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venerdì 30 gennaio 2026

LA PRIMA VILLA LIBERTY COSTRUITA A VERONA



Oggi vi parlo della prima villa Liberty costruita in Borgo Trento. Palazzina Bachbauer, Canella, Fiorini - via Caprera ang. viale G. D’Annunzio. 

Anno 1909. La signora Francesca Bachbauer, sposata Randazzo, nel 1909 ha acquistato un lotto di terreno in via Caprera, angolo viale D’Annunzio, dalla società Trezza. Detta società nel 1908 aveva realizzato la prima lottizzazione nel grande latifondo Malaspina della Campagnola che i Trezza, esattori delle tasse durante il governo austriaco, nel 1854 avevano acquistato dai Malaspina.

La signora Bachbauer nell’anno 1909 ha fatto edificare questa palazzina che risulta essere stata la prima costruzione edificata nella prima lottizzazione della “Società Trezza” in Borgo Trento. Non si conosce il nome del progettista.

venerdì 2 febbraio 2024

VERONA ERA FAMOSA PER LA SUA OCRA DORATA

 



Verona era famosa per il colore giallo, chiamato Ocra dorata, Giallo Verona o Siena di Verona, ricavato dalle miniere di “Terra Gialla” di Verona, che sembrano già  in uso   in periodo romano. Attive fino  a pochi anni fa, l’ultimo cavatore, il sig. Luigi Righetti  cessò negli anno 80 la sua attività di artigianale di “minatore” nella miniera di  via Castello San Felice.  

Questa ocra dorata era rinomata per l’eccellente qualità, e   molto richiesta non solo dai colorifici veronesi, ma anche da quelli italiani. Poteva essere utilizzata al naturale, con il  suo colore giallo, o sottoposta a calcinatura, diventando  una polvere  di colore rosso, il famoso  “Rosso Verona “ .

 

sabato 8 ottobre 2022

VERONA. TRASFORMAZIONE DEGLI EX MAGAZZINI GENERALI


ALCUNE NOTE INVIATE DA FAUSTO CALIARI PER RICORDARE IL PERCORSO CHE HA PORTATO L'INTERA AREA DEGLI EX MAGAZZINI GENERALI A TRASFORMARSI DA ZONA PRODUTTIVA, A CULTURALE E INFINE TERZIARIO-DIREZIONALE. 

RISULTA CHIARO IL RUOLO AVUTO DALLA FONDAZIONE CARIVERONA IN QUESTA OPERAZIONE CHE HA PRIVATO VERONA E I VERONESI DI UN'OTTIMA OPPORTUNITA' DI RIQUALIFICAZIONE .


 

LA PROFEZIA DELLA LOCOMOTIVA COSMICA SI È TRISTEMENTE AVVERATA. 

 

Dopo la ristrutturazione la magnifica Stazione Frigorifera n°10 appare come un effimero guscio vuoto, violentemente scarnificato, addomesticata e imbellettata per asservire al meglio le nuove

funzioni commerciali, spogliata dei preziosi elementi caratterizzanti che la elevavano potentemente a luogo immaginifico dell’anima, e che proprio per questo ne giustificavano il vincolo integrale originale, perché con il tempo era divenuta opera d’arte; vincolo ribadito con ben due sentenze del consiglio di Stato purtroppo rimaste lettera morta. 

mercoledì 30 settembre 2020

IL RETICOLO URBANO DI VERONA


 

Verona è sempre stata un perfetto incrocio ortogonale di cardini e decumani, con isolati di dimensioni costanti. 

Il decumanus maximus e il cardus maximus realizzati in età romana misuravano 720 metri ciascuno, a costituire una 'centuria quadrata'. 

Una superficie iniziale di 477.000 mq, un perimetro di 2,7 km, strade larghe 8 m (6 m la carreggiata, 1 m ciascuno i marciapiedi) crearono isolati a pianta quadrata con lato oscillante tra i 75 e gli 80 metri.

 

Oggi le linee perimetrali degli isolati romani si sono perfettamente conservate grazie al loro mantenimento durante l’altomedioevo, come dimostrato dagli scavi archeologici. 

 

Indagando tre edifici altomedievali, in via Dante, in Corte Quaranta e in vicolo Monachine si è inoltre giunti alla conclusione che Ia mancanza di edifìci al centro degli isolati nel periodo altomediovale non rappresenta, come in altre città, un segno di abbandono. Ci fu invece una parziale occupazione del lastricato stradale romano, che portò all'avanzamento degli isolati altomedievali rispetto a quelli romani. L'isolato di Palazzo Maffei per esempio venne allungato di ben 9 metri. 

 

Le case finirono dunque per disporsi in fila sul perimetro dell'isolato, lasciando sgombra di edifici la zona centrale. Questa disposizione di più proprietari affìancati sul margine della strada fece sì che all'interno degli isolati si realizzassero orti e giardini ma anche depositi di rifiuti domestici.

 

 

Fonte: srs di Andrea Schiavone, da  facebook:  LA ME BELA VERONA 

lunedì 13 aprile 2020

VERONA. PALAZZO VOGHERA - BERTOLDI VIA PONTE PIETRA .

Palazzo Voghera-Bertoldi in via Ponte Pietra


Qualcuno si ricorda di aver visto foto od immagini dell' affresco di San Cristoforo, oramai praticamente scomparso presente sulla facciata cieca come da ricostruzione allegata ?

Inquadramento storico artistico 

Il complesso edilizio denominato  Palazzo Bertoldi-Voghera prima del 1600 era costituito da un insieme di edifici che una volta ristrutturati ed unificati , anche formalmente , assunsero una conformazione a palazzo più consona al nuovo proprietario che voleva ostentare il suo livello sociale ed economico raggiunto .
Il tutto infatti accadde agli inizi del XVII secolo quando un certo Pasqualino Zignoni, priore della corporazione dei formaggiai veronesi, volle celebrare questa professione e la sua posizione facendo dipingere sulla sua nuova casa al ponte della Pietra un ciclo di affreschi dove fossero rappresentate le diverse fasi della lavorazione di latticini e salumi (la corporazione si occupava anche di questi, potendo così lavorare sia nei periodi «di magro» sia «di grasso»). 




