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giovedì 21 novembre 2024

ERUZIONE DEL VESUVIO DEL 1631

 


 

Secondo gli esperti “indipendenti”, è stata l’eruzione più forte della storia del Vesuvio: fu preceduta da eventi premonitori tipici, ma di intensità e durata maggiore rispetto ad altri eventi vesuviani, forti terremoti e deformazioni del suolo, ad esempio. 

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Questi iniziarono intorno alle 7 del mattino del 16 dicembre, e, nello stesso momento, sul fianco sud occidentale del Vesuvio si apriva una grande frattura; da questa profonda ferita del manto terrestre iniziò a fuoriuscire una colonna eruttiva che si proiettò verso l'alto per quasi 19 km. 

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Fu questa colonna altissima di prodotti vulcanici che diede luogo alla caduta di blocchi di roccia e lapilli nelle zone poste ad est e nord-est del cratere. 

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Nella notte tra il 16 ed il 17 dicembre tutta la zona vesuviana era in preda a scosse telluriche ed esplosioni: intorno alle 10 del mattino del 17 dicembre iniziarono a discendere dalla vetta del Vesuvio i flussi piroclastici che presero la strada dei paesi posti alle falde del vulcano. 


giovedì 24 giugno 2021

IL RISORGIMENTO…TUTTA UN’ALTRA FACCENDA. ECCO LA PROVA!

 


ORA BUTTATE IN DISCARICA LA VOSTRA MISTICA RISORGIMENTALE E TUTTO IL RESTO!

 

I "30 denari "con cui Londra pagó il mercenario Garibaldi, utile idiota, che servì per distruggere l'Italia come idea geografica e culturale unitaria e affossare per sempre la possibile unità federale, che pur muoveva i primissimi passi. 

Ed ecco come un ladro di cavalli ed uno stupratore, che viveva di rapine, tanto da avere un orecchio mozzo che lui copriva a mala pena con i suoi capelli lunghi (in argentina usavano tagliare un orecchio per individuare più facilmente ladri e stupratori), si mise al soldi di uno stupro storico... e da ladro dei due mondi, di là e di qua dell'oceano, lo hanno fatto eroe, impavido e bello. 

Adesso spuntano anche prove DOCUMENTATE che incassava direttamente dagli inglesi i soldi per la "missione" nelle Due Sicilie. Del resto, gli inglesi sono molto bravi a maneggiare denaro e se spendevano tali cifre da capogiro vuol dire che tesoro c'era sotto... .

Il libero e sovrano Stato che gli Inglesi si prestavano a saccheggiare era nato nel 1130, ed era lo Stato più antico della Penisola (fatto salvo lo stato della Chiesa ..( e la Repubblica Veneta)). Il Regno era talmente ricco da sfamare l'Italia intera e alimentare la fame della massoneria internazionale.

 

CANALE DI SUEZ

 

Il delinearsi della nuova via, che avrebbe sconvolto la navigazione mondiale, incontrava un problema... il Regno delle Due Sicilie: una banchina nel mezzo del Mediterraneo! 

Agli Inglesi, padroni del mondo, Malta non bastava più, troppo piccola, troppo isola... e avere le Due Sicilie nel bel mezzo del MARE NOSTRUM, voleva dire avere un formidabile competitor! 

L'apertura di Suez avrebbe mosso traffici giganteschi, che avrebbe reso Napoli e la Sicilia il centro commerciale del mondo.

Strappare a Napoli questo primato diventava questione vitale.

Poi, la morte del re deciso e forte... crea una attesa e saluto sperata instabilità...

Nel pieno vigore dei suoi 50 anni, il Re Ferdinando II, alto, forte e possente, amato dai suoi sudditi e temuto dai suoi nemici, si ammala improvvisamente e cade in una agonia straziante per più mesi. 

Fu quella l'occasione giusta che Londra attendeva e non perse, e corse a finanziare mercenari, corrompere funzionari e militari, Generali ed Ammiragli.... in attesa della ora X: la morte del RE FERDINANDO .

giovedì 28 novembre 2019

1848, LA GUERRA DI LIBERAZIONE DI MILANO E VENEZIA CONTRO L’AUSTRIA, CURTATONE, MONTANARA E GOITO




Il  1848 prima guerra di indipendenza ove morirono molti napoletani...ma non è ricordato da alcuno!


