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mercoledì 17 ottobre 2012

ECCO, REGIONE PER REGIONE, CHI È A FAVORE DELL’INDIPENDENZA


Percentuale di cittadini favorevoli all’indipendenza della propria regione dall’Italia


           
  Percentuale di favorevoli all’indipendenza


Valdaosta                   N.D.

Veneto                        50%

Trentino-SudTirolo   49%

Lombardia                 45%

Friuli-Trieste              43%

Piemonte                    37%

Emilia-Romagna        36%

Liguria                        34%

Marche                       27%

Toscana                      25%

Sicilia                          25%

Sardegna                    25%

Umbria                       21%

Calabria                      18%

Molise                         17%

Campania                   17%

Lazio                           16%

Abruzzo                      16%

Basilicata                    15%

Puglia                         12


PADANIA                                                       42,6%

ETRURIA (Toscana, Umbria, Marche)       24,%

MERIDIONE (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria)               15,5%

ITALIA                       30%


Fonte: da L’Indipendenza del  5 ottobre 2012



venerdì 4 maggio 2012

DECLINO EUROPEO E DECLINO DEGLI ATENEI ITALIANI


Università di Padova

di PAOLO L. BERNARDINI

In un recente intervento video pubblicato in questo giornale,  Carlo Lottieri ha parlato del declino dell’Europa. Condivido appieno il suo discorso, nelle linee generali e direi in quasi tutte quelle particolari. Occorre però riflettere su una piccola svista di Lottieri, ovvero quella secondo cui il declino delle università europee sarebbe parte di questo declino generale. Ora, questo non è del tutto vero.  Se prendiamo ad esempio una delle classifiche maggiormente seguite, e serie, quella del “Times Higher Education Supplement”, http://www.timeshighereducation.co.uk/world-university-rankings/2011-2012/top-400.html  per il 2011-2012, le università europee non sfigurano.

Prendiamo le prime 100. Al primo posto abbiamo quella chicca del CalTech, al secondo quel blasonato gigante che si chiama Harvard (a metà Seicento uno studente del Massachussets fece domanda di ammissione a Padova, allora una stella assoluta, dicendo che non voleva studiare in quel postaccio con due libri e tre professori che si chiamava…Harvard!).  Se prendiamo le prime cento, abbiamo 30 università (il 30%! Anche per un impedito in matematica come me come è facile calcolare le percentuali sulla cifra di 100!) europee. Prendiamo le “top ten”.

Ebbene, se prendiamo le prime dieci, Oxford, Cambridge, e l’Imperial College di Londra occupano rispettivamente la quarta, la sesta, e l’ottava posizione. Ora, sempre su questo giornale, Federico Compagnoni ha parlato della “devastazione delle università padane”. Ebbene, almeno due, Padova e Bologna, sono quasi coeve di Oxford e Cambridge. Bologna si piazza tra il 226esimo e il 250° posto, e anche Padova. Vuol dire che istituzioni come Oxford e Cambridge mantengono un primato internazionale da circa 800 anni, qualcosa di assolutamente stupefacente (come se la Ferrari tra 700 e rotti anni continuasse a produrre le migliori macchine del mondo!).
Ma analizziamo le prime cento dal punto di vista europeo. Ebbene, 12 sono inglesi (di un paese fuori dell’area Euro, benché dentro per ora alla UE). La 36esima e la 85esima sono rispettivamente Edinburgo e Saint Andrews, in Scozia. Occorre ricordare che ancora nel Settecento la Scozia, presto indipendente, aveva ben 4 università, e l’Inghilterra solo due, per quanto prestigiose (ma in declino, certo, nel secolo dei Lumi).  D’accordo, il THES è un giornale inglese, ma i parametri sono abbastanza fissi e non alterabili. La Svizzera ne piazza tre in classifica, l’ETH di Zurigo, il Politecnico di Losanna, e l’Università di Zurigo. La Svezia anch’essa tre.

