martedì 20 settembre 2011

GRADASSATE O INSUREZZIONE POLITICA; LA VERA LOTTA DI LIBERAZIONE DEI CONTADINI DELLA VALPANTENA DOPO IL 1866


Prosegue il viaggio di Pantheon dentro ai protagonisti, le storie e le leggende dell’Unità d’Italia rilette con un occhio di attenzione per Grezzana di Verona, la Valpantena e la Lessinia.
La vera lotta di liberazione dei contadini dopo il 1866

Il 25 aprile del 1867 su un albero nei pressi delle chiesa locale di Azzago viene affisso un cartello. Su di esso è riportato un messaggio offensivo contro la Guardia Nazionale. Bernardo Birtele e Antonio Leso, accusati di essere gli autori responsabili, sono arrestati.
Il 20 giugno dello stesso anno, nel caffè di Giuseppe Tacchella a Lugo, Luigi Francesco Dal Corso è arrestato dai Carabinieri Reali per un motivo simile, con l’aggravante di avere oltraggiato con molteplici imprecazioni la «sacra persona del re».
Solo un mese più tardi a Grezzana i contadini si scontrano con la polizia. Questa volta non si trattava solo di parole, si era passati all’azione, alla rivolta vera e propria.

Tre episodi. Tre paesi della Valpantena.  Cosa avevano in comune oltre all’anno, il 1867?
A pochi mesi di distanza dalla tanto faticata annessione al Regno d’Italia, nel Veneto il clima di tensione non si era ancora placato.
Certamente il potere centrale provvide alla “nazionalizzazione delle masse”, costruendo strumenti educativi che fossero capillarmente diffusi, “insegnando la nazione a tutti”. Il potere comunicativo era forte ed efficace, e in grado di imporre il “discorso nazionale”. Ma il popolo si lasciò persuadere? Quanto e in quale maniera percepì il passaggio di governo?

Luigi Messedaglia scrisse che i contadini non presero par te alcuna al Risorgimento, e anzi parteggiarono per l’Austria, che cercava di favorirli avvilendo i signori, ciò che è tipico dei governi dispotici.
Nelle campagne viveva un volgo senza nome e senza ideali, e il 1866 non avrebbe segnato una svolta, almeno secondo don Stegagnini.
Eppure si deve constatare che, se il Risorgimento non visse a Verona pagine di grande partecipazione popolare, comunque dopo l’annessione fu espresso pieno consenso al nuovo regno, come è testimoniato dal plebiscito, che vide solo 50 voti contrari a fronte di quasi 89mila favorevoli. Forse si sperava in un cambiamento vero, questa volta.
Un detto popolare che allora circolava rivela efficacemente il clima dei decenni in cui la vita veronese era stata condizionata dai “francesi assassini” e dai “tedeschi lurchi”.
«E’ andà via el re de denari e è vegnù quel de bastoni!» Così si diceva. E ora, si sarebbe avuto semplicemente un nuovo re? E di quale segno? Quale futuro avrebbe riservato la nuova dominazione italiana?

“IL RE DEI ME COGLIONI”

Già nel febbraio del 1867 a Verona si era verificata una manifestazione di protesta durante la processione del Corpus Domini. E proprio mentre si discorreva su tale evento, tra i muri del Caffé Tacchella, il signor Dal Corso, detto Bagatella, era sbottato esclamando per ben tre volte «Il nostro re è il re dei miei coglioni!». Ma si trattava di un personaggio veramente pericoloso? Seppur uomo «af fatto incensurato», secondo Zanella, sindaco di Grezzana, Dal Corso non avrebbe offeso nessuno, ma si sarebbe solo lamentato dell’inerzia delle Guardie Nazionali, che non furono in grado di impedire i disordini a Verona. Lo stesso poteva dirsi per gli altri accusati di Azzago. «La dimostrazione sunnominata può qualificarsi unicamente una gradassata, anziché un’insurrezione politica contro l’attuale governo, come tale è ritenuto in questo paese e comuni limitrofi (...). Ed è a credersi che, ignoranti come sono, non abbiano inteso di offendere il governo e la Guardia Nazionale, se non forse per beffarsi di alcuni loro compaesani che erano stati proposti come graduati nella Guardia stessa». E ancora assicura il sindaco, rivolgendosi al Tribunale Reale di Verona, che Antonio Brunelli e Giovanni Ederle, coinvolti anch’essi nel processo, sebbene «di temperamento bisbetico e poco operosi, hanno fondamenti politici che quantunque ignoranti sono affatto contrari all’attuale ordine di cose». E non solo loro.

LA POSIZIONE DELLA CHIESA

Anche il partito clericale sarebbe stato «del tutto estraneo in questo affare». «Tanto più che il parroco sebbene sia stato favorito dal cessato governo austriaco di un sussidio per l’erezione della chiesa, non lo ritengo però contrario all’attuale governo e favorevole a simili dimostrazioni».
Come hanno messo in luce gli storici, a cominciare dal vescovo, la paura delle ritorsioni che potevano sorgere contro i filoaustriaci o chi ancora manifestava questa sua inclinazione, fece sì che il clero alla fine accettasse, almeno formalmente e pubblicamente, la nuova dominazione italiana.  All’interno del clero, però, c’era anche chi si era schierato apertamente a favore della causa italiana. Addirittura Radetzky aveva vietato ai soldati austriaci di confessarsi dai preti veronesi, perché ritenuti filo-italiani. Quale movente avrebbe allora spinto questa gente di campagna alla protesta?

Al di là dell’atteggiamento estremamente diplomatico del sindaco Zanella, nelle sue parole si nasconde anche la vera chiave per comprendere il sentimento che accomunava gli episodi di Azzago e di Lugo. «I loro mezzi», affermò infatti Zanella, «sono insufficienti a sostenere le spese processuali e alimentari nel caso di condanna (...), perché tutti mezzadri o piccoli possidenti».
Si trattava di persone che, nonostante i rivolgimenti ai vertici politici, non sperimentarono alcun cambiamento. Esse avrebbero espresso un malcontento anzitutto nei confronti di quei signori che, prima e dopo l’Unità d’Italia, continuarono a esercitare il loro potere coercitivo.
Ed è proprio la rivolta di Grezzana a confermarlo. Come vedremo sul prossimo numero, nessuna bandiera, nessuna nazionalità, nessuna lingua avrebbe contraddistinto i rivali contro cui si scagliarono i paesani. Essi apparivano semplicemente signori. E contro i signori si voleva lottare per la vera liberazione, per la difesa della propria dignità.

I PROCESSI DI AZZAGO E LUGO

Gli episodi citati nel presente articolo sono testimoniati da alcune carte conservate in Archivio di Grezzana e riportate in luce grazie al paziente lavoro di Fernando Zanini.
Si tratta di una corrispondenza avvenuta tra l’allora sindaco di Grezzana, Zanella (sotto la cui autorità erano anche Lugo e Azzago, ndr) e il Tribunale Reale di Verona, nel corso dell’anno 1867.
Nel processo di Azzago furono accusati anche altri giovani, di «buona fama e condotta»: Ederle Paolo e Giovanni,  Piero Angelo, Anganetti Domenico, Zanini Gaetano, Fusina Sante, Carcereri Giacomo.
Nel processo di Lugo i testimoni accusatori furono Stefanoni Felice, di Bosco, e Tacchella Antonio, oltre ad altri testimoni, tutti di Lugo: Zanini Giuseppe, Tacchella Santo, Tacchella Giacomo, Zanini Angelo. Purtroppo, le fonti sopravvissute non ci permettono di ripercorrere la storia completa di questi personaggi, il cui destino rimane a noi sconosciuto.

