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martedì 6 maggio 2025

LA GIUSTIZIA VENETA

 




Nella società VENETA storica (dei nostri padri) lo stato (il leone) è rappresentato a livello del pavimento...

La GIUSTIZIA invece sta sul piedistallo!...Al di sopra di tutti e di tutto!!!

La GIUSTIZIA indossa l’abito DORATO segno di regalità e divinità

Perchè la GIUSTIZIA è il motore di tutte le azioni!!!


sabato 21 settembre 2024

PERCHE' I VENETI NON SONO ITALIANI?


 


DALL'ACCADEMIA DELLA CRUSCA:

 

Così scrive il geografo O.Marinelli (1923): ....Il nome antico “Venetia” è tratto dall’etnico veneto “Veneti o anche Venedi o Vendi” e vuol dire “terra o luogo dei veneti”.....

 

Il corrispondente greco Ένετοί....Enetoi-eneti-venetoi-veneti.

 

Un tempo (all'epoca di Cesare Augusto) con tale denominazione "la Venetia" si indicava tutta l'area popolata dai veneti, dall'Istria, alla Carinzia, all'Adda poi intorno al VII/VIII sec. d.C. con tale termine si è incominciato a indicare la città lagunare propriamente detta.

 

Successivamente l'area complessiva dei veneti adriatici si è indicata anche con il plurale "le venetie" da cui "triveneto e trevenezie".

 

Oggi Venezia è in lingua italiana quello che Venesia o Venessia è in lingua veneta.

 

In passato in lingua veneta si diceva e anche si scriveva: Vegnesia, Venegia o Venigia, Venethia, Vienexia  (la “x” sta per “s” sonora come nell’italiano “chiesa”), in friulano anche Vignesia (tratto dall'opera "Dal venetico al veneto" di Giovan Battista Pellegrini collana filologia veneta-testi e studi).

mercoledì 5 maggio 2021

NAPOLEONE? UN MACELLAIO, UN PREDATORE, UN RAPINATORE, UN REGICIDA, FALSO E INGANNATORE, UN GIACOBINO

 

 

5 MAGGIO, NELL'ANNIVERSARIODELLA SUA MORTE RICORDIAMO BREVEMENTE CHI FU NAPOLEONE PER VENEZIA, PER IL VENETO E PER I VENETI

 


 

Ciò che non vi hanno fatto vedere e non vi hanno detto.

Se il buon Gerard Depardieu si offende nell'apprendere che Bossi ha detto che Napoleone fu un dittatore, allo stesso ribadisco che non solo fu un dittatore, ma anche un rapinatore della peggiore specie, vile - in quanto "ammazzò" una Repubblica già vecchia e quasi morta. Che Napoleone sia stato un dittatore è fuori dubbio; che abbia cambiato la storia d'Europa: anche; ma che sia stato un macellaio, un predatore, un rapinatore, falso e ingannatore? anche! Taluni agiografi moderni esaltano le sue (scarse) virtù e i suoi meriti, in parte veri, come quello di aver dato impulso alla scienza ed alla ricerca e l'aver reintrodotto il Diritto Romano con i suoi nuovi codici civili (peraltro scopiazzati dalle Leggi della Repubblica di Venezia), ma la sostanza rimane.

 

Fu un generale oltremodo fortunato, specie nelle battaglie campali contro l'Austria la Prussia e la Russia (non va dimenticata una sua celebre frase: "non voglio generali esperti e capaci, voglio generali fortunati!!"), in quanto si trovò davanti eserciti guidati da condottieri vecchi di età e di cognizione della guerra moderna da lui ideata con grandi manovre a tenaglia. Per il resto, come uomo, non aveva assolutamente alcun ritegno morale e alla parola data dava un peso relativo..


lunedì 4 gennaio 2021

LA MORTE DI UN GRANDE: MILLO BOZZOLAN

 

Millo Bozzolan - Milo Boz Veneto 


Silenziosamente, il 4 dicembre  2020 le Dolomiti feltrine e l’intera Comunità veneta sono diventate più povere. Assorto nel torpore e nella solitudine della malattia, che lo stava vincendo, Millo Bozzolan se ne andava. «Ma come? Chi era mai costui?», si chiederanno i più. Non esito a rispondere con una definizione impegnativa ma vera: era un grande; un uomo nel senso vero e alto della parola. Egli era un maestro, senza essere mai salito in cattedra; era un padre spirituale, senza mai atteggiarsi ad esserlo. Lo era proprio per questo: per verità e non per scena. Con il suo sorriso forte, con il suo animo equilibrato, con la sua bonomia che ispirava e dava fiducia, con la sua competenza vasta e sapiente, con il suo sapere incredibile e pur umile, ci ha accompagnato negli ultimi vent’anni come un vero fratello, un padre, un amico.

 

Millo era nato il 19 aprile 1948 e, dopo una vita laboriosa, da prima nel commercio e poi come artigiano (come tanti, uomini e donne, che portano avanti la vita e la società con i fatti e non con le ciance, come i nostri maledetti politici, perlopiù autentiche sanguisughe), aveva acquistato una casa, secondo le sue possibilità, in comune di Seren del Grappa, «in mezzo ad un bosco, tra caprioli e ghiri», lontano dalla «confusione del mondo moderno». Ora, in quella casa, è rimasta solo la vedova Albana.

Quella casa era diventata un laboratorio culturale di prim’ordine. Da essa partivano via internet i suoi articoli, i suoi studi, su un blog che – incredibilmente – era riuscito a costituire su Facebook una community di più di 8 mila lettori, intitolata: «La storia vista da un veneto». Tra gli iscritti e collaboratori vi sono alcuni membri del Patriziato Veneto e dei docenti universitari, suoi grandi estimatori, pur non essendo Millo né un aristocratico né un laureato; ma ricorrevano a lui, poiché le sue qualità, come nobiltà d’animo e preparazione culturale, erano troppo evidenti per essere ignorate.  

 

Millo diceva di sé: «Come età e come spirito mi definirei un “ragazzo del ‘68”»; e il ritratto corrispondeva al vero. Ma ecco l’incredibile proseguo della sua auto-presentazione: «…un “ragazzo del ‘68” che, ad un certo punto della vita, ha capito quanto sia importante la Tradizione per far sopravvivere la Società umana, e farla progredire nella giusta maniera. Quindi anche la Storia, che illustra le tradizioni nostre e di altri popoli, per me è diventata importantissima».

Di qui, a 29 anni, l’inizio di un impegno concreto. Scrive: «Dopo la presa del campanile di San Marco, nel 1997, mi sono accostato al movimento indipendentista. Ho pensato che dovevo e potevo dare un contributo alla causa dei Veneti e contattai Luigi Faccia, allora ai domiciliari, che col fratello Fausto continuava la lotta per l’autodeterminazione nel Veneto Serenissimo Governo. Insieme, abbiamo fondato un periodico, intitolato “Spirito Veneto”, perché coscienti del fatto che la nostra storia ci era negata, e quello era un piccolo, primo, modesto tentativo di diffonderla. Luigi fu poi incarcerato, il suo gruppo, male gestito, in pratica si è disperso ed io ho continuato per conto mio».

