domenica 14 agosto 2011

SIFILIDE E DENTI AL MERCURIO: LE PATOLOGIE DI ISABELLA D’ARAGONA

Il cranio di Isabella d’Aragona mostra zone molto evidenti di colore bruno, soprattutto nella regione parotidea; si tratta di depositi di sali di mercurio, metallo che  viene eliminato elettivamente dalle ghiandole salivari.

L'ANALISI DELLE MICROSUTURE RIVELA CONTINUE ABRASIONI

 AD OCCHIO NUDO SI NOTA sui denti di Isabella d'Aragona una insolita abrasione delle superfici labiali degli incisivi e dei canini. L'usura è talmente profonda da avere consumato quasi tutto lo smalto e una parte consistente della dentina.  Da questa usura deriva un effetto di «spianatura» delle superfici labiali degli incisivi centrali. Gli incisivi laterali e i canini superiori mostrano usure ancora più marcate, con profilo addirittura concavo, che intaccano in profondità smalto e dentina. All'esame microscopico queste superfici si presentano attraversate da sottili e fittissime strie rettilinee. Sugli incisivi centrali superiori queste sono prevalentemente orizzontali, mentre sui laterali e sui canini si osserva un aumento della loro obliquità.

L'osservazione al microscopio elettronico a scansione delle superfici abrase mostra che l'agente responsabile dell'usura ha interessato in modo differenziato lo smalto e la dentina a causa della differente durezza dei due componenti la corona del dente.

Esaminando le superfici più interessate dall'azione abrasiva, quelle degli incisivi e dei canini, si osserva che l'asportazione di dentina presenta un profilo curvilineo. L'incavo prodotto ha un raggio costante su tutte le superfici esaminate. Il profilo delle superfici abrase descrive evidentemente parte del profilo dello strumento responsabile delle abrasioni. Queste sono state dunque prodotte da uno strumento rigido e cilindrico. La sperimentazione mostra che le strie prodotte da uno strumento con queste caratteristiche, utilizzato con un movimento di va e vieni, sono sempre rettilinee e parallele. Il diverso orientamento delle strie a seconda dei denti esaminati (pressoché orizzontali sui denti anteriori e man mano più oblique procedendo posteriormente) conferma l'ipotesi che si tratti di uno strumento rigido. Per abradere gli ultimi molari con una limetta occorre infatti aumentare progressivamente l'inclinazione dello strumento per evitare di ferire le guance.

L'esame microscopico ha messo in evidenza anche strie verticali,  più brevi delle precedenti. Esse sono di frequente riscontro nelle dentature del passato e sono dovute all'azione di granuli abrasivi presenti nel cibo, poco raffinato, nel corso della masticazione. Nel caso di Isabella d'Aragona, queste particelle dure non sembrano essere di provenienza alimentare; esiste infatti una contraddizione tra la ricchezza di strie da masticazione e l'usura molto modesta delle superfici occlusali: Isabella evidentemente preferiva cibi liquidi e semiliquidi particolarmente raffinati.

Possiamo ragionevolmente supporre che i granuli provenissero, almeno in parte, dallo stesso strumento abrasivo; probabilmente si trattava di una bacchetta di pietra pomice, di osso di seppia o di bastoncini di legno cosparsi di sostanza collosa e granuli di quarzo. Dispersi dallo strumento e depositati negli spazi interdentali e nei solchi intercuspidali, i granuli si sarebbero mescolati al cibo producendo un aumento artificiale dell'abrasione alimentare. In effetti la sperimentazione in laboratorio con limette in pietra pomice e in osso di seppia ha riprodotto usure simili a quelle riscontrate sui denti di Isabella d'Aragona.

I larghi solchi, ben visibili sui margini anteriori e posteriori di canini e premolari, sono invece attribuibili, per le loro caratteristiche, all'azione di stuzzicadenti in materiale duro, probabilmente in metallo dalle nobildonne aragonesi di Napoli, ambiente a cui Isabella d'Aragona apparteneva.

ABRASIONI PER TOGLIERE Il NERO DEl MERCURIO

 NELLE SUE «LETTERE DA Vigevano» (1492) Bernardino Prosperi, inviato ferrarese alla corte dei Duchi di Milano, scrive a Girolamo Gilioli, camerlengo ducale della casa d'Este, che nel guardaroba di Beatrice d'Este esistevano ottantaquattro vesti, vasi preziosi. Non mancavano altri oggetti di uso comune, non esclusi i «netezadori da denti».

Ma nel corredo delle dame erano presenti anche altri accessori per l'igiene dentale, come polveri dentifricie, stuzzicadenti in metalli preziosi e addirittura limette in metallo.

Potremmo aggiungere a queste liste di oggetti i bastoncini di pietra pomice o di osso di seppia di cui sembra facesse largo uso Isabella d'Aragona? Ma le ragioni che hanno spinto questa nobildonna italiana ad abradere in maniera così drastica i propri denti sono riconducibili a semplici motivi di igiene e di estetica?

La patina nera visibile su alcune superfici dentarie è stata asportata dall'abrasione; questa quindi sembra abbia avuto lo scopo di limitare l'estendersi di tale patina. La microanalisi di questa patina ha evidenziato accanto agli elementi caratteristici della composizione dello smalto (Calcio e Fosforo), una forte presenza di mercurio. Il deposito di sali di mercurio sui bordi gengivali è caratteristico dell' intossicazione cronica da questo elemento. Esso viene eliminato dall'organismo principalmente per via renale, biliare e salivare, la secrezione salivare, in particolare, provoca una deposizione di sali di mercurio sulle superfici dentarie. L'eliminazione per via renale è causa frequente di grave e letale insufficienza renale.