Tratta da uno scritto di Giacinto dè Sivo, drammaturgo, letterato e storico del Regno delle Due Sicilie, Maddaloni (Regno delle Due Sicilie)

- Cari ragazzi,- Esordì il maestro questa mattina, eccomi a voi con il racconto mensile. So che lo stavate aspettando con trepidazione.- 
Si fermò per qualche secondo vicino alla cattedra e poi prese il solito grosso libro e lo aprì.

- Come già sapete vi leggerò una storia vera, accaduta circa dieci anni fa nel nostro Stato, ed in Italia del Nord e che è bene che voi conosciate con precisione perché un domani questi eventi potrebbero essere nascosti o camuffati. Noi non possiamo conoscere il futuro, questo no, ma con un po’ di immaginazione possiamo individuarne i possibili sviluppi, e molte volte a pensar male ci si azzecca. Sicuramente siamo parecchio odiati nel contesto europeo, la nostra forza autarchica, il nostro progresso scientifico, la nostra ricchezza ed il nostro assetto sociale ci sono molto invidiati, soprattutto dalla nazione più potente del mondo: l’Inghilterra…chissà. Comunque il 1848 fu un anno orribilis…concessione della Costituzione nel Regno delle Due Sicilie, guerra esterna, guerra interna in Napoli e poi contro Ruggero VII in Sicilia, abolizione della costituzione…un bel ’48!

- Il mio racconto, oltre che dai dati documentali è anche suffragato da una mia personale amicizia con il Dott. Giuseppe Antonio Pasquale Barletta , nostro uomo di primario ingegno che partecipò personalmente alla campagna di Curtatone, Montanara e Goito e pure ebbe qualche comparsa perfino a Venezia.

Tutto era in fermento in Italia nel 1848, fermento sostenuto dall’inglese Lord Mintho e dall’Inghilterra che odiava Napoli e la sua dinastia, la Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, sempre appoggiata dall’Inghilterra, che soffiava sul fuoco della rivoluzione, le sette che volevano il cambiamento di tutto, la Città di Milano che con le sue cinque giornate aveva scacciato gli austriaci e sollevato l’ingresso del Piemonte in guerra, Giuseppe Garibaldi che rientrato in Italia se ne va a Como a ricercar volontari, Pio IX che sperando in una pacifica transizione dei poteri e nella magnanimità dell’Austria, si rende disponibile a governare la Lega Italiana, Carlo Alberto che impegna il suo esercito di oltre cinquantamila uomini in una guerra contro l’Austria ma che segretamente, spinto dall’Inghilterra, vuole il governo su tutta l’Italia, Ferdinando II che si impegna (ingenuamente) a dare sostegno militare a Carlo Alberto, il Granducato di Toscana in subbuglio e favorevole alla guerra, così come lo Stato della Chiesa, Il Ducato di Parma e Piacenza, quello di Modena e la rinata Repubblica di Venezia sotto la guida di Daniele Manin. Nacque tutto per le cinque Giornate di Milano?

In questo contesto, ed in prossimità del fatto che nel brevissimo periodo Pio IX, avrebbe fatto cadere il suo disegno di sostegno alla Lega Italiana, vi racconto cosa accadde al primo corpo di spedizione napoletano.
Mentre una certa donna lombarda, Cristina Trivulzio Belgioioso, venuta a Napoli, formò un gruppo di centoventi volontari per inviarli nello scacchiere di guerra ove il loro comportamento fu vicino al pessimo, il 1° Battaglione del 10° di Linea di 800 uomini, al comando del Colonnello Rodriguez, partiva quel 5 Aprile, prima via terra poi sul Palinuro verso Livorno e poi per la Lombardia, non avendo ancora il Papa concesso il libero passaggio delle truppe.
Il 14 aprile un secondo battaglione di volontari crociati (Rossaroll) di 558 uomini, insieme ad un secondo Battaglione (altri 800 uomini) del 10° di Linea, al comando del maggiore Viglia, partì via mare sul piroscafo a vapore Archimede.