 

Sempre attivo e lungimirante, fu tra i fondatori della «Milizia Veneta» e del Primo Reggimento «Veneto Real», tuttora fiorenti. Sabato 9 dicembre, si sono svolti nella chiesa di Valle di Seren del Grappa i funerali di Millo, scortato e onorato (per concessione speciale del vescovo) dalla bandiera della Serenissima e da una rappresentanza del Primo Reggimento, coi militi nelle loro storiche divise. La S. Messa è stata celebrata dal parroco don Alessandro Coletti.




 

Sono allo studio varie iniziative per onorare la conoscenza e la memoria di Millo Bozzolan, non appena la stagione sarà più mite e saranno più miti pure le assurde restrizioni che l’attuale Governo, con giustificazioni tutt’altro che credibili e condivisibili, impone

 

Fonte: Don Floriano, da la Casata di Levazono del 13 dicembre 2020

Link: http://dallacasatadilevazono.altervista.org/don-floriano-la-morte-di-un-grande-millo-bozzolan/?fbclid=IwAR3PmBwqdeV9Ax0x8ueWG-tHxxenO0kXKFBtwKg1i_0B7yauhoTf5NbdtkM

 

 

 

ADDIO A MILO BOZZOLAN, UN PATRIOTA VENETO



 

di PAOLO L. BERNARDINI

 

Il 4 dicembre 2020 è mancato Millo Bozzolan, Milo Boz Veneto (questo il suo nome di battaglia), un patriota veneto, profondo conoscitore della storia della sua terra, e che come noi per tutta la vita ne ha sognato la liberazione.

Ebbi modo di conoscerlo e partecipare con lui a diverse manifestazioni.

Qui un mio ricordo.

 

Abbi cura di te, nell’arca dei Morti

Dove vivrai lo spazio di un mattino

Dove San Marco saprà bene cosa porti

In dono al Paradiso, ed è un destino:

Ora che schiavitù non più sopporti.

 

Milo la libertà vale un milione

Invero non l’abbiamo mai perduta

La sognano milioni di persone

Oranti invocano la sua venuta:

 

Possa tu ancor guidarci da lontano

A lidi sereni, a luoghi incantati

Tenendoci colle storie tue per mano

Riandando alla gloria di dèi passati.

Io ti ricorderò, ma non son solo:

Ora che la tua terra si risveglia

Tutti gli uccelli s’alzano in un sol volo

A fare del tuo sonno eterna veglia. 

 

Fonte: srs  di di PAOLO L. BERNARDINI, da Miglio Verde del 13 dicembre 2020

 

Link: https://www.miglioverde.eu/addio-a-milo-bozzolan-un-patriota-veneto/

 

 

 

L'ULTIMO SALUTO AL SARGENTE MILO BOZ VENETO


Non si possono tagliare le radici altrimenti l’albero muore

.

 

12.12.2020 Valle di Seren - La cerimonia funebre per l'amico Millo Bozzolan


S’ciavo Vostro, Milo, amico nostro.

 

È così che ieri ci siamo detti ciao per l’ultima volta, almeno in questa terra. Vedere il carro con la tua salma allontanarsi da noi ha stretto il cuore di tutti e rigato i nostri volti.

La cerimonia per salutarti è stata semplice ma coinvolgente, proprio come eri tu e gli infiniti ringraziamenti ricevuti dalla tua sposa Albana e dal fratello Mauro, sono stati per noi la più grande ricompensa che potevamo ottenere.

Eravamo lì per te, in una giornata fredda, cruda, ma sincera, per dirti che l’affetto dei tuoi amici del Veneto Real non è mai venuto meno, ne mancherà nei prossimi giorni. Troveremo il modo, ne siamo certi, di onorarti ancora con tante altre belle iniziative che porteranno il tuo nome e la tua firma di Veneto.

L’omelia di don Alessandro è stata toccante e ha saputo cogliere la tua essenza. È stato particolarmente emozionante proprio sentire dalle sue parole, come ti abbia dedicato il nostro motto “Certamente i primi”.

Perché scegliere di essere i “i primi” significa scegliere di prendere le decisioni difficili, significa fidarsi ciecamente e credere fino in fondo alle proprie convinzioni senza indugiare anche rischiando difficoltà e sofferenze. E per quanto ci riguarda, tu per noi sei il primo tra i primi.

Caro Milo, con noi c'era anche il San Marco della nostra bandiera reggimentale e ti ha voluto salutare sventolando (in chiesa) per te.

Vogliamo credere, fosse un chiaro segno per dirci, “..state sereni Veneti, non vi preoccupate Milo ora è con me, ce lo siamo presi, per fargli dare una mano a San Michele Arcangelo a dare una sistemata alla milizia celeste...”.  E così già ti immaginiamo, in questa nuova avventura in cielo, attorniato di attenti ragazzini, e adulti, che pendono dalle tue labbra per sentire ancora un’altra storia sui Veneti.

Queste sono le righe che ti abbiamo dedicato durante la funzione e che Claudia ha magistralmente letto.





Milo Boz Veneto, questo è il nome con il quale firmavi i tuoi capolavori, marcando proprio volutamente la provenienza, come si faceva in tempi andati.

Una firma d’autore, un marchio di qualità nel panorama degli storici. Le tue ricerche sono sempre state guidate dal continuo bisogno di ricerca della verità, ma, a differenza di molti tuoi colleghi, tu avevi qualcosa in più, tu, nel tuo lavoro, sapevi mettere il cuore, sapevi interpretare con il sentimento ciò che gli altri troppo spesso interpretano solo con la ragione.

Ed è per questo che i tuoi racconti ed il tuo blog era per noi non solo fonte di conoscenza e sapere, ma anche di emozione.

Oggi caro Milo, nel porgere il nostro profondo cordoglio alla tua Albana, al fratello Mauro ed alla cognata, e nel ringraziarli di averci permesso di partecipare in uniforme a questa funzione, noi, i fioj del Veneto Real siamo presenti, per farti i massimi onori e celebrarti con le nostre belle nuove uniformi, quelle uniformi che proprio TU, più di tutti hai voluto e hai studiato per noi fin nel minimo dettaglio.

Mai dimenticheremo la luce nei tuoi occhi e la soddisfazione nel tuo volto per il traguardo raggiunto.

Quando siamo venuti a da te ormai due anni fa a farti vedere il risultato, da quanto eri emozionato tu ci hai perfino ringraziato, ma sai, la verità è che siamo noi a dover ringraziare te, per tutto quello che generosamente ci hai regalato in questi anni.

Tante cose meravigliose e infiniti aneddoti dovremmo e vorremmo dire di te, ma in questo momento l’unica cosa proviamo e riusciamo a dire è che ci manchi! E ci manchi tanto.

Un giorno, ne siamo certi, ci ritroveremo sotto ad un tiglio a parlare di storie e di battaglie, magari proprio sotto a quel tiglio, fonte di ispirazione per i Venetkens, che, se possibile, vorremmo donare a Seren da far piantare in tuo ricordo.

Ora, purtroppo è venuto il momento di salutarci, di salutarci come si saluta un grande amico, quell’amico che ti rimarrà nel cuore per sempre, e che sei sicuro un giorno rivedrai.

Pax Tibi Milo frater meus.

S’ciavo Vostro, Milo, amico nostro!