Fonte: srs di Giovanna Tondini, da Pantheon di giugno 2011


lunedì 19 settembre 2011

LA MAGIA CHE STREGÒ IL PROF. FRANCESCO TAGLIENTE

Lo scavo al Riparo  Tagliente in una  foto del 1995

Archeologo prima per passione che per studi, Francesco Tagliente fu lo scopritore dell'oggi celebre sito di Stallavena. Affrontò lo scetticismo e l'iniziale chiusura degli esperti, in un'avventura che sa il sapore della passione, dell'amore per la scoperta e dello studio delle nostre origini.

Tre anni fa usciva di scena, con discrezione come gli piaceva fare quando non indossava i panni del docente il professor Francesco Tagliente, lo scopritore del Riparo di Stallavena. "Checchino" era stato fra i primi in Italia ad iscriversi a una facoltà universitaria dopo il pensionamento, per seguire un corso regolare di studi archeologici.  Si era laureato brillantemente discutendo una tesi di paletnologia (è la scienza che studia la cultura delle civiltà umane preistoriche e protostoriche attraverso l'analisi dei reperti materiali, ndr) proprio sulla sua esperienza con il riparo sotto roccia di Stallavena.
La sua scoperta si è rivelata di una straordinaria ricchezza anche sotto il profilo della storia dell'arte, poiché il giovane inumato che gli scavi hanno portato alla luce era stato onorato dal suo clan con la deposizione, a contatto con i femori, dei suoi graffiti: una leonessa, un bisonte e uno stambecco, giudicato il capolavoro dell'arte mobiliare paleolitica mediterranea.
Quegli animali, magistralmente delineati dodicimila anni fa dal cacciatore artista di Stallavena, nel periodo interglaciale avevano alimentato le famiglie dei primi abitatori della Valpantena, come dimostrano le ossa, anche parzialmente combuste, recuperate nel Riparo Tagliente: bovide, cervide, camoscio e capriolo, alce, marmotta, orso e cinghiale.

Il professor Tagliente mi parlava di una forza misteriosa che lo aveva spinto, nella primavera del 1958, verso la base di quella parete oggi nascosta alla vista dagli edifici industriali.  Il sito, abitazione e officina per generazioni di cacciatori e di artigiani, aveva conservato nella propria sacralità un che di magico, fino a trasmettere un irresistibile messaggio telepatico allo studioso che lo avrebbe rivelato alla scienza.
«Ogni volta che percorrevo in macchina la strada della Valpantena» mi diceva «sia all'andata che al ritorno, una inspiegabile attrazione, come una forza misteriosa, mi induceva a fermare l'auto per qualche istante, in quel punto. Non rispondevo a chi viaggiava con me, chiedendomi il motivo dell'improvvisa fermata: ero ammaliato da quello strapiombo scuro di roccia calcarea, contornato dalla fitta vegetazione, e riprendevo il viaggio ripromettendomi di fermarmi la volta successiva, per raggiungere a piedi la base della parete. Quando mi decisi a farlo, mi resi conto subito di aver messo i piedi in una stazione preistorica, che era sfuggita a tutti gli studiosi. Arrivato al riparo sottoroccia» continuava «fui colpito dall'abbondanza di materiale litico in superficie, sparso uniformemente e frammisto ad ossa fossilizzate. Portai i manufatti, con un campione di terreno, al prof. Francesco Zorzi del Museo di Storia Naturale. Sulle prime si mostrò scettico, preferendo pensare a scarti della produzione di acciarini, abbondanti in Lessinia nel Settecento».

Tagliente obiettò che una datazione molto più antica andava desunta dalla presenza di ossa quasi pietrificate e dalla totale assenza di elementi in ceramica. Zorzi consigliò di analizzare le pareti e l'ingresso della grotta, e Tagliente non  si fece ripetere il suggerimento tornando più volte al riparo, raccogliendo selci e ossa, e facendo anche un piccolo scavo vicino all'ingresso, fino a che trovò della terra nera, attestante un'antica attività dell'uomo.

Sarebbero passati quattro anni prima che il direttore del Museo Civico, davanti a quel pugno di terra nera, diventasse improvvisamente pensieroso. Il professor Zorzi chiamò subito Franco Mezzena, il suo giovane collaboratore per la preistoria, e si fece accompagnare a Stallavena.
«Erano le undici del mattino del 2 febbraio 1962» ricorda Tagliente «nell'interno del riparo rimasi zitto, mentre il Zorzi, con una lampada ad acetilene, esaminava attentamente il terreno, le pareti, e raccoglieva selci e ossa. Mezzena scattava continuamente fotografie con le lampade al magnesio. Tornati al museo, il professore, che era sempre stato zitto, cominciò a parlare. Era entusiasta, e nell'atto di riporre il materiale raccolto dentro un contenitore scrisse sull'etichetta "Riparo Tagliente".
Sapevo che aveva dato il nome di "Riparo Mezzena" ad un ritrovamento del suo discepolo, e conscio di non essere all'altezza di questo per preparazione, suggerii di adottare il nome della località “Còalo delle Tessare”, ma Zorzi insistette e dovetti accettare il lusinghiero riconoscimento. Si succedettero negli anni gli scavi scientifici, coordinati dal professor Broglio dell'Università di Ferrara, con la collaborazione del museo di Verona.

Con il procedere delle ricerche, il Riparo Tagliente si andava rivelando la più antica testimonianza del lavoro dell'uomo, fornendo indicazioni preziose anche sull'ambiente e la fauna in età lontane. Vennero alla luce alcuni focolari, e poi le opere d'arte, con lo scheletro di un giovane sepolto in posizione supina, al quale l'antropologo Cleto Corrain ha attribuito un'età di 24 anni». Per il professor Corrain la sepoltura era attribuibile ad una fase avanzata dell'epigravettiano medio.

Secondo lui si trattava della prima sepoltura paleolitica trovata nella Valle padana. Il corpo del giovane cacciatore era stato ricoperto di pietre, due delle quali recavano delle incisioni. Erano le più grandi di tutto il complesso ed erano state posate intenzionalmente con i graffiti a contatto con i femori. Il corredo funebre comprendeva un corno di bisonte ed una conchiglia forata. La piccola galleria d'arte del Riparo era formata da un mezzo ciottolo con la figura di stambecco, l'intera sagoma di una leonessa ed un bisonte. Le figure erano state incise dodicimila anni fa.

FRANCESCO TAGLIENTE

Francesco Tagliente ad El Alamein

Il prof. Tagliente era animato da uno sviscerato amor di patria. Nel 1992, per il 50° anniversario della battaglia del deserto, volle partecipare al pellegrinaggio veronese a El Alamein. Nella foto, davanti al mausoleo, regge e accarezza il labaro dei decorati al valor militare. Accanto a lui il col. Pilota Vittorio Organo, pluridecorato al valore in Africa Settentrionale, presidente dei decorati veronesi. Il dottor Organo, nella vita civile, è stato per decenni titolare della farmacia di Poiana.


Fonte: srs di Gianni Cantù; da Pantheon di  maggio 2011-09-17

sabato 17 settembre 2011

MONTORIO VERONESE: FANTASIE E LEGGENDE DI UN CASTELLO

Il castello di Montorio Veronese

Montorio non è solo realtà, ma anche leggenda. Così l'hanno riscoperta Luigi e Gabriele Alloro, grazie a un minuzioso lavoro di ricerca.  Il castello che sovrasta il paese della Val Squaranto ha stimolato, infatti, le fantasie popolari e quelle di illustri autori del passato.

Tra i muri del castello si sarebbero consumate vendette, come anche profonde storie d'amore.
Si narra, infatti, di una lite sorta tra il Castellano e un castaldo, al quale voleva sottrarre la sua bella. Raggiunto lo scopo e presa in moglie la giovane fanciulla, il Castellano fu però vittima del sentimento vendicativo del castaldo. Nelle sembianze di un fantasma questi raggiunse il castello e durante un banchetto riconquistò il cuore della giovane, sottraendola alle bramosie del suo rivale.

