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domenica 18 ottobre 2026


 

(Area veronese)

La Lessinia e il Baldo: lei, la principessa delle Alpi, è una montagna sinuosa, dolce, sensuale...... lui, il principe dagli occhi azzurri come il Lago di Garda, è un monte imponente, frastagliato, slanciato. Si guardano di qua e di là dell’Adige e non si possono toccare ma un tempo erano felici insieme come nessun altro, con le loro tre figlie: Valpolicella, Valpantena e Valdillasi.

Le altre principesse del Regno delle Alpi, invidiose della bella Lessinia e della sua felicità con Montebaldo e le sue figlie, li separarono per sempre creando il solco profondo della Val d’Adige: tutte le sere Monte Baldo intonava una serenata che arrivava alla sua Lessinia attraverso il vento.

Molto tempo fa nel Regno delle Alpi viveva una principessa che si chiamava Lessinia. I suoi fianchi erano morbidi prati, i suoi seni pascoli generosi. Alla nascita, Madre Terra la adagiò in una culla di foglie di faggio, protetta da una coperta di felci intrecciate. Lessinia crebbe con latte di cardo, acqua di fonte e raggi di sole. Divenuta fanciulla, Madre Terra le insegnò a cucirsi vestiti per ogni stagione.

lunedì 18 maggio 2026

ADDIO A DANIELE DAL BOSCO, UNO DEGLI ULTIMI MADRELINGUA CIMBRO

 


Addio a Daniele Dal Bosco, uno degli ultimi madrelingua cimbro, reliquie viventi del tautschaz gareida. Ha vissuto la sua vita in contrada Ferran dove era rimasto l'unico abitante.

Immensa è la mia gratitudine verso Daniele per i bellissimi anni trascorsi a scorrazzare per sentieri, boschi, malghe, vaj, su e giù per la Val di Revolto e Fraselle, di cui conosceva ogni anfratto, ogni storia. Luoghi che lo videro giovane pastore e boscaiolo, avvezzo a grandi fatiche e tribolazioni. Sempre con noi l'indimenticato Cesare, mancato qualche anno fa. Ogni volta che si arrivava sul posto, era di rito accendere il fuoco e " pratan de pulte" abbrustolire la polenta, come facevano un tempo.




Con i loro racconti della tradizione, le loro preziose conoscenze, frutto di esperienze sul campo, mi hanno fatto ricca di un sapere che non si trova nei libri e di cui ho fatto tesoro tramandandoli su carta ai posteri. Daniele, persona mite e riservata, era sempre disponibile e generoso nel trasmettere il suo sapere sulla lingua anche quando con Nicolò e Riccardo andavamo a intervistarlo per studi sul Tautsch di cui era perfetto parlante. Ogni volta che muore un madrelingua cimbro di Giazza, è un pezzetto della nostra storia che se ne va...




Borkhant mai gaselj, borkhant for aljaz! Esan get  tze lofan muntar pa begalar un boadan 'ume himmale.  Grazie amico mio, grazie di tutto.  Ora continua felice il tuo cammino per sentieri e pascoli del cielo.  Bar boudar bou - Ti vogliamo bene.


Fonte: srl di Antonia Stringher

 

mercoledì 25 febbraio 2026

IL COLLE DI SAN ZENO IN MONTE.- IL TOPONIMO SAN ZENO IN MONTE E TOSCANA DE’ CRESCENZI

 

S.Maria di Betlemme, che sia stata così nel XIII secolo?

 

​Due documenti del XII secolo ci certificano che in quel periodo il toponimo “San Zeno in Monte” stava lentamente sostituendo nell’uso comune il più antico nome di “Santa Maria in Betlemme”.

​A tal proposito il canonico conte Giovanni Battista Giuliari, in uno degli studi introduttivi alla sua edizione dei “Sermones” di San Zeno cita la nostra chiesa come quarto (in ordine cronologico) edificio sacro dedicato al Santo. Ma penso che intendesse riferirsi in quel capitolo solo a Verona città. Non ci dà comunque una data precisa per la dedicazione della nostra chiesa al vescovo moro.

​Anche uno studioso di oggi, don Angelo Orlandi sembra orientarsi verso l’abbastanza scontata ipotesi che il nuovo toponimo si sia affermato nel XII secolo.

​Nessuno dei due studiosi però, e nemmeno il Biancolini, ci fornisce la motivazione di una siffatta evoluzione.

martedì 6 gennaio 2026

LA BEFANA NON È UNA VECCHIA CHE VOLA.



Carega,  6 gennaio 2026.


Nelle montagne la Befana non è una vecchia che vola,   ma l’ultima guardiana dell’inverno.  

Avanza tra neve e silenzio,  porta il fuoco che brucia il passato  e apre il sentiero al nuovo anno.

Nel suo passo consumato c’è la forza delle stagioni,  nei suoi doni la promessa che la luce ritorna.  

E noi, comunità di montagna,   la accogliamo come si accoglie un presagio:  la rinascita è vicina, il cammino continua.

 

Fonte: srs di Mauro,  da “Gli amici del Carega”

 

sabato 9 agosto 2025

LA LINGUA CIMBRA

 

Giovanni Battista Pighi


Secondo Carlo Cipolla i cimbri erano pastori tirolesi e bavaresi che s'infilarono attraverso la valle del Fersina e l'altopiano di Folgaria verso i VII comuni vicentini (1. Asiago, 2. Enego, 3. Foza, 4. Gallio, 5. Lusiana Conco [unione di Lusiana e Conco], 6. Roana, 7. Rotzo ) e i XIII comuni veronesi (1. Roverè, 2. Velo, 3. Bosco Frizzolana [oggi Bosco Chiesanuova), 4. Valdiporro [oggi frazione di Bosco Chiesanuova], 5. Erbezzo, 6. Alferia [oggi Cerro Veronese], 7.Azzarino e 8. Camposilvano [oggi frazioni del comune di Velo Veronese], 9. Saline [oggi San Mauro di Saline], 10. Tavernole [oggi frazione di San Mauro di Saline], 11. Selva di Progno [con i colonelli di Giazza e Campofontana], 12. San Bartolomeo Todesco [oggi frazione di Selva di Progno], 13. Sprea cum Progno [oggi Badia Calavena]).

giovedì 26 settembre 2024

MONSIGNOR GIUSEPPE CAPPELLETTI, LO STUDIOSO DEL TAUCIAS GAREIDA

 

Don Giuseppe Cappelletti


Don Giuseppe Cappelletti, nativo di Giazza (1871-1958), fu professore di matematica presso il Seminario vescovile ed in seguito al Liceo vescovile pareggiato. Profondo amante della sua Lessinia, le dedicò numerosi studi, scritti e poesie. Rimase sempre a fianco dei suoi compaesani con aiuti spirituali e materiali, specialmente durante l'epidemia di spagnola che scoppiò nel 1918. 

