mercoledì 19 settembre 2018

GENOVA: CROLLI, DONI SGRADITI E NECESSITÀ DI RICOSTRUIRE UN PAESE ALLO SFASCIO

Genova Ponte Morandi


Poco dopo aver appreso del “regalo” dell’archistar e Senatore a vita Renzo Piano alla sua Genova, la stragrande maggioranza dei professionisti italiani ha manifestato la sua indignazione per l’iniziativa, apparsa più una farsa a beneficio della politica, che non una concreta proposta per risolvere il problema dell’autostrada passante per Genova e, più in generale, dello stato in cui versano tutte le mastodontiche infrastrutture in cemento armato realizzate negli ultimi 60 anni in Italia.

Lo scorso 30 agosto Eleonora Carrano[1], dalle pagine de “Il Fatto Quotidiano”, nel tracciare un quadro disastroso dell’edilizia pubblica “moderna” italiana, ha tristemente ammesso: «Viviamo in un disastro, in un Paese che sta letteralmente collassando, che nega il principio di realtà, che non riconosce nell’incognita dell’incolumità dei cittadini la priorità di intervento, lavorando in questo modo al proprio fallimento: aspettiamo Godot, che non arriverà mai, ma viviamo nell’attesa che domattina ci sarà il miracolo».
… per poi ironizzare dicendo: «Ed ecco un piccolo miracolo, che dovrebbe scaldare il cuore ma che invece non commuove né convince: la generosa offerta del senatore Renzo Piano; che, in assenza di un pensiero sistemico e di investimenti strutturali, offre un suo progetto per il nuovo ponte, “un lavoro a titolo gratuito, in continuità con quello che lo studio ha fatto per Genova, a partire dalle Colombiadi” (chissà cosa ne pensa il Consiglio Nazionale degli Architetti Cnappc, di questa offerta a titolo gratuito)».

Ma la situazione è ben più grave – e se vogliamo ben più irritante – dello “sgambetto” dell’archistar ai colleghi con la sua “offerta gratuita”. La Carrano ha infatti concluso con una riflessione su cui noi tutti, prima di abboccare alla “macchina scenica” messa in piedi dalla politica e dalle star al suo servizio, in nome della società dello spettacolo. 
La brava giornalista (che è anche architetto) ha infatti scritto: «Non ci risulta che Renzo Piano – Senatore della Repubblica dal 2013, che in questi cinque anni avrebbe potuto usare il suo ruolo per aiutare non solo Genova, ma l’Italia tutta – abbia presentato  un solo testo di legge che potesse scongiurare queste catastrofi e questi lutti; non ci risulta che si sia fatto promotore di una politica pubblica per le città per superare l’inefficacia della strumentazione urbanistica vigente (se escludiamo l’impegno di occuparsi del tormentato territorio delle periferie italiane, teorizzandone “il rammendo”, di cui peraltro si  è perso il filo). Di più: le presenze in Senato di Renzo Piano sono pari al 0,04%; il senatore a vita è stato presente in aula 8 volte su 17897 votazioni».

E allora, prima di andare oltre, invito tutti a riflettere sul ruolo, oltre che sui costi pubblici, di certe “figure illustri” alle quali viene conferita l’onorificenza di “Senatori a vita” … un titolo giammai utile al bene del Paese, ma che torna utilissimo – lo abbiamo visto – a fare maggioranza quando si tratti di votare per qualcosa che interessi alla classe politica che gli ha dato quell’onorificenza.

Nel caso in oggetto, invece, la figura del Senatore a vita – stipendiato dal Parlamento – si trasforma in burattinonelle mani dei governanti nazionali, regionali e comunali i quali, a beneficio della “società dello spettacolo”, gli chiedono mettersi a loro disposizione, recandosi in Regione con un discutibile progetto,“cotto-e-mangiato”, che consenta ai burattinai di turno di convocare i media e poter dire “ci siamo”, cosa che, senza il sensazionalismo suscitato dalla presenza dell’archistar sarebbe risultata poco credibile!



Il progetto di Renzo Piano per il ponte sul Polcevera prevede la realizzazione di un viadotto continuo – ovvero privo delle strallature e “interruzioni” con travi “Gerber” realizzate da Morandi che, nel bene o nel male, hanno impedito una tragedia ben più grande di quella del 14 agosto. Nella più becera retorica, il progetto “griffato” da Piano propone 43 lampioni che dovrebbero proiettare delle “vele di luce” atte a ricordare la memoria delle 43 vittime del disastro.



Il giorno prima dell’articolo della Carrano, avevo postato sulla mia pagina Facebook una riflessione che andava ad aggiungere qualche tassello a quanto avevo già espresso nell’articolo[2] postato su questo blog lo scorso 18 agosto e che invito chi non abbia letto a leggere; in quel post avevo scritto:

«Come di consueto, il nostro Senatore a vita ci “dona” l’ennesima accozzaglia di retorica e demagogia[3]della quale Genova poteva decisamente fare a meno! Soprattutto, la grande “idea cotta e mangiata” elaborata a tempo di record dall’archistar nostrana, stralli a parte, mantiene la presenza dell’immane “Spada di Damocle” sulla testa dei genovesi, costituita dall’ipertrofico viadotto realizzato con una tecnica costruttiva e dei materiali destinati a perire, si spera non con tutta la violenza manifestataci lo scorso 14 agosto.

A mio modestissimo avviso, credo che chi promuova certe cose dovrebbe assumersi tutte le sue responsabilità, nel tempo, per ciò che una struttura del genere possa comportare in termini di sicurezza e incolumità delle persone, nonché in termini economici relativamente all’indispensabile costo di monitoraggio costante e manutenzione continua delle strutture.

Chi, come Renzo Piano, sostiene che una strada del genere possa continuare a passare sulla testa delle persone, dovrebbe dare il buon esempio e trasferirsi a vivere al di sotto di essa, portando con sé tutti i suoi cari, facendo sapere ai suoi figli e nipoti che, se un domani dovesse verificarsi nuovamente la “tragedia di ferragosto”, il responsabile è lui in prima persona.

A mio modestissimo avviso, la “memoria” di quelle 43 anime innocenti – immolate in nome dell’arroganza di progettisti-sperimentatori abituati a pensare in grande sulla pelle degli altri – non va ricordata con 43 lampioni, ma con un’opera che, MAI PIÙ, metta a rischio la vita della gente volando nel cielo, piuttosto che appoggiandosi in maniera più razionale al terreno; … ove necessario, ritengo più che possibile realizzare gallerie e ponti in muratura dalle campate contenute sul genere di quelli antichi e di quelli realizzati per le ferrovie fino ai primi del Novecento che, il tempo ci ha dimostrato, non hanno mai messo a rischio nessuno, tranne che l’ego degli architetti ed ingegneri autoreferenziali!»