“Re Ferdinando sottoscriveva il 7 aprile una proclamazione nunziante ai suoi popoli la partenza delle soldatesche; e dichiarante:
“Pigliar la causa italiana con quelle forze che lo Stato del Regno permetteva. Tener come fatta la lega italica, dacchè volevala il consenso unanime dè principi e dè popoli; egli primo averla proposta, egli primo mandar ministri a Roma Già iti soldati e militi per mare e per terra per operare con l'esercito dell’Italia di mezzo: le patrie sorti decidersi su campi lombardi; i Napolitani doversi stringere al loro principe, uniti esser temuti e forti. Confidare nel valore dell’esercito, nella magnanima impresa: per ispiegar vigore fuori, volersi dentro pace e concordia; però sperar nell’amor pel popolo, nella Guardia nazionale, per serbar l’ordine e tutelar le leggi; contassero sulla sua lealtà alle libere istituzioni che ha giurate e vuol mantenere. Unione, abnegazione e fermezza; e sarà certa l’italiana indipendenza. Tacciano avanti a tanto scopo le men nobili passioni; e ventiquattro milioni di italiani avranno una patria potente, comune patrimonio di gloria, e nazionalità da pesare nelle bilance d’Europa.”

Fatti d’arme.

Al 1° Battaglione di linea Napolitano, Carlo Alberto medesimo gli ordinò di prendere possesso del Ponte di Goito (in muratura), mentre egli si dirigeva a Pastrengo. 
Il nostro 2° Battaglione del 10° appena arrivato al campo toscano del Gen. Ferrari ha il suo battesimo di fuoco con gli austriaci, poi d’impeto il giorno 8, il 2° Battaglione sloggiò il nemico. Il Battaglione Napolitano del Viglia, più due battaglioni di volontari di cui uno Napolitano e due di linea toscani, rioccuparono Montanara lasciata libera per errore del Gen. Ferrari. Il giorno 13 maggio gli austriaci attaccarono a Curtatone, Il battaglione volontari napolitano, uno di livornesi, altro di granatieri toscani, due compagnie di bersaglieri, ventiquattro cavalli, e pochi artiglieri attorno a un obice e un cannoncino: poco più che duemila. I Napolitani usciti dalle trincee l’affrontarono, seguiti dal resto del campo; il che, parendo fossero più che non erano, sgominò gli Alemanni, che cadder lasciando morti e prigionieri. Ivi cadde il livornese Dott. Montanelli, arringatore di studenti per la guerra italica.

Contemporanea zuffa seguiva a Montanara. V’eran due battaglioni di linea toscani, quattro compagnie del nostro 10°, due battaglioni volontari, cinque cannoni, e pochi cavalli toscani, intorno a duemila. Il generale Laugier, udendo l’inimico. Pose due cannoni sulla strada. Fra due battaglioni di volontari trincerati, sostenuti dalla linea toscana dietro il centro. I Napolitani, da manca sulla via di Curtatone serbavan le comunicazioni con quest’altro campo, con a destra i cavalli nascosti da una casina. I Tedeschi assaltaron di fronte, lanciando tre Battaglioni a molestar la sinistra; ma il Laugier ordinò al Giovannetti e quindi ai Napolitani e a due compagnie toscane di avanzare sul destro del nemico. La cosa riuscì; e una delle compagnie nostre col capitano Cantarella prese di forza una casina. Il ministro toscano Corsini presente alla battaglia battea le mani dicendo: Viva i Napolitani!

Radetzki con oltre ventimila uomini si diresse quindi a Curtatone e Montanara con superiorità numerica di oltre quattro volte…dopo aspri combattimenti e privi di artiglieria Laugier ordinò la ritirata. Le compagnie Napolitane, trovatesi tra due fuochi, passarono a nuoto il fiume. Il napolitano Pilla, morì sostenendo con il suo battaglione pisano la generale ritirata. Il Battaglione Napolitano perduti 250, tra morti e prigionieri e 86 feriti, ridotto a duecento appena, passò la notte a Goito, e a dimane andò a Brescia.

