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domenica 27 settembre 2026

COME FA'

 



Come fa’ una classe politica a risolvere i problemi di una nazione se il problema di quella nazione e’ proprio  la sua classe politica



mercoledì 24 gennaio 2024

RICORDATE QUELLA FOTO DEGLI OPERAI EDILI CHE PRANZANO SULL’IMPALCATURA DEL ROCKEFELLER PALZA DI NEW YORK IN COSTRUZIONE?


 

Bene, l’autore dello scatto è Charles Ebbets. La foto fu scattata al 69° piano dell’edificio, a 256 metri d’altezza, negli ultimi mesi di costruzione.

Ebbets scattò una delle immagini più iconiche di tutti i tempi, “Pranzo in cima ad un grattacielo” (Lunch atop a Skyscraper), storica foto del 1932, che tuttavia gli fu ufficialmente attribuita solo nel 2003. Il Time nel 2016 l’ha inserita nell’elenco delle 100 foto più importanti di tutti i tempi.

Fu uno scatto spontaneo o gli operai erano in posa?. Dopo tanti anni si scoprì anche questo: gli operai erano autentici, l’altezza altrettanto, ma erano in posa per una campagna pubblicitaria del Rockefeller Center.


martedì 7 febbraio 2017

LINO MANFROTTO. DOMENICA MATTINA SI È SPENTO A BASSANO DEL GRAPPA UNA DELLE STELLE DEL FIRMAMENTO DELL’IMPRENDITORIA VENETA.


Bassano Del Grappa. Domenica mattina,  5 febbraio 2017,  ci ha lasciato Lino Manfrotto,


Lino Manfrotto, l’imprenditore scomparso ieri mattina a 80 anni


BASSANODEL GRAPPA. Da un garage ad un marchio conosciuto in tutto il mondo. Se ne va uno degli industriali di riferimento del territorio bassanese. Lino Manfrotto, fondatore dell’omonima azienda, si è spento nella prima mattinata di ieri nella villa di via Motton, attorniato dall’affetto dei propri familiari. Aveva 80 anni. Manfrotto ha incarnato l’esempio dell’imprenditore lungimirante che con passione e determinazione riesce a raggiungere i propri obiettivi, riuscendo a gettare lo sguardo oltre l’orizzonte.

Ha iniziato la sua carriera sul finire degli anni ’60, in città, come fotoreporter per le testate locali tra le quali il Giornale di Vicenza. A quei tempi le attrezzature di un fotografo erano molto ingombranti, per cui non facilitavano il lavoro dei professionisti.

Il mercato offriva una vasta gamma di flash da studio e illuminatori al quarzo, ma trascurava completamente gli accessori di base come gli stativi, i bracci e i morsetti. Così, con l’aiuto del suo assistente, Lino Manfrotto creò i suoi primi prodotti, tra cui un leggero ma robusto supporto per luci.

Per un paio di anni produsse solo pochi pezzi, per soddisfare le esigenze dei suoi amici fotografi. In seguito, però, decise di presentarli a livello internazionale, ottenendo il suo primo ordine importante da un distributore svizzero. Ben presto il suo garage divenne un laboratorio di produzione. Fu lì che i primi bracci, aste telescopiche e altri supporti col nome Manfrotto vennero fabbricati. In pochi anni si rese conto che la capacità di produzione era insufficiente ad esaudire tutti gli ordini dei clienti in arrivo.

Ecco quindi che nel 1972 incontrò Gilberto Battocchio, tecnico metalmeccanico con il quale diede avvio a un sodalizio che portò la Manfrotto a diventare una società leader a livello mondiale.
Nel 1974 fu lanciato il primo treppiedi, che ebbe successo in tutto il mondo, come molti altri componenti. La concorrenza cercava di stare al passo, copiando le soluzioni innovative di Manfrotto, ma non ce n’era per nessuno.
Il gruppo, intanto, continuava a crescere, tanto che 1986 Manfrotto, che già contava 6 stabilimenti in città, decise di insediarsi anche a Feltre con 5 nuovi sedi.
Tra il 1987 e il 1988 venne fondato il marchio Avenger ed iniziò a produrre rispondendo alle esigenze dei mercati fotografici e cinematografici.
La qualità del prodotto diventò il marchio di garanzia di questa gamma, in grado di resistere ad un uso estremo, condizioni atmosferiche difficili e con elevate capacità di carico.
Nel 1989 l’intera partecipazione Lino Manfrotto venne ceduta al Vitec Group plc, quotato alla Borsa di Londra, a quel tempo operante nel settore broadcast con americani, tedeschi, inglesi e filiali francesi. Dopodiché inizierà una serie di acquisizioni.
Di lui serba un ottimo ricordo Francesco Bernardi, ex presidente del raggruppamento bassanese di Confindustria Vicenza, che ha lavorato per la Manfrotto diversi anni.«Era una persona estremamente corretta - riferisce Bernardi - Un uomo coraggioso, preciso e molto perbene».