 

Proprio questo drammatico evento potrebbe aver contribuito alla nascita del sodalizio con Luigi Messedaglia, il quale, tenente colonnello medico, fu mandato a Giazza per valutare la situazione sanitaria e programmare eventuali provvedimenti. Qui, terminato il lungo e drammatico lavoro si intratteneva spesso a discutere con don Cappelletti dell’antica parlata dei coloni bavaro- tirolesi che si erano insediati sui nostri monti. Discorsi che lo affascinavano enormemente.

 

Fu proprio il Messedaglia che spinse don G. Cappelletti a mettere per iscritto le profonde conoscenze che aveva maturato sulla cultura della sua gente e che videro la luce negli Atti dell'Istituto Veneto del 1918-19, e più precisamente nell'articolo dello stesso Messedaglia dal titolo "Echi della parlata dei XIII Comuni Veronesi".

sabato 4 maggio 2024

C’ERA UNA VOLTA IL TARASACCO DETTO ANCHE PISSACANI O BRUSAOCI

 


Prati gialli Campo di Crepis sancta o Radicchiella simile al Tarassaco ma meno buona in cucina 


«Ora l'intruso arriva dalla Terrasanta»


 

Nell'Est veronese la Crepis Sancta, o Radicchiella, sta prendendo il sopravvento. Resiste meglio a stagioni di siccità e piogge altalenanti

 

 

«Pissacani» in via di estinzione nelle campagne dell’Est veronese. Altro segnale del territorio che cambia, a malincuore per chi era solito cibarsi dei fiori o delle foglie di questa verdura spontanea. Cartina di tornasole sono i colori della primavera: il verde della natura che si risveglia, il bianco dei petali dei ciliegi. Alla tavolozza si aggiungeva il giallo delle infiorescenze di tarassaco, il «pissacan» appunto, a tingere prati o filari tra una vigna e l’altra. Ora non più.

 

«Negli ultimi 15-20 anni è apparso un nuovo fiorellino sempre giallo, il Crepis sancta o radicchiella di Terrasanta, la cui presenza sta soppiantando quella del pissacan», segnala il naturalista Silvio Scandolara che descrive questo «intruso» che presenta talvolta capolini doppi e rosetta basale di foglie molto più piccole, meno saporite e di scarso uso in cucina.

martedì 17 dicembre 2019

IL PRIMO CRISTIANO DI VERONA ERA UN BIMBO DI 3 ANNI

L’epigrafe a San Procolo per Victor(i)nianus, morto a due anni e 11 mesi dopo essere stato battezzato (BATCH)


Si chiamava Victorinianus, è vissuto alla fine del IV secolo dopo Cristo ed è morto in tenerissima età (per un motivo che si è perso nella notte dei tempi), a nemmeno tre anni: è lui il più antico cristiano veronese di cui abbiamo testimonianza. Il primato, appunto quello di iscrizione paleocristiana più antica di Verona, appartiene a un’epigrafe ritrovata lungo le scale che conducono alla cripta dell’antica chiesa romanica di San Procolo, a poche decine di metri da San Zeno.

Un’iscrizione riaffiorata durante i lavori, datati anni Ottanta, di recupero funzionale dell’edificio sacro sorto sull’area di un sepolcreto romano dove, evidentemente (grazie al piccolo Victorinianus ne abbiamo ora le prove) già nel IV secolo era previsto un settore dedicato alla comunità cristiana. Già allora era stata fotografata e studiata.
 Ma la vera «scoperta», tra quelle lettere incise con poca cura da uno scalpellino su una lastra di calcare locale rozzamente rifinita, risale solo a qualche settimana fa. «Ero a San Procolo per studiare una serie di iscrizioni», racconta Alfredo Buonopane, docente di Epigrafia latina e Storia romana all’università di Verona e autore della ri-scoperta appena pubblicata sulla rivista di settore «Hormos», «quando, rileggendo la lapide in questione, mi sono accorto che di questa epigrafe doveva essere sfuggita all’attenzione degli studiosi precedenti la committenza cristiana».

Su quella lastra infatti, in origine coperchio di una tomba terragna, ritrovata in posizione orizzontale in un contesto di reimpiego, alcune righe di testo, ammassate verso l’alto e con lettere poco regolari: «Hic innofitus| Victornianus,|qui vixit anos|II, mesis XI». «Qui (giace) il neofita Victornianus, che visse due anni e undici mesi». Tra queste, ad attirare l’attenzione di Buonopane, una parola in particolare: «innofitus», grafia raramente attestata che sta per «neophytus», sostantivo documentato in molte varianti, che in questo caso presenta all’inizio una -i eufonica, l’elisione della e davanti alla o e l’omissione dell’aspirazione, con uno scambio di i per y.

«L’aspetto più interessante di questa nuova iscrizione è certamente rappresentato dal fatto che il piccolo Victorinianus venga chiamato neophytus, vocabolo con cui si indicava un individuo che da poco aveva ricevuto il battesimo. Battesimo che, a quei tempi, avveniva normalmente in età adulta, salvo che, come in questo caso, non vi fosse la necessità in battezzare il bimbo in articulo mortis. Ed è da questo particolare che possiamo considerare il bambino un cristiano. Il più antico di cui abbiamo testimonianza a Verona. Le altre iscrizioni paleocristiane, in città, risalgono tutte al V secolo avanzato o al VI secolo».

