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sabato 15 novembre 2025

I MONTANARI DIVENTARONO CONTRABBANDIERI MA TONI SBERLARI STABILÌ IL SENSO DI GIUSTIZIA

 



li ultimi tornanti del sentiero che sale la Valbona, le gambe si fanno sentire. Penso ai contrabbandieri camminare per questo sottobosco scosceso di notte, nella neve, portando sulle spalle carichi di trenta, quaranta chilogrammi. Quanta determinazione e quanta fatica. Da Ala fino ai pascoli delle Scorteghere sono più di mille metri di dislivello. Li percorrevano, questi eroi della sopravvivenza, senza scarponcini e indumenti tecnici, che fosse pioggia o neve, vento o gelo.

La Fontana della Veceta è asciutta, sebbene abbia piovuto molto in queste settimane. Che strade sotterranee avrà trovato l’acqua che un tempo sgorgava da questa sorgente a rifornire le borracce dei portatori che salivano al confine? L’alta Lessinia fu per secoli terra di demarcazione tra il Regno Lombardo Veneto e quel dei Cechi. Le chiamavano così i montanari le terre governate dall’imperatore Francesco Giuseppe I d’Austria: Ceco Bepe. 

domenica 10 agosto 2025

TEOFILO SANSON

 

Torino Teofilo Sanson


Torino - fine anni 40. Il giovanotto in foto è Teofilo Sanson mentre vende i suoi gelati a Porta Palazzo.

Girava per  Torino con il suo carretto, ma soprattutto nei luoghi dove si allenavano le squadre di calcio del Torino e della Juventus.

- Iniziò la sua carriera imprenditoriale nel 1948 con un modesto chiosco di gelati a Torino. Ha successivamente fondato un laboratorio nella nostra città, poi evolutosi dal 1968 nella Gelati Sanson, spostando la sede a Colognola ai Colli, nell'est veronese, fino a diventare un'azienda leader del settore dolciario, tanto da essere considerato il «Re del gelato».

 

domenica 12 gennaio 2025

IL PANDORO : LA STORIA DEL NOSTRO DOLCE NATALIZIO SIMBOLO DELLA VERONESITÀ

 



Il pandoro è un tipico dolce veronese che viene consumato soprattutto durante le festività natalizie, gran sostituto del “milanese” panettone. 

È uno dei dolci natalizi più tipici in Italia. Deriva dal nome in lingua veneta“pan de oro” e veniva servito sulle tavole dei ricchi veneziani insieme al nadalin.  Le origini della ricetta sono da ricercare ai tempi dell'antica Roma, e se ne fa menzione in uno scritto minore che risale al primo secolo d.C., ai tempi di Plinio il Vecchio, che secondo Michela Becchi cita un cuoco di nome Vergilius Stephanus Senex, che preparò un "panis" con fiori di farina, burro e olio., anche se secondo molti le prime tracce del pandoro risalgono al 1500 nel periodo della Repubblica Veneziana. C’è però chi è convinto che sia l’evoluzione di altri dolci, come il Nadalin, un dessert a forma di stella, oppure il Pane di Vienna, simile ad una brioche.

mercoledì 27 marzo 2024

LE MAROGNARE, I MURI A SECCO DEL PASSATO SUI NOSTRI MONTI


 El marognìn 


I muri a secco che ridisegnano a gradini i pendii delle nostre montagne veronesi vengono propriamente denominati nel dialetto veronese con il termine di “marognàre”, un termine che nella lingua italiana designa propriamente un informe mucchio di pietre. 

Le “marognàre” sono invece il frutto di una secolare tecnica costruttiva. 

 

La "marogna", da cui “marognàra” e lo stesso cognome Marogna, veniva realizzata in passato con l’antica tecnica del muro a secco, venivano impiegati cioè solo dei sassi, di diversa grandezza, senza alcun tipo di legante. 

Le pietre venivano riposte manualmente nel “dèrlo” (gerla) e trasportate a schiena o sulle “barèle” (carriole di montagna prive di ruota) e venivano raccolte un tempo anche per liberare il terreno e renderlo coltivabile. 


venerdì 2 febbraio 2024

VERONA ERA FAMOSA PER LA SUA OCRA DORATA

 



Verona era famosa per il colore giallo, chiamato Ocra dorata, Giallo Verona o Siena di Verona, ricavato dalle miniere di “Terra Gialla” di Verona, che sembrano già  in uso   in periodo romano. Attive fino  a pochi anni fa, l’ultimo cavatore, il sig. Luigi Righetti  cessò negli anno 80 la sua attività di artigianale di “minatore” nella miniera di  via Castello San Felice.  

Questa ocra dorata era rinomata per l’eccellente qualità, e   molto richiesta non solo dai colorifici veronesi, ma anche da quelli italiani. Poteva essere utilizzata al naturale, con il  suo colore giallo, o sottoposta a calcinatura, diventando  una polvere  di colore rosso, il famoso  “Rosso Verona “ .

 

sabato 8 ottobre 2022

VERONA. TRASFORMAZIONE DEGLI EX MAGAZZINI GENERALI


ALCUNE NOTE INVIATE DA FAUSTO CALIARI PER RICORDARE IL PERCORSO CHE HA PORTATO L'INTERA AREA DEGLI EX MAGAZZINI GENERALI A TRASFORMARSI DA ZONA PRODUTTIVA, A CULTURALE E INFINE TERZIARIO-DIREZIONALE. 

RISULTA CHIARO IL RUOLO AVUTO DALLA FONDAZIONE CARIVERONA IN QUESTA OPERAZIONE CHE HA PRIVATO VERONA E I VERONESI DI UN'OTTIMA OPPORTUNITA' DI RIQUALIFICAZIONE .


 

LA PROFEZIA DELLA LOCOMOTIVA COSMICA SI È TRISTEMENTE AVVERATA. 

