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domenica 13 ottobre 2019

QUELLE VETRINE CHE HANNO SEGNATO UN´EPOCA.


LA VERONA CHE NON C´È PIÙ. La storia commerciale di via Mazzini scandita dai negozi storici che ne hanno animato la vita e dettato la moda in città dai primi del ´900.




L´annunciata chiusura della libreria Ghelfi&Barbato è l´epilogo di una lenta agonia iniziata alla fine degli anni Ottanta.

La chiusura della libreria Ghelfi&Barbato è l´ultimo capitolo non solo della storia commerciale di Verona, attraverso la sua più importante strada del passeggio e delle vetrine, ma anche il triste epilogo di un´epoca. Quella della ricca borghesia cittadina che vestiva elegante, ma anche quella della città popolare che guardava le vetrine con gli ultimi arrivi e affidava all´estro e alle mani delle giovani donne, casalinghe e sartine in casa, con lo scampolo di stoffa a poche lire, la possibilità di un abito alla moda. Via Mazzini, la via principale di Verona, che i veronesi amavano chiamare con il vecchio toponimo di via Nuova.

CON LA CHIUSURA della libreria Ghelfi&Barbato, che, unico negozio di via Mazzini, ha mantenuto anche lo splendido rivestimento metallico, si volta pagina su un pezzo di storia. La libreria è citata in una guida di Verona del 1868 (libraio Munster, via Nuova alla Scala ed, un ventennio dopo, Rem! igio Cabianca), e poi in tutte le guide di fine Ottocento, in uno stabile che, in epoca asburgica, ospitava le stalle. 

La raffinata struttura in ferro venne eseguita dalla Premiata officina Marcello Carrara di via Torretta San Zeno: manca la data, ma è del secondo ottocento, in quanto Marcello Carrara è presente nell´elenco delle officine veronesi proprio in quel periodo. 

Nei primi decenni del novecento, i Barbato da Pontremoli, la patria delle bancarelle di libri, sono approdati a Verona: prima vendevano i libri in bancarelle poste al centro della strada, poi hanno rilevato la storica libreria. L´addio di Ghelfi&Barbato, in via Mazzini, segue di solo un anno la chiusura della sede storica della Bnl, la Banca nazionale del Lavoro, che ha lasciato il posto ai grandi magazzini Zara. Di negozi storici, sopravvive la Farmacia Due Campane, che la tradizione fa risalire addirittura al 1753 dallo speziale Giuseppe Faccioli in contrada Santi Apostoli, poi  trasferita in via Nuova dallo speziale Gaetano Lonardi nel 178! 9. E nell´alta via Mazzini, al numero 67, verso piazza Bra, dagli anni Venti, c´è la gioielleria Maria Passeroni. 


QUELLE VETRINE CHE HANNO SEGNATO UN´EPOCA.





RACCONTARE la storia commerciale di questa strada non è facile: si può partire dalle vecchie guide di Verona (si intitolavano anche «Informatori» o «Indicatori» o «Indispensabili») del secondo ottocento, edite da Apollonio e da Rossi. In quelli degli anni Trenta dell´ottocento, si scopre che in questa che si chiamava via Nuova c´erano fabbri, bottai, drogherie, alimentari, sarti e i più svariati artigiani ed è facile pensare che allora i negozi erano modesti, in penombra, male illuminati, con le merci sulla porta. 

Il precursore fu Pietro Barbaro, cavaliere veneziano, proprietario di un grande negozio di stoffe con sartoria a Venezia nel centralissimo Campo Goldoni e succursali a Padova e Treviso. Nel 1900, acquistò tre modeste case in via Nuova ai numeri civici 53, 55,57e dopo il loro abbattimento provvide ad erige! re un moderno edificio, quello che si vede ancora oggi, al numero 55, con ingresso laterale e due ampie e bellissime vetrine. Allora fu ritenuta un´audacia, demolire e ricostruire il nuovo. Nel volume sui «Luoghi del commercio» di Luigi Scolari e Alberto Vignolo ci sono i bellissimi disegni del palazzo di Barbaro che portano la firma del più illustre architetto veronese del tempo, Ettore Fagiuoli. Bellissimi e accuratissimi i disegni dell´architetto per la facciata con le maestose vetrine. Oggi, c´è una griffe nazionale, Furla, borse, valigie, pelletterie e accessori. 

Dopo Barbaro, arriva da via Quattro spade, nel 1903, l´Unione Militare, altro storico negozio che forniva divise, che vi rimase fino ai primi anni Settanta: apre nei locali della storica birreria Galletti.

Sempre in questi primi anni del Novecento, c´era la drogheria del veneziano Fabricci, che poi divenne, nei primi anni Sessanta, la Drogheria di lusso Cavallina. C ´erano le fiorerie Ghedini e Zanoni. Allora una sola la profumeria, all´insegna Marastoni, che negli anni Sessanta divenne Mirem e una sola anche l´oreficeria, Toffaletti, che da metà degli anni Novanta si è spostata in via Cattaneo. Venne aperta nel 1898, con vetrine ornate a motivi floreali e scaffali con ripiani in cristallo; era in via Mazzini 16, in uno stabile di proprietà della Comunità ebraica. Un´eleganza sobria ma raffinata. 



IN QUESTI PRIMI ANNI del secolo scorso, fu rinnovato il caffè ristorante Concordia alle Campane, nel palazzo Martini (negli anni sessanta divenne Linoleum): ora qui c´è la gioielleria Canestrari, approdata negli anni Ottanta, ma attiva dal 1920 aveva un ampio e per i tempi bellissimo negozio in via Cappello. Memorabili le vetrine di argenteria.




Oltre l´incrocio con via Quattro spade, vicino al cortile dell´Accademia, nel primissimo Novecento, c´era il vecchio Tiolo, con una bottega di cioccolata servita solo in tazza: qui, negli Anni sessanta, si insediarono i grandi magazzini Upim, per poi spostarsi nel palazzo del Supercinema, dove seppur ridotti si trovano ancora. Negli anni Venti, altri illustri negozi aprono in via Mazzini: Tadini e Verza era arrivato a Verona nel 1923, da Montagnana (allora era una delle 27 filiali della ditta, che oggi ha sede a Brescia). Pochi anni dopo, l´apertura, attorno al 1926, in una pubblicità apparsa sul nostro giornale si reclamizzava che da Tadini e Verza si regalava un servizio di piatti ai clienti che avessero fatto acquisti per oltre 15 lire. Oggi, da Tadini e Verza c´è il Disney store.

Verso San Tomio, dal 1915, c´erano le sorelle Beltrame e ancora dall´Ottocento, le pelletterie Campana. Invece, all´imbocco della strada da piazza Bra, c´era Onestinghel, un altro negozio storico di Verona: la cartoleria aperta nel 1888 si è trasferita da ormai una quindicina di anni in via Frattini ed in Zai. Al suo posto prima De Wan, ed ora Louis Vitton, la celebre griffe della pelletteria. 



Onestinghel, il telefono n.1 a Verona


GLI ANNI D´ORO della via Nuova sono iniziati nel dopoguerra e sono continuati fino alla fine degli anni Ottanta. Dire via Mazzini, in questi trent´anni, significava cartoleria Onestinghel, valigeria Giobatta Righini, bar Turco (già caffè Zampi, quello di Carlotta Aschieri), confetteria Delva (già Unica), orologeria Pavesi,cappelleria Petternella, confezioni Pietro Barbaro, Unione Militare, Filippo Grassi con le sue bellissime biancherie, farmacia Carraroli (Rossi) alle due Campane, le porcellane di Giacomo Martini, la sartoria Saccani (già Cervellera), le bellissime stoffe e poi confezioni di Tadini e Verza, Pernpruner (con le splendide vetrine), Profumeria Mirem (Marastoni), Illy bar (Cattarozzi), Fioreria Ghedini (trasferita nel caffè Santo Mio), e infine il negozio di biancheria Angelini, che, negli Anni sessanta, era il più vecchio di via Nuova, con 116 anni di gestione alle spalle. Non c´era già più l´orologeria Paur, nell´immobile costruito dall´architetto Goldschmied all´angolo con via Enrico Noris, per la sede del banco veronese di cambio: dagli anni Sessanta, erano esposti in vetrina i nuovissimi prototipi delle macchine da cucire Singer. 





Verso piazza Erbe, la Salumeria Simonetti, già Todeschini, l´ombrelleria Campana, la farmacia di San Tomio, la calzoleria Voltan, le stoffe di Bonani e Castellani già Casalini, la libreria Dante, che dal negozio al numero 70, nel frattempo, si era trasferita al palazzo del Supercinema. Di librerie in via Mazzini c´erano ovviamente la Ghelfi e Barbato, la Marchiori e Di Pellegrino.

In fondo, nello slargo, con piazza Erbe e via Cappello, nel palazzo d´angolo, c´era il negozio di scarpe di Attilio Rossi: elegantissimo. Oggi c´è Max e Co. Negli anni d´oro, in via Nuova, Albasini, con la biancheria: era vicino alla Bnl. Negli anni Settanta, Biasini mostrava le poltrone Frau, uno dei primi arredamenti da design. E sempre in questi anni, arrivano i negozi di scarpe vicino a piazza Bra, di Principe e Buschi, le confezioni del Duca d´Aosta (dal 1960), la profumeria Venus, le pelliccerie Castelli, l´abbigliamento per signora di Luisa Spagnoli, poi ancora Azzini abbigliamento, i Magazzini Disco Rosso, le biancherie di Frette e il negozio di dischi della Ricordi. 


Taioli, Veronetta


«LE STRASSE». Poi, a fine anni Ottanta, primi anni Novanta, aprono i negozi di jeans con le griffe italiane, Benetton, Diesel e i «puristi» di via Mazzini, inorriditi, dicevano che in via Nuova erano arrivate «le strasse». Negli anni Novanta, con gli affitti stellari e il turismo internazionale, le vetrine veronesi fanno gola alle griffe dell´alta moda: ecco Versace, Gucci, Louis Vitton, Cartier, Dolce e Gabbana, Bulgari, Marina Rinaldi. E di recente, Tezenis, Disney store, Salmoiraghi e Viganò e la catena spagnola di Zara. Fino alla recente libreria Feltrinelli nell´ex sede del Banco di Roma, che ha dato il colpo finale a Ghelfi&Barbato. 

Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA
Data: 3/04/2012
Note: CRONACA – Pagina 17

martedì 10 febbraio 2009

Alberto Solinas




Ho l’abitudine di guardare sempre avanti, di non lasciare mai una mia giornata vuota. Il tempo “libero” l’ho dedicato ha quelle grandi eredita’ lasciatami da mio padre: l’intelligenza, la passione per la storia, lo studio.
Una passione così forte da far diventare una vera e propria fede  quella citazione di Cicerone “ignorare ciò che è avvenuto prima che tu fossi nato, è come non vivere”
 Mio padre Giovanni fu un maestro eccezionale.  I suoi studi iniziarono in quel di Verona negli anni trenta: fu un’ attività frenetica, che spaziava dalla comprensione della cultura locale,  alla conoscenza della propria storia fino a terminare nella  ricerca  della preistoria, allora agli inizi.  Ogni momento libero dalla scuola era dedicato alla ricerca.
La sua attività cessò bruscamente nel 1972.  Fu per me un fatto naturale continuarne gli studi.
Ormai sono più di 80 anni che la mia famiglia è impegnata in questo lavoro, di ricercatori liberi, indipendenti, e con l’abitudine di pensare sempre ad alta voce, per questo scomodi e combattuti.
Se c’è una cosa che rimpiango è di non essere riuscito, malgrado tutta la nostra volontà, ad impedire la cancellazione di molte memorie storiche e culturali del nostro patrimonio trascorso. Comunque finche’ le forze mi sosteranno, la lotta continuera’.


Alberto Solinas


martedì 27 gennaio 2009

Isotta Nogarola (1418-1466)







Isotta e la sorella Ginevra erano figlie di una donna colta Bianca Borromeo che aveva voluto per le figlie una educazione moderna secondo il nuovo curriculum umanistico.
Per educare le figlie Bianca aveva assunto un allievo della celebre scuola di Guarino Veronese ( Martino Rizzoni). Le due ragazze suscitavano lo stupore di illustri dotti che le avevano conosciute.


L'umanista Giorgio Bevilacqua da Lazise così si indirizzava scrivendo alle due sorelle e diceva dopo averle viste fra i libri di Cicerone che " la dottrina che in un uomo era semplicemente lodelove, in una donna suscitava ammirazione".


Questo e altro scambio di lettere vale al pena notare che sono animate da una chiara e ostentata
coscienza femminista. Citando come sempre nelle discussioni sull'eccellenza muliebre le Amazzoni, Isotta ricorda che esse crearono la loro repubblica senza l'aiuto degli uomini e che le quindi ci confermano nell'opinione che "le donne superano gli uomini [...] in eloquenza e virtù"(I, pag.257)


( Le fonti principali di Isotta Nogarola sono a cura di Eugenius Abel, Isottae Nogarolae Veronensis opera quae supersunt omnia, accedunt Angeale et Zenevrae Nogarolae epistolae et carmina, 2 voll, apud Gerold et socios, Vienna; apud Friedericum Kilian, Budapest, 1886.)

Ginevra si sposò e abbandonò gli studi. Isotta invece continuò e non smise per tutta la vita, tuttavia le sue speranze di fare parte della società dei litterati andranno deluse.


Nel 1437 decide di scrivere a Guarino Veronese che le avevano detto aveva elogiato i suoi talenti.


L'umanista non rispose. Le donne di Verona misero in ridicolo la Nogarola. Isotta gli scrive una seconda volta, lamentandosi del sesso maschile. Risentito e sprezzante, il brano è modellato sull'Aulularia di Plauto, dove un asino pretende di fare il paio con un bue "un pover'uomo rifiuta di dare in sposa la figlia a un ricco paragonando se stesso a un asino e il prospettato sposo a un bue...Nella sua versione, il tema è piuttosto quello dell'abisso tra i due sessi. Le donne di Verona, di cui aveva dovuto subire i punzecchiamenti, sono gli asini, il mondo degli umanisti di sesso maschile è la categoria dei buoi; ella è vittima di entrambi, fatta a pezzi per la colpa di avere cercato di uscire dall' "ordine" degli asini per associarsi a quello dei buoi".


Guarino rispose immediatamente e propose a Isotta di dissociarsi dal suo sesso per diventare un uomo. Questo tipo di associazioni lo ritroviamo in altri corrispondenti di Isotta. Lauro Quarini si congratula con lei riconoscendo che aveva superato la sua stessa natura. D'altra parte nota M. King che Isotta professa verso gli uomini la sua inadeguatezza, addirittura "il timore reverenziale e il tremore che mi corre nelle ossa, tanto più se penso che sono nata femmina, che infrango le parole piuttosto che pronunziarle". E così si rivolge al cardinale Cesarini.
"Dunque un umanista di sesso maschile poteva professare modestia sulla base delle sue manchevolezze personali. Isotta professa la propria inadeguatezza a cagione del suo sesso"


Questo è il commento della King che persegue un ideale di uguaglianza fra i sessi. Non accetta la grandezza delle parole di Isotta che rovescia l'inconscio maschile come un guanto, mostrando l'inverosimile somiglianza di un sapere che si dichiarava universale, umanista, comprensivo della sapienza di tutti i tempi con l'unica identità maschile. Isotta ha ben chiara l'identità propria, non ignora di essere una donna e si espone con tutto il suo corpo. La potenza delle parole sono degne dell'incontro. Qui c'è un tracciato di storia che la soggettività femminile vive con la pienezza della coscienza. La soggettività vive in grande e patisce. Oltre il giudizio o lo stupore dell'altro, il maschio che si accorge di una stravaganza ma che non coglie il segno epocale. Lo coglie per l'altro Isotta che non si sente una donna malriuscita ma una femmina che chiede di usare la cultura che possiede. Come commenta M.King gli umanisti esaltavano queste donne per escluderle.


" I loro elogi esagerati facevano delle sorelle dei bizzarri prodigi, dei geni alieni che non avrebbero mai potuto appartenere alla società degli eruditi che attirava queste donne speranzose e intelligenti"

Isotta acconsente anche a atteggiamenti di sfida. Certo è che in tutte le lettere analizzate e citate da M.King compare la questione della misoginia, la cultura femminile definita dagli uomini "un veleno e una peste pubblica".
Infine Isotta Nogarola si ritirerà nel suo studio a vivere come una monaca di casa per non rinunciare ai suoi studi ma anche dedita allo slancio e alla devozione. 


Un numero piuttosto esiguo di lettere raccontano la vita di Isotta dopo il suo ritiro. Si stacca fra le altre l'unica ammiratrice Costanza Varano della quale è rimasta una lettera. Anch'essa un altro esempio di donna allevata nella tradizione degli studia humanitatis. In questa lettera elogia l'erudizione di Isotta e la incoraggia a continuare nella sua missione. Per Costanza Isotta ha superato tutte le donne erudite del passato e anche gli uomini dotti del suo tempo "Hac aetate viros superas celeberrima doctos" (II pag.7). Costanza elogia l'ascetismo di Isotta nel quale ravvisa la decisione di dedicarsi alle cose della mente, decisione rara fra le donne del loro tempo eppure nulla potrebbe essere più proficuo che accantonare gli agi del corpo. 


"Costanza Varano la sollecitava a rivestire non il ruolo tradizionale della donna religiosa, ma quello nuovo e ardito della donna"intellettuale".


Un'altra corrispondenza di Isotta Nogarola è con il "colto, eloquente e intelligente Ludovico Foscarini" giurista e umanista che nel 1451 era podestà di Verona quando Isotta lo avvicinò.


Per Foscarini invece Isotta <> Quando Isotta ormai trentacinquenne riceve una proposta di matrimonio dal napoletano Antonio Cugnano, chiede consiglio a Foscarini che <>.


Dopo dieci anni si interrompe questa amicizia. Di questo periodo creativo rimane il dialogo sulla responsabilità di Adamo ed Eva nella caduta del genere umano dallo stato di grazia.


E' un 'interpretazione femminile della tragedia dell'Eden, ( cfr. Masaccio Cappella Brancaccio)
contrapposta a quella maschile. 


M. King ha studiato e commentato il dialogo
 "In questo testo fondamentale dell'esperienza dell'umanesimo femminile, ciascuno dei due interlocutori parla in nome del proprio sesso: Foscarini rappresenta l'implacabile tribunale maschile che condanna la donna colpevole di essere stata causa del peccato; Isotta Nogarola rappresenta la difesa femminile, basata sull'argomento che, essendo più debole, Eva non può essere considerata responsabile dei suoi atti. [...]
"

"Quando Dio creò l'uomo, sin dall'inizio lo fece perfetto, e gli diede una maggiore comprensione e conoscenza della verità, nonchè una più profonda saggezza "

(II pag.199)
Eva peccò meno gravemente di Adamo perchè era debole per natura, creata da Dio per essere ignorante e incostante, fragile e strumento di piacere (II, pag 190 "propter fragilitatem [...] et voluptatem)...
Per Foscarini d'altro canto, eva non aveva peccato per debolezza ma per orgoglio...Foscarini considera la natura di Eva fondamentalmente perfetta e adeguata per la salvazione, ma pervertita dall'orgoglio. mentre la Nogarola sostiene la debolezza di Eva per difenderla, Foscarini ne sostiene la forza per condannarla"


Molto interessante perchè anche in questi passi vediamo come agisce la differenza sessuale in Isotta e non nel suo alter ego maschile. Il punto di vista è distaccato e Isotta ancora una volta entra letteralmente nella coscienza di un uomo del suo tempo, nella modernità. Non risolve la contraddizione fra una donna debole ma salvata e una donna forte ma condannabile. Quindi fra una differenza rispetto al maschio che dal luogo della perfezione però sbaglia e una inadeguatezza che fa di Eva una creatura più vicina a Dio per imperfezione, mentre per l'uomo l'orgoglio di essere vicina a Dio è desiderio di esserne simile e quindi condannabile


Fonte: Donne e conoscenza storica

La Catona contrabbandiera ed emigrante

Tomba della Catona




Seduti:  La catona con El Barca suo marito. Dietro il figlio Benvenuti con la moglie Maria e le loro figlie Ines e Corina (foto riproduzione di Lino Benedetti)


In Lessinia a dedicarsi al contrabbando, una fiorente attività che procurò più di qualche morto sia da una parte che dall'altra, non erano solo gli uomini, ma anche alcune  donne, come -La Catona-, Catterina Lavarini dai Tommasi, dove era nata nel 1870. La quale, compiuti i 21 anni, convolò a giuste nozze con Giacomo Giacopuzzi, detto -el Barca-, della casata degli Ostiei, di 12 anni più grande, morto in stalla, nella greppia, nel 1933. Misero al mondo 9 figli, di cui 7 femmine, compresa la quartogenita deceduta in tenera età. 
Chi ha conosciuto la Catona, la descrive come  -Na dona grande e grossa, allegra, scherzosa, scaltra, con na bona léngoa e corajo da vendar-. Lei lo zucchero ed altra merce di contrabbando, non lo portava sulla groppa, ma lo nascondeva  -soto le còtole, en meso a le gambe-. Quando un giorno disse ai finanzieri dove lo teneva, non le credettero. 
Andava fino alla Sega di Ala, appena al di là del confine, a rifornirsi. La consegna avveniva la domenica mattina a Sanr’ Anna in un locale dell’ Albergo Làiti. Col carretto, trainato da “La Rossa”, la sua mula, raggiungeva anche la Valdadige per rifornirsi di merce di contrabbando. 
Una sera, anche se ormai era buio pesto, per risparmIare, non aveva ancora accesa la lanterna ad olio, obbligatoria per spostarsi di notte. All’alt di un tutore dell'ordine, si fermò. Le venne contestata l’infrazione. Non doveva essere la prima volta se l’uomo in divisa, così la apostrofò: -Signora, staolta no la poi mia dir che no l’è al tort-. La risposta de la Catona fu lapidaria: -Sior, el sarà lu al toro. Si vergogni-. Su questo equivoco fu lasciata andare. 
Malgrado i molteplici sotterfugi, non sempre la passò liscia, qualche volta finì in Tribunale. La sua difesa, unita a quella dell’ avvocato, si dimostrò spesso vincente. Stava per essere condannata, quando il suo avvocato prese la parola dicendo: -Ha allevato otto figli, ha il marito malato, cosa pensavate che potesse fare per campare?-”. E fu assolta. 
Una volta portò in Tribunale due delle sei figlie, le quali, ad un segno convenuto, scoppiarono in un pianto dirotto. Ebbe l’assoluzione perchè l'uomo di legge, mosso a compassione, sentenziò che: -vale più il pianto delle donne, che cento parole di un avvocato-”. 
Scherzando con i suoi “colleghi” maschi, soleva ripetere: -Se me la vedo bruta, mi ghe la dào-. Andava anche dicendo che: -A le done so cossa dirghe; ai òmeni so cassa darghe-.
 Un giorno che un finanziere voleva sequestrarle un fiasco per analizzarne il contenuto, dopo una tira e molla, glielo ruppe in testa inzuppandolo di grappa dal capo ai piedi. Forse fu per questo suo gesto sconsiderato che la Catona finì per qualche giorno in caserma. 
Faceva molto freddo in camera di sicurezza e le si congelarono alcune dita delle mani. Fu necessario amputargliele. 