Ti salutiamo sargente Milo, questa volta non militarmente ma con un abbraccio forte, quell’abbraccio che ieri purtroppo, a causa di questo virus maledetto, non abbiamo potuto ma avremmo voluto dare alla tua e sposa ed a tuo fratello.

.

Requiem aeternam Milo.

 

Fonte:  Da Venetorela.com del 13 dicembre 2020

Link: https://venetoreal.com/s-ciavo-vostro-milo-amico-nostro/?fbclid=IwAR3Aa1f8aBjJhAonmizmfaC_3TlU9_oKUDALrRda47CVOrZv8LclNu_zf-4



CIAO MILO E GRAZIE DI TUTTO QUELLO CHE CI HAI DONATO!



 

Un piccolo ringraziamento dai fioj del Veneto Real all'amico Millo Bozzolan

 

Ahinoi è purtroppo giunta la tua ora, caro Milo, ci hai lasciati in un venerdì di novembre di questo funesto 2020, dove anche il cielo piangeva per te. Hai deciso di raggiungere San Marco.
Forse ne eri consapevole che le tue forze fisiche erano allo stremo, che la tua energia fisica era ridotta e così vogliamo credere, anzi siamo certi, tu abbia deciso di spiegare le tue ali di leone veneto per volare da Claudio (Tandin) e Bruno (Toffolo) altri amici del Real, che ti hanno preceduto.

Eri sicuramente consapevole che lì avresti ritrovato un altro Veneto Real da riformare e riorganizzare, consigliare al meglio. Ma ci hai lasciati qui, soli.

Soli a combattere ad armi impari contro la mediocrità culturale che ci circonda.

Nell’ultima tua intervista nella semplicità e schiettezza delle tue parole ci ha lasciato un compito, un impegno, una via da percorrere. Educare le nuove generazioni per “liberarle” dal nulla del presente continuo in cui la società moderna li ha scaraventati, ridare loro salde radici ed un passato di cui andare fieri.

Sei stato per noi un riferimento, la tua fiamma ardente dell’amore per la Venezia è sempre stata gratuitamente a nostra disposizione, ora questa fiamma non c’è più, ma ognuno di noi è custode di una parte di essa, ognuno di noi ha il dovere morale di tenerla accesa dentro di sé e di non farla morire mai.

È la tua eredità per noi tutti, e tutti noi come fossimo tuoi “figli” ne abbiamo acquisito la sostanza. Magari solo in questo momento qualcuno ne sta davvero apprezzando il valore.

Ci hai dato tanto, tantissimo, hai posto sempre nuovi interrogativi, hai continuamente cercato risposte e collegamenti nella nostra storia di Veneti.

Dal 4 dicembre sarà compito nostro, probabilmente non ne saremo all’altezza, ma, è un impegno morale che chiunque abbia avuto il piacere di conoscerti se ne dovrà far carico.

La tua vita è stata preziosa per noi, e l’onda lunga del tuo insegnamento si sta già propagando ai nostri figli.

Non ti dimenticheremo caro Milo, per le battaglie e per la sete di giustizia che pretendevi, non solo dai nemici ma spesso, troppo spesso, anche da quelli che si professavano “amici”.

Non ci hai mai nascosto chi fossero le persone meritevoli di fiducia, e dalle quali invece stare alla larga, ed anche in questi giorni in cui sei stato male chi ti ha davvero voluto bene ha capito e conosciuto questa amara verità.

Ma ora quello che conta sei tu, che tu abbia trovato la tua libertà nella Serenissima dei cieli, fuori da questo inferno terrestre che hai combattuto.

Se puoi, continua a darci una mano, perché senza le tue preziose ricerche sulla nostra storia, ci sentiamo soli e più fragili.

Tutto il TUO Veneto Real stretto intorno, ti ringrazia di cuore, e per merito del nostro "poeta" @leDiss ti dedichiamo questa sua poesia: Esser un Veneto

Ciao Milo!


 

Fonte: da Venetoreal del 5.12.2020

Link: https://venetoreal.com/milo-boz-veneto/



 

ESSER UN VENETO (MILO BOZ)

 



Essar un Veneto

 

Il nostro "poeta" Alessandro Dissegna ci regala una poesia tutta dedicata a Milo

 

El Veneto,
ze beo, 
a so zente ze come par un bosco e so piante,
Na roba molto importante,
A vita ze come un esser un tutt'uno tra natura storia e cultura,
Un veneto a so region ze quanto pi importante ghe sia,
Quando in giro pal mondo el va,
Na someja sempre drio la ga,
Ze come un porta fortuna,
Ze come un lassa passar,
Ze na certessa che ogni volta te vien el magon basta vardarla e,
Sarando i oci,
tutto come par magia te fa passar a nostalgia,
Tutta magia,
No importa se te ghi si nato,
No ze dove che te nassi che te fa essar fiero,
A dire el vero,
Te pol essar anca bianco nero o daeo,
Esser Veneto ze amar la to patria,
La to storia,
La to cultura,
Diffendar tutto questo o so la ze tanto dura!
Ma credime,
Se in tutto questo te lo ghe drènto al to cor,
Te si veramente un Veneto,
Un Veneto vero!

@leDiss

 

 

 

mercoledì 25 marzo 2020

IN RICORDO DI BEPIN SEGATO, L’AMBASCIATORE DELLA SERENISSIMA MORÌ IL 24 MARZO 2006





IN RICORDO DI BEPIN SEGATO, L’AMBASCIATORE DELLA SERENISSIMA MORÌ IL 24 MARZO 2006

di ETTORE BEGGIATO


Giuseppe Segato era nato a Borgoricco (Pd) il 17/06/1954,  laureato in scienze politiche all’Università di Padova con una tesi di storia veneta, autore di diversi volumi (Il mito dei Veneti, Io credo, Uno sconfitto di successo e altri); era l’ambasciatore dei Serenissimi che il 9 maggio 1997 occuparono il Campanile di San Marco a Venezia: per questo fu condannato a tre anni e sette mesi di reclusione, subendo tre carcerazioni e l’affido ai servizi sociali.

Le sofferenze patite lo portarono a morte prematura il 24 marzo 2006, a soli 52 anni.

Vorrei riproporre  a quanti non hanno avuto modo di conoscerlo, alcune note che avevo scritto qualche anno fa.

“Ho conosciuto Bepin Segato in una delle tante riunioni spontanee e semiclandestine che hanno caratterizzato l’area venetista verso la fine degli anni ottanta e fui colpito dalla sua mitezza e dalla sua dimensione in qualche modo “spirituale”: mentre noi parlavamo di progetti politici, di manifesti, di scritte murali e tutto il resto, Bepin Ti portava con le sue elaborazioni in un altro mondo nel quale emergeva comunque  la Sua inattaccabile fiducia nella capacità dei Veneti di riappropriarsi del proprio destino, della propria storia.