Il castello avrebbe poi ospitato i corpi inerti dei giovani amanti Florio e Biancofiore, protagonisti del romanzo “Filocolo” del Boccaccio.
Con queste parole li ricorda Domenico Bordigallo: «Cinta da ogni parte da monti si eleva la rocca di Montorio e la sua valle amena verdeggia di frutti. Florio arse d'amore per Biancofiore: essi giacciono lì e in un'arca si trovano le ossa di questi due illustri personaggio».

E chissà quante altre storie conserva ancora il nostro castello. Storie svoltesi tra le gallerie sotterranee, che giungerebbero fino all'Arena, come via di fuga in caso di assedio. E chissà se esiste ancora, nascosto, quel libro magico che attraverso le sue formule esaudirebbe tutte le richieste di chi ne entra in possesso.

Fonte: da  Pantheon di  maggio 2011 


venerdì 16 settembre 2011

LA STORIA DEL DEBITO PUBBLICO ITALIANO INIZIA NEL 1861, CON L’UNITÀ D’ITALIA


Giornali e televisioni ogni tanto ci dicono che il popolo italiano ha un mostruoso debito pubblico, ma nessuno ci dice verso chi siamo debitori. Apparentemente la cosa non è semplice da spiegare, in effetti la spiegazione è semplicissima. Per farla capire dobbiamo tuttavia rifarci al 1861. L'anno dell'unità d'Italia.

Nel 1849 si costituiva in Piemonte la Banca Nazionale degli Stati Sardi, di proprietà privata. L'interessato Cavour che aveva infatti propri interessi in quella banca; impose al parlamento savoiardo di affidare a tale istituzione compiti di tesoreria dello Stato.  Si ebbe, quindi, una banca privata che emetteva e gestiva denaro dello Stato!

A quei tempi l'emissione di carta moneta veniva fatta solo dal Piemonte, al contrario il Banco delle Due Sicilie emetteva monete d'oro e d'argento.
La carta moneta del Piemonte aveva anch'essa una riserva d'oro (circa 20 milioni), ma il rapporto era che ogni tre lire di carta valevano una lira d'oro.
Il fatto è che, per le continue guerre che i savoiardi facevano, quel simulacro di convertibilità in oro andò a farsi benedire, sicché ancor prima del 1861 la carta moneta piemontese era diventata carta straccia per l'emissione incontrollata che se ne fece.
(Ci meravigliamo poi che gli Usa, abbiano fatto la stessa cosa, quando il 15 agosto del 1971, Nixon annunciò a Camp David la decisione di sospendere la convertibilità del dollaro in oro, e l'abrogazione unilaterale degli accordi di Bretton Woods "svincolando" il dollaro dal cambio con l'oro.)

Avvenuta la conquista di tutta la penisola, i piemontesi misero le mani nelle banche degli Stati appena conquistati. Naturalmente la Banca Nazionale degli Stati Sardi divenne, dopo qualche tempo, la Banca d'Italia.

Avvenuta l'occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete d'oro per trasformarle in carta moneta secondo le leggi piemontesi, poiché in tal modo i Banchi (del bistrattato Sud) avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e così facendo sarebbero potuti diventare padroni di tutto il mercato finanziario italiano. Invece quell'oro piano piano passò nelle casse piemontesi.

Tuttavia, nonostante tutto quell'oro rastrellato al Sud, la nuova Banca d'Italia risultò non avere parte di quell'oro nella sua riserva. Evidentemente aveva preso altre vie, che erano quelle del finanziamento per la costituzione di imprese al nord operato da banche, subito costituite per l'occasione, che erano socie (!) della Banca d'Italia: Credito mobiliare di Torino, Banco Sconto e Sete di Torino, Cassa generale di Genova e Cassa di sconto di Torino.

Le ruberie operate e l'emissione non controllata della carta moneta ebbero come conseguenza che ne fu decretato già dal 1 MAGGIO 1866, il corso forzoso, cioè la lira carta non poté più essere cambiata in oro.
Da qui incominciò a nascere il Debito Pubblico: lo Stato cioè per finanziarsi iniziò a chiedere carta moneta a una banca privata.
Lo Stato, quindi, a causa del genio di Cavour e soci, ha ceduto da allora la sua sovranità in campo monetario affidandola a dei privati, che non ne hanno alcun titolo.
 ( La sovranità per sua natura non è cedibile perché è del popolo e dello Stato che lo rappresenta ).

Alla prossima per altri segreti


Fonte: da FAI NOTIZIA Giornalismo partecipato.

giovedì 15 settembre 2011

Il contributo di Grezzana di Verona al Risorgimento italiano: piccole testimonianze di grandi personaggi.

La famiglia Ruffoni: (da sx)  Giuseppe, Emilio, Gianni, Francesco e Giamino (seduto)

Si apre qui un percorso a più tappe che ci accompagnerà fino alla fine dell'anno in un ideale cammino alla scoperta di storie e leggende della Valpantena e della Lessinia risorgimentali nell'epoca dell'Unità d'Italia.
«Pareva quasi che non sapesse staccarsi da me e procurasse di ritardare il momento della separazione.  A chi andava egli?».

Con queste parole, trapelanti di un intimo sentimento paterno, Giuseppe Ruffoni ricordava l'ultima volta che vide il figlio, prima che questi partisse.
Era un lunedì di marzo del 1859 e il giovane ventunenne Francesco aveva fatto la sua scelta: emigrare dal Veneto per unirsi all'esercito piemontese nelle campagne di indipendenza contro gli Austriaci.
Egli fuggì da Verona in compagnia di Gaetano Bertani: fu a Milano, poi a Ticino e a Genova. Qui i si arruolò nella brigata Pinarolo, con la quale partecipò ai vari combattimenti che scandirono tutto il 1859, compresa la tragica battaglia di Solferino, il 24 giugno, dove Francesco conquistò il grado di ufficiale.

LA FAMIGLIA RUFFONI

Il padre sapeva bene che il figlio «correva a brandir l'armi a pro della patria: si era prefisso un nobile e generoso proponimento per dare utile esempio ai concittadini».  Giuseppe era un noto consigliere della Corte di Giustizia residente a Grezzana, e ancora più nota era la sua adesione  al patriottismo italiano.
La famiglia Ruffoni, che oltre al maggiorenne Francesco contava altri tre figli, Emilio, Gianni e Giamino (al tempo ancora quattordicenne), non aveva mai nascosto i suoi sentimenti patriottici, tanto più che i Ruffoni erano legati da una stretta amicizia alla famiglia di Pietro Paolo Arvedi (1807-1880), fervente sostenitore della lotta alla  Libertà contro i nemici austriaci.
Ricco commerciante, l'Arvedi aveva contribuito largamente al finanziamento del Comitato Democratico Veronese, comprando le cartelle mazziniane che da Londra giungevano in Italia per sostenere cospirazioni e organizzazioni anti-austriache. Passando prima per Milano, poi per Mantova, le cartelle venivano smistate tra i Comitati principali del territorio veneto, tra cui quelli di Verona e di Venezia.
Nel 1852 Pietro Paolo Arvedi fu tra i 'martiri di Belfiore', arrestato dagli austriaci con l'accusa di cospirazione, insieme al celebre patriota Carlo Montanari, che l'anno dopo fu giustiziato.
Uno dei congiurati affermò davanti ai giudici:  «primo nostro obiettivo e sospiro antico dell'animo nostro era l'indipendenza dallo straniero; secondo l'unità della patria, senza la quale l'indipendenza è menzogna; terzo la repubblica».

