Visualizzazione post con etichetta Musica e spettacoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Musica e spettacoli. Mostra tutti i post

venerdì 20 marzo 2026

APOSTOLA APOSTOLORUM, A SANT'EUFEMIA L'ATTO UNICO SU MARIA DI MAGDALA

 




Una donna davanti al sepolcro vuoto, nella notte che diventa luce. Maria di Magdala torna a parlare mercoledì 1 aprile 2026, alle 21, nella chiesa agostiniana di Sant’Eufemia con «Apostola Apostolorum», atto unico scritto e diretto da Vincenzo Rose.  L’ingresso è libero.

 

A interpretare la Maddalena è Susanna Brunelli, affiancata dalla voce narrante di Stefano Paiusco e da un cast di quattordici interpreti. Il Coro Greco accompagna e commenta l’azione, rompendo la «quarta parete» e rivolgendosi direttamente al pubblico. Con la coreografia di Alessio Righetti e la scenografia di Donato De Silvestri.

«Non poteva mancare, nella nostra chiesa agostiniana, un’attenzione particolare alla Maddalena e ad un accostamento con sant’Agostino», osserva il parroco don Roberto Defanti. Sant’Agostino la definisce «Apostola degli Apostoli» perché fu la prima testimone della Risurrezione e la prima ad annunciarla ai discepoli. «È una donna che ha creduto nella notte della vita e ha creduto anche nella notte della ricerca di senso», aggiunge il parroco, «e davanti alla paura dei discepoli annuncia con fede incrollabile. È la fede che diventa luce e, proprio allora, comprende: il dolore, l’amore, la fatica, la fragilità».

venerdì 19 gennaio 2024

AVETE APPENA UCCISO LUDWIG VAN BEETHOVEN

 


Se conoscete una donna in stato interessante, che ha già otto figli, tre dei quali sono sordi, due ciechi, uno ritardato mentale e lei stessa ha la sifilide, le consigliereste di abortire? 

 

Se avete risposto … SI……….avete appena ucciso Ludwig van Beethoven

 

Beethoven aveva 8 fratelli tre dei quali sordi, due ciechi ed uno ritardato. A completare il quadro quando fu concepito la madre aveva la sifilide...chiunque avrebbe consigliato l'aborto ma, lei portò avanti la gravidanza dandoci uno dei più grandi pianisti e compositori di tutti i tempi. 

domenica 12 novembre 2017

IL TESTAMENTO DI BEETHOVEN.

 LA LETTERA DI BEETHOVEN AI FRATELLI CHE RACCONTA COME LA MUSICA LO ABBIA SALVATO DALLA SOLITUDINE DELLA SORDITÀ



Beethoven, 1820 - Joseph Karl Stieler 1781-1858



Ancora oggi la fonte della sordità di Beethoven rimane un mistero. Alcuni biografi parlano di avvelenamento da piombo – all’epoca, il piombo, si trovava ovunque, dal caffè alle acque termali – altri invece puntano il dito verso una rara patologia autoimmune. Beethoven stesso si convinse che fu un esplosione di rabbia a farlo diventare sordo. Secondo quanto riporta Alexander Wheelock Thayer, uno dei più autorevoli biografi del compositore tedesco, Beethoven si arrabbiò con un tenore che lo interruppe durante un’intensa sessione creativa. Una rabbia così intensa da portarlo a svenire e quindi cadere sul pavimento dopo essere salito in piedi sulla sua scrivania. Beethoven raccontò che dopo essersi ripreso, si accorse di non poter più udire nulla.

Questa condizione terrorizzò il compositore. Beethoven era certo che la sua improvvisa sordità si sarebbe rivelata sintomo di una malattia che lo avrebbe ucciso a breve. A soli trentadue anni, l’angoscia di non sapere cosa sarebbe successo alla sua vita lo portò a rinchiudersi in casa.

Ma il malessere peggiore, secondo Beethoven, fu la melanconia e la solitudine. “La mia sordità,” scrisse, “è meno un problema quando suono o compongo, specialmente in compagnia di altri”.