Ci siamo rivisti a Vicenza nella primavera del 1994. Avevo organizzato la presentazione del volume “I Veneti, progenitori dell’uomo europeo” alla presenza dei due (su tre) autori sloveni, Savli e Tomazic. Alla fine Bepin venne a salutarmi, con quell’atteggiamento a metà fra la timidezza, il rispetto, l’educazione innata che lo caratterizzava e mi regalò il suo volume “Il mito dei Veneti dalle origini a noi”. Ricordo la sua ritrosia quando gli dissi “Fame na dedica, Bepin” e lui si limitò a una firma in basso. Di quel volume ho evidenziato la conclusione che vi propongo, perché è quasi un testamento spirituale:

“ Dagli anni Sessanta conosce grande fortuna la comunità economica europea, con obiettivi politici di medio-lungo periodo. Il Veneto ritorna immediatamente al suo tradizionale splendore economico. Nutre il grande ideale dell’autogoverno di ogni popolo dell’Europa Unita. Le difficoltà  sono tante ma la fede dei Veneti è incrollabile perché la loro autorità culturale è massima e l’idea è serenissima”.

Per un po’ di tempo ci perdemmo di vista, anche se la sua azione di “divulgatore di storia veneta” come amava definirsi continuava in silenzio, com’era nel suo stile; diffondeva soprattutto le carte del Veneto con i toponimi in lingua veneta: Altin, Padoa, Sitadea, Casteo (Castelfranco per gli italiani) che ritrovavi puntualmente nell’ingresso dei laboratori artigiani ma anche nella hall degli  alberghi  o nella sale d’attesa dei medici.

Lo incontrai in un altro incontro, penso fosse il 96-97, e mi passò un volantino intitolato “Non una Regione ma una Veneta Nazione” che si concludeva con un messaggio nel quale, a distanza di qualche anno, si può intravedere l’ipotesi dell’azione di San Marco

“Oggi, molti giovani veneti lottano  contro ogni avversità e con fede incrollabile per concretizzare i loro ideali  di libertà. AIUTALI ANCHE TU! E non chieder mai cosa puoi ricevere, ma soltanto cosa puoi fare, affinché la grande e nobile veneta storia riprenda il suo corso nello splendore di una nuova, libera, indipendente e sovrana Veneta Serenissima Repubblica. W SAN MARCO.”

Il volantino era firmato “Portavoce interinale G. Segato”: cosa volesse dire credo che nessuno l’abbia mai capito, ma questa era un’altra caratteristica di Bepin; lanciare messaggi, parole d’ordine, segnali “subliminali” come li chiamava lui con lo scopo di risvegliare l’amore dei veneti per la propria terra, per la propria storia.

Lo ritrovai, e con me milioni di veneti e di europei, nel maggio del 1997 nell’azione dei “Serenissimi”, in piazza San Marco, a Venezia. Bepin fu arrestato il giorno dopo la spettacolare azione del campanile, in quanto accusato di essere “l’ambasciatore” del gruppo, colui che doveva gestire i contatti fra i patrioti veneti asserragliati in piazza San Marco e le forze dell’ordine.

Sull’azione del campanile  è stato scritto di tutto, ormai; per me rimane una straordinaria dimostrazione d’amore verso la madrepatria veneta da parte di otto, nove, dieci, undici  “Serenissimi”. Un’azione che poteva veramente sfociare in qualcosa di importante, vista  la straordinaria partecipazione con la quale il popolo veneto seguì gli eventi.

Fu stoppata da chi ha sempre avuto timore e sospetto nei confronti della potenzialità e dell’identità del popolo veneto, da quell’Umberto Bossi che non a caso parlò di “uomini dei servizi segreti” e peggio. Per non parlare della spropositata reazione dello stato italiano, l’allora presidente Scalfaro in testa, che reagì in tutte le sedi con una durezza inaudita,  arrivando a teleguidare la stessa magistratura che con una velocità impressionante condannò i Serenissimi a svariati anni di carcere. Bepin Segato, soprannominato “l’ideologo” del gruppo fu condannato a tre anni e sette mesi di carcere. Bepin, per la verità, ha sempre preferito dichiararsi “l’ambasciatore dei Serenissimi” e questo è il ruolo che il gruppo gli aveva affidato; anche in questo frangente emerge l’onestà intellettuale del Nostro che rifugge un ruolo non suo, anche se di maggior impatto mediatico.

In quel periodo ero consigliere regionale ed avevo quindi la possibilità di entrare in carcere. Ritrovai  così Bepin dietro le sbarre, proprio a Vicenza e qui emerge, a mio modesto avviso, la dimensione più autentica e più significativa di Segato:  la straordinaria serenità con la quale ha affrontato il periodo del carcere. Pur consapevole di non aver compiuto alcun atto violento né di aver mai teorizzato azioni violente, Bepin affronta il carcere come un apostolo pacifico e nonviolento della causa veneta, certo che il Suo sacrificio potrà rappresentare un prezioso patrimonio per tutti che lottano per l’autogoverno, per l’autodeterminazione del nostro popolo veneto.

Ricordo con emozione come mi ringraziò per aver lanciato l’iniziativa di spedire delle cartoline  ai Serenissimi: “E’ straordinario, siamo sommersi da saluti che arrivano da tutte le parti”  mi disse con l’aria festante di un fanciullo che ha appena ricevuto un regalo inaspettato.

E anche in carcere, pur non essendo un capopopolo, diventa un punto di riferimento per tanta gente, che vedono in lui un megafono per istanze di libertà e di giustizia. Un portavoce che non guarda al colore della pelle dei suoi compagni di sventura, né alla loro religione, né alle loro colpe.

Nel 2000 Bepin dopo essere stato più volte scarcerato e imprigionato è nell’inferno dantesco del carcere circondariale di Padova.

Anche qui si fa apprezzare da tutti, lo vedo più volte, una volta accompagnato da due europarlamentari fiamminghi e gallesi (eravamo riusciti a far passare una mozione per la Sua scarcerazione nel Parlamento Europeo), un’altra per raccogliere la sua accettazione alla candidatura al Senato nelle politiche del 2001; non viene eletto per pochi voti ma la mobilitazione che viene scatenata per la sua ingiusta incarcerazione  è notevole e il 4 giugno il “Mandela bianco”  viene scarcerato.

Da allora continua incessante la sua attività per la tutela e la valorizzazione della nostra storia e delle nostre tradizioni: dalla pubblicazione di volumi (in particolare “Uno sconfitto di successo” e “Io credo”)  alla festa del boccolo, il giorno di San Marco, al capodanno veneto (primo marzo) che rilancia con varie iniziative a partire dalla stampa dei calendari veneti. 

Ciao Bepin, grazie di tutto, e …..non temere,   “la fede dei Veneti è incrollabile”!
Viva San Marco!”

Fonte: srs di Ettore Beggiato, da  Miglioverde del 24 marzo 2020

giovedì 19 marzo 2020

DURI I BANCHI!




In Veneto impari fin da piccolo che:
"Non ce la faccio" - non si può dire.
"Non ci riesco"- non esiste.
"Sono stanco"- non è mai abbastanza.
Cresci così, un po' chiuso, un po' con la convinzione di non essere mai all'altezza.
Ecco come li riconosci i veneti: testa bassa e a lavorare.
I veneti, quelli veri, sono polentoni.
Si...perche' la polenta è ciò che li rappresenta.
Ruvida, dura e fredda fuori, con quella crosticina che si forma appena sfornata.
Tenera e avvolgente dentro, non ti delude mai.
I veneti sono proprio così: un po' tonti, ruvidi e schivi;
Ma dentro sono buoni e dal cuore tenero.
Lo so, lo so, niente di speciale la polenta: acqua, sale e farina gialla;
Ma si sa, le cose semplici sono speciali perché rassicuranti, perché ci sono...
I veneti ci sono.
Sempre.
Ci puoi contare.
Piange il Veneto.
Senza far rumore, per non disturbare.
Giace a terra, fatta a pezzi da un nemico vigliacco subdolo, che non si fa vedere.
Gli occhi sono bassi, tristi e pieni di paura.
Ci sono solo ambulanze e silenzio.
Veneto tu non mollare proprio adesso.
Ricordi?
"Non ce la faccio"- non si può dire.
"Non riesco" - non esiste
"Sono stanco" - non è mai abbastanza.