Il pittore incaricato, probabilmente Paolo Ligozzi e la sua bottega, raffigurò così degli aggraziati putti impegnati nelle operazioni che venivano abitualmente condotte in stalle, casare, macelli e botteghe della città e del territorio: dalla mungitura alla lavorazione del latte con la zangola fino al trasporto di grandi forme di formaggio, dalla macellazione dei maiali alla confezione degli insaccati. L’ operazione di Pasqualino Zignoni ci dice anche del ruolo economico che tali alimenti avevano per la città: la produzione e il commercio di formaggi e salumi era infatti strettamente legata alle necessità di approvvigionamento urbano. Il fregio con affreschi , restaurato negli anni 80, che sono stati attribuiti a Paolo Ligozzi e/o alla sua bottega , sono tra i pochi ( come palazzo Allegri Guiotto in via pigna a pochi metri di distanza e di datazione analoga ) che non siano a soggetto religioso o mitologico .


Tracce pittoriche del San Cristoforo 


Partendo da sinistra , il primo riquadro è scomparso , nel secondo dei putti stanno mungendo le mucche , nel terzo il putto sta raccogliendo la panna da alcune brente , nel quarto i due putti tengono in mano la zangola per fare il burro. Più avanti troviamo al cune parti degradate e non leggibili poi i putti che scaricano un cavallo , un carro con dei maiali ammazzati sopra (questo riferito a lavoro lardarolo) ed in altri i i putti sta portando i salami alla stagionatura e si vede che essi vengono appesi alla piccaglia. Poi seguono altre raffigurazioni che insistono sulla porzione di palazzo di altra proprietà e non inclusa nel nostro progetto.




La parte affrescata continuava parzialmente sotto il fregio e particolarmente sulla facciata sud est , quasi completamente cieca , era presente un’enorme raffigurazione di san Cristoforo dipinta dal pittore tedesco “Gio Breider di Monaco“ come attribuisce il Dal Pozzo … “Di Gio Breider di Monaco : Un S.Cristoforo di smisurata grandezza nel cantonale della casa dirimpetto alla Beccaria del Ponte Pietra” e poi il Dalla Rosa riportando ... “ Sul cantonale di una casa vicino a ponte pietra e rimpetto a quella Beccaria S.Cristoforo di smisurata grandezza , e veramente gigantesco col bambino sulle spalle . Chi è di arte sà quanto è difficile servare le debite proporzioni , ed un buon contorno delle figure , quando eccedono la consueta naturale grandezza . perciò queste pitture meritano lode ed encomj.” . Anche il Da Persico su tale affresco riporta : “ Da un fianco ha tutto un S.Cristoforo del bavaro Giovanni Breider. “
Di questo pregevole dipinto rimangono solo tracce della testa del santo , del terminale a frasche del suo bastone ed il globo retto dal Bambin Gesù , che si intravedono in parte dipinte ed in parte solo il tratto graffito di contorno .

Per quanto riguarda il progetto architettonico si riporta che lo Zignoni avesse affidato al Curtoni il progetto del palazzo . Se risultasse fondato anche questo dato, a supporto dell’importanza del progetto globale , c’è da ricordare che Domenico Curtoni, nato a Verona nel 1564 , ultimo discendente della famiglia di Michele Sanmicheli e forse nipote di questi può, a buon diritto, considerarsi la personalità più interessante, anche se ancora poco chiarita , degli anni di transizione, nell'ambiente architettonico veronese, dalla fine del '500 al primo decennio del ‘600 .

1 Bartolomeo dal Pozzo : Vite dè pittori degli scultori et architetti veronesi . Verona 1718
2 Saverio dalla Rosa : Catastico delle pitture e scolture esistenti nelle chiese e luoghi pubblici situati in Verona . Verona 1803
3 G.B. Da Persico : Verona e la sua provincia. Verona 1820

Fonte: da  srs di.
Ferdinando Forlati Facebook La me bela Verona del 6 aprile 2020 
Link: https://www.facebook.com/groups/454563944580329/permalink/2860120577357975/

lunedì 18 novembre 2019

LA STRUTTURA ANTIGHIACCIO DELL'ARENA DI VERONA





Le gradinate dell’Arena, prima di essere delle gradinate, sono un tetto che protegge gli arcovoli sottostanti.
Quando gli antichi romani arrivarono nella Gallia Cisalpina, trovarono un situazione climatica molto diversa da quella di Roma: con clima più piovoso, inverni molto più freddi, nebbiosi e spesso con temperature sottozero. 
Nella costruzione dell’ Arena avevano intuito che lasciare le gradinate e gli arcovoli sottostanti in balia di tale clima ne avrebbe destabilizzato, nel corso dei secoli, le strutture. 





Arrivarono a risolvere tale problema con un efficace intuito ingegneristico-architettonico: esportarono a martellina circa un  centimetro di pietra dalla superficie superiore dei gradini, lasciando un leggero rialzo solo sui bordi laterali di contatto, e appoggiandoli poi con un' impercettibile inclinazione verso l’interno. 






Questo ha permesso per secoli l’impossibilità dell’acqua di entrare nelle strutture sottostanti. Tale tecnica non è mai stata più usata nei vari restauri successivi.

lunedì 2 settembre 2019

NEGRAR È DIVENTATO FAMOSO ANCHE PER IL NEOLOGISMO…NEGRARIZZAZIONE


Anche questo è la Valpolicella




Negrar è diventato famoso anche per il neologismo che ha fatto nascere, legato alla speculazione edilizia .....


Riporto dal vocabolario dalla Treccani  

Negrarizzazione 1 s. f. Urbanizzazione speculativa, e al di fuori di ogni controllo, del territorio compreso nel comune di Negrar, in provincia di Verona.  

Il conte Pieralvise Serego Alighieri, cinquantenne, vignaiolo di Gargagnago, ultimo discendente del Sommo Poeta, può, a buon diritto, parlare di storia. 
Spende volentieri il suo nome, quale presidente dell’associazione «SalValpolicella» (70 iscritti), per una battaglia in cui crede moltissimo e che raccoglie adesioni tra molti abitanti dei 5 comuni dell’area veneta, oggi assediata dal cemento. 
Al punto che è stato coniato il neologismo «negrarizzazione», che ricorda il più famoso «rapallizzazione» per indicare il proliferare della speculazione edilizia. 
«In effetti – spiega il conte Serego Alighieri – Negrar è il paese più degradato dei cinque. Ma, avanti così, l’identità di tutta la Valpolicella è destinata a scomparire». (Marisa Fumagalli, Corriere della sera, 13 gennaio 2007, p. 23) • 
«nell’ultimo capitolo ho chiarito il concetto di negrarizzazione, neologismo coniato da un architetto veronese con il quale si intende definire “lo sfruttamento non pianificato di un’area senza rispetto per l’impatto ambientale”.  È un fenomeno che ha avuto origine, come suggerisce il nome stesso, nel paese di Negrar, ma che poi ha finito con l’allargarsi e interessare l’intera vallata» [Monica Beghini intervistata da Giancarla Gallo]. (Arena, 27 marzo 2007, p. 29, Cronaca della Provincia).

