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giovedì 28 luglio 2011

GIRELLI EGIDIO; scultore veronese


L'angelo della preghiera del 1901, bronzo eseguito per la tomba Avanzi nel cimitero Monumentale di Verona


GIRELLI EGIDIO. - Nacque a Sommacampagna, nel Veronese, il 4 genn. 1878 da Giuseppe e Amalia Caprara; all'età di soli due anni, già orfano dei genitori, si trasferì in città forse ospite di alcuni parenti. Nel 1892 si iscrisse al corso di scultura presso l'Accademia di belle arti G.B. Cignaroli di Verona segnalandosi ben presto per le doti artistiche, confermate dalla medaglia di bronzo vinta nel 1893 al termine del primo corso di "Modellazione dei solidi, estremità, busti dal gesso e studi di anatomia". Poco dopo si iscrisse a Milano alla Scuola superiore di scultura di Brera dove ebbe modo di perfezionare la tecnica sotto la guida dello scultore Enrico Butti, conseguendo, al termine degli studi, il diploma e una medaglia d'argento. La frequentazione dell'ambiente artistico lombardo contribuì senz'altro ad avvicinare il G. alle tematiche simboliste che permeavano l'opera di alcuni maestri, come Leonardo Bistolfi, e al linguaggio di alcuni protagonisti della plastica d'Oltralpe, quali Auguste Rodin e Aristide Maillol. Nel 1899 fu nominato professore di scultura presso l'Accademia di belle arti di Verona. Agli inizi del nuovo secolo cominciò a insegnare modellato presso la Scuola d'arte Napoleone Nani di Verona, e divenne inoltre docente e direttore della scuola Brenzoni di Sant'Ambrogio di Valpolicella, carica che avrebbe ricoperto sino al 1947.

Il modellato vigoroso e l'equilibrio delle forme divennero i tratti peculiari del suo linguaggio imperniato su un realismo carico di intensità emotiva, che valse all'artista larghi consensi in ambito non solo locale: la sua carriera espositiva fu scandita, agli esordi, dalla partecipazione alle Biennali di Venezia del 1901 (Primavera della vita, gesso), 1905 (Triste abbandono, gesso), 1909 (Il bacio, gesso) e 1910 (Nella raffica, gesso), e dalla presenza nel 1910 e nel 1912 alle mostre organizzate dalla Società di belle arti di Verona. Nello stesso 1912 si classificò tra i premiati a un concorso per le porte del duomo di Milano (Un nuovo successo…). Con gli artisti riuniti intorno alla figura di Felice Casorati, trasferitosi a Verona nel 1911, fu tra i veronesi selezionati per la Seconda Esposizione nazionale di belle arti del Comitato nazionale artistico giovanile, svoltasi a Napoli in palazzo Tarsia tra il gennaio e il marzo del 1913, iniziativa maturata nello spirito di una generazione animata dall'intento di stimolare nuovi contatti tra le diverse scuole locali e di rinnovare i tradizionali schemi figurativi. Resistenza è l'opera con cui partecipò alla mostra "Pro Assistenza civica" (IX Esposizione…, ill. n. 133), allestita nell'aprile 1918 a Verona, città dove l'anno seguente, tra il 24 maggio e il 24 giugno, si sarebbe tenuta la Cispadana di belle arti, per la quale fu invitato a far parte della commissione giudicatrice. Il vivo interesse per la figura umana, spesso legato a una vena narrativa di matrice ottocentesca, sin dagli esordi dominò la produzione plastica del G. sempre imperniata su valori di armonia ed equilibrio formale. Ne sono testimonianza, tra gli altri, L'angelo della preghiera del 1901, bronzo eseguito per la tomba Avanzi nel cimitero Monumentale di Verona, in cui traspare una spiccata vena sentimentale peculiare di molte sue opere; Silhouette, busto in gesso presentato all'esposizione veronese del 1910, acquistato per l'occasione dalla Società di belle arti e poi assegnato a uno dei soci; o ancora Nella raffica, gesso esposto nel 1910 alla Biennale di Venezia e riproposto due anni dopo nella già citata mostra veronese, in occasione della quale fu acquisito da una collezione privata (IX Esposizione…, ill. n. 133).