Forse nelle lunghe serate in cui si tenevano le conversazioni familiari a casa Arvedi maturò in Francesco il desiderio di partecipare alla liberazione dall'oppressione straniera.
Al tempo circolava una forte propaganda patriottica, la propaganda capillare delle organizzazioni mazziniane, densa di messaggi e di riti, e diffusa attraverso i melodrammi, le stampe, i cantanti girovaghi, i burattinai e i predicatori itineranti.
Il discorso nazionale riusciva a scuotere cuori e coscienze, e non era affatto insolito che giovani studenti, soprattutto appartenenti alle classi sociali più agiate, sentissero profondamente il desiderio di partecipare attivamente alla liberazione.

Come ha sottolineato in un recente lavoro lo storico Alberto Maria Banti, la mitografia che innervava il discorso nazionale riusciva a proporre miti e simboli potenti, capaci di avere uno straordinario impatto emotivo. I militanti morti per la causa diventano subito "martiri", soggetti cioè che testimoniano con la morte la propria fede politica. Le guerre nazionali si trasformavano così in "guerre sante" o "crociate". Come affermò Atto Vanucci nel 1849, «in Italia non vi è palmo di terra che non [sia] bagnato dal sangue dei Martiri della Libertà».

LA FUGA TRICOLORE DI ANGELO ROSSI

Per i giovani, disposti a difendere la libertà e l'onore della nazione, la guerra era l'unico contesto in cui sacrificarsi e seguire la mistica del martirio. Così doveva essere per Francesco e per i suoi fratelli Emilio e Gianni, che dopo di lui presero le armi: emulare il grande modello di Garibaldi, l'eroe dei due mondi.  E così dovette essere per Angelo Rossi, nato a Grezzana e arruolato nella formazione militare piemontese, soprattutto quando fu raggiunto dalla notizia che accese gli animi patriottici di tutti i giovani: il 6 maggio 1860.  La Gazzetta di Venezia annunciava la partenza di Garibaldi per la Sicilia, accompagnato da una schiera di Mille volontari.
Fu allora che Angelo, mentre il suo esercito di stanza a Rimini veniva trasferito ad Ancona, coraggiosamente si intrufolò nel palazzo Mazzacurati di Bologna e in abiti civili raggiunse Ferrara, dove fintosi emigrato del Veneto fu trasferito a Genova.
La meta era raggiunta: salpato sulla nave "Liguria" raggiunse la Sicilia, partecipando così alla celebre spedizione delle camicie rosse. Sotto il comando di Nino Bixio fu inviato in prima linea in vista dell'urto finale contro i Borboni, sulla linea del Volturno, battaglia decisiva della campagna militare. Purtroppo la sua avventura terminò rapidamente. Ferito, Angelo fu congedato, ma dopo sei anni di vita civile sarebbe stato subito pronto a rientrare nelle fila delle camicie rosse: lo ritroviamo infatti tra i veronesi che militarono con i Cacciatori delle Alpi, ancora una volta comandati da Garibaldi, nella campagna del 1866.

LA TARDIVA ANNESSIONE DEL VENETO

Il 6 maggio 1860 segnò una svolta anche nella famiglia Ruffoni.
Emilio, rimasto accanto al padre per un anno dopo la partenza del fratello Francesco, appena venne a conoscenza della spedizione garibaldina decise di partire: l'amore per la patria aveva prevalso in lui. All'insaputa della famiglia raggiunse il Lago di Garda e da qui peregrinò per le città della penisola, fino a raggiungere il fratello Francesco a Parma.
Ritornò poi in Piemonte, dove entrò nel corpo dei volontari della Guardia Nazionale e una volta conseguita la carica di caporale e poi di sergente, prese parte alle operazioni contro il brigantaggio in Abruzzo. Prima che anche il padre Giuseppe prendesse la via dell'emigrazione, il terzo figlio Gianni emulò i fratelli maggiori, entrando nel corpo dei bersaglieri a Torino. Nella città fu poi raggiunto dal padre e dall'ultimo dei figli rimastogli accanto, Giamino.
La fuga dei superstiti della famiglia Ruffoni era stata accuratamente pianificata per il 12 dicembre del 1860: finalmente, dopo ventisette lunghe e travagliate ore, anche loro poterono raggiungere la terra redenta, che Giuseppe non esitò a baciare con lacrime di gioia.

Nonostante il Veneto non avesse raggiunto la libertà tanto combattuta, a Verona lo spirito patriottico tra il 1861 e il 1866 rimase vivo. E operativi rimasero pure i Comitati provinciali, con cui era organizzata la resistenza agli austriaci, ora collegati direttamente con quello centrale di Torino. Se con il loro efficace servizio segreto di informazione erano in grado di seguire gli spostamenti dei rivali, la tragedia non fu evitata: il 24 giugno del 1866 l'esercito italiano subì una terribile disfatta a Custoza.
Solo il 3 ottobre del 1866 fu firmata la pace a Vienna tra il governo italiano e quello austriaco, con la quale veniva decretata l'annessione del Veneto al Regno d'Italia. In città poteva finalmente sventolare il Tricolore. Ma nei giorni che trascorsero fino al totale sgombro della regione dalle truppe austriache Verona fu lasciata in balia di se stessa. Dopo la pace «dovunque si presentava miseria, dovunque dolore, dovunque lacrime» (Giuseppe Ruffoni).
In questo clima di tensione i cittadini si addestrarono da soli alle armi, per il timore di rappresaglie e disordini, che di fatto si verificarono causando ancora morti. Impossibile dimenticare l'uccisione di Carlotta Aschieri, all'epoca venticinquenne incinta di sette mesi: una delle tante "martiri della patria".

LA LIBERTÀ


Pietro  Paolo Arvedi

Finalmente giunse il 16 ottobre 1866, che per molti fu il più bel giorno della loro vita. Alcuni ottennero la tanto sperata libertà, come la famiglia Ruffoni, altri invece non poterono condividere la stessa gioia, perché afflitti dal dolore per le gravi perdite subite. Pietro Paolo Arvedi fu uno di questi. Egli, emigrato dal Veneto da qualche anno, nel 1860 perse in un sol colpo sette dei suoi cari, proprio mentre si accingevano a raggiungerlo a Salò, sulla riva bresciana del Garda, al confine tra Austria e Italia, al confine tra oppressione e libertà.
Dopo la tragedia Pietro Paolo aveva ottenuto lo svincolo dalla cittadinanza austriaca e si era ritirato in Piemonte.
Tuttavia, per ragioni di salute ed economiche fu costretto a richiedere la cittadinanza austriaca, che gli fu concessa nel 1865. Dopo l'annessione Arvedi, vedovo, si ritirò a Grezzana, dove morì.
E altri ancora, forse, non percepirono alcun cambiamento. Ma questa è un'altra storia, che racconteremo sul prossimo numero.


CRONISTORIA IN PILLOLE

1796 Napoleone sconfigge gli austriaci ad Arcole sul torrente Alpone e conquista Verona con l'appoggio della Legione lombarda.

1797 Il 17 aprile Verona insorge contro i francesi. La rivolta sarà ricordata come le 'Pasque Veronesi'. Verona viene privata di molte opere d'arte.

1801 Pace di Luneville: Verona viene divisa tra i francesi, alla destra dell'Adige, e gli austriaci, alla sinistra.

1805 Verona entra nel Regno d'Italia sotto il governo di Napoleone.

1815 Congresso di Vienna: Verona entra a far parte del Regno Lombardo-Veneto assegnato all'Impero Austro-ungarico.

1848 Prima guerra d'indipendenza: l'esercito italiano avanza fino al Quadrilatero (Verona, Mantova, Legnago e Peschiera del Garda), dove si erano barricati gli austriaci. La battaglia più cruenta fu combattuta a Castelnuovo, presso Verona.