L’iscrizione di San Procolo, infatti, viene datata da Buonopane tra la fine del IV e i primi decenni del V secolo d.C.: «Considerando il tipo di monumento funebre, gli aspetti onomastici, quelli linguistici, tipici dell’epigrafia tardoantica, e paleografici, come la decorazione: i due delfini che compaiono ai lati del testo sono immagine molto diffusa nella committenza cristiana dell’epoca come metafora della morte. L’ichtýs sotér, infatti, il cetaceo salvatore che accorre in soccorso degli uomini nel momento del naufragio, secondo i padri della Chiesa era metafora della morte e della salvezza: li portava in salvo, traghettandoli verso la nuova vita». 
Questa ri-scoperta a San Procolo segue quella, sempre da parte di Buonopane, di un’altra interessante iscrizione nella vicina basilica di San Zeno. Un’epigrafe funeraria tardoantica, su un frammento incastonato vicino alla porta laterale, che ricorda la sepoltura di un Massimo, originario del villaggio di Kaprozabada, in Siria. In definitiva, corsi e ricorsi storici. «Già allora, infatti, per ragioni forse legate alla pressione demografica e al conseguente bisogno di nuovi spazi, un nutrito di gruppo di persone provenienti dalla Siria si stabilì in diverse località dell’Italia settentrionale», conclude Buonopane. «Tra queste, oltre a Concordia, Aquileia e Trento, c’era anche Verona». •

Fonte: srs di Elisa Pasetto, da L’Arena di Verona del  24 dicembre 2017

venerdì 22 novembre 2019

L'ULTIMA POESIA DI ROBERTO PULIERO IN OSPEDALE… “GRASSIE A CHI M'HA CURÀ” .

Roberto Pugliero



Il giorno 19 novembre , a 73 anni, si è spento Roberto Puliero, grande regista, attore e radiocronista storico dell'Hellas Verona.
Ricoverato a Borgo Trento, nelle ultime settimane ha scritto una poesia dedicata a dottori e infermieri che l'hanno curato.


Ricoverato a Borgo Trento, nelle ultime settimane ha scritto una poesia dedicata a dottori e infermieri che l'hanno curato.


GRASSIE A CHI M'HA CURÀ 

Quando un giorno uno el se cata
ricoverado a l’ospedal,
più che ben, se po’ anca dir
che, struca struca... te stè mal
Ma, za dopo un par de giorni,
te te senti consolà,
e da una serie de attensioni
circondado e confortà!
Gh’è un bel sciapo de infermiere
che come ti te le ciami,
le se parcipita a iutàrte
come un supìo de tsunami!
Le te alsa, le te sbalsa,
le te senta, le te sbassa,
le te palpa, le te tasta,
le te dindola e strapassa
Fin da mattina imboressàde
la Federica o la Veronica
un’iniesson de bonumor
che la par la bomba ’tomica!
E le prova ad una ad una
sigalando un fià a la bona...
... che sia pronte par la sera
le cansone del Verona,
e le sistema le bandiere!,
parchè riva fin lassù
la gioiosità festosa
dei colori gialloblù!
... po’ gh’è Andrea, che te lo senti
quando riva el so vocion
che’l par proprio vegnù fora
da un Sior Todaro brontolòn
E Francesco che po’ se casco,
so a la fin contento istesso...
sono sicuro: co un colpetto
el me tira su dal cesso!
E gh’è la Elena col boresso
sempre annesso e incorporado
con la Kety a far da spalla
a quel “duo“ un fià scombinado
Fin che intanto la Michela,
coi so oceti birichini,
la te fa solo pensar
a pastissi e tortellini...
... e po’ gh’è la Paola capobanda:
per governar quelo che gh’è,
ela ghe basta un bel sorriso,
’na parola, anca un giossetin de te...
Du anni fa, forsi impisocado
e de sonno ancora storno,
m’era fin scapà da dir
“quasi quasi qua ghe torno!“
Ben, scusè, m’ero sbalià!...
Voi tornar ma no malà...
voi tornar pa ringrassiar
chi ogni giorno m’ha curà
con affetto e co umiltà
impinando el so lavoro
de amicissia e umanità
 R.P.

domenica 13 ottobre 2019

QUELLE VETRINE CHE HANNO SEGNATO UN´EPOCA.


LA VERONA CHE NON C´È PIÙ. La storia commerciale di via Mazzini scandita dai negozi storici che ne hanno animato la vita e dettato la moda in città dai primi del ´900.




L´annunciata chiusura della libreria Ghelfi&Barbato è l´epilogo di una lenta agonia iniziata alla fine degli anni Ottanta.

La chiusura della libreria Ghelfi&Barbato è l´ultimo capitolo non solo della storia commerciale di Verona, attraverso la sua più importante strada del passeggio e delle vetrine, ma anche il triste epilogo di un´epoca. Quella della ricca borghesia cittadina che vestiva elegante, ma anche quella della città popolare che guardava le vetrine con gli ultimi arrivi e affidava all´estro e alle mani delle giovani donne, casalinghe e sartine in casa, con lo scampolo di stoffa a poche lire, la possibilità di un abito alla moda. Via Mazzini, la via principale di Verona, che i veronesi amavano chiamare con il vecchio toponimo di via Nuova.

CON LA CHIUSURA della libreria Ghelfi&Barbato, che, unico negozio di via Mazzini, ha mantenuto anche lo splendido rivestimento metallico, si volta pagina su un pezzo di storia. La libreria è citata in una guida di Verona del 1868 (libraio Munster, via Nuova alla Scala ed, un ventennio dopo, Rem! igio Cabianca), e poi in tutte le guide di fine Ottocento, in uno stabile che, in epoca asburgica, ospitava le stalle. 

La raffinata struttura in ferro venne eseguita dalla Premiata officina Marcello Carrara di via Torretta San Zeno: manca la data, ma è del secondo ottocento, in quanto Marcello Carrara è presente nell´elenco delle officine veronesi proprio in quel periodo. 

