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venerdì 22 giugno 2018

VANITOSO IRACONDO E FAN DI STALIN…CONTRORITRATTO DEL "MITO" PERTINI




Ah, Sandro Pertini, il presidente della repubblica più amato dagli italiani. Il presidente della gente, dei bambini, il fumetto con la pipa, il presidente-partigiano che esce dal protocollo. L'Impertinente. Il Puro. A quarant'anni dalla sua elezione al Quirinale, in un diluvio celebrativo, uscirà domani al cinema un film agiografico su di lui. Noi vorremmo integrare il santino raccontando l'altro Pertini.

Alla morte di Stalin nel '53, il compagno Pertini, già direttore filo-sovietico dell'Avanti! e all'epoca capogruppo socialista celebrò il dittatore in Parlamento. Ecco cosa disse su l'Avanti!: «Il compagno Stalin ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo. L'ultima sua parola è stata di pace. (...) Si resta stupiti per la grandezza di questa figura... Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l'immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto». 
Quell'elogio, mai ritrattato da Pertini, neanche dopo che si seppero tutti i crimini di Stalin, non fa onore a un combattente della libertà e dei diritti dei popoli.

Da Presidente della Repubblica il compagno Pertini concesse appena fu eletto, la grazia al boia di Porzus, l’ex partigiano comunista Mario Toffanin, detto “Giacca”, nonostante questi non si fosse mai pentito dei suoi crimini per i quali era stato condannato all'ergastolo. Toffanin fu responsabile del massacro di Porzus, febbraio 1945: a causa di una falsa accusa di spionaggio, furono fucilati ben 17 partigiani cattolici e socialisti (la “Brigata Osoppo”), da parte di partigiani comunisti (Gap). Tra loro fu trucidato il fratello di Pasolini, Guido. 
Dopo la grazia di Pertini a Toffanin lo Stato italiano concesse al criminale non pentito pure la pensione che godette per vent’anni, insieme ad altri 30mila sloveni e croati «premiati» dallo Stato italiano per le loro persecuzioni antitaliane. Pertini partecipò poi commosso al funerale del presidente jugoslavo Tito (1980), il primo responsabile delle foibe, baciando quella bandiera che destava terribili ricordi negli esuli istriani, giuliani e dalmati.

Pertini fu uno spietato capo partigiano. Il suo nome ricorre in molte vicende. Per esempio, quella della coppia di attori Valenti-Ferida. 
Luisa Ferida aveva 31 anni ed era incinta di un bambino quando fu uccisa dai partigiani all’Ippodromo di San Siro a Milano assieme a Osvaldo Valenti, il 30 aprile 1945, accusati di collaborazionismo, per aver frequentato la famigerata Villa Triste, a Milano, sede della banda Koch. 
L’accusa si dimostrò infondata al vaglio di prove e testimonianze; lo stesso Vero Marozin, capo della Brigata partigiana che eseguì la loro condanna a morte, dichiarò, nel corso del procedimento penale a suo carico: «La Ferida non aveva fatto niente, veramente niente». I due attori, infatti, pagarono la loro vita tra lussi e cocaina ma non avevano responsabilità penali o politiche tali da giustificarne la fucilazione per collaborazionismo. 
Nelle dichiarazioni rese da Marozin in sede processuale Pertini fu indicato come colui che aveva dato l’ordine di ucciderli: «Quel giorno - 30 aprile 1945 - Pertini mi telefonò tre volte dicendomi: "Fucilali, e non perdere tempo!"». 
Si veda al proposito «Odissea Partigiana» di Vero Marozin (1966), «Luisa Ferida, Osvaldo Valenti, Ascesa e caduta di due stelle del cinema» di Odoardo Reggiani (Spirali 2001). 
«Pertini si era rifiutato di leggere il memoriale difensivo che Valenti aveva elaborato durante i giorni di prigionia, nel quale erano contenuti i nomi dei testimoni che avrebbero potuto scagionare i due attori da ogni accusa. La casa milanese di Valenti e della Ferida venne svaligiata pochi giorni dopo la loro uccisione. Fu rubato un autentico tesoro (cani di razza inclusi) di cui si perse ogni traccia».

È famoso l’episodio accaduto all’arcivescovado di Milano nel ’45, quando Pertini incrociò sulle scale Mussolini, reduce da un colloquio col cardinale Schuster. Pertini disse poi di non averlo riconosciuto, «altrimenti lo avrei abbattuto lì, a colpi di rivoltella». Poi aggiunse: «come un cane tignoso». 
Pertini sosteneva la necessità di uccidere Mussolini, non arrestarlo: se si fosse salvato, disse, magari sarebbe stato eletto pure in Parlamento. Delle responsabilità di Pertini nella strage di via Rasella a Roma, ne scrisse William Maglietto in «Pertini sì, Pertini no» (Settimo Sigillo, 1990).

Al Quirinale, al di là dell’immagine bonaria del presidente che tifa Nazionale, gioca a carte, va a Vermicino per Alfredino, il bambino caduto nel pozzo, si ricorda il suo carattere permaloso.
 Ad esempio quando cacciò il suo capo ufficio stampa, Antonio Ghirelli, valoroso giornalista e galantuomo socialista. 
O quando chiese di cacciare Massimo Fini dalla Rizzoli in seguito a un articolo su di lui che non gli era piaciuto. Così ne parlò lo stesso Fini: «Immediata rabbiosa telefonata al direttore della Domenica del Corriere Pierluigi Magnaschi, un gentleman dell’informazione, il quale ricoperto da una valanga di insulti cerca di barcamenarsi alludendo all’autonomia delle rubriche dei giornalisti, allo spirito un po’ da bastian contrario di Massimo Fini. 
Il "nostro" San Pertini gli latra minacciosamente: "Non credere di fare il furbo con me, imbecille! Chiamo il tuo padrone Agnelli e vediamo qui chi comanda!". E infatti il giorno dopo mi si presenta il responsabile editoriale della casa editrice Lamberto Sechi…». Lo stesso Pertini disse a Livio Zanetti in un libro-intervista: «Cercai inutilmente di far licenziare uno strano giornalista italoamericano». Nenni nei suoi diari considerava Pertini un violento iracondo.

Quando l’Msi celebrò il suo congresso a Genova nel 1960, fu proprio Pertini ad accendere il fuoco della rivolta sanguinosa dei portuali della Cgil col discorso del «brichettu» (il cerino). E vennero i famigerati «ganci di Genova», coi quali un governo democratico di centro-destra, a guida Tambroni, con l’appoggio esterno del Msi, fu abbattuto da un’insurrezione violenta nel nome dell’antifascismo.

Proverbiale era la poi sua vanità. Ghirelli riferì uno sferzante giudizio di Saragat: «Sandro è un eroe, soprattutto se c’è la televisione». E i suoi abiti firmati, le sue scarpe Gucci mentre predicava il socialismo e il pauperismo... 
Fiorirono poi tante maldicenze su di lui, capo partigiano e poi leader socialista che vi risparmio, circolavano giudizi dell’Anpi, di Marco Ramperti... 
Francesco Damato ricordò: «Nel 1973 Pertini mi comunicò di avere appena cacciato dal proprio ufficio di presidente della Camera il segretario del suo partito, Francesco De Martino. Che gli era andato a proporre di dimettersi per far posto a Moro, in cambio del laticlavio alla morte del primo senatore a vita». Poi fu proprio l’onda emotiva dell'assassinio Moro e l'asse Dc-Pci sulla non-trattativa che portò a eleggerlo due mesi dopo al Quirinale.

Infine va ricordato il Pertini che agli operai di Marghera, nel pieno infuriare del terrorismo rosso con larghe scie di sangue, disse: «Sono stato un brigatista rosso anch’io» per poi negare che le Br fossero rosse, giudicandoli solo «briganti», così da recidere il filo rosso tra Br e partigiani. Il Presidente di una Repubblica flagellata in quegli anni dal terrorismo rosso, si definiva orgoglioso «un brigatista rosso».

Fonte: srs di Marcello Veneziani , da IL TEMPO.it del 14 marzo 2018



mercoledì 30 maggio 2018

E= mc2 : "TUTTO MERITO DEL VENETO OLINTO DE PRETTO

Olinto De Pretto



E=mc2: "Tutto merito  dello  scledense   Olinto De Pretto"

La tesi di un docente di matematica dell'Università di Perugia, ripresa dal quotidiano britannico "The Guardian"

MILANO - L'equazione della relatività di Einstein non sarebbe, in realtà, di Albert Einstein, bensì di un matematico autodidatta italiano, Olinto De Pretto. La sconcertante rivelazione arriva dal serissimo giornale inglese “Guardian” che già otto anni fa aveva raccontato la genesi della celebre formula della relatività (il tempo e il movimento sono relativi alla posizione dell’osservatore, se la velocità della luce è costante), altrimenti conosciuta come E=mc2 (l’energia è uguale al prodotto della massa per il quadrato della velocità della luce) e che nell'edizione di martedì scorso ha riproposto la controversa questione circa la primogenitura dell’equazione forse più famosa al mondo.