1859 Seconda guerra di Indipendenza. Gli austriaci invadono le aree sotto il controllo sabaudo, oltrepassando il Ticino, ma dovettero però ritirarsi ancora una volta nel Quadrilatero. Il 24 giugno gli eserciti si schierarono nell'area di S. Martino e Solferino. Dopo una cruenta battaglia, l'11 luglio le due parti stipularono l'armistizio a Villafranca.

1866 Terza guerra di Indipendenza: l'esercito italiano giunse ancora sulle sponde del Mincio. Come la prima volta, gli austriaci vinsero a Custoza. La pace tra il governo austriaco e quello italiano fu siglata il 3 ottobre: Verona e il Veneto passavano definitivamente sotto il Regno d'Italia.


Fonte: srs di Giovanna Tondini, da da  Pantheon del  maggio 2011 


mercoledì 14 settembre 2011

EUGENIO BENETAZZO: NON CI RESTA CHE RIDERE

Forse non ve ne siete accorti, probabilmente i giornali non ne parlano a sufficienza, ma la popolazione italiana in questi ultimi sei mesi si è profondamente impoverita, complice soprattutto il crollo dei listini di borsa che sembra non avere più un livello ultimo di contenimento. Si dice che la ricchezza finanziaria degli italiani sia stimata intorno ai quattro trilioni di euro, con molta presunzione questo importo deve essere abbondantemente ridimensionato. Non so se qualcuno si è accorto ma vi sono titoli azionari il cui prezzo ci riporta indietro di oltre 12/13 anni, alcune banche italiane hanno perso in un mese oltre il 50% della loro capitalizzazione, i titoli di Stato viaggiano a rendimenti di mercato decisamente insostenibili per le nuove emissioni, nonostante l'intervento di agosto delle autorità monetarie europee con l'intento di salvaguardare e proteggerne le quotazioni. 

Pur tuttavia sembra che a nessuno interessino le sorti e la consistenza del proprio portafoglio e dossier titoli. Sul fronte politico l'orizzonte è sempre più rattristante, non c'è leader politico che si preoccupi di difendere il listino italiano dal recente ed interminabile crollo. Non si legge allarmismo nei giornali italiani, non si legge preoccupazione nello sguardo di chi lavora in banca, non si legge di alcuna misura protettiva volta a contenere l'attuale sell off borsistico: il piccolo risparmiatore non ha ancora ben compreso quello che lo aspetta negli anni a venire. Penso ancora a quante volte in televisione mi sono sentito dire da eminenti esponenti del governo che la crisi era finita e che il peggio era ormai passato. Le comunità finanziarie internazionali si aspettavano una azione di governo corposa e credibile, che consentisse in poco tempo di drenare ingenti risorse finanziarie da dedicare all'abbattimento del debito pubblico, e non la sforbiciatina da barbiere di periferia. Di questo abbiamo bisogno al momento noi italiani, di ritornare ad essere credibili e non ridibili. 

La recente proposta di manovra finanziaria infatti, dopo i numerosi tentativi di concertazione, dimostra grande improvvisazione da parte dell'attuale governo (non che la sinistra proponga tanto di meglio), alla fine i ricchi non pagheranno o se non altro pagheranno molto ma molto meno rispetto a quello che era stato proposto all'inizio; da qualche giorno ho iniziato ad avere grande stima dei calciatori professionisti italiani perché hanno dimostrato, nonostante la loro mediocrità intellettuale, che hanno pretese economiche sulle quali non si discute e che devono essere tutelate pena l'interruzione del campionato.  I piccoli risparmiatori invece, mediamente più intelligenti e colti rispetto alla media dei calciatori, non hanno capacità di coesione, rivolta, e ingerenza con la vita politica italiana. Basterebbe che iniziassero a utilizzare il loro consumer power nei confronti delle giacenze di deposito presso gli istituti di credito italiani e poco ci vorrebbe per cambiare in meglio il paese, almeno dal punto di vista bancario  La classe politica attuale (tanto a destra quanto a sinistra, passando per la lega) non solo continua a dimostrare imbarazzante incompetenza, ma sta lentamente conducendo la nazione allo scenario argentino.

Ormai lo ripeto continuamente in questi ultimi mesi la strada da intraprendere è quella di una medicina amara, tuttavia efficace e ricostituente. Sto parlando di una dimostrazione di attendibilità, severità e serietà del paese innanzi al mondo intero: solo con un ridimensionamento repentino del debito pubblico italiano, nell'ordine dei 400 o 500 miliardi di euro, si potrà dare una speranza a chi ha 30/40 anni, mettendo il paese nelle condizioni di intraprendere un percorso di rilancio competitivo. Questo dovrà essere necessariamente seguito da un abbattimento coatto della spesa pubblica e del montante pensionistico, riducendo in maniera antipopolare il numero dei dipendenti pubblici ed il peso dei loro apparati, affiancando il tutto da un piano di defiscalizzazione integrale degli utili reinvestiti nel settore privato. Questa è la strada sensata e credibile di un paese che vuole sorprendere il mondo e si vuole rialzare, le altre proposte sono solo gli ennesimi tentativi per continuare a mandare in onda il penoso teatrino e la solita nauseante faida politica italiana. 

Fonte: srs di Eugenio Benetazzo  del  13 settembre 2011


martedì 13 settembre 2011

VERONA 1866: LE TRUPPE ITALIANE ENTRANO DA PORTA VESCOVO

Festa  dell’esito del Plebiscito  in Piazza Brà. I voti favorevoli all’annessione sono 88.864, i contrari 4.  Si può "notare che", a parte  l’esercito schierato,  le autorità, i nobili e la ricca borghesia,  i veronesi quasi tutti latitanti.


Gli Austriaci sono a Verona nel 1815, ed il nuovo confine tra i due stati è segnato dal Mincio. Il 24 Marzo 1829 faceva il suo ingresso il Vescovo Giuseppe Grasser, nato a Cavalese in Val Venosta. I veronesi non lo accolsero con molto entusiasmo: era tedesco e parve che con lui si chiudesse completamente il cerchio straniero perché le autorità politiche, militari, e perfino ecclesiastiche, erano tedesche. In seguito però i veronesi lo videro dotato di buoni pregi, e gli si affezionarono subito.
In quel periodo si cercavano le ossa di San Zeno, che erano scomparse da moltissimi secoli, il Vescovo Giuseppe Grasser le riconobbe, e il 25 Agosto 1839 il Santo ritornò il nostro protettore della Diocesi.
Ma poi, sotto l'influenza della massoneria, il 24 aprile 1868, il nuovo Consiglio Comunale abrogava le sentenza del Vescovo, finché nel 1889 il Vescovo Luigi Canossa,  in occasione del 50° anniversario del ritrovamento del corpo di San Zeno, dava invio ai lavori alla cripta, posandovi il corpo del Santo e dimenticando, così, quello che aveva imposto la massoneria.

Rimaneva da risolvere il mistero di dove si trovava la prima chiesa di San Zeno. Secoli dopo, nel 2011, si costruisce in Piazza Corrubio il garage interrato; se ne trovano le tracce, si è deciso di distruggere le fondamenta della prima chiesa di San Zeno.

