martedì 16 aprile 2019

DEFINIZIONE DI INTELLIGENZA, GENIALITÀ E CRETINAGGINE TRATTE DA LA STORIA DI GIOVANNI E MARGHERITA.



Incredibilmente l’umanità ancora non sa cos’è l’intelligenza (né la genialità e la cretinaggine), di cui riporto succintamente la definizione traendola da La storia di Giovanni e Margherita.


Scrive infatti quel compendio della ‘scienza’ di regime che è Wikipedia:

«Benché i ricercatori nel campo non ne abbiano ancora dato una definizione ufficiale (considerabile come universalmente condivisa dalla comunità scientifica), si può generalmente identificare l’intelligenza come la capacità di un agente di affrontare e risolvere con successo situazioni e problemi nuovi o sconosciuti ... Tradizionalmente attribuita alle sole specie animali, oggi l’intelligenza viene da alcuni attribuita, in misura minore, anche alle piante..»

Tesi tutte grevemente errate anch’esse frutto del rifiuto di capire per non dover cambiare.

Perché l’intelligenza, come scrivo più estesamente nel libro, consiste in tutt’altra cosa che la capacità di elaborare concetti o strategie di successo – che hanno anche gli animali – e non può che essere propria esclusivamente dell’uomo per il semplice fatto che è una categoria morale (la massima).

Una categoria morale basata sull’altruismo e consistente nella capacità di svilupparsi passando attraverso lo sviluppo degli altri.

Ne deriva che la genialità, in quanto massima espressione dell’intelligenza, consiste nel saper comprendere nel proprio raggio di azione numeri elevati o elevatissimi di altri e richiede la positività, per cui non esistono geni del male o del nulla.

Di tal che il cane sarà intelligente quando, guardandoti negli occhi, saprà capire se hai fame e decidere se dividere con te la scodella, laddove, nel mentre, potrà essere abile quanto si vuole, ma solo per quello che serve o piace a lui; come del resto gran parte della stessa umanità.

Umanità che, scoperta, già dalla notte dei tempi, l’intelligenza, l’ha poi ridotta alle forme più perverse di furberia, cioè capacità di svilupparsi a scapito altrui, e si è così condannata alla cretinaggine, all’inciviltà e alla sofferenza.

Perché la cretinaggine non è un’inguaribile insufficienza o anomalia mentale, ma una guaribilissima, progressiva devianza esito dell’arroccarsi in non veritiere idee di sé, di altri o della realtà, e della difficoltà di difenderle.

23. 4. 2017
Alfonso Luigi Marra


Fonte: facebook. signoraggio.it


lunedì 15 aprile 2019

Benedetto XVI




Di seguito il testo integrale che il papa emerito Benedetto XVI ha scritto a proposito della crisi da abusi sessuali che è scoppiata in maniera dirompente nella Chiesa.


Dal  21-24 febbraio , su invito di Papa Francesco, i presidenti delle Conferenze episcopali mondiali si sono riuniti in Vaticano per discutere dell’attuale crisi della fede e della Chiesa, crisi vissuta in tutto il mondo dopo le scioccanti rivelazioni di abusi clericali perpetrati contro i minori.

La portata e la gravità degli episodi denunciati ha profondamente angosciato sia i sacerdoti che i laici, e ha fatto sì che parecchi abbiano messo in discussione la Fede stessa della Chiesa. Era necessario inviare un messaggio forte, e cercare un nuovo inizio, per rendere la Chiesa di nuovo veramente credibile come luce tra i popoli e come forza al servizio contro le potenze della distruzione.

Poiché io stesso avevo servito in una posizione di responsabilità come pastore della Chiesa al momento dello scoppio pubblico della crisi, e durante il periodo precedente, ho dovuto chiedermi – anche se, come emerito, non sono più direttamente responsabile – come avrei potuto contribuire a un nuovo inizio.

Così, dopo l’annuncio dell’incontro dei presidenti delle Conferenze episcopali, ho compilato alcuni appunti con cui poter contribuire con una o due osservazioni per aiutare in questo momento difficile.

Dopo aver contattato il segretario di Stato, il cardinale [Pietro] Parolin e lo stesso Santo Padre [Papa Francesco], mi è sembrato opportuno pubblicare questo testo nel Klerusblatt [un periodico mensile per il clero in gran parte delle diocesi bavaresi].

Il mio lavoro è diviso in tre parti.

Nella prima parte, mi propongo di presentare brevemente il più ampio contesto sociale della questione, senza il quale il problema non può essere compreso. Cerco di dimostrare che negli anni Sessanta si è verificato un evento vergognoso, di dimensioni senza precedenti nella storia. Si potrebbe dire che nei vent’anni dal 1960 al 1980, gli standard normativi precedenti sulla sessualità sono crollati del tutto, e si è creata una nuova normalità che è stata ormai oggetto di laboriosi tentativi di rottura.

Nella seconda parte, mi propongo di evidenziare gli effetti di questa situazione sulla formazione dei sacerdoti e sulla loro vita.

Infine, nella terza parte, vorrei sviluppare alcune prospettive per una risposta adeguata da parte della Chiesa.


I.
Il processo iniziato negli anni ’60 e la teologia morale


(1) La questione inizia con l’introduzione, prescritta e sostenuta dallo Stato, dei bambini e dei giovani nella natura della sessualità. In Germania, l’allora Ministro della Salute, la signora (Käte) Strobel, fece realizzare un film in cui tutto ciò che prima non poteva essere mostrato pubblicamente, compresi i rapporti sessuali, era ora mostrato a scopo educativo. Ciò che all’inizio era destinato esclusivamente all’educazione sessuale dei giovani è stato quindi ampiamente accettato come qualcosa che si poteva fare.

Effetti simili sono stati raggiunti dal “Sexkoffer” (valigia del sesso) pubblicato dal governo austriaco [una controversa “valigia” di materiali per l’educazione sessuale usati nelle scuole austriache alla fine degli anni Ottanta]. I film sessuali e pornografici divennero allora un evento comune, al punto che furono proiettati nei cinegiornali [Bahnhofskinos]. Ricordo ancora di aver visto, un giorno, mentre passeggiavo per la città di Ratisbona, una folla di persone in fila davanti a un grande cinema, cosa che prima si era vista solo in tempo di guerra, quando si sperava di ottenere qualche stanziamento speciale. Ricordo anche di essere arrivato in città il Venerdì Santo nel 1970 e di aver visto tutti i cartelloni affissi con un grande manifesto di due persone completamente nude in un abbraccio ravvicinato.

Tra le libertà per le quali la Rivoluzione del 1968 cercò di lottare c’era questa libertà sessuale totale, che non concedeva più alcuna norma.

Il collasso mentale era anche legato ad una propensione alla violenza. Per questo motivo i film a sfondo sessuale non erano più ammessi sugli aerei perché la violenza sarebbe scoppiata tra la piccola comunità di passeggeri. E poiché l’abbigliamento dell’epoca provocava anche l’aggressione, i direttori scolastici tentarono anche di introdurre uniformi scolastiche al fine di facilitare un clima di apprendimento.

Parte della fisionomia della Rivoluzione del ’68 era che anche la pedofilia veniva poi valutata come consentita e appropriata.

Per i giovani della Chiesa, ma non solo per loro, questo è stato per molti aspetti un momento molto difficile. Mi sono sempre chiesto come i giovani in questa situazione potessero avvicinarsi al sacerdozio e accettarlo, con tutte le sue ramificazioni. Il crollo estensivo della successiva generazione di sacerdoti in quegli anni e l’altissimo numero di laicizzazioni furono una conseguenza di tutti questi sviluppi.

(2) Allo stesso tempo, indipendentemente da questo sviluppo, la teologia morale cattolica ha subito un crollo che ha reso la Chiesa indifesa contro questi cambiamenti nella società. Cercherò di delineare brevemente la traiettoria di questo sviluppo.

Fino al Concilio Vaticano II, la teologia morale cattolica si basava in gran parte sul diritto naturale, mentre la Sacra Scrittura era citata solo per ragioni di fondo o di prova. Nella lotta del Concilio per una nuova comprensione della Rivelazione, l’opzione del diritto naturale fu in gran parte abbandonata, e fu richiesta una teologia morale basata interamente sulla Bibbia.

Ricordo ancora oggi come la facoltà gesuita di Francoforte formò un giovane padre di grande talento (Bruno Schüller) con lo scopo di sviluppare una morale basata interamente sulla Scrittura. La bella tesi di padre Schüller mostra un primo passo verso la costruzione di una morale basata sulla Scrittura. Padre Schüller fu poi inviato in America per ulteriori studi e ritornò con la consapevolezza che dalla sola Bibbia non si poteva esprimere sistematicamente la morale. Tentò allora una teologia morale più pragmatica, senza poter dare una risposta alla crisi della morale.

Alla fine, fu soprattutto l’ipotesi che la moralità dovesse essere determinata esclusivamente dalle finalità dell’azione umana che prevalse. Mentre la vecchia frase “il fine giustifica i mezzi” non era stata confermata in questa forma grezza, il suo modo di pensare era diventato definitivo. Di conseguenza, non poteva più esserci nulla che costituisse un bene assoluto, più di qualsiasi cosa fondamentalmente malvagia; (potevano esserci) solo giudizi di valore relativo. Non c’era più il bene (assoluto), ma solo quello relativamente migliore, dipendente dal momento e dalle circostanze.

