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giovedì 14 agosto 2025

CLAUDIO SAURO. LA MIA SOSPENSIONE


 Dott. Claudio Sala 


E' ora che lo dica perché troppi mi chiedono il numero di telefono. Allora dovete sapere che i telefoni li ho staccati per quello che mi è successo nel 2017. Lo ripeto, anche se ormai lo sa tutta l'Italia. Nel 2017 ricevo una convocazione dall'Ordine dei Medici di Verona, vado ed il Dott. Mora, presidente dell'Ordine, mi mostra un articolo che aveva trovato su Google e mi dice "Io per questo articolo posso radiarla". Si trattava di un articolo che parlava della Vit. D come antitumorale, in sostanza le stesse cose che dice Debora Rasio. L'articolo su Google mica ce l'avevo messo io, era mio, ma era un articolo che avevo posto su un sito chiuso di Facebook, ed un naturopata l'aveva estrapolato, dove si parlava delle sostanze naturali e dove intervenivano anche medici e professori. Dissi a Mora: "Guardi che sono cose che ormai la scienza ha convalidato, perfino l'oncologa Debora Rasio ha un filmato su YouTube dove parla delle proprietà antitumorali della Vit. D.

" Non importa, mi disse Mora, lei consiglia dosi non convalidate dall'AIFA, lei consiglia di portare il valore a 250 ng/ml e non il massimo di 100 come previsto e questo è sicuramente pericoloso per la salute, per cui io la radio dall'Ordine. 

sabato 8 ottobre 2022

VERONA. TRASFORMAZIONE DEGLI EX MAGAZZINI GENERALI


ALCUNE NOTE INVIATE DA FAUSTO CALIARI PER RICORDARE IL PERCORSO CHE HA PORTATO L'INTERA AREA DEGLI EX MAGAZZINI GENERALI A TRASFORMARSI DA ZONA PRODUTTIVA, A CULTURALE E INFINE TERZIARIO-DIREZIONALE. 

RISULTA CHIARO IL RUOLO AVUTO DALLA FONDAZIONE CARIVERONA IN QUESTA OPERAZIONE CHE HA PRIVATO VERONA E I VERONESI DI UN'OTTIMA OPPORTUNITA' DI RIQUALIFICAZIONE .


 

LA PROFEZIA DELLA LOCOMOTIVA COSMICA SI È TRISTEMENTE AVVERATA. 

 

Dopo la ristrutturazione la magnifica Stazione Frigorifera n°10 appare come un effimero guscio vuoto, violentemente scarnificato, addomesticata e imbellettata per asservire al meglio le nuove

funzioni commerciali, spogliata dei preziosi elementi caratterizzanti che la elevavano potentemente a luogo immaginifico dell’anima, e che proprio per questo ne giustificavano il vincolo integrale originale, perché con il tempo era divenuta opera d’arte; vincolo ribadito con ben due sentenze del consiglio di Stato purtroppo rimaste lettera morta. 

martedì 18 agosto 2020

IL MANCATO ATTENTATO ALL'ARENA DI VERONA.

 

L'Arena di Verona


"Data la pluralità, convergenza e eterogeneità delle fonti, si può dire senz'altro acquisita la prova di una immane strage che qualcuno era pronto a compiere all'Arena di Verona e che qualcun altro ritenne invece di risparmiare al Paese, rimuovendo il micidiale ordigno già piazzato in loco". Queste le parole del P.M. che indagava sulla strage di Piazza della Loggia. 

 

Dalla confessione di alcuni dei protagonisti degli anni di piombo in Italia, emerge che, dopo la strage di Piazza della Loggia, il prossimo obiettivo per un attentato sarebbe stata L'Arena di Verona. È nientemeno che Stefano Delle Chiaie, leader storico di Avanguardia Nazionale, che in una intervista su "L' espresso" del 26 dicembre 1982 dichiara che nei primi mesi del 1975 o poco prima della stagione lirica, in occasione di alcuni lavori di manutenzione, fu collocata una bomba ad alto potenziale all'interno dell'Anfiteatro . Dichiarazione ribadita alla Corte di Assise di Milano il 6 aprile 1987, dopo la sua estradizione dal Venezuela e rivendicando ad Avanguardia il merito di aver materialmente bloccato l'operazione rimuovendo l'ordigno, in netto contrasto con i propositi di altri gruppi del terrorismo nero. Anche i responsabili di Ordine Nuovo erano contrari a questo progetto.