DURI I BANCHI !


Elena Zanon‎ a Made in VENETO
-tratto dal web -

venerdì 3 novembre 2017

VENETO: PIÙ CHE L’AUTONOMIA, HA VINTO SAN MARCO




di Stefano Lorenzetto


Non ha vinto l’autonomia. Ha vinto la Serenissima. È un’altra cosa. Mai il referendum avrebbe potuto assumere in Lombardia lo spessore plebiscitario registrato in Veneto. Che cos’hanno a che vedere le valli orobiche e camune con Milano? Niente. E infatti le percentuali dei votanti lombardi differiscono nettamente da quelle, ridotte a valori omeopatici, degli elettori ambrosiani. I quali sono rappresentati da un sindaco, Giuseppe Sala, che ha preferito snobbare la consultazione e svegliarsi sotto il cielo di Parigi, al contrario del governatore Luca Zaia, che alle 7 meno un quarto, mentre faceva ancora buio, si è presentato al seggio del suo paesello per dare il buon esempio.

Il Veneto intero ha invece tutto a che vedere con Venezia. La città di San Marco è sua madre. Lo stesso dicasi di Bergamo e Brescia, i cui centri storici ancora traboccano di leoni marciani scolpiti nella pietra. Fino al 1797, fino all’Adda, era Repubblica veneta. La più longeva che sia mai esistita. Motto ufficiale: “Viva San Marco!”. Durata 1100 anni. Affogata nel sangue da un ladrone il cui nome faceva rima con Napoleone, saccheggiatore di opere d’arte (dalle Nozze di Cana del Veronese alla Cena in Emmaus del Tiziano, fatevi un giro al Louvre) e di molto altro (40 milioni di lire oro dell’epoca, depositate nella Zecca della Serenissima, pari, al valore di oggi, alla metà del debito pubblico italiano).

Se non siete mai approdati a Venezia dalla parte giusta, dal mare, dalla bocca di porto di San Nicoletto, e non vi ha preso uno struggimento, un magone, un’inspiegabile voglia di piangere vedendo in lontananza il campanile di San Marco e il Palazzo Ducale che brillano nell’oro del tramonto, lasciate perdere queste righe: non fanno per voi.

Chi non conosce la storia, non può capire il presente. Alle 23 dell’altrieri, a 220 anni dalla caduta della Serenissima per mano del Bonaparte, è venuto giù il muro dell’inganno. Le vite dei popoli, quando si fondano sull’imbroglio, prima o poi si scollano. È un’annessione al contrario, quella celebrata domenica, simmetrica persino nella data rispetto alla colossale frode perpetrata con il plebiscito del 21-22 ottobre 1866, imbastito in una decina di giorni, che consentì l’annessione del Veneto all’Italia savoiarda e che si concluse con 641.758 sì e appena 69 no su una popolazione censita di 2.603.009 abitanti, un raggiro da Stato libero di Bananas che oggi provocherebbe l’intervento dell’Onu. Un esempio della segretezza del voto di allora? A Malo (Vicenza) furono predisposte schede di due diversi colori, per il Sì e per No.

Solo un lombardo poteva cannare in pieno una previsione sui veneti. Si chiama Giuseppe Turani, veterano dei giornalisti economici. Qualche settimana fa mi sono già occupato su questo giornale dell’ex grande firma di Repubblica e Corriere della Sera, attualmente direttore del mensile Uomini & Business. L’ho fatto dopo che aveva dato dell’idiota a Zaia. Il governatore s’era permesso di varare una legge regionale che impone l’obbligo di esporre negli uffici pubblici il vessillo con il leone di San Marco. “Bellissima bandiera, ma uscita da tempo dal cuore dei veneti e di chiunque altro”, ha sentenziato Turani. Mavalà, baùscia, ho subito pensato dentro di me. E mi sono lanciato nella seguente previsione sulla Verità, suggeritami dal mio cuor di veneto: “So che cosa batte nel nostro petto e prevedo che Turani ne avrà una conferma all’indomani del referendum consultivo sull’autonomia, indetto dalla Regione per il prossimo 22 ottobre”.

Pronostico non facile. Eppure da mesi presentivo come sarebbe finita. Ho avuto la sicurezza definitiva che non avrei perso la scommessa alle 14 di domenica, quando, scavalcando la collina che dalla Valpolicella porta alla Valpantena, dove abito, poco sotto il Capitello di Fiamene, nel punto esatto in cui da anni la strada si biforca in una deviazione provvisoria per aggirare una frana, ho visto garrire al vento, piantata in mezzo a un campo, la bandiera con il leone raffigurante l’evangelista Marco, fiammante di rosso e di giallo. Era infradiciata dalla pioggia. Mi è sembrato un buon auspicio: lavacro in arrivo.

Provo sincera compassione per Turani, lombardo di Pavia, da una vita milanese d’adozione. Io capisco benissimo quelli come lui che domenica scorsa non sono accorsi in massa ai seggi. In quale simbolo potevano identificarsi, poveretti? Nel Biscione dei Visconti, divenuto la griffe delle tv di Silvio Berlusconi? Ma chi mai sognerebbe di giurare fedeltà a un serpente sinuoso che ingoia un bambino, oggi svilito a logo commerciale, invece che a un leone alato la cui zampa poggia con saldezza sul Vangelo?

Per un veneto Milano è la non appartenenza, l’alterità, l’estraneità, e infatti i confini della Serenissima si fermavano appena oltre Bergamo, con l’eccezione di Crema, che vi rientrava. Di qui il suo misoneismo, il suo sentirsi sempre e comunque un provinciale fuori posto, il suo disagio sociale che talvolta sfocia nella vergogna: per la sua lingua (léngoa) che gli altri percepiscono come dialetto, per le parole prive di doppie, per la cadenza cantilenante. Eppure sono tutti valori che saremmo disposti a pagare con il sangue, pur di non rinunziarvi.

Mi ha perciò molto stupito l’atteggiamento di due veneti molto intelligenti, che ho avuto occasione di frequentare e di apprezzare per la raffinatezza delle loro analisi, Luciano Benetton e Matteo Marzotto. I quali non sono minimamente riusciti a percepire quale treno si fosse messo in moto nel territorio da cui originano le rispettive fortune. Benetton ha bollato il referendum come “una stupidaggine”, dando con ciò implicitamente e in anticipo degli imbecilli alla maggioranza dei conterranei (compresi i suoi dipendenti) che hanno espresso il Sì all’autonomia. È incredibile che un uomo nato nel 1935 in una terra dove i contadini mangiavano le pantegane arrosto, che mi disse di voler morire in ufficio piuttosto che in barca e che mi confessò le sue ataviche paure (“Ancora adesso, davanti a un vassoio di paste, non scelgo quella che mi piace di più, ma la più grossa, come da bambino, quando bisognava badare soprattutto a riempirsi la pancia”), oggi non sia capace di sintonizzarsi con ciò che sta appena sopra l’intestino: il precordio dei suoi fratelli. Forse ha fatto troppi soldi e non riesce più a capire le ragioni del cuore e di chi arranca per arrivare alla fine del mese.