Enrico Saretta


Fonte: srs di Enrico  saretta, da Il Giornale di Vicenza del 6 dicembre 2017



SI È SPENTO LINO MANFROTTO, RE DEGLI ACCESSORI PER LA FOTOGRAFIA


A destra  Lino Manfrotto con Gilberto Battocchio 



di Elena Ferrarese

BASSANO - Grande lutto nella città di Bassano per la perdita di Lino Manfrotto, fondatore dell’omonima azienda e dell’amata Libreria Palazzo Roberti, scomparso ieri mattina. 
Manfrotto, che aveva superato gli 80 anni e viveva in una villa fuori città vicino alle case delle figlie, aveva iniziato a fare il fotografo a 16 anni, dopo la guerra, sia per matrimoni che per la cronaca dei quotidiani locali, tra i quali anche il Gazzettino.
Il suo grande impero - ha creato un marchio leader mondiale nella ideazione, produzione e distribuzione di supporti professionali per i mercati della fotografia, del video, dell'illuminazione e dell’intrattenimento, con sede a Cassola, ma stabilimenti anche a Feltre, Marcon, Israele e Cina, nonché centri di distribuzione diretta in Francia, Germania, Regno Unito, Cina, Hong Kong e Stati Uniti - se l’è creato da solo, partendo dal nulla.

«Non era di una famiglia ricca - racconta in un’intervista la figlia Lavinia, che gestisce la libreria assieme alle altre due sorelle Veronica, Lorenza - mio nonno faceva il tassista e il papà non andava bene a scuola. Però quando mia nonna gli dava i soldi per le ripetizioni, lui se li spendeva tutti per le macchine e la pellicola. Dopo un po’ si accorse che le attrezzature per la fotografia non erano buone, così incominciò a fabbricarsele per conto suo».
Aveva otto fratelli, due maschi e sei femmine. Insieme a un metalmeccanico, Gilberto Battocchio (in foto con lui), aprì un’officina e il primo stabilimento nel 1972. All’inizio non c’erano soldi, ma gli accessori per foto non li faceva quasi nessuno e gli affari andarono bene.
Anche perché, come confermano le figlie, era un uomo particolarmente combattivo: «Quando ad esempio una ditta gli copiò un articolo - continua Lavinia - il papà creò una nuova azienda e la chiamò “The Avenger”, il Vendicatore, solo per togliere fette di mercato».
Già leader mondiale del settore degli attrezzi per la fotografia e il cinema, nel 1989 la Manfrotto ha ceduto a un gruppo inglese quotato in borsa, la Divisione Imaging di Vitec Group Plc. La produzione è rimasta in Italia. Il fatturato ha continuato a salire.


Palazzo Roberti


Aveva aveva 55 anni Lino Manfrotto quando nel 1991 quando decise di comprare Palazzo Roberti, nel centro di Bassano, per andarci a vivere con la moglie Elena e i quattro figli. Ma al primo piano dal 1935 c’era una libreria, La Bassanese. Il proprietario non voleva lasciarla, malgrado lo sfratto, in più sul palazzo era stato posto un vincolo del ministero dei Beni Culturali che stabiliva che il primo piano avrebbe dovuto mantenere l’uso come libreria.


Libreria di Palazzo Roberti


Manfrotto allora ne acquistò la licenza e sistemò le figlie - che allora avevano 24, 22 e 18 anni - a lavorare nel suo interno. Non prima però di un lungo restauro che l'ha fatta diventare il negozio di libri più bello del Paese. 


