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domenica 9 agosto 2026

PAESAGGIO PADANO IERI E OGGI




In 50 anni l'Italia ha abbattuto oltre il 70% dei filari di pioppi.

Con loro è andato via anche qualcos'altro 




martedì 5 novembre 2024

IL MARE PERDUTO DELLA LOMBARDIA: IL MITICO LAGO GERUNDO

 

Fra i laghi paludosi della pianura padana, uno dei più notevoli e tardi a scomparire fu senza dubbio il lago Gerundo. Questa grande regione acquitrinosa era formata dal disordine alluvionale dei fiumi Adda, Oglio e Serio (ed anche del Lambro e del Silero), e perciò copriva – pur con confini continuamente variabili – l’intero ampio territorio compreso fra la provincia bergamasca meridionale e la provincia superiore di Cremona, con tutto il Cremasco e il Lodigiano. Il perimetro del lago era variabile, spesso in periodi di siccità spariva del tutto, lasciando pochi acquitrini o paludi.

 

Quante volte abbiamo sentito la frase: “Se Milano avesse il mare…” senza immaginare che un tempo non avrebbe avuto senso dirlo. Infatti, tre millenni fa, quando i celti stabilirono i primi insediamenti nella pianura in cui sarebbe sorta Milano, a pochi chilometri un mare c’era davvero, e vi rimase anche se in forma sempre più ridotta fino al primo medio evo.

Era il lago (o mare) Gerundo.

 

Pare che il Gerundo si estendesse tra i fiumi Adda e Serio fin dalla preistoria, comprendendo quindi non solo i territori di Milano e dintorni ma anche le provincie di Lodi, Cremona e Bergamo.

 

Si trattava dell’ultimo ricordo di quando il ritirarsi dei ghiacciai aveva innalzato i mari fino che inondarono la pianura fin quasi sotto le Alpi, lasciando al centro della Lombardia un vasto specchio di acque salmastre.

lunedì 7 ottobre 2024

LA RUSUMADA - LA MERENDA DELLA TRADIZIONE LOMBARDA

 


“Ta se giù de corda?" chiedeva la nonna, e subito si metteva a preparare una merenda “speciale”: La Rusumada.


 

La rusumada - rosumada, italianizzato in rossumata - per secoli protagonista nelle cucina di Milano e Brianza è, ahinoi, da annoverare nella lista delle bevande estinte, scalzata in pochi decenni dalla concorrenza di prodotti industriali più “moderni”.

 

Si tratta di una alternativa lombarda allo zabaione, ma al contrario di questo non necessita di cottura. Prende il nome dal tuorlo, il rosso dell'uovo, chiamato in dialetto rüss d’oof o rüsümm. Era la colazione golosa e casalinga di una volta, preparata nei giorni in cui la zuppa di latte e pane secco non bastava più, magari perché c'era una qualche infreddatura da curare o un piccolo goloso da coccolare.

domenica 20 ottobre 2019

LO STATO ITALIANO È BEN PEGGIO DELLA MAFIA: INDIPENDENZA!




di GILBERTO ONETO


Un rapinatore punta la pistola o il coltello,  intima «La borsa o la vita!» e prende i soldi.
Se è proprio un bastardo tira un cazzotto, se lo è un po’ meno insulta, se è “normale”  se ne va in silenzio, se è un raro esemplare di “brigante galantuomo” ringrazia e chiede scusa per il fastidio. 
Le organizzazioni criminali hanno inventato un più efficiente sistema di rapina continuata tramite il pizzo:  a fronte della tranquillità o di una protezione chiedono una percentuale sugli incassi o un tot fisso che è sicuramente pesante per chi lo deve pagare ma che è sempre misurato all’attenzione da parte dell’estortore a non esagerare, per non uccidere la sua fonte di “reddito”. 

Le varie mafie si prendono perciò una parte “ragionevole” delle ricchezze o dei guadagni delle loro vittime ma poi garantiscono un servizio, stabiliscono una sorta di monopolio dell’estorsione, impedendo a chiunque altro di farlo e con ciò proteggendo la vittima-cliente da ogni altro malintenzionato. E quando qualche furbetto si presenta con armi o minacce, viene immediatamente punito con rapidità, efficienza e durezza. La recente vicenda del marocchino che aveva incautamente rapinato e ammazzato a Roma un “portavalute” cinese e che è stato trovato “suicidato” tre giorni dopo la dice lunga su come funzionino queste cose, e anche come l’ambaradan abbia assunto connotazioni multietniche che faranno felici il ministro Riccardi e Don Gallo.

Lo Stato italiano è un rapinatore ben peggiore, è molto peggio di tutte le mafie, camorre, ‘ndranghete pelasgiche, albanesi e cinesi messe assieme. É molto peggio del peggiore dei tagliagole e dei borseggiatori di strada.

É assai più infame per tre motivi.

Primo. É sadico: non si limita a rapinare le sue vittime ma lo fa con i sistemi più efferati, crudeli, complicati e vessatori. Deruba a rate, con scadenze demenziali, costringendo le sue vittime a operazioni complesse e micraniose: bollettini, conto correnti, bonifici, comunicazioni via Internet, bolli, pagamenti, compilazioni, sovratasse, dichiarazioni, moduli e via sadicheggiando. Non soddisfatto, costringe i rapinati a un supplemento di salasso a vantaggio di commercialisti, avvocati, tributaristi, patronati, sindacati e psicanalisti.

Secondo.  Non dosa i suoi furti in funzione della capacità delle vittime a sopportare la violenza evitando di uccidere la mucca da mungere, ma chiede cifre spropositate, elargizioni mostruose che più o meno rapidamente gettano sul lastrico le vittime precludendo ogni ulteriore possibilità di rapina. Nessuna mafia al mondo chiederebbe un pizzo del 60-70% dei redditi delle sue vittime: la Repubblica italiana lo fa e peggiora di giorno in giorno. Le sue vittime moriranno schiacciate dal peso del furto, e morirà anch’essa per mancanza di vittime da dissanguare: e questa è la sola notizia positiva.