Vediamo ai paesi dell’area Euro. La Germania ne piazza 4. Ricordiamoci che il modello accademico tedesco nell’Ottocento era egemone nel mondo, interi atenei americani vennero creati su quel modello, come la Johns Hopkins di Baltimora (in classifica al numero 14). In ogni caso, la gemma tedesca, la meravigliosa università di Monaco, prima tra le tedesche, è “solo” al 45esimo posto. Seguono Gottinga, Heidelberg, e il Politecnico della Baviera, grandi scuole con immensa tradizione, ma che si trovano tutte sotto al cinquantesimo posto.  
Sempre in area Euro (per ora, perché in Olanda il vento sta cambiando), abbiamo 4 atenei olandesi. Tra cui la grande Leida, che, occorre ricordare, venne costituita sul modello padano di Padova (orto botanico compreso). La Francia ne piazza tre. Pochine. Oltretutto, a parte la Marie Curie, una è la Normale (non è chiaro quale, immagino quella di Parigi), l’altra l’Ėcole Polytechnique. Ora, la piccola Svizzera tiene testa  in classifica a tutti questi giganti. Lo stesso si dica per l’Olanda. D’altra parte, il valore degli individui, e delle università non sempre dipende dalla grandezza dello Stato, anche se ovviamente le università americane (soprattutto quelle private) fanno la parte del leone tra le prime 100, e tutte le 400 classificate. Federer è svizzero. Andy Hug, splendido campione di arti marziali, era svizzero.

Abbiamo poi due atenei giapponesi, uno cinese. E gli altri paesi area Euro? Uno finlandese, Helsinki. Uno belga, Lovanio.  Sono sorpreso di vedere un grandissimo centro di sapere, come l’Università ebraica di Gerusalemme, fortemente voluta da Einstein tra gli altri, “solo” al 124esimo posto. L’Australia piazza 4 atenei. Tanti come la Germania e l’Olanda. Il Canada cinque.  E 49 sulle prime cento sono americane!  In conclusione. Tra le prime 225 non compare alcuna università italiana. Sono sorpreso dal fatto che la Scuola Normale di Pisa non sia presente, ma questo non credo dipenda da altro che dalla sua peculiare struttura, che la assimila probabilmente, per gli estensori della classifica, ad un “collegio” dell’università di Pisa. Da grande sostenitore della Normale mi dispiace. Peraltro Pisa è presente nella classifica nell’area 301-350.

Ora, alcune riflessioni. L’Europa non se la passa malissimo con le sue 30. Ma le università dell’area Euro sono 13. Nonostante i grandi investimenti fatti negli ultimi anni ed una politica aggressiva di assunzioni a livello internazionale, Vienna, università antichissima, risale al 1365, si piazza solo al 139 posto. L’Universita di Aarhus in Danimarca, anch’essa oggetto di grandi finanziamenti recenti, si colloca al 125esimo posto, Copenhagen, notevolissimo centro di sapere, al 135esimo. L’Italia non ha alcun ateneo nei primi 225. La Spagna se la passa meglio solo, guarda casa, per un’università bilingue (catalano-inglese, con un po’ di castigliano…), la Pompeu Fabra di Barcellona (pubblica, e catalana, fondata nel 1990), che si piazza al numero 186. Dunque, i treni (canti funebri…) che ha innalzato a ragione Compagnoni si estendono anche alla Spagna, paese statalista e centralista come l’Italia. Felici i tempi in cui la Scuola di Salamanca illuminava con la Seconda Scolastica l’Europa intiera! Era il Cinquecento di Carlo V.

La classifica ovviamente, come insieme ricchissimo di dati, si presta ad altre disanime. Ad esempio, quanti sono gli atenei pubblici, quanti quelli privati? La mia esperienza in queste università insegna che tante volte la divisione radicale tra pubblico e privata va sfumata, ed esistono situazioni assai complesse, come a Pittsburgh (59esima), dove ho insegnato nel 2004-2005. Tra le prime 10,  4 sono pubbliche, 6 private. Ma anche il concetto di “pubblico” è difficile da applicare ad università come Cambridge, che ricevono milioni di euro da entità private (ad esempio la fondazione di Bill e Melinda Gates). La numero 10, Berkeley, è pubblica, con un costo per l’erario californiano immenso e variamente stigmatizzato e ridotto, in qualche caso, dai vari governatori, Arnold Schwarzenegger ad esempio.

Per il futuro della Lombardia e del Veneto liberi? La tradizione non si butta via. Sarà valorizzata. E’ capitale immenso, splendido. Le poche volte che sono stato a lavorare al Centro per la Storia dell’Università di Padova piangevo dalla gioia a vedere quel tesoro di documenti. Un’istituzione che vive dal 1222! Adesso è un feudo distaccato del potere centrale, una metastasi romana. Rinascerà!

