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giovedì 2 dicembre 2010

Perché i giornalisti odiano Wikileaks *


Per molto tempo hanno fatto finta di nulla. Poi ad un certo punto anche in Italia è accaduto che di Wikileaks non si è potuto più non parlare. E allora, prima ancora di chiedersi quali cambiamenti importanti hanno causato le recenti campagne informative mediate dalle soffiate di Wikileaks, è interessante osservare come ha reagito il sistema dei media a queste novità piovute dal cielo.
Perché in realtà solo una cosa rilevante è accaduta in questi ultimi mesi: la mediazione dei sussurri è stata in parte sfilata dalle mani del sistema dei media tradizionali e consegnata ad un altro nuovo soggetto.
E’ un fenomeno di sostituzione al quale Internet ci ha abituato, non è casuale quindi che in giornate come queste in cui anche in Italia i media sono costretti a parlare di Wikileaks decidano di farlo con minime scaglie di entusiasmo e molta demonizzazione.
(poco fa per esempio Enrico Mentana al TG de La7 ha ripetuto più volte l’espressione “il sito pirata Wikileaks”)

Questo accade intanto scaricando la responsabilità sulle spalle di Julian Assange, come se il progetto Wikileaks ed il biondo eccentrico australiano coincidessero.
Fa comodo raccontare questo (anche se Assange ci mette del proprio per supportare involontariamente questa idea) perché è meglio pensare che un pazzo abbia per un istante impugnato lo scettro e sia fuggito in giardino piuttosto che accettare l’idea che il dietro le quinte dell’informazione mondiale non sarà mai più sotto il proprio controllo o lo sarà molto meno.
La stragrande maggioranza dei media mondiali oggi detesta Wilileaks (fraternamente ricambiati) per queste ragioni e fatica a nasconderlo.
Anche questo, se ci pensate, è piuttosto normale: quello che i giornali producono ogni mattina è il risultato di una gigantesca e continua mediazione fra migliaia di cablogrammi, il cui principale gestore è il sistema mediatico stesso che in questo modo sostenta se stesso.
Come avviene spesso in questi casi, i peggiori hanno molto da perdere, quelli che hanno per anni utilizzato le informazioni come merce di scambio proclamandosi contemporaneamente orgoglioso ingranaggio del sistema democratico.
Per il grande giornalismo Wikileaks è un valore aggiunto (e anche una formidabile complicazione) ma stiamo parlando di una frazione miserrima delle parole ogni giorno inchiostrate nel pianeta.
E se vi siete chiesti come mai nessuno in Italia ha accesso ai dati in questione,  avete già la risposta.

La seconda reazione pavloviana del sistema mediatico rintracciabile nei commenti di questi giorni è un corale: chi c’è dietro Wikileaks?
Lo hanno scritto tutti, ancora una volta con qualche patetica preoccupazione per il destino democratico del pianeta. Evidentemente l’ipotesi che ci siano soggetti animati da sentimenti di altruismo e trasparenza non appartiene più nemmeno all’orizzonte del possibile.
Dal punto di vista dei cittadini lettori di giornali la medesima domanda poteva essere applicata fino a ieri ai giornali stessi, con gli stessi angosciosi dubbi. Fidarsi di Wikileaks o del Wall Street Journal? Il candidato argomenti a piacere.

Wikileaks non è un sito pirata, solo l’egocentrismo sfatto di un certo giornalismo può anche solo immaginare una cosa del genere, ma non è nemmeno la soluzione dei nostri problemi informativi.
Paradossalmente oggi Wikileaks crea più problemi di quanti non ne risolva, non fosse altro per la protervia con cui procede spedito verso la collisione con un universo organizzato e potentissimo che è quello dei fitti intrecci fra sistema mediatico e politico.
Ma dentro questo autolesionismo ci sono lampi di grande lucidità come la scelta geniale di passare le proprie informazioni ai migliori quotidiani mondiali. Insieme a questa anche qualche ingenuità degna della Internet dei primordi, come rendere disponibili a chiunque tutti i dati grezzi a propria disposizione in ossequio ad una idea rispettosa dell’intelligenza delle masse o di una parte di queste.
Sarò interessante vedere come andrà a finire. Nel frattempo porgiamo il viso a questa ventata di aria fresca.