Dopo la morte del marito, con la mamma de l’Adele da Cona (Pasqua Cipriani di quattro anni più grande), attraversò l’oceano per raggiungere due figli ed una figlia a Los Angeles. Non riuscì tuttavia ad adattarsi alle realtà del nuovo mondo. La differenza con le tranquille località lasciate ai piedi del Corno d'Aquilio, alle quali troppi ricordi la legavano, era abissale. Il passaporto per il ritorno a casa era già pronto. Non fece tempo a servirsene. Morì di nostalgia nella lontana California sognando albe e tramonti lessinici.

Fonte: estratto da srs Lino Benedetti/La Lessinia  ieri oggi domani n° 29, 2006

lunedì 26 gennaio 2009

Intervista all'archeologo inglese Peter Hudson, veronese di adozione.





Archeologia come contributo importante alla conoscenza della storia di Verona antica.

Ho recuperato questa intervista al dott. Peter Hudson, archeologo inglese, veronese di adozione: la migliore mente archeologica che negli ultimi decenni Verona abbia avuto.

Intervista all'archeologo Peter Hudson che da vent'anni conduce importanti campagne a Verona

di Antonio Felice


Da Shakespeare in giù, gli inglesi sembrano portar bene a Verona.
Al "gran bardo" dobbiamo il mito di Giulietta, che ai veronesi più snob fa arricciare il naso, ma che costituisce il richiamo turistico principale della città.

All'archeologo Peter Hudson - alto, robusto e rosso come un antico guerriero normanno - e ai suoi scavi ventennali, dobbiamo la conoscenza di aspetti fondamentali della storia di Verona e una tale quantitità di reperti archeologici in grado da soli di costituire la base di un museo della città degno di tal nome. Il progetto langue, così come vivono un momento di stasi le ricerche che potrebbero svelare in via definitiva i segreti dell'origine di Verona.

Per questo, assume un certo significato l'intervista di questa pagina, che testimonia, con una certa ampiezza, quanto la ricerca archeologica abbia fatto fino ad oggi.

Peter Hudson ha consegnato agli storici e ai responsabili del patrimonio artistico antico una messe di dati e reperti impressionante.

La città - è stato dimostrato in modo inoppugnabile - si è sviluppata per quasi un secolo in epoca romana fuori dall'ansa del fiume; è nata in sinistra Adige ed è entrata nell'ansa solo quando i romani sono stati in grado di realizzare argini sicuri e mura robuste. 
La Verona di Catullo, dove il poeta ebbe i natali nell'84 avanti Cristo, cinque anni dopo l'ingresso della città nel sistema amministrativo romano come colonia e ben 64 anni dopo l'arrivo delle legioni al seguito dei costruttori della via Postumia, non si sviluppava dunque ancora dentro l'ansa, ma solo nella zona intorno al colle San Pietro, sulla pendice del teatro romano (non ancora costruito) e nella zona della futura chiesa di Santo Stefano. Ciò smonta molti luoghi comuni. 

La ricerca archeologica, che ha messo ordine nell'evoluzione della città dalla sua fondazione entro l'ansa fino all'alto Medioevo, avrebbe bisogno oggi di ricevere slancio per salire sul colle dove Verona è nata e per togliere l'ultimo velo alla nascita di una città storica tra le più ammirate d'Europa.

Lei è stato protagonista delle principali campagne di scavo degli ultimi vent'anni. Quali sono i risultati principali e cosa rimane da fare?



"È stata fatta una grande operazione di acquisizione di materiali e di dati sulla storia della città. Rispetto a vent'anni fa, oggi si sa molto di più sull'evoluzione di Verona. Sappiamo che il periodo romano non può essere considerato come una specie di monolite, come una lunga epoca d'oro. La città ha raggiunto la sua massima espansione nel II secolo dopo Cristo e in seguito ha iniziato a ritirarsi. Abbiamo scoperto case suburbane, al di fuori delle mura, presto sostituite da necropoli che con l'avanzare degli anni si avvicinano progressivamente alla città. Sono stati a tal proposito molto importanti alcuni scavi recentemente compiuti in occasione del rifacimento dei sottoservizi. È il caso di via Mazzini, dove siamo riusciti a ricostruire tracce romane fondamentali, raccogliendo dati da piazza Bra a piazza Erbe. Ciò ha permesso di trovare le mura di Gallieno, che non erano fino ad allora state documentate nel loro braccio settentrionale, quello che chiudeva l'anello tra l'Arena e via Alberto Mario. Si è notato che la costruzione di queste mura ha comportato l'abbandono e lo smantellamento di certi monumenti, come nel caso di un tempio posto all'altezza della farmacia Due Campane. Molte strade furono seppellite e interrotte dalle stesse mura, che furono costruite con materiali sottratti ad altre strutture e riutilizzati. Poi si è riusciti a documentare la storia della basilica romana, l'edificio pubblico che faceva parte dei monumenti attorno al foro, compreso nell'isolato tra via Mazzini, via Quintino Sella e via Pellicciai. Parliamo di una struttura datata 220-230 d.C., quando fu aggiunta un'abside ad una struttura che fino ad allora era più semplice, rettangolare".


Siamo entrati subito nello specifico della ricerca archeologica. La data citata corrisponde al periodo dei Severi, noto per la turbolenza politica dell'impero romano. In quegli anni Verona era ancora in espansione?

"Direi di no. C'era semmai una certa attenzione a riqualificare i monumenti attorno al foro. I lavori compiuti in via Mazzini ci hanno permesso anche di monitorare il pianale del foro di piazza Erbe. Abbiamo documentato una parte del portico attorno al foro e una casa alto-medievale del VII secolo costruita sul lastricato del foro. Questa costruzione dimostra un forte arretramento delle tecniche edilizie. L'edificio fu costruito con materiale romano riutilizzato, non più legato da malte, ma solo da terra". Perché nel III secolo inizia il degrado di Verona? "Hanno pesato fattori economici e politici. Si può pensare a una crisi economica e ai timori legati alla sicurezza dell'impero e quindi anche di alcune città. Se infatti all'interno delle mura l'assetto urbano si mantiene su ottimi livelli, all'esterno le case vengono progressivamente abbandonate. È il segnale di un inizio di decadenza". Ha parlato della decadenza prima ancora che della nascita della Verona romana. Che indicazioni ha tratto sulla formazione del centro storico e sull'origine stessa della città, all'epoca dei suoi primi scavi, quelli al cortile del Tribunale? "Si è potuto stabilire innanzitutto che non c'era stata una fase preromana in quella zona. È molto difficile pensare ad una presenza umana organizzata precedente alla fondazione romana all'interno dell'ansa dell'Adige. La storia di colle San Pietro è completamente diversa. É sul colle e attorno al colle che va cercata l'origine sia della Verona preromana che della stessa città romana".



All'arrivo dei romani, nel 148 avanti Cristo, anno della costruzione della strada Postumia, dentro l'ansa dell'Adige dunque non c'era niente?


"C'è qualche reperto da qualche altra parte che potrebbe anche ipotizzare frequentazioni stagionali, ma sarebbe stato comunque difficile creare un insediamento nell'ansa dell'Adige senza creare argini al fiume. Vi sarebbero state alluvioni più volte all'anno e questo avrebbe reso la vita difficile a tutti. Una delle prime cose che i romani fecero, furono proprio gli argini per prevenire le piene. Ma il fatto più importante dello scavo al Tribunale stava nella sua vastità. Si trattò dello scavo urbano più esteso mai fatto prima in una città italiana. Abbiamo lavorato su circa 1500 metri quadrati e ciò permise di poter vedere la fisionomia del costruito in tutta la sua interezza. Non c'era solo grande quantità di materiale, ma grande qualità di dati da rilevare. Abbiamo così potuto scavare tre aree con caratteristiche diverse. Abbiamo visto che l'interno del cortile del Tribunale era ad esempio al centro di un isolato romano e non confinava con alcuna strada. Via Dante e una parte del Mercato Vecchio presentavano invece monumenti collegati al foro. Il cortile del Tribunale era in sostanza una zona di abitazioni private. Molti storici, osservando le fotografie aeree di Verona, hanno notato che ancora oggi si riesce a ricalcare l'attuale edificato sul tracciato romano preesistente. Questo significa che c'è stata continuità di insediamento fino a un certo punto, e che le strade sono state mantenute. In via Dante siamo riusciti a vedere come le strade si sono conservate. Non è una conservazione perfetta: è l'insieme di diversi momenti storici. La strada rimane, ma viene ristretta alla fine del periodo romano a sette metri dai 12 precedenti e viene costruito un muro che è la facciata di più case che rimarranno in uso dal VI secolo fino alla fine del XII, quando viene costruito il palazzo del Mercato Vecchio, il primo palazzo comunale. Per la prima volta abbiamo verificato lì come si conserva l'allineamento di una strada attraverso i secoli. Una conservazione molto dinamica, perché ci sono stati più momenti di intervento. Il muro cui ho accennato è uno dei fronti più vasti di case alto medievali mai trovati in Europa ed è un muro molto leggibile".



Cos'altro uscì da quello scavo?

"Potemmo monitorare l'evoluzione delle case romane. In certi punti abbiamo trovato quattro o cinque pavimenti romani, uno sull'altro. Questo dimostra la grande vivacità edilizia dell'epoca romana. Le cose tesero invece a fossilizzarsi nel IV secolo, già prima della caduta dell'impero. Si nota che in quell'epoca certi ambienti vengono abbandonati e che diverse strutture mostrano problemi di staticità. Si passa dai pavimenti in mosaico alla terra battuta, dal riscaldamento centralizzato al focolare. In quello scavo c'è la storia della città romana fino al suo declino inesorabile".