Terzo. A fronte dei pagamenti, lo Stato italiano non garantisce nessuna protezione: non impedisce che altri taglieggino le sue vittime, non le libera da furfanti e ladri di ogni genere che si accaniscono su quello che resta, non assicura la tranquillità del quartiere come riesce a fare l’ultimo dei camorristi. Non solo: se una vittima si difende, lo Stato prende le parti dell’aggressore e punisce ogni tentativo di reazione. Non si è mai vista una organizzazione criminale “seria” che pretenda il pizzo per garantire la tranquillità e che, non solo non lo faccia, ma che punisca i propri “clienti” che abbiano cercato di reagire alla concorrenza che va a rapinarli. Solo lo Stato italiano ci riesce, e pretende anche di fare la morale, con le sue leggi, i suoi tribunali i suoi sapientoni che ripetono a macchinetta che questa è “la patria del diritto”.

In questi giorni, tanto per non lasciare dubbi, lo Stato apre le galere e slarga un bel po’ di mascalzoni che andranno – per prima cosa – a procurarsi soldi dai cittadini, per potersi “reinserire nella società”, per rifarsi della noia delle giornate passate in gattabuia. I cittadini non sono protetti dallo Stato e alla fine trovano la sola difesa nella totale miseria cui lo stesso li ha lasciati facendosi pagare una protezione che non è in grado di garantire e che forse non ha mai avuto intenzione di assicurare. 


Insomma, lo Stato italiano è assai peggio della mafia. Indipendenza!

 Fonte: srs di GILBERTO ONETO

mercoledì 7 novembre 2018

LA PREGHIERA DI MIGLIO VALE ANCHE OGGI: FATE IN FRETTA

GIANFRANCO MIGLIO



6 Nov 2018 

di  ETTORE BEGGIATO e GIANFRANCO MIGLIO

Il 5 febbraio 1999 il gruppo “Liga Veneta Repubblica” in Consiglio Regionale del Veneto organizzava a Padova un memorabile convegno intitolato “Veneto: un popolo sovrano verso l’Europa”, con la partecipazioni di prestigiosi studiosi, dal prof. Miglio al prof. Mario Bertolissi, dall’avv. Ivone Cacciavillani al prof. Renzo Gubert, allora senatore; il convegno fu poi nobilitato da tre straordinarie relazioni incentrate sulla Catalunya e sulla Scozia tenute dal prof. Ferran Requejo dell’Università Pompeo Fabra di Barcellona, da Josep Camps di “Convergencia Democratica di Catalunia e da Donald Henderson dello “European Affairs Division dello Scottish Office” di Edimburgo. Francesco Jori riuscì, da par suo, a mettere insieme il tutto, intervallando sapientemente anche gli interventi di  Comencini, Foggiato, Morosin e il mio. 
Fu una giornata di un’intensità straordinaria e lo può confermare chi  partecipò all’Hotel Sheraton all’evento; ma in particolare vorrei riproporre l’intervento del prof. Miglio, per certi versi profetico,direi, in particolare quando sottolineava con forza: 
“Ma fate più in fretta possibile, o Veneti, perché questo Stato italiano sta avvicinandosi al suo momento critico.”
Eravamo nel 1999….


di Gianfranco MIGLIO:

IL PROGETTO DI UNA CARTA COSTITUZIONALE VENETA ADOTTATA IN ESERCIZIO PRECOSTITUZIONALE DELLA SOVRANITÀ

Quando ho ricevuto il materiale che gli organizzatori di questo convegno mi hanno mandato, ho fatto un salto sulla mia seggiola, perché ho visto esaltata quest’idea del “Popolo Sovrano”, e allora mi sono detto: “Non pensano a una costituzione federale”, perché voi sapete che la caratteristica di una costituzione federale è che al suo interno nessun potere è sovrano. Poi. leggendo, e ascoltando le belle relazioni di Morosin e di Bertolissi, mi si è chiarito il concetto di “sovranità pre-costituzionale”, che non pregiudica la struttura di una costituzione federale o confederale, e quindi della sovranità “divisa”.

Però quell’idea di mettere davanti all’esercizio degli articoli 121 e 138 della Costituzione, una presa di posizione del Popolo Veneto a favore della sua indipendenza, comporta una certa logica di azione politica, che io sconsiglio. Perché ritengo che si debba prima arrivare a far funzionare la Costituzione con le sue norme, e precisamente gli articoli 121 e la 138, soltanto se la procedura ordinaria non funzionerà, allora verrà il momento di una azione insurrezionale.

Il patto confederale

Così il mio dissenso si è accresciuto ancora quando ho visto che si giustapponevano, (pagina 9 del documento “Veneto: un Popolo Sovrano verso l’Europa”) un patto confederale, e in subordine un “trattato” di natura economica, politica e sociale. No, questa alternativa non sta insieme, perché il “patto confederale” è un atto di riordinamento della struttura costituzionale italiana, mentre il patto tra due soggetti internazionali, implica che questi soggetti internazionali siano già nati: l’idea del patto implica la “secessione”. Ora, io non mi scompongo affatto a parlare di “secessione” perché nel 1993 abbiamo tentato (quando ero nella Lega Nord) di aprire la via di una secessione, e abbiamo battuto la strada della secessione nonviolenta, quello che i teorici di questo diritto fanno consistere nel rifiuto di pagare le imposte.

La sconfitta con Bossi

Sennonchè nel 1993, io e Bossi siano andati incontro a una sconfitta, perché, nella testa dei cittadini, l’idea di mettersi in conflitto con la Finanza, e con la struttura di prelievo delle risorse finanziarie della Repubblica, non è assolutamente accettata. Io ho chiarito questo punto, e ho anche rivelato per quali ragioni gli italiani sono così restii al ricorrere alla prospettiva di non pagare le tasse. Perciò un consiglio che vi do molto sommessamente, è di cercare di diffondere, in una percentuale elevata dei cittadini, l’idea che l’unico mezzo per affrontare un conflitto non-violento con il potere politico-costituzionale, è proprio questo, dello sciopero fiscale. Se per ipotesi nessuna delle vie legali alle riforme è consentita, allora non c’è che la strada di una forma di ribellione. E la ribellione va preparata con una educazione dei cittadini alla misura del rifiutarsi di pagare le imposte.