Fonte: srs  di di Elena Ferrarese, da Il Gazzettino del 6 febbraio 2017




BASSANO DEL GRAPPA, MORTO LINO MANFROTTO: DAL GARAGE ALL'IMPERO DA 300 MILIONI DI EURO


Sede di Cassola


Domenica mattina nella sua casa di Bassano del Grappa si è spento Lino Manfrotto, una delle stelle del firmamento dell'imprenditoria veneta. Da reporter, decise di creare attrezzatura più leggera e maneggevole fino a conquistare il mercato mondiale



Lino Manfrontto, fondatore della famosa azienda che produce esporta attrezzature per la fotografia e il cinema in tutto il mondo, si è spento domenica mattina nella sua villa, a Bassano. Il suo impero era nato in un garage sul finire degli anni '60 fino a fatturare lo scorso anno, come gruppo Vitec oltre 300 milioni di euro. 


LA STORIA (da www.Manfrotto.it)


CHI È MANFROTTO

Con sede a Cassola (VI), Manfrotto progetta, produce, e distribuisce una vasta gamma di supporti professionali per fotocamere e illuminazioni per i mercati della fotografia, del video, del cinema e dell'intrattenimento. La linea di prodotti comprende una vasta gamma di treppiedi e teste per fotocamere, stativi per l'illuminazione e accessori.

I prodotti Manfrotto sono commercializzati attraverso le proprie società di distribuzione, Manfrotto Distribution, in Cina, Francia, Germania, Hong Kong, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti, così come attraverso distributori indipendenti in oltre 65 paesi in tutto il mondo!
La grandezza della rete distributiva internazionale e il forte lavoro di squadra tra l'azienda ei suoi distributori sono fattori chiave nel successo eccezionale della linea di prodotti. Le società distributive direttamente controllate garantiscono inoltre un accesso diretto e privilegiato al mercato, elemento essenziale per mantenere l'azienda all'avanguardia nella ricerca e nello sviluppo di nuove soluzioni.

In Manfrotto è diventata ormai tradizione investire continuamente nello sviluppo della tecnologia più recente valutando costantemente la gamma di prodotti, le esigenze di produzione e le tendenze di consumo. Questa politica garantisce che siano mantenuti i più elevati standard di qualità in tutte le fasi e stabilisce gli standard del settore.

L' inizio

Sul finire degli anni '60 Lino Manfrotto era un fotoreporter a Bassano del Grappa per il giornale veneto Il Gazzettino e il giornale di Vicenza. E 'stato anche impegnato nella fotografia industriale e pubblicitaria. A quei tempi le attrezzature di un fotografo erano ingombranti, pesanti e non facilitavano molto il lavoro dei professionisti. Il mercato offriva una vasta gamma di flash da studio e illuminatori al quarzo, ma trascurava completamente gli accessori di base come gli stativi, i bracci e i morsetti.

Così, con l'aiuto del suo assistente, Lino Manfrotto creò i suoi primi prodotti, tra cui un leggero ma robusto supporto per luci finalmente abbastanza alto. Per un paio di anni produsse solo pochi pezzi per soddisfare le esigenze dei suoi amici fotografi. In seguito decise di presentarli a livello internazionale, ottenendo il suo primo ordine importante da un distributore svizzero.

Il garage divenne un laboratorio di produzione. Fu lì che i primi bracci, aste telescopiche e altri stativi Manfrotto vennero fabbricati. Ben presto però si rese conto che la capacità di produzione era insufficiente ad esaudire tutti gli ordini dei clienti in arrivo.

Gli anni '70

Nel 1972 Lino Manfrotto incontrò Gilberto Battocchio, un tecnico che lavorava per un'azienda metalmeccanica di Bassano del Grappa. L'anima commerciale incontra la sua controparte tecnica. Un momento fondamentale. Le soluzioni richieste da Lino Manfrotto iniziavano a prendere forma. I due formarono una grande squadra, e nel giro di pochi anni crearono una società leader a livello mondiale.
Nel 1974 fu lanciato il primo treppiedi Manfrotto. Innovativo, leggero e versatile, i treppiedi e gli stativi Manfrotto riscuotevano successi in tutto il mondo. Articoli come il Superboom, l'Autopole®, ed il Superclamp® divennero presto una componente molto importante di tutti gli studio fotografici nel mondo.  E la concorrenza? Cercavano di copiare ma non riuscivano a raggiungere gli stessi standard di qualità, innovazione e servizio di Manfrotto.