Ma ci sarà anche la storia successiva. L'arrivo dei barbari. E su, lungo i secoli, fino agli Scaligeri...



"Il declino edilizio testimonia un ripetersi di crisi economiche, ma direi anche un generale peggioramento della situazione sanitaria, che ridimensiona la popolazione. Pestilenze e malattie sono documentate. È chiaro che in questa zona, dal V secolo fino alla fine del VI, abita molta meno gente, anche per problemi di sicurezza. Va poi rilevato l'enorme incendio, datato intorno al 590 d.C., che ha distrutto la maggior parte di Verona. I longobardi governavano da poco sulla città. Ci sono testimonianze archeologiche di questo incendio sia in via Dante che nel cortile del Tribunale. Dopo quell'incendio, quasi tutte le strutture romane vengono abbandonate e si passa a situazioni completamente diverse. Quella del cortile del Tribunale diviene ad esempio zona di sepolture: abbiamo trovato qui due tombe longobarde e oggetti di corredo. In seguito qui non verranno costruite più strutture fino alla prima metà del IX secolo. Poi verrà la ripresa; attorno al X secolo si costruirà qui una casa piuttosto fragile, probabilmente metà in legno e metà in muratura. E verrà costruito il cimitero collegato a Santa Maria Antica, all'interno del cortile, attorno al XII secolo. Verrà in seguito abbandonato. Una parte sembra diventare un grosso cortile aperto, una parte sembra diventare un laboratorio artigiano per metalli e il resto diviene una piazza che appartiene ad una delle arti dei Tetili. Nello scavo si vede poi l'arrivo degli Scaligeri, che in un primo momento si insediano in un angolo dell'isolato, edificando l'attuale palazzo nel 1363, con tanto di giardino, l'attuale piazza Viviani".



Quindi quello scavo riassume la storia della città.

"Certo, documenta la storia di Verona dal primo insediamento romano nell'ansa del fiume, intorno al 50 a.C., agli scaligeri".


Un altro grande scavo è quello fatto in occasione dei lavori per i Mondiali di calcio del '90. Quale fu il risultato?



"Gli scavi furono più d'uno. A Porta Nuova non abbiamo trovato nulla. Sotto, c'è solo ghiaia. A Porta Palio abbiamo trovato quasi 600 tombe romane, il 90 per cento di defunti cremati, il resto inumati. Le tombe sono datate tra le fine del primo secolo a.C. e il IV secolo d.C. A cavallo della via Postumia, all'esterno della porta, è stata rinvenuta una superficie in ciottoli poco prima di via Albere. Da Porta Palio sono emersi corredi notevoli, oggetti di ceramica di tutto il periodo romano, vetri intatti, cosa rara in uno scavo".


Che impressione ebbe da quelle tombe?

"La cosa strana è che non c'erano tanti monumenti funebri. Forse le tombe più importanti erano più vicine alla città. Ma è anche vero che i monumenti sono stati asportati nel tempo, già nello stesso periodo romano, per essere riutilizzati in altre strutture della città. La necropoli era molto vasta e si trovava nei pressi di una zona produttiva. Da Porta Palio all'attuale area del Lux c'erano tombe, oltre abbiamo documentato la presenza di una fornace romana. Altre attività artigianali dovevano svilupparsi lungo la Postumia che entrava in città da lì".


A proposito di Postumia, cosa è emerso dagli scavi in corso Cavour?

"Corso Cavour fu scavato nel '98 per conto dell'Agsm. Fu un lavoro di documentazione meticolosa della strada romana e delle piccole zone poste ai suoi fianchi che riuscimmo a indagare. Fino ad allora eravamo abituati a vedere due o tre lastre alla volta. In questo caso, grazie alla grandezza dello scavo, potemmo invece osservare tutto il lastricato. Sono così state confermate certe tecniche costruttive; la parte centrale della carreggiata era in pietra molto più dura rispetto a quella dei marciapiedi". È vero che era larga ben 14 metri?
"Sì, era più larga delle altre strade e del normale. Aveva 14 metri verso Porta Borsari, circa 16 metri all'altezza di Castelvecchio, quasi un'autostrada dell'antichità".


Se lei potesse decidere, dove scaverebbe in questo momento a Verona?

"Mi piacerebbe indagare su un sito nella parte bassa di colle San Pietro, per vedere l'origine e lo sviluppo di quella parte di città. È molto difficile trovare qualcosa; bisogna aver fortuna per trovare il punto adatto nel quale scavare. Uno scavo lì potrebbe darci un'idea di quanto è vecchio l'insediamento umano a Verona. La città è nata sicuramente lì. Potrebbero arrivare molte conferme o molte smentite sulla Verona di Catullo, che è vissuto prima dell'urbanizzazione interna all'ansa. Sarebbe interessante capire qualcosa sui lavori di terrazzamento del colle per la costruzione del Teatro romano, che bene o male sconvolsero la zona".


La zona del Teatro romano e di Santo Stefano è dunque la culla di Verona preromana e dei primi cento anni di storia romana della città. È così?


"Direi di sì. Un insediamento organizzato era presente sul colle parecchi anni prima dell'edificazione della Postumia. E i romani avrebbero costruito la loro Verona dapprima solo sul colle. La prima data che testimonia la presenza romana dentro l'ansa del fiume è attorno al 45 a.C., quindi quasi un secolo dopo la costruzione della Postumia. Le campagne di scavo eseguite dentro le mura testimoniano quindi abbastanza bene la storia romana. La città, qui, non ha più tanti segreti. Se si riuscisse a sfruttare, a studiare fino in fondo, tutto ciò che abbiamo già acquisito si arriverebbe ad un ottimo risultato. Vicino a Santo Stefano c'è però ancora una porta da scoprire, dopo porta Leoni, porta Borsari e la porta di via Redentore. E non sappiano praticamente nulla su eventuali mura di epoca romana sul colle San Pietro".


Insomma, resta da svelare il segreto dell'origine della città.



"In un certo senso è così, ma ci sono diversi indizi. Villaggi e capanne seminterrate scavate nella roccia, ad esempio. Ma non è ancora stato trovato nulla di fondamentale".



Cosa può dire un archeologo ai politici e ai responsabili dei musei veronesi perché il risultato degli scavi di cui abbiamo parlato sia usufruibile?



"Ci sono grandi quantità di materia già usufruibili per mostre ed esposizioni. Per esempio, i corredi delle tombe romane, tutti restaurati. Questo materiale è nei magazzini della Soprintendenza, qui a Verona".



Le piace l'idea di un museo della città?



"Mi piace, ma bisognerà vedere chi lo farà e come. Vorrei non parlarne, perché l'argomento non mi compete. 
Tuttavia credo sarebbe opportuna una buona discussione tra tutti gli enti che si occupano della materia, ossia Comune e Soprintendenza, tra Musei civici e mondo accademico, sul taglio da dare ad un ipotetico museo della città. A Verona c'è poi un problema: i temi sarebbero infiniti. 
Ho spesso l'impressione che la città non rifletta abbastanza sull'enorme importanza del suo patrimonio storico. O forse ci riflette troppo. E così non succede niente". 



Fonte: srs di Antonio Felice/l’Arena di Verona, settembre 2002

venerdì 12 dicembre 2008

FORMAGGIO MONTE VERONESE, DETTO ANCHE FORMAGGIO GRASSO MONTE. IL FORMAGGIO NATO DA UN PRECETTO ECCLESIALE




Il formaggio nato da un precetto ecclesiale
Formaggio Monte Veronese DOP, il gustoso formaggio della montagna veronese, è una delle perle della gastronomia veronese, frutto dell’ intelligenza della bravura e della caparbietà  del lavoro dei nostri casari, che, ultimamente sono riusciti a inserire  il nostro formaggio, nell’olimpo dell’ industria alimentare  nazionale.  Gli ingredienti principali di questi formaggi sono l’ottimo latte prodotto, il rispetto delle tradizione, la passione, l’esperienza ed ambienti igienicamente controllati

Caratteristiche del prodotto.
Il Monte Veronese è un formaggio a pasta semicotta, prodotto con latte vaccino intero o parzialmente scremato: Il  disciplinare di produzione ne prevede due tipi: uno a "latte intero" e uno "d'allevo", che si diversificano soprattutto per la durata del periodo di stagionatura.

Monte Veronese DOP latte intero. Formaggio a pasta semicotta prodotta solo con latte di vacca, intero, crudo o pastorizzato. La stagionatura varia dai 25 ai 60 giorni. Il suo peso varia da 7 a 10 Kg, ha forma cilindrica, pasta di colore bianco o paglierino e un’ occhiatura irregolare più o meno diffusa.
Per riconoscerlo: etichetta di colore verde chiaro.

Monte Veronese DOP d’allevo mezzano. Formaggio a pasta semicotta, prodotto solo con latte di vacca parzialmente scremato. La stagionatura va da un minimo di 90 giorni ad un massimo di 6 mesi. Ha forma cilindrica e il suo peso varia da 6 a 9 Kg. La crosta è sottile ed elastica, la pasta è di colore bianco e leggermente paglierino, a seconda dell’alimentazione delle bovine e della stagione di produzione. Presenta occhiatura minuta.
Per riconoscerlo: etichetta azzurra.

Monte Veronese DOP d’allevo vecchio. Formaggio a pasta semicotta prodotto solo con latte di vacca parzialmente scremato, con stagionatura minima di un anno. Ha forma cilindrica e il suo peso varia da 6 a 9 chili. La crosta è sottile, la pasta ha colore giallo paglierino più o meno intenso e presenta un’ occhiatura minuta.
Per riconoscerlo: etichetta nera.

Le origini

Le origini de il “Monte Veronese”, o più semplicemente il Monte, come lo chiamano in Lessinia, (non me dolgono gli estimatori), sono abbastanza recenti e, come lo conosciamo ora, sono della fine del secolo scorso.
Se leggiamo alcune denominazioni di formaggi, citati in documenti storici risalenti al XIII secolo e riportati dal Varanini nel bellissimo libro "Gli Alti pascoli dei Lessini Veronesi", non compare mai il monte veronese, ma bensì formaggi nella varietà detta <> e nel 1431 un certo mazaticum e mai il "Grasso Monte".
Si tenga presente che nel medioevo una delle attività per la quale era famosa Verona era la lavorazione della lana, con prodotti che venivano esportati in tutta Europa, e la famiglia degli Scaligeri ne era la massima produttrice, con ampi possedimenti territoriali in Lessinia.
Con la caduta degli Scaligeri, nei primi del Quattrocento, oltre alla generale liquidazione dell’enorme patrimonio, vi fu la caduta verticale della lavorazione della lana e, di conseguenza, anche dell’allevamento ovino.
Non è che esso cessò, tanto è vero che in documenti che censivano gli animali inviati ai pascoli di alta quota, nel periodo che va dal 1774 a 1784, i capi relativi alle vacche il numero varia da 6.800 e 7.460; se invece prendiamo in considerazione le pecore, gli agnelli e i castrati, il loro numero varia da 30.000 a 36.000 capi.
Sfruttando la debolezza economica di alcuni montanari, e gli appoggi Viscontei, si era attuato una corrente di immigrazione in quel di Verona e provincia di formaggiai proveniente da Gandino, Barzizza e Gazzaniga, in Val Seriana e, in piccoli numeri, anche da Bergamo, Zugno, Elusone, Val San Martino, Caravaggio…
Altri formaggiai lombardi provenivano dalla Valtellina, (Voltolina, Valtulina) ma anche dal bresciano e dal milanese.
La tendenza, anche con entità ridotta, continuò nel periodo veneziano.
I lombardi, proprio loro, posero le basi dello sviluppo del formaggio vaccino in Lessinia.