Il capitale umano spesso esiste, anche in piccoli atenei come quello dove insegno, dove cerchiamo ogni giorno di portare avanti la baracca in situazione di grave carenza di fondi con dignità, passione per l’insegnamento, e per la ricerca, dovendo anche subire gli attacchi continuati della stampa che considera, opportunisticamente, l’università un luogo di corruzione assoluta. Dal momento che i giornalisti di quasi tutti i giornali sono dipendenti pubblici come noi accademici, in quanto senza il finanziamento pubblico le loro testate piene di menzogne chiuderebbero, dovrebbero stare attenti a quel che dicono. Ma il principio del “divide et impera” che mantiene viva la funesta creatura dal nome Italia include la lotta tra poveri rami della medesima amministrazione, ma per fortuna la libertà di pensiero rimane assai più nelle nostre aule che non tra le pagine dei giornali sussidiati, che se non fossero piene di inchiostro velenoso farebbero la fine ben nota (ma perché non li stampano già in forma di rotolo?).

Anzi, nel futuro libero i piccoli atenei recenti giuocheranno un grande ruolo, perché i pachidermi stile Padova e Milano sono divenuti sussidiari del potere centrale, e sarà un lungo processo quello della loro (necessaria) rigenerazione. Buona fortuna ai futuri ministri dell’università del Veneto e della Lombardia indipendenti, che si impegneranno in tale erculea fatica!

Naturalmente, una Lombardia indipendente darà una spinta straordinaria ai propri atenei. Il problema che si porrà sarà eventualmente quello di una loro privatizzazione, ma io, pur liberale classico fino in fondo, la vedo una tappa successiva e forse neanche necessaria. Gli atenei svizzeri sono tutti pubblici. Ma su questo i futuri Stati si interrogheranno.

Fonte: srs di PAOLO L. BERNARDINI, da L’indipendenza del 26 aprile 2012


mercoledì 25 aprile 2012

25 APRILE, SAN MARCO, FESTA NAZIONALE VENETA



Da sempre nei territorio della Serenissima Repubblica Veneta il giorno del 25 aprile si onora e si festeggia San Marco, emblema religioso e politico della Repubblica Veneta fino al 1797, bandiera e simbolo del popolo veneto.
E non a caso uno dei primi provvedimenti dei “giacobini” fu proprio quello di sospendere la festa di San Marco. 

martedì 24 aprile 2012

A VENEZIA PREGA SOLO CHI VUOLE IL QUESTORE



Si chiamava tessera del tifoso, era una specie di patente necessaria per andare allo stadio. Il governo Monti c’ha messo le mani, senza abolirla del tutto, anche se, di fatto, si fa come se non esistesse più: l’hanno capito anche i professori che l’esercizio della libertà personale non può essere limitato dalla sottoscrizione o meno di un contratto con una banca (questo era la tessera del tifoso), rilasciato dopo il placet della questura.
Peccato che non l’abbia capito la Questura di Venezia, che ha vietato al Comitato per la Processione di San Marco (un nome che metterebbe paura anche al Mossad), di svolgere in data 25 aprile, festa di San Marco Evangelista, l’usuale rito di omaggio al protettore della città, spolverando un decreto prefettizio del 2009,  secondo cui il centro urbano dovrebbe essere “sottratto a cortei e manifestazioni politiche”.

Dovrebbe, perché il divieto non è stato applicato, per esempio, alla recente festa padana, con conseguente rito dell’ampolla. Dovrebbe, perché se al posto del Comitato per la Processione di San Marco la richiesta di manifestare l’avesse posta il Comitato amici omosessuali del corpo di San Sebastiano, si potrebbe scommettere che il questore Fulvio Della Rocca non si sarebbe opposto. O che, in caso di opposizione, la stampa italiana e anche quella internazionale ne avrebbero parlato. La stessa stampa che tace sul divieto. La stessa stampa a cui Albert Gardin, organizzatore della manifestazione, vuol consegnare il premio “Benito Mussolini” per la censura.
In attesa dell’intercessione di Moraglia, comunque, Gardin annuncia che, con o senza patente, la Processione di San Marco si farà: “il Comitato ritiene il divieto del questore alla processione un fatto giuridicamente gravissimo e arbitrario, un attentato ai diritti costituzionali sulle libertà di espressione e di manifestazione. Lo stesso Comitato risponderà con una denuncia penale per abuso d’ufficio e manifestazione di razzismo antiveneto”.