 

Altro personaggio, Angelo Izzo, nel gennaio del 1984. raccontò al Procuratore della Repubblica di Firenze che nel carcere di Trani, Pierluigi Concutelli gli raccontò che lui e uno dei suoi, andò materialmente a Verona a recuperare la bomba e che poi lo stesso Concutelli sequestro' e interrogo uno degli organizzatori dell'attentato.

 

Ultima fonte, Giuseppe Albanese, un detenuto comune che, avendo avuto una certa frequentazione carceraria con vari esponenti della destra eversiva tra cui Concutelli, nel 1984 scrisse un memoriale su vari fatti criminosi tra cui la mancata strage all'Arena di Verona. Scrisse infatti di aver appreso da Gianfranco Ferro che quest'ultimo nell'estate del 1976! andò con altri militanti a Brescia per dissuadere Ermanni Buzzidal compiere l'attentato e ordinandogli di ritirare gli ordigni. Dichiarazione ribadita da Albanese al G.I. di Milano l'11 giugno 1992. 

 

Considerando la grande partecipazione di pubblico durante gli spettacoli, poteva essere una strage forse peggiore di quella della stazione di Bologna, non serve molta fantasia per immaginare lo scenario di panico che si sarebbe creato dopo l'esplosione, e per ultima, molto dopo il dramma umano, i gravissimi danni al nostro bimillenario Anfiteatro. 

 

Foto dal gruppo STORIE ROMANE

 

Fonte: Facebook,  srs di Giuseppe Galvani   del 14 agosto 2020

Lonk: https://www.facebook.com/giuseppe.galvani

 

 

martedì 15 ottobre 2019

IL 12 OTTOBRE 1866 USCIVA IL PRIMO NUMERO DE L’ARENA DI VERONA

Tipografia Arena 


Verona 11 ottobre 2016, Il giornale L’Arena di Verona compie 150 anni


Il 12 ottobre 1866 a Verona esce il primo numero del quotidiano L’Arena, «il più antico d’Italia»; quando le notizie arrivavano in redazione sulle ali dei piccioni e i direttori si sfidavano a duello; la collaborazione di Emilio Salgari, il manifesto del Futurismo; l’Arena fascista, Bisaglia e gli anni del boom; giornali, radio, televisioni del gruppo Athesis; Bertani, Galtarossa, Fedrigoni, Armellini, Grigolini, Ferro, Rana, Pedrollo, Veronesi; chi comanda oggi e il tempo della crisi.

Quando esce il primo numero del giornale L’Arena è il 12 ottobre 1866, una data importante per Verona perché segna, al termine della Terza guerra di Indipendenza, l’annessione del Veneto al Regno d’Italia. Gli austriaci stanno per abbandonare la città e il giorno 16 dello stesso mese i bersaglieri arrivano da Viale Venezia e passano porta Vescovo acclamati dalla folla. Editori di quel quartino, che a Verona e provincia costa 7 lire e 12 all’estero, sono Gaetano Franchini Carlo Vicentini, direttore è Alessandro Pandian, condirettore Giusto Ponticaccia, mentre nella sede di via Monte 303, oggi via Sant’Egidio, lavorano due giornalisti.

In redazione le notizie da pubblicare arrivano per posta e tramite i colombi viaggiatori mentre il telegrafo viene utilizzato con parsimonia perché costa molto. A capo della tipografia, dove le pagine vengono realizzate ponendo a mano i caratteri nei telai di composizione e dove si stampano a torchio alcune centinaia di copie al giorno, è Antonio Todeschini, che per 52 anni rivestirà il ruolo di proto, oltre che di puntuale commentatore sul suo taccuino di tutto ciò che riguarda il giornale. Nel 1870 muore l’editore Vicentini e al posto di Pandian assume l’incarico di direttore Dario Papa, fautore della seconda edizione delle 17 (la prima esce alle 9). Nel 1879 arriva da Parigi una nuova macchina tipografica a vapore, la Marinoni, che consente la stampa di migliaia di copie.