Fonte:  da manteblog del  29 novembre  2010



sabato 27 novembre 2010

Poliziotti su Facebook


Negli Stati Uniti, tra mille polemiche, è allo studio un disegno di legge che, se sarà approvato dal Congresso, permetterà alle agenzie investigative federali di irrompere senza mandato nelle piattaforme tecnologiche tipo Facebook e acquisire tutti i loro dati riservati.
In Italia, senza clamore, lo hanno già fatto.

I dirigenti della Polizia postale due settimane fa si sono recati a Palo Alto, in California, e hanno strappato, primi in Europa, un patto di collaborazione che prevede la possibilità di attivare una serie infinita di controlli sulle pagine del social network senza dover presentare una richiesta della magistratura e attendere i tempi necessari per una rogatoria internazionale. Questo perché, spiegano alla Polizia Postale, la tempestività di intervento è fondamentale per reprimere certi reati che proprio per la velocità di diffusione su Internet evolvono in tempo reale.

Una corsia preferenziale, insomma, che potranno percorrere i detective digitali italiani impegnati soprattutto nella lotta alla pedopornografia, al phishing e alle truffe telematiche, ma anche per evitare inconvenienti ai personaggi pubblici i cui profili vengono creati a loro insaputa. Intenti forse condivisibili, ma che di fatto consegnano alle forze dell’ordine il passepartout per aprire le porte delle nostre case virtuali senza che sia necessaria l’autorizzazione di un pubblico ministero. In concreto, i 400 agenti della Direzione investigativa della Polizia postale e delle comunicazioni potranno sbirciare e registrare i quasi 17 milioni di profili italiani di Facebook.

Ma siamo certi che tutto ciò avverrà nel rispetto della nostra privacy? In realtà, ormai da un paio d’anni, gli sceriffi italiani cavalcano sulle praterie di bit. Polizia, Carabinieri, Guardia di finanza e persino i vigili urbani scandagliano le comunità di Internet per ricavare informazioni sensibili, ricostruire la loro rete di relazioni, confermare o smentire alibi e incriminare gli autori di reati. Sempre più persone conducono in Rete una vita parallela e questo spiega perché alle indagini tradizionali da tempo si affianchino pedinamenti virtuali. Con la differenza che proprio per l’enorme potenzialità del Web e per la facilità con cui si viola riservatezza altrui è molto facile finire nel mirino dei cybercop: non è necessario macchiarsi di reati ma basta aver concesso l’amicizia a qualcuno che graviti in ambienti “interessanti” per le forze dell’ordine.

A Milano, per esempio, una sezione della Polizia locale voluta dal vicesindaco Riccardo De Corato sguinzaglia i suoi “ghisa” nei gruppi di writer, allo scopo di infiltrarsi nelle loro community e individuare le firme dei graffiti metropolitani per risalire agli autori e denunciarli per imbrattamento. Le bande di adolescenti cinesi che, tra Lombardia e Piemonte, terrorizzano i connazionali con le estorsioni, sono continuamente monitorate dagli interpreti della polizia che si insinuano in Qq, la più diffusa chat della comunità. Anche le gang sudamericane, protagoniste in passato di regolamenti di conti a Genova e Milano, vengono sorvegliate dalle forze dell’ordine. E le lavagne degli uffici delle Squadre mobili sono ricoperte di foto scaricate da Facebook, dove i capi delle pandillas che si fanno chiamare Latin King, Forever o Ms18 sono stati taggati insieme ad altri ragazzi sudamericani, permettendo così agli agenti di conoscere il loro organigramma.

Veri esperti nel monitoraggio del Web sono ormai gli investigatori delle Digos, che hanno smesso di farsi crescere la barba per gironzolare intorno ai centri sociali o di rasarsi i capelli per frequentare le curve degli stadi. Molto più semplice penetrare nei gruppi considerati a rischio con un clic del mouse. Quanto ai Carabinieri, ogni reparto operativo autorizza i propri militari, dal grado di maresciallo in su, ad accedere a qualunque sito Internet per indagini sotto copertura, soprattutto nel mondo dello spaccio tra giovanissimi che utilizzano le chat per fissare gli scambi di droga o ordinare le dosi da ricevere negli istituti scolastici. Mentre, per prevenire eventuali problemi durante i rave, alle compagnie dei Carabinieri di provincia è stato chiesto di iscriversi al sito di social networking Netlog, dove gli appassionati di musica tecno si danno appuntamento per i raduni convocando fans da tutta Europa. A caccia di raver ci sono anche i venti compartimenti della Polizia postale e delle comunicazioni, localizzati in tutti i capoluoghi di regione e 76 sezioni dislocate in provincia.