Però, dato che questa era una via di uscita subordinata – il patto tra il Popolo Veneto e i popoli italiani – rispetto al tentativo principale della introduzione di una costituzione federale, io a questo proposito non posso consigliarvi altro che il mio modello. Anche perché nel frattempo questo modello ha guadagnato credito nella dottrina. Oggi non sono pochi coloro i quali ritengono che il mio-progetto sia il più completo, e il più rigoroso, di ordinamento federale.

Apro una parentesi: a proposito della distinzione, drammatica per i giuristi del secolo scorso, fra “federalismo” e confederalismo”. 
Si pensava allora che una costituzione “confederale” fosse già disposta a permettere l’uscita di alcuni suoi membri dal patto. Oggi invece il diritto di ogni popolo a darsi e a modificare la sua collocazione nel contesto internazionale. Uscire da una Federazione, è oggi un diritto da nessuno negato. Quindi patto “federale” e patto “confederale” sono la stessa cosa. Il problema allora è oggi questo: di disegnare una struttura federale, da compilarsi secondo l’articolo 121, che dà ad ogni Consiglio Regionale il diritto di proporre leggi (e quindi anche leggi costituzionali) e di proporle agli organi competenti, cioè al meccanismo del 138. E’ la strada regia, la strada che voi dovete percorrere.

Vi illudete sull’Europa

Voi puntate molto sull’Europa e – ho visto nei documenti, che mi avete mandato – voi vi illudete sulla possibilità di una struttura federale europea imminente, in cui si inserirebbero tutti i tentativi di costruire strutture federali per i singoli membri della Comunità Europea. Io sono invece molto più scettico al riguardo: credo che abbiano ragione quei costituzionalisti svizzeri che hanno prospettato l’avvenire dell’Unione Europea non diversamente da quella che è stata l’unione della Comunità Elvetica. Un accostamento progressivo, una abitudine a considerare i problemi in comune, senza mettere in moto meccanismi di carattere automatico, come quelli a cui pensavano i federalisti europei di trent’anni fa. Credo che l’avvenire dell’Europa sia in una produzione graduale di soggetti non sovrani, in continua oscillazione nei loro contatti reciproci. E’ in questo meccanismo, in cui bisogna cercare di inserirsi.

E’ necessario per voi decidere subito di mettere in moto subito il 121 e il 138 con una Commissione Costituzionale, che prepari un progetto concreto. Voi prevedete una Commissione di 5 giuristi e di 25 “uominipolitici”; mi sembrano destinati a far esplodere le tendenze particolaristiche; perché la chiave di tutto, nel compilare il progetto, è ridurre le richieste individuali di ogni gruppo.

Tutti con un pezzo di costituzione

Io credo di conoscere bene il Popolo Veneto e ho scoperto da un pezzo che non c’è comunità veneta che non abbia un suo progetto di costituzione. Dimenticatele queste particolarità, cercate di convergere sulle cose essenziali; io penso ad un progetto di costituzione estremamente elementare che stabilisca le cose fondamentali, e poi rimetta alle strutture federali il completamento del disegno.

Io penso, per esempio, che il mio collaboratore e collega e senatore Renzo Gubert, che parlerà dopo di me, trattando delle appartenenze territoriali e della nuova organizzazione statuale; credo che tutta questa materia sia da rimettere a quello che voi avete chiamato l’Assemblea Nazionale del Popolo Veneto, cioè il Consiglio Regionale del Veneto.

In questi mesi, prossimi, uscirà un mio libro (e l’ho voluto far pubblicare proprio presso un editore Veneto, Neri Pozza, con cui anni fa pubblicai i miei lavori sulla scienza dell’amministrazione pubblica italiana). Questo libro è spietato perché contiene venti paragrafi, che sono una rivisitazione del cosiddetto “risorgimento” italiano. E’ da questa rivisitazione che io cavo le caratteristiche costituzionali che dovrebbe invece avere l’Italia.

Bene, in questo libro voi troverete molto pessimismo sulle difficoltà da affrontare; ma è tuttavia indicato un “pertugio”, che è quello proprio che sto invitandovi a scorgere: approfittate della situazione in cui versa lo Stato oggi. Lo Stato italiano oggi non è più in grado di assicurare ai cittadini la sicurezza, può darsi che quanto prima anche il tentativo di innestare l’economia monetaria italiana nel sistema europeo, vada a rotoli. Se questo accadrà non piangete, sarà l’occasione che attendete, perché l’ulteriore indebolimento dello Stato italiano faciliterà la vostra azione e il vostro tentativo di cambiamento della Costituzione.

Nelle disgrazie la via d’uscita

Purtroppo è nelle disgrazie che si trova la strada per uscire dalle difficoltà, e per guadagnare una posizione nuova e positiva; non è quando gli affari vanno bene che si cambiano le cose. Noi dobbiamo tenere conto di questa condizione; cioè io aspetto il momento nero dell’Italia in Europa perché penso che potrebbe diventare il momento luminoso dell’uscita da questa Costituzione che consacra tutti gli errori del cosiddetto “risorgimento”.

Ho visto che voi avete rievocato in un pamphlet, che mi è stato mandato, il referendum del 1866. I referendum che hanno confermato lo Stato italiano sono tutti referendum fasulli, referendum che non hanno sondato le opinioni vere del popolo italiano, e che quindi non valgono niente. Invocare il referendum del 1866 per dire: “I Veneti si sono vincolati allo Stato italiano”, è una balla; dobbiamo respingere questa idea. Quello che conta è puntare su quello che unisce, sulle poche cose da collocare in una Costituzione speciale per il Veneto.

Nel libro che vi ho preannunciato, ho migliorato il modello che avevo diffuso e che voi conoscerete (perché è stato oltretutto tradotto in tutte le lingue); ho soprattutto migliorato la posizione del Veneto. Perché io penso che il Veneto debba stare in un contesto del nord Italia, non mi preoccupo di pensare, di prescrivere, che cosa devono fare le Regioni del centro e del sud.

Molise e Lombardia

Da quando un collega, mio allievo economista, mi ha avvertito che il reddito prò capite del Molise è un 47° di quello della Lombardia, mi rendo conto, che solo raggruppando le Regioni si potrà arrivare a costruire un meccanismo costituzionale federale autentico. Ecco perché io uso sempre il termine “vera costituzione federale”, per distinguerla da quella a cui è attaccato (e ogni tanto lo tira fuori) D’Alema, con la sua Commissione Bicamerale.