Nel 1874 la testata passa di mano e viene acquistata da Giovanni Antonio Aymo che tra il 1884 e il 1901 ricopre anche il ruolo di direttore e che nel 1891, l’anno del venticinquesimo de l’Arena, trasferisce la tipografia sotto casa: da via Sant’Egidio a Stradone San Fermo. Nel 1902 arrivano da Berlino le prime quattro linotype elettriche che consentono una composizione più rapida e tre anni dopo sulla scrivania del direttore compare il telefono. Nel 1929 nasce la Società Editrice Arena, ancora attiva con il Centro stampa di Caselle di Sommacampagna e nel 1945 si costituisce la Società editrice Athesis.

Nel volume L’Arena e Verona, 140 anni di storia, l’ex presidente del gruppo, l’avvocato Luigi Righetti, ricorda che il giornale «è il quotidiano più antico d’Italia». Il titolo di primo quotidiano d’Italia spetta però al milanese Il Secolo, che l’editore Edoardo Sonzegno iniziò a pubblicare il 5 maggio 1866, qualche mese prima de L’Arena. Ma Righetti non raccontava bugie, perché Il Secolo chiuse il 31 marzo 1927 e quindi L’Arena rimane effettivamente il giornale più antico d’Italia.

Un primato – il Corriere della Sera uscirà solo 10 anni dopo, nel 1876 – che si spiega anche con il clima culturale della Verona di fine Ottocento, molto diverso dall’attuale, dove sono presenti vari giornali. Oltre a L’Arena vengono stampati La Nuova Arena (dove Emilio Salgari pubblica a puntate La tigre della Malesia), L’Adige,  Verona Fedele e il settimanale Verona del Popolo. In città si trova la redazione veronese de il Gazzettino, sono pubblicate diverse riviste letterarie, come La Ronda, e alcuni fogli umoristici, come il Can da la Scala dove collabora Renato Simoni.

“A Verona negli anni Ottanta dell’Ottocento” ricordano Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi nel libro Emilio Salgari, la macchina dei sogni “la lotta tra i vari schieramenti politici e l’intensificazione della guerra commerciale tra i diversi quotidiani cittadini, a essi legati, portarono a conflitti che sfociarono in vertenze e denunce, seguite dalle relative cause giudiziarie, o risolti con frequenti duelli”. Come quello del 1904 tra il direttore de L’Arena Antonio Mantovani e il direttore de L’Adige Luigi Bellini Carnesale, che finisce con la morte del primo. O un altro a colpi di sciabola, che nel 1883 a Chievo vede protagonisti Salgari, che nel frattempo è passato a L’Arena dove lavorerà come redattore fino al 1893, e il cronista del’Adige Giuseppe Biasioli, che aveva messo in dubbio le competenze marinare dello scrittore definendolo “mozzo” in un suo articolo. Biasioli viene ferito e Salgari se la cava con una multa e sei giorni di prigione a Peschiera.

Altro primato de L’Arena è la pubblicazione in anteprima del Manifesto del futurismo italiano di Filippo Tommaso Marinetti, il 9 febbraio 1909, prima della data ufficiale di presentazione che corrisponde alla comparsa del documento sulla prima pagina di Le Figaro, il 20 febbraio 1909. Un primato che però non spetta solo a L’Arena, visto che il testo esce più o meno in contemporanea su altri giornali a Napoli, Mantova, Trieste e Roma.

Durante il Ventennio L’Arena fu marcatamente fascista, tanto che dal 1 maggio 1945 al 30 giugno 1946 il giornale, che nei primi anni Trenta si era trasferito con la tipografia in Volto Cittadella, con l’arrivo degli Alleati per un anno cambia nome e diventa Verona Liberaorgano del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).

Il 2 ottobre 1966 si festeggia il centenario e con esso il trasferimento nella nuova sede di San Martino Buon Albergo; rimane in Piazzetta Municipio solo la redazione di cronaca cittadina. Nel nuovo stabilimento è in funzione una moderna MAN a 4 gruppi capace di stampare 70 mila copie l’ora. Con il passaggio alla fotocomposizione, nel 1984 avviene il pensionamento delle linotype, mentre pochi anni dopo compaiono i primi videoterminali. La redazione negli anni Novanta si trasferisce in vicolo Stella e poi nell’attuale sede di Corso Porta Nuova. La tipografia nel 2006 si sposta da San Martino Buon Albergo al centro stampa di Caselle di Sommacampagna dotato di rotative Regioman e Colorman, con cui il 17 aprile 1988 viene stampato il primo giornale a colori. Del 1999 è il primo sito internet, mentre dal 2002 si trova online il pdf del giornale.