Stando a quanto si racconta, il 23 novembre del 1903 l'italiano De Pretto, un industriale di Vicenza con la passione per la matematica, avrebbe pubblicato sulla rivista scientifica Atteun articolo dal titolo “Ipotesi dell’etere nella vita dell’Universo”, in cui sosteneva che “la materia di un corpo contiene una quantità di energia rappresentata dall’intera massa del corpo, che si muovesse alla medesima velocità delle singole particelle”.
 Insomma, la celebre E=mc2  spiegata parola per parola, anche se De Pretto non mise la formula in relazione con il concetto di relatività, ma con la vita dell’universo.

Secondo la ricostruzione fatta dal professor Umberto Bartocci, docente di Storia della matematica all’Università di Perugia, questo difetto nell’impostazione di De Pretto sarebbe stato il motivo per cui inizialmente il significato dell’equazione non venne capito. Solo successivamente, nel 1905, lo studioso svizzero Michele Besso avrebbe avvisato Albert Einstein del lavoro svolto due anni prima da De Pretto e delle conclusioni alle quali era arrivato, che il geniale fisico e matematico avrebbe poi fatto sue, senza tuttavia attribuire alcun merito all’italiano.

Questa, ovviamente, è la tesi di Bartocci, alla quale il professore ha dedicato pure un libro, pubblicato nel 1999 da Andromeda: Albert Einstein e Olindo De Pretto – La vera storia della formula più famosa del mondo, dove viene appunto spiegata la teoria della “contaminazione einsteiniana” ad opera di De Pretto, morto nel 1921. «De Pretto non scoprì la relatività – ha riconosciuto Bartocci – però non ci sono dubbi sul fatto che sia stato il primo ad usare l’equazione e questo è molto significativo. Sono anche convinto che Einstein usò le ricerche di De Pretto, sebbene questo sia impossibile da dimostrare». Nel corso degli anni ci sono poi state altre polemiche circa i contributi scientifici che avrebbero permesso ad Einstein di scoprire e rendere pubblica la rivoluzionaria formula nel 1905 e fra questi, particolarmente importanti si dice siano state le ricerche del tedesco David Hilbert.

Sembra, però, impossibile porre fine alla controversia e nemmeno Edmund Robertson, professore di matematica dell’Università di St.Andrew, è riuscito nell’intento: «Una grande parte della matematica moderna è stata creata da gente a cui nessuno ha mai dato credito, come ad esempio gli Arabi – ha raccontato Robertson al Guardian - Einstein può avere preso l’idea da qualcuno, ma le idee stesse arrivano da ogni parte. De Pretto merita sicuramente credito per gli studi che ha svolto e il contributo che ha dato, se queste cose si possono provare. Ma ciò non toglie, comunque, che la genialità di Einstein resti indiscutibile». Il dubbio persiste, le polemiche pure, la sola certezza è proprio quell’equazione E=mc2, di cui tutti, almeno una volta, hanno sentito parlare.


Simona Marchetti


Fonte: dal Corriere.it del 13 aprile 2007




ALBERT EINSTEIN E OLINTO DE PRETTO: LA VERA STORIA DELLA FORMULA PIÙ FAMOSA DEL MONDO







Con una nota biografica a cura di Bianca Maria Bonicelli e il testo integrale dell’opera di O. De Pretto “Ipotesi dell’etere nella vita dell’universo”. … per comprendere la teoria della relatività senza “matematismi”, per analizzare alcuni dei meccanismi con cui funziona la “comunità scientifica”…

"Il libro di Umberto Bartocci, Albert Einstein e Olinto De Pretto: La vera storia della formula più famosa del mondo (Bologna, Andromeda, 1999) rischia di diventare ancora più raro delle opere di De Pretto se l'editore non si affretta a ristamparlo. Il libro in questione fa parte della collana La storia impossibile, è un libro just in time , cioè stampato appena in tempo, in tempo per essere salvato.

È un po' il destino di quei libri che gli editori non ritengono adatti alla pubblicazione e che senza questa formula non riuscirebbero mai a vedere la luce. I manoscritti cadrebbero nel dimenticatoio, con il passare degli anni andrebbero persi in un trasloco o per colpa di qualche parente distratto. Vengono i brividi a pensare a quanti romanzi, a quanti saggi o a quanti lavori scientifici è stato negato anche il semplice venire alla luce.

Di certo la storia è stata scritta anche da mani sconosciute, delle quali a volte non è rimasta la benché minima traccia. Ed è quanto mai eccitante seguire queste orme misteriose. In un prossimo futuro - e può suonare quasi come una beffa - il libro di Bartocci potrebbe essere conteso da bibliofili alla ricerca di testi originali e profetici, testi che non hanno segnato un'epoca al momento della loro silenziosa uscita, ma l'hanno fatto a posteriori, in quanto anticipatori di verità divenute tali solo in futuro, talvolta a distanza di molti anni. Per questo motivo lo conservo gelosamente.

È una semplice brossura editoriale in ottavo, con la copertina nera su tutti i lati. Il volto di Einstein e il fungo atomico che campeggiano sul fronte sono due simboli molto chiari del concetto espresso dalla formula più famosa del mondo.

Prima di quel libro Bartocci aveva tentato - inutilmente - di far accettare per la pubblicazione un lavoro a quattro mani, con Marco Mamone Capria sullo stesso argomento. La rivista scientifica alla quale aveva indirizzato il manoscritto lo rifiutò, in maniera cortese ma inappellabile. Tutte queste difficoltà derivano dalla responsabilità che si porta dietro il nome di Albert Einstein.

Ancora troppo grande e fulgida è la sua stella per poterla offuscare senza esporsi brutalmente alle critiche dell' ortodossia scientifica. Einstein non può essere messo in discussione, non ancora, almeno.

Forse un giorno nuove concezioni del mondo della fisica ridimensioneranno le sue teorie, ma al momento resta un pilastro inamovibile, poco meno che intoccabile. Per questo motivo nessuna rivista che vuole costituire una voce degna di nota nell'ambito accademico oserebbe ospitare un intervento decisamente "contro corrente" che non sia suffragato da prove certe e inconfutabili circa un dubbio - sia pur sfumato - sulla paternità della formula più famosa del mondo. È logico che il problema, al momento attuale, non può essere presentato che a livello di congettura. Non è ancora dimostrabile, se mai lo sarà, che Albert Einstein lesse il lavoro di Olinto De Pretto e che, soprattutto, ne trasse ispirazione. Forse l'unica strada praticabile è quella di concentrare le attenzioni sulla figura di Michele Besso, che era amico di Einstein e collegabile a De Pretto. Einstein conosceva l'italiano, tenne anche delle conferenze nella nostra lingua.

La scienza sembra non volersi rendere conto che De Pretto, questo oscuro agronomo vicentino, forse ispirò il grande scienziato. Magari si tratta di elementi formali, non decisivi, dato che il concetto di etere non sembra essere applicato alla teoria della relatività, ma di sicuro la frase che compare nel lavoro di De Pretto del 1904 (un anno prima della pubblicazione di Einstein negli Annalen der Physik dei suoi due celebri lavori) è esplicativa al riguardo: 
"La materia di un corpo qualunque, contiene in se stessa una somma di energia rappresentata dall'intera massa del corpo, che si muovesse tutta unita ed in blocco nello spazio, colla medesima velocità delle singole particelle. [ ... ] 
La formula mv2 ci dà la forza viva e la formula mv 2/8338 ci dà, espressa in calorie, tale energia. Dato adunque m=l e v uguale a 300 milioni di metri, che sarebbe la velocità della luce, ammessa anche per l'etere, ciascuno potrà vedere che si ottiene una quantità di calorie rappresentata da 10794 seguito da 9 zeri e cioè oltre dieci milioni di milioni"


Fonte: da macrolibrarsi.it 


sabato 19 maggio 2018

SUOR VERONICA QUATTRIN...DIO HA CREATO UN DISEGNO SU DI ME, CHIAMANDOMI NELLA SUA VIGNA





Dio ha creato un disegno su di me, chiamandomi nella sua vigna. 
Qui potei scoprire l’amore con cui mi guidava, mi seguiva ovunque la sua voce, cosi gentile, attraente da non lasciar cadere  nel nulla. 

giovedì 17 maggio 2018

SUOR VERONICA QUATTRIN





Cara suor Veronica    quante belle ore ci hai fatto passare....

lunedì 15 gennaio 2018

UGUAGLIANZA, ECCO IL PENSIERO DI MONALDO LEOPARDI, PADRE DI GIACOMO LEOPARDI






di MONALDO LEOPARDI*

Un piacevole scritto di Monaldo Leopardi (1776 – 1847), padre del ben più famoso Giacomo (1798 – 1837), sull’uguaglianza. Tratto da “Catechismo filosofico per uso delle scuole inferiori”.