La crisi della giustificazione e della presentazione della morale cattolica ha raggiunto proporzioni drammatiche alla fine degli anni ’80 e ’90. La crisi della giustificazione e della presentazione della morale cattolica ha raggiunto proporzioni drammatiche. Il 5 gennaio 1989 fu pubblicata la “Dichiarazione di Colonia”, firmata da 15 professori cattolici di teologia. Essa si concentrava su vari punti di crisi nel rapporto tra il magistero episcopale e il compito della teologia. (Le reazioni a) questo testo, che in un primo momento non si estendevano oltre il consueto livello di proteste, crebbero molto rapidamente in una protesta contro il magistero della Chiesa e raccolsero, in modo udibile e visibile, il potenziale di protesta globale contro i testi dottrinali attesi di Giovanni Paolo II (cfr. Lumen Gentile, n. 1). D. Mieth, Kölner Erklärung, LThK, VI3, p. 196) [LTHK è il Lexikon für Theologie und Kirche, un “Lessico di teologia e Chiesa” di lingua tedesca, i cui redattori erano Karl Rahner e il cardinale Walter Kasper.]

Papa Giovanni Paolo II, che conosceva molto bene la situazione della teologia morale e la seguiva da vicino, commissionò il lavoro di un’enciclica che avrebbe rimesso le cose a posto. Fu pubblicata con il titolo Veritatis splendor il 6 agosto 1993, e scatenò forti contraccolpi da parte dei teologi morali. Prima di essa, il “Catechismo della Chiesa cattolica” aveva già presentato in modo convincente, in modo sistematico, la morale proclamata dalla Chiesa.

Non dimenticherò mai come l’allora leader teologo morale tedesco Franz Böckle, il quale, tornato nella sua Svizzera natale dopo il suo ritiro, annunciò, in vista delle possibili decisioni dell’enciclica Veritatis splendor, che se l’enciclica avesse stabilito che c’erano azioni che erano sempre e in ogni circostanza da classificare come male, le avrebbe contestate con tutte le risorse a sua disposizione.

Fu Dio, il Misericordioso, che gli risparmiò di dover mettere in pratica la sua decisione; Böckle morì l’8 luglio 1991. L’enciclica è stata pubblicata il 6 agosto 1993 e includeva infatti la determinazione che c’erano azioni che non possono mai diventare buone.

Il Papa era pienamente consapevole dell’importanza di questa decisione in quel momento e, per questa parte del suo testo, aveva nuovamente consultato eminenti specialisti che non avevano partecipato alla redazione dell’enciclica. Sapeva che non doveva lasciare dubbi sul fatto che il calcolo morale nel bilanciamento dei beni deve rispettare un limite finale. Ci sono beni che non sono mai soggetti a compromessi.

Ci sono valori che non devono mai essere abbandonati per un valore maggiore e addirittura superare la conservazione della vita fisica. C’è il martirio. Dio è (molto) più di una semplice sopravvivenza fisica. Una vita che fosse comprata sulla base della negazione di Dio, una vita che si basa su una menzogna finale, è una non vita.

Il martirio è una categoria fondamentale dell’esistenza cristiana. Il fatto che il martirio non è più moralmente necessario nella teoria sostenuta da Böckle e da molti altri, dimostra che qui è in gioco l’essenza stessa del cristianesimo.

In teologia morale, tuttavia, un’altra questione era nel frattempo diventata pressante: L’ipotesi che il magistero della Chiesa debba avere competenza finale [l’infallibilità] solo nelle questioni riguardanti la fede stessa ha avuto ampia accettazione; (in questa prospettiva) le questioni riguardanti la morale non dovrebbero rientrare nell’ambito delle decisioni infallibili del magistero della Chiesa. Probabilmente c’è qualcosa di giusto in questa ipotesi che merita un’ulteriore discussione. Ma c’è un set (insieme) minimo di (valori) morale che è indissolubilmente legato al principio fondamentale della fede e che deve essere difeso se non si vuole che la fede sia ridotta a una teoria, ma piuttosto essere riconosciuta nella sua pretesa di vita concreta.

Tutto ciò rende evidente quanto sia fondamentalmente messa in discussione l’autorità della Chiesa in materia di morale. Coloro che negano alla Chiesa un’ultima competenza didattica in questo campo la costringono a rimanere in silenzio proprio dove è in gioco il confine tra verità e menzogna.

Indipendentemente da questa questione, in molti ambienti della teologia morale è stata esposta l’ipotesi che la Chiesa non ha e non può avere una propria morale. L’argomento è che tutte le ipotesi morali avrebbero conosciuto paralleli anche in altre religioni e quindi non poteva esistere una proprietà cristiana della morale. Ma alla domanda sull’unicità di una morale biblica non risponde il fatto che per ogni singola frase [scritta] da qualche parte, un parallelo può essere trovato anche in altre religioni. Si tratta piuttosto dell’insieme della morale biblica, che come tale è nuova e diversa dalle sue singole parti.

La dottrina morale della Sacra Scrittura ha la sua unicità che si basa in definitiva sulla sua adesione all’immagine di Dio, nella fede nell’unico Dio che si è mostrato in Gesù Cristo e che ha vissuto come essere umano. Il decalogo è un’applicazione della fede biblica in Dio alla vita umana. L’immagine di Dio e la morale sono un tutt’uno e portano così al particolare cambiamento dell’atteggiamento cristiano verso il mondo e la vita umana. Inoltre, il cristianesimo è stato descritto fin dall’inizio con la parola hodós [in greco “strada”, nel Nuovo Testamento spesso usata nel senso di un cammino nel progresso].

La fede è un cammino e uno stile di vita. Nella vecchia Chiesa, il catecumenato è stato creato come habitat contro una cultura sempre più demoralizzata, in cui gli aspetti distintivi e freschi dello stile di vita cristiano sono stati praticati e allo stesso tempo protetti dallo stile di vita comune. Penso che anche oggi qualcosa come le comunità catecumenali siano necessarie perché la vita cristiana possa affermarsi a modo suo.

II.
Reazioni ecclesiali iniziali


(1) Il lungo e continuo processo di dissoluzione del concetto cristiano di morale è stato, come ho cercato di dimostrare, segnato da un radicalismo senza precedenti negli anni Sessanta. Questa dissoluzione dell’autorità dell’insegnamento morale della Chiesa doveva necessariamente avere un effetto sulle diverse aree della Chiesa. Nel contesto dell’incontro dei presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo con Papa Francesco, la questione della vita sacerdotale, così come quella dei seminari, è di particolare interesse. Per quanto riguarda il problema della preparazione al ministero sacerdotale nei seminari, c’è infatti una profonda rottura della precedente forma di preparazione.

In vari seminari sono state costituite cricche omosessuali, che hanno agito più o meno apertamente e hanno cambiato significativamente il clima dei seminari. In un seminario nel sud della Germania, i candidati al sacerdozio e i candidati al ministero laicale dello specialista pastorale [Pastorale di riferimento] vivevano insieme. Ai pasti comuni, seminaristi e specialisti pastorali mangiavano insieme, i coniugati tra i laici talvolta accompagnati dalle loro mogli e figli, e talvolta dalle loro amiche. Il clima di questo seminario non poteva sostenere la preparazione alla vocazione sacerdotale. La Santa Sede era a conoscenza di tali problemi, senza essere stata informata con precisione. Come primo passo, è stata organizzata una visita apostolica dei seminari negli Stati Uniti.

Poiché anche i criteri di selezione e nomina dei vescovi erano stati modificati dopo il Concilio Vaticano II, anche il rapporto dei vescovi con i loro seminari era molto diverso. Soprattutto, un criterio per la nomina di nuovi vescovi era ora la loro “conciliarità”, che naturalmente poteva essere intesa in vari significati.

Infatti, in molte parti della Chiesa, per atteggiamenti conciliari si intendeva un atteggiamento critico o negativo nei confronti della tradizione fino ad allora esistente, che ora doveva essere sostituita da un nuovo rapporto radicalmente aperto con il mondo. Un vescovo, che in precedenza era stato rettore del seminario, aveva fatto in modo che ai seminaristi fossero proiettati film pornografici, presumibilmente con l’intenzione di renderli così resistenti a comportamenti contrari alla fede.

C’erano – non solo negli Stati Uniti d’America – singoli vescovi che rifiutavano la tradizione cattolica nel suo insieme e cercavano di creare una sorta di nuova e moderna “cattolicità” nelle loro diocesi. Forse vale la pena ricordare che in non pochi seminari, gli studenti sorpresi a leggere i miei libri erano considerati inadatti al sacerdozio. I miei libri erano nascosti, come la cattiva letteratura, e leggevano solo sotto la scrivania.

La visita che in quel momento aveva avuto luogo non aveva portato nuove intuizioni, a quanto pare perché diversi poteri avevano unito le forze per nascondere la vera situazione. Una seconda visita fu ordinata e portò molte più conoscenze, ma nel complesso non riuscì a raggiungere alcun risultato. Tuttavia, dagli anni ’70 la situazione nei seminari è generalmente migliorata. Eppure, tuttavia, si sono verificati solo casi isolati di un nuovo rafforzamento delle vocazioni sacerdotali, poiché la situazione generale aveva preso una piega diversa.

(2) La questione della pedofilia, come ho ricordato, si è acuita solo nella seconda metà degli anni Ottanta. Nel frattempo, era già diventata una questione pubblica negli Stati Uniti, tanto che i vescovi cercarono aiuto a Roma, poiché il diritto canonico, come è scritto nel nuovo (1983) Codice, non sembrava sufficiente per prendere le misure necessarie.