Ne è scaturito un interessante dibattito, con la stragrande maggioranza di pareri concordi e con solo un paio di pareri “fuori dal coro” … pareri dettati da ragioni ideologiche (od opportuniste) di chi preferisca evitare di criticare il “maestro intoccabile”, oppure da ragioni di fraintendimento, oppure ancora in conseguenza di pregiudizi e credenze economiche e strutturali relative alla possibilità di costruire, oggi, in un modo piuttosto che un altro.

Un caro e bravo collega, che stimo molto nonostante le nostre discussioni sul “linguaggio” più opportuno dell’architettura, ha scritto:

«Ettore consentimi, non condivido talvolta le tue conclusioni, quasi sempre funzione del braccio di ferro tra architettura modernista e storicista, come nel caso odierno, perché per me oggi realizzare dei viadotti ad archi in muratura sarebbe un abominio e non sarebbe neanche possibile nella stragrande maggioranza dei casi sia in funzione dei costi che delle norme sulle caratteristiche tecnico funzionali delle varie categorie di infrastrutture alle quali si può derogare solo dentro certi limiti. In genere condivido le tue premesse quasi sempre approfondite ed equilibrate, ma nello specifico di questo post non condivido neanche quelle. Il rapporto anormale tra infrastrutture e costruito nelle città in genere, perché quello di Genova è uno dei tanti casi, non deriva dalla protervia dei progettisti delle infrastrutture e dalla invasività del cemento, ma deriva dalla necessità di non allungare troppo i percorsi per aggirare tutta la informe massa periurbana che tanti bravi progettisti hanno contribuito a disporre sul territorio, nonostante che siano stati professori universitari, talvolta anche archistar, ed abbiano passato una vita a pontificare nei convegni, scrivere libri, e da ultimo occupare anche il web. È, ed è sempre stato, un rapporto biunivoco e se lo si volesse riportare nell’ambito del ragionevole, armonico, umano e non solo razionale, occorrerebbe cominciare a togliere di mezzo tutto quanto costruito nel periurbano oggi non più utile, abbandonato, diruto, abusivo, ecc., di cui abbiamo già trattato più volte a proposito del progetto del Ponte dei Congressi a Roma. Sono il primo a dire che le nuove infrastrutture grandi e piccole spesso finiscano per essere invasive e sovrabbondanti ma ciò, converrai con me, dipende anche e soprattutto dagli interessi consociati di enti ed imprenditori, ai quali si adeguano sottostandovi tutti i progettisti e direttori dei lavori tranne qualche rarissima eccezione che si volesse rovinare la vita per sempre. Da parte mia ritengo che questo tragico disastro di Genova possa costituire la base giusta per fare un salto culturale, che di certo non si può fare con un intervento come quello di Piano limitato al viadotto nuovo sul Polcevera e poco altro nell’intorno, ma riprendendo e riprogettando, riducendole all’essenziale ed integrandole, le varie opere infrastrutturali attualmente in sospeso a Genova, accoppiando a questa operazione anche una altrettanto necessaria operazione di rigenerazione del costruito».

In fin dei conti, nonostante mi si dica di non essere affatto d’accordo, il commento – in gran parte condivisibile – conferma molte delle cose che avevo scritto lo scorso 18 agosto, con l’unica differenza relativa alla “certezza assoluta” che costruire in muratura risulti un “abominio” e risulti “più costoso” della ricostruzione del viadotto in cemento armato.

È davvero così? Esiste una bibliografia atta a dimostrare certe affermazioni? Oppure è frutto della fiducia incondizionata che abbiamo riposto nella teoria progettuale degli ultimi 70 anni, che ci ha portato a prenderla per vera, senza nemmeno aver provato a verificarla? È davvero un qualcosa di impossibile perché le norme non lo consentono? Oppure quelle norme sono fallaci, perché scritte in funzione di quegli interessi economici dell’industria edilizia che hanno portato alla distruzione dell’artigianato e delle economie locali … oltre che del paesaggio?

Le ipertrofichestrutture degli antichi – dagli acquedottialle mura urbiche, dalle gallerieai pontistrutture portuali– nonostante le necessarie dimensioni, riuscivano ad armonizzarsi nei paesaggi in cui si inserivano, esse, tra l’altro risultavano pressoché eterne, perché figlie di una cultura che vedeva la costruzione come un qualcosa destinata a durare nel tempo, piuttosto che in funzione di una politica economica consumista, basata sulla necessità di dover costantemente manutenere, demolire e sostituire, perché utile al PIL o, peggio ancora, perché così previsto dalla teoria futurista di Sant’Elia che, come ricordato nel precedente articolo, affermava: «[…] i caratteri fondamentali dell’Architettura futurista saranno la caducità e la transitorietà. Le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città” questo costante rinnovamento dell’ambiente architettonico contribuirà alla vittoria del “Futurismo”, […] e pel quale lottiamo senza tregua contro la vigliaccheria passatista».

E allora, a sostegno di ciò che avevo già scritto, ed in risposta al discorso relativo ai presunti costi per la ricostruzione del viadotto sul Polcevera, non posso non sottolineare che, a conti fatti, tra una demolizione e l’altra, che per evitare sorprese drammatiche sul resto del viadotto dovrebbe comprendere la demolizione dell’intera tratta in quota[4], mi chiedo se non possa risultare più economico trovare un tracciato alternativo, anche più lungo (non è la velocità con la quale si raggiunge un luogo ad essere importante, ma la sicurezza con la quale lo si raggiunga), prevedendo demolizioni – in aree periferiche – di edifici privi di valore e destinati (per le stesse ragioni del ponte)ad avere vita breve.Se si realizzasse un nuovo tracciato, rispettoso dell’orografia, che non nasconda futuri continui costi di monitoraggio e manutenzione, alla fine, nonostante l’estensione, la tratta maggiore risulterebbe molto più economica della ricostruzione “dov’era” del viadotto e, soprattutto, molto più sicura!

Solo ieri erano circolate nel web le immagini dei ferri di armatura dei piloni del viadotto di Morandi, barre di ferro lisce, piuttosto che ad aderenza migliorata come quelle che, da decenni, vengono impiegate nelle strutture in cemento armato … quali garanzie potrebbe fornire una ricostruzione parziale della sola tratta crollata, se a monte e a valle le strutture sono costituite da un qualcosa che – indipendentemente dalla “novità” sui ferri di armatura – appare come una “bomba ad orologeria”?



Foto del pilone del Ponte Morandi dove, lungo la linea di frattura, si vedono i ferri lisci di armatura messi a nudo … un qualcosa da non sottovalutare da parte di chi intenda ricostruire solo la parte crollata tenendo in piedi tutto il resto!


Certo, tra gli ambientalisti, come già accaduto in occasione dell’annoso dibattito sulla “Gronda” di Genova[5], c’è chi, a priori, si batta per evitare un ulteriore consumo di suolo costruendo altrove questa dannata tratta autostradale e, come spesso accade, questa polemica rischia di causare ulteriori danni, piuttosto che risolvere il problema.