Insistere sulle cose che uniscono, vi dicevo, e così unire anche gli italiani; i quali sono convinti che così ormai non si può più andare avanti, che i poteri pubblici sono incapaci di garantire ai cittadini le sicurezze elementari per cui lo “Stato moderno” è nato da 400 anni fa.

Questo fine di secolo è la fine dello “Stato moderno”, io sto, oltre al libro che pubblicherà Neri e Pozza, lavorando da 3 anni ad un lavoro distruttivo sul così detto “Stato moderno”; vedrete che se tutto il materiale che ho raccolto per questo nuovo libro funzionerà, riuscirò a tirare una mazzata sul così detto “Stato moderno” e forse aprirò la strada ad un vero federalismo.

Mi auguro che i veneti si facciano carico di questa responsabilità, che la storia addossa sulle loro spalle: cioè comincino a proporre un meccanismo federale autentico. Nel libro che presto uscirà ho raccontato che i Greci quando cambiavano costituzione la davano da scrivere a pochissime persone, al limite a una sola persona: non avevano la mania “democratica” di noi oggi che andiamo ad ascoltare tutti. Perché se ci preoccupiamo ad ascoltare tutti, finiamo nella confusione, finiamo nel non produrre niente. Veneti, vi esorto a darvi una costituzione, a presentarla in Parlamento per l’applicazione della procedura dell’articolo 138, poi vedremo se avranno il coraggio di respingere la vostra proposta. In questo caso avremo il diritto di a mezzi più persuasivi, cioè più coerenti con la sovranità “pre-costituzionale” dei veneti, che a questo punto sono anch’io pronto ad accogliere e difendere.

Il modello che immagino

Nel nuovo “modello” io ho immaginato un Nord strutturato con Liguria, Piemonte, Lombardia a formare il Nord-Ovest, capoluogo Torino; un Nord-Est, il Veneto, capoluogo Venezia o Verona, e un Sud, l′ Emilia-Romagna, capoluogo Bologna, che costituiscono un complesso. Questa Comunità Regionale avrà come capitale logica Milano, però condizionata dalle capiluoghi delle strutture competenti. Questo è già un miglioramento del mio modello precedente, e vengo incontro alla preoccupazione dei Veneti.

Soprattutto una cosa chiediamo ai nostri colleghi catalani oggi qui presenti: di illustrare i diritti internazionali delle comunità che vivono in Spagna; perché ho visto che nella Vostra Costituzione è sancito questo diritto. E’ sancito anche il principio che le risorse finanziarie vanno ripartite (come lo sono nella Confederazione Elvetica) un terzo ai Comuni, un terzo ai cantoni, un terzo alle autorità federali. Voi lo vedrete che una “cinghia tirata” al potere centrale (federale) si può applicare, una volta che si scarichi il potere effettivi, di tutti i poteri effettivi sulle regioni e sulle comunità regionali.

Ma fate più in fretta possibile, o Veneti, perché questo Stato italiano sta avvicinandosi al suo momento critico. Vi ho detto non sono ottimista, ma non sono nemmeno pessimista, perché credo che quando lo Stato italiano lo avremo ricondotto alla sua origine storica molto modesta, cominceremo anche, magari a volergli bene. Per adesso non possiamo fare altro che aspettare di metterlo sotto terra, e i veneti hanno la possibilità di guidare questa operazione.

Il Sud dimenticato

Andate d’accordo, cercate di fare violenza alla nostra natura, alla tentazione di immaginare una costituzione federale che garantisca tutto e il contrario di tutto. Saranno poi gli organi del Consiglio Regionale a provvedere a questo. Prima una costituzione da cui scavare l’avvenire di noi Veneti, scusate se io ragiono da lombardo-veneto, e anche il resto dell’Italia.

Nel libro ho anche elogiato un capitolo della storia del Sud che viene generalmente sempre dimenticato, (ne so qualche cosa perché mio nonno ha fatto tre anni di guerra contro il brigantaggio): io ho difeso, nel mio libro, la guerra civile nazionale dei meridionali che hanno preso le armi per difendere il loro Stato. Non penso dunque soltanto all’indipendenza del Nord ma anche a quella del Sud; poi se lo facciano come vogliono il loro sistema politico, non spetta a noi dettare regole anche per il Centro e per il Sud, tanto so benissimo che hanno una vocazione da legulei e da costituzionalisti molto più forte della nostra, dei lombardi e dei veneti, che sono buoni soltanto a fare soldi, ma a non creare le istituzioni giuridiche.

E’ l’augurio con cui termino questo mio intervento; un augurio ai veneti perché abbiano il coraggio di rimboccarsi le maniche e di creare subito la famosa Commissione, mettendola al lavoro. E’ l’augurio ai veneti ma anche agli italiani.

Fonte: srs di Giangranco Miglio e Ettore Beggiato, da  L’indipendenza del  6 novembre 2018 


lunedì 9 luglio 2018

SEQUESTRO LEGA, NORDIO: "HA RAGIONE SALVINI, È ATTO POLITICO"

Carlo Nordio



L'ex procuratore aggiunto di Venezia che fossero necessari i provvedimenti adottati verso la Lega


"Ha ragione Salvini che parla di atto politico", lo ha dichiarato Carlo Nordio, in un'intervista a QN in cui definisce "pericoloso" il protagonismo di chi indaga. Così l'ex procuratore aggiunto di Venezia ha commentato il sequestro conservativo da 49 milioni di euro disposto dal Tribunale di Genova sui beni della Lega Nord dopo la condanna di Umberto Bossi e l'ex tesoriere Francesco Belsito per i rimborsi elettorali.

"Bisogna andarci cauti con provvedimenti di questo tipo - ha spiegato - che incidono sullo svolgimento della dialettica politica. Vanno adottati solo se strettamente necessari: non mi pare che lo fossero. Così si rischia di alterare il gioco democratico. In questo senso, ha ragione Salvini che parla di atto politico". Più in generale ha poi affermato che "la politica deve recuperare fiducia in se stessa se vuole ristabilire il primato sull'azione giudiziaria, altrimenti restera' subordinata alla magistratura, come succede dal 1993, ovvero da quando è scoppiata Mani Pulite".

