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domenica 27 maggio 2018

SELFIE




Mi manca, mi manca qualcosa. Ah, già! voi avete pensato subito a qualche rotella. È probabile. Mi manca però un racconto che li riunisca un po’ tutti quanti e che si accordi con il primo che parla di mia madre. Ho trovato!  Con la scusa di descrivere un episodio che ha come protagonista un mio amico, colgo l’occasione per parlare un po’ di me.

 Guerra permettendo, ricordo d’essere stato per qualche mese all’asilo: quello che c’è in fondo a Via Volturno. Ve lo immaginate un selvaggio campagnolo in grembiulino azzurro, colletto bianco e con un cestino di vimini per la merenda? Ebbene, quello ero io. E già lì, mi tolsero braghette e mutandine e mi diedero una scaldata da farmi passare la voglia di sedermi. Più che il male, fu la rabbia che la maestra avesse fatto vedere il mio pistolino (1) alle bambine.

 Sempre a causa della guerra, le aule delle prime classi elementari erano state sistemate nei locali del chiostro della chiesa di Sant’Ilario; ne ricordo le porte con le loro maniglie d’ottone dove un giorno m’attaccai e scalciai perché non volevo essere espulso dalla maestra Fornari. 

Come si smise di battere i tacchi e di fare il saluto fascista, si ritornò nella vecchia sede: la Bissolati. Finalmente una scuola con aule e corridoi e che, in tempo di guerra, era stata adibita a ospedale. Bello il posto, ma triste il ricordo del  maestro Bergomi. Oltre ad avermi allungato per bene le orecchie, con due ceffoni  mi fece passare il resto della giornata dietro alla lavagna. Lui aveva messo mio fratello Vito su un alto mobile che fungeva da libreria e, in difesa del mio sangue, io uscii dai banchi e gli sferrai un calcione negli stinchi.

 Le scuole Medie furono un vero disastro. Oltre a essere bocciato, facevo talmente tribolare in casa che per due anni, in seconda e terza media, mi misero in collegio: nel collegio vescovile Sfondrati, a seicento metri da casa.

 Una volta riuscii a fuggire, ma a pochi passi da casa venni ripreso dall'economo del collegio, il signor Claudio. Che di signore aveva ben poco, visto che ci metteva in riga con delle sonore sberle. Ma ci pensate?  Insieme ai figli dei contadini ero con Lanzoni l’unico cittadino. I suoi genitori erano presi dal commercio, essendo i proprietari del Fulmine, il più grande negozio d'abbigliamento di allora, i miei erano stufi di suonarmele. Caro papà, dovevi darmene di più. Forse le sberle non raddrizzano, ma di sicuro fanno riflettere.

 Finita la terza media, andai in vacanza con mia madre a Pesaro. E lì, cominciai a perdere i capelli a ciocche. Di ritorno a casa i miei cari amici, per il fatto che fossi un contestatore e che mi pelassi, incominciarono a chiamarmi Calvino. Se qualcuno, passando da Cremona, dovesse chiedere a qualche vecchiotto di Calvino, anche se è passato quasi mezzo secolo, può star sicuro che avrà la conferma che di me si ricordano ancora.

 Mia madre addolorata e preoccupata di questa mia improvvisa caduta di capelli, dopo un po' di tempo, mi fece visitare da un dermatologo. Quel giovane meridionale stabilì ch’ero esaurito e che avevo bisogno di punture di ricostituenti. Figuriamoci!  già ero un torello. Invece di tre seghe al giorno, me ne facevo quattro.

 Un paio d’anni dopo, altra visita da un altro dermatologo. Un vero luminare! Quell’anziano dottore di Parma m’avrebbe fatto ricrescere i capelli con quaranta applicazioni di ultravioletti e quaranta stimolazioni elettriche. Quarantamila lire era il costo di questi trattamenti. Felice d’aver trovato chi mi avrebbe fatto rifiorire una bella chioma, mi consegnai con ventimila lire di anticipo e iniziai la cura.

 Mamma mia, che successo! Dopo venti applicazioni di ultravioletti, ero abbronzato come avessi trascorso una stagione al mare. Avete presente il getto doccia? Orbene, dai fori per l’acqua uscivano invece scariche elettriche che mi martoriavano il capo. Una vera tortura! Già ero scemo, e con quelle applicazioni lo divenni ancor di più.