 

Dopo la ristrutturazione la magnifica Stazione Frigorifera n°10 appare come un effimero guscio vuoto, violentemente scarnificato, addomesticata e imbellettata per asservire al meglio le nuove

funzioni commerciali, spogliata dei preziosi elementi caratterizzanti che la elevavano potentemente a luogo immaginifico dell’anima, e che proprio per questo ne giustificavano il vincolo integrale originale, perché con il tempo era divenuta opera d’arte; vincolo ribadito con ben due sentenze del consiglio di Stato purtroppo rimaste lettera morta. 

martedì 15 ottobre 2019

IL 12 OTTOBRE 1866 USCIVA IL PRIMO NUMERO DE L’ARENA DI VERONA

Tipografia Arena 


Verona 11 ottobre 2016, Il giornale L’Arena di Verona compie 150 anni


Il 12 ottobre 1866 a Verona esce il primo numero del quotidiano L’Arena, «il più antico d’Italia»; quando le notizie arrivavano in redazione sulle ali dei piccioni e i direttori si sfidavano a duello; la collaborazione di Emilio Salgari, il manifesto del Futurismo; l’Arena fascista, Bisaglia e gli anni del boom; giornali, radio, televisioni del gruppo Athesis; Bertani, Galtarossa, Fedrigoni, Armellini, Grigolini, Ferro, Rana, Pedrollo, Veronesi; chi comanda oggi e il tempo della crisi.

Quando esce il primo numero del giornale L’Arena è il 12 ottobre 1866, una data importante per Verona perché segna, al termine della Terza guerra di Indipendenza, l’annessione del Veneto al Regno d’Italia. Gli austriaci stanno per abbandonare la città e il giorno 16 dello stesso mese i bersaglieri arrivano da Viale Venezia e passano porta Vescovo acclamati dalla folla. Editori di quel quartino, che a Verona e provincia costa 7 lire e 12 all’estero, sono Gaetano Franchini e Carlo Vicentini, direttore è Alessandro Pandian, condirettore Giusto Ponticaccia, mentre nella sede di via Monte 303, oggi via Sant’Egidio, lavorano due giornalisti.

In redazione le notizie da pubblicare arrivano per posta e tramite i colombi viaggiatori mentre il telegrafo viene utilizzato con parsimonia perché costa molto. A capo della tipografia, dove le pagine vengono realizzate ponendo a mano i caratteri nei telai di composizione e dove si stampano a torchio alcune centinaia di copie al giorno, è Antonio Todeschini, che per 52 anni rivestirà il ruolo di proto, oltre che di puntuale commentatore sul suo taccuino di tutto ciò che riguarda il giornale. Nel 1870 muore l’editore Vicentini e al posto di Pandian assume l’incarico di direttore Dario Papa, fautore della seconda edizione delle 17 (la prima esce alle 9). Nel 1879 arriva da Parigi una nuova macchina tipografica a vapore, la Marinoni, che consente la stampa di migliaia di copie.

Nel 1874 la testata passa di mano e viene acquistata da Giovanni Antonio Aymo che tra il 1884 e il 1901 ricopre anche il ruolo di direttore e che nel 1891, l’anno del venticinquesimo de l’Arena, trasferisce la tipografia sotto casa: da via Sant’Egidio a Stradone San Fermo. Nel 1902 arrivano da Berlino le prime quattro linotype elettriche che consentono una composizione più rapida e tre anni dopo sulla scrivania del direttore compare il telefono. Nel 1929 nasce la Società Editrice Arena, ancora attiva con il Centro stampa di Caselle di Sommacampagna e nel 1945 si costituisce la Società editrice Athesis.

Nel volume L’Arena e Verona, 140 anni di storia, l’ex presidente del gruppo, l’avvocato Luigi Righetti, ricorda che il giornale «è il quotidiano più antico d’Italia». Il titolo di primo quotidiano d’Italia spetta però al milanese Il Secolo, che l’editore Edoardo Sonzegno iniziò a pubblicare il 5 maggio 1866, qualche mese prima de L’Arena. Ma Righetti non raccontava bugie, perché Il Secolo chiuse il 31 marzo 1927 e quindi L’Arena rimane effettivamente il giornale più antico d’Italia.

Un primato – il Corriere della Sera uscirà solo 10 anni dopo, nel 1876 – che si spiega anche con il clima culturale della Verona di fine Ottocento, molto diverso dall’attuale, dove sono presenti vari giornali. Oltre a L’Arena vengono stampati La Nuova Arena (dove Emilio Salgari pubblica a puntate La tigre della Malesia), L’Adige,  Verona Fedele e il settimanale Verona del Popolo. In città si trova la redazione veronese de il Gazzettino, sono pubblicate diverse riviste letterarie, come La Ronda, e alcuni fogli umoristici, come il Can da la Scala dove collabora Renato Simoni.

“A Verona negli anni Ottanta dell’Ottocento” ricordano Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi nel libro Emilio Salgari, la macchina dei sogni “la lotta tra i vari schieramenti politici e l’intensificazione della guerra commerciale tra i diversi quotidiani cittadini, a essi legati, portarono a conflitti che sfociarono in vertenze e denunce, seguite dalle relative cause giudiziarie, o risolti con frequenti duelli”. Come quello del 1904 tra il direttore de L’Arena Antonio Mantovani e il direttore de L’Adige Luigi Bellini Carnesale, che finisce con la morte del primo. O un altro a colpi di sciabola, che nel 1883 a Chievo vede protagonisti Salgari, che nel frattempo è passato a L’Arena dove lavorerà come redattore fino al 1893, e il cronista del’Adige Giuseppe Biasioli, che aveva messo in dubbio le competenze marinare dello scrittore definendolo “mozzo” in un suo articolo. Biasioli viene ferito e Salgari se la cava con una multa e sei giorni di prigione a Peschiera.

Altro primato de L’Arena è la pubblicazione in anteprima del Manifesto del futurismo italiano di Filippo Tommaso Marinetti, il 9 febbraio 1909, prima della data ufficiale di presentazione che corrisponde alla comparsa del documento sulla prima pagina di Le Figaro, il 20 febbraio 1909. Un primato che però non spetta solo a L’Arena, visto che il testo esce più o meno in contemporanea su altri giornali a Napoli, Mantova, Trieste e Roma.