Discepolo.: è vero che tutti gli uomini sono uguali, come ci assicurano i filosofi liberali?

Maestro.: Prima di rispondervi, voglio farvi io stesso alcune interrogazioni.

M.:È vero che tutti gli uomini sono d’una altezza medesima?

D.: Signor no, perché altri sono alti, altri mezzani, altri bassi e questa è la disposizione della natura.

M.: è vero che tutti gli uomini hanno una medesima sanità ed una medesima forza?

D.: Signor no, perché alcuni sono sani, altri infermi, alcuni sono deboli ed altri gagliardi e questo pure è un altro ordinamento della natura.

M.: è vero che tutti gli uomini sieno di una medesima capacità, talento e ingegno?

D.: Signor no, perché alcuni sono ingegnosi, altri dotti, alcuni sono stupidi, altri sono ignoranti e questo pure è un ordinamento della natura.

M.: è vero che tutti gli uomini sieno ugualmente saggi, virtuosi e benemeriti?

D.: Signor no, perché alcuni sono saggi, altri scioperati, altri virtuosi, altri malvagi, alcuni meritano il rispetto e la lode, altri meritano la galera e la forca e questo pure è secondo l’ordine della natura.

M.: Dunque l’uguaglianza è anch’essa una frottola spacciata dalla filosofia moderna e gli uomini non eguali bensì diseguali per ordine e disposizione della natura.

D.: I filosofi non hanno mai detto che gli uomini sieno uguali di statura, di forza, di sanità e di ingegno: e quella che si vuole dalla filosofia è un’uguaglianza di altra sorta.

M.: Se gli uomini sono disuguali in tutto ciò che riguarda il corpo e lo spirito e questo è per disposizione della natura, sarà difficile renderli uguali sotto altri rapporti senza contrastare con gli ordini della natura. Nulladimeno dite un poco, in che cosa potrebbero essere uguali gli uomini, per contentare la filosofia?

D.: Potrebbero essere uguali nelle proprietà e nelle sostanze, sicché al mondo non ci fossero né ricchi né poveri e sopra la terra ognuno avesse la sua giusta porzione di beni.

M.: Signor no, che questo non può essere, e dove volesse tentarsi si andrebbe contro la disposizione della natura. Imperciocché supposto ancora che per un momento si potesse fare uno scomparto uguale di beni assegnandone a ciascheduno la sua parte, ben presto la porzione dell’uomo accorto si vedrebbe conservata e migliorata e quella dello spensierato si vedrebbe decaduta e dilapidata; l’uomo robusto e sano guadagnerebbe con le sue fatiche e accrescerebbe le proprie sostanze e l’uomo infermo e debole dovrebbe vendere le sue per non morire di fame; il figliuolo unigenito erediterebbe tutta la sostanza del padre, e il padre di dieci figliuoli dovrebbe dividere la sostanza propria in dieci parti: così in capo a pochi giorni l’uguaglianza dello scomparto sarebbe guastata e si tornerebbe alla primiera disuguaglianza. Volendosi dunque conservare l’uguaglianza, bisognerebbe ogni sera tornare da capo allo scomparto, rubare il suo a chi ha per darlo a chi non ha,  favorire i dissipatori e gli oziosi discoraggiando gli operosi e frugali e rovesciare da capo a fondo tutte le ragioni della giustizia e tutti gli ordini della società. Non potendosi far questo, è d’uopo lasciare al mondo la disuguaglianza dei beni: e poiché la disuguaglianza dei beni procede dalla disuguaglianza delle forze e degli ingegni la quale è ordinata dalla natura, è d’uopo confessare che anche la disuguaglianza dei beni procede dal comando e dall’ordinamento della natura.

D.: Dite bene, e se vogliamo confessare la verità, pare che la disuguaglianza dei beni si accomodi a meraviglia ancora con la filosofia, giacché i filosofi liberali non si contentano della parte loro e fanno quanto possono per pigliarsi ancora quella degli altri. Sarà dunque che gli uomini debbano essere uguali nel grado e nella condizione?

M.: Signor no, che neppur questo è vero e la disuguaglianza delle condizioni e dei gradi è anch’essa secondo l’ordine della natura. Imperciocché primieramente, se nell’ordine sociale è necessario che vi sieno principi e magistrati per comandare e ministri superiori e inferiori per aiutarli nella loro gestione e per eseguire i loro comandi, questi magistrati e questi ministri costituiranno necessariamente gradi e condizioni diverse nelle società e non potrà farsi che la condizione del giudice sia come quella dello sbirro e la condizione del vescovo sia uguale a quella del campanaro. Secondariamente, se è per ordine della natura che vi sia fra gli uomini la disuguaglianza delle ricchezze e quindi la disuguaglianza dello splendore e del fasto, dell’educazione e della coltura, è naturale che debba esservi ancora la disuguaglianza della condizione e dei gradi, e non potrà farsi che la condizione di un gran signore sia come quella del fabbro, e la condizione di un avvocato e di un medico sia come quella di un beccamorti. Per ultimo, se è per dettato della natura che vi siano principi e magistrati, ricchi e pezzenti, ignoranti e dottori, sarà ancora naturale che la stima, il rispetto e gli omaggi del popolo distinguano una classe dall’altra; e non potrà farsi che il comune degli uomini ravvisi in un medesimo grado e in una condizione medesima il sapiente che lo ammaestra dalla cattedra e il montanaro che vende cald’arroste, il grande che passeggia in carrozza e il facchino che spazza la strada. E poiché la disuguaglianza dei gradi e delle condizioni procede da quelle disuguaglianze originali che vennero stabilite fra gli uomini dalla natura, è d’uopo riconoscere che anche la disuguaglianza nella condizione e nei gradi è dettata e comandata dalla natura.

D.: Dite bene, e bisogna accordare che la disuguaglianza delle condizioni e dei gradi è secondo l’ordine della natura. Almeno però gli uomini dovranno essere uguali in faccia alla legge?

M.: Questa è una proposizione confusa della quale sogliono servirsi i filosofi liberali e prima d’approvarla è d’uopo dichiararla bene, acciocché non se ne tirino conseguenze false e spropositate. La legge, per essere utile e giusta, deve essere adattata alle circostanze, e siccome sono varie e disuguali le circostanze e le condizioni degli uomini, così la legge non potrebbe essere né utile né giusta se non fosse proporzionata alle disuguaglianze degli uomini. Quella legge la quale senza riguardo alla ricchezza e alla povertà, alla debolezza e alla gagliardìa imponesse a tutti gli uomini uguaglianza di lavoro e di tributo, sarebbe una legge ingiusta, perché il dovizioso e il mendico, l’infermo e il robusto non possono considerarsi uguali in faccia alla legge. Così quella legge la quale punisse ugualmente il gettito di un pugno di fango contro un facchino e il gettito di un pugno di fango contro un gran signore, sarebbe ingiusta, perché il facchino da quel pugno riceve un oltraggio leggiero, laddove il grande ne riceve un’onta gravissima; e le convenienze di un facchino e di un gran signore non possono considerarsi uguali in faccia alla legge. Qualora si considerassero singolarmente tutti gli ordini e i rapporti sociali, si troverebbero in essi moltissime disuguaglianze consimili raccomandate dalla ragione e dalla natura: perloché se i filosofi moderni, dicendo che tutti gli uomini devono essere uguali in faccia alla legge, intendono sostenere che la legge deve essere cieca come una talpa e dura come un pilastro, senza adattarsi e proporzionarsi alle circostanze e alle disuguaglianze degli uomini; l’assertiva dei filosofi è una menzogna e non è vero che gli uomini sieno uguali in faccia alla legge. Se poi si intende che a tutti gli uomini si debba secondo la legge amministrare ugualmente e imparzialmente la giustizia, questo è verissimo e non lo contrasta nessuno.

D.: Dunque almeno tutti gli uomini dovranno essere uguali in faccia alla giustizia?

M.: Sì, come vi ho detto, questo è verissimo: ma tale uguaglianza si gode da tutti gli uomini in tutto il mondo civilizzato e non c’era bisogno che si sfiatassero a predicarla i filosofi liberali. Presso tutte le nazioni civilizzate la proprietà del povero è sacra come quella del ricco, la sicurezza del debole è garantita come quella del forte e la vita dell’umile è difesa come quella del grande; e se talvolta si vedono parzialità odiose ed ingiuste, queste sono il peccato dell’uomo e non il difetto delle istituzioni e delle leggi.

