martedì 15 marzo 2016

GILBERTO ONETO: ISLAM DOVE È PASSATO DISTRUGGE OGNI ALTRA RELIGIONE, CULTURA E IDENTITÀ.



di GILBERTO ONETO*   


 La vitalità della morte.
Il Sycios angulatus è una pianta infestante che striscia, radica e si arrampica con devastante vitalità: dove si insedia uccide ogni altra presenza vegetale e ricopre tutto con un triste manto verdastro nei mesi caldi e con un groviglio di seccume nei periodi
freddi. Non c’è verso di fermarla se non tagliandola o estirpandola sistematicamente, stagione dopo stagione. Dove questo non viene fatto, la mala pianta
occupa e distrugge tutto: ci sono colline, edifici e paesaggi interi che ne vengono ricoperti e desertificati. Sparisce ogni differenza, ogni colore, ogni segno di vita e di vitalità.

Dove arriva l’Islam fa lo stesso: distrugge ogni altra religione, cultura e identità, e ricopre tutto con il manto grigio e uniforme della mortifera osservanza coranica. In 14 secoli ha annientato civiltà antiche, ricche che erano stati straordinari capitoli della storia del mondo. 
Il paradigma del suo atteggiamento nei confronti della cultura e della libertà intellettuale (e della libertà tout court) si trova nella vicenda delle biblioteca di Alessandria, la più vasta raccolta di opere dell’antichità, completamente distrutta nel 646 dal califfo ’Amr ibn al-’Âs, sostenendo che dovessero essere eliminati tutti i libri, sia che dicessero cose diverse dal Corano (e perciò dannosi) o che contenessero cose coerenti col Corano (e perciò superflue). Se ne sono andati in fumo migliaia di volumi provocando il più grande danno mai fatto alla cultura universale.

Non ci sembra che quel contegno sia mai cambiato. Per fortuna esso ha anche avuto un importante risvolto positivo: il rigetto di ogni volontà di progresso anche scientifico ha in passato condannato l’Islam a soccombere militarmente di fronte a società che non hanno mai smesso di cercare di progredire sul piano scientifico e culturale. 
Il confrontarsi dell’Islam col mondo si riflette anche nel suo atteggiamento verso l’aspetto fisico del mondo, che deve forzatamente essere triste, grigio e dimesso. Questo si vede nelle palandrane con cui avviluppano i loro corpi, nella sciatteria delle loro città e delle loro case (fa naturalmente eccezione lo sfarzo dei ricchi e dei potenti), nella pochezza della loro cucina che si è privata di tutti gli ingredienti che rendono piacevole la vita senza trasformarla in licenziosità. Il Pakistan e l’India sono – ad esempio – abitati da genti dalla stessa origine etnica ma passare dall’uno all’altra è come passare dal buio alla luce, dalla tristezza bisunta e piena di livore all’allegra confusione di colori, di figure, di aromi, di un’esplosione
artistica figurativa.

Oggi Bali è – per fare un altro esempio – una delle mete turistiche più ambite soprattutto per la bellezza delle sue architetture, per lo splendore dell’arte e del suo artigianato, per la sfolgorante gioiosità del suo folclore e dei suoi riti religiosi. Tutte le altre isole attorno hanno lo stesso clima e lo stesso mare ma sono state intristite dalla patina islamica che le ha ricoperte come uno spurgo petrolifero uccidendo ogni forma di vitalità. La tristezza del chador contro l’allegria del sari.

L’Islam – si sa – condanna la riproduzione non solo di Dio ma delle figure umane, e spesso anche di quelle animali costringendo i pochi artisti sopravvissuti (e ortodossi) ai complessi virtuosismi di motivi geometrici e vegetali. Tutto il resto va distrutto sistematicamente.
Questo vale per le cose più piccole come la santella della Madonna che un deficiente macedone ha di recente eliminato da una casa di Dosolo in provincia di Mantova, ai Buddha di Banyam, presi a cannonate dai guerrieri di Allah, dai monasteri ortodossi di Kossovo e Metochia, diroccati da prodi albanesi, alle migliaia di chiese,
pagode, templi di qualsiasi religione che questi iconoclasti (che mostrano vitalità solo nel distruggere) hanno raso al suolo nel corso dei secoli.
Costantinopoli era una delle città più belle, più ricche di opere d’arte e di architetture, era una sorta di straordinario museo del mondo:
Istambul oggi è un luogo grigio e Santa Sofia – uno dei più radiosi edifici dell’umanità – è rimasta un involucro spelacchiato.