Con il Vescovo Giuseppe Grasser iniziavano i vescovi austriacanti. Difatti l'ultimo Vescovo fu sempre di Cavalese, Benedetto Riccabona de Rejchenfels (1854-1861 ), ma venne trasferito a Trento. Sembra quasi che le autorità ecclesiastiche anticipassero la futura unità di Verona a Casa Savoja.  
Il nuovo Vescovo è Luigi di Canossa. La sua nomina fu molto gradita: sia perché si aveva finalmente un Vescovo veronese, sia per il suo carattere cordiale aperto ai tempi nuovi. Infatti, nella sua prima lettera pastorale al clero, al popolo veronese, e alle poche parrocchie al di là del Mincio, che dal 1859 erano sotto il governo di Vittorio Emanuele, raccomanda a quei suoi figli spirituali l'obbedienza alle leggi e la fedeltà alla regnante Casa di Savoja.  
Il comportamento "antiaustriacante" del Vescovo Canossa non era condiviso da una parte del clero e dei cittadini    perché vedevano cosa era accaduto ai veronesi che si trovavano sulla sponda opposta del Mincio, passato ora al Regno d'Italia. La Chiesa, sotto una potente massoneria anticlericale, portò anche alla chiusura di Istituti religiosi. La popolazione era ridotta alla fame. Tutto sommato si viveva meglio sotto Francesco Giuseppe  perché le leggi erano uguali sia per i Viennesi che per i veronesi, ed erano migliori di quelle nuove emanate da Vittorio Emanuele II.   Cinque anni dopo si concluse la terza guerra  d'indipendenza.

Proseguiamo nella nostra lettura, leggendo quello che scriveva nel 1895 Federico Bozzini, nel suo libro "L'Arciprete e il Cavaliere". Un paese Veneto (Cerea) nel Risorgimento Italiano.

«... Gli italiani hanno perso tutte le battaglie, ma i loro alleati prussiani hanno vinto la guerra.  Al tavolo delle trattative, i rappresentanti diplomatici del nuovo Stato siedono con estremo imbarazzo. L'Impero asburgico fa tutte le concessioni di sostanza ai nemici sconfitti, ma non molla sulla forma.  Il Veneto viene ceduto a Napoleone III che deve trovare le forme opportune per consegnarlo a sua volta al Regno d'Italia. Il ricorso alla democrazia plebiscitaria è l'unica legittimazione che resta a chi è stato sconfitto militarmente. Dalla partenza delle truppe austriache alla pubblicazione dei risultati del plebiscito il Veneto è consegnato a se stesso. Non esistono ufficialmente autorità o funzionari "statali". Gli unici punti di aggregazione politica restano i comuni  .»
Il dieci giugno l'Arciprete di Cerea don Bennassuti abbandonò la parrocchia e seguì l'esercito austriaco, passando il confine a Ossenigo, e si fermò a Rovereto, in attesa di vedere come si svolgevano gli avvenimenti a Verona. Nel febbraio del 1867 don Bennassuti torna dal Tirolo a Verona. Il vescovo Canossa proteggerà sempre don Bennassuti.

La stessa vicenda successe anche a quei veronesi e austriaci che vivevano in Verona, ma avrebbero votato per il No.

Proseguiamo il racconto di Federico Bozzini.
« ... Tutti i veneti che si sono schierati con gli italiani si buttano a capofitto nell'impresa di far trasparire dall'urna un'unanimità di intenti niente affatto sicura. La violenza politica e burocratica deve surrogare la forza militare.  Malgrado le disposizioni internazionali, il primo grosso sforzo compiuto dai funzionari partigiani è quello di dar per scontato il risultato. Bisogna creare l'impressione che le vicende non possano andare diversamente.
Il 6 ottobre 1866 il commissario distrettuale scrive alla deputazione comunale. Ordina che,  "per prevenire eventuali sfregi alle insegne del Governo che ormai ha ceduto di diritto"  ma non ancora di fatto, esse "siano ritirate all'interno dei locali ufficiosi".  Raccomanda che l'asporto degli stemmi imperiali  "che si trovano esposti alla pubblica vista"  venga compiuto  "senza pubblicità e nelle ore di notte".  La preoccupazione è eccessiva, I nostri patrioti aspetteranno pazientemente che le truppe austriache si trovino ad una sufficiente lontananza prima di dar sfogo alloro odio contro la tirannide straniera.

Il 10 ottobre 1866 la congregazione municipale di Verona, unica autorità morale rimasta a governare anche la provincia, emana una circolare in cui invita tutti i commissari distrettuali del passato regime a restare al loro posto.

L'11 ottobre le truppe austriache si ritirano dalla bassa veronese. Di conseguenza dal  12  corrente, "lo scrivente Ufficio assume la rappresentanza e l'ingerenza del governo italiano".  Possiamo capire lo stato di incertezza di un funzionario che si trova a rappresentare nessuno.  "Con tal giorno - aggiunge di propria iniziativa - tutti i pubblici documenti dei Comuni, Notai, Ingegneri, e Pii Istituti, dovranno essere intestati colla indicazione Regno d'Italia".

A badare il commissario il distretto di Sanguinetto è già stato annesso al nuovo regno. Con il suo zelo burocratico ha già provveduto alla carta intestata. Aggiunge poi un'osservazione totalmente ovvia anche per il più fervido austriacante:
"E da tal giorno la Chiesa ha obbligo di non più invocare la benedizione divina sopra un governo straniero e legalmente cessato.".
A guardare bene, non si tratta di un'osservazione scontata. E' una minaccia. Chiude la propria missiva raccomandando  
“alle Deputazioni Comunali d'invigilare, e operare, acciò che la consociazione di questa nostra esistenza nazionale, sia compresa e festeggiata nel pubblico col dovuto onore, al grido festante di Viva l'Italia”.

Il nostro Commissario ha esagerato. Si è spinto un po' troppo avanti nell'esposizione del fatto compiuto. Però questo è il clima generale nel quale i funzionari e le autorità filo italiane predispongono la libera scelta delle popolazioni venete.

A decidere questa volta è la massa. Il plebiscito ha l'inconveniente di mettere la borghesia nella necessità di convincere i contadini, e costoro possono essere raggiunti dalle idee solo in un 'occasione: durante le prediche domenicali. »

Il 16 ottobre, entrano da Porta Vescovo le truppe Italiane. Come si vede era già deciso tutto ancora prima del plebiscito.

«Il plebiscito è fissato per domenica 21 ottobre.
La Deputazione comunale scrive ai tre parroci del circondario il mercoledì precedente. Invita fermamente il clero "a voler istruire questa popolazione del solenne atto che sarà chiamata a far parte, illuminandola con saggi schiarimenti".
E' il problema storico della borghesia rurale: per avere un rapporto culturale e politico con la plebe contadina, deve passare dalla testa e dalla bocca del parroco.
Malgrado il suo radicale anticlericalismo ha un bisogno disperato dei preti quando deve muovere la popolazione, anche se non è una necessità che si presenta di frequente: normalmente la borghesia basta da sola.

In questo caso però gli accordi armistiziali richiedono questa farsa di democrazia e la giunta è costretta a regredire dal suo laicismo, ad imbonire i parroci disprezzati perché si facciano portatori del suo messaggio politico.

Arrivano finalmente le indicazioni tecniche su come si deve votare, e il commissario le riassume in una lettera. E' sabato 20 ottobre. Il plebiscito "sarà aperto domani appena finita la messa parrocchiale". Non solo la borghesia ha bisogno del clero per comunicare con la plebe campagnola, ma è pure costretta a cadenzare le proprie iniziative sui tempi ecclesiastici.
Per far votare i contadini deve disporre l'urna di fronte alla porta della chiesa e aspettarli all'uscita dalla messa. "Procuri - suggerisce ancora il commissario - che possibilmente vi sia una sola sezione per tutto il comune". Dai giornali patriottici e dalle carte dei commissari traspare costantemente, in quei giorni, di non far votare i villici in piccole sezioni.

I borghesi ed i funzionari filo italiani sono relativamente molto pochi. Il problema è di concentrare persone civili ed autorità in modo che i contadini siano avviati al voto sotto buoni occhi patriottici.
La semplice descrizione della tecnica del voto spiega da sola molte cose.
"Come già si disse - continua il commissario - vi devono essere due urne separate, una sopra un tavolo, l'altra sopra l'altro. Se per caso non avesse urne apposite, potrà adoperare due misure di capacità pei grani, cioè una quarto od un quartarolo. Sopra una sarà scritto ben chiaro il Si, sopra l'altra il No".