Nei primi decenni del novecento, i Barbato da Pontremoli, la patria delle bancarelle di libri, sono approdati a Verona: prima vendevano i libri in bancarelle poste al centro della strada, poi hanno rilevato la storica libreria. L´addio di Ghelfi&Barbato, in via Mazzini, segue di solo un anno la chiusura della sede storica della Bnl, la Banca nazionale del Lavoro, che ha lasciato il posto ai grandi magazzini Zara. Di negozi storici, sopravvive la Farmacia Due Campane, che la tradizione fa risalire addirittura al 1753 dallo speziale Giuseppe Faccioli in contrada Santi Apostoli, poi  trasferita in via Nuova dallo speziale Gaetano Lonardi nel 178! 9. E nell´alta via Mazzini, al numero 67, verso piazza Bra, dagli anni Venti, c´è la gioielleria Maria Passeroni. 


QUELLE VETRINE CHE HANNO SEGNATO UN´EPOCA.





RACCONTARE la storia commerciale di questa strada non è facile: si può partire dalle vecchie guide di Verona (si intitolavano anche «Informatori» o «Indicatori» o «Indispensabili») del secondo ottocento, edite da Apollonio e da Rossi. In quelli degli anni Trenta dell´ottocento, si scopre che in questa che si chiamava via Nuova c´erano fabbri, bottai, drogherie, alimentari, sarti e i più svariati artigiani ed è facile pensare che allora i negozi erano modesti, in penombra, male illuminati, con le merci sulla porta. 

Il precursore fu Pietro Barbaro, cavaliere veneziano, proprietario di un grande negozio di stoffe con sartoria a Venezia nel centralissimo Campo Goldoni e succursali a Padova e Treviso. Nel 1900, acquistò tre modeste case in via Nuova ai numeri civici 53, 55,57e dopo il loro abbattimento provvide ad erige! re un moderno edificio, quello che si vede ancora oggi, al numero 55, con ingresso laterale e due ampie e bellissime vetrine. Allora fu ritenuta un´audacia, demolire e ricostruire il nuovo. Nel volume sui «Luoghi del commercio» di Luigi Scolari e Alberto Vignolo ci sono i bellissimi disegni del palazzo di Barbaro che portano la firma del più illustre architetto veronese del tempo, Ettore Fagiuoli. Bellissimi e accuratissimi i disegni dell´architetto per la facciata con le maestose vetrine. Oggi, c´è una griffe nazionale, Furla, borse, valigie, pelletterie e accessori. 

Dopo Barbaro, arriva da via Quattro spade, nel 1903, l´Unione Militare, altro storico negozio che forniva divise, che vi rimase fino ai primi anni Settanta: apre nei locali della storica birreria Galletti.

Sempre in questi primi anni del Novecento, c´era la drogheria del veneziano Fabricci, che poi divenne, nei primi anni Sessanta, la Drogheria di lusso Cavallina. C ´erano le fiorerie Ghedini e Zanoni. Allora una sola la profumeria, all´insegna Marastoni, che negli anni Sessanta divenne Mirem e una sola anche l´oreficeria, Toffaletti, che da metà degli anni Novanta si è spostata in via Cattaneo. Venne aperta nel 1898, con vetrine ornate a motivi floreali e scaffali con ripiani in cristallo; era in via Mazzini 16, in uno stabile di proprietà della Comunità ebraica. Un´eleganza sobria ma raffinata. 



IN QUESTI PRIMI ANNI del secolo scorso, fu rinnovato il caffè ristorante Concordia alle Campane, nel palazzo Martini (negli anni sessanta divenne Linoleum): ora qui c´è la gioielleria Canestrari, approdata negli anni Ottanta, ma attiva dal 1920 aveva un ampio e per i tempi bellissimo negozio in via Cappello. Memorabili le vetrine di argenteria.




Oltre l´incrocio con via Quattro spade, vicino al cortile dell´Accademia, nel primissimo Novecento, c´era il vecchio Tiolo, con una bottega di cioccolata servita solo in tazza: qui, negli Anni sessanta, si insediarono i grandi magazzini Upim, per poi spostarsi nel palazzo del Supercinema, dove seppur ridotti si trovano ancora. Negli anni Venti, altri illustri negozi aprono in via Mazzini: Tadini e Verza era arrivato a Verona nel 1923, da Montagnana (allora era una delle 27 filiali della ditta, che oggi ha sede a Brescia). Pochi anni dopo, l´apertura, attorno al 1926, in una pubblicità apparsa sul nostro giornale si reclamizzava che da Tadini e Verza si regalava un servizio di piatti ai clienti che avessero fatto acquisti per oltre 15 lire. Oggi, da Tadini e Verza c´è il Disney store.

Verso San Tomio, dal 1915, c´erano le sorelle Beltrame e ancora dall´Ottocento, le pelletterie Campana. Invece, all´imbocco della strada da piazza Bra, c´era Onestinghel, un altro negozio storico di Verona: la cartoleria aperta nel 1888 si è trasferita da ormai una quindicina di anni in via Frattini ed in Zai. Al suo posto prima De Wan, ed ora Louis Vitton, la celebre griffe della pelletteria. 



Onestinghel, il telefono n.1 a Verona


GLI ANNI D´ORO della via Nuova sono iniziati nel dopoguerra e sono continuati fino alla fine degli anni Ottanta. Dire via Mazzini, in questi trent´anni, significava cartoleria Onestinghel, valigeria Giobatta Righini, bar Turco (già caffè Zampi, quello di Carlotta Aschieri), confetteria Delva (già Unica), orologeria Pavesi,cappelleria Petternella, confezioni Pietro Barbaro, Unione Militare, Filippo Grassi con le sue bellissime biancherie, farmacia Carraroli (Rossi) alle due Campane, le porcellane di Giacomo Martini, la sartoria Saccani (già Cervellera), le bellissime stoffe e poi confezioni di Tadini e Verza, Pernpruner (con le splendide vetrine), Profumeria Mirem (Marastoni), Illy bar (Cattarozzi), Fioreria Ghedini (trasferita nel caffè Santo Mio), e infine il negozio di biancheria Angelini, che, negli Anni sessanta, era il più vecchio di via Nuova, con 116 anni di gestione alle spalle. Non c´era già più l´orologeria Paur, nell´immobile costruito dall´architetto Goldschmied all´angolo con via Enrico Noris, per la sede del banco veronese di cambio: dagli anni Sessanta, erano esposti in vetrina i nuovissimi prototipi delle macchine da cucire Singer. 





