lunedì 26 giugno 2017

LA GRASPIA, EL VIN PICOLO DEI PITOCHI




In passato anche sui nostri monti Lessini quasi tutti i proprietari terrieri che utilizzavano la manovalanza (“i laorenti a jornàda”) per i lavori nei campi, quali ad esempio i “segàti”, usavano somministrare a ciascun operaio circa un litro di vino al giorno; per questo uso erano soliti produrre e/o acquistare una certa quantità di vino “annacquato” e acidulo.
Questa bevanda, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, in passato era conosciuta con varie denominazioni, nel veronese ed in Lessinia in particolare era noto come “graspìa o vìn piccolo”; si otteneva dall’acqua pura versata nella vinaccia e lasciata per più giorni in fermentazione nel tino.

Essa generalmente difettava di grado alcolico e tendeva con facilità ad alterarsi, ma ciò dipendeva esclusivamente dalla mancata conoscenza dell’epoca di saper ottimizzare il processo per poter ottenere buoni risultati.

Spesso l’errore dei nostri montanari consisteva nel versare nella vinaccia in un sol tempo una sproporzionata quantità di acqua, causa per la quale non si sviluppava la fermentazione vinosa; nonostante avessero usato la vinaccia non sottoposta allo strettoio si otteneva quasi sempre un pessimo vinello che comunque in tempi di miseria, in difetto di altre alternative, veniva ingurgitato avidamente.

Si doveva invece avere l’accorgimento di versare nella vinaccia una quantità di acqua incapace ad impedire lo sviluppo della fermentazione, si doveva agitare la massa e dopo ore 24 si doveva versare un’identica quantità di acqua, e si così si doveva procedere fino a che l’acqua non avesse raggiunto la vera proporzione, la quale su per giù dava comunque un qualcosa di bevibile.

La proporzione all’incirca era che una vinaccia in grado di dare mille litri di vino, avrebbe dato circa duecento litri di “graspìa”.
Questa proporzione poteva essere accresciuta se nella vinaccia si versava dello zucchero, del miele, della gomma e del sale di tartaro per correggere la eventuale mediocre qualità del vino da esso estratto.

Usando questo procedimento con vinaccia non sottoposta allo strettoio (“el torcolo”) si otteneva un vinello acidulo, appunto la “graspìa”, impiegato per l’uso domestico e per dissetare i contadini nel duro lavoro dei campi.
Se mantenuto in luogo fresco poteva conservarsi per lungo tempo, anche se in fondo la “graspìa” rimaneva pur sempre “el vìn dei pitòchi” (il vino dei poveri), visto infatti che il vino vero e proprio erano ben pochi a poterselo permettere.


Fonte: da Focebook di Alfred Sternberg, del 25 giugno 2017-06-23


venerdì 23 giugno 2017

OGNI PERSONA COLTA SU QUESTA TERRA HA DUE PATRIE: LA PROPRIA E LA SIRIA.




Delle tre religioni mondiali, che venerano un solo Dio, l'ebraica e la cristiana sono nate in Siria.

L'Islam ha raggiunto in Siria il suo rigoglio maggiore.

I fedeli di tre religioni guardano da ogni parte del mondo verso i santuari disseminati in tutta la Siria.

Fu in Siria che, per la prima volta nella storia, fu fondato un regno dello spirito, e per la prima volta un'idea fondò il proprio dominio su tutta la potenza e lo splendore della terra. Fu l'idea che il mondo è stato creato da Dio e che l'uomo è un'immagine di Dio.

Fu in Siria dove fu annunciato per la prima volta che l'uomo è fratello dell'uomo.

 La Siria è stata maestra di morale a tutta l'umanità.


A ragione Philip K. Hitti, storico di questi luoghi, dice che ogni persona colta su questa terra ha due patrie: la propria e la Siria.

giovedì 22 giugno 2017

DA DOVE DERIVA IL TERMINE CRUCCO?




Il termine “crucco” è un adattamento italiano del serbocroato “kruch”, che significa pane.

La parola risale alla seconda guerra mondiale, quando i soldati italiani la utilizzarono per soprannominare gli abitanti della Iugoslavia meridionale con cui venivano in contatto. Per questo motivo, quella regione veniva chiamata anche “terra crucca”.

In un secondo tempo il termine, anche nella forma “cruco”, venne applicato dai soldati che combattevano in Russia e poi dai partigiani ai soldati tedeschi (nella foto, un gruppo di ufficiali  dell'esercito della Germania posa con Adolf Hitler).

Come aggettivo, “crucco” fu riferito, in senso dispregiativo, a tutto ciò che era tedesco. Ora è sinonimo anche di persona testarda.