Ma i Cimbri?
A loro le vacche non interessavano molto, tanto è vero che nel "Fioretto de le antiche cronache de Verona" di Francesco Corna da Soncino, 1479 (Biblioteca civica di Verona), parla delle attività economiche delle popolazioni cosiddette "tedesche" <>, come egli la definisce, afferma che <<>>
Il Corna esclude i Cimbri dalla pratica dell’alpeggio, o almeno non sono dei protagonisti in tale attività.
Tolta quindi ai Cimbri l’esclusiva paternità del formaggio vaccino in Lessina Veronese

Vediamo come nasce il nome.

Da sempre, in passato, il burro in Lessinia costava il doppio del formaggio, pertanto i formaggiari spremevano dal latte tutto il burro possibile, il formaggio che se ne ricavava era prodotto da un latte molto, molto magro, un formaggio "tristo".
Di quel che rimaneva si otteneva una "pujna" anch’essa molto magra. Il siero finale veniva aggiunto al "paston per i maiali"; a volte, per uso personale mischiato con della farina si otteneva la base dei famosi "gnocchi di malga".
Ogni giorno i caseifici provvedevano al ritiro del latte, ma mai alla domenica, il giorno dedicato al Signore.
Il latte veniva munto, lasciato nella stalla e solo al lunedì mattino recuperato per la lavorazione.
Oggi non è un problema: ci sono i frigoriferi, ma una volta no, il latte, soprattutto nel periodo estivo, poteva subire un’ acidificazione precoce, con rischio di produrre un burro di qualità scadente, pertanto dal quel latte si preferiva ricavare solo formaggio.
Gli allevatori chiamavano in dialetto quel latte "el latte delle do monte" “quello de le do monte", il latte di due giorni di mungitura.
Solo dal latte munto il sabato sera, e la domenica mattina, si produceva quel formaggio di latte intero, perciò grasso, dal sapore buono, il migliore, "il più buon formaggio della Lessinia", che i montanari, per distinguerlo dal solito formaggio prodotto con il latte magro, usavano chiamarlo, “il formaggio quello grasso”, quello delle "do monte", il formaggio “grasso do monte",
Il “formaggio grasso do monte", col tempo si corruppe in “formaggio grasso monte" e oggi, che la parola grasso non è più  di moda, in “Formaggio Monte Veronese".


giovedì 11 dicembre 2008

Gli «OSCAR» dell’Editoria. L’Arena miglior quotidiano locale 2008




Ai «Media Awards» dedicati a qualità ed innovazione, il riconoscimento come miglior giornale locale italiano alla testata veronese. L’«Oscar» dei giornali assegnato a «L’Arena di Verona»

Il Corriere della Sera (miglior quotidiano nazionale), Tg5 (miglior telegiornale), l’Ansa (miglior agenzia), il Gr24 (miglior radiogiornale), Il Corriere.it (miglior sito di notizie), Il Secolo XIX di Genova (miglior quotidiano regionale), L’Arena (miglior quotidiano provinciale con Il Tirreno) sono i vincitori dei Media Awards 2008, il premio promosso da ItaliaOggi, assegnato per la prima volta quest’anno non a singoli giornalisti o direttori, bensì alle testate che nei vari segmenti hanno «espresso i prodotti di migliore qualità e più innovativi». La giuria, presieduta da Pierluigi Magnaschi (già direttore dell’Ansa) era composta da sessanta tra giornalisti, editori, esperti di comunicazione, imprenditori, semiologi, pubblicitari e sociologi, italiani e stranieri. 23

Il consigliere  delegato Alessandro Zelger: «Un risultato frutto dell’impegno di tutti»
Il direttore Cattaneo: «Grande segno della professionalità dei giornalisti»

Assegnati a Milano i Media Awards 2008, gli «oscar» dell'editoria, dedicati alle imprese editoriali che, nei vari segmenti dei media, hanno espresso i prodotti di migliore qualità e più innovativi. Ad aggiudicarsi il titolo di miglior quotidiano locale è stata «L'Arena» di Verona.
A decidere i vincitori una giuria di 60 esperti italiani e stranieri composta da giornalisti, editori, esperti di comunicazione, imprenditori, semiologi, pubblicitari e sociologi presieduta da Pierluigi Magnaschi (già direttore del Sole 24 Ore e dell'Ansa). Un universo di competenze che è stato mobilitato per individuare, in piena autonomia e con oggettività ed autorevolezza, il meglio che è stato espresso nel 2008 dal complesso mondo italiano dei media (che va dal quotidiano al sito Internet; dal Tg nazionale al mensile di nicchia, passando per le agenzie e i settimanali).
Il meglio è stato scelto per poterlo segnalare come benchmark alla comunità mediatica, economica e culturale.
«Questo importante riconoscimento a livello nazionale ed internazionale - ha detto il consigliere delegato di Athesis, Alessandro Zelger - è il risultato in primo luogo della lungimiranza degli azionisti, che hanno garantito investimenti pur in un momento non facile, e inoltre del grande e continuo impegno e professionalità che hanno espresso tutti coloro che lavorano in azienda, giornalisti, tipografi e ogni altro nostro collaboratore. Oggi abbiamo rotative modernissime, una grafica nuova e stiamo affrontando ben preparati le nuove sfide di Internet - ha concluso Zelger. - In ogni caso consideriamo questo premio un ulteriore e stimolante punto di partenza per traguardi futuri sempre più ambiziosi ».

«Dopo venticinque anni non era facile cambiare l'immagine di un giornale storico come il nostro - ha detto a sua volta il direttore del giornale Maurizio Cattaneo - ma la redazione ha risposto con grande professionalità, entusiasmo e compattezza alla nuova sfida: quella di coniugare innovazione e tradizione. Ed i lettori ci hanno premiato». «Oggi L'Arena - ha concluso Cattaneo - credo sia davvero il più bel giornale locale italiano».
Alla serata meneghina, organizzata da Italia Oggi e trasmessa da Class Tv erano presenti tutti i maggiori editori e direttori italiani di giornali, periodici televisioni. Premiati, tra gli altri, Corriere, Canale 5, La 7 e radio 2.

Fonte:L’arena di Verona del 12,12,08

domenica 7 dicembre 2008

Verona e il suo ponte romamano chiamato Ponte Pietra o Ponte Piera










Dipinto di fine ottocento del Ponte Piera
Con l’Arena e il Teatro  Romano non c’è veronese che non ne conosca l’ubicazione;  è uno dei simboli ddella Verona romana.   Pochissimi però ne hanno la traccia storica della sua lunga e travagliata esistenza.

Per sopperire a questo,  uno dei migliori storici e ricercatori veronesi, Alberto Solinas,  ne traccia sull’opuscolo della verenosissima sagra di Santa Toscana la sua lunga storia.
L’opuscolo, curato dal Comitato Benefico di Santa Toscana, giunto alla sua settima edizione, è una buona opportunità per ampliare la conoscenza e la storia del nostro quartiere.
Cari lettori, guardate che meraviglia la foto di copertina di questo opuscolo! È una immagine di fine ‘800 del PONTE DELLA PIETRA che pochi conoscono.
È il “pons marmoreus” indicato su una antica mappa del VII secolo nota come Iconografia Rateriana, una delle prime immagini
di Verona.    .
Su un affresco della Basilica di San Zeno, la mano di uno sconosciuto cronista ci ha lasciato questa scritta: «1239: piena de l’Adese menò siò tre ponti: Preda,  Novo,  Navi el dì 3 otobre».
È la storia perenne di Verona e del suo fiume, portatore di vita, di benessere ma anche di rovine.
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L’opuscolo, curato dal Comitato Benefico di Santa Toscana, giunto alla sua settima edizione, è una buona opportunità per ampliare la conoscenza e la storia del nostro quartiere.
I PONTI ROMANI
Le popolazioni dei Reti, dei Veneti e dei Celti (i Galli, così detti dai Romani) della tribù dei Cenomani, che vivevano sulla sponda a levante dell’Adige, e precisamente su Castel San Pietro e nelle valli circostanti di Santo Stefano e San Giovanni in Valle, naturalmente avevano la necessità di oltrepassare l’Adige per mettersi in contatto con le popolazioni che vivevano sulla sponda opposta.
Perciò costruirono un primitivo ponte abbastanza largo e robusto per far transitare anche i carriaggi.
Questo fu innalzato nell’unico punto geologicamente possibile, la zona dove l’Adige perde la sua forza corrosiva e la velocità (più di 3 metri al secondo sotto il Ponte Pietra) ed entra in stanca deponendo sabbia a valle e ghiaia a monte, appunto come dicono i nomi la Sabionara (Santa Anastasia) e la Giarina (Santa Maria in Organo).
Dopo la sconfitta, prima dei Celti e poi di Annibale circa nel 200 a. c., iniziava la colonizzazione vera e propria da parte dei Romani della Pianura Padana. Le popolazioni veronesi, essendo alleate dei Romani, permetterono a loro di entrare pacificamente nel nostro territorio e iniziarono la costruzione della Verona romana nell’ansa dell’Adige formata da dune sabbiose-ghiaiose spesso sommerse dalle piene del fiume (nel 1600 ne avvennero 321).
Con la sconfitta dei Liguri e degli Istrii, nel 176 a. C., i Romani pensarono bene di costruire una strada militare che da Genova conduceva ad Aquileia attraversando da ovest a est tutta la Pianura Padana.
Nell’anno 148 a. C. troviamo Verona già compresa nella grande strada costruita dal console Spurio Postumio Albino, che in parte preesisteva sin dalla protostoria e che prese il suo nome, cioè la «Postumia».
Perciò costruirono il primo ponte romano nell’ area dove sorgeva quello protostorico e prese giustamente il nome di Ponte Postumio dall’ing. G. B. Biadego nel 1885