Ciò che la Questura non coglie, al di là di tutto, è che la processione di Gardin – che in quanto noto indipendentista non può avere la patente del fedele – non è un evento politico, ma religioso, ragion per cui, fuor di ogni interpretazione, verrebbero a cadere i presupposti del decreto prefettizio (il divieto si applica alle manifestazioni politiche, non religiose o folkloristiche). Non solo: posto che Gardin è un indipendentista, il questore non può  impedirgli di pregare in piazza, né di organizzare veglie o novene. Ecco perché il marcianissimo editore veneziano ha deciso di impugnare la decisione di Della Rocca, di ricorrere alla Corte dei diritti dell’uomo e di scrivere al Patriarca, servendo a quest’ultimo la possibilità di presentarsi con una bella figura.
Come da programma, l’appuntamento è confermato per il 25 aprile, alle ore 15, in piazza San Marco. Seguirà una veglia-preghiera in Basilica con ingresso da Porta Paradiso. E poi tutti a casa. Accorrano numerosi i fedeli, quindi, stiano all’erta: a pregare senza tessera, si rischia un Daspo.


Fonte: srs di di VITTORIA AGANOOR da L’indipendente del 11 aprile 2012


venerdì 9 marzo 2012

DOPO L’INNO CI MANCA SOLO IL SABATO PATRIOTTICO



Quando si è in tanti, basta mormorare per fare un boato, quando si è in pochi si deve urlare per farsi sentire. Quando si è in tanti si può anche stare fermi o seduti: in pochi bisogna agitarsi e muoversi freneticamente per sembrare tanti. Il trucco funziona solo al di sopra di una soglia: sotto diventa il patetico e parossistico esercizio di quattro gatti che non sanno più cosa inventare per farsi notare.  Lo stesso vale per un’idea o un sentimento: se sono condivisi e veri non serve continuare a ricordarli, riproporli, sottolinearli ed esaltarli. Ci sono e basta. Se esiste un sentimento di appartenenza, o di amore di patria, non serve proclamarlo di continuo, costringendo tutti a formali manifestazioni che sopperiscono con l’obbligatorietà alla spontaneità che non c’è.

Così, meno è sentito l’afflato di patriottica italianità da parte delle genti che a abitano, più la penisola viene infiocchettata di tricolori, addobbata di bandiere e cotillons come fosse un gigantesco albero di natale a forma di stivale. Meno numerosi sono i patrioti,  più si agitano, sbraitano e intonano inni. La bandiera italiana è sempre stata un esercizio di ufficialità:  compare sulle caserme, sugli edifici pubblici, sulle tombe dei caduti, ai funerali. Con la menata del 150° qualcuno è stato convinto a esporla davanti alla casa ma è subito passato per un tifoso di una nota squadra di calcio.

Benigni declama la Costituzione come un poema epico di genere picaresco, dove i confini fra il serio e il faceto sfumano maliziosamente. A calciatori e atleti si impone di cantare l’Inno di Goffredo Mameli, Atanasio Canata e Michele Novaro: in tre per mettere assieme un caposaldo della storia della musica. Ma se il paese gronda davvero di amor di patria, di orgoglio di sentirsi italiani – come sostiene Napolitano – che bisogno c’è di impataccarlo di tricolore e di costringerlo con la coercizione a gorgheggiare l’inno della Repubblica Sociale? E non è buffo che siano soprattutto dei comunisti, dei feroci antifascisti, a imporre una marcetta che ha avuto la sola ufficializzazione della sua gloriosa storia proprio a Salò.

Adesso vogliono obbligare per legge a cantarlo in tutte le scuole, assieme all’istituzione di una “Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera”, che ci farà – non c’è dubbio – vivere tutti meglio! Relatrice della geniale trovata è la deputata Paola Frassinetti del Pdl, ex anina, che in gioventù frequentava la Nuova Destra, quella che voleva seppellire tutti gli orpelli vetero missini. Come dire: da Campo Hobbit a Predappio passando per Arcore. «L’obiettivo – spiega la relatrice alla stampa – è far imparare le parole e il senso dell’Inno, che ha numerosi riferimenti storici».  Suppongo si riferisca al “sangue polacco che bevé il cosacco”, oppure che “ogn’uom di Ferruccio ha il core, ha la mano”, a Balilla e a tutto il resto.

Il prossimo passo – c’è da esserne certi – è l’istituzione del sabato patriottico: tutti a saltare nel cerchio di fuoco, a marciare in loden, a imparare a memoria  le ultime lettere dei martiri di Belfiore.
Assieme al mamelico inno non potranno mancare Toto Cotugno e Orietta Berti in “Fin che la barca va”.
Il patriottismo – diceva Samuel Johnson – è l’ultimo rifugio dei furbacchioni, che  in Italia sono stipendiati dallo Stato. Indipendenza!

Fonte: srs di Gilberto Oneto, da L’Indipendenza del  7 marzo 2012