La “Gronda” di Genova


A mio avviso occorrerebbe invece riflettere sul fatto che, se ben studiata e pianificata, la deviazione – presunta “consumatrice di suolo” – potrebbe bilanciarsi attraverso il recupero di suolo lungo il tracciato demolito …

A tal proposito ricordo che mi è già capitato di discutere, per altre ragioni, della necessità di cambiare regime anche all’interno di Italia Nostra: la doverosa attenzione all’ambiente, ma soprattutto il pregiudizio, talvolta può portare a difendere cose indifendibili, perdendo di vista il fatto che, quando ci sono grandi interessi in ballo, l’arroccarsi su posizioni “integraliste”, piuttosto che proporre alternative credibili che possano risultare il giusto compromesso, faccia sì che le cose finiscano per essere realizzate esattamente come si era cercato di evitare!

Nel caso di Genova, sicuramente occorre risolvere in breve tempo il problema che ha tagliato in due i collegamenti – veloci –tra l’angolo nordoccidentale d’Italia dal resto del Paese … Tuttavia faremmo bene a renderci conto del fatto che, nonostante le difficoltà causate dal crollo, il mondo da quelle parti continui – più lentamente– ad andare avanti attraverso percorsi, sottodimensionati e scomodi, alternativi.

Questa considerazione dovrebbe indurci quindi a capire che l’urgenza non debba essere necessariamente l’argomentazione principale per intraprendere la ricostruzione … da che mondo è mondo infatti, le cose buone non si sono mai fatte con la bacchetta magica! Semmai, più le cose sono state sudate, più hanno funzionato e, nel tempo, meno sono costate; diversamente dalle soluzioni frettolose, che hanno comportato sperpero di denaro e guai a non finire.

Oggi come oggi, data la certezza dello stato in cui versa questo tratto autostradale sospeso in aria, ritengo che l’unica soluzione sia quella di un cambio radicale, il cui unico, vero, ostacolo venga proprio dal mondo politico piuttosto che dagli aspetti tecnico-logistici.

Il mondo politico contemporaneo sembra infatti fondato sullasocietà dello spettacolo, un mondo in cui, piuttosto che fare progetti duraturi realizzati nei tempi opportuni, si preferisca fare le cose “alla carlona” purché “cotte e mangiate“, sì da potersi beare – durante il proprio mandato – “di averle fatte” e, al contempo, evitare che i successori possano dismetterle, in quanto promosse dagli antagonisti politici. La lungimiranza e la necessità di realizzare opere da destinarsi ai posteri, sembrano non fare più parte del nostro modo “veloce” di pensare.

La tragedia di Genova non necessita della presunta generosità di senatori demiurghi, né delle messe in scena politiche di chi ami mostrarsi in TV, piuttosto che risolvere in maniera seria il problema.

La tragedia di Genova, semmai, andrebbe analizzata in maniera più ampia, includendo tutti i crolli registrati negli ultimi anni a carico di ponti autostradali ed edifici realizzati sfidando le leggi della natura, in nome della presunta onnipotenza della scienza. Diversamente da questo approccio arrogante – suggerito anche dal boom economico di quagli anni – si sarebbero dovute fare le opportune valutazioni, immaginando opere meno eclatanti, ma sicure, opere che non mettessero a repentaglio la vita delle persone e che non necessitassero di costanti monitoraggi e manutenzioni – non effettuate – prima di terminare la loro breve vita … come la triste e dura realtà ci ha mostrato!

A mio avviso la tragedia di Genova dev’essere lo spunto per comprendere che tutto il Paese richieda una sorta di “Piano Marshall”, atto a sostituire quasi tutta l’edilizia e le infrastrutture realizzate a partire dal dopoguerra, per evitare che la gente debba trovarsi nuovamente in chiesa a piangere dei morti … magari chiedendo al vicepremier di farsi un selfie!



Fonte: da picweb.it del 2 settembre 2018 



martedì 18 settembre 2018

IL RAPPORTO TORMENTATO TRA IL VENETO E L’ITALIA



Il tormentato rapporto fra il Veneto e lo Stato italiano è ritornato d’attualità grazie all’iniziativa di alcuni docenti e intellettuali italiani che hanno pensato bene di rivolgersi al Parlamento romano in termini perentori: al Veneto ogni ulteriore forma di autonomia non deve essere concessa… e via una serie di considerazioni che vi risparmio.

È incredibile come, laggiù in Italia, non ci si voglia render conto di quanto diffusa sia la voglia di autonomia, di autogoverno qui nel Veneto, e da sempre.
A Roma devono capire che non è una moda passeggera, ma una battaglia che i veneti portano avanti da 150 anni, dal momento in cui, attraverso un plebiscito-truffa, furono annessi all’Italia (21 e 22 ottobre 1866).




Ferruccio Macola(1861-1910).


E in questo senso vorrei riproporre un documento di straordinaria attualità, scritto nel 1889 da Ferruccio Macola, direttore della “Gazzetta di Venezia”. Il Macola fu sicuramente uno dei protagonisti dell’ottocento veneto: nato a Camposanpiero (PD) nel 1861, fu uno dei fondatori del quotidiano genovese “Secolo XIX” del quale divenne anche direttore. Eletto più volte deputato per la Destra nel collegio di Castelfranco, è ricordato per il duello alla sciabola con il deputato radicale Felice Cavallotti, che ebbe la peggio e morì nel marzo 1898 a Roma.
Ma torniamo al periodo veneziano della Gazzetta e alla sua relazione sul progetto per costituire una federazione politica regionale. È un documento di notevole importanza che dimostra come nel 1889, appena 23 anni dopo l’annessione del Veneto all’Italia, già ci fossero nei confronti dei Veneti discriminazioni e penalizzazioni inaccettabili.
Ferruccio Macola si chiede “se non convenga insorgere contro l’accentramento enormemente dannoso di tutto il noto sistema politico e amministrativo; accentramento maggiormente marcato colle leggi presentate dal Crispi, tutto di carattere e d’indole giacobina”; e più avanti sottolinea “la necessità di tutelare con una forte organizzazione politica gli interessi della nostra regione”. E ancora:


D’altronde è ingiusto, che dopo tanti anni di Governo, con Gabinetti di tutti i colori, il Veneto, e con Veneto la Lombardia, abbiano pagato sempre di più, molto di più delle altre Provincie, usufruendo in proporzioni assai minori degli aiuti governativi.
Se potesse realizzarsi il sogno di Marco Minghetti e di Alberto Mario, il Veneto sarebbe la regione che certamente risentirebbe maggiori vantaggi della sua autonomia.
Il decentramento amministrativo, che tanto si invoca, e che dovrebbe essere uno dei punti cardinali del programma del nuovo partito, sarà il primo passo per conquistare alle regioni, l’autonomia amministrativa più confacente al loro sviluppo, ai loro bisogni, alle loro risorse economiche.
È enorme, che per qualunque piccola spesa, per qualunque pratica d’ordine secondarissimo, si deva ricorrere a Roma: dove per la quantità imponente di materia da sbrigare, tutti gli affari subiscono immensi ritardi; mentre la soluzione dipende tante volte da impiegati inferiori di grado alle stesse Autorità provinciali, costrette per legge a ricorrere al Governo centrale.


