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lunedì 9 marzo 2026

L’ULTIMA CENA DI LEONARDO, COPIA CONSERVATA NELL’ABBAZIA DI TONGERLO


  

Una copia de L’ultima cena di Leonardo è conservata in Belgio nell’abbazia di Tongerlo, a un’ora da Anversa. L’ottimo stato di conservazione permette di ricostruire com’era l’affresco prima che fosse danneggiato dal tempo

Quando sento parlare di una clamorosa scoperta riguardante Leonardo da Vinci metto una mano alla pistola, verrebbe da dire ricalcando un detto popolare. Tali e tante sono state anche in anni recenti le storie nate attorno a strabilianti inediti, sensazionali ritrovamenti o indiscutibili attribuzioni in grado di rivoluzionare la storiografia del genio del Rinascimento, dall’attendibilità tutta da verificare, ovviamente. Quando poi uno degli studiosi che le rivela al mondo ha la sventura di portare il cognome di Brown, lo stesso dello scrittore autore del quantomeno controverso “Il codice Da Vinci”, la cautela diventa quasi un obbligo. È quello che accade a Christopher Heath Brown, autore – assieme a Jean-Pierre Isbouts – di un cortometraggio documentario intitolato “La ricerca per l’Ultima Cena”: incentrato su quella che viene ritenuta una poco conosciuta copia del capolavoro leonardesco conservato a Milano, eseguita dallo studio dell’artista pochi anni dopo l’originale, dipinto nel 1499.

L’ultima cena di Leonardo a Milano

giovedì 23 gennaio 2025

LA PORTA



C’è un quadro famoso che rappresenta Gesù in un giardino buio.

Con la mano sinistra alza una lampada che illumina la scena, con la destra bussa… ad una porta pesante e robusta.

Quando il quadro fu presentato per la prima volta ad una mostra, un visitatore fece notare al pittore William Hunt un particolare curioso.

“Nel suo quadro c’è un errore.

La porta è senza maniglia!”.

“Non è un errore!”, rispose il pittore.

“Quella è la porta del cuore umano.

Si apre solo dall’interno!”.

Dio non entra nella tua vita senza il tuo permesso…

sabato 23 novembre 2024

giovedì 26 marzo 2020

FELTRE - MONUMENTO ALL'EMIGRANTE DI ANTONIO BOTTEGAL

Monumento all'emigrante di Antonio Bottegal



Quando andavo a Milano per lavoro, prima di entrare nella stazione di Feltre, mi voltavo a guardare oltre le vette in direzione di San Donato, mio paese natale. Ricordo che provavo una stretta al cuore perché in quel momento era come se tagliassi ogni legame con la mia gente. Io però andavo solo a Milano! Cosa avranno provato allora i nostri emigranti che partivano per l'estero, recandosi in Svizzera, Germania, America e Australia, sapendo che non sarebbero tornati, o solo dopo anni!
Uomini laboriosi, intraprendenti, rotti ad ogni fatica che sono riusciti a fare grande il nome dell'Italia nel mondo, a prezzo di enormi sacrifici e, talvolta, della loro vita. La loro è stata una fuga di forza-lavoro, che ha penalizzato il nostro Paese negli ultimi due secoli.Ecco, allora, che il mio emigrante appare come un uomo imponente, massiccio, che nel modellato scabro rivela il carattere montanaro, simbolo di forza e prestanza fisica, fiero e consapevole delle sue capacità di cambiare il proprio destino in una vita migliore. Mentre si avvia al treno si volta a guardare il paese e il suo viso, pur nella fierezza del portamento, tradisce l'emozione del distacco. Le mani sono grandi, simili a strumenti di lavoro, la sinistra chiusa a pugno sottolinea rabbia e determinazione, grandi i piedi che hanno percorso le strade del mondo e la piccola valigia di cartone, contenente poche e povere cose, resta pur sempre un pesante fardello, inseparabile compagno di viaggio.

Fonte: srs di Ettore Beggiato; da Facebook di  Beggiato  del 26 marzo 2020


venerdì 11 ottobre 2019

SCHIAVA GRECA IN VENDITA NEL MERCATO ORIENTALE


Schiava greca in vendita nel mercato orientale , completamente nuda , su un tappeto. 


Dipinto del pittore spagnolo José Jimenez Aranda  1897

L'insegna appesa al collo recita in greco , rosa (il fiore )18 anni in vendita per 800 monete 
La ragazza gira la testa a terra per nascondere la sua vergogna , la postura delle mani e dei piedi suggerisce lo stesso, e gambe dei potenziali acquirenti sono visibili dietro il corpo nudo della ragazza . 

Questo è stato il destino crudele di molte donne e bambine che sono state rapite da Saraceni e Ottomani (Turchi) ,furono i Greci ovunque in Asia Minore , Ponti , Medio Oriente ed Egitto . 
Questo dipinto è uno dei più emblematici di José Jimenez Aranda. 