Iconografia Rateriana
IL PONTE POSTUMIO
Il Ponte Postumio è rappresentato nell’ lconografia Rateriana, una preziosa riproduzione della città e dei monumenti, secondo gli studiosi datata all’inizio del secolo X.
Penso che questa datazione sia da rivedere, perché dagli scavi archeologici in città, effettuati negli ultimi anni, Verona appare semidistrutta tra il VI e il VII secolo.
Aggiungiamo poi l’inondazione del 589 in cui l’Adige sommerse Verona nell’ ansa e parte di Veronetta, cambiando il suo corso, distruggendo il Ponte Postumio e danneggiando quello della Pietra.
Seguì l’anno dopo, il 590, come scrisse Pier Zagata nella Cronica della città di Verona, 1745, vol. III, pag. 23:
«Il primo giorno di quest’anno,  per incendio grandissimo rimase arsa la maggior parte della città nostra; indi fu assalita da peste così crudele, che distrusse due terze parti degli abitatori . .. ».
Nuova peste nel 596 e nel 686,  inondazione nel 727 ed,  infine,  il terremoto del 793.
Tutte queste catastrofi non potevano far sì che rimanesse una città così intatta all’inizio del 900, come la vediamo rappresentata nell’Iconografia Rateriana.
Perciò,  a mio parere,  essa è databile dopo la morte di Teodorico,  quando era ancora possibile avere un ricordo della città romana, oppure l’Iconografia è la copia di una sua riproduzione esistente nella Biblioteca Capitolare ora perduta.
È opportuno far notare che fino a tutto il VI secolo non è possibile distinguere il Ponte Postumio dal vicino Ponte della Pietra.
Il primo documento che parla del Ponte Postumio è un privilegio concesso da Berengario nel 905 ed è citato come pons fractus, nome che poi conserverà nei documenti medievali.  Successivamente, in età rinascimentale, quando del ponte non ne restava visibile nessuna traccia, prese il nome di Ponte Emilio, perché su di esso si pensava passasse la Via Emilia. Altre volte fu detto anche Militare.
I suoi resti erano visibili - come attualmente quando il fiume è in magra - nel 1648 quando Onorio Panvinio, Antiquitatum Veronensium, p. 180, scriveva:
«Hoc anno 1153, die S. Ascensionis Domini fluvius Athesis aquarum vi ita creuit, ut extra alueum extestuans, multa Veronensibus tam in urbe quam extra damna intulereit, in queis pons alius e regione pontis qui dicitur lapidis corruit, qui erat inter Basilicas S. Syri e S. Anastasitae, cuius etiam nunc vestigia in Athesi vedentur … ».
Lodovico Moscardo, Historia di Verona, 1668, pp. 6-123, dice:
«Ma l’anno 589 dopo la nascita di Cristo, rotto già per l’escrescenza del fiume per più di 400 anni, si nominò il Ponte Rotto… del quale hò veduto parte de’ suoi antichi fondamenti e, l’anno 1662, furono cavate nell’Adige quantità di pietre, per accomodar il Campanile di S. Anastasia ruinato in parte dalla saetta, che servirono già di fondamenta d’una Pila. … L’anno 1087 fu una crescenza dell’Adige grandissima che portò molti danni, ruinò il Ponte Emilio chiamato all’hora Ponte Rotto.»
Prosegue Pier Zagata (op. citata), vol. III, pp. 44-241:
«Nell’anno 1087. Per inondazione dell’Adige grandissima, dicono esser caduto in quest’anno quasi tutto il Ponte Emilio ».
Notizie molto precise sull’ubicazione e la costruzione delle pile del Ponte Postumio le abbiamo durante la costruzione dei muraglioni dell’Adige nel 1891. Si sono trovati pali con grosse punte di ferro che coprivano le punte dei pali, assieme a grossi ciottoli, legati fra di loro da piombo fuso. Tutto ciò attesta che le pile del ponte appoggiavano su questa solida platea unitaria, come ne indica l’architetto romano (forse veronese) Marco Vitruvio Pollione. Cesaris-Demel trovò che la pila a destra nel concio d’imposta si presentava un arco non a tutto sesto ma ribassato. Si è potuto constatare che il Ponte Postumio avesse una decorazione di tipo dorico, con bucrani e triglifi di influsso ellenistico.
Nell’Adige, fra i ruderi del ponte, si rinvennero anche dei pezzi di un grosso tubo di piombo. Sono lunghi uno m. 2,70 e l’altro m. 3,15 ed hanno un diametro di 30 cm. già visti nel fiume dal Canobbio e dal Moscardo durante la costruzione della Chiesa del Redentore. Questi tubi di piombo dimostrano che sul Ponte Postumio passava l’acquedotto romano che, dalle sorgenti di Montorio, conduceva le acque in Verona.
Curiosa è la segnalazione di Lanfranco Franzoni nella sua Edizione archeologica, foglio 49, Verona, Firenze 1975, pp. 56-57:
«Da segnalare, infine, tra i resti del ponte, sulla riva sinistra, il rinvenimento di circa cinquecento monete d’argento e poche di rame che, in origine, dovevano essere contenute in una cassettina di bronzo. Risalgono al I e al II secolo d. C.»

Il Ponte Pietra durante il restauro del 1892
IL PONTE DELLA PIETRA
Quando fu costruito il Ponte Pietra (o,  meglio, «della Pietra» per usare un termine che era corrente dal Medioevo in poi) non è ancora possibile stabilirlo con precisione
Luigi Beschi in Verona, 1960, vol. I,  pp. 373-381,  fa notare che la parte romana è interamente in opus quadratum cioè in blocchi di pietra squadrati e legati tra di loro in corpo unitario da grappe di metallo
Come si nota nella seconda pila in pietra,  il ponte fu danneggiato e restaurato già in età antica, forse nella seconda metà del II secolo d. C. Sicuramente fu danneggiato ed in parte crollato durante la storica inondazione ricordata da Paolo Diacono e da Papa Gregorio Magno, della miracolosa salvezza della Chiesa di San Zeno dalle furie delle acque dell’Adige, risalente al 589, data della famosissima rotta della Cucca, in cui si dice che l’Adige cambiò il suo percorso.
L’alveo dell’Adige, prima del 589, era l’Interrato dell’Acqua Morta e l’attuale corso fino alla Cucca, proseguiva in direzione sud-est per Cologna Veneta, Montagnana, Este ecc. fino a Chioggia.
Con la piena del 589, l’Adige ruppe alla Cucca e cambiò il suo corso, cioè l’attuale.
È noto che per indicare uno sciocco, a Verona, si dice no se imbarca cucchi. Forse questo detto si riferisce proprio alla rotta della Cucca del 589, quando gli abitanti della Cucca (i Clicchi) annunciarono ai Veronesi che l’Adige non passava più dal loro paese ma, dopo Ronco, andava verso Legnago.
Fatto impossibile da pensare in quei lontanissimi anni, perciò gli abitanti della Cucca presero la nomea di essere tutti sciocchi.
Stanchi di questo detto, i Cucchi pensarono bene di cambiare il nome alloro paese e, dopo il 1866, lo ribattezzarono Veronella.
La stessa idea la ebbero gli abitanti di Porcile che lo tramutarono in Belfiore
Tracciamo ora la storia del Ponte della Pietra, seguendo le notizie raccolte dagli antichi storici.
Anno 727: Inondazione
Questa è la seconda inondazione ricordata nella storia di Verona dal P.  Zagata, op. cit., vol. III, p. 25:
«In quest’anno il fiume Adige gonfiossi in guisa che allagò tutta la città di Verona. ».
Il Ponte della Pietra non è ricordato.
796-805: Sul ponte passano le condutture che alimentano la fontana in Piazza delle Erbe.
Il Rythmus Pipinianus o Versus de Verona,  un canto di lode a Verona composto da un anonimo fra il 796 e 1′805, perciò durante il regno di Pipino I  re d’Italia,  ricorda le condutture che,  partendo dalla sorgente del Monte Gallo (ora detto Castel San Pietro),  passando sul Ponte Lapideo,  alimentano con l’acqua la fontana in Piazza delle Erbe:
«Pontes lapideos fundatos super flumen Athesis. Quorum capita pertingunt in urbe et opidum».
807: Le tubazioni sono ancora esistenti
A. Canobbio, in Historia di  A. Canobbio intorno la nobiltà
e l’antichità di Verona,  Ms. 1968 della Biblioteca Comunale di Verona, Libro III, C7:
«Una pubblica fontana nella piazza e pigliò l’acqua da un acquedotto antico condotto sopra il Ponte della Pietra,  perciocchè era distrutto in gran parte il Ponte Emilio per l’accrescenza che fatta avea l’Adige l’anno 589  ».
Pressoché  contemporaneo dell’ autore del Rythmo Pipiniano,  Liutprando (cronista diacono a Pavia nel 946 e poi vescovo di Cremona,  dove morì), loda il Ponte della Pietra:
«
Fluvius Athesis sicut Romam Tiberis,  mediam civitatem Veronam percurrit,  super quem ingens marmoreus, miri operis miraeque magnitudinis Pons est aedificaturs ».
1087: Crolla o resiste?
Il Ponte della Pietra non viene nominato.
«L’anno 1087 fu una crescenza dell’Adige grandissima che portò molti danni. Ruinò il Ponte Emilio chiamato all’hora Ponte Rotto», Moscardo, op. cit., p. 123.
Zagata, op. cit., voI. III, p. 44, conferma l’accaduto:
«Per inondazione dell’Adige grandissima, dicono esser caduto in quest’anno quasi tutto il Ponte Emilio e quello delle Navi, restando quasi tutta la città allagata . . . ».
Diversa è invece la versione nel Dalla Corte
L’Historia di Verona divisa in due parti et in XXII libri
Verona 1596, vol. I,  p. 235.  Non nomina il Ponte Emilio (Postumio) e nomina,  invece,  il Ponte della Pietra:
«Fra gli altri, il nostro Adige, divenuto oltra l’usato, e più che mai l’adietro avesse fatto, grosso, ruinò con quasi tutte le case contigue,  in buona parte il Ponte della Pietra, e quel delle Navi tutto portò via… ».
1097: Crolla la parte nuova
Panvinio, op. cit., pp. 177:
«Hoc anno Athesis amnis ita inundavit ut pontem Lapideum prope tedem S. Stephani diruerit.».
1098: Restauro
Il Dalla Corte, op. cit. vol. II, p. 246,  ricorda il restauro del Ponte della Pietra l’anno dopo:
«Quel della Pietra delle medesime pietre di ch’era prima fatto,  sendo ivi quasi tutte rimase;  e quel delle Navi di legno, come era prima. . . ».
1153: Crolla ancora?
Paride da Cerea, Monumenta Cermanita Historica, vol.  XIX, p. 11: «Ruinarono li ponti della Pietra e delle Navi.».
Paride da Cerea si è forse sbagliato sul Ponte della Pietra e sul Ponte delle Navi, perchè Panvinio,  a pag. 180,  scrive:
«In queis pons alius e regione pontis qui dicitur Lapidis corruit»:
«l’Adige danneggiò la regione del Ponte Pietra rotto, cioè il Ponte Postumio.»
Mentre Dalla Corte, op. cit., vol. II, p. 246,  è più preciso:
«Crebbe talmente il nostro fiume nel giorno dell’Ascensione,  che oltre molti altri edifici… ruinò fin dalle fondamenta il Ponte della Pietra,  come quello che prima era alla violenza delle sue acque esposto.. . ».
1195: Crolla la regasta e la scena del Teatro Romano
Panvinio,  op. cit., p. 187:
«Hoc anno Athesis ita excrevit ut XVIII  Kalendas Iulii  (18 giugno!),  via publica secus flumen, quae sub arce diui Petri est, quae dicitur Regasta, omnino corruerit …».
(Gugelfo conte Veronese la rifece a sue spese nel 1198).
«Hac clade reliqua pars inferior scenae Theatri, quae adhuc supererat, omnino deleta est. . . ».
1230: Semi distrutto
Sempre Dalla Corre,  op. cit., vol. I, p. 397,  ricorda una tremenda piena dell’Adige:
«Portò via anche il Ponte delle Navi; e talmente conquassò quel della Pietra e le mura della città in molti luoghi, che fu bisogno poi fare grandissima spesa in accomodarle ».
1232:  Il   ponte viene distrutto dai mantovani!
Zagata,  op. cit., vol. I, p. 28:
« I Mantoani disfece el ponte della Prea della Bevrara de Verona,  e li Veronesi de fece subito un altro de legname. . . ».
1234: Al ponte de legno sostituite pile ed arcate
Panvinio, op. cit., p. 195,  scrive ch’eran di pietra:
«Pons Lapideus additis marmoreis in fuuio pilis et fornicibus refectus est qui ante ligneus erat . . . ».
Torello Saraina,  Le Historie e fatti de Veronesi, 1542, p. 9:
«Fu fatto de nuovo ‘l ponte della Preda con  li fondamenti ne’ l fiume de matoni e calcina…»
Più preciso Lodovico Moscardo, op. cit., p. 173, scive:
«Si costrusse di mura quella parte del ponte della Pietra, che era di legno… ».
Dalla Corte,  op. cit., voI. I, p. 397, indica anche la provenienza delle pietre: «Subito che comparve la primavera, essendo la città in pace,  si diedero i Veronesi a ristorare. … e rificero il Ponte della Pietra e quello delle Navi,  ma non più di legno, come havean fatto per l’adietro,  ma di pietra:  e fu quasi tutto fatto delle pietre del Teatro e dell’Arena che qua e là si trovavan sparse per la città,  e di quelle di molti casamenti ruinati . . . ».
1239: Crolla o resiste?
Lodovico Moscardo, op. cit., p. 183, scrive che:
«In questo medesimo anno, il dì trè ottobre, l’Adige fece sì fàtta crescenza, che per avanti non si era intesa simile, e oltre gl’infiniti danni, che portò in Città e fuori con la ruina d’infinite case, e con la morte di molte persone, fèce cader tutti i ponti. . . ».
Panvinio, op. cit., p. 197:
«omnes pontes contriverit. ».