Roma e i canonisti romani in un primo momento hanno avuto difficoltà con queste preoccupazioni; a loro avviso la sospensione temporanea dall’ufficio sacerdotale doveva essere sufficiente a portare purificazione e chiarificazione. Ciò non poteva essere accettato dai vescovi americani, perché i sacerdoti rimanevano così al servizio del vescovo, e quindi potevano essere considerati [ancora] direttamente associati a lui. Solo lentamente cominciò a prendere forma il rinnovamento e l’approfondimento del diritto penale del nuovo Codice, costruito deliberatamente in modo meno rigoroso.

In aggiunta, tuttavia, c’era un problema fondamentale nella percezione del diritto penale. Solo il cosiddetto garantismo, [una sorta di protezionismo procedurale], era ancora considerato “conciliare”. Ciò significa che dovevano essere garantiti soprattutto i diritti dell’imputato, in misura tale da escludere di fatto qualsiasi condanna. Come contrappeso alle opzioni di difesa spesso inadeguate a disposizione dei teologi accusati, il loro diritto alla difesa attraverso il garantismo è stato esteso a tal punto che le condanne erano difficilmente possibili.

Consentitemi un breve excursus a questo punto. Alla luce delle dimensioni della cattiva condotta pedofila, è tornata all’attenzione una parola di Gesù che dice: “E chiunque avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono, meglio sarebbe per lui che gli fosse messa al collo una macina da mulino, e fosse gettato in mare.” (Mc 9,42).

L’espressione “i piccoli” nel linguaggio di Gesù significa i comuni credenti che possono essere confusi nella loro fede dall’arroganza intellettuale di coloro che si credono intelligenti. Così qui Gesù protegge il deposito della fede con un’enfatica minaccia di punizione per coloro che fanno del male [ad essa].

L’uso moderno della frase non è di per sé sbagliato, ma non deve oscurare il significato originale. In questo senso, diventa chiaro, contrariamente a qualsiasi garantismo, che non è importante e richiede una garanzia solo il diritto dell’accusato. Grandi beni come la Fede sono altrettanto importanti.

Una legge canonica equilibrata, che corrisponda a tutto il messaggio di Gesù, non deve quindi solo fornire una garanzia per l’accusato, il cui rispetto è un bene giuridico. Deve anche proteggere la Fede, che è anche un importante bene giuridico. Un diritto canonico ben formato deve quindi contenere una doppia garanzia – protezione giuridica dell’accusato, protezione giuridica del bene in questione. Se oggi si avanza questa concezione intrinsecamente chiara, in genere non si è ascoltati quando si tratta della questione della protezione della Fede come bene giuridico. Nella consapevolezza generale del diritto, la Fede non sembra più avere il rango di bene che richiede protezione. Questa è una situazione allarmante che deve essere considerata e presa sul serio dai pastori della Chiesa.

Vorrei ora aggiungere, alle brevi note sulla situazione della formazione sacerdotale al momento dello scoppio pubblico della crisi, alcune osservazioni sullo sviluppo del diritto canonico in questa materia.

In linea di principio, la Congregazione del Clero è responsabile dei crimini commessi dai sacerdoti. Ma poiché il garantismo dominava in larga misura la situazione all’epoca, ero d’concordo con papa Giovanni Paolo II che era opportuno assegnare la competenza per questi reati alla Congregazione per la dottrina della fede, con il titolo Delicta maiora contra fidem.

Questa disposizione permetteva anche di imporre la massima pena, cioè l’espulsione dal clero, che non poteva essere imposta da altre disposizioni di legge. Questo non era un trucco per poter imporre la massima pena, ma è una conseguenza dell’importanza della Fede per la Chiesa. Infatti, è importante vedere che tale comportamento scorretto da parte dei chierici in definitiva danneggia la Fede.

Solo dove la fede non determina più le azioni dell’uomo sono possibili tali offese.

La severità della punizione, tuttavia, presuppone anche una chiara prova del reato – questo aspetto del garantismo rimane in vigore.

In altre parole, per imporre legalmente il massimo della pena, è necessario un vero e proprio processo penale. Ma sia le diocesi che la Santa Sede sono state sopraffatte da tale esigenza. Abbiamo quindi formulato un livello minimo di procedimento penale e abbiamo lasciato aperta la possibilità che la Santa Sede stessa si facesse carico del processo laddove la diocesi o l’amministrazione metropolitana non fossero in grado di farlo. In ogni caso, il processo avrebbe dovuto essere rivisto dalla Congregazione per la dottrina della fede per garantire i diritti degli imputati. Infine, nella Feria IV (cioè l’assemblea dei membri della Congregazione), abbiamo istituito una istanza di appello per prevedere la possibilità di appello.

Poiché tutto questo è andato oltre le capacità della Congregazione per la Dottrina della Fede, e poiché si sono verificati ritardi che, per la natura della questione, si dovevano evitare, Papa Francesco ha intrapreso ulteriori riforme.

III.
Alcune prospettive


(1) Cosa bisogna fare? Forse dovremmo creare un’altra Chiesa perché le cose funzionino? Ebbene, quell’esperimento è già stato fatto e ha già fallito. Solo l’obbedienza e l’amore per il nostro Signore Gesù Cristo può indicare la via. Proviamo prima di tutto a capire di nuovo e da noi stessi ciò che il Signore vuole e ha voluto con noi.

In primo luogo, vorrei suggerire quanto segue: Se volessimo davvero riassumere molto brevemente il contenuto della Fede così come è stato stabilito nella Bibbia, potremmo farlo dicendo che il Signore ha iniziato con noi un racconto d’amore e vuole ricondurre ad esso tutta la creazione. La forza che si contrappone al male, che minaccia noi e il mondo intero, non può che consistere, in ultima analisi, nell’entrare in questo amore. È la vera contrapposizione contro il male. Il potere del male nasce dal nostro rifiuto di amare Dio. Chi si affida all’amore di Dio è redento. Il nostro non essere redenti è una conseguenza della nostra incapacità di amare Dio. Imparare ad amare Dio è dunque la via della redenzione umana.

Proviamo ora ad approfondire un po’ di più questo contenuto essenziale della rivelazione di Dio. Potremmo allora dire che il primo dono fondamentale che la Fede ci offre è la certezza che Dio esiste.

Un mondo senza Dio può essere solo un mondo senza significato. Dunque, allora, da dove viene tutto ciò che è? In ogni caso, non ha uno scopo spirituale. In qualche modo è semplicemente lì e non ha né scopo né senso. Allora non ci sono norme del bene o del male. Allora solo ciò che è più forte dell’altro può affermarsi. Il potere è quindi l’unico principio. La verità non conta, in realtà non esiste. Solo se le cose hanno una ragione spirituale, sono intese e concepite – solo se c’è un Dio creatore che è buono e vuole il bene – può avere senso anche la vita dell’uomo.

Che ci sia Dio come creatore e come misura di tutte le cose è prima di tutto un bisogno primordiale. Ma un Dio che non si esprimesse affatto, che non si facesse conoscere, rimarrebbe una presunzione e non potrebbe quindi determinare la forma [Gestalt] della nostra vita.

Ma un Dio che non si espresse affatto, che non si facesse conoscere, rimarrebbe un’assunzione e non potrebbe quindi determinare la forma della nostra vita. Affinché Dio sia veramente Dio in questa creazione deliberata, dobbiamo guardare a Lui esprimersi in qualche modo. Lo ha fatto in molti modi, ma con decisione nella chiamata che è stata fatta ad Abramo e ha dato alle persone in cerca di Dio l’orientamento che porta oltre ogni aspettativa: Dio stesso diventa creatura, parla come uomo con noi esseri umani.

In questo modo la frase “Dio è” si trasforma alla fine in un messaggio veramente gioioso, proprio perché Egli è più che conoscenza, perché crea – ed è – amore. Rendere le persone consapevoli di questo è il primo e fondamentale compito affidatoci dal Signore.

Una società senza Dio – una società che non lo conosce e lo tratta come inesistente – è una società che perde la sua misura. Ai nostri giorni è stato coniato il motto della morte di Dio. Quando Dio muore in una società, essa diventa libera, ci è stato assicurato. In realtà, la morte di Dio in una società significa anche la fine della libertà, perché ciò che muore è lo scopo che fornisce la direzione. E perché scompare la bussola che ci indica la giusta direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società in cui Dio è assente nella sfera pubblica e non ha più nulla da offrire. Ed è per questo che è una società in cui la misura dell’umanità è sempre più perduta. In singoli punti diventa improvvisamente evidente che ciò che è male e distrugge l’uomo è diventato ovvio.

E’ il caso della pedofilia. È stata teorizzata solo poco tempo fa come del tutto legittima, ma si è diffusa sempre di più. E ora ci rendiamo conto con sorpresa che stanno accadendo cose ai nostri figli e ai giovani che minacciano di distruggerli. Il fatto che questo possa diffondersi anche nella Chiesa e tra i sacerdoti dovrebbe disturbarci in particolare.