Gli anni '80

Il gruppo crebbe e nel 1986 Manfrotto, che già contava 6 stabilimenti a Bassano del Grappa, decise di insediarsi anche a Feltre con 5 nuovi stabilimenti.

Nel 1987/88 venne fondato il marchio Avenger ed iniziò a produrre rispondendo alle esigenze dei mercati fotografici e cinematografici. La qualità del prodotto diventò il marchio di garanzia di questa gamma, in grado di resistere ad un uso estremo, condizioni atmosferiche difficili e con elevate capacità di carico.

Prodotti innovativi, un marchio riconosciuto in tutto il mondo, un vasto network di distributori in 140 paesi e risorse umane altamente qualificate, attirarono gli investitori esteri. Nel 1989 infatti l'intera partecipazione Lino Manfrotto venne ceduta al Vitec Group plc, quotato alla Borsa di Londra, a quel tempo operante nel settore broadcast con con americani, tedeschi, inglesi e filiali francesi.

Gli anni 90's

Nel 1992 venne acquisita l'azienda francese Gitzo, leader nel settore dei treppiedi e delle teste per la fotografia professionale e amatoriale.

Nel 1993 venne acquisita la società americana Bogen, leader nella distribuzione di materiale fotografico negli Stati Uniti.

2000-2010 

Nel 2004 viene lanciata in Germania la società di distribuzione Bogen Imaging Gmb.

Nel 2005 Kata, una società israeliana leader nel settore delle borse per videocamere, viene acquisita. Nello stesso anno il gruppo ottiene la licenza per distribuire le borse fotografiche National Geographic.

Nel 2006 vengono aggiunte due nuove società alla rete di distribuzione Bogen Imaging, una in Giappone e l'altro nel Regno Unito.

Nel 2010, Bogen Imaging cambia nome per diventare Manfrotto Distribution in Germania, Francia, Italia, Regno Unito, Giappone e Stati Uniti. Nello stesso anno vengono create due nuove società di distribuzione Manfrotto, con sede a Shanghai e Hong Kong.

Nel 2011 viene acquistato il marchio Lastolite, produttore di fondali e attrezzature di controllo della luce per fotografia e video. Lastolite diventa anche il distributore di fondali di carta a marchio Colorama.

Gli anni recenti e il futuro

Negli anni recenti, l'incremento della tecnologia digitale ha profondamente cambiato il settore foto e video e sta creando milioni di nuovi amanti della fotografia. Manfrotto ha anticipato questo trend e sta sfruttando la propria esperienza per offrire nuove soluzioni per fotografi e videografi in tutto il mondo.

Nel 2010 Manfrotto ha intrapreso un processo di evoluzione del brand, ampliando la sua base di consumatori e includendo oltre ai professionisti e agli hobbisti, anche la nuova popolazione dei "social recorder" - i consumatori che si avvicinano alla fotografia attraverso smartphone e fotocamere più piccole, e per i quali foto e video sono una moneta sociale chiave da condividere sui social network. La promessa del brand passa dunque dalla precedente "Proven Professional" all'odierno "Imagine More" - Manfrotto inizia il suo viaggio per diventare un "Power Brand".

"Manfrotto Imagine More" si pone come mission di aiutare la comunità creativa ad esprimere e ad esplorare l'immaginazione, qualunque sia il livello di competenza  tecnica. Questa mission sta guidando l'azienda verso nuovi prodotti come le luci a LED, gli accessori per iPhone®, nuove soluzioni per la ripresa video, nuove borse e soluzioni per gli appassionati di imaging e i professionisti di tutto il mondo - indipendentemente dal loro livello di abilità e il tipo di attrezzatura che usano.

Da Manfrotto chi siamo


Fonte: da VICENZA TODAY del 6 febbraio 2017-02-05




venerdì 16 dicembre 2016

SEBASTIAO SALGADO: FOTOGRAFIA IN VIA DI ESTINZIONE, RESTERÀ SOLO L’IMMAGINE

Sebastião Salgado è un fotografo brasiliano che, attualmente, vive a Parigi. È considerato il più grande fotografo a livello mondiale dei nostri tempi.