Quest'ultimo lavoro, nel rappresentare una giovane donna mentre fugge nella bufera stringendo a sé il figlio, fu segnalato dalla critica come opera di passaggio dal "vecchio genere", ancora appesantito da spunti "un po' antiquati e retorici",  al "nuovo" ispirato alla ricerca di un dinamismo plastico in sintonia con gli impulsi futuristi dell'epoca (Spaventi).
Se inizialmente il suo impegno artistico ed espositivo sembrò aprirsi a un contesto culturale ampio, per quanto di carattere prettamente nazionale, nel corso degli anni Venti andò limitandosi sempre più all'ambiente strettamente veronese. Nel 1920 realizzò il monumento in bronzo eretto in piazza delle Erbe, presso la Camera di commercio, per commemorare le ventinove persone morte il 14 nov. 1915 a causa di una bomba lanciata dagli aerei nemici. Sempre a Verona, alla XXXIX Esposizione d'arte promossa dalla Società di belle arti tenutasi tra il 10 maggio e l'11 giugno 1925, con lo scultore Ruggero Dondè e i pittori Giuseppe Zancolli, Angelo Zamboni e Guido Farina fu invitato a comporre la giuria d'accettazione e di collocamento; ma solo nell'edizione successiva, allestita due anni dopo nella sede consueta del palazzo della Gran Guardia, fu presente con alcuni lavori, quali i busti in marmo raffiguranti il conte Gian Antonio Campostrini e la contessa Emma Campostrini Martinelli, entrambi in collezione privata. Con il ritratto di Marisa Cinciari fu invitato alla mostra del centenario della Società di amatori e cultori di belle arti, inaugurata a Roma nel dicembre 1929, l'anno stesso in cui, già membro del direttorio del sindacato degli artisti, fu scelto per far parte della commissione d'accettazione e collocamento per la XLI Biennale di Verona.

La fama e il prestigio acquisiti a Verona trovarono conferma nelle numerose commissioni ricevute per la realizzazione di sculture di carattere funebre destinate alle tombe, all'interno del cimitero Monumentale, di proprietà di alcune delle famiglie più facoltose della città; si ricordano, in particolare, quelle realizzate per i Drezza (1901), gli Avanzi (1901), i Ferrari (1907), i Tosadori (1923) e i Chiavellati (1927). Suoi sono inoltre i monumenti ai caduti inaugurati a Soave il 29 maggio 1921, a Bosco Chiesanuova il 3 sett. 1922, a Colà di Lazise il 26 maggio 1924, a Villafranca il 26 maggio 1929 (realizzato in collaborazione con l'architetto Ettore Fagiuoli) e a Zevio (1929). Nel 1925 assunse la direzione dell'Accademia di belle arti di Verona che tenne fino al 1970.

In varie occasioni fu invitato a far parte della giuria di accettazione per alcune rassegne artistiche, quali la II Sindacale d'arte tenutasi dal 13 apr. 1933 nel palazzo della Gran Guardia a Verona, in cui fu peraltro segnalato dalla critica per il Ritratto della cantante Rosa Raisa (collezione privata) in marmo di Candoglia; la I Mostra del Sindacato nazionale fascista di belle arti aperta nella primavera dello stesso anno a Firenze; la XLIV Biennale di Verona allestita nell'agosto 1934 e l'edizione successiva del maggio 1936, in cui espose due lavori in bronzo, Richiamo e Adolescente, già inviati nel 1935 alla mostra dei quarant'anni della Biennale di Venezia insieme con il ritratto di Rosa Raisa. Espose due bronzi alla IV Sindacale veronese del 1937 e un ritratto in marmo rosato nell'edizione successiva del 1939. Alla prima mostra del premio Verona, inaugurata il 1° ag. 1942 nel palazzo della Gran Guardia, una giuria composta, tra gli altri, da Felice Casorati e Marcello Mascherini, attribuì al suo Cavallo in bronzo un premio di 2500 lire, uno dei vari riconoscimenti assegnati in quell'occasione ad artisti di fama nazionale (Zorzi, p. 31). Il 23 dic. 1944 morì a Sant'Ambrogio di Valpolicella la moglie, Teresa Eugenia Andrioli, dalla quale aveva avuto quattro figli, Giuseppe, Anna, Francesco e Sergio. Solo il terzogenito avrebbe proseguito l'attività del padre, senza tuttavia eguagliarne la potenza espressiva e le doti di raffinato e forte modellatore.

Adolescente è il bronzo con cui G. partecipò alla mostra allestita a Verona tra febbraio e marzo del 1950 per celebrare il bicentenario dell'Accademia G.B. Cignaroli. Già agli inizi del secolo alcuni suoi lavori figuravano in collezioni private; ma sono pochi quelli attualmente documentati in raccolte pubbliche veronesi: un ritratto in bronzo di Achille Forti realizzato nel 1938, ora presso la Galleria d'arte moderna e contemporanea di Palazzo Forti, e un Cavallo di proprietà della CariVerona Banca riferibile anch'esso alla fine degli anni Trenta, forse lo stesso premiato nel 1942.