A Montanara comandava il Giovannetti. I nostri stavan divisi così. La compagnia cacciatori a sinistra, l’ottava fucilieri al centro, e i granatieri e la quinta indietro. Dalle undici del mattino sino a tardi la sera, il combattimento contro gli austrici fu violentissimo. Quindi fu ordinata la ritirata verso Castelluccio. Le nostre compagnie che al mattino contavano 287 uomini, a sera contarono 183 mancati 104 tra morti e prigionieri. Questo misero avanzo fu messo a guardia del ponte di Goito. Al vecchio Caldarella, salvato sulle braccia dei soldati, fu assegnata da Carlo Alberto la medaglia al valor militare.

Il 10° di linea, del colonnello Rodriguez, stava fermo sul ponte di Goito. Egli ordinò ai suoi di non prendere sgomento e di essere prodi. Gli alemanni tardarono e fu la salvezza. Carlo Alberto visitò a mezzodì il ponte e lodò le difese fatte dai soldati Napolitani. Colà eranvi otto compagnie del Rodriguez e’l maggiore Viglia: tre stavano sul parapetto della testa del ponte, una presso un muro di giardino con feritoie, guardanti il fiume verso il molino, altra su due case dietro il ponte, e l’ultime tre a sinistra della linea di battaglia sarda, di costa alla riva del fiume. I Tedeschi li investirono sulle ore tre, occupando una casina propinqua: però i nostri lasciato il parapetto per sloggiarli, rischiaron di cader prgionieri, e furono salvi da un’altra compagnia mandata dal Viglia. Rinnovarono l’assalto, e da ultimo aiutati da un battaglione sardo, a forze unite li respinsero.
Gli austriaci allora si raggomitolarono sulla dritta, e urtarono sulla sinistra avversa; ma patirono gravi danni dalle artiglierie, sicchè disordinati retrocessero a Rivalta. Peschiera si arrese. 

Al Rodriguez fu data la croce di S. Maurizio e Lazzaro; ad altri ufficiali medaglie del valor militare.
Una grande vittoria che vide i Napolitani artefici in tutto e così paganti in tutto a livello di vite .

Il maestro fermò la lettura ma nella nostra classe rimase un silenzio tombale. Avevamo quasi tutti la bocca semichiusa, per non dire aperta. Un racconto bellissimo, vero e sentito.
Il maestro ci disse:
- Cari ragazzi, sulla situazione delle nostre altre truppe al comando del generale Guglielmo Pepe, e della resistenza di Venezia, ve ne parlerò in un altro racconto. Vorrei ora soffermarmi su Curtatone, Montanara e Goito.-
La classe iniziò a risvegliarsi e vociare in silenzio, ma il maestro alzò il braccio destro a mezz’aria e chiese di nuovo il silenzio.
- Questo che vi ho letto è un corto brano di storia che il nostro Giacinto dè Sivo rilasciò tempo fa ai giornali. E’ storia vera. Quale la mia preoccupazione? Che questa storia verissima non sarà riportata ai posteri, che i nostri morti napoletani non saranno ricordati nel futuro! Io sento, spero sia solo mia immaginazione, che la Storia ci sarà contro, che l’Inghilterra vincerà con una dinastia che non sarà la nostra e sarà posta la “damnatio memoriae” nei nostri confronti.

- Poi l’Inghilterra sta preparando il Canale di Suez che permetterà di “scavalcare l’Africa per i navigli provenienti dall’oceano indiano…e questo fatto non mi convince…

Quanta verità usciva dalle parole del maestro, pensai io. E’ vero, se il Rodriguez, se il Viglia, se Ferdinando II non saranno mai ricordati nel futuro…allora tutto sarà perso. Chi scriverà la storia vera? Ma sarà mai scritta di nuovo? 

La campana di fine studio suonò e lasciammo la scuola in gran silenzio. Ognuno di noi era un Rodriguez, ognuno un Viglia, ognuno un soldato di Curtatone, Montanara e Goito, ognuno un napoletano!
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Tratto da uno scritto di Giacinto dè Sivo, drammaturgo, letterato e storico del Regno delle Due Sicilie, Maddaloni (Regno delle Due Sicilie)

Fonte: da facebook di di Domenico Iannantuoni    del 24 novembre 2019

venerdì 15 novembre 2019

IL SENSO DELLA SCUOLA




Questa mattina, appena sveglio, ho trovato una busta chiusa sul mio comodino e ne sono rimasto stupito. La grafia era quella di mio padre che riconosco a distanza…poi c’era anche la sua firma.