Per quanto riguarda la proprietà, nel 1958 Athesis acquista il Giornale di Vicenza e nel 1990 Brescia Oggi, secondo quotidiano della città lombarda. Nel 1992 rileva le filiali di Verona, Vicenza e Brescia della Società pubblicitaria Manzoni, gruppo la Repubblica, eliminando un pericoloso concorrente e creando PubliAdige, la propria concessionaria di pubblicità locale. Athesis diventa anche proprietaria di AGA (Agenzia Giornali Associati) che da Roma fornisce notizie dalla capitale ai giornali locali. Nel marzo 2002 Nuova editoriale SRL, altra società del gruppo fondata nel 1992 per operare nel campo del new media, pubblica il giornale free press In Città. Del 1984 è l’acquisto di TeleArena, nel 1999 arriva Tele MantovaRadio Verona viene acquisita nel 2000, Brescia PuntoTV nel 2003. Della Divisione libri entra infine a far parte la casa editrice Neri Pozza.

Storico è il passaggio della proprietà dalle famiglie Bertani (vini), Fedrigoni (cartiere) e Galtarossa (fonderie) – che nel primo dopoguerra avevano dato la loro impronta a L’Arena – ai nuovi proprietari negli anni Settanta, gli industriali della Sipa Pollo Arena Arrigo Armellini e Antonio Grigolini, insieme a Luigi Ferro, altro imprenditore veronese. I nuovi padroni fanno riferimento all’area dorotea della Democrazia Cristiana dove leader è Antonio Bisaglia che a Verona sta cercando di realizzare un giornale triveneto a sostegno del suo disegno politico. Tutti questi nuovi soggetti sono in stretti rapporti con la persona che diventerà presidente di Athesis, l’avvocato Luigi Righetti. Con la morte di Bisaglia, nel 1984 in circostanze misteriose, inizia una nuova era mentre Grigolini lascia il Gruppo verso la fine di quel decennio.

Gli anni Novanta sono quelli della crescita e del confronto vincente con Carlo Caracciolo, editore del Gruppo editoriale l’Espresso, che nel 1998 tenta di acquistare le quote di Athesis poste in vendita da Ferro per un valore di 80 miliardi di lire. L’operazione non riesce grazie alla mediazione di Righetti e a Giorgio Zanotto, allora presidente della Banca Popolare di Verona, che insieme a Banca Antonveneta emette una fideiussione con la quale gli industriali di Verona e Vicenza liquidano Ferro e diventano proprietari de L’Arena insieme ad Armellini.

Oggi il gruppo conosce una crisi senza precedenti, i dati ADS pubblicati da Prima Comunicazione registrano a luglio 2016 un totale vendite giornaliere di 28.151 copie, contro le 42.830 della media giornaliera riferita al 2006. Anche gli abbonamenti digitali non decollano e sono fermi a 1300. Molti giornalisti sono stati prepensionati, nel 2015 viene chiusa la redazione cultura e la fusione di alcune redazioni del gruppo non impedisce nel 2013 il ricorso alla cassa integrazione. Nel maggio 2013, per effetto della crisi del settore e della conseguente razionalizzazione dei costi di distribuzione, la Società Editrice Arena perde la commessa di stampa di tutte le copie de il Sole24Ore destinate al Nord Est. Nel marzo 2013 chiude In Città, e nell’ottobre 2015 l’emittente Brescia PuntoTV viene venduta al gruppo TeleColor. Nel novembre 2015 l’agenzia AGA viene ceduta a LaPresse.

Quanto vale oggi l’Arena? si starà chiedendo per la seconda volta il Gruppo editoriale l’Espresso e la risposta potrebbe essere più o meno la metà rispetto a 10 anni fa. 
Ma chi comanda al numero 67 di Corso Porta Nuova? Un insieme di finanziarie, come Sifi spa (42,76%), Promofin srl (16,16%), Fiduciaria Vicentina srl (9,08%), Finvi srl (6,68%) e vari soggetti dove troviamo, tra gli altri, i nomi di Cattolica Assicurazioni, Veronesi holdingIndex spaCalzaturificio Frau.

Gli uomini al comando, quelli che dovrebbero risollevare le sorti del giornale, hanno però un nome e cognome. Presidente di Athesis è Gianluca Rana; vicepresidenti del Consiglio di Amministrazione sono Marco Armellini (di questi giorni le indiscrezioni circa la possibile vendita delle sue quote) e Luciano Vescovi; Consiglieri Gianluigi ArmelliniLuigi CarlonAlberto LucaGiulio PedrolloEmilio RobbiGiordano VeronesiAlessandro Zelger e Giuseppe Zigliotto.