 Visti i risultati, a metà cura mi presentai  al medico per giustificare la mia rinuncia a proseguire. Assumendo un’espressione  addolorata:

 - Dottore, non ne posso proprio più! E mi tolga una curiosità: come mai lei s’impegna a farmi ricrescere i capelli quando della stessa cura ne avrebbe bisogno pure lei?

 - Caro, ragazzo, io son vecchio, e poi ho perso i capelli a causa dell’elmetto portato per tre anni di guerra. Vedi: tu sei come questo senatore romano, accarezzando una testa d'uomo in marmo con capelli corti alla Cesare e leggermente calvo, e che faceva bella mostra di sé sulla sua scrivania.

 - Può darsi che lei abbia ragione nel dire che la mia è una malattia anche se non è alopecia. Ma io non  posso diventar matto per una semplice calvizie arrivata anzi tempo. E poi, quei quattro peli biondi in più che lei ha notato, non giustificano queste mie sofferenze.

 Ci lasciammo in santa pace. Dei due, ve l’assicuro, ero il più contento. Era finito quel tormento e mi tenevo il mio bel soprannome di Calvino. Una volta sola questo epiteto m’infastidì: il giorno che Pamela alla stazione di Pizzighettone, con una voce da carrettiere, mi salutò gridando “Calvooo!”

 Pamela oppure Pami erano i due diminutivi di come chiamavamo Epaminonda. Un botolo più piccolo di me, grassottello, con la faccia di luna piena, sempre sorridente: un caro amico dell’oratorio. Giocava al pallone in porta, dove sulle palle alte non ci arrivava mai. Anche per questo m'era simpatico.

 Di lunedì mattina, un po’ prima delle sette, prendevo il treno per andare a Pavia all’università. Un bel dì, me lo trovai che faceva il capostazione a Pizzighettone, un paese sull’Adda  a meno di trenta chilometri dalla città, e che era, dopo Cavatigozzi, la seconda fermata. Come mi vide, esplodendo di gioia mi gridò Calvooo! Con una voce grossolana e sgraziata, paragonabile solo a quella d’un vaccaro.

Stavo parlando con una raffinata e bellissima compagna d’università, di cui ne ero anche innamorato. Rabbrividii! Lo salutai con una mano, allargai le braccia, e alla mia vicina:

 - Non pensar male, quello è il mio amico più raffinato. – e sorridendo aggiunsi – Difficile averne di peggio.

 Giuro che gli avrei ficcato quel suo fischietto di capostazione, sapete bene dove.

 Per un paio d’anni lo sopportai, anche se facevo di tutto per evitarlo.

 Quindici anni fa, da mio fratello mi feci indicare dove abitava. Andai a trovarlo: volevo sapere l’indirizzo di Leo, quello spilungone che ho citato nel racconto Mago Sabino e Rucheton. Questo mio vecchio amico, dopo il diploma di geometra, era andato a lavorare all’estero e non l’avevo più rivisto.

  Chiamai Pamela al citofono. Voleva sapere chi fossi, gli risposi ch’ero un amico.

 - Ma dimmi chi sei?

 - Non posso, rovinerei la sorpresa.

 - Ma…

 - Senti: se ti chiamo per soprannome vuol dire che ti conosco. Sbrigati, e vieni giù!

 - Mi metto i calzoni della tuta e scendo.

 Arrivò sospettoso all’ingresso del condominio, dietro a lui, l’ombra della moglie. Mi riconobbe e, quando ormai del suo “Calvooo” non me ne importava più un fico, con il tono mellifluo della lusinga:

 - Ma che sorpresa! …  È il dottor Monti!

  Non sono stato all'altezza: non l'ho accoppato. 


  1.      Piccolo pene.



Fonte: srs di Enzo Monti del  12 giugno 2017 








sabato 26 maggio 2018

ICO




   Di professione pittore, Ico vive della pensione minima: avendo lavorato qualche anno per la nostra Arena dipingendo scenografie. Con la crisi, non è che i pittori se la passino proprio bene: racimolano qualche spicciolo anche se sparano certe cifre.

 Orbene, quel che è di rigore per il resto degli uomini, non vale in genere per gli artisti. Hanno i coluri equinoziali sfasati e i più vivono anche fuori dalle righe. Ma la legge, al pari della vita, non transige purtroppo, e, come spesso accade, vengono castigati.