Dedicato  a chi  pensa  che l'Impero Ottomano fosse un paradiso del multiculturalismo, e credono che questi tempi siano finiti,  perché  il   califfato dell'ISIS ha fatto lo stesso recentemente in Siria .






sabato 27 dicembre 2014

NIGRA SUM: BANCA DATI DELLE MADONNE NERE D'EUROPA

La Madonna Nera di Częstochowa.



Culti, santuari e immagini delle Madonne nere d'Europa


Il Centro di Documentazione dei Sacri Monti, Calvari e Complessi devozionali europei e l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, in collaborazione con la Riserva Naturale Speciale del Sacro Monte di Oropa, hanno curato la ricerca on line che ha portato alla costruzione della banca dati delle Madonne nere d’Europa presente in questo sito.

Le Madonne di alcuni celebri santuari mariani d’Europa sono nere o brune: Oropa, Crea, Varese e Loreto in Italia, Montserrat in Spagna, Czestochowa in Polonia, Einsiedeln in Svizzera, Rocamadour in Francia, sono i vertici di un diffuso e poco noto fenomeno di immagini mariane caratterizzate dal colore bruno della Vergine.

In ambito europeo le Madonne nere costituiscono un comune patrimonio religioso, storico, culturale e artistico: in questo censimento effettuato sul web sono state individuate 772 Madonne nere così distribuite:


Francia: 428 
Italia: 155     
Spagna: 107 
Germania: 18
Belgio: 17      
Malta: 8         
Svizzera: 7     
Austria: 5
Repubblica Ceca: 4  
Regno Unito: 4          
Portogallo: 3 
Romania: 3
Croazia: 2      
Lussemburgo: 2       
Polonia: 2      
Irlanda: 1
Kosovo: 1      
Lettonia: 1     
Lituania: 1     
Montenegro: 1
Ungheria: 1   
Turchia: 1                


Nel censimento sono state prese in considerazione le Madonne ritenute “nere” e “brune”: oltre alle Madonne universalmente riconosciute come “nere” infatti, ci sono molti altri casi di  Madonne dall’incarnato scuro o persino schiarite in seguito ai restauri, ma venerate come “nere”.
Questa banca dati vuole essere un primo strumento utile alla ricerca e all’individuazione delle Madonne nere europee. Sarà possibile per l’utente segnalare approfondimenti o integrazioni che possano implementare questa documentazione.

Gli Atti del Convegno Internazionale "Nigra Sum. Culti, Santuari e Immagini delle Madonne Nere d'Europa" svoltosi a Oropa e a Crea nel 2010 sono stati pubblicati e sono scaricabili in formato pdf al seguente link: http://www.sacrimonti.net


Fonte: da NIGRA SUM


venerdì 26 dicembre 2014

LA "MADONNA NERA" DI CHARTRES NON È PIÙ NERA


(La madonna nera prima e dopo il restauro)


Sta creando un certo scalpore il restauro – ormai in fase molto avanzata – della Cattedrale di Chartres. L’allarme è stato lanciato qualche giorno fa dallo storico dell’architettura Martin Filler, che dalle colonne della sua rubrica sulThe New York Review of Books ha denunciato la pulitura troppo aggressiva cui sono sottoposti l’edificio e le sue sculture (A Scandalous Makeover at Chartres), seguito a ruota da ArtWatch Uk, rivista online che da sempre sostiene l’inopportunità di intervenire sulle opere d’arte se non con intenti esclusivamente conservativi. Per la verità alcuni dubbi erano stati avanzati già nelle prime fasi del cantiere, sempre da parte anglo americana: si veda ad esempio l’articolo Restoration Tragedy uscito su The Spectator nel maggio 2012. Non riesco invece a rintracciare in rete pareri francesi sul tema.
Nonostante le reprimende di ArtWatch si basino su posizioni in gran parte ideologiche e risultino perciò spesso irrazionali ed eccessivamente intransigenti, in questo caso risulta difficile non restare a bocca aperta di fronte all’invadenza dell’intervento e all’inappropriatezza delle tinte da torta Saint Honoré utilizzate.



(La madonna nera di Chartres prima del restauro)


La manomissione più sconvolgente però è quella subita dalla celebre scultura della “Vierge noire” della Cattedrale, completamente sbiancata e ridotta ad una rosea bambola di biscuit (altre info su Art History News). Per rendersi conto della diffusione e dell’importanza storica del culto di questo tipo di immagini sacre – e quindi dell’assurdità di questa scelta – è sufficiente dare un’occhiata al ricco database Nigra Sum, nato dal convegno internazionale tenutosi nel 2010 a Oropa o leggerne gli atti, disponibili a questo link.