Le dichiarazioni di Salvini - Il sequestro di 49 milioni di euro alla Lega è "una follia. L'eventuale erroneo uso da parte del tesoriere della vecchia dirigenza ammonta a poco più di 300mila euro. Giurisprudenza alla mano, una volta condannato in via definitiva doveva restituire quelli. Da 300mila a 48 milioni balla molto...". Così aveva dichiarato in giornata segretario della Lega. "Non abbiamo una lira, da due anni non riceviamo alcun finanziamento pubblico. Se qualcuno ha sbagliato, vadano a chiedere a questo qualcuno e non a noi".  La Lega non si è costituita parte civile nel processo del Tribunale di Genova contro Umberto Bossi e Francesco Belsito da cui è derivato il sequestro di 49 milioni di euro "perché contavamo che in Italia ci fosse giustizia, ci ritenevamo parte lesa".

"Sono sicuro che alla fine ci daranno ragione- ha spiegato Salvini - ma non vorrei che fosse troppo tardi". "Non vorrei - ha aggiunto - che i giudici ci dessero ragione tra un anno o due anni" a elezioni avvenute, quando la Lega ormai non sarà più in grado di operare. 
"È in evidente attacco politico - ha spiegato -. Non è che qualcuno vuole bloccare la Lega perché sta crescendo troppo?". 
"Sui conti della Lega oggi ci sono 30 mila euro - ha sottolineato Salvini - stanno sequestrando soldi che sono stati recuperati da militanti" nelle feste del Carroccio "vendendo salamelle e friggendo patatine". Per Salvini l'iniziativa del Tribunale di Genova è "in perfetto stile fascio comunista e mette fuori legge un partito che rappresenta alcune decine di migliaia di cittadini italiani". "Questo - ha concluso - è un esproprio proletario". 

"Per la scelta politica di un giudice ci sono milioni di persone che rischiano di rimanere senza voce. Sembra di essere su scherzi a parte ma è la realtà. Qui non si parla di toghe rosse ma ultrarosse". 
Lo dice il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, a Radio Padania in merito al blocco dei fondi del partito. "E' chiaro - aggiunge - che a Pontida dovremo fare delle scelte importanti ed impegnative". Quello che è successo "neanche in Turchia o in Venezuela. Pensate - continua Salvini - se l'attività del terzo partito nazionale fosse bloccata in Francia o in Germania. È una cosa che quando la racconto ai miei colleghi del parlamento Ue non ci credono. Vediamo se qualcuno avrà la dignità di correggere questo errore", aggiunge.

"Piaccia o non piaccia a questo giudice noi arriveremo a governare. Noi vinceremo e cambieremo l'Italia a partire dal sistema della giustizia che è folle. Siamo trattati peggio dei mafiosi perché facciamo paura". 


Fonte: Da la Presse del 16 settembre 2017 

domenica 8 luglio 2018

COSA NON TORNA SUI 49 MILIONI DI EURO DELLA LEGA




Lega, Franco Bechis svela la vergogna dei magistrati contro la Lega: cosa non torna sui 49 milioni di euro

Una cosa è certa: nessuno, né all' epoca di Umberto Bossi con il suo tesoriere Francesco Belsito, né in quella successiva di Roberto Maroni o in quella ancora attuale di Matteo Salvini si è preso 49 milioni di euro dalle casse della Lega e se li è messi in tasca. 
Per questo è incomprensibile l' accanimento contro la Lega da parte dei magistrati di Genova e ora pure della Corte di Cassazione che considera legittimo sequestrare qualsiasi centesimo giri da quelle parti da qui per non so quanti lustri fino a quando non si raggiungerà quella somma di 49 milioni di euro. 
Eppure secondo le varie sentenze emesse a Genova e Milano Belsito e la famiglia Bossi sono stati riconosciuti colpevoli di avere usato per sé e non per le finalità pubbliche circa un milione di euro proveniente dalle casse della Lega.

La tesi dei magistrati è che visto quel milione (sono contestati anche altri 5 milioni investiti in Tanzania e a Cipro per il reato di riciclaggio) usato in difformità dalle prescrizioni di legge, fra l' altro per comprare vestiti a Bossi, debbono essere ritenuti irregolari tutti i rendiconti della Lega di quegli anni, e quindi illegittimi tutti i finanziamenti ricevuti dallo Stato a rimborso delle spese elettorali. Per questo secondo loro andrebbero recuperati all' erario circa 50 milioni di euro, e se i padri quei soldi non hanno, bisognerà che ci pensino i figli, i nipoti e magari pure i pronipoti: le colpe ricadranno biblicamente sulle spalle delle famiglie leghiste di generazione in generazione.

Con questa idea biblica di giustizia ovviamente nessuno poi potrebbe mai tenere in vita la Lega nemmeno sotto mentite spoglie, perché i vari di livelli di giustizia italiana sembrano in questo momento coalizzati per fare fuori Salvini dal panorama politico.

SENZA PRECEDENTI

È una decisione giudiziaria senza precedenti che mette in discussione il futuro della democrazia e della politica in Italia, perché esorbita non solo dalla logica comune, ma anche da ogni pilastro dello Stato di diritto. Ad esempio mettendo sullo stesso piano ciò che proviene da finanziamenti privati e da finanziamenti pubblici alla Lega. 
Non voglio tediare con riferimenti giuridici che pure hanno un loro peso, ma provo con qualche esempio concreto: se io oggi volessi donare alla Lega mille euro miei, questi verrebbero sequestrati dai magistrati non si capisce bene a quale titolo. 
E a chi oggi storce il naso anche all' interno dei militanti del Movimento 5 stelle, imbarazzato per l' alleanza con un Salvini inseguito da pm e giudici, offro un altro esempio per capirsi: non è vero che il movimento fondato da Beppe Grillo non ha mai ricevuto un euro di finanziamento pubblico, perché ha incassato e incasserà ancora milioni di soldi pubblici attraverso i propri gruppi parlamentari e i gruppi costituiti nei consigli regionali. Con quei soldi hanno pagato iniziative politiche anche sul territorio e ad esempio tutto lo staff di comunicazione che in gran parte proveniva dalla Casaleggio e che ha svolto la sua attività ben oltre le quattro mura delle Camere.