D.: Mi pare che diciate bene e che, per disposizione della natura, gli uomini debbono essere disuguali in tutto, godendo solamente uguaglianza in faccia alla giustizia, la quale uguaglianza, poco più poco meno, si trova nell’ordinamento di tutti gli stati. Ma se con un poco di raziocinio si disconosce tanto facilmente che l’uguaglianza è un delirio, come mai i filosofi liberali si ostinano a predicare e inculcare l’uguaglianza generale degli uomini?

M.: I filosofi liberali, almeno quelli di oggidì, conoscono benissimo che l’uguaglianza è una chimera, ma se ne servono per adulare e suscitare le passioni del popolo. Il volgo conosce per una parte, che tutti gli uomini devono essere uguali in faccia alla giustizia, e poiché qualche volta soggiace o crede di soggiacere all’aggravio della prepotenza e della parzialità, mette facilmente a carico delle istituzioni e delle leggi il difetto e la prevaricazione dei magistrati: e, d’altra parte, trovandosi nella bassezza e nella povertà, non si cura di considerare che l’umiltà di certe classi è necessaria alla composizione naturale e sociale del mondo, come le pietre seppellite nella profondità delle fondamenta sono necessarie alla elevazione dell’edifizio e si abbandona facilmente ad invidiare le classi sublimi. I filosofi, dunque, predicando l’uguaglianza e lusingando gli affetti del volgo, lo spingono all’odio contro i grandi e contro i governi, e lo riducono a mettere sottosopra il mondo, quantunque sappiano che dopo la rivoluzione il volgo resterà più povero e più disuguale di prima. Ed ecco la buona fede dei filosofi liberali.


Monaldo Leopardi


[1] M. Leopardi, “Catechismo filosofico per uso delle scuole inferiori”, pp. 13 – 17, Stamperia Reale, Napoli, 1857.







IL PENSIERO REAZIONARIO DI MONALDO LEOPARDI, AVVERSO ALLA COSTITUZIONE




Il pensiero reazionario di Monaldo Leopardi, avverso alla Costituzione


Di    Angelo Martino


Monaldo Leopardi, padre del più famoso Giacomo, era talmente reazionario che, vestirsi di nero e portare la spada come i cavalieri antichi, era per lui una maniera di evidenziare l’immutabile ordine sociale dell’Antico Regime da ostentare anche esteriormente. Per lui le disuguaglianze sociali era legittimate dalla monarchia assoluta, secondo un disegno di Dio, che legava indissolubilmente il Trono all’Altare.

Scriveva nelle sue memorie: ” all’età di diciotto anni mi rivestii tutto di nero, e così ho vestito e sempre vesto, sicché chiunque non mi conobbe fanciullo, non mi vide coperto di altro colore. Portai la spada ogni giorno come i Cavalieri antichi e fui probabilmente l’ultimo Spadifero dell’Italia, finché, nel 1798, sotto il governo Repubblicano questo vestito nobile e dignitoso decadde”.

Il suo pensiero reazionario lo portava a rifiutare e combattere con il suo lavoro di scrittore anche la monarchia costituzionale con “una mitraglia di piccoli scritti “, come si vantava, soprattutto dopo gli eventi francesi del 1830 che portarono alla concessione della Costituzione da parte di Luigi Filippo d’Orléans.

Il pensiero di Monaldo Leopardi è ben condensato in uno scritti a cui diede il titolo di “Dialoghetti”, nella cui prima parte esprimeva considerazioni legittimiste contro la stessa Costituzione, reclamata in quegli anni non solo in Italia, ma in tante nazioni liberali d’Europa.

E’ proprio Europa il nome del personaggio a cui Leopardi affida le sue idee. Infatti, Europa, replicando alla Francia, dove era stato concesso la Costituzione, esprime tale pensiero: ” Figliuola mia, l’autorità dei re non viene dal popolo, ma viene a dirittura da Dio. […] il popolo deve ubbidire a tutti i comandi del re, e questa è la gran carta, scritta con la mano di Dio, e stampata col torchio della natura”.

La carta a cui si riferisce Monaldo Leopardi è ovviamente la carta costituzionale, in quanto per lui era impensabile che il popolo potesse aver diritto ad una costituzione che concedesse di eleggere i propri rappresentanti al Parlamento, anche in una versione di monarchia costituzionale.

Ancora più grave si mostrava, per Leopardi, il fatto che nella nuova costituzione concessa da Filippo d’Orléans ai francesi non si facesse alla religione di stato, alla tradizione dinastica, al diritto divino dei re di governare secondo il principio del volere immutabile di Dio.

Pur con garbo, il conte Leopardi comunicava che tale alleanza trono-altare si mostrava legittima non solo per la religione cattolica e i re cattolici, ma anche per le altre religioni. Quindi una difesa ad oltranza della Restaurazione, che anch’essa si personifica per esprimere direttamente il contenuto del pensiero reazionario.

Nell’ultima parte dei Dialoghetti Leopardi irride con ironia al liberalismo, alla libertà e alla costituzione tramite i personaggi di Pulcinella e del Dottore, con Pulcinella che chiama costipazione la costituzione e con un attacco alla carta costituzionale, secondo il principio certo non giusto, ma considerato da una prospettiva reazionaria, di una concessione dell’espressione del voto solo ad una minima parte della popolazione.

Il successo dell’opera fu travolgente; in cento giorni se ne stamparono sei edizioni e fu letta in tutta Europa, per cui si mostrava reagire da parte del pensiero liberale e costituzionale, e fu un ex sacerdote, Félicité De Lammennais, a confutare il pensiero del conte Leopardi, per comunicare come cristianesimo e liberalismo fossero invece complementari e che, se la rivoluzione più profonda fu l’avvento del cristianesimo, in quegli anni della prima parte dell’Ottocento, si stava producendo “ una sua continuazione”, in quanto “ il principio dell’uguaglianza davanti a Dio doveva necessariamente generarne un altro”, ossia l’uguaglianza degli uomini fra di loro, l’eguaglianza sociale.

Angelo Martino


Fonte: srs di Angelo Martino, da CDP  Cultura e cronaca dall'Agro Caleno del  27 aprile 2016


domenica 31 dicembre 2017

SABINO ACQUAVIVA … L’EUROPA UNITA PUÒ NASCERE DALLA LIGA VENETA

Sabino Acquaviva



l 29 dicembre del 2015  fa moriva a Padova Sabino Acquaviva, sociologo, docente universitario, già preside di Scienze politiche al Bò; ero uno dei pochi presenti ai Suoi funerali e fin d’allora ho avuto l’impressione, e continuo ad averla, che sia la città che l’università siano restìe a tributargli quei riconoscimenti che meriterebbe, probabilmente è ancora penalizzato da quel modo di fare schivo e mite che ne caratterizzava il tratto.

E allora vorrei riproporre una articolo che uscì sul Mattino il 6/8/1983, pochi mesi dopo il sorprendente successo della Liga Veneta alle elezioni politiche del maggio ’83, quando i commenti dei commentatori e intellettuali vari erano improntati a una superficialità e a una cialtroneria impressionanti: il prof. Acquaviva, invece, cercava di capire cosa c’era sotto quel voto, sotto quel messaggio che ancor oggi continua, dalla Catalunya alla Corsica, ad essere importante in tante parti d’Europa e che ci dimostra quanto avanti, profetico direi, fosse il prof. Sabino Acquaviva.

Ettore Beggiato 


L’EUROPA UNITA PUÒ NASCERE DALLA LIGA VENETA 

In questi giorni ho ricevuto una lettera tassata, credo perché affrancata con alcuni francobolli sovrastampati, con scritte diverse: “nathion veneta”, “poste venete”, “territori autonomi dei veneti”.
Io, europeista convinto fautore degli “Stati Uniti d’Europa”, dovrei sentirmi lontano da chi parla di “nazione veneta”: dovrei pensare a tutto questo come a un’espressione di un passato senza ritorno. 

Che può aver da spartire una cultura europeista, moderna, che guarda alla Comunità europea come il nocciolo dell’Europa unita, con dei regionalisti ?

Eppure qualcosa di comune esiste: la diffidenza verso gli stati nazionali che da decenni cianciano di Europa ma si perdono in cavilli sterili per non “farla”, per non unificare politicamente almeno i popoli della Comunità europea. A Strasburgo c’è un parlamento eletto dal popolo europeo, ma i governi nazionali se ne occupano? L’ascoltano? Naturalmente no, perché per i governi, non per i popoli, prima vengono i loro stati e poi l’Europa.  

E a vedere le sterili diatribe sul burro o sul vino in cui la Comunità è impantanata, trascurando i più gravi problemi della unificazione vera, provo un senso di rabbia, di impotenza, il desiderio di “fiaccare” degli stati che sbarrano la strada verso l’unità.