Durante il Ventennio L’Arena fu marcatamente fascista, tanto che dal 1 maggio 1945 al 30 giugno 1946 il giornale, che nei primi anni Trenta si era trasferito con la tipografia in Volto Cittadella, con l’arrivo degli Alleati per un anno cambia nome e diventa Verona Libera, organo del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).

Il 2 ottobre 1966 si festeggia il centenario e con esso il trasferimento nella nuova sede di San Martino Buon Albergo; rimane in Piazzetta Municipio solo la redazione di cronaca cittadina. Nel nuovo stabilimento è in funzione una moderna MAN a 4 gruppi capace di stampare 70 mila copie l’ora. Con il passaggio alla fotocomposizione, nel 1984 avviene il pensionamento delle linotype, mentre pochi anni dopo compaiono i primi videoterminali. La redazione negli anni Novanta si trasferisce in vicolo Stella e poi nell’attuale sede di Corso Porta Nuova. La tipografia nel 2006 si sposta da San Martino Buon Albergo al centro stampa di Caselle di Sommacampagna dotato di rotative Regioman e Colorman, con cui il 17 aprile 1988 viene stampato il primo giornale a colori. Del 1999 è il primo sito internet, mentre dal 2002 si trova online il pdf del giornale.

Per quanto riguarda la proprietà, nel 1958 Athesis acquista il Giornale di Vicenza e nel 1990 Brescia Oggi, secondo quotidiano della città lombarda. Nel 1992 rileva le filiali di Verona, Vicenza e Brescia della Società pubblicitaria Manzoni, gruppo la Repubblica, eliminando un pericoloso concorrente e creando PubliAdige, la propria concessionaria di pubblicità locale. Athesis diventa anche proprietaria di AGA (Agenzia Giornali Associati) che da Roma fornisce notizie dalla capitale ai giornali locali. Nel marzo 2002 Nuova editoriale SRL, altra società del gruppo fondata nel 1992 per operare nel campo del new media, pubblica il giornale free press In Città. Del 1984 è l’acquisto di TeleArena, nel 1999 arriva Tele Mantova, Radio Verona viene acquisita nel 2000, Brescia PuntoTV nel 2003. Della Divisione libri entra infine a far parte la casa editrice Neri Pozza.

Storico è il passaggio della proprietà dalle famiglie Bertani (vini), Fedrigoni (cartiere) e Galtarossa (fonderie) – che nel primo dopoguerra avevano dato la loro impronta a L’Arena – ai nuovi proprietari negli anni Settanta, gli industriali della Sipa Pollo Arena Arrigo Armellini e Antonio Grigolini, insieme a Luigi Ferro, altro imprenditore veronese. I nuovi padroni fanno riferimento all’area dorotea della Democrazia Cristiana dove leader è Antonio Bisaglia che a Verona sta cercando di realizzare un giornale triveneto a sostegno del suo disegno politico. Tutti questi nuovi soggetti sono in stretti rapporti con la persona che diventerà presidente di Athesis, l’avvocato Luigi Righetti. Con la morte di Bisaglia, nel 1984 in circostanze misteriose, inizia una nuova era mentre Grigolini lascia il Gruppo verso la fine di quel decennio.

Gli anni Novanta sono quelli della crescita e del confronto vincente con Carlo Caracciolo, editore del Gruppo editoriale l’Espresso, che nel 1998 tenta di acquistare le quote di Athesis poste in vendita da Ferro per un valore di 80 miliardi di lire. L’operazione non riesce grazie alla mediazione di Righetti e a Giorgio Zanotto, allora presidente della Banca Popolare di Verona, che insieme a Banca Antonveneta emette una fideiussione con la quale gli industriali di Verona e Vicenza liquidano Ferro e diventano proprietari de L’Arena insieme ad Armellini.

Oggi il gruppo conosce una crisi senza precedenti, i dati ADS pubblicati da Prima Comunicazione registrano a luglio 2016 un totale vendite giornaliere di 28.151 copie, contro le 42.830 della media giornaliera riferita al 2006. Anche gli abbonamenti digitali non decollano e sono fermi a 1300. Molti giornalisti sono stati prepensionati, nel 2015 viene chiusa la redazione cultura e la fusione di alcune redazioni del gruppo non impedisce nel 2013 il ricorso alla cassa integrazione. Nel maggio 2013, per effetto della crisi del settore e della conseguente razionalizzazione dei costi di distribuzione, la Società Editrice Arena perde la commessa di stampa di tutte le copie de il Sole24Ore destinate al Nord Est. Nel marzo 2013 chiude In Città, e nell’ottobre 2015 l’emittente Brescia PuntoTV viene venduta al gruppo TeleColor. Nel novembre 2015 l’agenzia AGA viene ceduta a LaPresse.

Quanto vale oggi l’Arena? si starà chiedendo per la seconda volta il Gruppo editoriale l’Espresso e la risposta potrebbe essere più o meno la metà rispetto a 10 anni fa. 
Ma chi comanda al numero 67 di Corso Porta Nuova? Un insieme di finanziarie, come Sifi spa (42,76%), Promofin srl (16,16%), Fiduciaria Vicentina srl (9,08%), Finvi srl (6,68%) e vari soggetti dove troviamo, tra gli altri, i nomi di Cattolica Assicurazioni, Veronesi holding, Index spa, Calzaturificio Frau.

Gli uomini al comando, quelli che dovrebbero risollevare le sorti del giornale, hanno però un nome e cognome. Presidente di Athesis è Gianluca Rana; vicepresidenti del Consiglio di Amministrazione sono Marco Armellini (di questi giorni le indiscrezioni circa la possibile vendita delle sue quote) e Luciano Vescovi; Consiglieri Gianluigi Armellini, Luigi Carlon, Alberto Luca, Giulio Pedrollo, Emilio Robbi, Giordano Veronesi, Alessandro Zelger e Giuseppe Zigliotto.