 In casa sua son tutti artisti, gatto compreso. Figlio d’arte, oltre il metro e settanta, con un profilo da medaglia, con occhi acuti e penetranti evidenziati da folte sopracciglia, porta un taglio di capelli d'altri tempi. Cavalca la moda, anzi, l'ha anticipata senza cadere nell'esagerazione dei calciatori del giorno d’oggi. Infatti, sulle tempie e ai lati il taglio è sempre stato piuttosto corto, mentre una scriminature centrale divide i capelli se non proprio ricci almeno mossi. Veste sempre con robetta da poco, rivelando buon gusto e stile d’artista. Mi fa impazzire quando d’estate sfodera la sua tuta di jeans su camicette variopinte  che gli danno un’aria di vacanziere più che da operaio in pausa di lavoro. Lo potete incontrare in tutte le osterie che praticano buoni prezzi, e lo potete riconoscere per le saracche che tira. Alla frontiera, potrebbe essere arrestato solo per contrabbando di bestemmie.

 Grande suo amico è Faustino, anch’egli artista: un ometto pelle e ossa, più piccolo di me, con muso da volpino, capelli biondo-castani lunghi e lisci raccolti a coda. Formano una coppia formidabile. A chi è dotato d'immaginazione danno l’idea d’un cane dal pelo lungo al guinzaglio del suo padrone. Certo che di Faustino non ne ho mai sentito  la voce, in compenso, so che non abbaia.

 Un bel giorno, accadde che questa felice coppia si recasse in Valpolicella. Lo scopo della passeggiata era di liberarsi dei loro terribili mali di testa e di soddisfare le voglie d’una ben nota ostessa.

  Alle undici entrarono nel locale, si sedettero a un tavolo e ordinarono pane e salame con del vino rosso. Alla giovane cameriera che li servì, chiesero della padrona. Questa sarebbe scesa nel locale all’ora di pranzo. All’improvviso, era ritornato il marito che fa l’autotrasportatore e che sarebbe ripartito nel pomeriggio.

 Leggendo il giornale e fumando qualche sigaretta tirarono l’ora di pranzo. Ordinarono un piatto di trippe. Le stavano gustando, quando scesero nella trattoria la proprietaria con il marito che, senza dar tanto nell'occhio, andarono a sedersi a un tavolo d'angolo per desinare. La donna finse di non averli visti. Al contrario, l’uomo li degnò in continuazione di sguardi cattivi, prevedendo che quei due avrebbero pagato il conto con qualche scarabocchio, visto ormai che di tele il locale ne aveva anche in cantina.

 Dopo mezzora, la donna venne al loro tavolo facendo finta di servirli, sottovoce confidò che il marito era in attesa d’una telefonata e che poi sarebbe ripartito per l’Austria. C’era solo da pazientare ancora un po’.

 Dalle quattordici in poi si misero a giocare a carte, a scopa naturalmente. Passarono il tempo segnando  punti, fumando sigarette, e bevendo vino: tanto vino. Venne l’imbrunire. Le voglie si afflosciarono e la pazienza per l’attesa si esaurì. Decisero di far ritorno in città. Prima di salire in macchina, per rassicurare e rincuorare l’amico, Ico:

 - Adesso, andremo pian pianino, in modo da non far incidenti e per non essere fermati dalla polizia.

 Ma per quanto si presti attenzione, sia in casa, per strada o sul lavoro, la vita d'oggi è talmente complicata che state pur certi che ci si dimentica di qualcosa. E poi, cosa ci volete fare se agli sfigati capitano una dietro l'altra?  Appena fuori di Negrar, la paletta dei Carabinieri intimò loro di fermarsi. Ci voleva anche quella!

 Come il finestrino s’abbassò, l'odor di vino arricciò il naso e tolse il fiato a quel nostro bravo carabiniere che si premurò di farli scendere e di accertarsi sulle loro condizioni. Entrambi i nostri eroi facevano fatica a reggersi in piedi. Non ci fu tanto bisogno di verifiche. Gli agenti si fecero consegnare la patente e il libretto della macchina. Ancora un altro intoppo: la macchina apparteneva al fratello di Ico, insegnante all'Accademia e anch'egli pittore. Oltre alla compilazione del verbale, si sprecò altro tempo per verificare la reale appartenenza dell’auto o se fosse stata rubata.

 Multa, ritiro della patente, fermo della macchina, e poi ritornare a Negrar facendosi, in quelle condizioni, più d’un chilometro per prendere l’autobus. Quante ne tirò Ico son solo da scordare. Non è stato portato dentro per miracolo.

 Dopo essersi allontanati di cinque o sei passi dai Carabinieri, Faustino ritornò indietro e avvicinatosi a uno di loro, in tono sommesso:

 - Scusi, mi tolga una curiosità: perché ci avete fermati?