- Per Francesco, firmato Raffaele Latella.- Così era scritto sulla busta.
Stropicciai gli occhi e ne iniziai la lettura.

Caro Francesco,
ieri abbiamo fatto una bella ed istruttiva passeggiata e credimi ne sono stato felicissimo.
Ne ho raccontato alcuni particolari a tua madre mentre tu eri già a letto e poi, non avendo sonno, mi è venuto in mente di scriverti questa mia lettera che ci renderà ancor più amici di quanto già noi siamo.

Volevo parlarti del significato e del senso della scuola che io pure ho frequentato fino all’università.

Per noi dello Stato delle Due Sicilie, devi sapere, che la scuola ha un senso profondo ed etico che capirai meglio durante i tuoi studi. Noi non studiamo obbligatoriamente per progredire e sopravanzare così gli altri popoli, ma progrediamo naturalmente approfondendo le nostre conoscenze come banale risultato del nostro studio. E’ questa una delle ragioni del nostro comportamento fatalista, che non vuol dire rassegnato ma bensì riportato alla volontà di Dio. 
Molti, nei paesi del Nord, vedono gli studenti come militari in carriera, obbligati allo studio per la crescita del sapere ma non del senso della sapienza; cosa, questa, per noi primaria prima ancora del sapere medesimo. Ecco, per esempio, come abbiamo costruito nella nostra Città, nel 1737, primo al mondo, il più bel teatro per la musica, il San Carlo che poi funse da modello per tutti gli altri teatri di cui leggi sui giornali.

Non studiare dunque per primeggiare, ma per apprendere. 
Aiuta i tuoi compagni in difficoltà e non dirlo mai a nessuno. 
Chiedi umilmente, se ti è necessario, l’aiuto ad altri e non dimenticarti mai di menzionare chi ti ha dato aiuto.
Vedi la tua scuola come una chiesa e rispettala. 
Ama il tuo maestro e ascoltalo sempre poiché è lui che ti sta forgiando nel tuo futuro di uomo.
La sapienza sia per te non quanto saprai ma come tu lo saprai e sorridi sempre nelle difficoltà della vita.

Un bacio, tuo Padre

Fonte: srs di Domenico Iannantuoni, da Facebool, Quelli di Casalnuovo Monterotaro…oltre ogni pregiudizio


martedì 12 novembre 2019

VINCENZO DI BARTOLO E LA ROTTA DEL PEPE




Vincenzo di Bartolo

Mia madre mi accompagnò a scuola, anche se ormai spesse volte questa la raggiungevo da solo, perché quella mattina aveva degli impegni presso la sartoria che stava lì vicino e forse mi avrebbe aspettato fino all’orario di uscita.
Mentre camminavamo non parlai mai perché i miei pensieri andavano continuamente alla bella lettera di mio padre.
Giunto a scuola baciai mia madre e distrattamente entrai.
Ma quel giorno sarebbe stato per me e per tutti i miei compagni un giorno veramente speciale.
Il mio maestro sbrigò in fretta le rituali formalità, attese un paio di minuti per veder entrare Antonio Loffredo (sempre in ritardo canonico) poi, si avvicinò alla porta e si rassicurò che fosse veramente chiusa. Con fare coinvolgente della sua mimica si avvicinò a noi camminando in punta di piedi e pose il dito indice sulle sue labbra in posizione verticale emettendo un sibilante – Sssssssssh- segno di richiesta di silenzio totale.
Poi a bassa voce ci disse: - Oggi ragazzi, è una giornata speciale…la giornata del racconto mensile! – Rimanemmo tutti di stucco e silenti.- Il maestro proseguì. – Oggi vi parlerò, anzi vi leggerò di un grande uomo delle Due Sicilie che risponde al nome di Vincenzo di Bartolo…ma mi raccomando, massimo silenzio per avere la vostra massima attenzione. Poi aprì un libro di una certa dimensione e iniziò a leggere.