La fotografia è in via di estinzione: le restano al massimo 20 o 30 anni di vita. A sostenerlo è il fotografo brasiliano Sebastiao Salgado, tra i più premiati e apprezzati al mondo.


Per il 72enne Salgado, che per quattro decenni ha viaggiato per dare un volto alle popolazioni degli angoli più remoti del mondo e per immortalare le bellezze nascoste dei cinque continenti, in futuro la fotografia sarà sostituita dalla “immagine”, linguaggio a suo avviso estraneo alla qualità , all’arte e alla memoria. “La fotografia sta soccombendo perché ciò che si vede su Instagam o sui telefoni cellulari non è fotografia. La fotografia è un oggetto materializzato che si stampa, si ha, si guarda”, ha dichiarato Salgado in un confronto con un gruppo di giornalisti, durante una cerimonia in suo omaggio a Rio de Janeiro.

“La fotografia – ha proseguito Salgado – è ciò che i tuoi genitori hanno fatto quando tu eri bambino. E’ qualcosa di intrinseco, che si tocca. Oggi esistono solo immagini e le immagini non sono fotografia”, ha concluso l’artista. “Il processo di eliminazione della fotografia è in corso”.

Salgado ha poi espresso la sua ritrosia per il mondo dei social network e delle immagini virtuali. “Non mi piace Instagram”, ha dichiarato a questo proposito. “So che ai giovani piace, ma io non ce l’ho. Avrei l’impressione di abbassarmi i pantaloni e mostrare le natiche dalla finestra. Come se facessi vedere la mia vita a tutti”, ha spiegato. “So che esiste qualcosa a mio nome, ma non è mio. Non so neppure usare il computer, questa è la verità. Ho già 72 anni e per la mia generazione è molto complicato”.


Fonte: da Umbria e  cultura.it del 31 ottobre 2016


5 LEZIONI DA SEBASTIAO SALGADO SULLA FOTOGRAFIA




L’Africa è un posto molto particolare, magico e seducente. Ne viene rapito sia chi è abituato a vivere in mezzo al verde sia chi, al contrario, ha sempre vissuto nella frenesia della città.

La culla del genere umano, nonostante il progresso che nei millenni ha coinvolto il resto del pianeta, è riuscita a conservare i suoi colori e la sua musica, ma anche la sua crudezza, la sua sofferenza e le sue contraddizioni.

È molto facile che questo mix di emozioni possa travolgere il “visitatore medio”, ovvero colui che vi si reca in vacanza o per mille altri motivi.

Succede così che un posato economista e statistico brasiliano si innamori a tal punto di questa terra baciata dal Sole da mollare tutto, compreso un lavoro sicuro e una possibile, fulgida, carriera nell’alta finanza, per imbracciare una fotocamera e sposare la causa africana.

Sì, perché Sebastiao Salgado decide di diventare fotografo proprio all’indomani di uno dei suoi viaggi in Africa, commissionatogli dalla banca di investimento parigina per la quale lavorava.

Il preambolo è necessario per spiegare il doppio filo che legherà Salgado all’Africa ma più in generale ai paesi del terzo mondo e per comprendere la sofferenza che lo accompagnerà, durante tutta la sua lunga carriera.

Sebastiao Salgado decide di diventare un fotografo esattamente nel 1973. Per quasi trent’anni, gira il mondo con in mano la sua fotocamera da 35 mm (prima Leica, poi Pentax e infine, con l’avvento del digitale, una Canon 1Ds Mark III), realizzando reportage in tutti i cinque continenti, ma focalizzando la sua attenzione prettamente sull’America Latina e sull’Africa.

Grazie alla profonda sensibilità umana e artistica del fotografo, i reportage da lui firmati fanno il giro del mondo e le sue pubblicazioni riscuotono un successo planetario.

Ma Salgado è costretto a pagare a caro prezzo il suo amore verso i più deboli. Agli inizi del duemila, infatti, i suoi occhi avevano ormai visto troppa sofferenza.

“In Ruanda vidi la brutalità totale. Vidi persone morire a migliaia ogni giorno e persi la fiducia nella nostra specie. Non credevo che fosse più possibile per noi vivere. Fu a quel punto che mi ammalai”. E si ammala a tal punto che i medici gli consigliano di abbandonare la fotografia.