Il Girelli  morì a Verona il 30 aprile  1972.

Fonti e Bibliografia:
All'Accademia di pittura e scultura, in Arena, 4-5 sett. 1893; IX Esposizione internaz. d'arte della città di Venezia (catal.), Venezia 1910, n. 133; S.M. S(paventi), I veronesi alla IX Esposizione internazionale d'arte a Venezia, in Pro Verona, I (1910), 7, p. 1; Un nuovo successo del prof. E. G., in L'Adige, 3 genn. 1912; L. F(iumi), L'esposizione d'arte "Pro Assistenza civica", ibid., 9 apr. 1918; B. Barban, Il cimitero Monumentale di Verona, Verona 1928, pp. 73, 100, 102 s., 122, 124, 127, 129 s., 141, 144, 155; E. S., Una squisita opera di E. Girelli. Il monumento ai caduti di Villafranca, in Arena, 9 giugno 1929; G. C., La V mostra sindacale d'arte alla Gran Guardia, in Il Garda, I (1939), 6, pp. 347 s.; F. Zorzi, Ricognizione della mostra. Le sculture, in Verona e il Garda, IV (1942), 4, pp. 29, 31; U. Zannoni, Verona primo Novecento, Verona 1951, pp. 88, 176 s.; Fragiocondo (G.C. Zenari), Cronache montebaldine, Verona 1953, p. 39; T. Lenotti, Piazza Erbe, Verona 1954, pp. 78 s.; U.G. Tessari, In memoriam, in Vita veronese, XXV (1972), 5-6, p. 181; M. Cressoni, E. e Franco Girelli, tesi di diploma, Verona, Accademia di belle arti G.B. Cignaroli, a.a. 1988-89, pp. 60-133.


Fonte: srs di  L. Lorenzoni;  Dizionario Biografico degli Italiani, TRECCANI.IT





venerdì 19 febbraio 2010

Verona: Mauro Ferrari, scultore eremita che dà la vita al legno


Mauro Ferrari


Verona -  Comerlati di  Badia Calavena.  Fa il panettiere, ma ha scelto di rifugiarsi in un luogo fuori dal tempo per coltivare la sua passione
C’è un luogo, in Lessinia, poco a sud di Velo e non distante dalla chiesa di Santissima Trinità, che sembra fuori dal tempo e fuori dal mondo. Si chiama contrada Comerlati, e si compone di poche case, di un ampio prato che scende in direzione di Badia Calavena e di boschi.  Qui, tornato nella casa che un tempo era della nonna materna, abita uno dei pochi scultori lignei delle nostre montagne: Mauro Ferrari.

Nato nel 1967 a Verona, Mauro ha da sempre sentito il richiamo della montagna, tanto che appena gli era possibile saliva in Lessinia dai suoi amici e dai suoi parenti ma, soprattutto, dai suoi amatissimi boschi, grande passione e fonte d’ispirazione creativa. 
 Sposatosi, ha poi vissuto 15 anni a Giazza: un paese piccolo per chi è abituato alla vita di città, ma per Mauro quel grappolo di case alla confluenza fra la Val di Revolto e la Val Fraselle era già una metropoli. E così è tornato nei luoghi d’infanzia, a Comerlati, dove è riuscito a ricavarsi uno spazio per realizzare un laboratorio di scultura tutto suo. Ed ora è felice: la mattina lavora al panificio di Giazza e, quando ha finito, sale a Comerlati e si getta a capofitto nella sua passione, la scultura del legno.

«Un sogno per me», dice Mauro Ferrari, «sarebbe riuscire a vivere esclusivamente del mio lavoro di scultore, ma mi rendo conto che i tempi non sono ancora maturi. Devo crescere tecnicamente e devo anche farmi conoscere. Fra l’altro in Lessinia manca una cultura del legno e, più in genere, del bosco. Si punta tutto sulla pietra, sia per costruire e sia come materiale da cui ricavare espressioni artistiche».
A Mauro, però, al contrario del legno la pietra non gli comunica nessuno stimolo artistico. «Ogni essenza», dice, «ha una sua caratteristica particolare che deve essere esaltato nel momento in cui si vuole estrarre una forma, una figura». 