I direttori de L’Arena dal 1866 al 2016


Dopo Pandian e Ponticaccia (1866-1873) e dopo Dario Papa (1874-1880) menzionati nell’articolo, assumono la direzione de L’Arena di Verona Ruggero Giannelli (1880-1882),Cesare Gueltrini (1882-1883), Dario Papa(1883), Giovanni Antonio Aymo (1884-1901),Antonio Mantovani (1901-1905), Adolfo Fossi (1905-1916), Rodolfo Rampoldi (1916-1918),Giuseppe Pollorini (1922-1924), Michele Campana (1924-1926), Ettore Tambara (1926 ad interim), Sandro Baganzini (1926-1928), Giuseppe Toffano (1929-1930), Antonio Galata(1930-1936), Umberto Melani (1936-1943), Giuseppe Silvestri (luglio-settembre 1943), Aldo EttoreKessler (1 giorno), Carlo Manzini (settembre-ottobre 1943), Giuseppe Castelletti(ottobre 1943 – giugno 1944), Giuseppe Bertoni (1944), Giacomo Etna (1944 – 25 aprile 1945), Verona Libera, direzione collegiale del CLN con Renzo Zorzi e Gianfranco De Bosio (1 maggio 1945 – 30 giugno 1946) Giacomo Lampronti (come responsabile); Antonio Galata (1 luglio 1946-1958), Gilberto Formenti (1958-1967), Giovanni Fontana (1967 – 1969), Gilberto Formenti (1969-1982), Giuseppe Brugnoli (1982-1993), Albino Longhi (1993-1995), Mino Allione (1995-2001), Adriano Paganella (ad interim 2001-2003), Maurizio Cattaneo (2003-in carica).
Bibliografia: L’Arena e Verona 140 anni di storia (Athesis, autori vari); Emilio Salgari, la macchina dei sogni (Claudio Gallo, Giuseppe Bonomi).

Fonte: da Articolo 21  del 11 ottobre 2016

domenica 13 ottobre 2019

QUELLE VETRINE CHE HANNO SEGNATO UN´EPOCA.


LA VERONA CHE NON C´È PIÙ. La storia commerciale di via Mazzini scandita dai negozi storici che ne hanno animato la vita e dettato la moda in città dai primi del ´900.




L´annunciata chiusura della libreria Ghelfi&Barbato è l´epilogo di una lenta agonia iniziata alla fine degli anni Ottanta.

La chiusura della libreria Ghelfi&Barbato è l´ultimo capitolo non solo della storia commerciale di Verona, attraverso la sua più importante strada del passeggio e delle vetrine, ma anche il triste epilogo di un´epoca. Quella della ricca borghesia cittadina che vestiva elegante, ma anche quella della città popolare che guardava le vetrine con gli ultimi arrivi e affidava all´estro e alle mani delle giovani donne, casalinghe e sartine in casa, con lo scampolo di stoffa a poche lire, la possibilità di un abito alla moda. Via Mazzini, la via principale di Verona, che i veronesi amavano chiamare con il vecchio toponimo di via Nuova.

CON LA CHIUSURA della libreria Ghelfi&Barbato, che, unico negozio di via Mazzini, ha mantenuto anche lo splendido rivestimento metallico, si volta pagina su un pezzo di storia. La libreria è citata in una guida di Verona del 1868 (libraio Munster, via Nuova alla Scala ed, un ventennio dopo, Rem! igio Cabianca), e poi in tutte le guide di fine Ottocento, in uno stabile che, in epoca asburgica, ospitava le stalle. 

La raffinata struttura in ferro venne eseguita dalla Premiata officina Marcello Carrara di via Torretta San Zeno: manca la data, ma è del secondo ottocento, in quanto Marcello Carrara è presente nell´elenco delle officine veronesi proprio in quel periodo. 

Nei primi decenni del novecento, i Barbato da Pontremoli, la patria delle bancarelle di libri, sono approdati a Verona: prima vendevano i libri in bancarelle poste al centro della strada, poi hanno rilevato la storica libreria. L´addio di Ghelfi&Barbato, in via Mazzini, segue di solo un anno la chiusura della sede storica della Bnl, la Banca nazionale del Lavoro, che ha lasciato il posto ai grandi magazzini Zara. Di negozi storici, sopravvive la Farmacia Due Campane, che la tradizione fa risalire addirittura al 1753 dallo speziale Giuseppe Faccioli in contrada Santi Apostoli, poi  trasferita in via Nuova dallo speziale Gaetano Lonardi nel 178! 9. E nell´alta via Mazzini, al numero 67, verso piazza Bra, dagli anni Venti, c´è la gioielleria Maria Passeroni. 


QUELLE VETRINE CHE HANNO SEGNATO UN´EPOCA.





RACCONTARE la storia commerciale di questa strada non è facile: si può partire dalle vecchie guide di Verona (si intitolavano anche «Informatori» o «Indicatori» o «Indispensabili») del secondo ottocento, edite da Apollonio e da Rossi. In quelli degli anni Trenta dell´ottocento, si scopre che in questa che si chiamava via Nuova c´erano fabbri, bottai, drogherie, alimentari, sarti e i più svariati artigiani ed è facile pensare che allora i negozi erano modesti, in penombra, male illuminati, con le merci sulla porta. 

Il precursore fu Pietro Barbaro, cavaliere veneziano, proprietario di un grande negozio di stoffe con sartoria a Venezia nel centralissimo Campo Goldoni e succursali a Padova e Treviso. Nel 1900, acquistò tre modeste case in via Nuova ai numeri civici 53, 55,57e dopo il loro abbattimento provvide ad erige! re un moderno edificio, quello che si vede ancora oggi, al numero 55, con ingresso laterale e due ampie e bellissime vetrine. Allora fu ritenuta un´audacia, demolire e ricostruire il nuovo. Nel volume sui «Luoghi del commercio» di Luigi Scolari e Alberto Vignolo ci sono i bellissimi disegni del palazzo di Barbaro che portano la firma del più illustre architetto veronese del tempo, Ettore Fagiuoli. Bellissimi e accuratissimi i disegni dell´architetto per la facciata con le maestose vetrine. Oggi, c´è una griffe nazionale, Furla, borse, valigie, pelletterie e accessori. 

Dopo Barbaro, arriva da via Quattro spade, nel 1903, l´Unione Militare, altro storico negozio che forniva divise, che vi rimase fino ai primi anni Settanta: apre nei locali della storica birreria Galletti.