 - Andavate a fari spenti.


Fonte: srs di Enzo Monti del 28 dicembre 2016 

venerdì 25 maggio 2018

NELLE BORSE DELLE DONNE





Circa un mese fa, Il mio amico mi spedì attraverso FB un messaggio in cui chiedeva se ricordassi gli ingredienti di un cocktail che si beveva a Cremona in un piccolo bar del corso. Da che c’ero, avrebbe gradito che accompagnassi la ricetta con un piccolo racconto sull’argomento. Come si fa a non accontentare un vecchio e caro amico? È inventato di sana pianta: uno dei pochi, se non addirittura il solo.


NELLE BORSE DELLE DONNE


  Secondo voi: si può giudicare una donna dal contenuto della sua borsa e poterne anche intuire la professione?

 Da ciò che vedevo sul tavolo del negozio quando qualche donna disperata, cercando l’occhiale, la carta di credito, il borsello o il telefonino, rovesciava il contenuto sul tavolo, credevo che le donne fossero tutte uguali nel portarsi dietro la casa. Analizzando con più cura il contenuto, m’accorsi che non sono gli occhi lo specchio della loro anima, ma quello delle loro borse. Certo, che sì! Il contenuto delle  borse rivela molto di più delle cianfrusaglie che contengono, addirittura, può essere un elemento di giudizio sulle loro condizioni sociali, culturali, morali, e perché no, anche di lavoro.

 Ne ebbi la conferma a Cremona, il giorno che in compagnia di Sperangelo entrai in un bar del corso.

 Di solito, andavo a gustare un tramezzino e a sorseggiare un Ferrari da Ugo. Non potevo far diversamente, essendo legato a Ugo e alla sua famiglia da vecchi e cari ricordi. Ma un dì, sul far del mezzogiorno e sotto alla galleria, Sperangelo mi prese sotto braccio di sorpresa e:

 - Adesso , vieni con me a bagnarti il becco!

 - Ma non andiamo da Ugo?

 - No! Ti porto in un posto nuovo … Sù, andiamo!

 Scendemmo verso Corso Campi. Camminando, lui mi confessò che il vero motivo per andare in quel locale non era solo per bere un piacevole cocktail, ma per rivedere un pezzo di gnocca che, da ben tre o quattro giorni e verso quell’ora, veniva a prendersi un caffè.

 A metà Corso Campi e sulla destra, entrammo in questo piccolo bar. In fondo al locale e in compagnia d’una donna, vi trovai due uomini tra cui un vecchio amico: quello spilungone di Miglioli, che mi accolse con un sacco di cerimonie. Sperangelo ordinò un  Carlone, che non era altro che un miscuglio a base di Campari, prosecco, qualche goccia di amaro e di succo, forse pesca, il tutto servito con spruzzi di seltz.

 Gli confessai che in quel posto c’ero già stato, invitato un giorno da Mario Colace e da sua moglie Antonia, una professoressa dalla memoria di ferro e che non mancò l’occasione di chiedermi di ritorno i suoi appunti di Meccanica Razionale. Frequentando nello stesso periodo l’Università di Pavia e dovendo fare lo stesso esame, m’imprestò i suoi appunti. Che rottura! quando ti chiedono di restituire roba di tanti anni prima e soprattutto quaderni  che non hanno ormai più alcun valore, se non quello affettivo.

 Con Sperangelo, oltre a rivangare vecchi e piacevoli ricordi, m’informai sui miei amici più cari e, mentre stavo chiedendo se anche mio fratello frequentasse questo posto, mi accennò che il soggetto atteso era arrivato.

 Bella, addirittura bellissima, come prima impressione! Da capo a piedi. Il colorito, i lineamenti, i capelli corvini e raccolti, gli occhi di fuoco, le labbra carnose ne esaltavano la bellezza mediterranea. Oltre il metro e sessantacinque, in taileur grigio con gonna sopra le ginocchia, e che gambe! Poi, quello che mi fa impazzire di più: scarpe con tacco sottile e dell’otto. "Una vera libidine!", come dice il mio cliente Gerry, e non come usano al giorno d’oggi la maggior parte delle donne mettendosi quelle orribili scarpe da ginnastica che rovinano tutta l’estetica delle gambe e la siluette della persona. 

 Era appena entrata, e non aveva fatto ancora tre passi che il mio amico Miglioli gettò un urlo: 

 - El lader! – e si precipitò fuori.