1-Derivato dal toponimo Negrar con l’aggiunta del suffisso -izzazione.


Fonte srs di Luigi Pellini


lunedì 5 novembre 2018

VERONA - DOGANA DI SAN FERMO. FATTA QUASI A DISPETTO DI VENEZIA

Via Dogana - 37121 - Verona, Veneto 


Scipione Maffei, esponente tra i più prestigiosi dell'aristocrazia veronese, nella prima metà del Settecento, propose al vecchio governo della Serenissima un Consiglio politico in cui prospettava un regime parlamentare rappresentativo dei cittadini su modello di quello inglese. E quello, aveva ragione l'aristocratico preveggente, era lo sbocco inevitabile, se Napoleone non avesse distrutto Venezia e venduto la libertà dei Veneti all'Austria. 
C'era quindi tra l'élite di Verona e della Terraferma un'aria di fronda specie verso la  metà de Settecento, in cui si inquadra la costruzione e il conseguente conflitto, tra il governo centrale e il governo locale, che qui riportiamo. E che costò all'erario veneto ben 36mila ducati al posto dei 12mila previsti.
Ringrazio il veronese Lorenzo Magnabosco per la segnalazione. 


Nell'anno 1746 si avvia al termine a Verona, alle spalle della Basilica di San Fermo, la costruzione ella nuova dogana di terra. Iniziata appena l'anno precedente, è stata costruita a tempo di record. 

Ma il suo completamento, lungi dal rappresentare un momento di festa, segna l'esplodere di una polemica che vede contrapposte la suddetta Verona e la Repubblica di Venezia. Motivo del contendere, lo spirito secondo il quale Verona ha progettato e costruito l'edificio pubblico: una mai troppo celata insofferenza alla dominazione veneziana, stavolta uscita decisamente allo scoperto. Un atteggiamento che, ovviamente, la Dominante non poteva accettare passivamente: di qui un'aspra contesa che, per la Serenissima, si sarebbe conclusa con una vittoria dal sapore amaro. 

Ma andiamo con ordine, ricostruendo innanzi tutto le vicende che portarono alla necessità oggettiva, per Verona e per la Repubblica del Leone, di disporre di un nuovo punto di sdoganamento e di controllo sanitario delle merci che viaggiavano via Adige. 
La città scaligera, da secoli nodo di vitale importanza per il commercio, aveva conservato tale ruolo primario anche in età veneziana. 
Eccezionale era l’importanza della via fluviale dell'Adige, corso d'acqua navigabile quasi per intero: per la sua posizione privilegiata sulle rive di questo fiume, Verona era diventata un punto d'accesso di fondamentale importanza per le merci che entravano nel territorio della Serenissima. E il suo ruolo divenne ancor più determinante dopo che, in seguito alla scoperta dell'America, i grandi traffici marittimi si andarono via via spostando verso le acque dell'Atlantico, portando ad una consistente riduzione dell'importanza di Venezia. Proprio l'Adige, infatti, divenne una via di comunicazione privilegiata nei traffici fra l'area mediterranea e il nord delle nascenti potenze commerciali, Inghilterra ed Olanda. 

Tutto questo aveva progressivamente portato Verona a divenire il porto più importante (dopo Venezia) della Serenissima. 
"II dazio di entrata, di uscita e di transito di Verona - ha scritto a questo proposito Arturo Sandrini - fruttava alla Repubblica ingenti somme dl denaro, ed era, in assoluto, il più importante di tutti i dazi riscossi sulla Terraferma". 

Non stupisce perciò il fatto che, già nel Quattrocento, la città ospitasse ben cinque dogane: quelle fluviali dell'Isolo(deputata allo smistamento del traffico "discendente", ovvero in arrivo dalle regioni del Nord), del Ponte Navi(per il traffico "ascendente", cioè in partenza dal territorio veneziano) e di Badia, nella bassa veronese (per il traffico "trasversale", ossia di collegamento tra l’Adriatico e la Lombardia); quelle terrestri di Piazza Erbe("Dogana centrale", per tutte le merci in transito via terra) e del Mercato Vecchio (riservata al commercio della seta). 

Né era sufficiente smistare e tassare le merci in transito: importanza primaria, visto il perenne incombere del pericolo della peste (che si annidava, letteralmente, soprattutto tra le merci provenienti dal Nord Europa), aveva il loro controllo sanitario, e la loro disinfezione. 
A tale scopo esisteva una struttura specifica, denominata "Sborro", che sorgeva allora sulla riva destra dell’Adige, in corrispondenza dell'odierno ex-macello. Qui le merci erano esaminate, disinfestate e, in caso di grave sospetto di contagiosità, tenute in quarantena. Nel Seicento, in seguito all'aumentata importanza di Verona come porto commerciale, il primitivo edificio si rivelò insufficiente alla bisogna. Fu così progettato e costruito - a fianco del precedente - lo "Sborro nuovo" (1681). Così lo descrive una relazione all'Ufficio della sanità, riportata in uno studio di Arturo Sandrini: "E' una fabbrica di grande estensione, in cui sono moltissime e grandi stanze, di cadauna delle quali sono piantati all'ingresso due rastelli di ferro in congrua distanza l'uno dall'altro, acciocché nel caso di contumacia resti fra l'una e l'altra stanza impedita ogni comunicazione". 

Con la costruzione del nuovo edificio, restavano inutilizzati i locali dello "Sborro vecchio". Le autorità ne concessero l'uso, sia pure (almeno in teoria) in via temporanea, ai mercanti, che vi installarono un punto di deposito e "spezzatura" dei carichi. Da qui ad intraprendere abusivi commerci al minuto il passo fu breve, e si arrivò al punto che anche parte dello "Sborro" nuovo fu adibito allo stesso utilizzo, costringendo infine le autorità, al termine di un pluriennale tiramolla, a intervenire per sgomberarlo e riadibirlo alle funzioni che lo avevano visto sorgere. 