Illuminante poi una statistica che fotografa una realtà di stampo colonialista:


La popolazione in Italia dall’ultimo censimento è di 28.953.480 cittadini. Il Veneto ha una popolazione 2.873.961. Potrebbesì dunque sperare che i Veneti occupassero 1/10 delle cariche dello Stato. Invece Ministri veneti nessuno; segretari generali nessun Veneto; direttori generali nei vari Ministeri, e saranno oltre 40, nessuno; ispettori generali nei diversi Ministeri, e saranno 60, uno o forse due; generali d’armata, nessuno; tenenti generali, nessuno; generali ce n’era uno, ma l’hanno collocato nella riserva.
Non hanno voluto conservare neppur la semente.
Ammiragli nessuno, vice-ammiragli nessuno. Ce n’erano due o tre, ma li hanno pensionati, perché impagliati rappresentino il vecchio S. Marco e la sua gloriosa Repubblica, che per tre volte portò la civiltà in Oriente; Consiglieri di stato, e sono 24, nessuno; Consiglieri della Corte dei Conti, e sono 12, nessuno; prefetti su 69, due; intendenti di finanza, su 69, tre.
In tutto il personale dell’avvocatura generale: avvocati compartimentali nessuno; amministrazione generale del catasto che interessa tanto il Veneto perché il più iniquamente gravato, nessuno; direttori compartimentali e vice-direttori del catasto, nessuno; capi dell’Amministrazione militare, uno solo.
E … ne avrei da dirne per altre quattro pagine, giacchè lascio le Corti d’appello, i Tribunali, le Questure, i Carabinieri, i Direttori delle Poste, i mille ispettori che fanno nulla e che non danno di vantaggio all’Erario 15 giorni della loro paga annuale, gli ufficiali di porto, ecc. ecc.


E a proposito del rapporto Nord-Sud:

Ci basterà solamente ricordare, come, soltanto dopo vent’anni, si sia riusciti condurre in porto la famosa legge sulla perequazione fondiaria, poiché da vent’anni Veneto e Lombardia pagavano in proporzione quattro volte superiore a quella di certe regioni del mezzogiorno.
Chi rimborserà a noi le centinaia di milioni sborsati in più allo Stato?


Una domanda che continua a essere di stringente attualità, nel nostro Veneto…



Il duello tra Macola e Felice Cavallotti a Roma, in un disegno del “Secolo Illustrato” del 20 marzo 1898. Fu Felice Cavallotti, deputato della sinistra radicale, a lanciare il guanto della sfida.


Fonte: Da etnie del 13 settembre 2018 

lunedì 17 settembre 2018

L'INQUALIFICABILE PETIZIONE FIRMATA DA PIÙ DI "MILLE INTELLETTUALI, ECONOMISTI, PROFESSORI, GIORNALISTI". UN CONCENTRATO INDECENTE DI RAZZISMO ANTI VENETO.



E questa è l'inqualificabile petizione firmata da più di "mille intellettuali, economisti, professori, giornalisti" che parla di eversione (per il referendum veneto approvato dalla corte costituzionale...) e che confonde volutamente, autonomia con secessione, un concentrato indecente di RAZZISMO ANTI VENETO. 

I veneti, per questa brava gente preoccupata soprattutto di mantenere i suoi privilegi, devono subire, pagare e tacere !!!


Il Veneto, la Lombardia e sulla loro scia altre undici Regioni si sono attivate per ottenere maggiori poteri e risorse. Su maggiori poteri alle Regioni si possono avere le opinioni più diverse. Ma nei giorni scorsi è stata formalizzata dal Veneto (e in misura più sfumata dalla Lombardia) una richiesta che non è estremo definire eversiva, secessionista.

• Per la stima delle risorse che lo Stato dovrebbe trasferire alle Regioni per le nuove competenze, la Regione Veneto propone di calcolare i “fabbisogni standard” in modo inaccettabile, tenendo conto non solo dei bisogni specifici della popolazione e dei territori (quanti bambini da istruire, quanti disabili da assistere, quante frane da mettere i sicurezza) ma anche del gettito fiscale e cioè della ricchezza dei cittadini. In pratica i diritti (quanta e quale istruzione, quanta e quale protezione civile, quanta e quale tutela della salute) saranno come beni di cui le Regioni potranno disporre a seconda del reddito dei loro residenti. Quindi, per averne tanti e di qualità, non basta essere cittadini italiani, ma cittadini italiani che abitano in una regione ricca. Tutto ciò è in aperta violazione con i principi di uguaglianza scolpiti nella Costituzione. Non solo: per raggiungere questi risultati discriminatori, si sfrutta un vuoto normativo denunciato più volte dalla Corte costituzionale: dal 2001, infatti, nessun Governo ha trovato il tempo di definire i LEP, i livelli essenziali delle prestazioni sociali e civili da garantire in misura omogenea a tutti i cittadini italiani, ovunque residenti. E se non si sa “quanto costano” i LEP, come si può stabilire l’entità delle risorse da assegnare alle Regioni per garantirne il godimento ai cittadini? Ove si procedesse all’incontrario, ovvero: prima trasferire risorse alla Regioni, poi stimare il costo dei LEP, qualcuno potrebbe accaparrarsi più del necessario senza che sia evidente a chi lo stia togliendo. È inaccettabile che in diciassette anni non si sia fissato il valore dei LEP, a vantaggio di tutti i cittadini italiani, mentre in pochi mesi si sia arrivati alle battute consultive del processo di autonomia differenziata, a vantaggio di pochi.

• La Regione Veneto ha chiesto di avere potere esclusivo su materie che vanno dall’offerta formativa scolastica (potendo anche scegliere gli insegnanti su base regionale), ai contributi alle scuole private, i fondi per l’edilizia scolastica, il diritto allo studio e la formazione universitari, la cassa integrazione guadagni, la programmazione dei flussi migratori, la previdenza complementare, i contratti con il personale sanitario, i fondi per il sostegno alle imprese, le Soprintendenze, le valutazioni sugli impianti con impatto sul territorio, le concessioni per l’idroelettrico e lo stoccaggio del gas, le autorizzazioni per elettrodotti, gasdotti e oleodotti, la protezione civile, i Vigili del Fuoco, strade, autostrade, porti e aeroporti (inclusa una zona franca), la partecipazione alle decisioni relative agli atti normativi comunitari, la promozione all’estero, l’Istat, il Corecom al posto dell’Agcom, le professioni non ordinistiche. E altro, perché l’elenco è incompleto. In questo modo, verrebbero espropriati della competenza statale tutti i grandi servizi pubblici nazionali e verrebbemeno qualsiasi possibile programmazione infrastrutturale in tutto il Paese.