Allora torna nella terra natìa brasiliana e lì, spinto ancora dall’amore verso il pianeta, intraprende il folle tentativo di riforestare tutta la regione in cui aveva vissuto fino alla sua adolescenza. Meno di dieci anni dopo, oltre due milioni e mezzo di nuovi alberi avevano ricoperto chilometri quadrati di deserto.

L’impresa gli fa tornare la voglia di vivere e di fotografare. Nasce così “Genesi”, un nuovo e maestoso progetto fotografico, animato da una rinnovata speranza: quella di salvare il mondo da un destino che appare ormai segnato.

È questo il momento in cui cambia anche la sua fotografia, non più incentrata sulla denuncia della sofferenza umana, bensì sulla descrizione delle bellezze della natura.

“Fino ad allora, l’unico animale che avevo fotografato era stato l’uomo: era arrivato il momento di immortalare tutti gli altri animali. Volevo fotografare panorami ma anche lo stesso uomo in ciò che era all’origine, cioè immerso nella natura”.
Coraggio, etica, denuncia sociale e sensibilità, condite da uno stile fotografico eccezionale: “Il linguaggio fotografico è un linguaggio formale, legato all’estetica. Certamente, se le mie fotografie arrivano ad essere esposte in un museo, vuol dire che hanno anche un valore estetico che le contraddistingue, ma non voglio assolutamente che queste siano lette come delle opere d’arte. Infatti, non nascono per essere oggetto d’arte, ma come un insieme di immagini per informare, per provocare discussioni, dibattiti. Sono prima di tutto un giornalista e un fotoreporter”.

Sebastiao Salgado è certamente uno dei fotografi contemporanei più influenti dei nostri tempi e uno studio attento delle sue immagini e delle sue parole può senz’altro aiutarci a migliorare la nostra fotografia. Vediamo come.


1. Racconta in bianco e nero





“Quando ho iniziato a fotografare, i colori erano molto saturi. C’era il rischio che prendessero il sopravvento sui soggetti che volevo mostrare, sulla dignità delle persone, sui sentimenti, sulla storia. La bellezza dei colori rischiava di cancellare tutto il resto”. Salgado interpreta la presenza del colore, nelle foto, come un elemento di disturbo.
“Nelle fotografie a colori c’è già tutto. Una foto in bianco e nero invece è come un’illustrazione parziale della realtà. Chi la guarda, deve ricostruirla attraverso la propria memoria che è sempre a colori, assimilandola a poco a poco. C’è quindi un’interazione molto forte tra l’immagine e chi la guarda. La foto in bianco e nero può essere interiorizzata molto di più di una foto a colori, che è un prodotto praticamente finito”.

Insegnamento

Salgado ci dà implicitamente un suggerimento: se vogliamo raccontare una storia ed entrare in simbiosi con chi guarda le nostre fotografie, l’uso del bianco e nero può essere uno stratagemma molto utile. Da un punto di vista della resa fotografica, però, è importante che la fotografia venga “pensata” in bianco e nero già nel momento dello scatto.
Certo, per ottenere una foto monocromatica è sufficiente convertire in postproduzione una foto a colori, ma se vogliamo ottenere una foto davvero eccezionale, sono necessari alcuni accorgimenti già prima di scattare.
Ad esempio, bisogna previsualizzare l’immagine che stiamo riprendendo in toni di bianco e di nero, senza considerare la presenza dei colori. Di conseguenza, la composizione dell’inquadratura dovrà tenere conto innanzitutto del contrasto tra bianchi e neri, tra chiari e scuri, cercandone l’equilibrio.
Inoltre bisogna cercare di comprendere, nella composizione, grandi aree bianche (come il cielo) o grandi aree scure (come i prati), altrimenti ci si ritrova con un’immagine finale molto sbilanciata nei toni.
Infine, bisogna sfruttare la massimo gli effetti della luce e delle relative ombre, prediligendo una luce radente. La luce “piatta” spesso dà vita a delle ampie zone di grigio, difficilmente correggibili anche in post produzione.