E' in tale contesto che si colloca l'edificazione della Dogana di San Fermo. Dopo questi ultimi avvenimenti, infatti, i mercanti continuarono a premere presso il Consiglio Cittadino perché fosse loro concesso un nuovo ambito dove svolgere le proprie attività. Si decise allora di provvedere alla costruzione di un nuovo edificio, dove la Serenissima contava di concentrare il controllo di tutte le merci in transito. Alla sua realizzazione fu destinato un terreno nei pressi della basilica di San Fermo, acquistato dai padri dell'omonimo convento. Ma in brevissimo tempo, il Consiglio della città di Verona trasformò quella che doveva essere un'iniziativa di carattere puramente funzionale in un'operazione dal chiaro significato politico. 

Per gli edifici di carattere pubblico, Venezia aveva stabilito che fossero seguiti criteri di semplicità e praticità, escludendo «pompa e magnificenza». Una direttiva da seguire soprattutto nell'edificare una dogana, «per eccellenza - scrive ancora Arturo Sandrini - luogo del potere istituzionale veneziano, dispositivo di controllo gelosamente custodito, ingranaggio di una macchina fiscale caratterizzata da un rigore quasi persecutorio nel reperimento delle entrate». 



Dogana vecchia  cortile interno 


Ma il Consiglio Cittadino di Verona ignorò del tutto queste disposizioni. Tra i progetti presentati, infatti, fu scelto quello del conte Alessandro Pompei, che aveva proposto un edificio grandioso, nelle forme e anche nei costi: la nuova dogana si sarebbe sviluppata attorno ad un cortile rettangolare, con un peristilio con porticato a due piani sui lati minori e ad uno solo, dalle colonne altissime, sul lato prospiciente all'ingresso. 
Iniziata all'insaputa di Venezia, la costruzione fu condotta a tempo di record, tra il 1745 e il 1746: e subito dopo la sua conclusione, divamparono le polemiche. La ferocissima critica delle autorità veneziane arrivò puntuale. 
In primo luogo, fu ritenuta inopportuna la strutturazione dell'edificio: assurda la disposizione su due piani, che rendeva molto difficoltoso lo stivaggio delle merci; troppi piccoli ambienti, e nessun grande magazzino, a significare praticamente una "presa di possesso" da parte dei privati di un edificio che nasceva come struttura pubblica. 
Letteralmente stroncato il porticato aperto, inadatto alla conservazione delle merci, che rimanevano esposte alle intemperie. 
Inaccettabile l'esistenza di una Cappella: inutile e inopportuna, inserita nel progetto, a detta dei veneziani, solo per permettere l'apertura domenicale della Dogana, e dare quindi vita a commerci illegali. 

Ma forse quello che più urtò fu la "superbia" della città di Verona, espressa in un'iscrizione subito censurata dalle autorità veneziane. Sulla fronte del grande portico campeggiavano, infatti, le insegne della città, e la scritta «Extraneis mercibus tutius ac commodius reponendis distrahendisque civitas veronensis a solo fecit»: si rivendicavano in questo modo la proprietà ed il merito dell'edificazione, senza neppure accennare alla Serenissima o al fatto che la fabbrica fosse pagata con denaro pubblico. 

Tanto più che Verona non si era limitata a questo: si era anche data un nuovo regolamento daziario che le concedeva (come riporta ancora Arturo Sandrini) «un sommo et intiero esercizio di autorità e di dominio per gravissime ragioni incompetente, inusitato e pericoloso, con grave pregiudizio dell'universale giurisdizione, indipendenza e autorità della Repubblica». Altre dogane avrebbero potuto pretendere la stessa autonomia: e per la Repubblica del Leone sarebbero stati guai. 

Per i Veneziani, al danno seguì la beffa: perché l'unico modo per riprendere in mano le redini della situazione fu di farsi carico delle spese sostenute da Verona (ben 36.000 ducati contro i 12.000 preventivati), riappropriandosi così indiscutibilmente della nuova Dogana. 


Dogana d'acqua



Al completamento dell'opera mancava ancora, nonostante fosse stata prevista fin dall'inizio, la costruzione di un approdo sul fiume, che rendesse autonomo il nuovo complesso doganale, La nuova "Dogana d'acqua" fu eretta quasi cinquant'anni dopo, nel 1792: paradossalmente, quando era ormai troppo tardi. Il commercio fluviale atesino, già in difficoltà da qualche tempo, era entrato in una crisi inarrestabile: e la Repubblica di Venezia stava per scomparire dalla scena della storia. 

Dal racconto di questi avvenimenti, sono trascorsi ormai più di due secoli. Le Dogane di terra e d'acqua, tuttavia, sono ancora in piedi, anche se al giorno d'oggi accolgono attività ben diverse da quelle che le hanno viste nascere. La Dogana di fiume, scomparso ormai ogni tipo di traffico commerciale, è ora l'approdo dei colorati canoisti che saettano tra le onde dell'Adige. 
La Dogana di terra, che tanto irritò Venezia, è oggi per tutto il Veneto un motivo d'orgoglio: dopo un lungo restauro, ospita, infatti, la sezione veronese della Soprintendenza ai beni artistici e storici, e soprattutto il Laboratorio regionale di restauro ad essa collegato, Un centro prestigioso, nel quale possono trovare asilo le opere d'arte venete bisognose di cure e di attenzioni. 

Notiziario BPV numero 3 anno 1994



giovedì 31 maggio 2018

MULINO DI PALASIO




Isola della Scala.  Il Mulino del Palasio si trovava lungo il fiume Tartato all'altezza di Via Degli Emili. Il nome deriva dal fatto che annesso al mulino vi era un altro edificio attualmente visibile percorrendo la via. In alcuni documenti del '500 viene indicata la presenza di quattro ruote da macina; sul finire del '500 venne aggiunta una pila da riso.

A partire dai primi anni del '900 la Privilegiata Impresa Einstein gestita dai fratelli Rudolf e Hermann Einstein, padre del più noto premio nobel Alfred, installò un generatore che sfruttava la forza del fiume per la produzione di energia elettrica. 