La stessa sorte sarebbe toccata a Venezia, a Vienna e al resto d’Europa senza Marco d’Aviano, senza Lepanto, senza milioni di europei cristiani che
 proprio anche alla forza delle immagini hanno fatto simbolico ricorso.

In realtà l’iconoclastia non è una malattia solo islamica: per un certo periodo ha guastato anche il Cristianesimo.
Quello orientale se ne è liberato con sanguinose fatiche; quello occidentale ha dovuto subire le scelleratezze di puritani, anabattisti e altri trucidi personaggi prima di ritrovare serenità e ragionevolezza.

Gente che aveva per antenati Celti e Germani (e il loro gusto per arte e colore) non poteva che soccombere alla forza delle origini: oggi molti dei più bei musei d’arte figurativa sono in Paesi protestanti. 
Si obietterà che anche taluni maomettani abbiano prodotto grandi esempi di arte figurativa: si ricordano i persiani e i moghul. I primi erano sciiti (che sono sempre stati un po’ più civili), e gli altri erano indiani fino al midollo e non potevano fare a meno di figure e colori. Sia persiani che indiani sono poi indoeuropei e ritorna il ragionamento delle origini.
Si dice sempre che anche gli almoravidi di Spagna
fossero colti e avessero sviluppato una raffinata arte figurativa: si trattava però solo di un sottile (e, fortunatamente, precario) strato islamico sopra celti, visigoti ed ebrei.

Quasi tutti ebrei o armeni erano anche i grandi dotti del passato di cui ogni tanto l’Islam si fa vanto. 
L’Islam è una sorta di malattia, è una invasione di fameliche cavallette che divorano  tutto, è il buio di Mordor che annienta, è il Syicios angulatus della cultura e della libertà. 
Se prevale, non perdiamo solo la grappa, il salame o i fumetti, non verranno solo distrutte chiese e musei, non vedremo solo la tavolozza del nostro mondo ridotta a un unico urfido colore.
Se prevale, perdiamo la ricchezza della nostra civiltà, perdiamo la libertà. Perdiamo tutto.

Fonte:  (da Il Federalismo, anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)*
Il settimanale Il Federalismo (registrato come Sole delle Alpi) visse dal 2004 al 2006, raccogliendo le firme di Gilberto Oneto, Romano Bracalini, Antonio Martino, Chiara Battistoni, Giancarlo Pagliarini, Carlo Lottieri, Leonardo Facco, Paolo  Gulisano, Sara Fumagalli, Roberto Castelli, Carlo Stagnaro, Gianluca Savoini, Arnaldo Ferrari Nasi, Piero La Porta e tanti altri autorevoli collaboratori. Questa esperienza, libera e indipendente, aperta al confronto politico, unica nel suo genere nei media di area leghista, spesso criticata per le interviste controcorrente o per i corsivi caustici di Oneto, venne interrotta per “calo delle vendite”.  
I soci della  cooperativa giornalistica vennero sostituiti, e i contributi all’editoria, circa 420mila euro l’anno, che riceveva Il Federalismo, passarono ad un’altra testata, il settimanale Il Canavese, nella provincia di Torino, che trattava cronaca, sport e attualità.  Un cambio radicale di contenuti e obiettivi.
 A nulla valsero le preghiere della direzione e della redazione (il settimanale veniva realizzato da sole tre persone, il direttore, un redattore ordinario e un grafico) ai vertici del Carroccio, avvisandoli che avrebbero perso uno strumento per fare cultura politica e comunicazione senza veline. L’amministratore del Federalismo-Il Sole delle Alpi, trasmigrò con lo stesso ruolo a Il Canavese. Oggi, il medesimo soggetto si vede imputato a Milano in un processo in cui gli vengono contestati reati relativi alla destinazione dei contributi pubblici all’editoria per alcune operazioni legate all’amministrazione della testata piemontese. A distanza di tanti anni, speriamo sia fatta chiarezza su questa pagina di comunicazione. Politica.


Fonte: da L’Indipendenza del 2 gennaio 2016




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