Fonte: da Focus del 11 ottobre 2002




mercoledì 21 giugno 2017

IUS SOLI? I ROMANI NON SAPEVANO COSA FOSSE. COSÌ SI DIVENTAVA CITTADINI NELL’URBE

Foro Augusteo



Di Adriano Scianca - 15 giugno 2017


Roma, 15 giugno – Non c’è marchetta all’immigrazione che non tiri in ballo Roma, la “aperta”, “tollerante”, “colorata” Roma, contrapposta alla chiusura delle polis greche.

È vero che, a differenza di queste ultime, l’Urbe non conobbe mai mito dell’autoctonia. Da qui a farne l’antesignana della società multirazziale ce ne passa.

Proprio il dibattito sullo ius soli è, a questo riguardo, interessante. Come si diventava cittadino, a Roma? Ha scritto Eva Cantarella (pur aggiungendo in seguito le frasi di prassi sui romani come campioni dell’assimilazione): “Back to the Romans, quindi, torniamo ai romani. Per i quali la soluzione era chiara: la cittadinanza si acquistava iure sanguinis.

Come scriveva il giurista Gaio, nel II secolo d. C., nel suo celebre manuale di Istituzioni, erano cittadini romani i figli legittimi di un cittadino, ovvero quelli naturali di una cittadina. La regola, infatti, voleva che i figli nati da un matrimonio legittimo seguissero la condizione del padre al momento del concepimento, e che quelli nati fuori del matrimonio seguissero la condizione della madre al momento della nascita”.

Valerio Marotta è stato anche più preciso, spiegando che i romani non conoscono il dibattito ius soli / ius sanguinis e che “a dispetto delle apparenze, tale dicotomia — sicuramente estranea alla compilazione giustinianea — prese corpo soltanto negli scritti dei giuristi d’età intermedia a partire dal XII secolo, sebbene sia stata compiutamente definita, quasi duecento anni più tardi, da Bartolo di Sassoferrato e da Baldo degli Ubaldi”.
In particolare, “la genesi della nozione di ius soli va rindividuata […] in un particolare contesto, quello del dibattito dottrinale e giurisprudenziale sui diritti sovrani dei Principi tra XVI e XVIII secolo”.

Diversamente stanno le cose in relazione alla cittadinanza determinata in base al diritto per discendenza: “La nozione di ius sanguinis, diversamente da quella di ius soli, è saldamente radicata nella storia della tradizione medievale del diritto giustinianeo.
Sebbene tale nomenclatura non appaia negli scritti dei giuristi prima del XII secolo, essa trova i propri precedenti storici nella disciplina della filiazione legittima e, di conseguenza […], anche della trasmissione della cittadinanza nello ius Romanorum più antico”.

A Roma erano cittadini in primo luogo i nati da padre cittadino purché procreati in un matrimonio legittimo. Proprio per questo il matrimonium era, per Ciceroneprincipium urbis et quasi fundamentum rei publicae (De officiis, 1,17,54).
Al di fuori del matrimonio, è certa solo la madre, quindi è la sua condizione che fa testo: il neonato nasce schiavo, straniero o cittadino romano, a seconda che la madre abbia, al momento del parto, la condizione di schiava, straniera o cittadina. L’origo paterna non coincideva con il luogo di nascita del padre, ma con la città da cui il padre stesso traeva la patris origo, e così via di seguito.

Con l’espansione territoriale di Roma, la cittadinanza fu estesa ad altre popolazioni: la lex Iulia del 90 la concedeva a Latini e Italici rimasti leali a Roma, la lex Calpurnia dell’89 la concesse ai militari, appartenenti a civitates foederate, che avevano servito Roma, la lex Plautia Papiria nello stesso anno la riconobbe agli alleati italici che l’avessero invocata, sino a quella cesariana ai Cisalpini del 49.
Ma il mito dei Romani “accoglienti” si basa per lo più sulla Constitutio Antoniniana del 212, con la quale la cittadinanza romana venne estesa a tutti gli abitanti dell’impero.
Malgrado la lettura ideologica che ne è stata data in seguito, la misura ebbe probabilmente motivazioni economiche e fiscali. In ogni caso, va sottolineato come la legge valesse per tutti quelli già presenti all’interno dei confini, non per quelli che sarebbero arrivati in seguito. Si trattava di una sanatoria, non di spalancare le porte. 
Non è inoltre chiaro se essa si estendesse ai “dediticii”, ovvero alle popolazioni che si “rendevano” all’imperatore per entrare nell’impero, una sorta di antichi immigrati. Un frammento del testo ritrovato in un papiro farebbe pensare che essi ne fossero esclusi, cosa che renderebbe ancora più anacronistiche le attualizzazioni del provvedimento.

Certo è che, col passare dei secoli e l’avanzare della decadenza, aperture sempre più considerevoli agli stranieri venissero fatte.
Sarebbero state le stesse “aperture” a causare il crollo di quella civiltà. E questo sì che è un paragone con l’oggi che avrebbe senso fare.


Fonte: srs di  Adriano Scianca, da .ilprimatonazionale.it  del  15 giugno 2017