Mappa contenuta nel registro generale dimostrante i beni soggetti a Decima realizzata nel 1804, foglio Z, conservato presso l'Archivio Parrocchiale di Isola della Scala




Iscrizione che ricorda la ristrutturazione del mulino ad opera di Giuseppe Schioppo avvenuta nel 1758

Ubicazione: Isola della Scala,  Via Emilei, Mulino del Palasio

Oggetto: Restauro del manufatto.   
Data: 1758

Iscrizione: 

NOB
IOSEPH SCLOPPVS
A FVNDAMENTIS CONSTRVCTA
ANNO DOMINI MDCCLVIII
[...] PRIVS CADENS
ERAT






PRIVELEGGIATA  IMPRESA  DI  EINSTEIN 




Hermann Einstein 


Lungo il fiume Tartato all'altezza di via Emili si trova un antico mulino. Nei primi anni del '900 Rudolf e Hermann Einstein installarono, all'interno di questo mulino, un generatore che mosso dalla forza delle acque del fiume produceva energia elettrica.




Delibera del Comune di Isola della Scala per la concessione alla ditta Hermann Einstein dell'illuminazione pubblica. La delibera, conservata presso l'archivio comunale, reca la data 11 aprile 1900. 

Riportiamo il testo:

Concessione del permesso di impiantare in Isola della
Scala una Officina per la produzione e distribuzione
dell'energia elettrica a precipuo scopo della illuminazione
pubblica del Capoluogo di detto Comune d'Isola della Sca-
la, e Concessione in appalto del servizio di illumina-
zione delle vie e piazze pubbliche del paese d'Isola della
Scala fatta dal detto Comune al sig. Hermann
Einstein fu Adamo di Milano via Bigli N°21,
rappresentante la ditta Einstein e C., per la durata
di anni 20 (venti) a partire dal giorno in cui la detta
illuminazione sarà inaugurata e pel canone annuo di
Lire Duemilaottocentosettanta/£2870 che il Comune vorrà
pagare in rate trimestrali posticipate.


Il Comune firmò l'11 aprile 1900, per mezzo del Sindaco, Cav. Dante Fogarini, "la concessione per impiantare una officina per la produzione e distribuzione dell'energia elettrica a precipuo scopo della illuminazione pubblica del Capoluogo d'Isola della Scala e Concessione in appalto del servizio di illuminazione delle vie e piazze pubbliche del paese [...]". La durata della concessione era di 20 anni per un canone annuo di lire 2.870.







Uno dei primi contratti per la fornitura di energia elettrica, che reca la data del 2 aprile 1901, venne sottoscritto dall'Abate di allora don Vincenzo Manfredi per l'illuminazione del complesso Abbaziale: erano previste sei lampade per la Canonica, quattro lampade per la Chiesa e due lampade per la sagrestia; il contratto prevedeva che le lampade fossero tutte da 25 candele ma che potessero essere momentaneamente sostituite con lampade da 32 candele in occasione di feste particolari. La corrente, fornita esclusivamente per l'illuminazione, era erogata dal tramonto all'alba. Presso l'archivio Parrocchiale è conservato sia il contratto per la fornitura di energia elettrica sia una bolletta; il costo era fisso commisurato al numero delle lampade e pertanto non si pagava, come oggi, l'effettivo consumo.






Hermann Einstein era il padre del più noto Albert Einstein ideatore della teoria sulla relatività generale; Albert soggiornò per un periodo a Isola della scala, ne è la prova una lettera che lo stesso Einstein scrisse al Prof. Salvatore Antonucci del dipartimento di fisica di Pavia nel 1951. 
La lettera riporta:"[...] una volta ho accompagnato lì a Isola della Scala il mio caro padre".1


- 1 Pasotto L., Grazie per aver rinfrescato il vecchio ricordo di Isola, pubblicato da L'Arena, 25/11/1986, Verona.



Fonte:  da  www.csrnet.it



VENDUTO IL MULINO DEL PALASIO.   L’HA COMPRATO L’ENTE FIERA




L’Ente Fiera ha completato l’acquisto dell’antico mulino del Palasio, la struttura di origine medioevale affacciata su via degli Emili, che per la sua collocazione sul fiume Tartaro in prossimità del Palariso, non solo rappresenta il naturale completamento dell’area fieristica, destinata in futuro ad ospitare anche un parco del riso, ma fa parte del patrimonio storico, culturale e affettivo del paese.

Il mulino entra infatti a pieno titolo nella storia locale: esisteva già nel Quattrocento e alla fine del Cinquecento aveva quattro ruote da macina e una pila da riso, le cui tracce si sono perse; nella seconda metà del Settecento era il più antico, quanto a struttura, dei tre opifici da macina attivi in paese; agli inizi del Novecento era stato utilizzato per azionare il primo impianto di illuminazione pubblica del paese da Rudolf ed Hermann Einstein, titolari di un’impresa di impianti elettrici, rispettivamente zio e padre di Albert, lo scienziato della teoria della relatività che in quell’occasione li aveva accompagnati.

Nonostante il suo valore storico, il mulino fu abbattuto nel 2009 per far posto ad un complesso residenziale di dodici appartamenti, che però non è mai stato realizzato per il fallimento dell’impresa costruttrice.

Così, chiuso il cantiere, l’area è stata abbandonata al degrado e i fabbricati sono finiti all’asta in due lotti nell’ottobre scorso, quando fu aggiudicato solo il primo, relativo ad una parte dell’immobile, ad un privato. Il secondo lotto, la parte più consistente del mulino, era andata di nuovo all’asta all’inizio di febbraio ed era stata acquistata dall’Ente fiera per meno di 38mila euro. Ora l’Ente, recependo gli indirizzi del Consiglio comunale, ha chiuso l’accordo di compravendita del primo lotto con il privato, per un valore di circa 20mila euro.

L’acquisto riguarda anche un’area parcheggi adiacente all’edificio e quella dove in futuro potrebbe sorgere un nuovo ponte per la fiera, alternativo a quello di via Bastia, 800 metri quadrati di superficie a disposizione dei progetti di Ente Fiera e Comune. 

«Il completamento dell’acquisto renderà il bene, una volta recuperato, concretamente fruibile», spiega l’amministratore unico di Ente Fiera Alberto Fenzi. «Il mulino del Palasio potrà diventare così la porta reale e simbolica della Fiera del Riso e ci aiuterà a raccontare ai nostri visitatori un pezzo di storia importante di Isola della Scala».