• La Regione Veneto propone pure che il Parlamento dia una delega totale e al buio al Governo e che tutte le decisioni siano prese da una Commissione tecnica Italia-Veneto. Secondo la Costituzione non può essere così: il Parlamento non può essere espropriato del diritto-dovere di legiferare su questioni decisive per il futuro dell’Italia. Siamo di fronte a uno stravolgimento delle basi giuridiche su cui è sorta la Repubblica italiana. Una materia di tale portata non può e non deve essere risolta nei colloqui fra una rappresentante del Governo e uno della Regione interessata  (oltretutto, dello stesso partito e della medesima regione). Tutti i cittadini italiani hanno il diritto di essere coinvolti nella decisione, che riguarda tutti, sia attraverso i propri rappresentanti parlamentari, sia attraverso un grande dibattito pubblico, in cui porre in luce e discutere obiettivi, contenuti e conseguenze di tali proposte. Solo così i cittadini possono valutare e decidere. 
Pertanto i sottoscritti cittadini italiani chiedono al Presidente della Repubblica e ai Presidenti del Senato e della Camera dei Deputati

• che ai parlamentari sia garantito il diritto-dovere di intervenire in tutti i passaggi della procedura su una questione fondamentale, con una approfondita discussione e analisi nelle Camere e che, contemporaneamente, sia garantito il diritto dei cittadini a essere informati dettagliatamente e costantemente, attraverso la tv pubblica, il coinvolgimento di esperti indipendenti e il confronto fra tesi diverse;

i sottoscritti cittadini italiani, in secondo luogo, chiedono ai parlamentari di tutti gli schieramenti

• che nessun trasferimento di poteri e risorse a una Regione sia attivato finché non siano definiti i “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” (art. 117, lettera m della Costituzione); e che il trasferimento di risorse sulle materie assegnate alle Regioni sia ancorato esclusivamente a oggettivi fabbisogni dei territori, escludendo ogni riferimento a indicatori di ricchezza.

* Gianfranco VIESTI, docente di economia, Università di Bari;
* Vito TANZI, già docente università di Washington e dirigente Fondo monetario internazionale;
* Piero BEVILACQUA, già docente di storia contemporanea alla Sapienza di Roma;
* Antonio GIORDANO, oncologo, docente alla Jefferson University di Philadelphia Pennsylvania, United States, docente di anatomia patologica all’Università di Siena.
* Albina COLELLA, docente di geologia, università della Basilicata;
* Domenico CERSOSIMO, docente di economia università della Calabria;
* Vittorio DANIELE, docente di economia, università Magna Grecia;
* Paolo MALANIMA, docente di economia, università della Magna Grecia;
* Isaia SALES, docente di storia delle mafie, Suor Orsola Benincasa di Napoli;
* Marta PETRUSEWICZ, docente di storia moderna, università della Calabria;
* Saverio RUSSO, docente di storia moderna, università di Foggia;
* Giuliano VOLPE, docente di archeologia, università di Foggia;
* Francesco BENIGNO, docente di storia moderna, Scuola Normale Superiore di Pisa;
* Alfonso CONTE, docente scienze politiche, università di Salerno;
* Ettore BOVE, docente economia politica, università della Basilicata;
* Nicola OSTUNI, docente di storia economica, università Magna Grecia;
* Nicola GRASSO, docente di diritto costituzionale, università del Salento;
* Guglielmo FORGES DAVANZATI, docente di economia, università del Salento;
* Giuseppe GANGEMI, docente scienze politiche, università di Padova;
* Roberto VERALDI, docente di sociologia, università di Chieti;
* Eduardo LAMBERTI CASTRONUOVO, docente di etica dell’informazione alla Mediterranea di Reggio Calabria;
* Giancarlo COSTABILE, docente di storia della pedagogia, università della Calabria;
* Pietro DALENA, docente di storia medievale, università della Calabria;
* Charlie BARNAO, docente di sociologia, università Magna Grecia;
* Carlo IANNELLO, docente di diritto pubblico, università Vanvitelli;
* Antonio IAVARONE, M.D., Department of Neurology and Institute for Cancer Genetics, Columbia University;
* Marco PLUTINO, docente di diritto pubblico, Università di Cassino;
* Erasmo VENOSI, fisico nucleare, consulente su impatto ambientale e sostenibilità economica grandi opere;
* Mila SPICOLA, docente e consulente del Miur;
* Alberto LUCARELLI, co-direttore della rivista “Rassegna di diritto pubblico europeo”;
* Giovanni SINISCALCHI, avvocato;
* Sergio D’ANGELO, operatore sociale, presidente Gesco;
* Pino APRILE, giornalista e scrittore;
* Maurizio DE GIOVANNI, scrittore;
* Mimmo GANGEMI, scrittore;
* Domenico IANNANTUONI, ingegnere e scrittore;
* Nicola MANFREDELLI, giornalista, direttore Parco della Grancia;
* Lino PATRUNO, giornalista e scrittore;
* Raffaele VESCERA, giornalista e scrittore;
* Michele Eugenio DI CARLO, Società di Storia Patria;
* Paolo SPADAFORA, economista.

A cura del prof. Michele Eugenio Di Carlo


Fonte: srs di Ettore Beggiato, da Facebook del  15 settembre 2018


domenica 16 settembre 2018

I MASS MEDIA OCCIDENTALI? LA PIÙ GRANDE ARMA DI DISTRUZIONE DI MASSA!




I Mass Media Occidentali? Più efficaci della Bomba Atomica!


Non mi stancherò mai di ripeterlo, i mass media sono la più grande arma di distruzione di massa.

La riprova l'abbiamo avuta con queste ultime elezioni Politiche.

Per diversi giorni, fortunatamente fino ad una quindicina di giorni prima della fine della campagna elettorale, ci hanno propinato dei sondaggi fasulli per influenzare il voto.

Già nell'articolo precedente vi ho spiegato la necessità di non pubblicare sondaggi elettorali almeno 2 mesi prima del voto.

Il risultato delle elezioni lo testimonia.

La sconfitta del Pd è nettamente superiore a quella data dai sondaggi.

Così come la vittoria del M5S.

Forza Italia era data per prima nella coalizione del centrodestra.

Ed invece ha vinto la Lega.


È inutile sottolineare quanto questi risultati sarebbero stati diversi con sondaggi più veritieri, e non falsati per ragioni puramente speculative.

Il risultato elettorale, infatti, con sondaggi reali, sarebbe stato ancora più “polarizzato” rispetto a quello ottenuto il 4 marzo.

I sondaggi non hanno fatto altro che “calmierare” una sconfitta annunciata per alcuni ed una vittoria annunciata per molti, influenzando un voto, che, altrimenti, sarebbe stato ancora più “plateale”.

Ma tralasciando i sondaggi ed i loro “scopi speculativi”, è evidente come i media influenzino pesantemente l'opinione pubblica.