Ed è con questo spirito che scrisse il suo testamento nell’ottobre del 1802, con la richiesta, espressa ai due fratelli, di essere letto e rispettato solo dopo la sua morte. Un testo in cui tutta la sua sofferenza, la sua rabbia e il suo amore infinito per la musica emergono con forza.



IL TESTAMENTO DI BEETHOVEN.


Joseph Willibrord Màhler, Ludwig van Beethoven, 1804-05, Vienna


“O voi uomini che mi reputate o definite astioso, scontroso o addirittura misantropo, come mi fate torto! Voi non conoscete la causa segreta di ciò che mi fa apparire a voi così. Il mio cuore e il mio animo fin dall’infanzia erano inclini al delicato sentimento di benevolenza e sono stato sempre disposto a compiere azioni generose.

Considerate, però, che da sei anni mi ha colpito un grave malanno peggiorato per colpa di medici incompetenti. Di anno in anno le mie speranze di guarire sono state gradualmente frustrate, e alla fine sono stato costretto ad accettare la prospettiva di una malattia cronica (la cui guarigione richiederà forse degli anni o sarà del tutto impossibile).

Pur essendo dotato di un temperamento ardente, vivace, e anzi sensibile alle attrattive della società, sono stato presto obbligato ad appartarmi, a trascorrere la mia vita in solitudine. E se talvolta ho deciso di non dare peso alla mia infermità, ahimè, con quanta crudeltà sono stato allora ricacciato indietro dalla triste, rinnovata esperienza della debolezza del mio udito. Tuttavia non mi riusciva di dire alla gente: «Parlate più forte, gridate perché sono sordo». Come potevo, ahimè, confessare la debolezza di un senso, che in me dovrebbe essere più raffinato che negli altri uomini e che in me un tempo raggiungeva un grado di perfezione massima, un grado tale di perfezione quale pochi nella mia professione sicuramente posseggono, o hanno mai posseduto. – No, non posso farlo; perdonatemi perciò se talora mi vedrete stare in disparte dalla vostra compagnia, che un tempo invece mi era caro ricercare. La mia sventura mi fa doppiamente soffrire perché mi porta a essere frainteso. Per me non può esservi sollievo nella compagnia degli uomini, non possono esservi conversazioni elevate, né confidenze reciproche. Costretto a vivere completamente solo, posso entrare furtivamente in società solo quando lo richiedono le necessità più impellenti; debbo vivere come un proscritto. Se sto in compagnia vengo sopraffatto da un’ansietà cocente, dalla paura di correre il rischio che si noti il mio stato.

Ma quale umiliazione ho provato quando qualcuno, vicino a me, udiva il suono di un flauto in lontananza e io non udivo niente, o udiva il canto di un pastore e ancora io nulla udivo. – Tali esperienze mi hanno portato sull’orlo della disperazione e poco è mancato che non ponessi fine alla mia vita. – La mia arte, soltanto essa mi ha trattenuto.”

In un passaggio del testamento Beethoven racconta anche di aver contemplato brevemente il suicidio:

“Pazienza – mi dicono che questa è la virtù che adesso debbo scegliermi come guida; e adesso io la posseggo. – Duratura deve essere, io spero, la mia risoluzione di resistere fino alla fine, finché alle Parche inesorabili piacerà spezzare il filo; forse il mio stato migliorerà, forse no, a ogni modo io, ora, sono rassegnato. – Essere costretti a diventare filosofi ad appena 28 anni non è davvero una cosa facile e per l’artista è più difficile che per chiunque altro. O uomini, se un giorno leggerete queste mie parole, ricordate che mi avete fatto torto; e l’infelice tragga conforto dal pensiero di aver trovato un altro infelice che, nonostante tutti gli ostacoli imposti dalla natura, ha fatto quanto era in suo potere per elevarsi al rango degli artisti nobili e degli uomini degni”.

Un suicidio che mai avvenne grazie alla sua passione per la musica:

“È stata la virtù che mi ha sostenuto nella sofferenza. Io debbo a essa, oltre che alla mia arte, se non ho messo fine alla mia vita col suicidio. – State bene e amatevi.”