Sempre in questi primi anni del Novecento, c´era la drogheria del veneziano Fabricci, che poi divenne, nei primi anni Sessanta, la Drogheria di lusso Cavallina. C ´erano le fiorerie Ghedini e Zanoni. Allora una sola la profumeria, all´insegna Marastoni, che negli anni Sessanta divenne Mirem e una sola anche l´oreficeria, Toffaletti, che da metà degli anni Novanta si è spostata in via Cattaneo. Venne aperta nel 1898, con vetrine ornate a motivi floreali e scaffali con ripiani in cristallo; era in via Mazzini 16, in uno stabile di proprietà della Comunità ebraica. Un´eleganza sobria ma raffinata. 



IN QUESTI PRIMI ANNI del secolo scorso, fu rinnovato il caffè ristorante Concordia alle Campane, nel palazzo Martini (negli anni sessanta divenne Linoleum): ora qui c´è la gioielleria Canestrari, approdata negli anni Ottanta, ma attiva dal 1920 aveva un ampio e per i tempi bellissimo negozio in via Cappello. Memorabili le vetrine di argenteria.




Oltre l´incrocio con via Quattro spade, vicino al cortile dell´Accademia, nel primissimo Novecento, c´era il vecchio Tiolo, con una bottega di cioccolata servita solo in tazza: qui, negli Anni sessanta, si insediarono i grandi magazzini Upim, per poi spostarsi nel palazzo del Supercinema, dove seppur ridotti si trovano ancora. Negli anni Venti, altri illustri negozi aprono in via Mazzini: Tadini e Verza era arrivato a Verona nel 1923, da Montagnana (allora era una delle 27 filiali della ditta, che oggi ha sede a Brescia). Pochi anni dopo, l´apertura, attorno al 1926, in una pubblicità apparsa sul nostro giornale si reclamizzava che da Tadini e Verza si regalava un servizio di piatti ai clienti che avessero fatto acquisti per oltre 15 lire. Oggi, da Tadini e Verza c´è il Disney store.

Verso San Tomio, dal 1915, c´erano le sorelle Beltrame e ancora dall´Ottocento, le pelletterie Campana. Invece, all´imbocco della strada da piazza Bra, c´era Onestinghel, un altro negozio storico di Verona: la cartoleria aperta nel 1888 si è trasferita da ormai una quindicina di anni in via Frattini ed in Zai. Al suo posto prima De Wan, ed ora Louis Vitton, la celebre griffe della pelletteria. 



Onestinghel, il telefono n.1 a Verona


GLI ANNI D´ORO della via Nuova sono iniziati nel dopoguerra e sono continuati fino alla fine degli anni Ottanta. Dire via Mazzini, in questi trent´anni, significava cartoleria Onestinghel, valigeria Giobatta Righini, bar Turco (già caffè Zampi, quello di Carlotta Aschieri), confetteria Delva (già Unica), orologeria Pavesi,cappelleria Petternella, confezioni Pietro Barbaro, Unione Militare, Filippo Grassi con le sue bellissime biancherie, farmacia Carraroli (Rossi) alle due Campane, le porcellane di Giacomo Martini, la sartoria Saccani (già Cervellera), le bellissime stoffe e poi confezioni di Tadini e Verza, Pernpruner (con le splendide vetrine), Profumeria Mirem (Marastoni), Illy bar (Cattarozzi), Fioreria Ghedini (trasferita nel caffè Santo Mio), e infine il negozio di biancheria Angelini, che, negli Anni sessanta, era il più vecchio di via Nuova, con 116 anni di gestione alle spalle. Non c´era già più l´orologeria Paur, nell´immobile costruito dall´architetto Goldschmied all´angolo con via Enrico Noris, per la sede del banco veronese di cambio: dagli anni Sessanta, erano esposti in vetrina i nuovissimi prototipi delle macchine da cucire Singer. 





Verso piazza Erbe, la Salumeria Simonetti, già Todeschini, l´ombrelleria Campana, la farmacia di San Tomio, la calzoleria Voltan, le stoffe di Bonani e Castellani già Casalini, la libreria Dante, che dal negozio al numero 70, nel frattempo, si era trasferita al palazzo del Supercinema. Di librerie in via Mazzini c´erano ovviamente la Ghelfi e Barbato, la Marchiori e Di Pellegrino.

In fondo, nello slargo, con piazza Erbe e via Cappello, nel palazzo d´angolo, c´era il negozio di scarpe di Attilio Rossi: elegantissimo. Oggi c´è Max e Co. Negli anni d´oro, in via Nuova, Albasini, con la biancheria: era vicino alla Bnl. Negli anni Settanta, Biasini mostrava le poltrone Frau, uno dei primi arredamenti da design. E sempre in questi anni, arrivano i negozi di scarpe vicino a piazza Bra, di Principe e Buschi, le confezioni del Duca d´Aosta (dal 1960), la profumeria Venus, le pelliccerie Castelli, l´abbigliamento per signora di Luisa Spagnoli, poi ancora Azzini abbigliamento, i Magazzini Disco Rosso, le biancherie di Frette e il negozio di dischi della Ricordi. 


Taioli, Veronetta


«LE STRASSE». Poi, a fine anni Ottanta, primi anni Novanta, aprono i negozi di jeans con le griffe italiane, Benetton, Diesel e i «puristi» di via Mazzini, inorriditi, dicevano che in via Nuova erano arrivate «le strasse». Negli anni Novanta, con gli affitti stellari e il turismo internazionale, le vetrine veronesi fanno gola alle griffe dell´alta moda: ecco Versace, Gucci, Louis Vitton, Cartier, Dolce e Gabbana, Bulgari, Marina Rinaldi. E di recente, Tezenis, Disney store, Salmoiraghi e Viganò e la catena spagnola di Zara. Fino alla recente libreria Feltrinelli nell´ex sede del Banco di Roma, che ha dato il colpo finale a Ghelfi&Barbato. 

Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA
Data: 3/04/2012
Note: CRONACA – Pagina 17

mercoledì 9 ottobre 2019

CON LA MORTE NEL CUORE CHIUDE LA STORICA LIBRERIA DI VERONA GHELFI E BARBATO

Ghelfi e Barbato, cartello chiusura


Un pezzo di storia e di cultura veronese che se ne va: è questa la sintesi dell'annunciata chiusura della libreria "Ghelfi e Barbato" in centro storico. Dalla serata di venerdì campeggia sulle vetrine del negozio un cartello con caratteri cubitali: «Svendita totale per chiusura». Tanta la concorrenza, enormi le difficoltà da sostenere per le librerie indipendenti nei confronti delle grandi catene e dell'e-commerce.
«Ebbene sì. "Grosso Ghelfi e Barbato" chiude. Con la morte nel cuore ma affrontando la realtà con serenità e la consapevolezza che abbiamo fatto il possibile. Sono grato per quanto ho avuto da questo straordinario mestiere e per le persone eccezionali che ho incontrato e mi hanno arricchito professionalmente e personalmente», questo il saluto affidato ai social dal titolare. Un'istituzione fatta di libri per la città di Verona, la "Ghelfi Barbato" nata ben 92 anni fa, quando al tempo di nome faceva "Libreria Grosso". Nel 2012 ci fu un primo "segno dei tempi" (non molto lieti ammettiamolo), quando il negozio dovette trasferirsi da via Mazzini, la via dello shopping, per trovare una nuova sede, più conveniente, pochi passi più in là in Piazzetta Scala al civico 3.


La vecchia sede della "Ghelfi e Barbato" in via Mazzini


Per diversi anni da quel 2012, nella vecchia sede della "Ghelfi e Barbato" in via Mazzini sono così rimaste le antiche insegne, a far da complemento a foto di bellissime ragazze in bikini, collant, mutandine e reggiseni: alla libreria era infatti subentrato un negozio "Goldenpoint". L'effetto visivo dal sapore involontariamente surrealista, aveva se non altro il pregio di ricordare a tutti la presenza della storica libreria nella nuova sede dislocata pochi metri più in là. Oggi, dopo il nuovo annuncio di quella che pare essere una chiusura definitiva della "Ghelfi e Barbato", agli immalinconiti lettori rimasti orfani del loro tempio, non resterà che introdursi in quell'antica sede e, con sguardo trasognato da pellegrino in preda ad un inesorabile lapsus d'azione, rivolgersi con candore ai dipendenti del "Goldenpoint" chiedendo sommessamente se, per caso, è possibile acquistare una vecchia ristampa de "La coscienza di Zeno".


Chiusura "Ghelfi e Barbato" ottobre 2019“


Fonte: da Verona sera del 6 ottobre 2018

martedì 26 febbraio 2019

ADDIO A GIORGIO GIOCO EL “COGO” DE VERONA




Il cuoco icona della cucina tradizionale veronese affermava che «La cucina povera ha il profumo della terra e il sapore dell’onestà».

Rabbrividirebbe leggendo i tanti articoli di questi giorni in cui viene definito chef. Lui era un cuoco, anzi el “cogo” de Verona. 
Lo scorso 23 febbraio Giorgio Gioco, a novantatre anni, ci ha lasciati. Ha fatto la storia della cucina non solo a Verona ma in tutta Italia. Patron del 12 Apostoli, “il ristorante” nel cuore della Verona antica conosciuto in tutto il mondo. Ristorante con il quale conquistò le due stelle Michelin, che mantenne fino ai primi anni Ottanta. 
Legato al territorio e alla tradizione è stato uno dei fondatori della Fiera del Riso di Isola della Scala, sua anche la prima pasta e fagioli della prima delle Giornate del Vino Italiano, che poi diedero origine al Vinitaly.
Tradizione e semplicità il cuoco veronese affermava che «La cucina povera ha il profumo della terra e il sapore dell’onestà». 
Appassionato d’arte e lettere, nel 1968, Giorgio Gioco con Cesare Marchi, Indro Montanelli, Giulio Nascimbeni e Enzo Biagi, fondò il premio letterario 12 Apostoli.

Credo che il miglior modo per salutarlo sia a tavola, realizzando una sua ricetta. Recentemente, nel 2016 in occasione del 50° anniversario della Fiera del Riso, ha riscritto, aggiornandola  la ricetta “ufficiale” del Risotto all’Isolana. Con questa gli rendiamo omaggio.


Ricetta del Risotto all’Isolana (2016) di Giorgio Gioco

Cosa occorre: kg di riso Vialone Nano veronese (consigliato l’Igp), 2 litri di ottimo brodo (pollo/gallina – manzo – verdure), 200 gr. di vitello magro, 600 gr. di lombata di maiale, 150 gr. di burro, 140 gr. di formaggio grana, pepe, sale, cannella e rosmarino (quanto basta).
Come si fa: tagliate la carne a dadini, condire con sale e pepe macinato fresco, lasciare riposare per un’ora. Fondere il burro, mettere un rametto di rosmarino, rosolare bene la carne. Cuocere a fuoco lento fino a completa cottura della carne indi togliere il rosmarino. 
Far bollire il brodo, aggiungere il riso mondato, cuocere per circa 18 minuti a fuoco lento. Il riso dovrà assorbire tutto il brodo. Condire quindi il riso con il condimento fatto in precedenza. Completare il risotto all’Isolana con il formaggio profumato alla cannella.

Cinzia Inguanta


Fonte: srs di Cinzia Inguanta, da Verona in del  25 febbraio 2019 

domenica 16 dicembre 2018

QUANDO UNA VOLTA SI FACEVA IL BUCATO A MANO




CUAN 'NA OLTA SE LAVAVA DO LE ROBE A MAN  



Sino agli anni ’60 del XX° secolo lavare i panni era un “affare serio” in quanto richiedeva molta fatica e molto “ojo de gombio” e necessitava di diversi giorni, a differenza dei tempi contemporanei ove con l’ausilio della lavatrice e dell’asciugatrice nel volgere di alcune ore si risolve il problema senza la minima fatica. Infatti, sebbene i primi elettrodomestici con funzione di lavapanni, denominate in seguito lavatrici, risalgano ai primi anni ’40, fu solo con lo sviluppo economico degli anni ’60 e ’70 che la lavatrice ebbe una notevole diffusione nelle abitazioni dei nostri monti Lessini e un po' ovunque nelle periferie italiane. 