E' la prima volta nella storia che vie n chiesto il voto ai contadini. Com'è possibile intuire, non c'è da aver preoccupazioni sul suo risultato. Si possono tranquillamente ammettere "a presentare il proprio viglietto anche gli illetterati" e gli abitanti più rozzi delle frazioni. Solo le donne, ovviamente, vengono escluse.

"Libero sempre il voto, - continua senza umorismo il funzionario - a Deputazione Comunale, la Possidenza, e tutte le persone intelligenti e patriottiche procureranno che il maggior numero possibile di votanti, si accosti all'urna".
Bisogna che il plebiscito appaia come un fatto sufficientemente di massa per assumere il valore di legittimazione politica che gli si vuole attribuire.
Quanta libertà di voto rimanga con questo apparato è facilmente comprensibile. La sua piena pubblicità è una garanzia di controllo totale.

Il contadino illetterato esce di chiesa, viene spinto a votare dalla folla patriottica, prende il suo biglietto, deve scrivere o farsi scrivere il si o il no, e poi fra due ali di folla, sotto gli occhi dell'autorità comunale, delle persone "intelligenti e patriottiche", della "possidenza", magari dello stesso padrone sotto il quale deve lavorare il giorno dopo, può "liberamente" scegliere verso quale delle due urne dirigersi.
Non è finita. Dopo aver deposto il suo voto, l'elettore deve recarsi dal segretario del seggio che tiene un registro dove scrive i nomi dei "votanti mano a mano che si presentano".
I protocolli sono due, "uno pei votanti che presentano il viglietto del Si, l'altro pei votanti che presentano il viglietto del No, per modo che il numero complessivo dei viglietti [che], finita la votazione, si troveranno in ciascheduna urna, dovrà corrispondere all'ultimo numero progressivo del protocollo. Nel protocollo pei viglietti del No si dirà: votarono negativamente i seguenti cittadini".
La piena pubblicità del voto rende inutile lo spoglio finale.

Il giorno fatidico si avvicina. La deputazione pubblica un "Avviso" in cui rende noto che domenica 21 ottobre, alle 10 di mattina, tutti gli abitanti maschi del comune che han compiuto 21 anni possono votare. Il seggio verrà riaperto anche il lunedì. Per dar solennità alla faccenda e per creare occasioni di convegno popolare avvisa che, sempre domenica, "alle ore una e mezza del dopo pranzo avrà luogo a questa Parrocchiale la funzione della Benedizione delle Bandiere".

Ora che il parroco reazionario e rissoso è stato costretto alla fuga, ogni resistenza clericale ai desideri patriottici e progressisti della deputazione è crollata. Mancando la trainante personalità del Bennassuti, i due Parroci di Asparetto e Aselogna non si fanno più sentire.  Il prete anziano e acciaccato, che funge da vicario nella parrocchiale di Cerea, non ha energia. Si accoda ubbidiente a tutti i desideri della deputazione vittoriosa, che, dal canto suo, cerca e trova tutti i mezzi per ostentare pubblicamente il suo trionfo. Per l'occasione fa acquistare "tela ed aste necessarie per la formazione di nove bandiere nazionali da esporre nei seguenti luoghi. Una per l'Ufficio Comunale, una per la torre della Chiesa Parrocchiale, una pel campanile della Chiesa della Madonna, e sei per le statue esistenti sul piazzale della Chiesa Parrocchiale".  Su nove bandiere, otto vengono piazzate su campanili e sagrato.

I territorio del nemico, finalmente espugnato, viene ricoperto di tricolori, che entreranno pure in chiesa a ricevere la benedizione dalle mani tremebonde del prete Bacco.
Per predisporre adeguatamente la scenografia del plebiscito la deputazione, "onde dare la maggior pubblicità possibile ad un tale atto eresse sul piazzale della Chiesa parrocchiale un palco, il quale serviva di sede del Comizio che presiedeva alla votazione per l'annessione di queste provincie al Regno d'Italia".

E' domenica. La messa è terminata ed i contadini stanno uscendo di chiesa. Alle "ore 10 antimeridiane precise, stante il seggio sopra apposito Palco eretto sul piazzale della Chiesa di Cerea, fu dal Presidente dichiarata aperta la votazione".
II primo a salire sul palco e a deporre il suo biglietto è il sindaco Giuseppe Morgante. A sera i votanti  sono 990.  L'urna viene chiusa con tutte le formalità e "venne sugellata con cera lacca rossa ed impressa col Timbro Comunale di Cerea di conio antico portante la leggenda: Podestà di Cerea". II giorno successivo votarono altre 266 persone. Alle cinque pomeridiane, un po' dopo        sdemocratica di Cerea.
Sul municipio ancor oggi una lapide recita: "XXII settembre MDCCCLXVI. Questa date ricordo del solenne plebiscito che la congiunse alla libera Italia Cerea ai più lontani nepoti tramanda". La formula sulla quale si è votato dice:
"Dichiariamo la nostra unione al Regno d'Italia sotto il Governo Monarchico costituzionale del Re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori".

Riassumendo il significato del voto, un foglio veronese così scrive:
"Si, vuol dire essere italiano ed adempiere al voto dell'Italia. No, vuol dire restare Veneto e contraddire al voto dell'Italia". »

I TUMULTI: LA MORTE DI CARLOTTA ASCHIERI

Morte di Carlotta Aschieri

Per concludere,  è giusto ricordare come iniziarono i tumulti in Piazza Bra.
Verona aveva due piazze: Piazza delle Erbe era riservata ai veronesi, Piazza Bra agli austriaci. Il 6 ottobre 1866,  per festeggiare la pace fra l'Austria e l'Italia, in un attimo la città si riempì di tricolori.  Alla  sera il popolo di  Piazza delle Erbe percorse Via Nuova sfociando nella Bra.

Davanti al Caffè Europa (Caffè militare, Via Mazzini 85 A, ora lntimissimi) stavano molti soldati austriaci. Un gruppetto di veronesi entrò nel caffè, alcuni ufficiali stavano pagando il conto di quello che avevano consumato, ad uno di questi cadde il portafoglio a terra e nell'inchinarsi per raccoglierlo gli arrivò una pedata nel deretano e  fini disteso. Immediatamente   scoppiarono i tumulti e Carlotta Aschieri ci rimise la vita.  Questo rapporto è conservato  all’Archivio di Stato di Verona.

Lapide a Carlotta Aschieri

Per terminare su questo triste avvenimento, in  suo ricordo fu esposta una lapide.
Per la storia di questa si ricorda che le ultime due righe: «ultimo sfogo di moribonda tirannide»  non vi figuravano fino alla fine della prima guerra mondiale. Nel 1938, siamo ai tempi dell'Asse italo - germanico, quando il Fuhrer passò da Verona, le ultime due righe furono coperte  con il gesso. Dopo la Liberazione (25 aprile 1945), il gesso fu tolto. Sul lato opposto della casa vi è la targa che ricorda la fucilazione del giovane Luigi Lenotti in Campofiore. Oggi parcheggio automobilistico, vicino alla rete di recinzione vi è una croce in pietra bianca, questa fu costruita dalla mamma di Luigi e impiantata sul luogo dove morì suo figlio.