Graffito nella chiesa di San Zeno
Un’iscrizione graffìta sulla facciata di Santo Stefano, a destra di chi guarda, è riportata da Pier Zagata, op. ci t., vol. III, p. 241, e tuttora visibile,  dice:
«MCCXXXVIIII Indict. XII ex… VI Nonas Octobris crevit Atesis, pontes rupit omnes, excepto lapideo (eccetto il Ponte Pietra), murum civitatis, et domus multas proiecit, et mala alia sine numero fècit . . . ».
Liscrizione graffita nel presbiterio a San Zeno dice:
«1239 1’Adese piena - de ladese me - no vo (menò via o giù) tre ponti preda novo navi adì 3 ot.».
Questa scritta non si può dire del 1239 perchè è stata graffita su un affresco del 1300: perciò è stata scritta molti anni dopo l’avvenimento.  Da chi?
1298: Alberto I,  fa le pile ed archi di legno e la torre
Questo è il primo restauro degli Scaligeri.
Panvinio, op: cit., p. 204:
«Pubblica aedificia ab Alberto Principe condita, in quibus . .. Pontis lapidis turris urben versus, et aliquot praeterea alia . . . ».
Lodovico Moscardo, op. cit., p. 205:
«Fece edificare la torre, ch’è di capo al Ponte della Pietra verso la Catedrale, sopra la Porta della quale si vede la sua gentilitia Scaligera (fu scalpellata dai Giacobini veronesi nel 1797), e queste torri erano chiamate Castelli, custodite dalle milizie, havendo i ponti levatoi, e il prenominato ponte che parte era fatto di legno, tutto dirupato,  che non vi si poteva transitare, lo fece ancora di nuovo di legno accomodare. . . ».
Saraina, op. cit., p. 23, amplia il discorso:
«Fece racconciare la stratta per longo à la riva di Atthice de lastre,  facendogli ponere li appoggi,  acciochè  niguno cascasse n’el fiume,  è questa stratta,  è appresso l’ponte de la Preda,  per quale si camina verso S. Georgio, che il di de hoggi (1542) retene il nome, e si chiama la Regasta de questo ponte edifico da li fondamenti la Torre ne’l capo de quello verso la chiesa Cathedrale, e lo ponte che in quello tempo era di legname, per la maggior parte da le inondationi d’il fiume è continono uso depurato. . . ».
1368: Cansignorio fa passare sul ponte l’acquedotto
Saraina, op. cit., p. 40:
«Can Signorio deliberò condurre la Fontana de Avesa ne la città. E per gli alvei de pietre e mattoni la fontana de Avesa fece entrare la porta de Santo Georgio de la Brayda, dopuoi nel giardino de l’Abbate ove edificò una cisterna, ne la quale s’havesse a mondificare, e fece uno canòne de Piombo recipiente de questa fontana da detta cisterna fino alla piazza de Verona appoggiandolo sopra il ponte de la Preda, accioche entrasse ne la Città, e da quello cavandosi alquanti canoncelli l’acqua entrava per le case vicine, et ancora ne le più distanti, secondo la longhezza delli canoncelli. In questo modo diede l’acqua à trecento case,  fino à la piazza maggiore, ove fece sorgere de questa molte spine per commodo d’el popolo.  Questa fòntana ancora ne’presente dà l’acqua alli Cittadini,  ma in minore quantità assai, perciò che il canone maggiore de Piombo gia al quan anni fu levato
(Dalla Corte, ricorda che fu usato «Per far delle palle d’archibugio, e d’artiglieria»),
et in luocho de quello riposto uno di legno, che de continuo marcisce, et esshala, e per esser malamente compaginato se disgionge, e minor cura hanno li cittadini presenti de questa acqua de li antichi fuci, pesser ritrovato facile modo de li Pozzi, e con puoca spesa.. . ».

Con questo scritto, Torello Saraina ci fa conoscere come era la situazione idrica nella città di Verona nel 1542.
Pier Zagata, op. cit., vol. I, p. 96-97,  è più preciso su come passava l’acqua sul ponte della Pietra e sulla fontana di Piazza delle Erbe:
«L’anno soprascripto e fò conduto la Fontana del Borgo de San Zorzo per i cannali de Piombo su la Piaza de Verona, e così in li Broli de Signori, e così in molti loghi de la terra in casa de Cittadini che volia far la spesa….L’acqua nella città era in que’ tempi, a coloro che abitavano lungi dal fiume, scarsissima, e pochi pozzi ancora essendovi,  lo Scaligero fece condurla da una fontana di Avesa, luogo due miglia dalla città distante, e introdurla in città per la porta di S. Giorgio; indi nel giardino dell’Abbate di S. Giorgio, nel qual Monastero edificò una Cisterna, nella quale l’acqua si avesse a mondificare facendo un cannone di piombo che riceveva l’acqua da detta Cisterna e la conducea sino alla Piazza del Mercato, volgarmente la Piazza delle Erbe, appoggiandolo esteriormente sopra il Ponte della Pietra, come fino a dì nostri s’è veduto ma ora di terra cotta è sotterrato entro del ponte stesso. Questa Fontana che fu eretta da Pipino Re d’Ialia nell’anno della Salute Nostra DCCCI, nel 910 fu da Berengario, sendo in molti luoghi ruinata, fatta ristaurare insieme coll’Aquedotto, ponendo sotto la statua della fontana medesima, rappresentante Verona, otto figure in basso rilievo di finissimo marmo, dalla bocca delle quali usciva l’acqua: quattro di esse erano coronate ed aveano nelle loro corone la seguente iscrizione:
VERUS ANTONIUS PIUS IMPERATOR, REX ALBOINUS LONGOBARDORUM: VER. VERONA. BERENGARlUS IMPERATOR MARMO REA V. ROMA…

… Il piedestallo con dette otto teste fu l’anno scorso 1743 quindi levato e messe insieme con le teste medesime nel Museo Lapidario, che ora va erigendo l’Academia Filarmonica (dove sono finite? n.d.r.) ed in vece ripostovi l’altro di forma ritonda come ora si vede. Li cannoni, per i quali scorreva l’acqua, e ch’erano di piombo, come si è detto, sono fatti levati e rinnovati di terra cotta.. . ».
Lodovico Moscardo, op. cit., p. 238, è molto più sbrigativo:
«
Furono in questo tempo ristaurati li cannoni, che portano l’acqua su la piazza, nel Brol de’ Scaligeri, e molte case de’ Cittadini, che voleuano concorrer nella spesa… ». Ma si capisce che chi voleva l’acqua in casa doveva pagarla! Forse Cansignorio, in quell’occasione, innalzò anche la seconda torre sulla prima pila romana e la munì di ponte levatoio».
Brenzoni scrive nei suoi; I ponti Romani e Medioevali di Verona:
«Un cronista dice: nel 1503 le torri erano ben forte et gaiarde de qua e de là.».
Lo confermano anche le incisioni di Paolo Ligozzi nel 1620.