Vincenzo Di Bartolo nacque ad Ustica (PA) nel 1802 e vi morì nel 1849. Egli fu un grande navigatore ancora oggi orgoglio della nostra marina duo-siciliana.
Il padre Ignazio e sua madre Caterina Pirera, fecero non pochi sacrifici per fargli frequentare il pregiatissimo Istituto Nautico di Palermo. Poi Vincenzo, finita la scuola nautica, iniziò a navigare con impegni sempre nuovi e con armatori diversi. Egli però era anche un vero navigatore internazionale ed osservava come le grandi potenze del Nord Europa avessero formato un monopolio su alcuni prodotti delle terre lontane e principalmente quelle asiatiche. Gran Bretagna, Olanda, Francia, Danimarca e Svezia, avevano fondato tutte una propria Compagnia delle Indie orientali e stabilito così una specie di “cartello” monopolistico per la vendita di tutte le spezie. Tra queste vi era una spezia molto importante per noi: il pepe nero!
Esso era venduto a cifre elevatissime dalle Compagnie delle Indie delle nazioni sopra richiamate costringendo gli stati a loro vassalli ad un vero e proprio salasso economico.
Il pepe non veniva usato solo per le sue caratteristiche culinarie, ma soprattutto perché la sua funzione negli alimenti era quella di coadiuvarne la loro conservazione.

Aprire una via del “pepe” che fosse solo dello Stato delle Due Sicilie, rimase il suo cruccio fondamentale per diversi anni finchè trovò maniera di far conoscere questa sua idea all’Ammiraglio della marina mercantile delle Due Sicilie.
L’ipotesi giunse quindi sul tavolo del re Ferdinando II, il quale ne rimase favorevolmente colpito, e direi addirittura entusiasta. Quindi approvò il progetto ma con pochi denari. Mise a disposizione del capitano Vincenzo di Bartolo uno stipendio fisso ma non gli garantì quello per la ciurma. Quindi gli concesse in uso il brigantino “Elisa” da 248 tonnellate di stazza. Ma al resto dei soldi doveva pensarci Vincenzo di Bartolo il quale, anziché annichilirsi, rimase felicissimo dell’intenzione di Ferdinando II.

Procurarsi i soldi per lui era semplicissimo avendo a disposizione una nave.
Contattò di lì a poco alcune aziende siciliane e calabresi dedite alla produzione del sapone derivato dall’olio lampante d’oliva. Questo era un pregiatissimo prodotto di cui le Due Sicilie andavano veramente fiere, e con queste aziende egli stabilì un pagamento della merce a vendita avvenuta, cioè al ritorno dal viaggio. Assunse poi una ciurma esperta di navigazione con promessa di pagamento a viaggio effettuato e a Palermo non ebbe difficoltà a trovarla. 




Caricò il suo brigantino e con le armi delle Due Sicilie spiegate al vento salpò da Palermo diretto a Boston, in America del Nord.
In America la fame di sapone era nota a tutti gli europei e le Due Sicilie erano la prima potenza industriale produttrice d’Europa.
Giunto che fu a Boston, gli advisor portuali comprarono tutto il carico del di Bartolo, ad ottimo prezzo, e questi, quasi subito, tornò a Palermo gioioso e pieno di dollari.

A Palermo, Vincenzo di Bartolo subito si recò presso la sede del Banco di Sicilia (Socia del Banco delle Due Sicilie) per farsi cambiare i dollari in ducati, saldò tutti i suoi debiti verso i produttori di sapone e della ciurma, ma gli rimase a disposizione ancora una cospicua cifra per il suo viaggio verso le Indie Orientali. Era raggiante.

Sapendo che le acque di Sumatra e dell’Indonesia in genere erano pullulanti di navi pirata, fece dipingere il brigantino con i colori di una nave da guerra ed all’uopo montò a prua una piccola colubrina che fosse ben visibile.
Caricò dunque il vascello di tutte le produzioni tipiche delle Due Sicilie, quali vasi e ceramiche, specchi, sete, lane e tessuti, scacciapensieri e strumenti musicali, ed una gran quantità di ciò che noi chiamiamo cianfrusaglie ma di impatto per una eventuale compravendita.
Poi lanciò il bando per la ciurma, ancora di dodici persone, ma questa volta la selezione fu più accorta e predilesse chi aveva già fatto qualche circumnavigazione dell’Africa.
Completato l’equipaggio e stabiliti i salari, si dedicò con il suo vicecomandante appena nominato ai rifornimenti di acqua e vino e quindi dei viveri tra cui predilesse arance, mandarini, mele “annurca” e Cotogne e altre mele dolci e frutte di stagione durevoli, molti boccacci di frutta conservata e fichi secchi. Quindi farina per una buona panificazione di bordo e pasta secca in abbondanza, salumi e formaggi dei colli Nebrodi siciliani in gran quantità. Non mancarono diversi barili di buono e forte vino nero e bianco di sicilia e quindi di “Marsala”ed acqua a iosa.
Poi sul molo, al momento di salpare, si raccolse una gran quantità di gente ed anche una banda musicale di Palermo che rallegrò il saluto ai nostri viaggiatori con l’inno al Re.