Fonte: srs di Giorgio Florian da  L’espresso.repubblica.it,  del 28 ottobre 2010


Una bomba sui cittadini della rete


Il patto tra Facebook e il Viminale è un attentato ai diritti dei cittadini digitali. E la prova che gli utenti non possono essere spettatori passivi in un rapporto diretto tra le corporation di Internet e i governi locali

Nel nostro Paese abbiamo assistito negli ultimi anni a un'escalation di norme e di proposte di legge per rendere l'accesso a Internet sempre più difficile, controllato, burocratizzato.

Proprio in questi giorni, ad esempio, l'Agcom sta valutando come rendere operativa l'odiosa normativa sui video on line scritta da Paolo Romani, con probabile pesante tassazione per chiunque abbia un sito su cui voglia caricare del materiale che «faccia concorrenza alla tv».

Contemporaneamente sui giornali della destra si è scatenata la consueta 'caccia all'internauta' che avviene dopo ogni gesto di violenza politica, in questo caso l'aggressione romana a Daniele Capezzone: nel dicembre scorso era stato il gesto di Massimo Tartaglia a Milano a far delirare i vari Schifani e Carlucci in proposito, ottenendo l'effetto immediato di far prorogare per un altro anno le norme medievali e tutte italiane sul Wi-Fi (a proposito: l'altro giorno Maroni ha promesso di "superare" il decreto Pisanu, e tuttavia il rischio è che si vada verso la sostituzione dell'identificazione cartacea con quella via sms, insomma anni luce lontani dalla navigazione libera).

Ma quello che denuncia Giorgio Florian nel suo articolo è molto più grave, forse il più pesante attentato mai realizzato in Italia contro i diritti dei "netizen", i cittadini della Rete.

Il patto con cui la Polizia Postale italiana si è fatta concedere da Facebook il diritto di entrare arbitrariamente nei profili degli oltre 15 milioni italiani iscritti a Facebook, senza un mandato della magistratura e senza avvertire l'internauta che si sta spiando in casa sua, è di fatto un controllo digitale di tipo cinese che viola i più elementari diritti dei cittadini che dialogano utilizzando il social network: insomma, stiamo parlando di una vera e propria perquisizione, espletata con la violenza digitale del più forte.

Aspettiamo quindi urgenti chiarimenti dalla Polizia Postale e dal ministero degli Interni, da cui dipende. E non basta certamente una smentita rituale, perché le notizie pubblicate nell'articolo di Florian provengono da fonti certe e affidabili.

Da un punto di vista politico, inoltre, la cosa è davvero grottesca: mentre la maggioranza di governo si impegna da mesi per rendere più difficili le intercettazioni telefoniche richieste dai magistrati, contemporaneamente il ministero degli Interni si arroga il diritto di intercettare i nostri contenuti e i nostri dialoghi su Facebook senza alcun mandato della magistratura.
 Viene il sospetto che questa differenza di trattamento sia dovuta al fatto che i politici, i potenti e i mafiosi non comunicano tra loro sui social network, e quindi il loro diritto alla privacy venga considerato molto più intoccabile rispetto a quello dei normali cittadini che invece abitano la Rete.

Allo stesso modo, aspettiamo chiarimenti urgenti sul secondo socio del 'patto cinese' firmato a Palo Alto: Facebook, che da un po' di tempo ha aperto uffici in Italia con tanto di responsabili e dirigenti.

Per prima cosa, Facebook ha l'obbligo di rendere pubblico l'accordo firmato con il nostro Ministero degli Interni, perché riguarda tutti noi, cittadini italiani e al contempo cittadini di Facebook. A cui quindi i vertici del social network devono non solo immediate scuse, ma garanzie precise che questo patto diventi al più presto carta straccia e che i diritti degli utenti vengano concretamente ripristinati e garantiti.

Il social network fondato da Zuckerberg, si sa, è uno straordinario strumento di socializzazione, di promozione di cause sociali e potenzialmente di crescita e confronto di tutta una società. Ma si va manifestando ultimamente anche come una dittatura in cui le pagine e i gruppi vengono bannati in modo in modo arbitrario e insindacabile: e adesso come un informatore di polizia di cui non ci si può più in alcun modo fidare.