Un tempo molto lontano, prima che la rivoluzione francese scoprisse gli stati nazionali, l’Europa aveva, entro certi limiti, una sua unità, ed era un’ unità che passava per le regioni, per gli stati regionali: la Borgogna e la Repubblica di Venezia, la Baviera e la Catalogna. C’erano papi e imperatori da un lato, e stati piccoli, a volte in via di coagulazione, dall’altro. Poi sono nate le nazioni che, con il pugno di ferro, hanno frantumato le autonomie locali, hanno creato in Francia i dipartimenti e in Italia le province, per cancellare persino il ricordo delle singole nazioni regionali. E così il francese del nord, sulla scia del predominio di Parigi, è diventato la “lingua” di tutta la Francia. Il “dialetto” toscano, per una serie di circostanze, non ultima la posizione centrale della Toscana e il suo prestigio economico e artistico, si è imposto alle altre lingue regionali italiane. In tal modo in tutta l’Europa gli stati regionali sono scomparsi, le loro lingue e culture sono state soffocate più o meno bene, l’idea di Europa si è perduta. Dunque, quando l’Europa languiva le culture regionali morivano a favore degli stati nazionali, ma ora che l’Europa rinasce, che l’idea di Europa ritorna, riemergono le culture regionali e si indeboliscono gli ideali nazionali.

Le nazioni e le culture locali rifioriscono, paradossalmente ma non troppo, come segno e simbolo di un orizzonte politico e culturale più vasto: quello di una grande nazione europea, “madre” delle culture regionali.

Dunque i movimenti regionali, dentro e fuori dei partiti, espressi da gruppi autonomisti duri o moderati, sono oggi i portatori volontari o involontari dell’idea di Europa, proprio perché contribuiscono a indebolire gli stati nazionali che, quarant’anni di lotte europeiste lo dimostrano, sono i veri nemici dell’unificazione politica, militare, economica, finanziaria, culturale del continente.

Dall’Irlanda alla Bretagna, dalla Corsica alla Catalogna, dai paesi Baschi alla Valle d’Aosta, dalla Sardegna alla Galizia, dal Galles al Sudtirolo-Alto Adige, dalla Scozia al Veneto e via dicendo, si va formando il tessuto di una nuova cultura regionale ed europea insieme. Un tempo si diceva: uno, dieci, cento, mille Vietnam; oggi, guardando ai problemi di casa nostra, l’Europa, diciamo –in maniera più pacifica ma non meno decisa-, uno cento mille movimenti autonomisti ed europeisti: un tessuto fitto di movimenti autonomisti, di ogni tipo e colore, che diventi la linfa dell’unificazione europea, di una unificazione che, a quanto sembra e fino a prova contraria, non può contare sugli stati nazionali. Dunque, lotta per l’unità d’Europa, dal basso verso l’alto, visto che dall’alto verso il basso –in quarant’anni- si è ottenuto poco. 

Per questo, leggendo la scritta “Nation veneta” su quei francobolli non ho sorriso come ero tentato di fare c’era aria d’Europa in quelle due parole. Insomma un po’ di speranza per quell’unificazione tradita da governi e partiti che –per quarant’anni- poco hanno fatto e molto hanno finto di fare per l’unità: hanno diluito i nostri ideali in un mare di parole … di vino e di burro..

Sabino Acquaviva


Fonte: da Facebook di Ettore Beggiato



sabato 16 dicembre 2017

IPAZIA DI ALESSANDRIA


Ipazia da Alessandria d’Egitto (nata fra il 355 e il 370 – morta  8 marzo 415 dopo Cristo)


Di Donato Barone


– premessa


Ho conosciuto Ipazia attraverso l’opera fondamentale di L. Russo “La rivoluzione dimenticata”. A pag. 30 Russo dedica alla donna poche righe:

“La fine della scienza antica si pone a volte nel 415, anno in cui la figlia di Teone, anche lei matematica (aveva scritto commenti ad Apollonio, Tolomeo e Diofanto) fu linciata ad Alessandria da una folla di cristiani fanatici per motivi religiosi” [1]

Nell’opera il nome di Ipazia ricorre più volte, ma certamente non è una delle protagoniste del lavoro di Russo. Per conoscere Ipazia bisogna leggere il testo di S. Ronchey “Ipazia: la vera storia” [2] in cui la storica e bizantinista delinea uno stupendo ritratto della matematica, scienziata e filosofa alessandrina.

Chi era Ipazia?

Le fonti sono unanimi, ma per ora soffermiamoci sulla prima, ovvero il Suda o Suida. Si tratta di un’opera enciclopedica pubblicata a Bisanzio nel X secolo in cui, tra l’altro, si cita Damascio, un filosofo neo-platonico vissuto tra il 480 ed il 550 ed ultimo scolarca  dell’Accademia di Atene, che parla di Ipazia nella Vita di Isidoro. Isidoro, maestro di Damascio ed ultimo sacerdote del Serapeo di Alessandria,  venne a conoscenza della vicenda di Ipazia attraverso il racconto di due sacerdoti alessandrini a lei contemporanei. [3] Le vicende di cui parla Damascio, pertanto, gli erano state trasmesse da Isidoro. Considerando che Damascio era pagano ed esponente della scuola neoplatonica di cui Ipazia era stata insigne rappresentante in Alessandria, non deve stupire se il suo racconto appaia un po’ agiografico. Secondo Damascio Ipazia nacque ad Alessandria, dove fu allevata ed istruita dal padre. La giovane non fu appagata dagli insegnamenti scientifici e matematici paterni e cominciò a studiare la filosofia, di cui divenne padrona. Indossando il mantello del filosofo (riservato agli uomini, ma lei non era molto ligia alle regole) si recava al centro della città e qui commentava pubblicamente le opere di Platone, Aristotele ed altri filosofi.  Scrive Damascio che ella

“Fu giusta e casta e rimase sempre vergine. Lei era così bella e ben fatta che uno dei suoi studenti si innamorò di lei, non fu capace di controllarsi e le mostrò apertamente la sua infatuazione. Alcuni narrano che Ipazia lo guarì dalla sua afflizione con l’aiuto della musica. Ma la storia della musica è inventata. In realtà lei raggruppò stracci che erano stati macchiati durante il suo periodo e li mostrò a lui come un segno della sua sporca discesa e disse, “Questo è ciò che tu ami, giovanotto, e non è bello!”. Alla brutta vista fu così colpito dalla vergogna e dallo stupore che esperimentò un cambiamento del cuore e diventò un uomo migliore.” [4]




Ho preferito riportare le parole del Suda per far capire il carattere franco e diretto della donna, al limite della supponenza e della sfacciataggine, ma la narrazione ha anche molti altri significati di cui parleremo a breve.

Ipazia era ben vista da tutti i cittadini di Alessandria, ma aveva diversi nemici tra coloro  che detenevano il potere in città. Damascio attribuisce all’invidia le ragioni dell’odio e, in ultima analisi, della sua triste fine.

Le notizie fornite da Damascio non sono molto diverse da quelle che ci sono state tramandate da Socrate Scolastico, avvocato e storico vissuto a Costantinopoli tra il 380 ed il 450, quindi contemporaneo di Ipazia. Nella sua Historia Ecclesiastica egli scrive:

“Ad Alessandria c’era una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo. Provenendo dalla scuola di Platone e di Plotino, lei spiegò i principi della filosofia ai suoi uditori, molti dei quali venivano da lontano per ascoltare le sue lezioni.
Facendo conto sulla padronanza di sé e sulla facilità di modi che aveva acquisito in conseguenza dello sviluppo della sua mente, non raramente apparve in pubblico davanti ai magistrati. Né lei si sentì confusa nell’andare ad una riunione di uomini. Tutti gli uomini, tenendo conto della sua dignità straordinaria e della sua virtù, l’ammiravano di più. Fu vittima della gelosia politica che a quel tempo prevaleva.” [5]

Come si vede Ipazia era conosciuta ben oltre i confini di Alessandria d’Egitto e rappresentava un punto di riferimento per buona parte del mondo antico. A questo punto è necessario capire, però, che cosa aveva fatto Ipazia di così importante da meritarsi simile fama.


– la matematica e la scienziata 






Ipazia è vissuta alla fine di quella che può essere considerata una delle età dell’oro della scienza. Secondo L. Russo [6] tra il 300 a.C. ed il 100 d.C. nel mondo ellenistico ebbe luogo la prima rivoluzione scientifica. Per la prima volta nella storia dell’uomo venne elaborato un metodo di indagine dei fenomeni naturali che ha molti punti di contatto con il metodo scientifico-sperimentale galileiano. Le conoscenze acquisite dagli scienziati ellenisti durante questo periodo, risultarono estremamente sofisticate e riguardarono campi tra i più disparati: astronomia, geometria, geodesia, medicina e fisiologia, idraulica e pneumatica, ingegneria e via cantando. In questo periodo vissero, infatti, Eratostene, Euclide, Archimede, Diofanto, Tolomeo e tanti altri la cui fama è giunta fino ai nostri giorni. Le loro opere, purtroppo, si sono in gran parte perse e con grande fatica gli storici riescono a ricostruire l’operato di questi giganti della scienza attraverso lavori di altri autori che ad esse fanno riferimento. Uno dei centri più importanti di questa fioritura della scienza, fu Alessandria d’Egitto che può essere considerato il faro che illuminava la civiltà ellenistica, ma anche Antiochia può essere considerata un centro culturale di ottimo livello, così come le colonie greche di Siracusa e Marsiglia.