LE DONAZIONI

Tutto consentito dalla normativa esistente, intendiamoci. Ma metti caso che anche da quelle parti ci fosse stato un piccolo Belsito, che quei soldi avesse poco alla volta utilizzato a beneficio del tutto personale. Magari qualche decina di migliaia di euro o poco più. Bene secondo la logica dei magistrati che sono a caccia di Salvini in quel caso il M5s avrebbe dovuto restituire tutti i finanziamenti pubblici ai gruppi consiliari, restituendo milioni di euro. E oggi qualsiasi loro finanziamento all' associazione Rousseau verrebbe sequestrato fino a concorrenza della cifra dovuta. Esattamente quello che sta accadendo con la Lega. 
Quindi questa enormità giudiziaria è un tema che riguarda non Salvini e la Lega, ma tutta la politica e indirettamente tutti i cittadini, perché d' ora in avanti qualsiasi magistrato potrà cancellare dalla competizione elettorale il partito o movimento che gli è venuto a noia.

C' è un modo per sfuggire a questo? Ce ne sono in teoria mille: ad esempio fare transitare eventuali donazioni verso altri soggetti giuridici sulla carta non aggredibili dai magistrati (è quel che sta facendo Salvini con le fondazioni e le associazioni territoriali indipendenti), o magari aprendo conti-sottoscrizione nelle banche di Camera e Senato con causali di volta in volta legati a singole iniziative politiche. Ma davanti all' arbitrarietà giudiziaria non c' è difesa possibile: fanno quello che vogliono comunque.

Anche l' appiglio giuridico è assai flebile, e lo dimostra chiaramente quel che al contrario è avvenuto fra Luigi Lusi, ex tesoriere della Margherita, e i vertici del partito dell' epoca, guidato da Francesco Rutelli. Lì per l' appropriazione indebita è stato perseguito il tesoriere, accusato alla fine di avere sottratto al partito 24 milioni di euro. E i giudici non solo non hanno ritenuto correo il partito stesso, ma hanno con decisione di Cassazione fatto restituire il maltolto alla Margherita, e non all' erario.

RATE SOSPESE

La legge attuale consente di sequestrare per irregolarità gravi al massimo un terzo dei soli fondi provenienti dal 2 per mille Irpef destinati al partito. Ma le irregolarità non sono sindacabili dalla magistratura: debbono essere contestate da una apposita commissione consultiva di revisori delle Camere. Prima di questa legge ce ne era una del governo di Mario Monti, in vigore fra il luglio 2012 e il dicembre 2013: questa in caso di irregolarità gravi di bilancio consentiva la sospensione dell' intera rata del rimborso. Ma anche qui erano i revisori delle Camere a dovere trovare l' irregolarità e segnalarla e la sospensione della rata doveva essere disposta dai presidenti delle Camere. L' avessero fatto, alla Lega non sarebbe stata erogata la rata prevista per quell' anno: 1,6 milioni di euro. In ogni caso quella sanzione è stata abrogata e quindi non esiste più nell' ordinamento italiano. 
In precedenza (legge 1999) solo i presidenti delle Camere potevano contestare irregolarità di bilancio ai partiti (sempre per motivi formali) e sospendere l' erogazione del rimborso fino a quando non fosse stata regolarizzata la mancanza. Sospendere, non revocare. Su queste basi davvero quella dei giudici alla Lega è solo una caccia all' uomo. A Salvini e a questo punto anche al governo di cui fa parte.

di Franco Bechis


Fonte: srs di Franco Bechis, da Libero.it del 5 luglio 2018  

sabato 7 luglio 2018

LEGA, IL CERCHIO MAGICO DI BOSSI ?.... LONTANISSIMO DAI MILITANTI





Cristiano Forte, ex segretario provinciale del Carroccio, scrive un'analisi sul movimento di lotta e governo. "L'entourage di Bossi poco amato dalla base, gli equilibri si sono rotti, Maroni e Calderoli furibondi".


di Cristiano Forte


Nel Carroccio le correnti non esistono. Fine dell’articolo, dunque? Proprio no, perché in questi giorni all’interno della Lega si sta realizzando unoscontro senza precedenti che vede come protagonisti da una parte il cosiddetto “Cerchio Magico”, le persone più vicine a Bossi e che lo influenzano maggiormente, e dall’altra tutti gli altri. Non si tratta di correnti perché il “Cerchio Magico” è autoreferenziale, non ha collegamenti con il territorio e la militanza, si tratta di un gruppo ristretto che influenza Bossi e gli fa prendere decisioni pilotate. Quelli che si oppongono al “Cerchio Magico”, praticamente tutti gli altri, capitanati dai colonnelli Maroni e Calderoli, hanno in comune la consapevolezza del pericolo che il “Cerchio” rappresenta per loro.

Il “Cerchio Magico”è nato dopo l’ictus che ha colpito Bossi nel 2004.
Fu subito chiaro che le condizioni fisiche e mentali di Bossi erano compromesse e che occorreva creare un cordone che permettesse alla cerchia ristretta dei fedelissimi scelti dalla moglie di Bossi,Manuela Marrone, di gestire le decisioni all’interno del Movimento. La faccia continua a mettercela Bossi, il cui carisma sulla militanza è rimasto immutato, ma le decisioni sono prese dal “Cerchio Magico”, non più da lui. Oltre alla moglie fanno parte del “Cerchio” Rosy Mauro, fondatrice del poco fortunato sindacato padano e vicepresidente del Senato, Federico Bricolo,pittoresco capogruppo al senato, Marco Reguzzoni,capogruppo alla camera, ex Presidente della provincia di Varese, genero dell’Eurodeputato Speronie più volte indicato (solitamente da se stesso) come delfino di Bossi, almeno prima dell’avvento del

“Trota”Renzo Bossi.
C’è poi Francesco Belsito,segretario amministrativo del partito. Oltre a costoro gira attorno al “Cerchio” qualche esponente più o meno marginale in cerca di protezione, elezione o nomine. 
Obiettivi del “Cerchio” sono la successione a Umberto Bossi,che per la moglie ha come unico erede possibile il figlioRenzo “Trota”, e la gestione di più prosaiche attività politiche e parapolitiche: candidature, nomine in posti di governo e sottogoverno, limitazione dell’invadenza dei colonnelli Maroni e Calderoli. Il tutto gestito con la delicatezza di un elefante in cristalleria: uno dei primi esempi fu, con Bossi ancora in ospedale, la nomina del primogenito Riccardo Bossie del fratello Franco Bossia portaborse in europarlamento con ricchi emolumenti, per non parlare della candidatura del “Trota” in regione Lombardia e, più di recente, la nomina sempre del “Trota” a responsabile dei media Padani; esempi clamorosi fra i tanti, che fanno capire l’incuranza da parte del “Cerchio Magico” di decisioni che stridono fortemente con il sentimento della militanza e coinvolgono la Lega in evitabilissime polemiche.