Risulta incredibile, infatti, come giornali, tv ed altro siano riusciti a cambiare radicalmente, per esempio, l'elettorato di quello che è (o per meglio dire, dovrebbe essere) l'erede del P.C.I..

Gli elettori del Pd, infatti, risultano essere modificati geneticamente.

E non riescono ad accorgersi di ciò che continuano a votare, credendo un partito di sinistra ciò che in realtà è un “sinistro” agglomerato neoliberista.


Si sa, il vecchio elettorato Pci vota fedelmente e ciecamente il suo partito, almeno quello che “è rimasto”.

Ma da qui a non accorgersi del radicale cambiamento ce ne passa.

Sentire Grasso (anche se in realtà fuoriuscito dal Pd) in campagna elettorale parlare di abolizione del contante ha dell'incredibile per un “leader” (?!) che si professerebbe di “sinistra”.

Considerare che il “sinistro” governo Renzi sia riuscito in un compito che allo stesso Berlusconi non era mai riuscito, cioè abrogare l'articolo 18, ha dell'incredibile.

Considerare che il sempre “sinistro” governo Renzi stava quasi per riuscire a modificare la nostra Costituzione del 1948 in chiave neoliberista e neoconservatrice, ha dello stupefacente.

Ebbene, tutto ciò è merito dei media.

È tutto merito di tv e radio rigorosamente di parte.

È tutto merito di una stampa tutta di parte, che, ha l'aggravante di percepire finanziamenti pubblici.

È sconcertante infatti, che tutti i media italiani, non solo quelli statali, percepiscano aiuti diretti o indiretti dallo Stato per modificare l'opinione pubblica ed i pensieri della gente, con quei soldi stessi che la gente versa all'Erario sotto forma di tasse.

Sarebbe questa la democrazia?

Come vado ripetendo da anni, e come scrivo da 2 anni su questo Blog, le cosiddette “democrazie” occidentali non sono altro che governi plutocratici e profittocratici governati dalla potenza ineguagliabile dei mass media.

Le “democrazie” occidentali, non sono altro che “dittature subdole”, “dittature raffinate”.

Dittature dove all'uso della forza e della coercizione si contrappone l'uso della “persuasione” mediatica, nettamente più efficace.

Goebbels, a confronto di giornali prezzolati dallo Statocon i soldi delle nostre tasse per modificare “scientificamente” le nostre stesse opinioni, impallidirebbe.

Dove non era riuscita la “scienza propagandistica” nazista, è riuscita quella delle “democrazie” occidentali.

Il paragone non ha eguali.

Nella prima metà del '900 non avevano capito che la “persuasione” è molto più efficace di una dose di olio di ricino.

Da 72 anni la “persuasione” è la prassi.

Da 72 anni l'opinione pubblica è costantemente drogata dai mass media, i quali fanno ingoiare ad essa le cose più turpi ed abominevoli, e… paradossalmente, le cose più contrarie ad essa stessa ed ai propri interessi.

Goebbels, se fosse ancora vivo, sarebbe estasiato nel vedere la potenza, e, soprattutto, la straordinaria efficacia “scientifica” dei mass media occidentali.

Sempre in questi giorni gira una foto nei media.

Quella di un profugo di Ghouta con suo figlio in una valigia.

Quella foto è più efficace di 1000 bombe, di mille missili Cruise.

Quella foto è entrata “scientificamente” nelle menti dell'opinione pubblica per distorcere, a favore dell'Impero Usa, la realtà che sta avvenendo in Siria.

Gli Usa, con quella foto, hanno pareggiato, anzi, superato, 1000 bombe cadute su Ghouta.

Gli Usa, con quella foto, con quella “persuasione scientifica” hanno ottenuto di modificare l'opinione pubblica, in maniera molto “più efficace di una dose di olio di ricino”: la “persuasione” di quella foto è stata molto più efficace di qualunque tipo possibile di coercizione mediatica e non.

Tali “persuasioni” sono alla base di 72 anni di “dittature subliminali” occidentali.

Naturalmente, la “persuasione”, è molto più efficace, quando il media in questione finge di essere super partes.

È evidente di come siano molto più subdoli agli occhi della gente i media che io definirei “super partes di parte”, che non quelli “di parte propriamente detti”.

Prova ne sia che i giornali ed i media organi di partito o facilmente riconducibili ad un partito siano tutti chiusi da un pezzo.

Mentre media e giornali “super partes di parte” sono in pratica gli unici rimasti a governare il mercato dell'informazione.

Il cittadino, infatti, credendo di avere a che fare con un mezzo di informazione “oggettivo”, che oggettivo assolutamente non lo è mai stato, non riesce a discernere la volontà “plasmatrice” del mezzo in questione, e finisce per farsene influenzare.

Altra “genialata” è quella delle cosiddette “fake news” (termine oltremodo orribile!) che ha lo scopo di “ribaltare la frittata”.

Internet ha dato un grande potere ai cittadini, quello di essere padroni dell'informazione.

Il main stream questo non può permetterselo, ed ha trovato, con la scusa delle fake news, il sistema per rilanciarsi agli occhi dell'opinione pubblica come strumento di verità.
Esso che verità non lo è mai stato.

Il main stream, infatti, è sempre stato assoggettato al potere.

Ed il potere, che a volte può essere verità, quasi sempre non lo è.

Il main stream, infatti, in quanto espressione di potere, del potere, per definizione, non può essere verità.

L'espressione del potere, è sempre espressione di interessi.

A volte gli interessi necessitano che si dica la verità, ma molto, molto più spesso, no.

Un esempio lampante sono i 40 anni dalla morte di Moro, che sono caduti proprio in questi giorni.

Ma non c'è bisogno di andare a fatti così “eclatanti”.

Basta la continua cronaca sfacciatamente di parte che avviene con la guerra in Siria.

La “verità” che viene raccontata dai media sulla guerra in Siria è la “verità” del main stream, cioè la “verità del potere”, non la “verità vera”.

La “verità” sulla guerra in Siria è una “verità” di parte.

Cioè non è una verità.

È “la verità dell'Impero”.

Così come sono state tutte di parte le “verità” in politica estera e non in Italia da 72 anni ad oggi.

La “verità vera” nell'Italia repubblicana non è mai esistita.

È sempre stata la “verità” del paese colonizzatore.

È sempre stata una verità falsa.

È sempre stata la “verità dell'Impero”.

A questo serve la “querelle” degli ultimi mesi sulle fake news.

Ribaltare il fatto che, in un momento dove i cittadini hanno la possibilità di “autodeterminarsi con l'informazione”, in realtà le vere fake news avvengono da almeno 72 anni nella Colonia-Italia su impulso dell'Impero Usa, e non solo in guerra, non solo negli anni del Vietnam, o di Saddam, o dell'Afghanistan o della Jugoslavia, o di Moro, o del DC9 Itavia, per esempio, ma in tutta l'informazione quotidiana, politica e non.

In sintesi sono 72 anni di fake news occidentali.