Più in generale, quanto accaduto dimostra che i mondi virtuali di cui oggi siamo cittadini (inclusi YouTube, Google, Second Life etc) devono iniziare a rispondere in modo trasparente ai loro utenti. E gli accordi privati con i governi sono esattamente all'opposto di questa trasparenza.

Fonte: srs di Alessandro Gilioli, da L’espresso.repubblica.it.  del 28 ottobre 2010


Polizia su Facebook, smentita e replica: La smentita della Polizia Postale


Qui di seguito pubblichiamo quanto comunicato dalla Polizia Postale in riferimento al nostro articolo e la nostra replica (29 ottobre 2010) La smentita della Polizia Postale

(ANSA) - ROMA, 28 OTT - La polizia "non può accedere ai profili degli utenti di Facebook, se non dopo un'autorizzazione del magistrato e con l'utilizzo di una rogatoria internazionale". Lo precisa il direttore della polizia postale e delle comunicazioni, Antonio Apruzzese, in riferimento all'articolo che sarà pubblicato domani dall'Espresso. "Si tratta di un equivoco" afferma Apruzzese, che poi spiega: "Alcune settimane fa sono venuti i responsabili di Facebook in Italia, in seguito ad una serie di contatti che abbiamo avuto nei mesi passati con l'obiettivo di capire come funziona la loro macchina".

Nel corso dell'incontro, i responsabili dell'azienda di Palo Alto hanno fornito alla polizia postale - che le ha a sua volta inoltrate a tutte le forze di polizia italiane - le “linee guida” per gestire tutto ciò che richiede l'intervento della polizia giudiziaria. "Ci hanno spiegato le loro procedure d'intervento - dice ancora Apruzzese - e si tratta di procedure che non ci consentono in alcun modo di accedere ai profili". Dunque nessuna possibilità di spiare gli utenti. "Noi - prosegue il direttore della polizia Postale - svolgiamo quotidianamente un'attività di monitoraggio della rete, che è la stessa che fanno i colleghi in strada con le volanti. Non abbiamo la possibilità di entrare nei domicili informatici né nelle caselle postali degli utenti internet, senza autorizzazione della magistratura". Una cosa che tra l'altro, conclude Apruzzese, "non ci passa neanche per la testa, visto che sarebbe un reato e non sarebbe utilizzabile come fonte di prova". (ANSA).

La risposta de L'espresso

'L'espresso' conferma parola per parola il contenuto dell'articolo, per la stesura del quale 'L'espresso' si è basato proprio su fonti interne alla polizia Postale.

In particolare il dirigente della polizia postale S.S., da noi personalmente contattato, ha ammesso di essere recentemente stato a Palo Alto (curiosamente, il comunicato della Polizia postale parla solo degli incontri con Facebook avvenuti in Italia e omette quelli avvenuti a Palo Alto, che sono al centro del nostro articolo).

Il dirigente in questione descriveva l'accordo raggiunto in California con grande soddisfazione e orgoglio perché si tratta del primo del genere in Europa. Ha detto (testuale) tra l'altro: «L'accordo prevede la collaborazione tra Facebook e la Polizia delle Comunicazioni che prevede di evitare la richiesta all'Ag (autorità giudiziaria, ndr) e un decreto (del pm, ndr) per permettere la tempestività, che in questo settore è importante»..

Lo stesso dirigente, sollecitato sulle possibili ripercussioni di questo accordo, ha dettato la seguente frase: «La fantasia investigativa può spaziare, si tratta di osservazioni virtuali, che verranno utilizzate anche in indagini preventive».

Dato che a parlare è stato un alto funzionario della Polizia, pare difficile pensare che abbia erroneamente pronunciato i termini «evitare la richiesta all'Ag», «fantasia investigativa«, «osservazioni telematiche» e «indagini preventive».

Tutti termini che concordemente e univocamente indicano quello che è stato scritto.

Inoltre, 'L'espresso' ha contattato il dr. D.B., altro dirigente della Polizia postale, che ha confermato che le Digos da tempo infiltrano, anche senza delega dell'Autorità giudiziaria, i movimenti antagonisti o le tifoserie anche senza delega della magistratura («Le Digos sono ormai maestre in questo, utilizzano nomi di fantasia, basta dotarsi di un nick name ed entrare in una chat, del resto tutti usano dei nick name nelle chat, non è un reato. Semmai la legge prevede l'utilizzo di agenti infiltrati nelle organizzazioni terroristiche ma in questo caso le indagini sono coordinate dalla magistratura»).