I direttori de L’Arena dal 1866 al 2016

Dopo Pandian e Ponticaccia (1866-1873) e dopo Dario Papa (1874-1880) menzionati nell’articolo, assumono la direzione de L’Arena di Verona Ruggero Giannelli (1880-1882),Cesare Gueltrini (1882-1883), Dario Papa(1883), Giovanni Antonio Aymo (1884-1901),Antonio Mantovani (1901-1905), Adolfo Fossi (1905-1916), Rodolfo Rampoldi (1916-1918),Giuseppe Pollorini (1922-1924), Michele Campana (1924-1926), Ettore Tambara (1926 ad interim), Sandro Baganzini (1926-1928), Giuseppe Toffano (1929-1930), Antonio Galata(1930-1936), Umberto Melani (1936-1943), Giuseppe Silvestri (luglio-settembre 1943), Aldo EttoreKessler (1 giorno), Carlo Manzini (settembre-ottobre 1943), Giuseppe Castelletti(ottobre 1943 – giugno 1944), Giuseppe Bertoni (1944), Giacomo Etna (1944 – 25 aprile 1945), Verona Libera, direzione collegiale del CLN con Renzo Zorzi e Gianfranco De Bosio (1 maggio 1945 – 30 giugno 1946) Giacomo Lampronti (come responsabile); Antonio Galata (1 luglio 1946-1958), Gilberto Formenti (1958-1967), Giovanni Fontana (1967 – 1969), Gilberto Formenti (1969-1982), Giuseppe Brugnoli (1982-1993), Albino Longhi (1993-1995), Mino Allione (1995-2001), Adriano Paganella (ad interim 2001-2003), Maurizio Cattaneo (2003-in carica).
Bibliografia: L’Arena e Verona 140 anni di storia (Athesis, autori vari); Emilio Salgari, la macchina dei sogni (Claudio Gallo, Giuseppe Bonomi).

Fonte: da Articolo 21  del 11 ottobre 2016

domenica 13 ottobre 2019

QUELLE VETRINE CHE HANNO SEGNATO UN´EPOCA.


LA VERONA CHE NON C´È PIÙ. La storia commerciale di via Mazzini scandita dai negozi storici che ne hanno animato la vita e dettato la moda in città dai primi del ´900.




L´annunciata chiusura della libreria Ghelfi&Barbato è l´epilogo di una lenta agonia iniziata alla fine degli anni Ottanta.

La chiusura della libreria Ghelfi&Barbato è l´ultimo capitolo non solo della storia commerciale di Verona, attraverso la sua più importante strada del passeggio e delle vetrine, ma anche il triste epilogo di un´epoca. Quella della ricca borghesia cittadina che vestiva elegante, ma anche quella della città popolare che guardava le vetrine con gli ultimi arrivi e affidava all´estro e alle mani delle giovani donne, casalinghe e sartine in casa, con lo scampolo di stoffa a poche lire, la possibilità di un abito alla moda. Via Mazzini, la via principale di Verona, che i veronesi amavano chiamare con il vecchio toponimo di via Nuova.

CON LA CHIUSURA della libreria Ghelfi&Barbato, che, unico negozio di via Mazzini, ha mantenuto anche lo splendido rivestimento metallico, si volta pagina su un pezzo di storia. La libreria è citata in una guida di Verona del 1868 (libraio Munster, via Nuova alla Scala ed, un ventennio dopo, Rem! igio Cabianca), e poi in tutte le guide di fine Ottocento, in uno stabile che, in epoca asburgica, ospitava le stalle. 

La raffinata struttura in ferro venne eseguita dalla Premiata officina Marcello Carrara di via Torretta San Zeno: manca la data, ma è del secondo ottocento, in quanto Marcello Carrara è presente nell´elenco delle officine veronesi proprio in quel periodo. 