Sono 72 anni di “veline governative” di Washington.

Parlare di fake news adesso è assolutamente ridicolo.

Parlare di fake news adesso in un mondo ed in un Paese colonizzato come l'Italia, dove, da 72 anni, la fake news è la prassi è un insulto all'intelligenza umana.

Godo nel vedere sempre più persone guardare meno i Tg e comprare meno i giornali.

Godo nel vedere sempre più ridotte le copie vendute della stampa.

Godo nel ribadire, che se non ci fossero i finanziamenti pubblici ai giornali, quasi tutti i quotidiani sarebbero già chiusi da un pezzo.

Godo nel dire che i difensori (pennivendoli!) del libero mercato, sono i primi a sfruttare gli aiuti dello Stato, senza i quali, i loro giornali sarebbero già chiusi da un pezzo.

Godo nel dire, ottimisticamente, che questo sistema orribile ed antietico chiamato capitalismo, così come il suo “Impero principale”, arriveranno certamentealla loro dissoluzione più completa.

Naturalmente non sarò così vecchio da vedere la fine di questo mondo ingiusto.

Ma morirò con la certezza, realista ed ottimista, che l'essere umano, lo “zoon politikon” per eccellenza, che nasce come “homo homini deus”, vivrà in pace con se stesso ed i propri simili in un mondo etico che ancora deve esistere e che in futuro esisterà certamente.
Io ho fiducia nell'uomo…

Ma ancora è presto…

Per il momento godiamoci altri 72 anni di fake news del main stream ufficiale!


Fonte: srs di  Arnoldo Folino   da Sputnik Itali del  23 marzo 2018 

sabato 15 settembre 2018

GLI ITALIANI ALLA BATTAGLIA DEL CARBONE

Nella foto minatori friulani in Belgio, 1961. Museo provinciale della vita contadina


Il nuovo dittatore belga, ASSELBORN, un esponente del Partito Operaio Socialista, è un altro che NON HA STUDIATO la sua STORIA e racconta una grossa bugia affermando che i migranti italiani (MINATORI con contratto di lavoro in mano) non sono mai stati respinti, però non precisa come venivano costretti a lavorare.

Va ricordato, anche a Salvini, che la «BATTAGLIA DEL CARBONE» era stata lanciata nel febbraio del 1945 dal primo ministro belga Achille Van Acker, con l’obiettivo di convincere il maggior numero di cittadini belgi a scendere nei pozzi, ma non erano disposti sia per la durezza del lavoro sia soprattutto per la sua pericolosità, nonostante gli incentivi promessi (miglioramento di salari, pensioni, ferie, nuove case operaie). Conseguenza, il progetto fallì e rimase lettera morta fino al 1951. 

Con la creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), venne varata la politica di "immigrazione flessibile", cioè ingresso forza lavoro legato agli andamenti del mercato: ogni qualvolta si minacciava un rallentamento dell’attività economica ed un ristagno dell’occupazione interna, l’immigrazione veniva bloccata e i contratti non rinnovati. 

Nonostante ciò il Governo di De Gasperi, con l'approvazione dell'opposizione per assicurarsi rimesse e fonti energetiche per la ricostruzione del paese, nel 1947 aveva firmato un secondo accordo che assicurava un costante afflusso di lavoratori fino alla terribile catastrofe di Marcinelle dell’8 agosto 1956, quando l’immigrazione ufficiale dall’Italia fu sospesa e le autorità belghe si rivolsero verso nuovi paesi esportatori di manodopera (Spagna, Grecia, Marocco, Turchia).

IL RECLUTAMENTO BELGA

Le offerte di impiego arrivavano al nostro Ministero del Lavoro dal loro Ministero secondo le richieste pervenute dai datori di lavoro belgi. In realtà funzionava un sistema parallelo di reclutamento sul posto, organizzato dalle singole miniere, per privilegiare candidati politicamente inoffensivi ed originari di precise regioni . 

LA QUESTIONE SANITARIA e LE DISCRIMINAZIONI

I nostri migranti, dopo aver sostenuto in Italia la visita medica di idoneità, passavano negli uffici provinciali di collocamento per un'ulteriore verifica quindi avviati alla Stazione Centrale di Milano. Qui attendevano per giorni, in condizioni di totale promiscuità nei sotterranei della stazione, i convogli settimanali e la decisone finale dopo l'ulteriore visita della Mission belge d’immigratione al controllo incrociato della polizia belga e italiana. In pratica venivano rimandati a casa perché «indesiderabili» quei lavoratori agricoli che avevano partecipato all’occupazione delle terre. Inizialmente le miniere si rifiutavano di assumere «des ouvriers originaires des provinces du Sud de l’Italie qui ne conviennent nullement au travail des mines»!

IL DRAMMATICO ARRIVO

Dopo un viaggio che poteva durare quasi 52 ore, gli immigrati venivano trasportati su autocarri solitamente utilizzati per il trasporto del carbone nei villaggi dei carbonai, scortati da agenti in incognito, con lo scopo di individuare eventuali elementi agitatori.

Chi non superava l'ultima visita medico-attitudinale a scendere nelle viscere della terra veniva impiegato nei lavori di superficie, sempre con contratti annuali rinnovabili, ma non potevano lasciare il paese per cinque anni.

LO CHOC DELLA DISCESA

La prima «discesa al fondo», la tipologia e le condizioni di lavoro.

Dopo che i manifesti italiani avevano pubblicizzato il reclutamento senza precisare le condizioni di lavoro, l'emigrante scopriva una volta arrivato in miniera che il contratto tipo non prevedeva alcuna iniziale formazione professionale, che doveva apprendere il mestiere direttamente al fondo, senza alcuna precauzione e senza alcuna conoscenza della lingua.

A causa della loro scarsa qualifica, i salari erano nettamente inferiori a quelli sperati, in effetti il salario era composto da una parte fissa ed una parte proporzionale alla loro produzione, così aumentavano le probabilità di incidenti mortali.

RECLUSI

A tutto ciò va aggiunto che dovevano alloggiare nelle baracche dei villaggi dei "campi di lavoro" utilizzati per i prigionieri di guerra durante il conflitto.


Fonte: da facebook di Giovanni Cecchinato del  14 settembre 2018 


lunedì 10 settembre 2018

QUANDO RATZINGER PREDISSE IL FUTURO DELLA CHIESA




In una trasmissione del 1969 alla radio tedesca


Non fingeva di predire il futuro. Era fin troppo saggio per farlo. Di fatto, temperò le sue considerazioni iniziali dicendo:

 “Dobbiamo quindi essere cauti nei nostri pronostici. Quello che ha detto Sant’Agostino è ancora vero: l’uomo è un abisso; nessuno può prevedere quello che uscirà da queste profondità. E chiunque creda che la Chiesa sia non solo determinata dall’abisso che è l’uomo, ma raggiunga l’abisso più grande, infinito, che è Dio, sarà il primo a esitare con le sue predizioni, perché questo ingenuo desiderio di sapere con certezza potrebbe essere solo l’annuncio della sua inettitudine storica”.