Restauro della quarta pila del ponte nel 1892 si vede ancora la pila romana rovesciata
1503: Nuova costruzione in pietra,  crolla: rifatto in legname
Pier Zagata, op. cit., vol. II, p. 110:
«Se incominciò a far el Ponte de la Preda de preda, el qual prima era de legname e non era ancor ben compido che ne rovinò una gran parte; poi fu fatto de legname. »
L’impresario dei lavori,  per 1020 ducati,  usò legnami vecchi e carezi (tarlati): a sua attenuante l’impresario ha il manoscritto 1017 della Biblioteca
Civica che a p. 82 dice:
«Alcune pille de preda erano mal condicionate e non fu causa del legname usato. . ».
1508: Per la ricostruzione chiedesi fra Giocondo.
Così Zagata, op. cit., vol. II, pp. 110-111, descrive:
«Frà Giocondo da Verona,  dell’Ordine de’ Predicatori,  che fu gran teologo,  fra l’altre scienze di cui era dotato, distingueasi particolarmente dell’Architettura onde è fu qual d’esso pel cui suggerimento fu riparato il detto ponte della Pietra, che vicino era a ruinare . . . Ma finalmente carico d’anni nel 1509 finì di vivere… ».
Forse Frà Giocondo disegnò solo il ponte.
1513: Cade il ponte di legno
Questo disastro ci viene ricordato da L. Moscardo, op. cir., p. 359:
«Il primo di ottobre l’Adige venne a tanta altezza, che innondò la maggior parte della Città,  fèce cader una parte di mura del Castel Vecchio e un’altra di Cittadella,  appresso la Porta della Brà, gettò anco a terra diverse case nell’Isolo  (è l’unica volta che degli storici antichi nominano l’inondazione di una parte della Veronetta),  ruinò quella parte del Ponte della Pietra che era di legno, e due volti del Ponte Novo, che erano di pietra. E insomma causò danni che furono tanto maggiori quanto che la povera città per la guerra, fame, e peste era quasi ridotta all’ultimo eccidio… ».
1520: Ricostruzione
Zagata, op. cit., vol. II, p. 200:
«Fu facto il ponte de la Preda, el qual per inanti era de legname.»
Dice così l’iscrizione sul parapetto della seconda arcata a destra: RESTAURATO PER M. ANTONIO - PROTHO DA VENETIA ET M. FRANCESCO DA LURANO DE - CASTELLION CREMONESE MDXX
Zagata, op. cit., vol. III, p. 92-93, nel 1521 diceva che, nel 1521, fu iniziata «quella parte del Ponte della Pietra, ch’era di legno,  fu edificata con tutti i volti di pietra simili alli antichi verso il monte».
Era quindi un ponte tutto in pietra?
1561: Minaccia di crollare
Solo dopo 41 anni dalla sua ricostruzione,  i Rettori di Verona,  scrivono a Venezia:
«Serenissimo Principe, il Ponte della Pietra sopra l’Adige . .. si trova coi trei pilloni rossegati et guasti dalla corrosione dell’acqua,  ma tra questi il pillone di meggio, che sostenta tutti gli archi, è in modo cavato sotto,  che vi si caccia una picca di 15 piedi, et si ritrova in stato tanto pericoloso che saria facil cosa che in due o tre piene grandi, come è solito venir ogn’anno, causasse una ruina grandissima.. . ».
Il Senato di Venezia stanziava 500 ducati per il restauro del Ponte della Pietra
1583: Case
Avevano abitazione sul Ponte della Pietra
«Battista pistor di Breonio e Michele mantuano q. Battista Roda unciador nelle case di S. Marco».
Opere di consolidamento
Al Ponte della Pietra vengono consolidate le due pile verso la Cattedrale nell’ anno 1567, viene rifatta la regasta nel 1729, rinforzate le solite due pile nel 1758,  si ripete nel 1782
1801: Demolita la torre a sinistra
Per il trattato di Luneville,  divisa la città in Verona repubblicana (francese) a destra dell’Adige e Veronetta (austriaca) a sinistra,  fu atterrata la torre verso Santo Stefano.
G. Venturi, nella sua Storia di Verona, 1825, vol. II, pp. 201¬203, scrive:
«… ai 13 giugno 1801 si eressero sui ponti della Pietra, Nuovo e Navi cancelli di confine con guardie a fonte.  Ai 6 ottobre 1805, i ponti furon del tutto chiusi e fatti ripari guerreschi da ambo le parti. Ai 18 gennaio 1806, i cancelli sui ponti vennero levati».
1820: Pila del secondo arco e case
Nel 1820,  il Sindaco di Verona, Giovambattista
Da Persico, annota nella sua Descrizione di Verona e della sua Provincia, II parte, pp. 75-77:
«Chi si farà lungo il fiume ad osservarlo conoscerà quanto di nuovo restauro questo ponte abbisogni, vedendo la pila del secondo arco in tutto difettosa e sconnessa, scavatele intorno parecchie pietre dalla rapidità e voracità dell’acqua, sì che ad ogni punto minacciar potrebbe nuova rovina. Viturpevole è poi la deformità di quelle casucce sostenute da travi diritte e traverse, e da puntelli sopra puntelli, logori pur essi e mal fermi… ».

Le casette sul Ponte Piera
1822: Le case vengono demolite
Dal diario dell’ oste delle “Tre Corone” Valentino Alberti:
«Adì 28 maggio 1822.  Questo giorno han cominciato a demolir le case giù dal Ponte della Pietra dalla parte sinistra dell’Adige.  In seguito si vedrà il risultato»
1891-94: Rinforzati i piloni a destra

Salta il Ponte Piera
1945: Il ponte viene minato, crolla; resta il primo arco a destra
Giuseppe Trecca così scrive nei suoi “I Ponti di Verona:
«La Soprintendenza ai Monumenti, dopo lunghe insistenze con Mons. Vescovo presso il comando militare tedesco,  perchè Verona fosse dichiarata città aperta, ottenne finalmente l’assicurazione dal feldmaresciallo Kesselring,  con lettera or conservata in archivio, che i ponti Pietra e Castelvecchio sarebbero salvi: perciò alle teste dei ponti furono costruiti in cemento armato muri anticarro.
Tutto vano. Fino all’ultimo, il prof. Avena, direttore del Museo di Castelvecchio, insistette, coadiuvato dal prefttto Bogazzi al Platz Kommandantur, correndo poi ai vari uffici in città e rincorrendo col Sovrintendente fino a San Pietro in Cariano il Comando ormai in fùga. Tentarono di jar rispettare la promessa.
Purtroppo
alle ore 18 del 25 aprile, con gli altri, anche il Ponte Pietra fu atterrato. ».
1957: Ricostruzione
Dopo 12 anni dal suo crollo, il 25 aprile 1957, iniziarono i lavori preliminari necessari alla costruzione delle tre ultime arcate.
La solenne posa della prima pietra avvenne il 4 febbraio 1957 e la pavimentazione stradale fu terminata il 20 febbraio 1959.
Per i nostri lettori, ritengo opportuno inserire la scheda archeologica compilata dal prof. Lanfranco Franzoni, op. cito pp. 57-58.

Ponte Piera fine ottocento
PONTE PIETRA
Distrutto nel 1945 dai tedeschi, tranne la prima arcata a destra, nella sua stesura attuale il ponte è una ricostruzione condotta, f in dov’era possibile, per anastilosi.  I lavori iniziarono nel febbraio del 1957 e terminarono nel marzo del 1959.
Fino al 1945 esso conservava ancora due arcate romane,  le prime da sinistra, essendo le tre restanti opera di ricostruzione: dell’età scaligera la prima arcata in pietra sulla destra, del XVI secolo le altre due prevalentemente in mattoni.
I lavori del 1891 e quelli del 1957-59 non hanno apportato elementi decisivi per una sicura conoscenza della conformazione del ponte in età romana.
L’ing. Peretti,  che se ne occupò nel secolo scorso, parla di una fase a tre arcate, seguita da una a cinque arcate, quando l’Adige, abbandonando il ramo dell’Acqua Morta, avrebbe assunto il corso attuale.
Diversamente, il Da Lisca crede che il ponte avesse in origine quattro arcate, delle quali una di luce doppia delle altre, e ritiene il Ponte Pietra posteriore al Postumio, in ciò seguendo l’opinione dell’ing. Biadego.
Il Marconi, come il Da Lisca, pensa ad un ponte di quattro arcate, di cui una avente circa trentacinque metri di luce, però, a differenza del Da Lisca, ritiene che il Ponte Pietra sia l’architettura più antica di Verona.
Gli elementi di maggior interesse acquisiti coi recenti lavori sono illustrati da L. Beschi e da P. Gazzola.
Il Beschi avverte come si sia rilevato che la struttura della parte romana è interamente in opus quadratum e che il ponte fu interessato da un restauro già in età antica,  presumibilmente nella seconda metà del II secolo d. C.
Nella sua stesura primitiva ed originale avrebbe dovuto essere fondato su quattro pile e contare cinque arcate.
Anche il Gazzola, che ha diretto i lavori di ricostruzione, afferma che il ponte ebbe sempre, esclusivamente, cinque arcate. Egli riporta le diverse interpretazioni, date fino ad oggi, della figura sulla chiave di volta della seconda arcata a sinistra. Tale figura, che rappresenta una divinità fluviale, ossia il genio dell’Adige, è datata dal Beschi dopo la metà del II secolo d. C. e costituisce il solo elemento utile per datare quello che fu uno dei primi restauri del ponte.
Un valido argomento a sostegno dell’ alta antichità del Ponte Pietra, riconfermata dagli studi più recenti, è costituito dal fatto che esso non si allinea con nessuno dei decumani e ciò fa pensare che il suo impianto sia anteriore al tracciato ortogonale secondo cui sorse la città.
Dal ponte, o dalle immediate vicinanze, provengono alcune epigrafi: una, votiva alle Giunoni (CIL., V 3240), ed una funeraria (CIL., V 3686), ora al Maffeiano, mentre invece è perduta un’ altra iscrizione votiva frammentaria (CIL., V.3271). Inoltre: una dedicata ad Iside, una a Serapite, testimonianze del vicino Iseum et Serapaeum, un titolo della gens Octavia ed un frammento di lapide funebre, forse di un Varrh(enus), tutte al Museo Archeologico.
Come si è potuto leggere dalla scheda, gli studiosi che si interessarono del Ponte della Pietra non sono concordi fra di loro di come era costruito il ponte in origine, cioè come lo vediamo oggi con cinque arcate, o con quattro, ritenendo doppia quella centrale.
Credo che i romani lo costruirono con quattro arcate, perchè,  come è noto, malgrado l’abilità tecnica dei costruttori romani nell’innalzare i ponti, avevano una difficoltà nel costruire le pile. Cioè la mancanza di una sufficiente profondità delle fondamenta o la scarsa resistenza dei pali (vedi il Ponte Postumio), sono state la causa principale della rovina di molti ponti romani.
Come abbiamo letto, la pila centrale del Ponte della Pietra, la seconda a destra dell’Adige, è sempre stata quella più danneggiata dal fiume che scavava profondamente sotto di essa la ghiaia: per i romani era inutile costruire una pila in quel punto, non sarebbe resistita molto a lungo.
Questo lo sapevano anche gli ingegneri che costruirono il Ponte Castel Vecchio circa 1300 anni dopo,  perché conoscendo molto bene il fiume, il ponte doveva essere costruito nel meandro opposto a quello del Ponte della Pietra; poichè, l’Adige corrode verso Piazza Bra e deposita verso l’Arsenale, pensarono bene - come i romani - di fare un arco doppio rispetto agli altri due.
Sempre gli studiosi più recenti sono concordi nel sostenere che il Ponte della Pietra, non essendo allineato con nessun decumano, fu costruito dai romani prima della fondazione della città romana; dunque, è ritenuta l’architettura più antica della città.
In questo caso non sono d’accordo con loro.
Infatti i romani, non potendo fare pile profonde,  pensarono bene di costruire il Ponte della Pietra in un punto dell’Adige dove si potesse costruire nella ghiaia il minor numero di pile.
In questo caso i romani trovarono l’uovo di Colombo: tagliarono la parte rocciosa del Colle di San Pietro, che si immergeva nell’Adige creando uno scalino, sul quale costruirono due pile delle quattro necessarie dimostrando cosi la loro abilità: per distruggerle furono necessarie le mine tedesche.
Le altre due pile furono sempre ricostruite perchè cedevoli sull’ alveo del fiume. Ecco il motivo per cui il Ponte della Pietra non è allineato con nessun decumano.
Fonte: srs di Alberto Solinas
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