Il “Cerchio Magico” rappresenta da sempre un problema per i colonnelli, ma anche per la militanza che non capisce le ragioni di decisioni apparentemente assurde. Veniva tollerato sulla base di alcune considerazioni: 1) La successione di Bossi è ancora lontana e comunque il problema del “Trota” non si porrà, essendo evidente la sua inadeguatezza. 2) Il “Cerchio” garantiva comunque la gestibilità di Bossi, tanto più che i colonnelli erano riusciti a ritagliarsi propri spazi d’autonomia. Pensiamo a Maroni Ministro dell’Interno, che ha ricevuto attestati di stima anche dalle opposizioni, ma anche a Calderoli, formalmente Ministro per la Semplificazione ma che di fatto fa il Ministro per le Riforme al posto di un Bossi che non sarebbe in grado di gestire tale incarico. Senza dimenticarsi del poco visibile ma potentissimo Giorgetti, “mente economica” della Lega e dominus delle più importanti nomine spettanti al Carroccio, per finire, in Veneto, con il maroniano Tosi, il sindaco di Verona i cui uomini stanno vincendo a man bassa tutti i congressi provinciali veneti. In cambio il “Cerchio” gestiva un certo numero di nomine in enti vari, ma anche candidature e promozioni. Un esempio è quello di Reguzzoni, nominato poco più di un anno fa capogruppo alla camera contro il volere della stragrande maggioranza dei deputati leghisti che avrebbero voluto Stucchi. Oppure Rosy Mauro, nominata commissario della Lega in Emilia Romagna e in Liguria, territori comunque marginali.

Gli equilibri si sono rotti nella settimana che ha preceduto l’ultima Pontida, quando c’è stato il tentativo da parte del “Cerchio” di commissariare la Lombardia, scalzando Giorgetti da Segretario e nominando commissario Rosy Mauro, con l’obiettivo finale di aprire la strada della Segreteria lombarda a Marco Reguzzoni che nessuno, a parte il “Cerchio”, vuole. Questo ha innescato la furibonda reazione dei colonnelli ma anche di esponenti di secondo piano del Carroccio, sulla base di due considerazioni: la prima è che se questa azione riuscisse il “Cerchio” avrebbe annientato il potere di chiunque altro all’interno del Movimento, la seconda è che un atto di questo genere significherebbe la rivolta di una parte consistente della Militanza che, con i voti in caduta libera, rappresenta attualmente il patrimonio più prezioso della Lega; infatti Rosy Mauro è a malapena tollerata dai militanti (stare in mezzo al pubblico ed ascoltare gli irriferibili commenti quando prende in mano il microfono ai comizi renderebbe l’idea), e anche Reguzzoni non gode di grandi simpatie tra la base. 
Senza dimenticare che il “Cerchio” segue una linea di fedeltà assoluta al PDL, proprio il contrario del sentimento dominante oggi tra i militanti.

Il “Cerchio” ha raggiunto l’involontario obiettivo di compattare i colonnelli: Maroni e Calderoli fino a qualche mese fa qualche frecciatina se la lanciavano, in attesa dello scontro finale per la successione, pensiamo a Calderoli grande sostenitore ed amico di Tremonti, che è il più accreditato rivale di Maroni per la successione a Berlusconi alla Presidenza del Consiglio. Ma ricordiamo anche che Maroni ha preso pubblicamente le distanze dall’operazione, ideata da Calderoli, che ha portato alla nomina a ministro di Aldo Brancher, con l’unico obiettivo di sottrarlo ai processi che lo vedono accusato per scandali che rischiano di coinvolgere anche la Lega (operazione poi resa inefficace dal Presidente della repubblica). Oggi invece tra i colonnelli regna una grande armonia, in attesa di riprendere a scannarsi con rinnovata vigoria quando (e se) il “Cerchio” sarà ridimensionato.

Sembra che momentaneamente la levata di scudi contro il “Cerchio”abbia segnato un punto a favore dei colonnelli, lo dimostrerebbe la mancata destituzione di Giorgetti e l’imminente sostituzione di Reguzzoni con Stucchi come capogruppo alla Camera. Ma nelle prossime settimane se ne vedranno delle belle, anche perché si sta sgretolando il velo di riservatezza che ha sempre contraddistinto le contrapposizioni interne della Lega, ed è prevedibile che tra “cerchio” e colonnelli lo scontro sarà, politicamente parlando, all’ultimo sangue.

Fonte: srs di Cristiano Forte, da BERGAMONEWES  del 23 giugno 2011 


giovedì 19 ottobre 2017

LA PRIGIONE INVISIBILE ITALIANA

Oneto: le idee sono punite come fossero dinamite. La prigione “invisibile” in cui viviamo





In un memorabile articolo Gilberto Oneto descrive la situazione in cui si trovano a vivere veneti e lombardi, paragonati a quegli uccelli che, ormai condizionati, non provamo neanche più ad uscire dalla gabbia a portellino aperto. E del resto, quando ci si provassero, la musica cambia, come ora sta succedendo in Catalogna, con i primi arresti e il plauso neanche tanto sottaciuto, della élite burocratica finanziaria europea. Consiglio la lettura. Oneto non c'è più ma le sue idee vivono ancora. 




Gli Indipendentisti - ovvero le Idee punite come fossero dinamite. La prigione “invisibile” italiana. E quella, ormai visibile, spagnola. 