Beethoven scrisse questa lettera prima di aver anche solo iniziato a scrivere tutte le sue opere più importanti. Vent’anni dopo il testamento compose infatti uno dei capolavori assoluti della musica classica, la sua Nona – e ultima – sinfonia, con il suo finale Inno alla gioia, un inno al “ritrovare la gioia dopo la sofferenza”.


“Noi, esseri finiti,” scrisse Beethoven, “personificazioni di uno spirito infinito, siamo nati per avere insieme gioie e dolori; e si potrebbe quasi dire che i migliori di noi raggiungono la gioia attraverso la sofferenza”.

Fonte: Wikimedia Commons






martedì 5 luglio 2016

ENRICO DE MORI, UNA VITA PER LA MUSICA

Enrico De Mori 


(02.07.2016, Giuseppe Corrà)

Il maestro Enrico De Mori è morto ieri (1 luglio 2016) al Policlinico di Borgo Roma dove era stato ricoverato per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, assai precarie negli ultimi tempi tanto da non permettergli di partecipare l’11 giugno scorso al concerto tenuto al Circolo unificato di Castelvecchio per i suoi 86 anni.

Enrico De Mori, (meglio Henri) era nato a Roanne, cittadina del dipartimento della Loira, l’11 giugno 1930. Qui abitava la sua famiglia proveniente da Perzacco, frazione di Zevio, che era emigrata in Francia alla ricerca di lavoro.
La sua formazione di musicista era iniziata sotto la guida del papà Augusto Cesare, valido violinista e chitarrista, ed era continuata con il maestro Charles Bonneton. A 12 anni Henri aveva conseguito il diploma in pianoforte, teoria e solfeggio all’École de la musique de Roanne. Ma, nel 1942 dovette rientrare precipitosamente in Italia con la famiglia a causa della guerra. Qui fu obbligato a ripetere gli studi e gli esami di diploma musicale nel 1943 al Conservatorio Arrigo Boito di Parma perché tutti i documenti che certificavano la sua preparazione musicale erano rimasti in Francia.
Il 21 aprile 1943, per gli ultimi festeggiamenti dell’Era fascista per il Natale di Roma all’Arena di Verona, venne invitato a suonare il complesso composto di 43 elementi tra chitarre, fisarmoniche e mandolini fondato e diretto da suo papà Augusto Cesare. E tra quei suonatori c’era anche Enrico con la fisarmonica. L’accettazione di quell’invito fascista costò l’ostracismo musicale della famiglia De Mori nei primi anni della Verona repubblicana. Solo una licenza per la vendita ambulante di frutta e verdura permise loro di non patire la fame. Tuttavia dieci anni dopo si presentò ad Enrico una buona occasione per farsi conoscere.
Era il 1953 quando il vicemaestro del coro dell’Arena, Sergio Ravazzin, essendo impegnato ogni sera con la stagione lirica, propose ad Enrico di sostituirlo in qualità di pianista nei caffè concerto, una specie di piano bar di musica classica, che si tenevano sul Liston. De Mori accettò.
Durante una delle sue esibizioni, lo ascoltò Cesare Catini, il primo violino dell’orchestra dell’Ente lirico, che rimane colpito dall’estro e dal talento di Enrico e lo invitò a presentare domanda per entrare nell’orchestra in qualità di pianista per le prove di scena. Proprio a quell’anno risale la scrittura della sua prima composizione.

Ma Enrico non si accontentò di accompagnare al pianoforte solo le prove di scena e cercò di ottenere un posto stabile nell’orchestra dell’Arena diretta in quell’anno dal maestro Antonino Botto. Ci riuscì e la Turandot fu la prima opera che suonò con l’orchestra dell’Arena diretta da Botto. Nel 1955 sempre il maestro Botto chiamò De Mori alla Scala di Milano per il ruolo tecnico di maestro delle luci a cui seguirà l’incarico di pianista delle prove per i balletti e di palcoscenico. Durante questo periodo collaborò anche con il grande maestro Herbert von Karajan. Nel 1960 alla Scala ebbe l’occasione di sostituire il suggeritore di scena in ben 200 opere.