Verso piazza Erbe, la Salumeria Simonetti, già Todeschini, l´ombrelleria Campana, la farmacia di San Tomio, la calzoleria Voltan, le stoffe di Bonani e Castellani già Casalini, la libreria Dante, che dal negozio al numero 70, nel frattempo, si era trasferita al palazzo del Supercinema. Di librerie in via Mazzini c´erano ovviamente la Ghelfi e Barbato, la Marchiori e Di Pellegrino.

In fondo, nello slargo, con piazza Erbe e via Cappello, nel palazzo d´angolo, c´era il negozio di scarpe di Attilio Rossi: elegantissimo. Oggi c´è Max e Co. Negli anni d´oro, in via Nuova, Albasini, con la biancheria: era vicino alla Bnl. Negli anni Settanta, Biasini mostrava le poltrone Frau, uno dei primi arredamenti da design. E sempre in questi anni, arrivano i negozi di scarpe vicino a piazza Bra, di Principe e Buschi, le confezioni del Duca d´Aosta (dal 1960), la profumeria Venus, le pelliccerie Castelli, l´abbigliamento per signora di Luisa Spagnoli, poi ancora Azzini abbigliamento, i Magazzini Disco Rosso, le biancherie di Frette e il negozio di dischi della Ricordi. 


Taioli, Veronetta


«LE STRASSE». Poi, a fine anni Ottanta, primi anni Novanta, aprono i negozi di jeans con le griffe italiane, Benetton, Diesel e i «puristi» di via Mazzini, inorriditi, dicevano che in via Nuova erano arrivate «le strasse». Negli anni Novanta, con gli affitti stellari e il turismo internazionale, le vetrine veronesi fanno gola alle griffe dell´alta moda: ecco Versace, Gucci, Louis Vitton, Cartier, Dolce e Gabbana, Bulgari, Marina Rinaldi. E di recente, Tezenis, Disney store, Salmoiraghi e Viganò e la catena spagnola di Zara. Fino alla recente libreria Feltrinelli nell´ex sede del Banco di Roma, che ha dato il colpo finale a Ghelfi&Barbato. 

Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA
Data: 3/04/2012
Note: CRONACA – Pagina 17

domenica 12 maggio 2019

SI SENTE MALE MENTRE GUIDA ADDIO A GIOVANNI RAPELLI

Giovanni Rapelli 


Verona e la cultura italiana hanno perso una figura che resterà pietra miliare nello studio della linguistica e della toponomastica. Giovanni Rapelli, 81 anni ancora ben portati con vivacità di spirito e di mente, è morto l’altra sera nei pressi di San Rocco di Piegara, di ritorno da un incontro organizzato dal Curatorium Cimbricum Veronese di cui era stato tra i fondatori nel 1974.  Alla guida della sua auto sulla quale viaggiava l’amico fraterno Carlo Caporal, si è sentito male improvvisamente: la morte è sopraggiunta immediatamente dopo che ha avuto la forza e l’accortezza di accostare l’auto al ciglio della strada. 
Marta Tezza, che seguiva l’auto provenendo dalla stessa riunione, ha prestato il primo soccorso ma è stato tutto inutile e anche il medico del 118 ha tentato a lungo le manovre di rianimazione senza successo. I funerali si svolgeranno lunedì alle 16 nella chiesa di San Marco Evangelista, in via Girolamo Dalla Corte 24, in Borgo Venezia, dove Rapelli abitava con la moglie Maria Antonietta. 

Nato in una famiglia molto povera, raccontava di essere appassionato di libri fin da bambino, ma per necessità familiari fu costretto a frequentare una scuola di avviamento commerciale ed essere subito inserito come stenodattilografo in un’azienda e solo due anni dopo entrò nella casa editrice Mondadori come allievo tecnico, doratore di copertine e addetto al controllo della qualità. Nonostante queste mansioni pratiche, non abbandonò mai la passione per le lingue: con il francese imparato a scuola, da solo aveva raggiunto la capacità di parlare, o leggere o scrivere in inglese, tedesco, spagnolo, latino, greco, russo, giapponese, eschimese. 

La sua competenza gli servì a far carriera alla Mondadori: nel leggere i libri in stampa, segnalava gli errori al suo direttore generale, che così lo promosse a lavorare come correttore di bozze prima e poi redattore e traduttore della casa editrice nella quale lavorò per lo più su opere enciclopediche tradotte dall’inglese, dallo svedese e dallo spagnolo, fino alla pensione nel 1988, anno che lo vide diventare socio corrispondente dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona. 

Ha dato alla luce oltre 400 pubblicazioni e una ventina di volumi, primo studioso a proporre una parentela fra giapponese ed eschimese, a studiare le iscrizioni retiche, a riconoscervi una forma di etrusco arcaico mescolato a idiomi euganei e a scrivere trattazioni sistematiche dei cognomi veronesi e cimbri, l’opera per la quale è più conosciuto tra i veronesi. 