La stessa incapacità l’ho colta nel commento al voto che Matteo Marzotto ha elargito ieri al Corriere della Sera: “Un ticket elettorale da sventolare, una cosa generica…”. Forse ha dimenticato i comandamenti che suo nonno, il leggendario patriarca Gaetano Marzotto, dettò a braccio ai dipendenti il 28 agosto 1954, lasciando le redini del lanificio di Valdagno al figlio Giannino: “Scarpe bone, bel vestito, vitto sano, vin sincero, bele case… Svaghi onesti, la fameia, i tosi, i veci, fede in Dio, mutuo rispeto, pace e bona volontà. Lavorar con atension, con impegno, in dignità.
Buon guadagno e cuor contento, vita agiata, ma el risparmio xe sempre necesario par formar la proprietà. Sempre usar moderasion, toleranti co’ la zente, boni amissi solidali nela gioia e nel dolor. Andar drio par la so strada, no’ far ciàcole par niente, no’ badarghe ai fanfaroni, ai busiàri, ai mestatori. Sempre pronti ai so doveri, far valer i so diriti, e difender tutti uniti patria, vita e libertà”. Non è forse questo, Matteo, che i veneti come te e come me hanno fatto valere domenica? I nostri diritti. Te la vuoi prendere anche con tuo nonno, adesso?

Lascio volentieri ai politologi di professione il compito di spiegare i motivi per cui i veneti hanno votato come hanno votato e quali siano gli scenari che questa consultazione un po’ bulgara dischiude. L’unica parola la spenderò per un uomo pubblico al quale nel 2012, su richiesta di Marsilio editori, dedicai un libro, La versione di Tosi. Mi feci guidare dalla curiosità: Flavio Tosi, all’epoca efficiente sindaco di Verona, vive in una villetta a fianco del cimitero dove un giorno sarò sepolto. La prospettiva di ritrovarmelo come dirimpettaio per l’eternità rendeva doverosa un’investigazione per capire chi avrei avuto per vicino.

Poi, impegnatissimo a costruirsi una carriera e a esportare in Calabria il movimento Fare! (fare che cosa? non si sa), Tosi ha perso di vista la sua città e cosi i veronesi gli hanno sfilato la carega sulla quale era acculato da dieci anni. Non pago, anche in occasione del referendum ha dimostrato di non tenere in alcun conto i suoi azionisti di riferimento, cioè gli elettori veneti. Pessimo esempio per chi ambirebbe addirittura a candidarsi alla guida dell’Italia come premier.

Tosi è riuscito a completare la propria dissipazione politica cominciata con il rovinoso insuccesso del giugno scorso, quando pretendeva d’imporre come nuovo sindaco la morosa Patrizia Bisinella, senatrice di Fare!, non avendo egli ottenuto la possibilità di candidarsi per quel terzo mandato che forse Matteo Renzi, ma non Paolo Gentiloni, gli aveva promesso in cambio del sostegno al governo di centrosinistra in Parlamento. Anziché cercare di recuperare il terreno perduto, impegnandosi nella campagna elettorale per il Sì, fino all’ultimo giorno Tosi ha preferito predicare sui giornali che l’autonomia promessa da Zaia, suo acerrimo nemico, era un’impostura, uno specchietto per le allodole. Purtroppo per lui, le allodole hanno cantato in coro lasciando a Tosi il ruolo del tordo.

Anzi, per la verità qualcosa di davvero epocale, alla vigilia del voto, l’ex sindaco di Verona è riuscito a dirla a Radio 1: ha promesso che entro l’anno sposerà Patrizia Bisinella. A me, nel libro, giurò che con Stefania Villanova, la vicentina che sei anni prima aveva chiesto e ottenuto l’annullamento del matrimonio dalla Sacra Rota per poterlo sposare in chiesa, stava pensando di fare un figlio, se non altro perché la signora andava per i 44 anni. Invece che da un battesimo, la promessa fu coronata da un divorzio. Questa è l’attendibilità del personaggio. Quanto all’annuncio delle nozze imminenti con la Bisinella, lo ha dato a Un giorno da pecora. Non era meglio un giorno da leone?

Ora cercheranno di convincervi che i veneti hanno votato così perché pensano solo alla loro pancia, al loro portafoglio. Io invece vi dico tutt’altro: i veneti che mugugnano ma sgobbano, che protestano contro la rapacità dello Stato ma pagano le tasse, che sognano l’indipendenza ma non si appellano mai a vallate in armi, che si mostrano sospettosi con gli stranieri ma ne accolgono più di qualsiasi altra regione d’Italia dopo la Lombardia, che non sono ancora pronti a fondere il bianco con il nero ma continuano a mandare i missionari a morire in Africa sulle orme di monsignor Daniele Comboni, che sembrano aridi ma vantano un’impressionante fioritura di opere buone, che tirano su capannoni ma si struggono di nostalgia per le ville palladiane, hanno ancora l’enorme fortuna di ricordare da quali immani sacrifici è scaturito il loro benessere e di vivere come se tutto fosse in prestito, come se l’incantesimo potesse rompersi da un momento all’altro. Ecco perché non si fidano più di Roma, che in 70 anni ha dimostrato di saperla solo sperperare, questa ricchezza.

Gli anticorpi prodotti dalla miseria sono dentro di me, in circolo nel mio stesso sangue. Se lavoro incessantemente fino alla fine provo a consolarmi con Goethe la natura mi dovrà un’altra forma di esistenza quando quella presente sarà svanita. Noi veneti siamo schiacciati dal senso di precarietà, che è poi il senso stesso della vita. “Estote parati”. Tutto va meritato, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Nulla è gratis, nulla è facile, nulla è dovuto, nulla è sicuro. Né per noi né, da oggi in avanti, per i nostri connazionali, si spera.

È questa la benedizione della povertà, il miglior immunizzante da qualsiasi illusione terrena: siamo solo di passaggio, lasceremo tutto qui, ai nostri figli, con la speranza che almeno si ricordino di noi. Una dottrina radicata nel cuore della mia gente, abbilo ben presente Resto d’Italia. Altrimenti abiterei ancora a Milano e non sarei andato a votare.
Stefano Lorenzetto, “La Verità”.

mercoledì 10 maggio 2017

LA FINE DELLA SOVRANITA' VENETA FU SANCITA NEL 1815 DALL'AUSTRIA


La Redazione riporta questa riflessione di un amico siciliano, Claudio Buda:

Avevano paura di Venezia….non perché potesse essere uno stato sovversivo…in quanto vecchia democrazia...ma perché la temevano come potenza economica...ed allora il suo smembramento ed asservimento sembrò la cosa più giusta!!..anche Napoleone fece lo stesso ragionamento...per quanto decaduta...Venezia e il suo sistema economico e giuridico facevano paura all'Europa di allora.....ed alla restaurazione...tutti furono d'accordo....a non ridare a Venezia la sua antica autonomia che poi si traduceva in autonomia economica....ergo la distrussero...facendola diventare una appendice dell'Austria...