Ai tempi di Teone e della figlia Ipazia il periodo d’oro della scienza ellenistica poteva dirsi finito da un pezzo e quello in cui vissero i due scienziati, filosofi e matematici alessandrini, costituiva la parte finale del lungo periodo di decadenza che, di lì a poco, sarebbe sfociato nel Medioevo. Nonostante ciò Alessandria continuava ad essere considerata uno dei maggiori centri culturali del mondo antico e le parole di Damascio e Socrate Scolastico lo testimoniano. Tornando ad Ipazia, sappiamo, attraverso la testimonianza del padre Teone e dal Suda, che ella scrisse due opere matematiche: un Commentario sull’Arithmetica di Diofanto di Alessandria [7] ed un Commentario sulle Coniche di Apollonio di Perga. [8] Non possedendo i testi, non siamo in grado di capirne l’importanza e, quindi, i contributi di Ipazia al progresso delle conoscenze matematiche. Studi condotti da A. Cameron e pubblicati nel 1990, sembrano avvalorare l’ipotesi che Ipazia sia intervenuta sui testi originali e non si sia limitata ad una semplice azione di revisione dei commenti del padre.[9]  In questa ipotesi Ipazia non dovrebbe essere considerata una semplice insegnante di matematica, ma una matematica a tutti gli effetti.

Ipazia aveva grande interesse anche per l’astronomia, come deduciamo da alcune lettere del suo allievo più famoso: Sinesio di Cirene. E’ attraverso le lettere di costui che siamo in grado di conoscere una parte dell’opera di Ipazia. Sappiamo, infatti, che Sinesio ha costruito o fatto costruire, in base a precise istruzioni della sua maestra un astrolabio piano, un idroscopio ed un aerometro.

Vediamo, in estrema sintesi di cosa si tratta. Storicamente la prima menzione dell’aerometro è collegata proprio alla figura di Ipazia: Sinesio di Cirene scrisse infatti verso il 400 d.C. alla sua maestra per chiederle spiegazioni circa la costruzione di un aerometro. Come indica l’etimologia della parola stessa, si tratta di uno strumento che serve per determinare la densità di un gas.

Ad Ipazia si attribuisce la costruzione di un altro strumento di misura detto idroscopio.

Il densimetro o idroscopio sfrutta il Principio di Archimede ovvero il fatto che un corpo immerso in un liquido, riceve una spinta, diretta dal basso verso l’alto, pari al peso del volume di liquido spostato. Nella fattispecie l’idroscopio attribuito ad Ipazia è costituito da un tubo cilindrico avente la forma e la dimensione di un flauto che presenta degli intagli perpendicolari al suo asse.  Una delle estremità del tubo è chiusa con un cono, detto barillio, avente la stessa sezione di base del tubo cilindrico. Il barillio ha la funzione di zavorrare il sistema in maniera tale che esso, immerso nell’acqua, mantenga un assetto verticale. Il calcolo della densità del liquido avviene contando il numero di intagli che fuoriescono dal liquido: più il liquido è denso, minore è il numero di intagli che emergono dall’acqua. Tarando opportunamente lo strumento, ad esempio immergendolo in un liquido di riferimento come l’acqua, siamo in grado di calcolare la densità relativa di qualsiasi liquido per semplice comparazione.

E’ l’astrolabio piano, però, lo strumento che ci introduce in quello che fu un altro campo in cui Ipazia eccelse. L’astrolabio piatto o piano é uno strumento astronomico tramite il quale è possibile determinare la posizione di corpi celesti come il Sole, la Luna, i pianeti e le stelle. L’astrolabio progettato da Ipazia era formato da due dischi metallici forati, ruotanti l’uno sopra l’altro mediante un perno rimovibile: veniva utilizzato per calcolare il tempo, per definire la posizione del Sole, delle stelle, dei pianeti. Di questo strumento Sinesio è particolarmente orgoglioso in quanto scrive che  “concepito sulla base di quanto mi insegnò la mia veneratissima maestra […] Ipparco lo aveva intuito e fu il primo a occuparsene, ma noi, se è lecito dirlo, lo abbiamo perfezionato”.[10]

Pare che mediante questo strumento Ipazia abbia addirittura risolto alcuni problemi di astronomia sferica anche se non tutti gli studiosi sono concordi in proposito. Anche in questo caso ci troveremmo di fronte a contributi originali al corpus di conoscenze astronomiche.  L’astronomia per Ipazia non era, però, la mera osservazione degli astri per prevedere il futuro o la successione delle stagioni o dei fenomeni astronomici come le eclissi.

Stando a quanto scrive Sinesio “l’astronomia è di per sé una scienza di alta dignità, ma può forse servire da ascesa a qualcosa di più alto, da tramite opportuno, a mio avviso, verso l’ineffabile teologia, giacché il beato corpo del cielo ha sotto di sé la materia e il suo moto sembra essere ai sommi filosofi un’imitazione dell’intelletto. Essa procede alle sue dimostrazioni in maniera indiscutibile e si serve della geometria e dell’aritmetica, che non sarebbe disdicevole chiamare diritto canone di verità” [11]

Se queste parole riflettono il pensiero di Ipazia, possiamo affermare che la studiosa alessandrina per giungere alla conoscenza della verità, più che dei discorsi retorico-dimostrativi del neo-platonismo ateniese, si serviva dell’esperienza e dello studio dei fenomeni naturali.

Come si vede l’opera di Ipazia può essere inquadrata nella migliore tradizione della scuola di Alessandria che alla speculazione teorica associava anche applicazioni basate sulle conoscenze teoriche stesse e che servivano a verificarle sperimentalmente. Circa la fama di astronoma di Ipazia, illuminante appare un epigramma del Pallada (Alessandria d’Egitto IV-V secolo):

“Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole,
vedendo la casa astrale della Vergine,
infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
Ipazia sacra, bellezza delle parole,
astro incontaminato della sapiente cultura
“. [12]

Illuminante, scrive G. Beretta in “Ipazia di Alessandria”, il terzo verso in quanto dimostra che ogni interesse ed azione di Ipazia era diretto verso le cose del cielo e ciò denota tanto la sua sapienza astronomica, quanto quella filosofica. Ogni mappa celeste disegnata da Ipazia, prosegue Beretta, rappresenta una “… traiettoria nuova – e insieme antichissima – per mezzo della quale gli uomini e le donne del suo tempo potessero imparare ad orientarsi sulla terra e dalla terra al cielo e dal cielo alla terra senza soluzione di continuità e senza bisogno della mediazione del potere ecclesiastico […]. Ipazia insegnava ad entrare dentro di sé (l’intelletto) guardando fuori (la volta stellata) e mostrava come procedere in questo cammino con il rigore proprio della geometria e dell’aritmetica che, tenute l’una insieme all’altra, costituivano l’inflessibile canone di verità”. [13]



– la filosofa







A queste attività scientifiche Ipazia associava lo studio della musica e l’insegnamento della filosofia. In proposito ella ricevette in eredità da Plotino la scuola di filosofia di Alessandria ed il livello del suo insegnamento lo deduciamo da quanto hanno scritto Damascio e Socrate Scolastico. Anche in questo caso non siamo in grado di conoscere i contributi originali della filosofa alla progressione della filosofia.