«Perdiamo un punto di riferimento fondamentale», commenta Vito Massalongo, presidente del Curatorium Cimbricum Veronense, proprio nell’anno in cui abbiamo deciso di ristampare i suoi volumi I cognomi cimbri e Testi cimbri opere fondamentali entrambe esaurite. Ne era felicissimo e ne avevamo parlato alla riunione, dove aveva portato tutto il materiale già pronto, con prefazione, appendici, bibliografia e indici. Un grande professionista, aperto e saggio, fino all’ultimo proiettato su quello che avrebbe preparato nei prossimi mesi». 
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Vittorio Zambaldo


Fonte: srs di Vittorio Zambaldo , da L’Arena di Verona del 11  maggio 2019 

sabato 4 maggio 2019

GUARITORI E JUSTA O TIRA OSSI" NELLA LESSINIA DEL PASSATO




Le malattie hanno sempre rappresentato per l'uomo un fatto di estrema crisi e soprattutto riproposto problematiche di ordine sociale, individuale, filosofico e religioso. Le malattie mutano, anche profondamente, la quotidianità della vita, il modo di viverla e di rapportarci con gli altri e divengono fonte di insicurezza e pongono spesso l'individuo che ne è colpito nell'afflizione della disperata ricerca della cura e in una diversa ottica di percepire il significato delle cose.

Al giorno d'oggi, sebbene molti mali che affliggono l'umanità sono ancora incurabili, i progressi della medicina e della chirurgia sono stati enormi e le probabilità "de salvarse la menega" sono ben più elevate rispetto al passato, ove si dovevano non solo fare i conti con una medicina e pratiche mediche ben più rudimentali e grossolane, ma soprattutto con una povertà dilagante che permetteva solo a pochi di potersi curare. Si ricorreva quindi a metodi tradizionali e naturali, soprattutto quelli fitoterapici, a salassi, polverine, "tira o jùsta ossi", "praticoni" e guaritori con la speranza della salute.





Giulia Castagna, la famosa "justa ossi" e levatrice della Lessinia. Nel libro " Vita e tradizione in Lessinia" di Ezio Bonomi è contenuta una intervista della sig.ra Castagna sulla "comarona de Velo" (Pulcheria Caprara) -



Ai primi sentori di un qualcosa che non andava si ricorreva subito a qualche riparo perchè "l'è mejo prevenìr che curàr". In ambito familiare erano soprattutto le madri o comunque le donne di casa ad accorgersi che qualche membro della famiglia "el ghea carcossa che no và"; il pallore o l'eccessiva colorazione fornivano il segnale visivo di un malessere e subito si provava a verificare se vi era la "fear" (febbre). In passato i termometri erano una vera rarità e per misurare la febbre si appoggiavano le labbra sulla fronte dell'ammalato per poterne percepire la temperatura; si guardavano attentamente i "sudorini freddi". Il pallore, il rossore, le mani fredde e sudate, "i calamàri" (le occhiaie), l'assenza di sonno, la spossatezza, gli occhi lucidi, arrossati, la lingua gonfia o bianca erano i primi segnali di un malanno. L'iniziale rimedio consisteva in un buon sonno ristoratore, dando magari prima di andare a letto una scodella di brodo caldo di gallina o un buon bicchiere di latte caldo con un po' di miele e grappa "parchè se suda fora el màl".
Con il perdurare del malessere il primo consulto avveniva in famiglia, rivolgendosi soprattutto ai "pì veci" perchè di maggiore esperienza di vita e soprattutto "parchè avendo vivesto de pì i pol èrne ìste de pì e saerla pì longa". 
Nel caso di febbre alta si ricorreva alle "strasse bagnè in tel acoa freda" ed avvolte alle caviglie, ai pulsi e sulla fronte per cercare di abbassare la temperatura. Qualora questi rimedi non fossero in grado di sortire alcun effetto si ricorreva al "spesiàl" (farmacista) che presso la "fermacia" (farmacia) avrebbe sicuramente preparato qualche polverina per alleviare i malanni. 
Dal medico invece ci si recava assai raramente, solo quando si aveva provato di tutto senza ottenere alcun risultato soddisfacente e questo perchè in passato, soprattutto in un mondo contadino e montanaro come quello lessinico "de schèi ghe n'era gran pochi" ed il medico doveva essere pagato per le sue prestazioni. Infatti quando nella disperazione si ricorreva all'intervento del medico insorgevano spesso problemi per la retribuzione, poichè se non si rientrava nell'apposita lista comunale delle famiglie povere per le quali provvedeva il comune, era invece necessario pagarlo di tasca propria. Non erano affatto rari i casi in cui, stante le misere e ristrette condizioni economiche dei più, il medico veniva pagato con qualche salame, pezzo di formaggio, uova o prodotti agricoli. I medici del passato, anche in Lessinia, erano spesso soliti attuare i cosiddetti salassi, cioè applicare delle sanguisughe ("le sanguete") sul corpo dell'ammalato per privarlo di parte del sangue "cattivo"; sortendo però non di rado l'effetto contrario di indebolire ancor di più l'ammalato. Nonostante la gente del passato ricorresse piuttosto raramente al medico essi avevano comunque sempre un gran lavoro, sia di giorno che di notte.

Molto più spesso si ricorreva invece alla figura dei cosiddetti “guaritori”, cioè di quei soggetti che con l’uso di riti magici, di pratiche e di sostanze, spesso di origine vegetale, cercavano di porre rimedio ai malanni. Anche nella Lessinia del passato in ogni paese erano conosciute persone che, a secondo dei bisogni, venivano ricercate per porre rimedi ad infortuni, malori e problemi di salute di uomini ed animali. Non di rado soprattutto tra le persone più superstiziose si ricorreva ai “striossi” poiché si riteneva che molti dei malanni fossero derivati da “striamenti e angurassìoni”, per cui essi si sarebbero potuti eliminare solo con altre “fatture”. Si trattava chiaramente nella maggior parte dei casi di imbroglioni e ciarlatani che facevano pressione sull’ignoranza e la superstizione popolare, ma talvolta vi erano tra loro dei veri e propri esperti di fitoterapia.

Fonte: da facebook, Amici di Velo del 22 aprile 2019 

venerdì 3 maggio 2019

LE MANIFESTAZIONI DEMONIACHE DELLA CASA DEL BRIGANTE "TOMASIN" DELLA CONTRADA COMERLATI DI VELO VERONESE E LO SBRIGATIVO METODO DI "TITA MARTAREL" PER LIBERARLA DAGLI SPIRITI -


I RACCONTI NEI FILO' DELLA LESSINIA DEL PASSATO.