Ma quest’era, traboccante di pericolo esistenziale, cinismo politico e caparbietà morale, anelava a una risposta. La Chiesa cattolica, faro morale nelle acque turbolente del suo tempo, aveva sperimentato di recente alcuni cambiamenti sia tra i propri aderenti e che tra i dissenzienti, che si chiedevano cosa sarebbe diventata la Chiesa in futuro.

E così, in una trasmissione della radio tedesca del 1969, padre Joseph Ratzinger offrì la sua risposta accuratamente pensata. Ecco le sue considerazioni conclusive:

Il futuro della Chiesa può risiedere e risiederà in coloro le cui radici sono profonde e che vivono nella pienezza pura della loro fede. Non risiederà in coloro che non fanno altro che adattarsi al momento presente o in quelli che si limitano a criticare gli altri e assumono di essere metri di giudizio infallibili, né in coloro che prendono la strada più semplice, che eludono la passione della fede, dichiarandola falsa e obsoleta, tirannica e legalistica, tutto ciò che esige qualcosa dagli uomini, li ferisce e li obbliga a sacrificarsi. Per dirla in modo più positivo: il futuro della Chiesa, ancora una volta come sempre, verrà rimodellato dai santi, ovvero dagli uomini le cui menti sono più profonde degli slogan del giorno, che vedono più di quello che vedono gli altri, perché la loro vita abbraccia una realtà più ampia. La generosità, che rende gli uomini liberi, si raggiunge solo attraverso la pazienza di piccoli atti quotidiani di negazione di sé. Con questa passione quotidiana, che rivela all’uomo in quanti modi è schiavizzato dal suo ego, da questa passione quotidiana e solo da questa, gli occhi umani vengono aperti lentamente. L’uomo vede solo nella misura di quello che ha vissuto e sofferto. Se oggi non siamo più molto capaci di diventare consapevoli di Dio, è perché troviamo molto semplice evadere, sfuggire alle profondità del nostro essere attraverso il senso narcotico di questo o quel piacere. In questo modo, le nostre profondità interiori ci rimangono precluse. Se è vero che un uomo può vedere solo col cuore, allora quanto siamo ciechi!



lunedì 3 settembre 2018

SFOGO DI UN EMIGRATO ITALIANO..




"On.  Giuseppe Civati chi le scrive e'un emigrante, 43 anni in Svizzera, Zurigo dall'eta'di 18 anni, nel 2019 avro' 65 anni, ma ricordo molto bene quell'anno: settembre 1972,avevo da poco compiuto 18 anni, arrivati a Zurigo dopo un viaggio di 20 ore, treno diretto: Llecce-Zurigo, il treno pieno di emigranti, giovani come me non trovammo il comitato accoglienza, cittadini svizzeri con caffe'caldo e biscotti…e con borse di indumenti, e regali per i "gastarbeiter" tradotto: ospiti-lavoratori , ma la "fremdpolizei" polizia per gli stranieri, che gentilmente ai nuovi arrivati domandavano: in perfetto italiano:

 1:biglietto da dove e'partito

2:contratto di lavoro 

3:indirizzo dove risiedere fino al 18 dicembre: (scadenza del contratto...)

4: ci pregavano di presentarci a kloten aereoporto Zurigo per la :gesundheiten kontroll:controllo dello stato di salute, dove una volta passato il controllo, se eri in salute ottimale veniva messo il visto sul contratto di lavoro: gesund bestedigt : stato di salute ottimale puo' lavorare…se non lo superavi, veniva messo il visto:nicht bestedigt :stato di salute non ottimale, il venerdì successivo venivi accompagnato sullo stesso treno e partivi con un biglietto di ritorno per l'Italia !!! 

Ha notato la differenza???...noi emerito on.Civati siamo emigranti e non migranti! Eravamo e siamo stati e siamo una ricchezza economica e finanziaria...non un onere per l'Italia come i vostri "migranti"di 5 miliardi di euro...!!!i
In svizzera da oltre 75 anni…ma per lavorare !!! Ma con richiesta fatta da un accordo bilaterale tra i paesi svizzera ed Italia!!!...con richiesta di manodopera per lavorare con contratto di lavoro...legale! Permesso...Legale!!!...noi siamo stati il 35%del PIL italiano per 30 anni!!!... a tanto corrispondevano le entrate in Italia!!!

...890.000 emigranti ogni fottutissimo mese mandavamo il denaro in Italia, una marea di denaro...solo a Zurigo e cantone eravamo 150.000 italiani...

Vada nei registri a Berna e domandi quanti emigranti italiani in 75 anni si sono macchiati di crimini verso le cittadine e cittadini svizzeri...verso il paese elvetico con stupri, assassinii, rapine, borseggi e forme varie di accattonaggio...piuttosto morivamo di fame...ma sempre con la dignita'..di italiani... anche noi, caro onorevole Civatiabbiamo avuto i nostri morti e tanti...molti non c'e l'hanno fatta…sono morti giovani...avrebbero la mia stessa eta'...tanti purtroppo non riposano nel paese natio...in Italia...ma qui in Ssvizzera,ma senza polemiche, senza notizie sui media e giornali italiani o dibattiti idioti in TV..(vedi la 7 -8- 9 )…ma solo una anonima tomba con su una croce...nome e cognome e data della morte: gestorben wegen arbeiten unfall :morto sul posto di lavoro...

Il prossimo anno avro' 65 anni ed avro' la pensione Svizzera…ma sempre italiano, orgogliosamente italiano...ma deluso di avere come rappresentante dei politici ipocriti, falsi, ma soprattutto che non si preoccupano degli italiani...voi che vi reputate partito democratico di sinistra...per i cittadini meno abbienti, per i poveri, per i pensionati... Quanta falsita'..
In  5 anni di governo..(non votato dagli italiani..)avete portato alla rovina l'Italia..!!  

Con un minchione al governo! Un bimbominchia che qui in svizzera non lo avrebbero usato nemmeno per tener ferme le porte del palazzo federale Bundenhaus di Berna perche' non ha attributi!!!

Vi siete preoccupati piu' di questi opportunisti africani…avete riempito le citta' italiane…di tanti giovani africani…un milione e 700.000 giovani…a far che? Elemosinare ? A piantar pomodori? Al raket della prostituzione? E rapine? Contrabbando e smercio della droga? 

Questi sarebbero i vostri emigranti???? A pagarli 35 € al giorno senza fare una beata minchia????  Questi un domani dovrebbero pagare le pensioni ai nostri giovani..??? Vergognatevi....con la vostra ipocrisia e falsita' state deturpando il ricordo degli emigranti veri italiani…morti per questo paese…V ergogna!!! 

Tenga duro signor ministro Matteo Salvini, lei si' che puo' definirsi con orgoglio: “italiano!"

Delfino Donato.



Fonte: da facebook  del 31 agosto 2018