«L’amministrazione ha compiuto un’ operazione eccellente, grazie alla quale il patrimonio comunale si arricchisce notevolmente, sia in termini economici che di prestigio culturale», sottolinea il sindaco Stefano Canazza. «Ora porremo particolare attenzione ai progetti di recupero affinché l’anima dell’edificio venga rispettata anche nella sua nuova funzione». 

«A breve è previsto un incontro con il Consorzio di Bonifica Veronese per valutare l’opportunità di creare un museo dell’Acqua al Palasio», aggiunge il vicesindaco Michele Gruppo, assessore ai Lavori pubblici, «abbiamo allo studio anche un’area espositiva dedicata al riso e ad altre produzioni eccellenti dell’agricoltura veronese».

Mariella Falduto


Fonte: da L’arena di Verona del  18 agosto 2017










domenica 10 giugno 2012

COLOGNOLA AI COLLI 2012: RIPARTE LA CEMENTIFICAZIONE DEL MONTE CASTEGGIONI



Dopo la  lottizzazione  degli  anni ’80 si sperava che   le  rimanenti parti integre del castelliere fossero  state salvaguardate  per le generazione a divenire.  


Ma quando mai!


La gru installata  sul Casteggioni  sta  dimostrare  che la sensibilità dei nostri amministratori pubblici,  verso  le aere culturali,  tendono sempre a zero.   


Cosa volete farci, le  persone sono sempre tese verso altri traguardi! 



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COLOGNOLA AI COLLI NELL’ETÀ DEL BRONZO E DEL FERRO

CASTEGGION (CASTEJON) DI COLOGNALO AI COLLI, DOVE SI NARRA LA MEMORABILE STORIA DI UNA COLLINA…
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CASTEJON  DI COLOGNOLA AI COLLI,   L’ ALTARE SOTTO LA ROCCIA:  INTRODUZIONE


IL CASTEJON  DI COLOGNOLA AI COLLI:  L’ALTARE  SOTTO  L'ASFALTO


VERONA. IL CASTEGGION  O CASTEJON O DI COLOGNOLA AI COLLI:  PRIMA E DOPO LA CURA EDILIZIA
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venerdì 19 agosto 2011

VERONA. CASERMA PASSALACQUA: I DEVASTATORI ALL’OPERA


Verona 8-9 agosto 2011 Passalacqua: i devastatori all'opera
Ieri mattina, è iniziato il taglio degli alberi alla Passalacqua. Sono state abbattute più di quaranta grandi piante che avevano dai trenta ai cento anni di età. . Oggi, il taglio prosegue a ritmo serrato. Come avevamo previsto, i devastatori si sono messi all'opera, vigliaccamente, in agosto quando la gente è in vacanza, a riprova del rapporto che questa amministrazione ha con i cittadini che non devono sapere, non devono interferire. Nessuno doveva sapere niente neppure dell'amianto, che invece se ne sta bel bello fra le montagne di macerie esposte per un mese nel cantiere.  Se la cava, l'assessore Giacino, dicendo che “si può anche sbagliare”:  peccato che questo tipo di sbagli, per ora, non li paghi lui ma chi ha lavorato lì dentro, chi abita e lavora lì intorno. E adesso gli alberi.
Il luminoso progetto di riqualificazione dell'area dell'ex caserma Passalacqua è iniziato nel modo più oscuro: polveri tossiche sparse nel quartiere e bellissimi alberi tagliati. In un quartiere soffocato dal traffico e privo di spazi verdi, tagliano il poco verde che c'è.

AI posto degli alberi sorgeranno 300 inutili appartamenti, nella città delle 10.000 case sfitte. Verona, sempre ai primi posti tra le città più inquinate d'Italia, distrugge un patrimonio naturale insostituibile.
L'amministrazione Tosi passerà tristemente alla storia di questa città per aver tagliato centinaia e centinaia di alberi. E sono gli alberi con grandi fronde, quelli di trenta, cinquanta, settant'anni, che aiutano a ripulire l'aria, a mitigare il clima, a regalare a tutti pause di bellezza, non certo i fuscelli stentati che vengono piantati per sostituirli, e non certo le centinaia di pianticelle di rose che hanno invaso Verona con uno spreco continuo di denaro pubblico.
Se da questa gestione dissennata del verde pubblico non traggono nessun vantaggio né i cittadini né le casse del Comune, dovremmo farci tutti una semplice domanda: chi ci guadagna?

Richiamiamo tutti alle loro responsabilità. Il Corpo Forestale dello Stato e la Soprintendenza ai Beni architettonici e ambientali sembrano assistere in uno stato di colpevole inerzia a questa devastazione. La Passalacqua è un sito storico e naturale di grande bellezza, ma l'amministrazione comunale ha deciso che può essere sacrificata per una speculazione edilizia senza scrupoli che non si preoccupa certo né della tutela dell'ambiente né della salute degli abitanti né della memoria storica di quel luogo.

La Soprintendenza vuole davvero lasciare che tutto questo succeda senza muovere un dito?
Il patrimonio naturale e storico di una città appartiene a tutti e non può essere distrutto così. Noi cittadine e cittadini siamo consapevoli che gli alberi e le aree storiche di pregio sono un bene comune insostituibile, invalicabile: fuori i devastatori dalla Passalacqua, basta con le seghe e con le ruspe!