Perché la pedofilia ha raggiunto tali proporzioni? In definitiva, la ragione è l’assenza di Dio. Anche noi cristiani e sacerdoti preferiamo non parlare di Dio, perché questo discorso non sembra essere pratico. Dopo lo sconvolgimento della seconda guerra mondiale, noi in Germania avevamo ancora espressamente posto la nostra Costituzione sotto la responsabilità di Dio come principio guida. Mezzo secolo dopo, non era più possibile includere la responsabilità verso Dio come principio guida nella costituzione europea. Dio è considerato come la preoccupazione di partito di un piccolo gruppo e non può più essere il principio guida per l’intera comunità. Questa decisione riflette la situazione in Occidente, dove Dio è diventata una questione privata di una minoranza.

Un compito fondamentale, che deve risultare dagli sconvolgimenti morali del nostro tempo, è che noi stessi ricominciamo a vivere di nuovo per mezzo di Dio e verso di Lui. Soprattutto, noi stessi dobbiamo imparare di nuovo a riconoscere Dio come fondamento della nostra vita, invece di lasciarlo da parte come una frase in qualche modo inefficace. Non dimenticherò mai l’avvertimento che il grande teologo Hans Urs von Balthasar mi ha scritto una volta su un biglietto da visita. “Non presupporre il Dio trinitario, Padre, Figlio e Spirito Santo, ma presentarlo!”

In teologia, infatti, Dio è spesso dato per scontato come un dato di fatto, ma concretamente non si tratta di Lui. Il tema di Dio sembra così irreale, così lontano dalle cose che ci riguardano. Eppure tutto diventa diverso se non si presuppone ma si presenta Dio. Non lasciandolo in qualche modo sullo sfondo, ma riconoscendolo come il centro dei nostri pensieri, parole e azioni.

(2) Dio si è fatto uomo per noi. Uomo come la sua creatura è così vicino al suo cuore che si è unito a lui ed è così entrato nella storia umana in modo molto pratico. Egli parla con noi, vive con noi, soffre con noi e ha preso la morte su di sé per noi. Ne parliamo dettagliatamente in teologia, con parole sapienti e pensieri. Ma è proprio in questo modo che corriamo il rischio di diventare padroni della fede invece di essere rinnovati e dominati dalla Fede.

Pensiamo a questo riguardo a una questione centrale, la celebrazione della Santa Eucaristia. Il nostro modo di trattare l’Eucaristia non può che suscitare preoccupazione. Il Concilio Vaticano II si è giustamente concentrato sul riportare questo sacramento della Presenza del Corpo e del Sangue di Cristo, della Presenza della Sua Persona, della Sua Passione, Morte e Risurrezione, al centro della vita cristiana e dell’esistenza stessa della Chiesa. In parte, questo è realmente avvenuto, e dovremmo essere molto grati al Signore per questo.

Eppure è prevalente un atteggiamento piuttosto diverso. Ciò che predomina non è una nuova venerazione per la presenza della morte e risurrezione di Cristo, ma un modo di trattare con Lui che distrugge la grandezza del Mistero. Il calo della partecipazione alla celebrazione eucaristica domenicale dimostra quanto poco noi cristiani di oggi sappiamo ancora apprezzare la grandezza del dono che consiste nella Sua Presenza Reale. L’Eucaristia viene svalutata in un mero gesto cerimoniale quando si dà per scontato che la cortesia esiga che Egli sia offerto in occasione di celebrazioni familiari o in occasioni come matrimoni e funerali a tutti gli invitati per motivi familiari.

Il modo in cui le persone spesso ricevono il Santissimo Sacramento in comunione mostra che molti vedono la comunione come un gesto puramente cerimoniale. Pertanto, quando si pensa a quali azioni siano necessarie in primo luogo e soprattutto, è piuttosto ovvio che non abbiamo bisogno di un’altra Chiesa di nostra iniziativa. Piuttosto, ciò che è richiesto in primo luogo e soprattutto è il rinnovamento della Fede nella Realtà di Gesù Cristo che ci è stata data nel Santissimo Sacramento.

Nei colloqui con le vittime della pedofilia, sono stato reso consapevole di questa esigenza in primo luogo e soprattutto. Una giovane donna che era una [ex] chierichetto mi ha detto che il cappellano, il suo superiore come chierichetto, ha sempre introdotto l’abuso sessuale che stava commettendo contro di lei con le parole: “Questo è il mio corpo che offerto per voi”.

È ovvio che questa donna non può più sentire le parole stesse della consacrazione senza provare di nuovo tutta l’orribile angoscia del suo abuso. Sì, dobbiamo implorare urgentemente il Signore per il perdono, e prima di tutto dobbiamo avere piena fiducia in Lui e chiedere a Lui di insegnarci di nuovo a comprendere la grandezza della sua sofferenza, del suo sacrificio. E dobbiamo fare tutto il possibile per proteggere il dono della Santa Eucaristia dagli abusi.

(3) E, infine, c’è il Mistero della Chiesa. Rimane indimenticabile la frase con cui Romano Guardini, quasi 100 anni fa, esprimeva la gioiosa speranza che era stata instillata in lui e in molti altri: “È iniziato un evento di incalcolabile importanza; la Chiesa si sta risvegliando nelle anime”.

Intendeva dire che la Chiesa non è più stata vissuta e percepita come un semplice sistema esterno che entra nella nostra vita, come una sorta di autorità, ma piuttosto ha cominciato ad essere percepita come presente nel cuore delle persone – come qualcosa che non solo di esteriore, ma che ci muove internamente. Circa mezzo secolo dopo, riconsiderando questo processo e guardando a ciò che stava accadendo, mi sono sentito tentato di invertire la frase: “La Chiesa sta morendo nelle anime”.

Infatti, la Chiesa oggi è ampiamente considerata come una sorta di apparato politico. Se ne parla quasi esclusivamente in categorie politiche, e questo vale anche per i vescovi, che formulano la loro concezione della Chiesa di domani quasi esclusivamente in termini politici. La crisi, causata dai molti casi di abusi clericali, ci spinge a considerare la Chiesa come qualcosa di quasi inaccettabile, che ora dobbiamo prendere nelle nostre mani e ridisegnare. Ma una Chiesa fatta da sé non può costituire una speranza.

Gesù stesso ha paragonato la Chiesa a una rete da pesca in cui i pesci buoni e quelli cattivi sono separati da Dio stesso. C’è anche la parabola della Chiesa come campo su cui cresce il grano buono che Dio stesso ha seminato, ma anche le erbacce che “un nemico” vi ha seminato di nascosto. Infatti, le erbacce nel campo di Dio, la Chiesa, sono eccessivamente visibili, e anche i pesci malvagi nella rete mostrano la loro forza. Tuttavia, il campo è ancora il campo di Dio e la rete è la rete da pesca di Dio. E in ogni momento non ci sono solo le erbacce e i pesci cattivi, ma anche le colture di Dio e i pesci buoni. Proclamare entrambi con enfasi non è una falsa forma di apologetica, ma un servizio necessario alla Verità.

In questo contesto è necessario fare riferimento a un testo importante dell’Apocalisse di San Giovanni. Il diavolo è identificato come l’accusatore che accusa i nostri fratelli davanti a Dio giorno e notte (Apocalisse 12:10). L’Apocalisse di San Giovanni riprende così un pensiero dal centro della narrazione dell’inquadratura nel Libro di Giobbe (Giobbe 1 e 2, 10; 42,7-16). In quel libro, il diavolo cercò di parlare della giustizia di Giobbe davanti a Dio come se fosse solo esteriore. Ed è proprio questo che l’Apocalisse ha da dire: Il diavolo vuole dimostrare che non ci sono persone giuste; che tutta la giustizia degli uomini si manifesta solo all’esterno. Se si potesse stare alle regole di una persona, allora l’apparenza della sua giustizia cadrebbe rapidamente.

Il racconto di Giobbe inizia con una disputa tra Dio e il diavolo, in cui Dio aveva definito Giobbe come un uomo veramente giusto. Ora deve essere usato come esempio per verificare chi ha ragione. Toglietegli i suoi beni e vedrete che non rimane nulla della sua pietà, sostiene il diavolo. Dio gli permette questo tentativo, da cui Giobbe emerge positivamente. Ora il diavolo si spinge e dice: “Pelle per pelle! Tutto ciò che un uomo ha lo darà per la sua vita. Ma alza ora la mano, tocca le sue ossa e la sua carne, e maledirà il tuo volto”. (Giobbe 2:4f)

Dio concede al diavolo una seconda possibilità. Può anche toccare la pelle di Giobbe. Solo l’uccisione di Giobbe gli è negato. Per i cristiani è chiaro che questo Giobbe, che sta davanti a Dio come esempio per tutta l’umanità, è Gesù Cristo. Nell’Apocalisse di San Giovanni il dramma dell’umanità ci viene presentato in tutta la sua ampiezza.

Il Dio Creatore si confronta con il diavolo che parla male di tutta l’umanità e di tutta la creazione. Egli dice non solo a Dio, ma soprattutto agli uomini: Guardate cosa ha fatto questo Dio. Presumibilmente una buona creazione, ma in realtà piena di miseria e disgusto. Questa denigrazione della creazione è in realtà una denigrazione di Dio. Vuole dimostrare che Dio stesso non è buono, e quindi allontanarci da Lui.

L’attualità di ciò che l’Apocalisse ci dice qui è ovvia. Oggi, l’accusa contro Dio è, soprattutto, quella di caratterizzare la Sua Chiesa come completamente cattiva, e quindi di dissuaderci da essa. L’idea di una Chiesa migliore, creata da noi stessi, è infatti una proposta del diavolo, con la quale egli vuole allontanarci dal Dio vivente, attraverso una logica ingannevole per cui siamo ingannati troppo facilmente. No, anche oggi la Chiesa non è fatta solo di pesci ed erbacce cattive. La Chiesa di Dio esiste anche oggi, ed è oggi lo strumento stesso attraverso il quale Dio ci salva.