 Ma nella furia, urtò la donna e la mandò a gambe all’aria. Nonostante fosse preso dal ladro, s’arrestò un attimo e, vedendo che non aveva fatto un gran danno, gridò: - Pardon!- e sparì.

 Con Sperangelo ci precipitammo ad aiutare la donna a rialzarsi. Arrivò pure l’altro uomo a porgere le scuse dell'amico. A terra rimaneva tutto il contenuto della borsa.

 C’era di tutto. Non potete immaginare quanta roba! Chiavi di casa e della macchina, borsellino e portafogli, monete, fazzoletti di carta e uno di pizzo, sigarette e accendino, passaporto e biglietti di visita, una piccola agenda, una limetta per le unghie, caramelle, un pettine, una pinzetta, un rossetto, uno specchietto, e poi … Certo che non mi aspettavo qualche santino oppure un libretto di preghiere, ma trovare tre scatole di profilattici anallergici, è stata veramente grossa. Sì, sì, preservativi! E mentre  mi aiutava a raccoglierli, Sperangelo  se ne uscì con un: 

 -  Ferri del mestiere?

 Lei arrossì. Incredibile ma vero:  arrossì. E in tono di scusa:

 - Non sono per me, sono della mia amica Anna … lei si vergogna.

 Come si riprese, l'aiutammo a rimettersi in sesto e, dopo averla rincuorata, le offrimmo il caffè. Non fu facile intavolare un discorso dopo la scoperta di quei tre pacchetti. Da parte nostra, non potevamo chiedere cosa facesse a Cremona o qualcosa di più sulla sua amica. Si parlò di locali di ritrovo, di ristoranti, di luoghi da visitare, e ci dilungammo sulle abitudini, sui pregi e i difetti dei Cremonesi.  

 Prima di lasciarci, ci si diede l’appuntamento nello stesso posto e alla stessa ora. Ci presentammo poi vicendevolmente.

 Sfoderando un sorriso malizioso e stringendoci calorosamente la mano, ci sorprese con un:

 - Piacere, Anna!


Fonte: srs di Enzo Monti del 20 dicembre 2016 

giovedì 24 maggio 2018

LA RIVA DEI BRUTI




Me ne stavo a pranzo con i miei familiari in Piazza Dei Signori, seduto al Caffè Dante, quando venni distratto dalla gente ch’era in piazza.

 Constatai che non atterrava più nessun piccione. Non c’è più spazio per loro. Oltre ai tavoli della pizzeria, della gelateria e dei due ristoranti che occupano la bellezza di quasi metà piazza, attorno alla statua severa del nostro Dante, si davano il cambio a tutte le ore gruppi di turisti che, in tutte le lingue, ascoltavano le loro guide. E a quest'ora, il resto della piazza di fronte alla Loggia di Fra' Giocondo è sempre affollata da genitori e nonni che tengono d'occhio figli e nipoti. Delle piccole pesti che, con il vento in poppa, corrono e giocano in piena libertà. Giocano perfino al pallone. 

 Figuriamoci se mia madre o mio padre, appena finita la guerra, avrebbero giocato con me al pallone! E non ero il solo! Non ce n’erano di papà che giocavano con i propri figli. 

 A Cremona, dopo il Quarantacinque e fino ai primi anni Cinquanta, noi ragazzini andavamo a giocare con palle di stracci (rare e preziose erano quelle di gomma) sui sagrati, nelle piazze, nei vicoli, nei viali.  Bastava che ci fosse un po' di slargo per segnare una porta. Traffico automobilistico non ce n’era, e un solo semaforo lo regolava: quello che ancor oggi si trova a fianco della Galleria. Solo tre erano i vigili urbani, di cui due in bicicletta. E quest'ultimi venivano a rompere a noi ragazzini. Ci sequestravano le palle cercando di appiopparci delle multe. Un vero tormento! 

 Sapendo che l’oratorio di San Luca apriva a certi orari e che nell’attesa si giocava sul sagrato, arrivavano all’improvviso come falchi. Frequentavano i miei paraggi anche per un altro motivo: volevano pizzicare un mio amico che con il tirasassi andava in Piazza Duomo per procurare qualche piccione per la famiglia.

 Quando non si avevano palle, s’andava sulle macerie di Porta Milano a giocare ai Saraceni contro i Crociati. Battaglie che finivano sempre in liti: colpa delle bastonate che si prendevano sulle mani. Colpa mia, colpa tua!... era sempre colpa di qualcuno.