Infine, le informazioni riguardanti le indagini illegali sul social network Facebook ci sono state confermate da altre fonti autorevoli e qualificate della polizia e dei carabinieri.

Fonte: da L’espresso.repubblica.it.  del 29 ottobre 2010


lunedì 21 giugno 2010

Gli USA dicono no al decreto sulle intercettazioni


« Quello che non vorremmo mai è che succeda qualcosa che impedisca ai magistrati italiani di continuare a fare l’ottimo lavoro svolto finora. Avete ottimi magistrati e ottimi investigatori. La legislazione finora in vigore in Italia è stata molto efficace »
[Lanny A. Breuer - sottosegretario al Dipartimento penale statunitense]


Nessuno stato è il paradiso terrestre. Si dice che l'erba del vicino sia sempre più verde, ma forse sarebbe meglio dire che l'erba del vicino è meno secca, o che le aree più rigogliose sono tutte davanti alla staccionata che divide il nostro giardino dal suo: quello che c'è nel retro, non è dato sapere... Tuttavia, non abbiamo un altro mondo a disposizione. Ci dobbiamo accontentare. La vera sfida è riuscire a cambiare questo. Possibilmente in meglio.

  E allora ben venga la valorizzazione e il riconoscimento dei pregi di ognuno, anche se i difetti non sono certo bazzecole. Dal punto di vista della libertà di informazione, per esempio, gli Stati Uniti d'America non sono certo la Cina: dalle loro parti ancora nessuno si sogna di impedire a un giornalista di scrivere. Sul ddl intercettazioni, oggi, è arrivata così anche la bacchettata diplomatica di Lanny A. Breuer, sottosegretario al Dipartimento penale statunitense. Una diplomazia deve muoversi come un elefante in un negozio di porcellane: se Breuer è stato così esplicito, questo è un chiaro segnale dell'enormità delle normative liberticide che stanno per passare nel nostro paese. Che nostro forse non è più, già da qualche tempo.

 Santoro liquidato. Rai Tre espugnata. I blogger tenuti per le palle dal diritto di rettifica:: l'attacco sferrato è circoncentrico e mira all'invasione totale e definitiva. E non sembra che si vogliano fare prigionieri. Ormai, il servizio di informazione pubblico sta esalando l'ultimo respiro.
Resiste Milena Gabanelli, barricata ancora per poco nell'ultimo avamposto di informazione non asservita. Resiste Loris Mazzetti, chiuso a doppia mandata dentro all'ufficio che fu di Enzo Biagi.
Cercano di opporre resistenza, come possono, la stampa e l'editoria, anche se vorrei chiedere a lor signori perché non hanno speso una parola per difendere i blog da tutte le iniziative legislative tese a toglierli di mezzo. E resistono i blog, ormai allo stremo delle forze, senza risorse e con lo spettro della legge sulla stampa datata 1948 che incombe sulle loro residue ed esigue finanze. Ovviamente il problema è circoscritto ai blog di denuncia: per quelli di taglio e cucito aumenteranno gli spazi e magari arriverà anche una sovvenzione statale a insindacabile giudizio di Bondi, che valuterà personalmente quanto i merletti e i ricami rispettino lo stato dell'arte. Gli altri, già alla prima multa da 13mila euro si cercheranno un santo protettore. Fine dei giochi. Fine della libertà.

 Un'altra strada c'è. I cittadini devono diventare consapevoli della loro forza. Devono costituire un unico blocco solidale, una corporazione che tutela e persegue il diritto ad informare ed essere informati, sostenendo grazie all'elevata resistenza della struttura magliforme della rete il peso di eventuali azioni legali.

 I cittadini devono farsi da soli la televisione che vogliono guardare. Devono pubblicarsi da soli i giornali che vogliono leggere. Devono prodursi da soli l'energia che vogliono consumare.
I cittadini devono farsi stato, soggetti finalmente attivi ed artefici delle proprie sorti. Devono fondare cooperative per portare la banda larga dove ancora manca, trasmettere online, contemporaneamente, in barba al Decreto Romani esattamente come Berlusconi trasmetteva in contemporanea in tutte le regioni italiane, in barba alle normative allora vigenti, fino a quando la diretta nazionale non divenne legale grazie al suo amico del cuore Bettino Craxi.