 Congresso di Vienna del 1815




Insomma: quando cadde la Repubblica?

La domanda se la pose qualche anno fa, in una conferenza all’Ateneo Veneto, uno storico che non ammiro tanto, ma a cui non si può disconoscere un certo acume, il prof. Gianantonio Paladini, ora scomparso.

Forse aveva infilato il dito dentro la piaga. Il principio della Sovranità Veneta è assoluto, imprescrittibile e inalienabile, osservo io.

Sul piano storico, invece, individuerei il momento critico - in cui si disconobbe formalmente la Sovranità Veneta - nel Congresso di Vienna del 1815, quando i 4 veri vincitori di 20 anni di guerra, Austria, Inghilterra, Prussia e Russia, restaurarono tutti i Regni abbattuti da Napoleone.

Non le Repubbliche, però, forse facendo una strana equazione Repubblica = Stato sovversivo liberale.





Con questa equazione l’Austria fagocitò la Repubblica di San Marco da sempre cattolica, dando in realtà seguito alla mira espansionista mitteleuropea che durava da mille anni, avendo trovato autorevoli precedenti nella campagna militare antiveneta dei Franchi condotta dal “Re d’Italia” Pipino nell’809 e in quella di Massimiliano d’Asburgo con la Lega di Cambrais nel Cinquecento.


Fonte: dal Veneto nel mondo del 9 maggio 2017





8-9 MAGGIO 1997, LA NOTTE DEI “SERENISSIMI”






di ETTORE BEGGIATO


 – Vent’anni fa, nella notte fra l’otto e il nove maggio 1997, otto “Serenissimi” furono protagonisti di un’azione che riportò l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sulla “Questione veneta”: la bandiera del Leone di San Marco sventolò per diverse ore dal campanile di piazza San Marco.

Gli otto “Serenissimi” pagarono, assieme ad altri tre protagonisti, un prezzo spropositato per quell’azione dimostrativa, per quello straordinario atto d’amore verso la loro Terra, verso il Leone di San Marco; furono scritti fiumi di parole, la loro iniziativa fu analizzata sotto molteplici punti di vista: storico, culturale, sociale, politico, sociologico. Poche analisi, poche riflessioni meritano di essere ricordate, nella maggioranza dei casi brillarono per  superficialità se non per autentica malafede.

Credo che dopo vent’anni sia più giusto lasciare parlare i “Serenissimi”   rileggendo  il loro proclama con il quale furono interrotte le trasmissioni del telegiornale della Rai, provocando sconcerto e preoccupazione nei rappresentanti  dello stato italiano nel Veneto.

Proclama del Veneto Serenissimo Governo

Attenzione! A tutti voi che ci ascoltate in questo momento, chiediamo cortesemente un po’ del vostro tempo per ascoltare questo importante messaggio al popolo veneto.

Questa non è la Rai. Chi vi parla è l’organo ufficiale del Veneto Serenissimo Governo, istituitosi fin dal 1987 e operante in forma semiclandestina come in questo momento, al solo scopo di liberare la Veneta Patria dal giogo dell’occupante italiano e ripristinare nel veneto territorio l’unica legale e legittima sovranità, quella veneta, lasciataci in eredità dalla Veneta Serenissima Repubblica.

Questo messaggio è rivolto soprattutto a quei Veneti che sono stanchi dei soprusi dello Stato italiano, che sono stanchi di pagare e tacere, per ricevere in cambio disservizi, arroganza, bugie e criminalità d’ogni genere, che sono stanchi di farsi derubare dall’assurda fiscalità italiana, ma che ancora non hanno la forza di ribellarsi a questa condizione di schiavitù, perchè si trovano a dover lottar da soli, contro un nemico spietato dai mille inganni.

Veneti! Il ricostituito Veneto Serenissimo Governo è l’unico erede e custode della storia, dei valori, delle tradizioni e dello spirito del popolo veneto e della Veneta Serenissima Patria.

Il Veneto Serenissimo Governo si è costituito il 25 Gennaio 1987, per volontà di indomiti patrioti veneti, coscienti della loro storia ed animati dal millenario spirito veneto.

Il Veneto Serenissimo Governo, non intende più sopportare lo sfruttamento coloniale, il degrado morale, spirituale ed economico, la falsificazione della nostra plurimillenaria storia e l’u­miliazione subita dalla Serenissima Veneta Patria occupata dalle forze italiane che la invasero 130 anni or sono senza diritto alcuno provocando guerre (tutte d’aggressione), lutti, miseria, emigrazioni, mafia, corruzione, immoralità, deliranti ideologie politiche, e tutto in nome dell’italianità.

Tanto ancora non bastava, all’Italia. È stato quindi concepito e attuato, e ormai quasi riuscito, un piano di annullamento e di cancellazione dalla storia d’Europa del popolo veneto, uno dei più antichi popoli del mondo, le cui tracce ancora resistono al tempo in ogni angolo del continente europeo. Il proposito finale di questo piano è far credere che il Veneto non sia altro che una comune regione di questo stato italiano, marcio e corrotto oltre ogni limite.

No! Veneti! Noi non l’accettiamo! Il Veneto è una nazione storica d’Europa, e tale deve ritornare ad essere: una Nazione d Europa! Perchè questo è il suo destino, un destino che gli appartiene da sempre. Noi non vogliamo essere tagliati fuori dall’Europa per colpa di questo Stato a sovranità limitata nato per volontà di mano straniera e sviluppatosi aggredendo altri popoli.

A tutti quei Veneti che collaborano attivamente con l’occupante italiano, noi diciamo: state attenti a non opporre ostacoli al cammino della storia, ricordatevi che la storia non perdona. Se adesso il Veneto sta subendo degrado morale e civile, criminalità di ogni genere, un’immigrazione arrogante e fuori da ogni controllo, una situazione economica pesantissima, che lascia ormai ben poche speranze per il futuro… e tutto per tenere in vita uno Stato da sempre moral­mente ed economicamente fallito… sappiate che il merito va a voi, miseri lacchè, che avete osato contrabbandare la plurimillenaria storia, la dignità, l’onore, e il futuro del popolo veneto in cambio di qualche manciata di denaro, peraltro sempre rubato alla nostra gente.

Veneto, dopo un lunghissimo periodo di preparazione e di inenarrabili sacrifici, il Veneto Se­renissimo Governo, sostenuto dai suoi indomiti patrioti, degni eredi degli Immortali Veneti Eroi, in data 24 agosto 1996 proclamava solennemente l’indipendenza della Veneta Patria e il ritorno della legalità marciana nella Veneta Serenissima Repubblica.