Può esserci d’aiuto, però, il ritratto che della filosofa Ipazia traccia G. Beretta nella sua opera  “Ipazia di Alessandria”.[14]  L’autrice ha effettuato un profondo scavo storico e filosofico per riuscire a ricostruire l’opera di Ipazia. Il risultato appare un po’ sopra le righe: Ipazia mi sembra un po’ sopravvalutata e ciò, forse, anche a causa dell’impegno sociale e politico della Beretta. Secondo la Beretta Ipazia è addirittura l’iniziatrice di una scuola di pensiero originale che vede “nell’autorità femminile” il suo nucleo fondante. Beretta parte dal mito di Dike, la Vergine patrona della prosperità e della fecondità, simbolo di una mitica età dell’oro in cui la filosofia e la razionalità, unite alla politica, contribuivano al benessere della società e attraverso l’analisi dei testi di Damascio, Sinesio, Agostino ed altri, individua in Ipazia la Vergine che, tornata tra gli uomini, avrebbe dovuto dare inizio ad una nuova età dell’oro. Ipazia viene vista in questa ottica non solo da Damascio e da Sinesio di Cirene, ma da tutti gli intellettuali dell’Impero Romano d’Oriente che vedono nella filosofa alessandrina un “astro incontaminato della sapiente cultura” , per usare le parole di Pallada.  A questo punto appare chiara l’enfasi che Damascio pone nel descrivere lo stato della filosofa (verginità intesa come stato ideale di colei in grado di collegare il mondo celeste con quello terreno senza tema di contaminazione) ed anche il significato simbolico dell’esibizione del sangue mestruale (simbolo di fecondità alla stregua della spiga di grano della Vergine Igea). [15]  L’immagine della Vergine in questo travagliato periodo storico si confà tanto alla tradizione pagana che a quella cristiana e ciò spiega il giudizio ampiamente positivo che traspare dagli scritti del pagano Damascio e dei cristiani Sinesio e Socrate Scolastico. In maniera più prosaica io penso che Ipazia sia stata una maestra di filosofia che riusciva a creare un rapporto docente-discente estremamente profondo che, in alcuni casi, sfociava quasi nella venerazione della maestra. Le parole con cui Sinesio di Cirene si rivolge alla sua Maestra non lasciano spazio ai dubbi:

“Detto questa lettera dal letto nel quale giaccio. Possa tu riceverla stando in buona salute, o madre, sorella e maestra, mia benefattrice in tutto e per tutto, essere e nome quant’altri mai onorato!”[16]

Sinesio era cristiano, Ipazia pagana, ma il legame spirituale tra i due travalica i precetti delle rispettive religioni e denota una completa immedesimazione tra la maestra e l’allievo, alla stregua del legame tra Socrate ed Aspasia o Socrate e Platone:

“E se c’è qualcuno venuto dopo che ti sia caro, io debbo essergli grato poiché ti è caro, e ti prego di salutare anche lui da parte mia come amico carissimo. Se tu provi qualche interesse per le mie cose, bene; in caso contrario, non importano neanche a me”.[17]

Ipazia era tutto questo: matematica, astronoma, scienziata, musicista, filosofa. Una mente eclettica che attirava allievi da ogni dove e che teneva alto il faro della cultura scientifica alessandrina.

Ipazia era, però, anche altro e di ciò mi occuperò ora.



– l’impegno civile







Per comprendere meglio la figura di quest’altra Ipazia, bisogna che essa sia inquadrata nella realtà storica in cui si svolse la vicenda dell’intellettuale alessandrina. Ipazia apparteneva all’aristocrazia pagana di Alessandria ed era, pertanto, molto vicina alle elites che gestivano il potere nella città. Attorno a lei si era venuto a formare un cenacolo di discepoli rappresentanti il meglio della buona società di Alessandria e di buona parte del Nord Africa e del Medio Oriente. Si trattava di persone altamente influenti che nel segreto delle loro riunioni oltre che di scienze, filosofia e matematica, discutevano di politica e di affari di stato ed economici. Non stupisce, quindi, che Oreste, prefetto di Alessandria si rivolgesse ad Ipazia per discutere dei problemi politici ed economici della città. Così come non stupisce che la filosofa fosse ammessa a parlare nelle riunioni dell’Assemblea cittadina: rappresentava quello che oggi definiremmo un potentissimo gruppo di pressione in grado di influenzare le scelte politiche dell’intero governo cittadino. [18]

La cosa non poteva passare inosservata a chi in quegli stessi momenti cercava di accreditarsi come antagonista del potere civile alessandrino e mirava a soggiogarlo: la potente e ricchissima sede vescovile di Alessandria.  Nel 313 l’imperatore Costantino aveva concesso la libertà di culto ai cristiani. Da quel momento iniziò il lento processo che nel 391 portò Teodosio a proclamare il cristianesimo religione di stato e, l’anno dopo, ad emanare delle leggi speciali contro i culti pagani in Egitto. Ad Alessandria l’azione contro i culti pagani fu particolarmente violenta. Il vescovo Teofilo si dimostrò particolarmente attivo nell’opera di distruzione di ogni traccia della religione degli antichi templi e, si narra, che fu lui ad assestare il primo colpo alla “statua blu” di Giove Serapide. Quasi contemporaneamente veniva dato fuoco alla biblioteca tolemaica di Alessandria. [19] Il vecchio mondo stava per cedere il passo al Medioevo.

La contesa per la supremazia tra la chiesa alessandrina e le autorità civili, si trasformò ben presto in una lotta senza quartiere che nel 431 culminò con il trionfo del nuovo patriarca alessandrino, il vescovo Cirillo. In quell’anno si concluse, infatti, il Concilio di Efeso, fortemente voluto da Cirillo, che decretò il distacco della chiesa di Roma da una parte di quella Orientale, distacco che perdura ancora ai nostri giorni. Alessandria e l’intero Egitto si schierarono con il Papa di Roma e contro le gerarchie civili e religiose dell’Oriente bizantino. [20]

Nel pieno di questa tumultuosa stagione politica va a collocarsi la vicenda di Ipazia. Abbiamo visto gli aspetti scientifici e filosofici che caratterizzavano il suo insegnamento ed abbiamo visto anche come tra i suoi discepoli si collocasse l’elite della classe dirigente alessandrina. Un aspetto del personaggio Ipazia non è stato, però, ancora esaminato. Secondo alcuni studiosi (Bregman, 1982; Cameron, 2013 ed altri) Ipazia affiancava all’insegnamento pubblico anche un insegnamento, per così dire, privato. Abbiamo visto come ella discettasse di filosofia nel centro di Alessandria (forse da una cattedra pubblica, finanziata dallo Stato) ed abbiamo fatto cenno ad un cenacolo di discepoli. Si trattava di un gruppo di allievi rigorosamente selezionati ai quali la Maestra insegnava i culti misterici ed i principi esoterici tipici del neo-platonismo e della scuola di Plotino. Quella costituita da Ipazia e dai suoi allievi prediletti, veniva a configurarsi come una specie di “loggia massonica” ante litteram che non poteva lasciare indifferenti gli esponenti del clero alessandrino che, ai sensi dei decreti teodosiani che proibivano i culti pagani, erano gli unici depositari dell’ortodossia religiosa. A questo punto il quadro diventa estremamente chiaro. Ipazia è una scienziata ed una filosofa che ha anche libertà di insegnamento nell’ambito della netta separazione tra Chiesa e Stato che caratterizzava l’Impero d’Oriente, ma la sua azione trascende questi due aspetti e invade la sfera politica che ella riesce a condizionare tramite i suoi discepoli e religiosa attraverso i riti iniziatici ed esoterici che pratica nel suo cenacolo domestico.

A rendere ancora più difficile la posizione di Ipazia furono una serie di eventi che funestarono la vita di Alessandria tra il 414 ed il 415. Nel 414 si verificò un pogrom contro la potente comunità ebraica della città. Secondo alcune fonti la causa dell’evento deve ricercarsi nella lotta per il controllo del commercio del grano egizio nel territorio dell’Impero. Fino ad allora  tale commercio  era stato saldamente nelle mani degli ebrei di Alessandria  in un regime di monopolio assoluto, ma, successivamente, il monopolio era stato esteso anche alla chiesa alessandrina. Quella  ebraica era una presenza estremamente potente in Alessadria: elleni ed ebrei convivevano nella città sin dall’epoca della sua fondazione ed i legami tra le due comunità erano saldissimi anche ai tempi di Ipazia. Tra i due potenti gruppi di armatori (l’ebraico ed il cristiano) non correva buon sangue per cui nel 414, sfruttando eventi pretestuosi, si verificarono diversi massacri (di ebrei e di cristiani) al termine dei quali gli ebrei alessandrini furono cacciati dalla città, i loro beni confiscati e le loro sinagoghe trasformate in chiese. La classe dirigente ellenica della città aveva sempre appoggiato gli armatori greci, per cui non è affatto campata in aria l’ipotesi che Ipazia, di cui abbiamo visto l’influenza sulle scelte politiche dei Magistrati alessandrini, sia stata considerata ispiratrice delle veementi proteste contro il vescovo Cirillo che Oreste e gli altri Magistrati portarono fino al soglio imperiale. Dopo qualche mese dai tragici eventi del 414, Oreste fu assalito da un gruppo di monaci inferociti e ferito alla testa da uno di loro, Ammonio. Costui fu arrestato e sottoposto a tortura tanto violenta, da causarne la morte. Il vescovo Cirillo gli tributò solenni funerali e lo dichiarò martire. [21]