Nei primi decenni del novecento, i Barbato da Pontremoli, la patria delle bancarelle di libri, sono approdati a Verona: prima vendevano i libri in bancarelle poste al centro della strada, poi hanno rilevato la storica libreria. L´addio di Ghelfi&Barbato, in via Mazzini, segue di solo un anno la chiusura della sede storica della Bnl, la Banca nazionale del Lavoro, che ha lasciato il posto ai grandi magazzini Zara. Di negozi storici, sopravvive la Farmacia Due Campane, che la tradizione fa risalire addirittura al 1753 dallo speziale Giuseppe Faccioli in contrada Santi Apostoli, poi  trasferita in via Nuova dallo speziale Gaetano Lonardi nel 178! 9. E nell´alta via Mazzini, al numero 67, verso piazza Bra, dagli anni Venti, c´è la gioielleria Maria Passeroni


QUELLE VETRINE CHE HANNO SEGNATO UN´EPOCA.





RACCONTARE la storia commerciale di questa strada non è facile: si può partire dalle vecchie guide di Verona (si intitolavano anche «Informatori» o «Indicatori» o «Indispensabili») del secondo ottocento, edite da Apollonio e da Rossi. In quelli degli anni Trenta dell´ottocento, si scopre che in questa che si chiamava via Nuova c´erano fabbri, bottai, drogherie, alimentari, sarti e i più svariati artigiani ed è facile pensare che allora i negozi erano modesti, in penombra, male illuminati, con le merci sulla porta. 

Il precursore fu Pietro Barbaro, cavaliere veneziano, proprietario di un grande negozio di stoffe con sartoria a Venezia nel centralissimo Campo Goldoni e succursali a Padova e Treviso. Nel 1900, acquistò tre modeste case in via Nuova ai numeri civici 53, 55,57e dopo il loro abbattimento provvide ad erige! re un moderno edificio, quello che si vede ancora oggi, al numero 55, con ingresso laterale e due ampie e bellissime vetrine. Allora fu ritenuta un´audacia, demolire e ricostruire il nuovo. Nel volume sui «Luoghi del commercio» di Luigi Scolari e Alberto Vignolo ci sono i bellissimi disegni del palazzo di Barbaro che portano la firma del più illustre architetto veronese del tempo, Ettore Fagiuoli. Bellissimi e accuratissimi i disegni dell´architetto per la facciata con le maestose vetrine. Oggi, c´è una griffe nazionale, Furla, borse, valigie, pelletterie e accessori. 

Dopo Barbaro, arriva da via Quattro spade, nel 1903, l´Unione Militare, altro storico negozio che forniva divise, che vi rimase fino ai primi anni Settanta: apre nei locali della storica birreria Galletti.

Sempre in questi primi anni del Novecento, c´era la drogheria del veneziano Fabricci, che poi divenne, nei primi anni Sessanta, la Drogheria di lusso Cavallina. C ´erano le fiorerie Ghedini e Zanoni. Allora una sola la profumeria, all´insegna Marastoni, che negli anni Sessanta divenne Mirem e una sola anche l´oreficeria, Toffaletti, che da metà degli anni Novanta si è spostata in via Cattaneo. Venne aperta nel 1898, con vetrine ornate a motivi floreali e scaffali con ripiani in cristallo; era in via Mazzini 16, in uno stabile di proprietà della Comunità ebraica. Un´eleganza sobria ma raffinata. 



IN QUESTI PRIMI ANNI del secolo scorso, fu rinnovato il caffè ristorante Concordia alle Campane, nel palazzo Martini (negli anni sessanta divenne Linoleum): ora qui c´è la gioielleria Canestrari, approdata negli anni Ottanta, ma attiva dal 1920 aveva un ampio e per i tempi bellissimo negozio in via Cappello. Memorabili le vetrine di argenteria.




Oltre l´incrocio con via Quattro spade, vicino al cortile dell´Accademia, nel primissimo Novecento, c´era il vecchio Tiolo, con una bottega di cioccolata servita solo in tazza: qui, negli Anni sessanta, si insediarono i grandi magazzini Upim, per poi spostarsi nel palazzo del Supercinema, dove seppur ridotti si trovano ancora. Negli anni Venti, altri illustri negozi aprono in via Mazzini: Tadini e Verza era arrivato a Verona nel 1923, da Montagnana (allora era una delle 27 filiali della ditta, che oggi ha sede a Brescia). Pochi anni dopo, l´apertura, attorno al 1926, in una pubblicità apparsa sul nostro giornale si reclamizzava che da Tadini e Verza si regalava un servizio di piatti ai clienti che avessero fatto acquisti per oltre 15 lire. Oggi, da Tadini e Verza c´è il Disney store.