Il viaggio iniziato in un giorno di aprile fu bellissimo e gli scali per approvvigionarsi di acqua fresca furono alle Canarie, a Capo Verde, a Città del Capo, e quindi fu affrontato il tratto più lungo del viaggio con arrivo a Sumatra, dopo soli 68 giorni di navigazione; era il primo di luglio del 1839!

Era la prima volta che un veliero del Regno delle Due Sicilie si spingeva così lontano nelle Indie Orientali, rompendo così il monopolio del commercio del pepe mantenuto sino a quel momento da marine mercantili potenti e agguerrite come quelle inglese e olandese. Marine che non avevano certo a cuore un libero scambio di prodotti come lo era nella mente del nostro comandante.

Vincenzo di Bartolo ed il suo equipaggio furono accolti con gentilezza dagli indigeni i quali apprezzarono subito lo scambio di doni con gioia e festosità. Una nota particolare va al grande apprezzamento non solo dei tessuti e dei manufatti in genere quanto al gusto eccellente dei prodotti alimentari delle Due Sicilie. Gusto unico al mondo!
In breve dunque la porzione sud occidentale dell’isola di Sumatra iniziò la raccolta del “pepe nero e della “noce moscata” e di altre spezie sconosciute al di Bartolo ma un problema sopraggiunse immediatamente; il carico era leggerissimo e il brigantino non avrebbe retto il mare.

Anche in questo caso l’amicizia del capo-villaggio fu tale che in breve furono portate al porticciolo grandi quantità di prodotti di Sumatra tra i quali non mancavano oro e pietre preziose che nella loro cultura non rappresentavano grande valore commerciale.
La parte bassa della stiva fu colmata con questi preziosi doni e sopra questi trovarono alloggio le leggere spezie.
Dopo pochi giorni il comandante Vincenzo di Bartolo, salutati i responsabili degli indigeni e stabiliti con loro rapporti di commercio continuativo, volse la prua all’oceano indiano ed iniziò il viaggio di rientro.
Verso il finire del mese di ottobre dello stesso anno 1839 il porto di Palermo era già visibile all’orizzonte.
La gioia ed il tripudio di gente, al suo ingresso in porto, fu enorme. Anche il vicerè delle Due Sicilie si aggiunse alle personalità di spicco cittadine.
Tutta la notte fu poi rischiarata da bellissimi fuochi d’artificio e a Di Bartolo ed al suo equipaggio fu donata una ricchissima cena di “bentornato”.

La via del “pepe”, autonoma ed autarchica, era aperta definitivamente e lo Stato delle Due Sicilie non fu più obbligato da quel giorno, a subire i prezzi imposti dalle Compagnie Indiane Orientali inglesi, o olandesi o danesi o svedesi.
Il pepe nero, di ottima qualità, entrò quindi a prezzi minimi, oserei dire insignificanti fino ad allora, nelle produzioni alimentari casearie e dei salumi per la loro conservazione, nonché grande fu l’uso in cucina e nella farmacia delle Due Sicilie.
Ferdinando II nominò il comandante Vincenzo di Bartolo Ammiraglio della marina mercantile. Egli fece molti altri viaggi verso l’Indonesia e Sumatra non solo a carattere commerciale ma anche diplomatico.
A lui, inoltre, dobbiamo riconoscere l’apertura delle ambasciate delle Due Sicilie in quei paesi dell’estremo oriente.

Fonte: srs di Domenico Iannantuoni, da Facebool, Quelli di Casalnuovo Monterotaro…oltre ogni pregiudizio