Il popolo veneto rimpiangerà il dominio austriaco, perché il giorno 5 gennaio 1868 Quintino Sella emanerà la legge sul macinato, che colpisce solamente le classi popolari, e canterà:

Co san Marco dominava, se disnava e se cena.
Co la cara libertà (la Francia) s'à disnà, no s'à cena.
Co la casa de Lorena (Austria) non se disna e no se cena.
Viva la casa de Savoia, che la ne fa patir na fame troia


Fonte: srs di Albero Solinas;  da Festeggiamenti di Santa Toscana 2011

lunedì 12 settembre 2011

GIRO PADANO, INTOLLERANZA ITALIOTA


Gli unici che capisco, in questa tragicomica vicenda del Giro di Padania, sono gli appassionati di ciclismo. A loro si può ben concedere che gli girino le scatole nel vedere appiccicata un’etichetta politica allo sport che amano. Ma i ciclofili dovrebbero mettersi l’anima in pace e riconoscere che, in una democrazia che si voglia liberale, qualsiasi espressione del pensiero, sia pure manifestata su due ruote, va lasciata libera senza eccezioni per nessuno. Questo principio basilare già basterebbe per spazzare via tutte le becere contestazioni, degne di miglior causa, che nell’assediare il tragitto padano stanno in realtà facendo il suo gioco attribuendogli un’importanza spropositata (come ha correttamente osservato lo scrittore Giancarlo Marinelli sul Giornale di Vicenza di oggi, in risposta al blitz tricolore di Paolo Rumiz).

Ad esempio: se i contestatori di sinistra organizzassero un loro giro (che so, il “Garibaldi tour” al Sud, sulle orme della conquista garibaldina del regno borbonico), non ci sarebbe motivo di obbiettare alcunché. Anzi, io semplicemente penserei: che facciano, chi se ne frega. Dice: ma l’oggetto degli attacchi è l’idea che esista una Padania. Ma allora, primo: se è di politica che stiamo parlando, invece di prendersela coi ciclisti si vada sotto le sedi della Lega, che di quell’idea è la titolare sul mercato; e secondo, soprattutto, si pensi piuttosto a occupare il tempo e le energie contro chi la sovranità dell’Italia l’ha svenduta ai nostri attuali padroni, Trichet Draghi e l’anonima sequestri finanziaria. Fra gli svenditori si troveranno, oltre agli stessi parolai leghisti e alla destra berlusconiana, gli entusiasti eurofili di sinistra, frange comuniste comprese.

Invece si inscenano scioperi generali che guardano al dito (il governo-marionetta Berlusconi) invece che alla luna (la dittatura Bce), e si scambia una gara ciclistica politicizzata per un evento terremotante che mette a rischio il Paese. La Padania, con corredo di ampolle, inni e giuramenti, è una mitologia di partito che certamente può e dev’essere messa alla berlina in quanto parodia dell’identità. Ma se si cerca di impedirne la versione ciclabile, per essere conseguenti bisognerebbe impedire anche le feste della Lega, anzi l’esistenza stessa della Lega.
Vogliamo mettere fuorilegge chi non la pensa come noi? Vi ricordate Voltaire? “Non condivido ciò che pensi ma…” eccetera eccetera.
Un branco di intolleranti: questo siete diventati, cari i miei democratici figli dell’Illuminismo.

Fonte: srs di Alessio Mannino, 10  settembre 2011

MARINELLI RISPONDE A RUMIZ: «MA NON PRENDETEVELA CON I CICLISTI»


Lo scrittore e regista interviene sulla manifestazione : «Diventa una cosa seria solo se qualcuno protesta». «Il Papalismo è quella patina post sessantottesca che evoca Garibaldi, gli Alpini, la Costituzione e il Papa per dimostrare che "la storia siamo noi"»

Raccomanda il codice dei samurai, tanto caro a Mishima: "Prendi le cose leggere con pesantezza; prendi le cose pesanti con leggerezza". Ma guai - e non solo per i samurai - a prendere le cose inesistenti per esistenti; a trattare le nugae, direbbero i latini, e cioè le bagattelle, come se fossero macigni. 
Ed è questo, a mio modesto avviso, l'errore compiuto dal peraltro bravissimo Paolo Rumiz (sia detto per inciso; il suo ultimo romanzo è una ballata struggente, finanche urticante tanto è sciabordante e pregna di bellezza la sua lingua).

L'errore è pensare davvero che il giro della Padania, che Miss Padania, che il Dio Po, che il mondiale della Padania contro la confederazione dei sottoquartieri della Lapponia, siano una cosa seria. Rischiano di diventarlo, invece, nel momento stesso in cui qualcuno organizza contro manifestazioni, piccoli o grandi sabotaggi, finendo magari per prendere a schiaffi qualche povero professionista della bicicletta, abituato, chissà, nel silenzio claustrale della cabina elettorale, a votare Rifondazione Comunista. 
Veda, caro Rumiz; è questo in fondo che decreta il successo straordinario della Lega da queste parti; è quel che io ho ribattezzato il Papalinismo, in un non proprio esaltante omaggio alle gloriose gesta di un illuminato magistrato che ha tramutato un manipolo di poveracci pieni de ombre, in un commando di guerrieri "serenissimi" e lucidissimi; il papalinismo è quella patina - mi dispiace dirlo - ostinatamente sinistrorsa e post sessantottesca che evoca ora Garibaldi, ora gli Alpini, ora la Costituzione, ora persino il Papa, per dimostrare che "la storia siamo noi" anche quando la Storia sta guardando da un'altra parte; per dire che "il popolo siamo noi", quando magari quel popolo lo si conosce appena oppure non lo si conosce affatto. 
È vero: la Lega, ogni tanto, la spara grossa e la fa ancora più grossa. I cialtroneschi proclami di Borghezio fanno rivoltare le stomaco e quando parlava il per fortuna dimenticato senatore Boso, persino il mio cane cominciava inspiegabilmente a leccarsi le parti intime con una misteriosa aria di sfida rivolta allo schermo. Poi però, dentro quello stesso partito che "vuol demolire l'Italia", ci sono anche amministratori preparati, politici che a questa regione e non solo, hanno fatto del bene: non penso tanto a Maroni, a Zaia, a Tosi, quanto al meno celebre Marzio Favero, sindaco di Montebelluna, che è di gran lunga uno degli ingegni politici più lungimiranti che il sottoscritto abbia conosciuto.
Chi scrive non hai mai votato Lega in vita sua; eppure questo assunto che vede la Lega, a rimorchio del Cavaliere Liftato e Bungabungato, corresponsabile del Titanic Italia, mi convince assai poco. Certa è una cosa; prima dell'avvento della Lega non mi sembra le cose andassero bene, visto che la mia generazione si ritrova a pagare i danni provocati da una classe dirigente eletta da chi, su per giù, oggi ha sessantatre anni. Chi ha fatto più disastri tra Dc, Pci, Psi, Banche, Sindacati e Vaticano? Io risponderei: tutti insieme.

Appassionatamente.
Così come appassionante, caro Rumiz, deve essere stata la sua carbonara incursione notturna, in quel di Montecchio; un vero spasso, da cui è scaturita una mirabile pagina di letteratura che terrò, come si conservano le cose preziose.
Anzi: la prossima volta che vorrà organizzare un'altra spedizione è obbligato a chiamarmi, tanto più che mio nonno Leonida avrebbe volentieri sacrificato la moglie piuttosto che una penna del suo adorato cappello. Ma proprio in memoria degli alpini, di Garibaldi e di tutti coloro che hanno voluto questo Paese libero e forte e unito, la invito a seguirmi in un'altra gita fuori porta, in un'altra biciclettata oltre oceano, tra i dossi delle nuvole. 
Andiamo a piantare una bandiera italiana sul pennone più alto della Villa di Lula e di ogni altro palazzo governativo brasiliano. E perché no; rifiliamo pure nell'occasione qualche schiaffo e un paio di cazzotti, se necessario. Perché lì sì c'è la bagattella per un massacro che fa più male di un macigno. C'è Cesare Battisti. Un assassino che l'Italia ha provato a demolirla davvero.

Fonte: srs di Giancarlo Marinelli  da iL Giornale di Vicenza del 10/09/2011
Link: http://www.ilgiornaledivicenza.it/