Verso San Tomio, dal 1915, c´erano le sorelle Beltrame e ancora dall´Ottocento, le pelletterie Campana. Invece, all´imbocco della strada da piazza Bra, c´era Onestinghel, un altro negozio storico di Verona: la cartoleria aperta nel 1888 si è trasferita da ormai una quindicina di anni in via Frattini ed in Zai. Al suo posto prima De Wan, ed ora Louis Vitton, la celebre griffe della pelletteria. 



Onestinghel, il telefono n.1 a Verona


GLI ANNI D´ORO della via Nuova sono iniziati nel dopoguerra e sono continuati fino alla fine degli anni Ottanta. Dire via Mazzini, in questi trent´anni, significava cartoleria Onestinghel, valigeria Giobatta Righini, bar Turco (già caffè Zampi, quello di Carlotta Aschieri), confetteria Delva (già Unica), orologeria Pavesi,cappelleria Petternella, confezioni Pietro BarbaroUnione MilitareFilippo Grassi con le sue bellissime biancherie, farmacia Carraroli (Rossi) alle due Campane, le porcellane di Giacomo Martini, la sartoria Saccani (già Cervellera), le bellissime stoffe e poi confezioni di Tadini e VerzaPernpruner (con le splendide vetrine), Profumeria Mirem (Marastoni), Illy bar (Cattarozzi), Fioreria Ghedini (trasferita nel caffè Santo Mio), e infine il negozio di biancheria Angelini, che, negli Anni sessanta, era il più vecchio di via Nuova, con 116 anni di gestione alle spalle. Non c´era già più l´orologeria Paur, nell´immobile costruito dall´architetto Goldschmied all´angolo con via Enrico Noris, per la sede del banco veronese di cambio: dagli anni Sessanta, erano esposti in vetrina i nuovissimi prototipi delle macchine da cucire Singer. 





Verso piazza Erbe, la Salumeria Simonetti, già Todeschini, l´ombrelleria Campana, la farmacia di San Tomio, la calzoleria Voltan, le stoffe di Bonani Castellani già Casalini, la libreria Dante, che dal negozio al numero 70, nel frattempo, si era trasferita al palazzo del Supercinema. Di librerie in via Mazzini c´erano ovviamente la Ghelfi e Barbato, la Marchiori e Di Pellegrino.

In fondo, nello slargo, con piazza Erbe e via Cappello, nel palazzo d´angolo, c´era il negozio di scarpe di Attilio Rossi: elegantissimo. Oggi c´è Max e Co. Negli anni d´oro, in via Nuova, Albasini, con la biancheria: era vicino alla Bnl. Negli anni Settanta, Biasini mostrava le poltrone Frau, uno dei primi arredamenti da design. E sempre in questi anni, arrivano i negozi di scarpe vicino a piazza Bra, di Principe e Buschi, le confezioni del Duca d´Aosta (dal 1960), la profumeria Venus, le pelliccerie Castelli, l´abbigliamento per signora di Luisa Spagnoli, poi ancora Azzini abbigliamento, i Magazzini Disco Rosso, le biancherie di Frette e il negozio di dischi della Ricordi


Taioli, Veronetta


«LE STRASSE». Poi, a fine anni Ottanta, primi anni Novanta, aprono i negozi di jeans con le griffe italiane, Benetton, Diesel e i «puristi» di via Mazzini, inorriditi, dicevano che in via Nuova erano arrivate «le strasse». Negli anni Novanta, con gli affitti stellari e il turismo internazionale, le vetrine veronesi fanno gola alle griffe dell´alta moda: ecco VersaceGucciLouis VittonCartierDolce e GabbanaBulgariMarina Rinaldi. E di recente, TezenisDisney store, Salmoiraghi e Viganò e la catena spagnola di Zara. Fino alla recente libreria Feltrinelli nell´ex sede del Banco di Roma, che ha dato il colpo finale a Ghelfi&Barbato

Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA
Data: 3/04/2012
Note: CRONACA – Pagina 17

mercoledì 9 ottobre 2019

CON LA MORTE NEL CUORE CHIUDE LA STORICA LIBRERIA DI VERONA GHELFI E BARBATO

Ghelfi e Barbato, cartello chiusura


Un pezzo di storia e di cultura veronese che se ne va: è questa la sintesi dell'annunciata chiusura della libreria "Ghelfi e Barbato" in centro storico. Dalla serata di venerdì campeggia sulle vetrine del negozio un cartello con caratteri cubitali: «Svendita totale per chiusura». Tanta la concorrenza, enormi le difficoltà da sostenere per le librerie indipendenti nei confronti delle grandi catene e dell'e-commerce.
«Ebbene sì. "Grosso Ghelfi e Barbato" chiude. Con la morte nel cuore ma affrontando la realtà con serenità e la consapevolezza che abbiamo fatto il possibile. Sono grato per quanto ho avuto da questo straordinario mestiere e per le persone eccezionali che ho incontrato e mi hanno arricchito professionalmente e personalmente», questo il saluto affidato ai social dal titolare. Un'istituzione fatta di libri per la città di Verona, la "Ghelfi Barbato" nata ben 92 anni fa, quando al tempo di nome faceva "Libreria Grosso". Nel 2012 ci fu un primo "segno dei tempi" (non molto lieti ammettiamolo), quando il negozio dovette trasferirsi da via Mazzini, la via dello shopping, per trovare una nuova sede, più conveniente, pochi passi più in là in Piazzetta Scala al civico 3.


La vecchia sede della "Ghelfi e Barbato" in via Mazzini


Per diversi anni da quel 2012, nella vecchia sede della "Ghelfi e Barbato" in via Mazzini sono così rimaste le antiche insegne, a far da complemento a foto di bellissime ragazze in bikini, collant, mutandine e reggiseni: alla libreria era infatti subentrato un negozio "Goldenpoint". L'effetto visivo dal sapore involontariamente surrealista, aveva se non altro il pregio di ricordare a tutti la presenza della storica libreria nella nuova sede dislocata pochi metri più in là. Oggi, dopo il nuovo annuncio di quella che pare essere una chiusura definitiva della "Ghelfi e Barbato", agli immalinconiti lettori rimasti orfani del loro tempio, non resterà che introdursi in quell'antica sede e, con sguardo trasognato da pellegrino in preda ad un inesorabile lapsus d'azione, rivolgersi con candore ai dipendenti del "Goldenpoint" chiedendo sommessamente se, per caso, è possibile acquistare una vecchia ristampa de "La coscienza di Zeno".


Chiusura "Ghelfi e Barbato" ottobre 2019“


Fonte: da Verona sera del 6 ottobre 2018

lunedì 2 settembre 2019

NEGRAR È DIVENTATO FAMOSO ANCHE PER IL NEOLOGISMO…NEGRARIZZAZIONE


Anche questo è la Valpolicella




Negrar è diventato famoso anche per il neologismo che ha fatto nascere, legato alla speculazione edilizia .....


Riporto dal vocabolario dalla Treccani  

Negrarizzazione 1 s. f. Urbanizzazione speculativa, e al di fuori di ogni controllo, del territorio compreso nel comune di Negrar, in provincia di Verona.  

Il conte Pieralvise Serego Alighieri, cinquantenne, vignaiolo di Gargagnago, ultimo discendente del Sommo Poeta, può, a buon diritto, parlare di storia. 
Spende volentieri il suo nome, quale presidente dell’associazione «SalValpolicella» (70 iscritti), per una battaglia in cui crede moltissimo e che raccoglie adesioni tra molti abitanti dei 5 comuni dell’area veneta, oggi assediata dal cemento. 
Al punto che è stato coniato il neologismo «negrarizzazione», che ricorda il più famoso «rapallizzazione» per indicare il proliferare della speculazione edilizia. 
«In effetti – spiega il conte Serego Alighieri – Negrar è il paese più degradato dei cinque. Ma, avanti così, l’identità di tutta la Valpolicella è destinata a scomparire». (Marisa Fumagalli, Corriere della sera, 13 gennaio 2007, p. 23) • 
«nell’ultimo capitolo ho chiarito il concetto di negrarizzazione, neologismo coniato da un architetto veronese con il quale si intende definire “lo sfruttamento non pianificato di un’area senza rispetto per l’impatto ambientale”.  È un fenomeno che ha avuto origine, come suggerisce il nome stesso, nel paese di Negrar, ma che poi ha finito con l’allargarsi e interessare l’intera vallata» [Monica Beghini intervistata da Giancarla Gallo]. (Arena, 27 marzo 2007, p. 29, Cronaca della Provincia).

1-Derivato dal toponimo Negrar con l’aggiunta del suffisso -izzazione.


Fonte srs di Luigi Pellini