Il 6 settembre 1996 iniziavano le trasmissioni della Radio Nazionale Veneta, con la lettura della dichiarazione d’indipendenza e del proclama al popolo veneto, suscitando le prime reazioni patriottiche nel Veneto e fuori da esso, e determinando il costituirsi spontaneo dei primi Gruppi Veneti d’Azione, che subito hanno iniziato ad invocare le Venete Serenissime Autorità a passare rapidamente dalle parole ai fatti. Avendo preso atto della totale indifferenza al caso veneto da parte delle forze italiane d’occupazione, che anzi ben si sono adoperate affinchè la notizia non si propagasse, e in risposta all’inaudita provocazione dei programmati festeggiamenti per il 12 maggio prossimo, architettata con il solito aiuto dei lacchè locali, le Serenissima Autorità, nella riunione di governo del 28 gennaio 1997, hanno diramato, a tute le istituzioni sottoposte al Veneto Serenissimo Governo il seguente ordine.

Tutti i Veneti che si riconoscono nella Veneta Serenissima Repubblica e nei suoi valori dovranno convergere, il 12 maggio 1997, a Venezia, la capitale dei Veneti, in piazza San Marco, per bloccare l’infame quanto sciagurato tentativo, da parte delle forze d’occupazione e dei lacchè veneti che ad esse si sono venduti, di festeggiare i 200 anni della cosiddetta “caduta” della Veneta Serenissima Repubblica. Perchè, se questo triste evento accadrà, sarà l’unico delirante e allucinante caso al mondo in cui un popolo, attraverso i suoi sedicenti rappresentati, si sarà unito per festeggiare la morte della sua patria, la perdita della sua libertà e della sua indipendenza. Come si può immaginare un atto più folle e criminale di questo?

Per chi ancora non l’avesse capito, tra noi e l’Italia non c’è e non potrà mai esserci nessuna collaborazione nel più assoluto dei modi. Troppo l’Italia ci ha sfruttati, umiliati e presi in giro per poter anche solo pensare a un qualche tipo d’accordo. Tutto ciò che noi pretendiamo dall’Italia è che esca dai confini della Veneta Patria con tutti i suoi disastri e che ci lasci al nostro destino di popolo indipendente. Perchè noi siamo più che convinti che questa sia la nostra unica possibilità di salvezza, persa la quale per noi Veneti ci potrà essere soltanto la totale estinzione nel dilagante caos italiano.

Qualcuno potrebbe giustamente chiedersi chi noi siamo e quale diritto abbiamo di pretendere tutto ciò. Semplice! Noi siamo a tutt’oggi gli unici Veneti che non hanno accettato l’occupazione stabile della nostra terra da parte dello Stato italiano, e pertanto, da un punto di vista storico-giuridico, il Veneto Serenissimo Governo è pienamente legittimato a rivendicare l’indipendenza della Veneta Serenissima Patria e ad attuare tutti i mezzi che riterrà necessari per ottenerla.

Veneti! Coraggio dunque! Risvegliamo il nostro antico spirito veneto, e avanti, avanti per San Marco! Se veramente lo vogliamo, possiamo ancora avere un futuro, per noi e per i nostri figli, possiamo ancora risolvere una volta per tutte i problemi che ci attanagliano. Basta che ripren­diamo a credere in noi stessi, nei nostri valori e nella nostra storia, quella storia che ci ha resi grandi in passato, guardando la vita del popolo veneto secondo i princìpi dell’indipendenza, del coraggio, della dignità, dell’onesta e del lavoro.

Veneti, sostenete con tutti voi stessi il Veneto Serenissimo Governo che si sta battendo con tutte le forze, senza alcun compromesso di sorta con nessuno, per riconsegnare alla nostra Veneta Patria quello splendore, quella libertà e quella prosperità che da sempre la storia ha decretato come i suoi per diritto. Viva il Veneto! Viva il Veneto Serenissimo Governo! Viva gli immortali Veneti Eroi! Viva San Marco!


Fonte:  da l’Indipendenza  del 9 maggio 2017




ANTONIO GUADAGNINI: IL NOSTRO GRAZIE AI SERENISSIMI PER IL LORO GESTO







RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO


Sono passati 20 anni da quel 9 maggio 1997. Quella mattina un gruppo di uomini spinti da una “fede politica” incrollabile ha deciso di sacrificare quanto avevano di più importante per tutti noi. Era infatti giunto il momento di inviare un segnale forte, uno scossone che permettesse alla società veneta se non di risvegliarsi quanto meno di porsi delle domande. Delle domande sulla nostra condizione di Popolo e più di qualcuno da quel momento le domande ha iniziato a porsele.

Quell’azione balzata sulle prime pagine di tv e giornali di mezzo mondo, etichettata subito come terroristica e rivelatasi solo dopo anni di processi come in realtà ben lontana dall’essere stata ideata per fare del male a qualcuno, ha permesso a molti veneti di interrogarsi sulla loro identità, sul loro ruolo storico e politico attuale e sulla direzione da prendere per il loro futuro.
Dopo 20 anni il significato più profondo del loro gesto, quello di sognare un Veneto indipendente, libero dal fardello dello Stato italiano che possa riprendere il suo ruolo centrale nel mondo è incarnato e fatto proprio da migliaia di persone che sempre con maggior impegno portano avanti questo ideale. Per questi motivi va a loro il nostro più profondo ringraziamento.

Noi di SiamoVeneto abbiamo fatto nostri questi valori e cerchiamo quotidianamente di dare il nostro contributo per dare a questa terra il futuro che le spetta e alle generazioni future la possibilità di godere del benessere che tutti i padri vorrebbe per i propri figli. La strada verso l’indipendenza è ancora lunga e tutt’altro che facile ma siamo sicuri che con il contributo di tutti questo grande traguardo verrà raggiunto.

Fonte: da miglioverde del 9 maggio  2017



PERQUISIZIONI MLNV. ANTONIO GUADAGNINI: “L’ARMA DI VENETO STATO È IL CONSENSO”


Antonio Guadagnini


“Noi siamo democratici e gandhiani” inizia così il distinguo di Antonio Guadagnini a proposito dei sequestri operati ieri dalle forze dell’ordine a casa di alcuni esponenti del Movimento di Liberazione Nazionale Veneto: “Noi non abbiamo né polizia, né divise. La nostra unica arma è il consenso popolare.  Veneto Stato è un movimento di popolo, non una specie di organizzazione segreta .”

“A livello umano esprimo la mia solidarietà nei confronti degli appartenenti al MLNV – prosegue Guadagnini –  ma non transigo sul loro atteggiamento. Il Veneto ha bisogno di idee e non di divise.”

Secondo Guadagnini, tuttavia, le perquisizioni giungono stranamente puntuali: “Mi pare strano che, dopo la Festa dei Veneti, in un momento di grande riscoperta della nostra identità, e soprattutto all’affacciarsi di uno degli autunni più caldi per il Veneto, si ordini un blitz delle forze dell’ordine. Detto francamente – insiste Guadagnini – non credo che alcuno degli indagati avrebbe mai compiuto azioni violente. Spero non ci sia il tentativo di far passare per violento un movimento di popolo che violento non è.”


Fonte: da miglioverde del 2012



1997,  ASSALTO A S. MARCO - DICHIARAZIONI DI ROCCHETTA, BOSSI, COMENCINI, FOGGIATO E PADOVAN








Il gruppo dei Serenissimi era composto da 8 persone:  Gilberto Buson, Cristian Contin, Flavio Contin, Antonio Barison, Luca Peroni, Moreno Menini, Fausto Faccia, Andrea Viviani