Cittadine/i  in-alberateli

Non gettare a terra questo foglio ma usa gli appositi contenitori per la raccolta della carta
S.I.P. 2011


Fonte: manifesto di protesta distribuito in Veronetta

martedì 26 luglio 2011

VERONA. LE PAVIMENTAZIONI DI PIAZZA DELLE ERBE

Il rifacimento di Piazza Erbe del 2003

La prima pavimentazione di Piazza delle Erbe l'abbiamo da una vecchia cronaca  da cui rileviamo che la nostra Piazza Maggiore fu lastricata a quadri di pietra nel 1242, sotto Ezzelino.
Passarono poi altri tre secoli ed un' altra cronaca ci narra come nel 1520 sia stato deliberato di lastricare la Piazza, concorrendo alla spesa la Città e la Camera di Commercio e con l'obbligo ai bottegai di lastricare a proprie spese un breve tratto adiacente al negozio. Il lavoro fu ultimato nel 1523.
Nel 1700 la Piazza delle Erbe era pavimentata parte a lastre di pietra, parte a mattoni e parte era nudo terreno.
Il 17 giugno 1833 il mercato di Piazza Erbe viene provvisoriamente trasportato nella vicina Piazza dei Signori  ed ha inizio la nuova pavimentazione della nostra Piazza.
I lavori però non procedono troppo sollecitamente, perché la pavimentazione risulta ultimata un anno dopo, e cioè il 9 maggio 1834.
L’ultimo rifacimento  della  piazza è avvenuto nel 2003

domenica 10 aprile 2011

Verona - Piazza Corrubbio; Rabbia e macerie: l’agonia di San Zeno

Gli scavi archeologici a Piazza Corrubbio


Gli abitanti  sono esasperati e i commercianti fanno i conti con un pesante calo di affari a causa del dell'enorme cantiere aperto da quasi un anno è mezzo.  Rassegnati al parcheggio i sanzenati chiedono che almeno i lavori  concludano in fretta, ma il comitato non ha ancora deposto  le armi

Lo spettacolo è desolante. Quello che un tempo era una sorta di piccolo paese a pochi passi dalla Bra, si è trasformato in quartiere devastato. San Zeno, o meglio piazza Corrubbio, non c'è più. Il suo posto è occupato da un anno e mezzo da un immenso cratere dove dovrebbe sorgere il tanto contestato parcheggio. I lavori sono fermi da tempo e gli abitanti sono al limite della sopportazione, mentre i commercianti vedono giorno dopo giorno venir meno i loro affari. Qualcuno se n'è già andato, lasciando il posto ad acquirenti cinesi. L'assessore Corsi promette che i lavori riprenderanno in breve tempo e rivela una trattativa per ridurre l'area dell'opera. «Basta che facciano in  fretta», sbottano i sanzenati

E’ quartiere che vive in gran parte ammassato a - ridosso del cantiere, quello di San Zeno, con automobili e persone stretti tra l'unica strada ancora carrabile a est, lungo via Tommaso Da Vico, e gli angusti camminamenti che assicurano i collegamenti pedonali con la vicina piazza Pozza. Al centro l'immenso cratere del cantiere, con cavi, tubature, assi e impalcature ammucchiate e un lieve fetore di fogna nell'aria che segnala i lavori sui sotto servizi.

Da un anno e mezzo piazza Corrubbio è così: un paesaggio desolato che sembra uscito da un bombardamento aereo e che ha ormai trasformato il cuore di quello che una volta era il gioiellino di Verona in un quartiere devastato.

Da mesi, l'unico progresso visibile del parcheggio interrato da 300 posti che dovrebbe venire costruito sotto la piazza è costituito dalle paratie di legno e cemento che la ditta appaltante, la Rettondini di Legnago, di recente ha cominciato ad installare sull' angolo nord-ovest della piazza, come base della muratura della futura struttura.

Finora, infatti, il cantiere è stato scavato con lo scalpellino degli archeologi che dalle buche profonde massimo due metri hanno già estratto circa 150 scheletri con relative tombe, di età presumibilmente compresa tra il V e il XII  secolo, nonché alcuni basamenti di costruzioni antiche.  Nulla che la Soprintendenza abbia però giudicato non asportabile o significativo al punto da chiedere al Comune il blocco dei lavori. E le speranze della gran parte di residenti e commercianti, contrari al nuovo parcheggio, che proprio sui ritrovamenti archeologici facevano affidamento per bloccarlo, stanno scemando. In particolare i commercianti sono con l'acqua alla gola e il morale sotto ai tacchi, presi dai pagamenti che continuano ad arrivare imperterriti e gli affari che invece vanno a rilento: «Ora si vive di solo quartiere perché il giro della clientela di passaggio e il flusso dei turisti sono ovviamente svaniti - spiega Fabio Sembenini della farmacia -. Troppo poco per mantenere le attività, ma bisogna resistere. Giunti a questo punto, non c'è ombra di dubbio che il parcheggio verrà realizzato, l'importante è che facciano presto e ci rimettano nelle condizioni di ritornare a lavorare. L'opzione no-parking è ormai sfumata».

Sono già cinque, in effetti, le attività che hanno chiuso o che si sono trasferite e per quelle che rimangono le spese dell'affitto e delle imposte restano inalterate, anche se il Comune di recente ha accordato uno sgravio sulla tassa dei rifiuti. Due bar sono stati venduti a imprenditori cinesi che finora delle condizioni della piazza si sono interessati poco.

Ma resistere non è cosa semplice: «Oggi è entrato un solo cliente - conferma il fiorista all'angolo con via Da Vico - non c'è più passaggio e comunque non si sa dove parcheggiare». Rincara la dose il barista vicino, Gianfranco Giambattista: «Registro dei corrispettivi alla mano, da quando hanno aperto il cantiere c'è una riduzione del 30- 40% degli incassi. Non è possibile tenere uno scavo del genere aperto per 3-4 anni. Fatelo e muovetevi!».

Sui residenti la presa della costrizione economica è appena un po' allentata ma le loro case stanno scemando di valore. Matteo Bonetti, dell' agenzia immobiliare "Res Nova", racconta di ribassi del 20% sulle vendite: «Sull'ultimo appartamento venduto, uno di quelli che dà proprio sul cantiere, l'acquirente è riuscito a spuntare una riduzione di 60mila euro circa a partire dai 490mila inizialmente richiesti».

Al di là della rabbia sorda che buona parte del quartiere continua a covare per quello che è stato percepito come uno sfregio alla loro esistenza, comincia infatti a lavorare il tarlo di un dubbio angoscioso: la piazza ritornerà vitale come prima? Riprenderanno gli affari?

«Ci sono molti fattori in gioco - continua Bonetti - ma di sicuro questa piazza non sarà più come prima. Se prima era come una piazza di paese, dopo l'intervento sarà più moderna e un po' meno tranquilla a causa del traffico indotto dal parcheggio. Molto poi dipenderà da quello che farà la gente.