È molto importante opporsi alle menzogne e alle mezze verità del diavolo con tutta la verità: sì, c’è il peccato nella Chiesa e il male. Ma anche oggi c’è la Santa Chiesa, che è indistruttibile. Oggi ci sono molte persone che umilmente credono, soffrono e amano, in cui il vero Dio, il Dio che ama Dio, il Dio che si mostra a noi. Oggi Dio ha anche i suoi testimoni (martiri) nel mondo. Dobbiamo solo essere vigili per vederli e ascoltarli.

La parola martire è tratta dal diritto processuale. Nel processo contro il diavolo, Gesù Cristo è la prima e vera testimonianza di Dio, il primo martire, che da allora è stato seguito da innumerevoli altri.

La Chiesa di oggi è più che mai una “Chiesa dei Martiri” e quindi una testimonianza del Dio vivente. Se ci guardiamo intorno e ascoltiamo con cuore attento, possiamo trovare testimoni ovunque oggi, soprattutto tra la gente comune, ma anche nelle alte sfere della Chiesa, che difendono Dio con la loro vita e la loro sofferenza. È un’inerzia del cuore che ci porta a non volerli riconoscere. Uno dei grandi ed essenziali compiti della nostra evangelizzazione è, per quanto possibile, quello di stabilire un’habitat di fede e, soprattutto, di trovarli e riconoscerli.

Vivo in una casa, in una piccola comunità di persone che scoprono continuamente nella vita di tutti i giorni testimoni del Dio vivente e che me lo segnalano con gioia. Vedere e trovare la Chiesa viva è un compito meraviglioso che ci rafforza e ci rende sempre più felici nella nostra fede.

Al termine delle mie riflessioni vorrei ringraziare Papa Francesco per tutto quello che fa per mostrarci, sempre più, la luce di Dio, che non è scomparsa, anche oggi. Grazie, Santo Padre!

–Benedetto XVI



Fonte: da Il blog  di Sabino Paciolla del 11 aprile 2019 

domenica 14 aprile 2019

BARNARD: JULIAN ASSANGE VERSO LA MORTE. E VOI CODARDI, ZITTI

Julian Assange 


Ci ha rivelato verità indicibili, rendendoci più consapevoli e quindi più liberi. Ma ora Julian Assange può crepare, nella sua stanzetta-prigione, senza che nessuno muova un dito per salvarlo: giornali, attivisti, intellettuali, politici, governi. Si è immolato per tutti, con le esplosive rivelazioni affidate a WikiLekas. Sperava di suscitare un’ondata di protesta capace di scuotere il potere. E immaginava che l’indignazione lo avrebbe protetto dalla vendetta dell’establishment. Ma si sbagliava: Julian Assange sta morendo giorno per giorno: l’ambasciata ecuadoregna di Londra, che finora l’ha tenuto al riparo dall’estradizione, potrebbe non tutelarlo più. È così forte, la pressione degli Usa – sull’Ecuador, e sulle autorità britanniche – che le teste di cuoio inglesi potrebbero fare irruzione nella sede diplomatica e caricare Assange, il martire dell’informazione libera, sul primo volo per Washington. È sconvolgente il report che Paolo Barnard fornisce da Londra, dove ha trascorso le feste natalizie presidiando il “carcere” di Assange, agitando vistosi cartelli. Desolazione e solitudine. Peggio: i giornalisti del “Guardian”, i primi a presentare Assange come un eroe, ora confessano di essere intimiditi e ricattati. Per questo nessuno rimetterà in prima pagina il direttore di WikiLeaks. Julian Assange è praticamente già morto. Alla faccia dei diritti civili e dei diritti umani di cui l’Occidente si vanta.


Paolo Barnard 


Dopo aver fatto da sentinella per 11 giorni sotto la finestra dove il giornalista australiano è sostanzialmente detenuto, Paolo Barnard getta la spugna. La denuncia che affida al suo blog è tale da coprire di vergogna l’intera opinione pubblica mondiale,  a cominciare da attivisti per molti aspetti valorosi – come lo stesso John Pilger – che, dopo aver santificato Assange, oggi (nel momento del bisogno) lo hanno di fatto abbandonato al suo destino. Nessuna seria mobilitazione è in corso – in nessun paese – per premere sui governi in modo da scongiurare il peggio, ovvero: evitare che sia sottoposto a un processo “medievale”, negli Stati Uniti, l’uomo che sperava di migliorare il mondo (per la maggior libertà di tutti noi) rischiando in prima persona pur di rendere pubblico il lato oscuro del potere. Dal 2007, WikiLeaks ha pubblicato oltre un milione e 200.000 documenti riservati: dalla guerra in Afghanistan fino alle rivelazioni sulla corruzione in Kenya. Grazie a WikiLeaks il mondo ha scoperto come vengono torturati i prigionieri catturati dagli Usae detenuti a Guantanamo.

Nel 2010, il network di Assange ha svelato alla grande stampa (“New York Times”, “The Guardian”, “Der Spiegel”) il contenuto di alcuni documenti riservati, dai quali emergono aspetti nascosti della guerra in Afghanistan: l’uccisione di civili, l’occultamento dei cadaveri, l’esistenza di un’unità segreta americana dedita a «fermare o uccidere» i Talebani anche senza un regolare processo. Inevitabile che Julian Assange venisse perseguitato con il più ovvio dei pretesti, come l’accusa di “stupro” spiccata contro di lui nel 2010 dal tribunale di Stoccolma. Strano stupro: avrebbe avuto rapporti sessuali “non protetti”, ma con donne consenzienti. Il 7 dicembre 2010, Assange si presentò spontaneamente a Scotland Yard, dove venne arrestato (su mandato di cattura europeo). Dopo nove giorni di carcere venne rilasciato su  cauzione. Il vero pericolo, fin da allora, è la possibile richiesta di estrazione negli Usa, una volta che Assange fosse trasferito in Svezia: l’accusa per spionaggio, negli Stati Uniti, può costare l’ergastolo e anche la pena di morte.

Il fondatore di WikiLeaks è segregato dal giugno del 2012 nell’ambasciata londinese dell’Ecuador, paese a cui aveva chiesto asilo politico. Lo status di rifugiato gli è stato concesso il 16 agosto 2012 dal governo di Rafael Correa, temendo che la Gran Bretagna lo arrestasse per estradarlo a Stoccolma. Nel gennaio 2016, il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria ha decretato che la permanenza forzata di Assange nell’ambasciata è configurabile come “detenzione arbitraria e illegale” da parte di Gran Bretagna e Svezia. Anche per questo, l’11 gennaio 2018 l’Ecuador ha confermato di aver concesso ad Assange la propria cittadinanza. Ricapitolando: l’uomo che rappresenta la miglior fonte giornalistica del mondo è costretto a vivere in una stanzetta, da sei anni, per sottrarsi al pericolo di subire un processo sommario e magari di essere condannato a morte, una volta estradato negli Usa dopo il trasferimento in Svezia. E intanto sta franando anche il fragile diaframma che finora lo ha protetto. Il problema? Non c’è più Rafael Correa, alla guida dell’Ecuador.

Il nuovo governo del paese centramericano è oggi totalmente pro-Usa, ricorda Paolo Barnard: e il neo-eletto presidente Lenìn Moreno ha definito il direttore di WikiLeaks «un sasso che mi sono ritrovato nella scarpa», e gli è totalmente ostile. Ormai la vita di Assange, nei pochi metri quadri in cui è ospitato, è diventata «un vero inferno di proibizioni e limiti». Assange è isolato dal mondo, senza cure, vessato dagli agenti interni. «Lo stanno demolendo nella psiche e nel corpo per costringerlo ad arrendersi e a uscire». L’autorevole “British Medical Journal” ha mandato uno specialista a visitarlo e ha denunciato come «drammatiche» le sue condizioni di salute, fisiche e mentali, dopo 6 anni di questo tipo di prigionia. E la situazione  sta precipitando, avverte Barnard: «Da poche settimane si è venuto a sapere che ora esiste ufficialmente in America un’imputazione (cosiddetta segreta), cioè un capo d’accusa, contro Assange, cosa che prima mai era stata rivelata, ma che tutti temevano».

Ciò significa che ora «la Gran Bretagna è sotto un’enorme pressione per estradarlo», appena uscisse dall’ambasciata. Peggio: potrebbe essere addirittura «prelevato di forza, col permesso dell’Ecuador». Il timore dell’esistenza di questa imputazione tenuta nascosta aggiunge Barnard, è stato precisamente il motivo per cui Julian Assange da 6 anni è costretto a vivere segregato nell’unica ambasciata che gli ha dato asilo, ma che ora gli è nemica. Ce ne sarebbe abbastanza per mobilitare almeno l’opinione pubblica, attraverso la stampa. E invece, scrive Barnard, arriva un’altra amara sorpresa: i giornali non parlano più di Assange, perché sono stati minacciati. «Il prestigiosissimo inglese “The Guardian” – scrive Barbard – è il quotidiano che sotto la direzione di Alan Rusbridger lanciò gli scoop di WikiLeaks nel mondo, vendendo oceani di copie e sventolando Assange come un eroe del giornalismo». Ma ora, aggiunge, accade qualcosa d’incredibile. «Dal 2013, il quotidiano adotta un altro “whistleblower” di fama mondiale, Edward Snowden, e inizia a mollare Assange».