Ci sono due modi per tenere la gente in prigione ed evitare che se la squagli: costruire mura solidissime e munirle di inferriate triple, oppure convincerla che sta benissimo dov’è e che fuori starebbe peggio. Le sbarre di metallo hanno il difetto (in tempi di buonismo e di politically correct) di essere evidenti e identificabili, di poter essere stigmatizzate su manifesti e fotografie. Le sbarre psicologiche non si vedono, non si possono fotografare, non ci si può appendere o impiccare, si possono sempre negare, si può sostenere che sono frutto di autoconvincimento o di propaganda avversaria. Ma sono in definitiva anche le più solide e subdole, sono difficili da segare e non si sa esattamente quale spazi delimitino: alla fine riducono alla condizione di certi uccelli che se ne restano in gabbia anche quando le porte vengono aperte.

L’Italia è una prigione di questo genere: a nessuno viene impedito di uscire fisicamente e (soprattutto) di entrare, ci si può lamentare e organizzare per cambiare le cose all’interno. Si può proporre di cambiarle anche radicalmente ma non si possono toccare i muri: si può rinnovare l’arredamento, ma le pareti vanno lasciate come sono.

Nuove porte e finestre incorrono nei rigori del Codice Rocco che difende con scrupolo la sacralità e l’intangibilità dei muri dell’unità nazionale, e della prigione. Nel creare argomenti per convincere i carcerati di non esserlo sono stati abilissimi e hanno saputo percorrere anche strade diverse e creative: una volta si attaccavano ai sentimentalismi patriottici (De Amicis è stato un grande carceriere), alle catarsi belliche (anche Cadorna lo è stato) e ai turgori nazionalistici (Mussolini e Franco sono stati perfetti).


Oggi preferiscono, adattandosi alla tristezza dei tempi, toccare temi socioeconomici.

Le sbarre oggi usate sono quelle dello «in fondo stiamo bene», «siamo socialmente tutelati», «abbiamo un’ottima assistenza sanitaria», scemenze come la dieta mediterranea e la nazionale di calcio che se non vince è colpa dell’arbitro.
 Da noi – continuano a ripeterci suadenti – si vive bene, si vive sicuramente meglio di quanto vivano tanti altri o di quanto vivessero i nostri vecchi e di questo dobbiamo ringraziare come è strutturato e gestito il Paese (la maiuscola è di regime).  I missionari che tornano da terre lontane ci raccontano di quanto sfigati siano i popoli del terzo mondo e di quanto fortunati siamo noi, i giornalisti ci raccontano quanto inumani e asolidali siano i Paesi apparentemente più ricchi (storie di moribondi lasciati morire sul marciapiede perché non hanno la carta di credito e altre vaccate del genere) e di quanto premurose e “umane” siano invece le nostre Asl.

Storici e politici patriottici non perdono occasione per dipingere a tinte drammatiche l’esistenza grama dei nostri vecchi (pellagra, pulci e miseria) a fronte della nostra agiatezza: è una vera e propria demonizzazione della storia che non si limita più allo sputtanamento del Medioevo ma che ha ormai coinvolto ogni epoca passata e che, mano a mano, aggiunge anche gli anni appena trascorsi, perché il presente – ce lo dobbiamo ficcare in testa – è sempre meglio del passato e il futuro lo sarà ancora di più se righiamo diritto. Il risultato è (quasi) un intero popolo che se ne sta buono all’interno della prigione convinto che sia il “migliore dei mondi possibile”, terrorizzato da ogni cambiamento, che vive con gli occhi chiusi (o aperti davanti alla televisione, che è lo stesso)per paura di vedere cosa c’è fuori e cosa potrebbe esserci dentro di diverso.




Come si abbattono queste sbarre? Costringendo la gente a guardare il passato vero, a guardare le propria condizione senza condizionamenti, a guardare fuori, e – soprattutto – a pensare a come potrebbe essere la vita senza le sbarre. La prima cosa si ottiene facendole conoscere la realtà vera della sua storia, fatta di millenni di alti e bassi, di crescite e cadute che avevano a che fare con mille motivi, ma non certo con la condizione politica unitaria che è stata fonte di miseria e non di ricchezza: l’unità italiana ha infatti decisamente peggiorato le condizioni sociali ed economiche dei popoli che ha coinvolto e inglobato. La seconda si ottiene palesando i numeri della verità: i numeri sono chiari oggettivi, inoppugnabili. Fare sapere cosa si dà e cosa si riceve, quanto si dà e quanto si riceve, chi dà e chi riceve, chi lavora e chi mangia, è essenziale per fare capire a gente obnubilata dalla sindrome di Stoccolma che esiste una differenza sostanziale fra carcerati e carcerieri, che non si deve alcuna gratitudine ai carcerieri che ci tengono carcerati, e che li si deve individuare per liberarcene.
 Le statistiche hanno una forza dirompente: basterebbe conoscerle, purtroppo da anni sono manipolate dai media caini e dalla stampa igienica.

La terza cosa si ottiene viaggiando, portando la gente in giro per il mondo a vedere come vivono gli altri, quelli che sono incarcerati fisicamente, quelli che – come noi – lo sono psicologicamente, ma anche e soprattutto quelli che invece sono liberi. Vedere gente senza catene è la più forte e sicura stimolazione per l’emulazione verso la libertà.

Bisogna infine fare capire alla nostra gente come vivrebbe se fosse libera davvero, se fosse completamente padrona di gestire il suo lavoro e le ricchezze che produce. Forse mangia oggi di più e meglio di cento anni fa, ma il paragone da fare è con “cosa e come mangerebbe” se non ci fosse la prigione italiana a contenerla e rapinarla. Lo stesso vale per la casa, l’ambiente, l’istruzione, la conoscenza, i soldi, la salute, la libertà di espressione. 

Si deve fare capire alla gente: 1) che è in prigione, 2) chi la tiene in prigione, 3) come vivrebbe fuori di prigione. Le sbarre e i muri veri si fanno saltare con la dinamite, quelli psicologici con l’informazione e la cultura che sono più dirompenti di qualsiasi bomba. Per questo il Codice Rocco punisce più severamente i  “reati di opinione”  che la detenzione di esplosivo.

L’Italia è una prigione dalla quale a nessuno viene impedito di uscire e (soprattutto) di entrare. Dove si può rinnovare l’arredamento e le sigle dei partiti, ma le pareti vanno lasciate come sono. Nuove porte e finestre incorrerebbero nei rigori del Codice Rocco.

(di GILBERTO ONETO)