Una data importante fu per lui il 1966 quando fondò il Coro ed orchestra città di Verona, complesso ancora in attività, ma diretto dal 2015 dal giovane maestro Francesco Mazzoli, suo allievo. Dal 1966 ad oggi la formazione conta più di 400 concerti in tutto il mondo. Il 1966 fu anche l’anno in cui De Mori collaborò all’esecuzione delle opere alla Scala. Anno difficile, invece, il 1968 per il teatro milanese quando dal suo programma venne cancellato lo spettacolo di danza del Bolschoi di Mosca.
Il maestro Bindo Bissiroli, nuovo direttore artistico del teatro, lo invitò a presentarsi per l’incarico. De Mori in quel periodo aveva già un contratto per la stagione musicale umbra e rinviò la decisione. Ma venne presto contattato dal sovrintendente Antonio Ghiringhelli che riuscì a fargli cambiare idea. De Mori debuttò come direttore d’orchestra al teatro Alla Scala dove diresse oltre 350 recite con prestigiosi artisti fra cui Luciana Savignano, Carla Fracci, Oriella Dorella ed il famoso coreografo russo Rudolf Nureyev.

Fu del 1974 il suo debutto al Festival lirico areniano di Verona, teatro in cui rimane fino la 1986. Nel frattempo diresse anche molte altre orchestre di teatri italiani ed esteri. Nel 1975, alla Fenice di Venezia, diresse l’orchestra per un balletto con Carla Fracci e Amedeo Amodio.

Al Teatro Metropolitan di New York De Mori arrivò nel 1981 alla direzione dell’orchestra della Scala di Milano. Negli anni seguenti con il Coro ed orchestra città di Verona fu in tournée in molte città italiane e straniere fra le quali spiccano Salisburgo, Vienna e Tokio. Ma i teatri in cui si realizzò il tutto esaurito furono quelli di Barcellona, Luxor e Parigi dove venne proposta l’Aida di Giuseppe Verdi.
Dal 1988 al 2015 il maestro De Mori continuò a dirigere il Coro ed orchestra città di Verona in occasione del Concerto di capodanno al Palazzetto dello sport.


Fonte: srs di Giuseppe Corrà, da L’arena di Verona del  02.luglio.2016






Il maestro Enrico De Mori


«La forza della musica». Ha un titolo emblematico il concerto che vuole celebrare l’attività artistica del maestro Enrico De Mori, figura assai significativa di artista del panorama musicale non solo nazionale.

Un concerto di musica classica e lirica, promosso dall’Associazione nazionale carristi d’Italia e dall’Associazione nazionale “Nastro verde” decorati di medaglia d’oro Mauriziana di Verona, che si terrà sabato 11 giugno alle 20.30 al Circolo Ufficiali di Castelvecchio. Proprio il giorno esatto in cui il maestro Enrico De Mori celebra il compleanno, essendo nato a Roanne (Francia) l’11 giugno 1930.

Protagonisti della serata musicale saranno il Complesso Augusto Cesare de Mori con la partecipazione del soprano Monica Bovo, del tenore Andrea Cioetto e del basso Tullio Falzoni. Al pianoforte Annalisa De Mori ed al violino solista Nicoletta Bartolamai. Dirigerà Francesco De Mori, mentre la presentazione sarà affidata a Grazia Marcon.
Oltre a porgere in musica gli auguri al maestro Enrico De Mori, il concerto si propone come saluto ai soci del Circolo unificato.
Con la direzione, passata dal maestro Enrico nelle mani di suo figlio Francesco, il Complesso Augusto Cesare De Mori vuole evidenziare la continuità ed il valore della sua grande testimonianza di dedizione alla musica.

Il ricavato delle offerte della serata verrà devoluto in beneficenza all’Anas (Associazione Nazionale di Azione Sociale) per il progetto «Non troppo piccoli per parlare di alcol».

L’ingresso al concerto è gratuito ma è necessaria la prenotazione entro l’8 giugno telefonando al segretario dell’Associazione Carristi, sergente D’Alessandro (335.6951200), oppure al presidente, colonello Napoleone Puglisi (340.6463207).

(G.C.)

Fonte: da L’Arena di Verona del  30 maggio 2016