2. Impara ad avere pazienza




“Chi non ama aspettare, non può diventare un fotografo”1: è una frase che Sebastiao Salgado scrive in un suo libro, riferendosi alla sua impresa di riuscire a fotografare una tartaruga gigante alle Galapagos. Inizialmente, ogni volta che lui si avvicinava, la tartaruga scappava, rendendo difficile la giusta inquadratura.
Alla fine capì che sbagliava l’approccio: “Mi sono accovacciato e ho camminato alla sua stessa altezza, con le mani e le ginocchia per terra. Da quel momento la tartaruga non è più fuggita…Così ho potuto iniziare a fotografarla. Mi ci è voluta una giornata intera per avvicinare la tartaruga. Tutta una giornata per farle capire che rispettavo il suo territorio”.
Poi spiega: “Spesso si dice che i fotografi siano cacciatori di immagini. È vero, siamo come cacciatori che passano molto tempo a spiare la selvaggina, ad attendere che esca dalla tana. Fotografare è la stessa cosa: bisogna avere la pazienza di aspettare che accada qualcosa. Perché qualcosa accadrà, per forza. Nella maggior parte dei casi non si hanno i mezzi per accelerare gli avvenimenti. Bisogna quindi saper assaporare la pazienza”.

Insegnamento

Se sei appassionato di street photography, o di reportage in generale, devi mettere in conto che la fretta è cattiva consigliera e portatrice di cattivi scatti. Nella fotografia di reportage, al contrario degli altri tipi di fotografia come quella di paesaggio, gli eventi cambiano e si evolvono rapidamente, perché i soggetti che compongono la scena sono in continuo movimento.
La pazienza è la qualità più importante per un fotografo e per ottenere una buona fotografia devi avere sotto controllo molti fattori, come ad esempio una giusta luce che illumini i volti oppure uno sfondo non troppo denso di particolari, per non avere una composizione troppo caotica.
Così come Salgado faceva con la tartaruga, muoviti intorno alla scena, cambia l’angolazione e varia il tuo punto di vista. Avere la pazienza di aspettare l’evolversi di una situazione, svilupperà anche il tuo intuito nel tempo, facendoti capire in anticipo le eventuali potenzialità di una scena.


3. Valuta la forza dei tuoi soggetti




“Secondo me una fotografia è riuscita quando riesce a riprodurre e a trasmettere le emozioni che ho provato mentre scattavo. Naturalmente esistono molti diversi tipi di foto e diverse intenzioni fotografiche. Io appartengo alla famiglia di quei fotografi che vanno verso gli altri, verso il mondo. I fotografi che cercano di cogliere le emozioni e l’istantaneità del reale. Per me fotografare è un’avventura e una scoperta. Ma ci sono molte cose che una foto non riesce a trasmettere. Ad esempio certi paesaggi grandiosi. Quando mi rendo conto che non riesco a cogliere quello che vorrei, allora lascio la macchina fotografica e mi limito a guardare, a vivere”.
Sebastiao Salgado è il primo critico di se stesso e la sua grande esperienza gli fa capire già in anticipo se un’immagine potrà risultare fotograficamente interessante o meno.

Insegnamento

Molte volte, uscendo a fotografare, ci troviamo davanti a paesaggi meravigliosi. Siamo lì con la nostra fotocamera e ci sentiamo fortunati, perché siamo convinti che otteremo degli scatti fantastici. Salvo poi rimanere delusi, una volta tornati a casa, quando scopriamo che la nostro foto corrisponde solo in minima parte allo spettacolo della natura a cui abbiamo assistito.
Devi partire dal presupposto che la fotografia è in grado di riprodurre solo uno dei tuoi sensi, ossia la vista. Ormai è istintivo ma, quando veniamo presi dall’emozione derivante da uno spettacolo della natura, tutti i cinque sensi concorrono ad emozionarci.
E così i profumi del fiori o del mare, oppure il caldo del Sole, o ancora i rumori ambientali, contribuiscono a rendere davvero unico ciò che stiamo guardando. A questo, aggiungi il fatto che il tuo occhio è una fotocamera eccezionale, molto più avanzata di qualsiasi reflex in commercio, perché ti permette di avere un angolo di visione molto esteso, senza nessun tipo di distorsione.
Una buona alternativa può essere quella di concentrarsi soltanto su alcuni aspetti della scena, magari enfatizzando un particolare che è immerso nel contesto. Per esempio mettendo in primo piano un sasso che spunta dal mare oppure l’ombra di un albero che si staglia sulla sabbia. In questo modo le tue fotografie acquisteranno molta più personalità e carattere.