Contrada Comerlati,   casa del brigante  Tomasin


Nella cultura e nella tradizione popolare di molti paesi una casa stregata (o casa infestata) è un'abitazione che è ritenuta coinvolta in presunti eventi soprannaturali o fenomeni paranormali. Tradizionalmente una casa stregata può essere infestata da fantasmi, da poltergeist o entità malevole come demoni.

Si ritiene che le case stregate siano spesso abitate da spiriti di trapassati che si presume fossero i precedenti abitanti o avessero una qualche familiarità con quella data abitazione. La presunta attività soprannaturale all'interno di queste case viene associata principalmente ad eventi violenti o tragici che sarebbero avvenuti al loro interno, come omicidi, morti accidentali o suicidi, nel passato recente o remoto. Talvolta si ritiene però che in quel luogo vi siano manifestazioni demoniache derivanti ad esempio dall’aver “venduto l’anima al Diavolo”.

In molte culture e religioni si ritiene che l'essenza di un essere umano, cioè la sua l'anima continui ad esistere anche dopo la morte; taluni sostengono la credenza che gli spiriti dei defunti che non sono passati nell'aldilà, in alcuni casi particolari possano rimanere intrappolati all'interno delle abitazioni in cui i loro ricordi e la loro energia sono forti. Queste entità infesterebbero le abitazioni, manifestando ai vivi la loro presenza con rumori, con apparizioni, oppure con spostamenti o lanci di oggetti fisici, quali pietre o altro. Queste manifestazioni paranormali vengono presentate talvolta come "attività di poltergeist", cioè di "spiriti rumorosi" o come tradizionalmente vengono definiti nella cultura popolare lessinica i “rensaòrio regninsàori”.

Nella cultura popolare dei nostri monti le manifestazioni dei “regninsaòri” vengono descritte soprattutto come rumori prodotti da essi e sarebbero avvertibili soprattutto durante le notti ed avverrebbero all’improvviso nei momenti di riposo e di tranquillità. In sostanza questi rumori, derivanti dal lancio nel “vuoto” di pietre contro le porte o le finestre, dallo spostamento di mobili, dallo scalpitio di passi sulle scale o il rumore metallico di catene verrebbero prodotti con la specifica finalità di arrecare disturbo al sonno dei vivi. Tuttavia non vi è nella credenza popolare lessinica un’univoca concordanza nel ritenere che questi rumori siano prodotti esclusivamente dai “regninsaòri”, alcuni ritenevano infatti che si tratti di manifestazioni demoniache prodotte da “strie e striòssi” che come si sà avendo venduto l’anima al Diavolo dovevano commettere quotidianamente azioni malvagie.

Molto spesso gli strani rumori che si udivano nelle vecchie abitazioni, quali scricchiolii, ticchettii, ecc. erano invece dovuti ai materiali impiegati nelle costruzioni, dalle loro dilatazioni termiche, caratteristiche e soprattutto dagli attacchi dei parassiti (legno,ecc.). Oltretutto sono stati scoperti in passato svariati casi in cui dei buontemponi si divertivano a simulare rumori misteriosi, come lanci di sassi contro gli scuri ed i tetti delle abitazioni che spesso simulavano l’infestazione di spiriti con la finalità di deprezzare un’abitazione o un luogo per acquistarli a bassissimo prezzo.

Esistono numerosi luoghi della Lessinia che la tradizione popolare vuole infestati dagli spiriti, dove si riteneva che i rumori e le apparizioni dei “regninsaòri” deriverebbero dalla vendetta di questi per i torti subiti in vita, con l’intenzione di molestare i vivi; in alcuni casi si parla addirittura di soggetti che sono divenuti paranoici credendo appunto di essere vittima dei “regninsaòri”.

Nella Lessinia del passato erano particolarmente famosi gli episodi di questo genere che si riteneva avvenissero nell’antica abitazione, ubicata in contrada Comerlati di Velo Veronese, ove nacque e visse il sanguinario “brigante Tomasìn” (al secolo Tommaso Comerlati). La figura del “brigante Tomasìn” era avvolta dal più fitto alone di mistero e satanismo e la tradizione popolare narra appunto che avesse venduto l’anima al Diavolo per entrare in possesso del famoso “libro della fisica” di Pietro D’Abano(o “libro del Diaolo”) stipulando un presunto patto con il Diavolo per giustificare non solo la sua efferata crudeltà, ma anche le ricchezze e l’imprendibilità.

Tommaso Comerlati, descritto come un uomo di grossa corporatura e dotato di una forza eccezionale era pure estremamente astuto e scaltro, ma soprattutto dotato di una crudeltà ed una spietatezza senza pari. Nella sua casa nativa della contrada Comerlati si era creato il suo covo e l’abitazione era dotata di robuste ed alte mura in pietra, munita di un invalicabile muro di cinta e le finestre dell’abitazione, molto strette ed in posizione strategica, consentivano di poter sparare in ogni direzione e fronteggiare eventuali tentativi di assedio. Alla morte di questo terribile e sanguinario brigante, avvenuta secondo la leggenda in misteriose circostanze, la sua anima dannata, per aver venduto l’anima al diavolo, sarebbe rimasta intrappolata nella sua abitazione e di notte avrebbe manifestato ai vivi la sua maligna presenza.