Prima di allora il bucato si lavava a mano, innanzitutto non si disponeva di un detersivo o di un ammorbidente già pronto all’uso per cui era necessario produrselo. Due tre giorni prima di quando si stabiliva di fare l'operazione di lavaggio, si metteva da parte della cenere del focolare che veniva riposta in un bidone in metallo che si riempiva con dell’acqua. Dopo un paio di giorni il bidone si poneva sul fuoco e l’acqua contenuta veniva fatta bollire, ottenendo così’ la “lìssia” che costituiva il detersivo del passato.

Migliore era il legno bruciato nel focolare o nella “stua” e migliore era la cenere prodotta che, se di qualità arrivava addirittura ad essere fine e bianca.

Dalla lascìvacotta con il grasso animale e riponendovi fiori di lavanda o alloro veniva ricavato il sapone, sostituiti solo in seguito dall’uso della soda caustica, un composto chimico che divenne a buon mercato in tempi a noi vicini. 

Lavare i panni era un vero e proprio rito; con una cadenza di ogni 20/25 giorni la biancheria del letto veniva tolta e lavata. 
La fase di preparazione iniziava con la raccolta dell’acqua dai pozzi, dalle fontane, dai fossi o dai fiumi che veniva posta in contenitori di metallo e fatta bollire sul fuoco. Una volta che l’acqua raggiungeva l’ebollizione si aggiungeva la cenere vegetale e rimestando di tanto in tanto si veniva a creare un liquido di color grigiastro, denominato la “lìssia” cioè la liscìva. Questo composto era particolarmente grasso ed aveva un forte potere pulente. 

Dopo la produzione della liscìva iniziava la prima parte della pulitura: sopra la biancheria, che veniva disposta entro “ ‘na brenta o un mastèl”, si riponeva una sorta di telo che aveva la funzione di fungere da filtro in quanto la cenere non doveva toccare i panni che venivano lasciati in ammollo in questa poltiglia per una notte. I panni tuttavia non dovevano assolutamente essere a contatto diretto con la “lìssia” bollente; il motivo era evidente, il contatto con la lisciva bollente avrebbe avuto un effetto di cottura dello sporco e le macchie si sarebbero fissate non riuscendo più a toglierle in seguito. I panni venivano poi coperti da una serie di assi di legno per evitare che il liquido si raffreddasse. La biancheria necessitava infatti di rimanere in ammollo per tutta la notte, per poi essere fregata con il sapone il giorno seguente. I panni venivano appunto strofinati con il sapone il giorno successivo su un’apposita tavolozza (“ l’asse da laar do le robe” ) in legno.

Il sapone veniva quasi sempre prodotto in casa perché troppo costoso per essere acquistato per le misere economie domestiche del passato. Erano soprattutto i contadini a farsi da soli il sapone, ottenendolo attraverso un lungo procedimento. 

Il sapone veniva ricavato dal grasso “del porsèl” (maiale) che veniva conservato “cuàn se fasea sù el porsèl”; il grasso veniva bollito e profumato con delle foglie di alloro, salvia, basilico o fiori di lavanda e poi versato negli stampi di legno e fatto raffreddare fino all’indurimento. Questo prodotto veniva utilizzato anche per l’igiene umana, cioè per lavarsi. 




Oltre alla “lìssia” le donne lavavano anche presso il “lavador” (lavatoio) del fosso, dei fiumi o presso gli “àrbi de le contrè”, dove bagnavano, strofinavano, sbattevano gli indumenti parecchie volte fino a renderli puliti. Quasi sempre nelle contrade dei nostri monti era presente infatti “l’arbio” (fontana/lavatoio) dove si lavavano anche i panni.

D’inverno il tutto diventava più complicato a causa del freddo e dell’acqua gelata o ghiacciata, ma si trattava comunque di un’operazione che si doveva fare lo stesso. Appena compariva un po’ di sole (anche con la neve) la massaia scaldava l’acqua “in tel parol” (pajolo) ed iniziava tutta la faticosa procedura per il lavaggio.

Una volta, ogni settimana o mese si lavava il bucato più piccolo mentre in primavera quello voluminoso (come lenzuola o asciugamani), perché era il periodo migliore per l'abbondanza di acqua conseguente al disgelo.

Il giorno del bucato, si prendevano delle “brente” (grandi vasche) di legno che venivano posate su dei treppiedi con sotto un secchio. A questo punto la biancheria veniva inserita dentro queste vasche e pigiata. Veniva poi coperta con un drappo di tela su cui si spargeva la cenere e su cui veniva versata acqua bollente.
L'acqua sporca, dopo un po', cadeva da un foro posto sul fondo delle vasche e finiva nel secchio. Questa operazione veniva ripetuta finché l'acqua caduta non fosse stata limpida.

La biancheria più delicata, come polsini o pizzi, era messa a bollire a parte con il sapone mentre le magliette, le mutande e le calze venivano prima immerse nell'acqua con farina e succo di limone così da essere sgrassate.

La biancheria bagnata veniva, infine, trasportata al fiume o al “lavador de contrà” per essere risciacquata e messa a stendere. Una volta asciugata la biancheria veniva diligentemente stirata con il ferro da stiro alimentato dal calore della carbonella e riposta nella cassapanca o nell’ “armàro” poiché doveva durare il più possibile, non potendo infatti le magre economie domestiche dei nostri montanari permettersi molti ricambi. 

I "lavadori de contrà" costituivano poi dei veri e propri punti di socializzazione per le massaie, ove si scambiavano i consigli ed i pettegolezzi, partecipavano alle gioie ed alle disgrazie delle une e delle altre; ove si cantavano canzoni nostalgiche o si confessavano i più intimi segreti della vita affettiva ed amorosa e dove spesso ci si lamentava in segreto della "disgraziata" condizione della donna nel mondo contadino e montanaro maschilista del passato.