 Essendo il figlio del tabaccaio sull’angolo di Via Volturno, quei due ladri di palle mi conoscevano bene. Una volta, non era come capita al giorno d’oggi nelle scuole e sui campi di gioco, dove i genitori assalgono insegnanti, arbitri e allenatori; allora, quando le si prendevano, il resto lo si prendeva a casa, e non erano affatto carezze.

 Quei due invertebrati, oltre a consegnare a mano qualche lettera del Comune, ci tormentavano perché non c’era altro da fare. Ci davano la caccia non solo sui sagrati, sulle piazze e nei vicoletti, ma anche sulla spiagge del Po.

 Sui dodici anni e nel periodo estivo, s’andava a fare il bagno nel Po nei pressi delle vecchie Colonie Padane. In quel posto isolato, lontano da sguardi indiscreti e dove non passava mai nessuno, spuntava in riva al fiume un sabbione alto oltre il metro e dove sotto scorreva la corrente. Era il posto ideale per tuffarci essendo in curva, dove l’acqua, lambendo la sponda, era profonda a sufficienza. Veniva  chiamato da noi ragazzi la Riva dei Bruti. E fin lì arrivarono un giorno quei due sbirri.


 Il più odioso era quello con i baffi, a cui un giorno sgonfiai le gomme della bici. L’aveva appoggiata vicino al nostro negozio di tabaccheria ed era entrato dal macellaio accanto. L'angelo della vendetta mi suggerì di agire. Feci in un attimo. Per paura che venisse poi a cercarmi in tabaccheria, attraversai la via e andai a nascondermi a fianco del sagrato sull’angolo del negozio di Poli il cestaio, da dove potevo sbirciare senza essere visto. Gioii, vedendone la sorpresa e la rabbia. Per paura che mi cercasse anche per strada, mi precipitai in chiesa. M’inginocchiai sull’ultimo banco quando mi vide padre Erba che era appena uscito da un confessionale. Mi prese alle spalle, e con garbo:

 - Sei venuto per nasconderti da qualche marachella? 

 - No, no! Son qui solo per una preghiera.

 - Ah, non s’arriva in chiesa con il fiatone per una visita! – e scuotendo il capo se ne andò.

 Su tutti i Cristo della Via Crucis cadde un'ombra di rossore.

 Ritorniamo a quel pomeriggio di luglio. Eravamo solo in cinque. Dopo aver fatto tuffi e sguazzato in acqua, nudi come vermi ci crogiolavamo beatamente al sole. Mica si aveva il costume da bagno, ed era per quello che il posto era chiamato da noi la Riva dei Bruti. Confortati da una leggera brezza, a occhi chiusi ci si godeva un attimo di pace quando quei due ladri di palle arrivarono a passi felpati alle nostre spalle. Si misero davanti agli arbusti che fiancheggiavano la stradina di campagna, dove noi avevamo appoggiato le bici e appeso gli abiti, mutande comprese. 

 Il trillo d’un fischietto ci fece sobbalzare. Si dava scandalo. Ma a chi, se non a loro due?

 Chiamatelo pudore, imbarazzo, oppure timore di apparire ridicoli davanti agli adulti, ma quel che mi fa ancora sorridere è che tutti noi ci coprimmo con le mani il pistolino. (1) E non era ancora passato lo spavento che quello dei baffi con sarcasmo cominciò a farci la predica, mentre l’altro segnava su un libretto i nostri nomi. Sorpreso di non conoscere un nostro amico: 

 - Senti biondino, non ti ho mai visto prima!... Dimmi come ti chiami!

 - E perché vuol sapere il mio nome?

 - Per compilare il verbale.

 Dopo aver scambiato con noi sguardi d’intesa:

 - Mi chiamo Nessuno e abito a Itaca.

 Dopo qualche attimo di sorpresa: - Senti novello Ulisse, non far tanto il furbetto: non ho voglia di scherzare … Dammi il nome!

 - Lo ripeto: il mio nome è Nessuno!

 Il vigile appoggiò la bicicletta a terra  e stava facendo il primo passo verso di lui quando il ragazzo scattò in cima al sabbione e gridando:

 - Li ho visti di là dal fiume. 

 E mostrando le chiappe, prima di tuffarsi, di nuovo gridò:

 - Invece del nome, segnati la targa! 

 Beh, cos’è che avete da obiettare?... No, no! Era un caro amico che abitava al di là del fiume: un gran bravo ragazzo, per essere un piacentino. 



  1. Piccolo pene.


Fonte: srs di Enzo Monti del 27 ottobre 2015
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