Le forme dipendono quindi dal legno perché ogni legno ha le sue caratteristiche e le sue qualità.
«Ad esempio», dice lo scultore di Comerlati, «l’olivo va bene per espressioni di sofferenza, mentre il noce permette di ricavare figure dure, come fade o anguane. Dal cirmolo nascono invece figure allegre e sorridenti, come gli gnomi che io amo tanto, oppure splendide e sinuose figure femminili. Il pero, albero caratteristico della Lessinia, è un legno che ha un carattere materno e va bene per immagini che rappresentano una nuova vita, una procreazione, mentre un altro nostro albero comune, il Tiglio, può essere considerato polivalente in quanto si lascia lavorare per creare svariate figure anche se non è adatto a soggetti sofferenti, per i quali è invece ideale l’olivo».

Mauro non ha frequentato nessuna bottega dove imparare l’arte, ma ha assorbito ciò che il nonno gli ha insegnato a suo tempo mentre lavorava il legno per creare gli utensili che gli sarebbero serviti poi per lavorare la terra. Nessuna scuola, quindi, ma tanta passione e, soprattutto, un dialogo continuo con il bosco e con gli alberi. Un dialogo che talvolta si trasforma in attività didattica, quando Mauro accompagna scolaresche o amici a conoscere i boschi e le essenze che lo popolano.
I suoi soggetti preferiti sono le figure della favolistica di montagna, ma anche Passioni, Cristi, figure femminili e scene o personaggi della vita sui monti come pastori, contadini. 
 Un legame particolare l’ha stretto con gli gnomi. «Sono figure straordinarie», racconta, «ed io li faccio in modo molto particolare, con grande attenzioni ai dettagli ed all’espressione del viso». Ora ne sta realizzando uno, commissionatogli da Fulvio Valbusa per il suo ristorante "Aquila nera" a Bosco. Ricavato dal tronco di un colossale cedro che una volta era in una villa di Bosco, lo gnomo sarà alto ben tre metri. Poi Mauro dovrebbe organizzare presto alcune mostre permanenti, una a Bosco ed una Malga Vazzo, e poi magari in qualche rifugio delle nostre montagne, dove gnomi e spiritelli scolpiti nel legno si sentirebbero a proprio agio.


Fonte:  srs di Eugenio Cipriani/ L’Arena di Verona di Lunedì  23 giugno 2008 provincia pag. 20

(VR 19 febbraio 2010)

martedì 5 gennaio 2010

Maria Madre di Dio




Scultura in bronzo con patina francese a caldo, 2009 di Marco Danielon

“Miriam, sai cos'è la Grazia?” “Non di preciso”,  risposi.
“Non è un’andatura attraente, non è il portamento elevato di certe donne bene in mostra. È la forza sovrumana di affrontare il mondo da soli senza sforzo, sfidarlo a duello tutto intero senza neanche spettinarsi. Non è femminile, è dote di profeti. È un dono e tu l’hai avuto. Chi lo possiede è affrancato da ogni timore. L’ho visto su di te la sera dell’incontro e da allora l’hai addosso. Tu sei piena di grazia. Intorno a te c’è una barriera di grazia, una fortezza. Tu la spargi, Miriam: pure su di me.”
Erano parole da meritarsi abbracci. Restammo sdraiati senza una carezza. Ci pensai un poco e risposi per gioco: “Tu sei innamorato cotto, Josef”.
(In Nome della Madre di Erri de Luca, ed Feltrinelli p.36).

Il vento che come Spirito ti avvolge, turba i tuoi pensieri, posa la Parola dentro te.  Stupita ascolti il suono del vento che ti parla. Chi sa discernere la voce dello Spirito? Tu, giovane Miriam, ti affidi, custodisci la Voce nel viaggio, la canti con gioia, la cresci come Figlio, ora che sei Madre di Dio. (Marta Scandola)

Marco Danielon è uno scultore-cesellatore che opera a Verona da trent’anni. Ha studiato all’Accademia Cignaroli, oltre che con gli scultori Carlo Bonato e Gino Bogoni. Ha frequentato il corso di ristrutturazione di beni culturali e ambientali organizzato dalla Diocesi di Verona e sta completando il corso di laurea ordinario dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose (Verona). Alcune delle sue opere sono presenti a Verona presso la Basilica di San Zeno, nella chiesa Cattedrale e nella chiesa della Casa Madre delle Suore Comboniane, a Roma nella chiesa della Casa generalizia delle Suore comboniane. Contatti: marco.danielon@gmail.com


Fonte: Monastero di Sezano,  stampato per informazione