 Disdicete il canone Rai e iniziate a consorziarvi. Riprendetevi in mano la vostra vita, finchè avete le mani ancora libere per farlo.

Fonte: da Bioblu del 21 maggio 2010

giovedì 11 dicembre 2008

Gli «OSCAR» dell’Editoria. L’Arena miglior quotidiano locale 2008




Ai «Media Awards» dedicati a qualità ed innovazione, il riconoscimento come miglior giornale locale italiano alla testata veronese. L’«Oscar» dei giornali assegnato a «L’Arena di Verona»

Il Corriere della Sera (miglior quotidiano nazionale), Tg5 (miglior telegiornale), l’Ansa (miglior agenzia), il Gr24 (miglior radiogiornale), Il Corriere.it (miglior sito di notizie), Il Secolo XIX di Genova (miglior quotidiano regionale), L’Arena (miglior quotidiano provinciale con Il Tirreno) sono i vincitori dei Media Awards 2008, il premio promosso da ItaliaOggi, assegnato per la prima volta quest’anno non a singoli giornalisti o direttori, bensì alle testate che nei vari segmenti hanno «espresso i prodotti di migliore qualità e più innovativi». La giuria, presieduta da Pierluigi Magnaschi (già direttore dell’Ansa) era composta da sessanta tra giornalisti, editori, esperti di comunicazione, imprenditori, semiologi, pubblicitari e sociologi, italiani e stranieri. 23

Il consigliere  delegato Alessandro Zelger: «Un risultato frutto dell’impegno di tutti»
Il direttore Cattaneo: «Grande segno della professionalità dei giornalisti»

Assegnati a Milano i Media Awards 2008, gli «oscar» dell'editoria, dedicati alle imprese editoriali che, nei vari segmenti dei media, hanno espresso i prodotti di migliore qualità e più innovativi. Ad aggiudicarsi il titolo di miglior quotidiano locale è stata «L'Arena» di Verona.
A decidere i vincitori una giuria di 60 esperti italiani e stranieri composta da giornalisti, editori, esperti di comunicazione, imprenditori, semiologi, pubblicitari e sociologi presieduta da Pierluigi Magnaschi (già direttore del Sole 24 Ore e dell'Ansa). Un universo di competenze che è stato mobilitato per individuare, in piena autonomia e con oggettività ed autorevolezza, il meglio che è stato espresso nel 2008 dal complesso mondo italiano dei media (che va dal quotidiano al sito Internet; dal Tg nazionale al mensile di nicchia, passando per le agenzie e i settimanali).
Il meglio è stato scelto per poterlo segnalare come benchmark alla comunità mediatica, economica e culturale.
«Questo importante riconoscimento a livello nazionale ed internazionale - ha detto il consigliere delegato di Athesis, Alessandro Zelger - è il risultato in primo luogo della lungimiranza degli azionisti, che hanno garantito investimenti pur in un momento non facile, e inoltre del grande e continuo impegno e professionalità che hanno espresso tutti coloro che lavorano in azienda, giornalisti, tipografi e ogni altro nostro collaboratore. Oggi abbiamo rotative modernissime, una grafica nuova e stiamo affrontando ben preparati le nuove sfide di Internet - ha concluso Zelger. - In ogni caso consideriamo questo premio un ulteriore e stimolante punto di partenza per traguardi futuri sempre più ambiziosi ».

«Dopo venticinque anni non era facile cambiare l'immagine di un giornale storico come il nostro - ha detto a sua volta il direttore del giornale Maurizio Cattaneo - ma la redazione ha risposto con grande professionalità, entusiasmo e compattezza alla nuova sfida: quella di coniugare innovazione e tradizione. Ed i lettori ci hanno premiato». «Oggi L'Arena - ha concluso Cattaneo - credo sia davvero il più bel giornale locale italiano».
Alla serata meneghina, organizzata da Italia Oggi e trasmessa da Class Tv erano presenti tutti i maggiori editori e direttori italiani di giornali, periodici televisioni. Premiati, tra gli altri, Corriere, Canale 5, La 7 e radio 2.

Fonte:L’arena di Verona del 12,12,08