In altre parole: si rischia di meno a parlare di Snowden, l’uomo che ha smascherato lo spionaggio di massa della Nsa, e che ora vive comunque al sicuro, a Mosca, protetto dalla Russia di Putin. È probabilissimo che, senza l’esempio di Assange, Snowden non avrebbe mai trovato il coraggio di uscire allo scoperto. Ma il “Guardian” sembra averlo dimenticato. E c’è di peggio: Barnard cita un editorialista del quotidiano inglese, Luke Harding, che si era lanciato in una crociata per tentare di dimostrare la presunta collusione di Putin con Trump nelle presidenziali 2016. Harding, che era già stato screditato per non aver prodotto praticamente una singola prova (ma solo illazioni), ora pubblica ora uno “scoop” proprio sul “Guardian”: Paul Manafort, il gran manager elettorale di Trump, secondo Harding avrebbe visitato Assange all’ambasciata diverse volte, e questo proverebbe che in realtà WikiLeaks ha davvero subdolamente pubblicato le nefandezze della 


Clinton per aiutare Donald, sotto  ordini di Mosca. «La stampa mondiale riprende il cosiddetto scoop di Harding, e questo sembra essere il colpo di grazia per Julian. Ma in meno di 48 ore il tutto cade a pezzi», scrive Barnard. «In una settimana Harding viene demolito, al punto che il “Washington Post” scrive che il suo scoop sembra sempre più “una bufala”».

Il 1° gennaio, lo stesso Barnard ha piantonato la sede del “Guardian” con un cartello appeso al collo. Il testo: “Sono un giornalista. Assange era l’eroe del Guardian. Ora lo hanno degradato a falsario. Perché?”. Il sit-in di Barnard, a tre metri dall’ingresso della redazione del giornale, non passa inosservato: reporter, segretarie e tecnici rallentano, per leggere il suo cartello. Il secondo giorno, scrive, le cose si mettono male: «La security diviene ostile (“abbiamo ordini”), i colleghi che entrano ed escono evitano il contatto visivo, vengo fotografato da una guardia “sotto richiesta della direzione”». Nonostante ciò, alcuni giornalisti inglesi si fermano a parlare con il collega italiano, co-fondatore di “Report” con Milena Gabanelli. Le loro ammissioni sono penose: «Sì, dicono, c’è un ordine di squadra di mollare e screditare Assange; è una questione decisa dal gruppo editoriale, al top; si parla di pressioni insostenibili da parte del ministero degli esteri britannico e degli Usa; c’è addirittura shock, fra i giornalisti del “Guardian”, per questa decisione».

Questo gli dicono, i cronisti inglesi. Uno di loro, Damien Gayle, addirittura rilancia su Twitter l’appello di Barnard per Assange, e giorni dopo gli confesserà: «Sono stato in ansia a twittarti, ma dovevo farlo perché la libertà di dissenso dovrebbe essere l’anima stessa del mio giornale. Spero non mi licenzino». È amaro, Barnard, dopo la sua generosa missione londinese: unico giornalista italiano (senza più giornali che lo pubblichino) a interessarsi della sorte del “prigioniero” più famoso del mondo. Osserva: «Sono convinto che tentare d’incriminare un direttore di testata, Julian Assange e WikiLeaks, per aver rivelato al mondo documenti riservati o dei servizi segreti su alcune nefandezze e crimini contro l’umanità di vari poteri attraverso l’uso delle “soffiate” (i “whistleblowers”), per poi punirlo con pene devastanti, può essere la fine del giornalismo».
Infatti, aggiunge, «nessun “whistleblower” mai più avrà il coraggio di farsi avanti per svelare le porcherie segrete dei governi o delle corporations, e senza di loro il giornalista diviene al meglio un testimone di fatti, ma mai sarà in grado di rivelare la vere e profonde fonti degli eventi».

La verità sul motivo per cui oggi praticamente tutti i governi del mondo appoggiano l’estradizione di Assange negli Usa – dopo le rivelazioni di WikiLeaks sulle porcherie elettorali della Clinton, sulle stragi americane in Iraq e Afghanistan o sulle reti di spionaggio della Cia su civili e aziende – non è assolutamente quella che ci raccontano, cioè che WikiLeaks avrebbe irresponsabilmente pubblicato segreti di Stato e di fatto aiutato Trump o l’Isis. Macché: il vero motivo, sottolinea Barnard, è questo: «Il potere rimane forte quando resta nell’oscurità. Una volta esposto alla luce del sole, comincia a evaporare». La frase non è di Barnard, ma dall’insigne politologo americano Samuel Huntington, co-autore del famigerato saggio “La crisi della democrazia” con cui il committente, la Commissione Trilaterale, a metà degli anni Settanta detterà le regole per lo svuotamento delle nostre democrazie. La frase sul potere, che diventa fragile se viene fatto uscire allo scoperto, Huntington l’ha scritta nel libro “American Politics. The promise of disharmony”, uscito nel 1983. «E’ questo il peccato mortale per cui oggi stanno distruggendo Julian Assange», sottolinea Barnard. «E’ solo per questo».

Nonostante le imprecisioni di cui è responsabile, infatti, «WikiLeaks è l’unica pubblicazione al mondo che davvero ha devastato questo principio di dominio dei poteri, pubblicandone alla luce del sole le azioni più inconfessabili. E lo ha fatto grazie ai “whistleblowers”, e solo grazie a loro». Quindi, insiste Barnard, «se Assange sarà estradato negli Usa – il paese che nel nome della Sicurezza Nazionale (sotto cui sarebbe processato Assange) tortura, stermina innocenti coi “drones”, nega ogni diritto di legge ai detenuti e straccia ogni singola convenzione Onu sui diritti umani – questo direttore di testata sarà macellato come nessun giornalista prima, secondo l’infame principio del “ne ammazzi uno per avvisarne cento”. Impossibile che riceva un giusto processo in America, oggi».


Inutilmente, Barnard ha fatto appello a tutti gli attivisti fino a ieri schierati con Assange, suggerendo loro di battere due strade di enorme peso, riguardo all’esilio coatto (e precario) del fondatore di Wikileaks. Primo atto d’accusa: la violazione, da parte della Gran Bretagna, dei princìpi della Magna Carta e dell’Habeas Corpus, cioè «i due pilastri della giurisprudenza mondiale, nati 800 anni fa proprio in Inghilterra». Seconda strada: la possibilità di accusare Londra in base alla Convenzione dell’Onu contro la Tortura, ratificata dagli inglesi nel 1987. Il trattato dice esplicitamente dice che tortura è “estrema sofferenza, sia fisica che mentale, inflitta di proposito a un individuo”. Il che è esattamente «ciò che i governi britannici stanno facendo ad Assange da 6 anni, confinato in semi-isolamento, privato di cure mediche, senza luce naturale e sorvegliato con ferocia a ogni mossa». Risposte? Nessuna. Salvo l’onesta e penosa ammissione di Damien Gayle, del “Guardian”: abbiamo paura di essere licenziati, se solo proviamo a riparlare di Assange.

Era il 2011 quando un parlamentare socialista norvegese, Snorre Valen, osò candidare Julian Assange al Premio Nobel per la Pace: «Wilikeaks – disse – è il paladino della libertà di espressione e della trasparenza nel XXI secolo». Parole oggi improponibili, impensabili. Lo conferma la costernazione di Paolo Barnard, dopo 11 giorni spesi a Londra nella solitaria difesa del “prigioniero”. «Torno a casa – scrive – con la conferma di ciò che ho sempre pensato: ha vinto la Commissione Trilaterale, quando nel 1975 decise che il popolo andava reso “apatico” con l’esplosione dei mass media sia ortodossi che “alternativi” (oggi i social), dove infuriano epiche leggende mentre nessuno davvero fa un cazzo nelle strade perché è fatica e rischio, dove si creano i miti Vip per il palcoscenico, e dove i veri eroi rimangono soli come cani». Ha vinto Huntington, ha perso Assange? Peggio: abbiamo perso tutti, in partenza, se non siamo capaci di muovere un dito per tutelare un campione dell’informazione. Ad Assange, peraltro, lo stesso Barnard non ha mai fatto sconti: certi “leak” possono davvero aver messo in pericolo alcuni esponenti dell’intelligence, violandone la segretezza. In cambio, però, il mondo ha potuto aprire gli occhi su realtà sconvolgenti. Non è strano che l’establishment tenti di soffocare Assange, in modo che la sua punizione sia d’esempio per chiunque altro volesse imitarlo. Lo scandalo vero è il silenzio assordante dell’opinione pubblica, per la quale Assage ha messo in gioco la sua vita.

Fonte: srs di Paolo Barnard, da LIBRE  del 14 gennaio 2019



martedì 19 marzo 2019

VIA DELLA SETA: MAPPA, INVESTIMENTI, PRO E CONTRO. TUTTO CIÒ CHE C'È DA SAPERE




10 domande sulla Nuova Via della Seta: mappa, ruolo dell'Italia, timori sul debito, sviluppo in Africa e... Tutto quello che c'è da sapere sulla Belt and Road

di Lorenzo Lamperti

Chi ancora pensa che la Nuova Via della Seta sia un nostalgico revival delle antiche avventure eurasiatiche di Marco Polo sarà deluso. La Belt and Road Initiative, di cui si parla da anni nel mondo, è il più colossale piano economico-diplomatico di sempre. Ora anche in Italia, vista la volontà espressa dal governo Lega-M5s di sottoscrivere il memorandum di intesa con la Cina, se ne sta parlando molto. Ecco allora una guida (parziale, non basterebbe un libro a cogliere tutte le sfaccettature e implicazioni) di Affaritaliani.it sugli aspetti principali del progetto che sta (già) cambiando il mondo.