Alcuni hanno già venduto casa o trasferito l'attività. I miei soci ad esempio sono ottimisti e ritengono che la nuova piazza sarà un gioiellino ma è difficile prevedere cosa accadrà in concreto». «Si spera che ritorni come prima - gli fa eco Marco Ferrari della gelateria "Artik", sempre a ridosso del cantiere - ma per il momento sappiamo soltanto che i nostri incassi sono ridotti di oltre un terzo e che i guadagni sono azzerati. Qui ad esempio lavoravano due-tre persone mentre adesso ne basta una soltanto. Secondo il piano originario, i lavori sarebbero dovuti finire nell'ottobre 2012 ma da un anno e mezzo lavorano soltanto gli archeologi».

Un'ulteriore incognita, intanto è rappresentata dalla striscia arancione tracciata a cavallo del marciapiede di via Da Vico, a segnalare una definitiva espansione del cantiere che andrebbe ad occupare l'intera piazza, precludendo anche l'ultimo passaggio carrabile. «Tra poco ci chiuderanno dentro ai nostri stessi negozi» si lamentano i commercianti. Ma dalle botteghe si sussurra di un  possibile accordo tra il Comune e la ditta appaltatrice la quale potrebbe rinunciare a scavare in questa parte.

Un piccolo dettaglio, questo, per i residenti e i dipendenti degli uffici che si incontrano lungo le passerelle: «Come vuole che vada, ecco come siamo ridotti! E non è affatto detto che tutto ritorni come prima, anzi, con quel via-vai di auto dentro e fuori dal parcheggio che ci sarà ... » dice la signora Silvia che porta a spasso il cane. «Ma c'era bisogno di tutto questo?» si chiede un anziano seduto sotto l'ombra di un albero in piazza Pozza, all'inizio del cantiere. «La gente è stanca, ma questa continua ad essere una grande vergogna perché San Zeno era anche un forte centro di aggregazione» dice Valeria Rigotti, di professione insegnante, che è anche attivista del comitato contro il parcheggio. «Difficilmente tornerà come prima visto che gli alberi sradicati non potranno venire ripristinati con sotto il   vuoto del parcheggio. Hanno distrutto un quartiere»,

Il comitato, però, non si dà ancora per vinto: «Non è certo il momento delle mobilitazioni ma la maggioranza dei residenti è ancora molto arrabbiata» appunta il portavoce Mao Valpiana che per la fine di aprile annuncia la presentazione di uno studio sull'inquinamento dei parcheggi. «Lo scavo vero e proprio non è ancora iniziato e l'ultima parola non è ancora stata detta».

Infine, la Circoscrizione sta già lavorando al contenimento dei danni. Di recente il Consiglio ha approvato una proposta di riordino della viabilità presentata dalle opposizioni: «C'è  voglia di riprendere la vita normale, in particolare dai commercianti - dice Snsanna Fasoli, consigliere Pd -. Certo è che finora non si è pensato per nulla alta gente. In questo quartiere si sentono cittadini di serie B».


Trattative per ridurre l’area del parking

Lo conferma l'assessore Corsi che cerca un accordo con la ditta appaltatrice

Presi per stanchezza, i commercianti di piazza Corrubbio dicono di attendere con ansia che la Sovrintendenza ai beni archeologici dia il via libera definitivo all'inizio dei lavori del parcheggio. A quanto risulta a questo giornale, tuttavia, l'ente ha dato il suo benestare già da tempo, tanto è vero che le lavorazioni per innalzare le paratie sono già cominciate sul lato nord della piazza.
Tra i nodi irrisolti che tengono ancora fermi i lavori ci sarebbe invece un impiccio burocratico riguardante il rimborso delle spese di recupero dei reperti archeologici, con reciproci rimpalli di responsabilità tra la ditta e l'amministrazione comunale per chi tocca pagare il conto.
Il  parcheggio infatti viene realizzato in project financing (cioè il privato anticipa i soldi di costruzione e si rifà poi con la gestione dei posti auto) e i rapporti tra le parti vengono regolati da una convenzione.

Al momento in cui andiamo in stampa l' assessore comunale al Traffico Enrico Corsi afferma di aver finalmente risolto il nodo e che tocca al Comune farsi carico di queste spese che comunque «sono nell' ordine delle decine di migliaia di euro». A quanto pare il guaio è che Palazzo Barbieri non le aveva previste e ora deve recuperare denaro stornando le cifre da altre poste di bilancio.

Ma legato a questo risvolto, tutto sommato marginale viste le contenute dimensioni dell'opera, c'è anche un'altra questione, molto più significativa: hanno ragione le voci che parlano di una trattativa in corso tra Comune e ditta appaltatrice per ridurre da 300 a 200 posti la capienza del parcheggio, rinunciando così a scavare anche sotto via Da Vico.
La proposta sarebbe stata avanzata proprio dal Comune per non aggravare ulteriormente i costi (non preventivati) di recupero degli altri reperti che sicuramente affiorerebbero allargando ancora il cantiere. L'iniziativa è stata naturalmente bene accolta dalla popolazione ma è difficile pensare che con un terzo di posti in meno il project possa mantenere l'equilibrio economico-finanziario rimanendo profittevole anche per l'impresa. In questo caso Corsi si limita a confermare l'esistenza di una trattativa di questo genere ma tiene la bocca cucita sui suoi contenuti e sull'andamento.

Ad ogni modo secondo l'assessore i lavori dovrebbero venire sbloccati «in tempi brevissimi». Sarebbe la svolta, nel bene e nel male, di una vicenda che dura da circa un anno e mezzo.

Figlio del piano della sosta risalente ancora alla Giunta Sironi, il parcheggio di Piazza Corrubbio è stato dichiarato di "pubblica utilità" sotto la Giunta Zanotto (2002-2007) e infine assegnato alla ditta appaltatrice dall'attuale Giunta Tosi.  

Il  cantiere così come lo vediamo oggi è il risultato del progressivo allargamento delle zone dei sondaggi e carotaggi archeologici, iniziati nella seconda metà del 2009 e che hanno raggiunto l'estensione attuale nei primi mesi del 2010.

A settembre 2010 l'inizio dei lavori di spostamento dei sottoservizi mentre a giorni, stando agli annunci, dovrebbero effettivamente iniziare i lavori di costruzione del nuovo parcheggio, con un ano e mezzo di ritardo sul ruolino di marcia. E che dureranno altri due anni.  (M.MAR)

Fonte: srs di Michele Marcolongo; da Verona Fedele del 10 aprile 2011 pag. 4