– l’epilogo





Appare chiaro che Ipazia aveva superato il limite e la punizione non si fece attendere. Nell’anno quarto del vescovado di Cirillo, decimo del consolato di Onorio, sesto di Teodosio II, nel mese di marzo dell’anno 415, narra Socrate Scolastico, un gruppo di monaci e parabalani (sorta di ordine monastico di infermieri/barellieri) si riunisce sotto la guida del chierico Pietro il Lettore e decide di assassinare Ipazia.[22]

Racconta Damascio “che una moltitudine di uomini imbestialiti piombò improvvisamente addosso a Ipazia un giorno che come suo solito tornava a casa da una delle sue apparizioni pubbliche.”  Ipazia viene tirata fuori dalla lettiga e trascinata nel Cesareo dove, scrive Socrate Scolastico,  “incuranti  della vendetta e dei numi e degli umani questi veri sciagurati massacrarono la filosofa” in modo orrendo. Secondo Damascio “mentre ancora respirava debolmente le cavarono gli occhi”, mentre secondo Socrate “La spogliarono delle vesti, la massacrarono usando cocci aguzzi (ὄστρακα), la fecero a brandelli. E trasportati quei resti al cosiddetto Cinaro, li diedero alle fiamme.”[23]

Ed ora è possibile leggere e comprendere un passo di Giovanni, vescovo cristiano di Nikiu, in Etiopia, risalente a circa due secoli dopo i fatti avvenuti ad Alessandria nel 415. Il passo è un po’ lungo, ma vale la pena leggerlo interamente in quanto, pur nella sua semplicità, dà una chiave di lettura degli eventi molto chiara. Soprattutto se lo si legge tra le righe ed alla luce di quanto si è potuto desumere dal quadro generale degli avvenimenti che ho cercato di delineare fino ad ora.

“In quei giorni apparve in Alessandria un filosofo femmina, una pagana chiamata Ipazia, che si dedicò completamente alla magia, agli astrolabi e agli strumenti di musica e che ingannò molte persone con stratagemmi satanici.

Il governatore della città l’onorò esageratamente perché lei l’aveva sedotto con le sue arti magiche. Il governatore cessò di frequentare la chiesa come era stato suo costume. Ad eccezione di una volta in circostanze pericolose. E non solo fece questo, ma attrasse molti credenti a lei, ed egli stesso ricevette gli increduli in casa sua.

Un giorno in cui stavano facendo allegramente uno spettacolo teatrale con ballerini, il governatore della città pubblicò un editto riguardante gli spettacoli pubblici nella città di Alessandria. Tutti gli abitanti della città erano riuniti nel teatro.

Cirillo, che era stato nominato patriarca dopo Teofilo, era ansioso di comprendere esattamente il contenuto dell’editto.

C’era un uomo chiamato Hierax, un cristiano che possedeva comprensione ed intelligenza e che era solito dileggiare i pagani. Era un seguace affezionato all’illustre padre il patriarca ed obbediente ai suoi consigli. Egli era anche molto versato nella fede cristiana.

Ora questo uomo si era recato al teatro per conoscere la natura dell’editto. Ma quando gli ebrei lo videro nel teatro gridarono e dissero: ‘Questo uomo non è venuto con buone intenzioni, ma solamente per provocare un baccano’.

Il prefetto Oreste fu scontento dei figli della santa chiesa, e Hierax fu afferrato e sottoposto pubblicamente a punizione nel teatro, sebbene fosse completamente senza colpa.

Cirillo si irritò con il governatore della città per questo fatto, ed anche perché aveva messo a morte Ammonio, un illustre monaco del convento di Pernodj, ed anche altri monaci.

Quando il magistrato principale della città venne informato, rivolse la parola agli ebrei come segue: ‘Cessate le ostilità contro i cristiani’. Ma essi rifiutarono di dare ascolto a quello che avevano sentito; si vantarono dell’appoggio del prefetto che era dalla loro parte, e così aggiunsero oltraggio a oltraggio e progettarono un massacro in modo infido.

Di notte posero in tutte le strade della città alcuni uomini, mentre altri gridavano e dicevano: ‘La chiesa dell’apostolico Athanasius è in fiamme: corrano al soccorso tutti i cristiani’. Ed i cristiani al sentire queste grida vennero fuori del tutto ignari della slealtà degli ebrei. Quando i cristiani vennero avanti, gli ebrei sorsero e perfidamente massacrarono i cristiani e versarono il sangue di molti, sebbene fossero senza alcuna colpa.

Al mattino, quando i cristiani sopravvissuti sentirono del malvagio atto compiuto dagli ebrei contro di loro, si recarono dal patriarca. Ed i cristiani si chiamarono a raccolta tutti insieme. Marciarono in collera verso le sinagoghe degli ebrei e ne presero possesso, le purificarono e le convertirono in chiese. Una di esse venne dedicata a S. Giorgio.

Espulsero gli assassini ebrei dalla città. Saccheggiarono tutte le loro proprietà e li derubarono completamente. Il prefetto Oreste non fu in grado di portare loro alcun aiuto.

Poi una moltitudine di credenti in Dio si radunò sotto la guida di Pietro il magistrato, un credente in Gesù Cristo perfetto sotto tutti gli aspetti, e si misero alla ricerca della donna pagana che aveva ingannato le persone della città ed il prefetto con i suoi incantesimi.

Quando trovarono il luogo dove era, si diressero verso di lei e la trovarono seduta su un’alta sedia. Avendola fatta scendere, la trascinarono e la portarono nella grande chiesa chiamata Caesarion. Questo accadde nei giorni del digiuno.

Poi le lacerarono i vestiti e la trascinarono attraverso le strade della città finché lei morì. E la portarono in un luogo chiamato Cinaron, e bruciarono il suo corpo. E tutte le persone circondarono il patriarca Cirillo e lo chiamarono ‘il nuovo Teofilo’ perché aveva distrutto gli ultimi resti dell’idolatria nella città”.[24]

Dopo la morte di Ipazia i suoi discepoli si dispersero ed Alessandria perse il suo ruolo di guida culturale del mondo ellenico. La prima rivoluzione scientifica era terminata definitivamente. Bisogna attendere il rinascimento affinché venga riscoperta la ricchezza del mondo classico ed il genio di G. Galilei per riscoprire il metodo scientifico-sperimentale.
Ho cercato di esporre la vicenda umana e scientifica di Ipazia in modo asettico, presentando i fatti come raccontati dalle fonti ed interpretati dagli studiosi che per oltre un millennio e mezzo si sono dedicati alla vicenda di Ipazia. Le fonti utilizzate non sono esenti da pregiudizi e riserve mentali: Damascio è un pagano neoplatonico che vede come il fumo negli occhi il cristianesimo, Socrate Scolastico è un cristiano orientale che ha non pochi pregiudizi verso la chiesa alessandrina ed il vescovo Cirillo, così come altre fonti (Filostorgio,  Esichio e Malala che non ho citato e commentato in quanto si rifanno a Damascio ed a Socrate Scolastico). 
La cronaca del Vescovo di Nikiu fa dell’assassinio di Ipazia un motivo di vanto per la chiesa alessandrina per cui è affetta da un bias opposto.
Mettendo a confronto le varie fonti e le interpretazioni fornite dagli studiosi, è possibile ricavare un quadro d’insieme della vicenda di Ipazia.
Personalmente sono convinto che il vescovo Cirillo sia responsabile della sua morte, ma sono altrettanto convinto che Ipazia non è morta perché scienziata e filosofa, ma perché impegnata attivamente nelle vicende politiche ed economiche della città di Alessandria e, quindi, fu vittima di una guerra di potere combattuta senza esclusione di colpi tra due fazioni che si contendevano il governo della città: la vecchia classe dirigente ellenica affiancata da quella ebraica e la nuova classe dirigente cristiana (per fede o per convenienza).
Ipazia era una presenza scomoda che doveva essere eliminata e, difatti, fu eliminata, in modo premeditato e pianificato.
Le motivazioni ideologiche e religiose c’entrano poco: sono la solita foglia di fico con cui si coprono le vergogne.



[1] L. Russo – La rivoluzione dimenticata – Feltrinelli editore
[2] S. Ronchey – Ipazia: la vera storia – BUR Rizzoli
[3] G. Beretta – Ipazia di Alessandria – Editori Riuniti
[6] L. Russo – op. cit.
[9] Alan Cameron – Isidore of Miletus and Hypatia: On the Editing of Mathematical Texts  http://grbs.library.duke.edu/article/viewFile/4171/5587
[10] Suda da una notizia di Esichio
[11] Damascio – Vita Isidori
[13] G. Beretta – op. cit.
[14] G. Beretta – op. cit.
[15] G. Beretta – op. cit.
[19] S. Ronchey – op. cit.
[20] S. Ronchey – op. cit.


Fonte: srs di Donato Barone, da   http://www.climatemonitor.it del  15 dicembre 2017