4. Sfrutta la tua formazione




Sebastiao Salgado si avvicina tardi alla fotografia, ovvero alla soglia dei 30 anni, dopo aver completato i suoi studi di economia. Nonostante ciò, il fotografo brasiliano considera quegli anni importantissimi anche per la sua formazione fotografica.
“L’economia mi ha insegnato a guardare, contestualizzare, comprendere e sintetizzare. Inoltre, se non avessi avuto la formazione da economista, non so se mi sarei interessato allo stesso modo agli uomini e al mondo del lavoro. Insomma, anche se non appare sempre direttamente, gli studi di economia continuano ad agire dentro di me e a orientare il mio lavoro fotografico”.

Insegnamento

A volte la passione per la fotografia nasce fin da giovanissimi mentre, molto più spesso, è qualcosa che sboccia definitivamente quando si è più grandi. Come spiega Salgado, però, quel che abbiamo appreso nella nostra vita non solo può tornarci utile per i nostri scatti, ma addirittura può essere la discriminante che caratterizza il nostro stile fotografico.
Cerca di trarre vantaggio dalla tua formazione, cercando di afferrare particolari che tutti gli altri non possono cogliere. Conoscere perfettamente un determinato campo, può avvantaggiarti sia nelle scelte dei soggetti, sia da un punto di vista tecnico che emotivo.
Per esempio potresti iniziare realizzando un reportage sul tuo ambiente di lavoro, mettendo in evidenza quegli aspetti più profondi che tu conosci sicuramente meglio di chi, quel lavoro, non l’ha mai fatto. Molte volte utilizziamo i nostri hobby come “fuga” dal quotidiano, Salgado invece ti insegna che proprio grazie al tuo quotidiano puoi crescere come fotografo.


5. Progetta a lungo termine




Quel che più caratterizza la produzione di Salgado, è la progettualità a lungo termine.
“Other Americas”, per l’agenzia Magnum, dura 7 anni (1977-1984); per 18 mesi (1984-1986) lavora ad un progetto documentaristico sul problema della carestia in Africa; dal 1986 al 1992 viaggia attraverso 23 paesi differenti, per un progetto fotografico basato sulla fine della manodopera industriale su larga scala; dal 1993 al 1999 si occupa del tema delle migrazioni umane. Il suo progetto più monumentale però è “Genesi”, durato ben dieci anni (2003-2013) in cui racconta il nostro patrimonio più prezioso: il pianeta.
“Mi piace molto lavorare su progetti a lungo termine. C’è più tempo per il fotografo e le persone che sono di fronte alla fotocamera per capirsi. C’è il tempo per andare in un posto e capire cosa sta accadendo lì. Quando spendi più tempo su un progetto, impari a comprendere i tuoi soggetti. Arriva un momento in cui non sei più tu che stai fotografando. Qualcosa di speciale accade tra il fotografo e la gente che sta fotografando: il fotografo si rende conto che sono le persone a dargli la fotografia”.

Insegnamento

Un progetto fotografico di alto livello, non può essere realizzato in fretta e superficialmente. Ammirando le fotografie di Sebastiao Salgado, quello che più di tutto salta agli occhi è la straordinaria carica emotiva dei suoi soggetti, sia che si tratti di persone, sia che si tratti di animali. Ogni volta si ha la sensazione di vivere le sue stesse emozioni, oltre alla sofferenza, l’angoscia e la speranza dei suoi soggetti: sono foto con un’anima.
Dopo aver capito il tema che vuoi affrontare, pianifica le tue uscite e i tuoi viaggi, senza farti prendere dalla frenesia di concludere il progetto. Ma, più di ogni altra cosa, chiediti se il progetto che vuoi affrontare ti emoziona davvero.
Salgado amava il pianeta e i suoi reportage erano delle denunce che poi avrebbe divulgato al mondo intero. Anche se non hai l’ambizione di salvare la Terra, sposare un tema che ti coinvolge totalmente, ti consentirà di essere molto più ricettivo emotivamente. In questo modo ti risulterà anche più facile dedicarti al progetto per lungo tempo e i tuoi risultati ne trarranno un indubbio beneficio.

Approfondimenti

Se ti interessa approfondire lo studio del grande fotografo brasiliano, potresti iniziare con questi testi:
•       Dalla mia terra alla terra
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Fonte: da fotocamere anno 2014