Che cos'è la Nuova Via della Seta?
Innanzitutto non si tratta di una sola "via della seta". Volendo utilizzare il nome del progetto in italiano sarebbe corretto parlare di "Nuove Vie della Seta", al plurale. Le rotte sono infatti cinque, tre terrestri e due marittime, e potrebbero presto diventare sei. La Belt and Road Initiative (Bri), il nome internazionale del progetto, è un piano annunciato nel 2013 dal presidente cinese Xi Jinping per migliorare i collegamenti commerciali con i paesi dell'Eurasia, sviluppando sulla sua strada non solo binari ma veri e propri centri di connessione economici (e diplomatici). Da un primo stanziamento di 40 miliardi di dollari, durante il forum Bri del 2017 è stato annunciato un ulteriore stanziamento di 100 miliardi. Nell'ottobre del 2017 la Bri è stata inclusa nella costituzione cinese. E' considerato il più grande progetto infrastrutturale e di investimenti della storia. Coinvolge al momento 68 paesi e circa il 65% della popolazione mondiale.

Quali sono le rotte della Belt and Road Initiative?
Esistono tre rotte terrestri che creano sei corridoi della Bri. La prima parte dal nord est della Cina e arriva all'Europa continentale e al Baltico passando dall'Asia centrale e dalla Russia. La seconda parte dal nord ovest della Cina e arriva al Golfo Persico e al Mar Mediterraneo passando per l'Asia centrale e occidentale. La terza parte dal sud ovest dalla Cina e arriva all'oceano Indiano passando per l'Indocina. Ci sono poi due rotte marittime. La prima che dal mar Cinese meridionale arriva nel sud del Pacifico. La seconda che invece si dirige verso l'Africa e l'Europa attraverso lo stretto di Malacca. C'è poi il progetto di creare una terza rotta marittima, quella artica, che potrebbe svilupparsi nei prossimi anni grazie allo scioglimento dei ghiacci.

Come è arrivata la Cina alla creazione della Belt and Road?
E' il naturale sviluppo di una politica cinese che si è continuata ad evolvere nel dopo Mao. Nel 1978 Deng Xiaoping lanciò la politica di riforma e di apertura della Cina. I rapporti amichevoli con il mondo occidentale e con gli Stati Uniti erano all'epoca l'unica strada per raggiungere modernizzazione e sviluppo. L'accesso al sistema capitalista ha sì cambiato la Cina ma non ne ha minato la fondamenta. Per dirla in parole povere, dopo la fine della guerra fredda l'Occidente si era illuso che tutti avrebbero sposato il suo modello al cento per cento. La Cina è invece riuscita a diventare una potenza economica mantenendo caratteristiche proprie e non assimilabili al modello uscito "vincitore" (così almeno pensava Fukuyama) dallo scontro tra i due antichi blocchi. Pechino è dunque passata alla fase successiva, vale a dire la proposta di un modello differente. La Belt and Road si pone l'obiettivo di creare un immenso mercato comune Eurasiatico, allo stesso tempo più o meno inconsapevolmente aumentando il peso diplomatico di Pechino lungo la via. Dopo l'integrazione nell'economia globale Xi Jinping è passato alla fase di sviluppo della presenza cinese sulla scena mondiale. Un obiettivo che risponde non tanto a logiche imperialiste quando a necessità interne: risoluzione del nodo della sovraproduzione, diversificazione delle fonti di import di energia, petrolio e gas, accesso a risorse naturali fondamentali per lo sviluppo tecnologico, altro grande obiettivo di Pechino come dimostra il piano Made in China 2025.

Quali sono i paesi coinvolti finora nella Belt and Road?
La lista è lunghissima. Il primo naturale sbocco dell'iniziativa è il Sud Est asiatico, dove la Cina ha realizzato e sta realizzando grandi progetti infrastrutturali in Cambogia, Myanmar, Malesia, Indonesia e Singapore. In Thailandia vorrebbe costruire un canale lungo l'istmo di Kra, il lembo di terra che unisce l'Asia continentale alla Malesia. Questo canale potrebbe cancellare il grande problema cinese dello stretto di Malacca, passaggio obbligato della rotta marittima verso Africa ed Europa. Il Pakistan è forse il paese dove la presenza della Bri è più visibile. Il paese è considerato dalla Cina la porta d'ingresso per l'oceano Indiano ed è qui che sta realizzando il cruciale porto di Gwadar. Importanti anche gli investimenti in Iran. Nelle scorse settimane sono stati chiusi anche importanti accordi con l'Arabia Saudita, con la Cina che al momento dimostra di saper dialogare con entrambi i rivali del Medio Oriente. L'altra direttiva naturale della Belt and Road è l'Asia centrale. Le repubbliche ex sovietiche sono state integrate nel progetto anche (o soprattutto) grazie all'intesa di cooperazione raggiunta con la Russia. Un ruolo particolare è ricoperto dal Kazakistan, considerato da Pechino come cruciale collegamento tra Asia ed Europa. La collaborazione con Astana è molto profonda e si concretizza anche in paesi terzi, come nella Repubblica Democratica del Congo.

Quali sono i fattori più positivi della Bri e invece quelli potenzialmente negativi?
Rispetto all'antica Via della Seta, la Belt and Road riserva un ruolo cruciale anche all'Africa. In Gibuti è stata realizzata la prima base militare cinese permanente all'estero. Nel continente africano gli investimenti cinesi stanno innegabilmente aiutato occupazione e sviluppo. La crescita in Etiopia ha portato tra le altre cose anche alla storica pace con l'Eritrea. La cosiddetta Cinafricanon è limitata alla parte orientale del continente. Pechino è presente con investimenti importanti anche in paesi dell'Africa occidentale come Senegal Angola. Nei piani ci sarebbe addirittura una linea ferroviaria ad alta velocitàche collegherebbe la costa orientale con quella occidentale, partendo da Gibuti e arrivando in Nigeria o in Camerun. L'Africa è importante per la Cina anche per l'accesso alle risorse naturali e minerarie. L'esempio principale è il cobalto, fondamentale per lo sviluppo tecnologico tra l'altro delle auto elettriche (settore nel quale Pechino vuole diventare leader). Il 54 per cento delle risorse globali di cobalto si trova in Congo. Nel 2018 la Cina ha importato cobalto dal paese africano per un miliardo e 200 mila euro. Tanto per capirci, al secondo posto c'è l'India con 3,2 milioni di euro. La presenza della Cina in Africa ha comunque innestato un processo virtuoso nel quale anche altri paesi, come Arabia Saudita e India, hanno cominciato a investire cifre importanti nel continente, aprendo nuove prospettive economiche e sociali. Per quanto riguarda i potenziali lati negativi della Belt and Road, molti analisti parlano della cosiddetta "trappola del debito". In sostanza, i paesi che ricevono gli investimenti di Pechino si indebitano di cifre che poi non riescono a ripagare. L'esempio più ovvio è quello dello Sri Lanka, isola dell'oceano Indiano che ha dovuto cedere in concessione per 99 anni il suo porto di Hambantota. Un altro nodo è legato ai settori strategici e della sicurezza dei dati. Anche da qui nascono le pressioni degli Usa affinché Huawei sia esclusa dai progetti di sviluppo delle reti 5G.

Quali sono le sfide per la Cina lungo il tragitto della Belt and Road?
La sfida più importante è quella di riuscire a incrementare il proprio soft power. Impresa non sempre facile. Uno degli ostacoli principali, per quanto riguarda l'Asia, è la presenza sempre più rilevante dell'India. Nuova Dehli vede con sospetto i progetti cinesi e, forte di una buona crescita economica e demografica, sta diventando sempre più una barriera all'espansione del Dragone. L'India sta diventando sempre più assertiva nell'area e alcuni suoi paesi "satellite" come Nepal, Bangladesh e Maldive stanno non a caso rivedendo i progetti di cooperazione con la Cina. Anche nell'area del Sud Est c'è qualche malumore. In Malesia, il presidente Mahathir (eletto a sorpresa nel 2018) ha dichiarato che vuole rinegoziare diversi progetti ventilando anche la possibilità di negare visti di residenza a Forest City, smart city innovativa costruita grazie ai soldi di Pechino, salvo fare poi un parziale passo indietro. Anche l'Indonesia mostra qualche segno di insofferenza. Il timore che si sta diffondendo è quello di dipendere troppo dalla Cina. Anche per questo stanno nascendo altri progetti infrastrutturali nell'area. La Thailandia ha creato un fondo regionale con i vicini Cambogia, Laos, Vietnam e Myanmar. E c'è poi il progetto Quad, modello alternativo di investimenti nell'Indo pacifico proposto dall'asse Stati Uniti-India-Giappone-Australia. Regge comunque la collaborazione tra Cina e Giappone in paesi terzi.