Questi lavatoi di contrada sparsi un po' ovunque anche sui nostri monti costituiscono oggi dei veri e propri musei a cielo aperto, ove ancora oggi si avverte la nostalgica aria del passato di una semplice vita quotidiana vissuta dai nostri avi, ove il raccontare le proprie angosce alla vicina "lavandàra" poteva dare, anche se per pochi istanti, un sollievo da una grama vita in povertà. 

E' facilmente intuibile come dall'usanza di raccontare i propri fatti più intimi e familiari presso i lavatoi pubblici abbia dato origine al detto che "i panni sporchi si lavano in casa", nel senso che si doveva rimane a casa a lavare i propri panni e non portarli al lavatoio pubblico, per non incorrere nella tentazione di raccontare i propri affari di famiglia alla vicina di lavatoio per cercare un po' di sollievo nella comprensione altrui.


Fonte: srs di  Alfred Sternberg, da  Facebook, Amici di Velo Veronese. del  14 dicembre 2018 

mercoledì 28 giugno 2017

DALLA LESSINIA, LA SCARPA PER LO SPAZIO.



Si chiama Grigua e viene prodotta a mano dal calzaturificio Gaibana di Corbiolo.


Inventata nel 1998 dai fratelli Vinco di Bosco Chiesanuova per il torrentismo, da sei anni questa particolare calzatura è la scarpa ufficiale dell’ESA, l’Agenzia spaziale europea della NASA. Viene utilizzata per gli addestramenti nelle cavità più profonde della terra. La indossano gli astronauti di tutto il mondo.

Sono lì, posizionate all’interno di una teca verticale multipiano in vetro trasparente, assieme alle immagini autografate del canadese Jeremi Hassen, degli italiani Paolo Nespoli e Luca Parmitano, o della statunitense Jessica Meir. Stiamo parlando delle scarpe tecniche artigianali Grigua, prodotte a mano, una a una, dai fratelli Daniele, Pierangelo e Roberto Vinco del calzaturificio Gaibana di Corbiolo, e utilizzate dal 2013 dai più noti astronauti dell’ESA, l’Agenzia spaziale europea della NASA.

Calzature speciali, dicevamo, nate nel 1998 per il torrentismo e scoperte dall’ESA circa sei anni fa grazie allo speleologo veronese di fama mondiale Francesco Sauro, che le ha mostrate agli astronauti per la prima volta, indossandole, durante una delle sue frequenti esplorazioni nelle cavità più nascoste della Terra.




«Francesco ci disse che rimasero molto colpiti da questa scarpa particolare che realizzammo per la prima volta quasi vent’anni fa per il torrentismo – racconta Daniele Vinco – Si tratta di una calzatura tecnica che richiede 54 passaggi durante la lavorazione, effettuata tutta rigorosamente a mano, e che deve la sua fortuna all’insieme degli elementi innovativi che la compongono, in particolare alla suola».

«Quando ci fu comunicato l’interesse da parte dell’Agenzia spaziale europea nei confronti di questo nostro prodotto, rimanemmo sbalorditi, senza parole – prosegue ancora emozionato Daniele – L’astronauta statunitense Michael Reed Barratt ha presentato una relazione sulle scarpe direttamente alla NASA. Una cosa straordinaria».

Da cinque anni circa ad oggi, una ventina di astronauti hanno indossato le Grigua per gli addestramenti nelle caverne per prepararsi alle missioni nello spazio. Un rapporto di collaborazione formale, ma di stima reciproca e di elevata professionalità tra l’ESA e il piccolo grande laboratorio artigianale della Lessinia.

«L’Agenzia spaziale ci invia i numeri di scarpe dei loro astronauti con le misure in millimetri, noi le confezioniamo anche in base tipologia di piede (egizio, greco, romano, dal collo alto o basso…) tenendo conto dei minimi particolari. – aggiunge Daniele – In queste operazioni anche un solo millimetro può fare la differenza».

«L’ultima spedizione, per Jessica Meir, l’abbiamo effettuata dall’ufficio postale di Bosco Chiesanuova: ci teniamo che le calzature utilizzate da un ente così importante partano da qui, dal paese in cui siamo nati e dove nostro padre Vincenzo, tanti anni fa, cominciò l’attività prima di cederla a noi figli».

Alcune paia, una volta utilizzate, vengono rispedite in laboratorio. Qui vengono analizzate, centimetro per centimetro, alla ricerca di spazi di maggiore usura, di segni da interpretare per capire il tipo di utilizzo e le correzioni da effettuare per il singolo astronauta.

«Le analizziamo, andiamo alla ricerca di tutti i dettagli per migliorare la volta successiva. C’è uno scambio di informazioni, riservate, tra noi e l’Agenzia per arrivare al risultato migliore e più performante. La soddisfazione maggiore l’abbiamo quando le paia di scarpe ritornano autografate, magari con le congratulazioni degli stessi astronauti. Questo ci ripaga davvero di tutto l’impegno che mettiamo nel nostro lavoro».

Gaibana non è nuovo alla realizzazione di scarpe speciali. 

Un primo prototipo di calzatura particolare fu scelto oltre 15 anni fa dalla squadra di elisoccorso di Milano ed oggi l’ES118HT e ES118 Hovering  sono le calzature ufficiali di molti Pronti Emergenza d’Italia.

«Per realizzare questi dispositivi di sicurezza abbiamo cercato di mantenere intatte le caratteristiche di solidità tipiche dello scarpone da alpinismo e di trekking, adattandole però alle esigenze professionali degli enti in questione. Ad esempio, la scarpa ES118 Hovering ha una cavigliera più morbida che non va a stressare i tendini o a ingombrare gli autisti delle ambulanze quando si trovano alla guida del mezzo.

«Tutte le informazioni, gli accorgimenti, le idee che nascono grazie a queste collaborazioni speciali, con l’ESA e con le altre realtà istituzionali con le quali operiamo – conclude Daniele Vinco – ci permettono di migliorare giorno dopo giorno e di inserire nei nostri prodotti elementi preziosi e sempre più innovativi».


Fonte: srs di Matteo Scolari, da PANTHEON  2017