Casa del  Tomasin, il portone del muro di cinta prima del restauro


La sua era un’abitazione in pietra molto imponente, dotata di un alto muro di cinta, di molte stanze e con annesse alcune stalle e dopo la sua morte vi fu sempre una certa difficoltà ad essere venduta a causa della demoniaca nomea che ebbe questo personaggio; si narrava infatti che le manifestazioni demoniache in questa abitazione fossero molto frequenti e che scoraggiassero i potenziali acquirenti. I continui rumori notturni, i lanci di sassi, provenienti dall’ignoto, contro le porte dell’abitazione e delle stalle avevano ormai terrorizzato tutti. 
Accade però che negli anni ’30 del XX° secolo un ricco possidente della contrada Riva di S. Francesco di Roverè Veronese, soprannominato “el Tìta Martarèl” (al secolo Giambattista Pomari, nato alla fine dell’800 - Appartenente al ramo della famiglia Pomari – ricchi possidenti terrieri - localmente denominati “i Martarèi”) acquistò l’intero caseggiato appartenuto in passato al temibile “brigante Tomasìn”, ivi incluse le stalle. “Tità” era un uomo molto alto - oltre due metri - e di corporatura possente, ma era il suo carattere burbero ed impavido che ne faceva un personaggio davvero unico e temuto. Si trattava di un individuo che non andava molto per il sottile e da buon rude montanaro era solito risolvere in modo spicciolo e sbrigativo, ma efficace, le sue questioni e soprattutto quelle di natura patrimoniale. L’acquisto dell’antica abitazione del “brigante Tomasìn” era per lui un buon affare e non aveva certo tempo da perdere o dare bado ai racconti popolari delle manifestazioni demoniache che si diceva vi avvenissero. Volendo mettere a frutto subito il suo investimento “Tìta Martarèl” incaricò alcuni suoi “laorenti” e “vaccàri” di recarsi sul luogo e diede loro l’ordine di abitare il caseggiato e di mettere in funzione le stalle, riempiendole con il suo bestiame. I dipendenti, seppur timorosi di quanto avevano udito dai racconti su quel quel luogo, eseguirono gli ordini del loro “paròn”. 
Tutto sembrava andare per il meglio, quando improvvisamente alcuni giorni dal loro insediamento durante una notte iniziarono ad udirsi i primi sinistri rumori. Terrorizzati da queste manifestazioni i “laorenti” abbandonarono di corsa l’abitazione dandosi alla fuga. Il giorno seguente “Tìta” fece un giro di controllo nei suoi poderi e giunse anche in contrada Comerlati e vedendo che non vi era più nessuno andò su tutte le furie. Cercò ad uno ad uno i suoi “laorenti” e li ricondusse nel loro luogo di lavoro, ammonendoli del loro comportamento ed esortandoli a “bear mànco vìn, parchè i fantasmi no i’esiste mìa ma i ghè sol che in tel fondo del bicièr!”. 
Nei giorni seguenti tutto sembrava tranquillo, quando improvvisamente durante una notte iniziarono ad essere scagliate contro le porte e le finestre delle pietre. Secondo la tradizione popolare montanara questo fenomeno rappresentava una tipica manifestazione dei “rensàori” ed i “laorenti” rimasero letteralmente terrorizzati. A notte fonda uno di loro, di corsa, si diresse verso l’abitazione di “Tìta” in contrada Riva e lo svegliò alla meno e peggio bussando disperatamente alla porta. Il “laorente”, balbettante dallo spavento e pallido come un lenzuolo gli disse:” sior paròn, sior paròn, in te la casa de Vù in tei Comerlati che i reinsaòri!. Ghe el Demonio. L’è l’anima danà del brigante Tomasìn che no la vol mìa che abitemo in te la so casa e che dopremo le so stale!. Bisogna scapàr!”. “Tìta” infuriato per essere stato svegliato a notte fonda in quel modo e di aver udito quelle sciocchezze in modo molto deciso e fermo disse al suo “laorente”: “ và a casa ai Comerlati, và là e và a dormìr parchè dimàn matina te ghe da goeràr le me bestie!. Fantasmi o briganti in casa mìa no ghe n’è!. Ghe penso mì te edarè!.”.Ubbidendo alle parole del suo padrone il “laorente”, di corsa, si diresse verso l’abitazione dei Comerlati e giuntovi si infilò frettolosamente a letto nascondendosi sotto le coperte e tremando come una foglia al vento. 
Da quell’episodio passarono alcuni giorni e non vi fu alcuna manifestazione paranormale, tuttavia i “laorenti” erano sempre più terrorizzati perché non comprendevano di che cosa si trattasse e soprattutto non sapevano affatto che cosa fare. Dopo alcuni giorni, a notte fonda ricomparvero gli ignoti lanci di sassi contro le porte e le finestre. Nel frattempo però “Tìta”, senza avvertire nessuno delle sue intenzioni quella notte decise di fare un giro presso la contrada Comerlati per rendersi personalmente conto di che cosa stesse avvenendo; prese due dei suoi potenti fucili da caccia e svariate cartucce a pallettoni. Si diresse a piedi, per non fare rumore, verso i Comerlati e quando giunse nelle vicinanze di soppiatto si avvicinò al caseggiato. Caricò per bene i due fucili e imprecando iniziò a sparare delle fucilate contro le porte delle sue stalle. Il rumore delle fucilate fu assordante ed i pallettoni, di grosso calibro, si conficcarono nel legno delle spesse assi dei portoni come se fossero di burro.  Sembra strano ma dopo quelle potenti fucilate, sparate all'impazzata nel buio e all’improvviso dall’impavido “Tìta” non si ebbero mai più manifestazioni demoniache o di “rensòri” ed i “laorenti” poterono così proseguire tranquillamente negli anni nel loro lavoro. 

Non se ne ha prova alcuna ma è quasi certo che gli strani ed ignoti rumori che si udivano nella notte, così come i lanci di sassi siano stati cagionati da dei buontemponi che si divertirono a terrorizzare la gente, simulando dei rumori misteriosi e demoniaci. Infatti i lanci di sassi contro gli scuri ed i tetti delle abitazioni erano tipici delle infestazioni di spiriti; è molto probabile che l’azione sia stata perpetrata da qualche “contraente” con l’intenzione di spaventare i “laorenti” e far circolare le voci di quanto stava avvenendo per deprezzare l’abitazione e le sue pertinenze per poterle poi acquistare a bassissimo prezzo. E’ chiaro però che costoro avevano fatto male i loro conti, infatti non avevano tenuto conto di “Tìta Martèl” che con i suoi metodi spiccioli e sbrigativi ma molto efficaci non aveva paura neppure del Diavolo

Fonte:  da Facebook di Velo Veronese del 11 febbraio 2019