Fonte: visto su CONTROCORRENTE  di venerdì 10 dicembre 201$


lunedì 21 luglio 2014

BRESCIA, IL SINDACO DEL PD FA SPARIRE IL BIGIO, LA STATUA CHE PIACEVA A BENITO MUSSOLINI

Il Bigio in Piazza Vittoria a Brescia 


PUO UNA STATUA METTERE PAURA ALLA LEONESSA D'ITALIA

A raccontare la storia del Bigio, scultura in marmo di Carrara nata dal genio di Arturo Dazzi nel 1932 e posizionata in Piazza della Vittoria a Brescia, si direbbe proprio di sì.
Il colosso, che venne elogiato da Benito Mussolini come raffigurazione dell’Era fascista (nome che divenne poi quello ufficiale dell’opera), riposa in un magazzino comunale, abbandonato dall’amministrazione di centrosinistra insediatasi lo scorso anno. Del resto il Bigio non è nuovo alle contestazioni: nell’immediato dopoguerra fu oggetto di numerosi assalti antifascisti, fino alla deposizione del 1945.

Dopo quasi settant’anni di oblio e proposte sul suo recupero, nel 2013 la giunta guidata dall’allora sindaco Pdl, l’onorevole Adriano Paroli, aveva dato il via al restauro del colosso in vista di un ricollocamento collegato all’apertura della fermata “Vittoria” della metropolitana di Brescia. Ma il Bigio non aveva fatto i conti con il Pd e i suoi alleati “partigiani”. Così, subito dopo aver vinto in Comune, Emilio Del Bono (Pd, già ultimo segretario bresciano della storia della Dc) ha bloccato subito il progetto.

«Una statua non è, non può essere e non può diventare il problema della città - aveva sottolineato il sindaco Del Bono rispondendo alla polemica riaccesa dopo le critiche del vicesindaco Laura Castelletti “inorridita” dall’idea di un bando di gara internazionale per sostituire il Bigio con un altra opera -. Collocare la statua del Dazzi su quel piedistallo sarebbe motivo di divisione. E io voglio una città unita, non divisa. Questo lo dico anche a tutela dello stesso manufatto, che verrebbe immediatamente deturpato perché individuato come elemento simbolico. Ricordo che questa è la città della Strage di piazza Loggia...». Come dire che dietro al “niet” del sindaco renziano non ci sarebbero ragioni ideologiche, anche se in giunta siede come assessore Marco Fenaroli, ex presidente dell’Anpi bresciana.

Nelle prossime settimane la Loggia istituirà un gruppo di lavoro ristretto, composto da figure autorevoli per decidere il destino della statua che «fa ancora paura».


Intanto il caso è arrivato anche in parlamento dove sia Massimo Corsaro di Fratelli d’Italia che Gregorio Gitti, genero del banchiere Giovanni Bazoli, ex montiano ora deputato dei Popolari per l’Italia, hanno preso posizione. «La statua deve tornare sul suo piedistallo - ha affondato Gitti -. Del Bono si prenda le sue responsabilità. Il dibattito sulla statua è stato condizionato da una lettura politica, per non dire ideologica, della questione. Dico: qualcuno ha mai pensato di buttare giù il Foro italico?».

La soluzione possibile l’ha indicata il critico Philippe Daverio, lanciando l’idea del referendum popolare già proposto dall’ex assessore ai lavori pubblici Mario Labolani (FdI), che ieri mattina ha presentato un esposto alla Corte dei Conti per chiedere chiarezza sui 500 mila euro spesi dal Comune per il restauro della statua e del piedistallo di piazza Vittoria. «Del Bono dovrà dare conto dei soldi pubblici spesi fino ad oggi - ha rimarcato l’ex assessore Labolani di Fratelli d’Italia -. Il Bigio doveva tornare in piazza. È come se decidessimo di abbattere il palazzo delle Poste perché di epoca fascista. Non ci siam. L’ideologia non può cancellare l’arte o la storia».

Ancora più diretto il Fai che con la portavoce bresciana, Giusi Archetti, si è schierato a favore del Bigio: «Siamo favorevoli al ritorno del Bigio in piazza Vittoria».
Tutti lo vogliono ma nessuno se lo piglia. E il colosso fascista intanto fa proseliti su Facebook, dove la pagina “FreeBigio” ha raccolto oltre duemila sostenitori in pochi giorni, tra cui figurerebbe pure il vice sindaco Castelletti.

«La richiesta di Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale - ha spiegato Viviana Beccalossi, assessore regionale e leader bresciana del centrodestra - è di natura amministrativa. La Giunta che ha governato Brescia fino a un anno fa ha provveduto a restaurare la piazza secondo le indicazioni della Sovraintendenza ai Beni architettonici e culturali. Proprio questo organismo, infatti, ha indicato l’opportunità di riportare piazza Vittoria al suo aspetto originario».

E al ministro Franceschini, che nelle scorse settimane si è allineato con il «no al Bigio» del sindaco di Brescia, la Beccalossi ha voluto ricordare le parole di un altro ministro della cultura, anche lui di centrosinistra, Valter Veltroni: «Rimuovere i simboli dei nostri errori significa ripeterli».

di Giuseppe Spatola


Fonte: srs di Giuseppe Spatola, da Libero.it  del  18 luglio 2014