da imporre a gran parte del mondo. Dopo decenni, l’invito di questa loggia esclusiva, tutt’altro che versata in affari religiosi, si è esteso al ministro degli esteri vaticano.

Parolin, prelato con uso di mondo, non sfigurerà certo accanto a industriali, CEO delle maggiori entità economiche e finanziarie del pianeta, ministri ed ex ministri, influencer delle opinioni pubbliche. L’agenda dell’incontro torinese è assai fitta, i suoi temi di stringente attualità. Discuteranno amabilmente di populismo in Europa, della sfida della disuguaglianza (da essi provocata), futuro del lavoro (flessibile, a chiamata, delocalizzato…), dell’intelligenza artificiale (dunque saranno toccati argomenti come il transumanesimo), Stati Uniti in crisi di leadership, Russia, Iran- i Satana del momento- l’Arabia Saudita, gli amiconi in palandrana seduti su miliardi di barili di petrolio. Ci sarà spazio per l’attualità, per la “post-verità”, che, nel loro lessico, significa spazzare via i dissidenti del Nuovo Ordine Mondiale, persino per il calcolo quantistico.

Il cardinale Parolin troverà alcuni connazionali italiani di prim’ordine: gli economisti liberisti di sinistra Giovanni Alesina e Mariana Mazzucato, Vittorio Colao di Vodafone (telefonia, reti di telecomunicazione, innovazione, dunque capillare capacità di controllo), una colonna del Bilderberg come Lilli Gruber, gran cerimoniera televisiva, la scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo, oltre naturalmente a John Elkann, un Agnelli del ramo israelitico. Incontrerà una vecchia conoscenza dell’Unione Europa, il portoghese Barroso, diventato, guarda caso, dirigente di Goldman & Sachs: le porte girevoli del potere ex democratico. Vedrà anche l’eterno Kissinger, il ministro dell’istruzione francese (la buona scuola LGBT transalpina…) e due novizi dell’inclita compagnia, le stelle nascenti della politica spagnola Soraya Sàenz de Santamarìa e il liberalissimo Albert Rivera, stretto sodale di Macron.

L’illustre brigata riceverà la benedizione di Parolin, ma più verosimilmente, sarà essa stessa ad impartirla, a nome dei Superiori, all’uomo di Chiesa accolto in tanto consesso. Come sempre, decideranno il futuro comune in nostra assenza e contro i principi, gli interessi, la volontà del popolo bue, che accuseranno di populismo e di non credere abbastanza alle loro verità. Si impegneranno attivamente contro di noi, lo dimostra l’agenda ufficiale, integrata come sempre da libere discussioni molto, molto riservate. La Chiesa potrà rinverdire i fasti del passato, tornare sulla scena politica degli arcana imperii. Secondo lo schema di Vilfredo Pareto, probabilmente è considerata un “residuo” di cui tenere conto e da utilizzare, sfruttandone la crisi, in ossequio alla “persistenza degli aggregati”.

Resta una domanda: che cosa c’entra la Chiesa di Gesù Cristo e il popolo di Dio con il Club Bilderberg, i suoi fini e le sue azioni, la sua prassi elitaria, il suo sentimento oligarchico, l’indifferenza per la gente che vive e veste panni, la distanza incommensurabile da qualunque tradizione spirituale e tensione morale.

La neo Chiesa entra nel Tempio dei nemici di sempre, probabilmente dalla porta di servizio. Vedremo le conseguenze, ma qualunque parola uscirà dalla bocca del cardinale Parolin durante le sessioni del club, per ogni impegno che prenderà, ricordi la chiarezza che Gesù, il fondatore della Chiesa di cui è un così alto dignitario, pretese dagli uomini di Dio: “sia il vostro parlare sì sì, no no. Il di più vien dal Maligno”. Pericolosa, sulfurea compagnia quella del Bilderberg, Eminenza. Meglio no, no.


Fonte: srs di Roberto Pecchioli, da Riscossa Cristiana  del 9 giugno 2018-06-06