Perché gli Stati Uniti sono ostili al progetto?
Gli Stati Uniti avevano pensato di portare anche la Cina nella loro orbita. Era un'illusione. Con Barack Obama in parte, ma soprattutto con Donald Trump, Washington ha individuato in Pechino il proprio principale rivale e nella Belt and Road una minaccia da disinnescare. La guerra commerciale è solo un paravento di un qualcosa di molto più complesso. Anche un eventuale e parziale accordo sui dazi tra Trump e Xi Jinping non metterà fine a un processo nel quale gli apparati statunitensi sono entrati in modalità "nuova guerra fredda". Sì, perché per Washington la Belt and Road non è un semplice progetto infrastrutturale e commerciale ma un progetto geopolitico per sovvertire l'ordine costituito, vale a dire quello dove gli Stati Uniti sono sul tetto gerarchico globale. Gli Usa fanno leva sulle antiche relazioni diplomatiche con il mondo occidentale per impedire l'espansione del modello cinese e per loro firmare il memorandum di adesione ufficiale alla Nuova Via della Seta equivale quasi a una scelta di campo.

Qual è la posizione dell'Europa?
L'Europa è la destinazione naturale delle rotte terrestri della Belt and Road. Nel 2013, anno di inizio del progetto, il commercio Eurasiatico arrivava a 1,8 trilioni di dollari, il doppio del commercio Transpacifico e il triplo di quello Transatlantico. Tra i paesi che hanno già aderito all'iniziativa di Pechino figurano Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Bulgaria, Grecia, Ungheria e Portogallo. Le direttive della Nuova Via della Seta arrivano già nell'Europa continentale tramite i porti del Pireo e di Rotterdam e una interminabile linea ferroviaria che unisce Chongqing Duisburg, in Germania. L'Europa orientale ha anche creato il gruppo 16+1 che comprende i paesi dell'Est e dei Balcani, insieme ovviamente alla Cina. L'Europa, non in grado di entrare nel grande gioco geopolitico Usa-Cina, ha bisogno degli investimenti cinesi ma allo stesso tempo non può recidere il legame geopolitico con gli Stati Uniti. La sfida è quella di riuscire a influenzare il progetto cinese, modellandolo e adattandolo ai principi di trasparenza concorrenza e agli standard sociali europei, garantendo allo stesso tempo la sicurezza dei propri settori strategici. Un'impresa molto complessa ma che l'Europa sarà costretta a tentare.

Quale può essere il ruolo dell'Italia?
L'Italia sarebbe il primo Paese del G7 ad aderire ufficialmente alla Belt and Road. Questo potrebbe avvenire durante la visita in Italia del presidente Xi Jinping, prevista tra il 21 e il 23 marzo, oppure al secondo forum sulla Bri che si terrà a Pechino a fine aprile e al quale parteciperà anche il premier Giuseppe Conte, come già aveva fatto il suo predecessore Paolo Gentiloni nel 2017. Secondo Conte, l'accordo sarebbe "un'opportunità per il Paese e per la Ue, l'occasione per introdurre i nostri criteri e standard di sostenibilità finanziaria, economica, ambientale". Insomma, l'Italia potrebbe svolgere quel ruolo di cooperazione e allo stesso tempo di modellamento del progetto cinese, rendendolo più digeribile sul contesto occidentale. Nel miglior caso possibile l'Italia potrebbe aprire la strada a un ruolo anche manageriale dell'Ue e del mondo occidentale nell'ambito della Bri. Un fattore che potrebbe far comodo anche agli Stati Uniti nel lungo termine, ma la cui realizzazione non appare semplice. Gli ambiti di cooperazione previsti tra Italia e Cina riguardano settori come infrastrutture, energia, telecomunicazioni, aviazione civile, e-commerce. Sarebbero coinvolti, tra gli altri, il gigante elettrico di Pechino, la State Grid Corporation, Terna e Leonardo. Un ruolo importante sarebbe ricoperto dal porto di Trieste, con qualche possibilità anche per il porto di Genova. Allo studio anche joint venture tra società cinesi e italiane in paesi terzi come Egitto, Kazakistan e Azerbaijian. Tutti paesi nei quali l'energia riveste un ruolo fondamentale.

Quali sono gli scenari futuri?
Bruno Maçaes, nel suo recente libro "Belt and Road - A Chinese World Order", prefigura quattro scenari. Primo scenario: il mondo occidentale riesce a modellare il progetto cinese secondo il suo sistema, con la Cina che accetta i suoi principi di trasparenza ed engagement e si arriva a un'integrazione pacifica senza conflitti. Secondo scenario: convergenza sulla differenza. La Cina prende il posto degli Stati Uniti come centro politico ed economico globale ma permane la coabitazione con il modello alternativo occidentale. Terzo scenario: scontro tra due visioni diverse del mondo. La Cina non converge e il modello occidentale viene destrutturato e ricostruito secondo quello di Pechino. Quarto scenario: Stati Uniti e Cina non convergono e per trovare una forma di bilanciamento dividono il mondo per sfere di influenza nell'ambito di una nuova guerra fredda. Come andrà? Lo vedremo. Una cosa è certa: qui non si sta parlando solo di accordi economici.



Fonte: srs di  LorenzoLamperti,  da Affari Italiani del  10 marzo 2019 



UNA NUOVA “VIA DELLA SETA” PER IL FUTURO DELL’ITALIA




La firma dell'accordo con la Cina, darebbe al nostro Paese la possibilità di muoversi da attore autorevole sullo scacchiere multipolare, consegnando agli archivi l'appiattimento sulle posizioni dell'unipolarismo statunitense che ne hanno caratterizzato la politica estera dal dopoguerra in poi

Di Ernesto Ferrante


L’Italia non può e non deve perdere la straordinaria opportunità della nuova Via della Seta. 
La firma dell’accordo con la Cina, darebbe al nostro Paese la possibilità di muoversi da attore autorevole sullo scacchiere multipolare, consegnando agli archivi l’appiattimento sulle posizioni dell’unipolarismo statunitense che ne hanno caratterizzato la politica estera dal dopoguerra in poi, al netto dei circoscritti e limitati sussulti di Mattei, Moro e Craxi.

Il memorandum con la potenza asiatica non prevede obblighi, ma principi condivisi per l’organizzazione di forme specifiche di cooperazione economica. L’esatto contrario di quel pericolo di “colonizzazione” che gli atlantisti di sangue, di ideologia o confessione paventano.

E’ sfacciato, inaccettabile ed immorale che a vestire i panni degli amici premurosi siano i cantori delle gesta di Washington, Bruxelles, Parigi e Londra, fonti di sventure e disastri economici e geopolitici per l’Italia. Se gli “alleati” sono quelli delle 113 basi militari sul nostro suolo, del Britannia, del pareggio di bilancio nella Costituzione e della sciagura libica, meglio starne alla larga.

Nell’esecutivo gialloverde non mancano gli sbarratori delle porte del treno della Via della Seta, anche se fortunatamente i sottosegretari allo Sviluppo Economico Geraci e ai Trasporti Rixi (entrambi leghisti) e diversi esponenti di peso del M5S (il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano in primis), riescono a far sentire la propria voce con argomentazioni serie, suffragate da dati.

Il negoziato è in dirittura d’arrivo e potrebbe essere firmato durante la visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping a Roma (prevista per il 22 e 23 marzo) o a fine aprile, tra il 25 e il 27, quando a Pechino si svolgerà il secondo Forum sulla “Belt and Road Initiative”.
Il nostro sarebbe il primo Paese del G7 a beneficiare dei vantaggi strategici ed economici di quella cintura economica lungo l’antica Via della Seta che aprirà un mercato di tre miliardi di consumatori. “Yi Dai Yi Lu”, in mandarino.

“Una Cintura Una Strada” nella nostra lingua. Una “cintura” di strade, ferrovie per il trasporto delle merci, gasdotti e oleodotti, linee di telecomunicazioni che partendo dalla Cina attraverseranno l’Asia centrale, la Russia, il Medio Oriente per arrivare in Europa. Una “strada” marittima che comincia dai grandi porti di Shanghai e Canton, fa rotta lungo il Mar Cinese meridionale e l’Oceano Indiano, fa tappa in Kenya, risale il Mar Rosso, arriva nel Mediterraneo con uno scalo al Pireo e termina a Venezia.

Sessantasette Paesi hanno già sottoscritto la Belt and Road Initiative. Sono già 13 i Paesi dell’Ue che hanno siglato un memorandum di intesa con la Cina. Si tratta di Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Slovenia. La Cina è il principale partner commerciale di 126 nazioni; gli Stati Uniti di 56.
A chi pende ancora dalle labbra di tromboni da salotti buoni come il politologo Luttwak, secondo il quale “la scelta di stare con la Cina dimostrerebbe che l’Italia si rivela essere ancora una volta provinciale e fuori dai giochi”, è appena il caso di snocciolare qualche numeretto sonante: i progetti cinesi prevedono investimenti per 900 miliardi di dollari nei prossimi 5-10 anni; 502 miliardi in 62 Paesi entro il 2021, secondo i calcoli degli analisti di Credit Suisse.

Il premier Conte, che pare aver colto l’importanza della nuova Via della Seta, faccia il Marco Polo e dia all’Italia la possibilità di esplorare un mondo sconosciuto che si chiama sovranità piena, con la libera scelta delle migliori opzioni strategiche sul piano economico e politico. Nell’esclusivo interesse del popolo italiano.


Fonte: srs di Ernesto Ferrante, da Opinione Pubblica del 13 marzo 2019-03-17