UN RIMEDIO PEGGIORE DEL MALE

OGGI QUESTA PATOLOGIA da assunzione di grandi quantità di mercurio è descritta raramente.  Fino al secolo scorso, invece, preparati a base di questo metallo rivestivano un'importanza notevole per la cura della sifilide.  L'uso del mercurio come antiluetico risale alla prima grande epidemia di sifilide diffusa in Europa nel corso del Sedicesimo secolo al seguito dell'invasione delle soldataglie di Carlo VIII; sebbene i risultati della terapia fossero buoni, i luetici erano curati in maniera così aggressiva da rendere quasi preferibile la malattia al rimedio. Gli ammalati venivano tenuti a digiuno, poi purgati, salassati, quindi sottoposti alla cura mercuriale per mezzo di frizioni (pomata mercuriale) o di inalazioni di vapori mediante combustione di cinabro. La cura veniva protratta fino a ottenere una grave stomatite. Assai frequenti erano i casi di intossicazione mortale.

È interessante notare che le testimonianze dei cronisti del Rinascimento accennano a volte al fatto che le nobildonne dell'epoca avessero i denti neri. Luigini Federico, ad esempio, nel suo «Libro della bella donna» ne parla diffusamente. Questa frequente caratteristica può essere spiegata con una diffusa intossicazione da mercurio tra le dame di corte. La massiccia utilizzazione di questo, a scopo terapeutico o profilattico, può essere messa in rapporto con la vastissima prima epidemia di sifilide nell'Europa del '500.

Nel caso di Isabella d'Aragona i diffusi depositi di sali di mercurio sembrano dimostrare uno stadio particolarmente grave di intossicazione. Isabella era probabilmente affetta, nell'ultimo periodo della sua vita, da sifilide ad uno stadio non ancora avanzato. Lo scheletro non presenta, infatti, stigmate della fase finale di tale malattia.
L'intossicazione da mercurio, dimostrata dalle diffuse incrostazioni sui denti, è di tale entità da potere essere stata essa stessa la causa di morte.

METODI DI STUDIO.  COME SI ANALIZZANO I DENTI UMANI



Gli incisivi e i canini di Isabella profondamente scavati dall' abrasione. L'esame microscopico ha confermato un'azione abrasiva volontaria e protratta nel tempo, con l'uso di lime che hanno lasciato tracce evidenti del loro passaggio sullo smalto e sulla dentina. 

 LA SEZIONE DI PALEONTOLOGIA  umana del dipartimento di Anatomia e Fisiologia umana dell'Università di Torino è da anni impegnata in ricerche, coordinate da Giacomo Giacobini e da Francesco d'Errico, sulle microtracce presenti su reperti di interesse preistorico ed archeologico.

L'analisi delle usure presenti sulle superfici dentarie è condotta alternando l'uso del microscopio ottico e del microscopio elettronico a scansione.  Quasi sempre l'osservazione avviene su repliche delle superfici da esaminare, precauzione necessaria nel caso dell'utilizzo del microscopio elettronico: la metallizzazione del campione, sotto vuoto, indispensabile per l'osservazione, altererebbe infatti in modo permanente i preziosi reperti.
I microcalchi si ottengono tramite elastomeri da impronta per uso dentistico.  Alcuni di questi prodotti registrano dettagli inferiori al micron con un'elevatissima fedeltà di riproduzione.

Le repliche per l'osservazione al microscopio ottico a luce trasmessa sono invece ottenute con vernici metallografiche alla nitrocellulosa. Tale metodo offre il vantaggio, rispetto all'osservazione diretta del dente al microscopio, di una migliore definizione anche a forte ingrandimento. La superficie piatta della replica elimina infatti i problemi di profondità di campo; la sua trasparenza annulla le riflessioni e rifrazioni prodotte dai microprismi dello smalto. Inoltre con questo metodo è possibile esaminare agevolmente un grande numero di campioni. Ciò consente di conservare e catalogare in poco spazio le repliche destinate ad ulteriori osservazioni.

L'utilizzo di una microsonda a raggi X, accoppiata al microscopio elettronico, serve per l'identificazione degli elementi chimici della superficie in studio e richiede, naturalmente, la presenza del campione originale che non viene danneggiato dalla metallizzazione. In alcuni casi tale metodica di indagine può rivelare la presenza, sullo smalto o nei depositi di tartaro, di elementi estranei alla composizione normale dei tessuti dentari.  Si possono così diagnosticare patologie legate all'accumulo di sostanze estranee all'organismo, quali intossicazioni croniche, dovute ad abitudini alimentari o non.


Fonte: srs di Giuliano Villa Francesco d'Ertico.  Dipartimento di Anatomia e Fisiologia Umana dell'Università di Torino; da Archeologia Viva del  febbraio 1991, anno X  N° 16.


giovedì 11 agosto 2011

CALCHI PER COPIE DA ESPOSIZIONE

Calco di un falcetto a mandibola del Bronzo Medio rinvenuto a Fiavè;   l'originale è in alto, la copia in gesso (dipinta) in basso.

Quando un reperto è troppo fragile per essere trasportato o maneggiato di frequente una valida soluzione è costituita dall'impiego di fedeli riproduzioni.  
Ecco come si è proceduto per realizzare la copia di un prezioso falcetto ritrovato nelle palafitte di Fiavè in Trentino

LE TECNICHE DI RIPRODUZIONE di oggetti permettono di ottenere esemplari esattamente identici agli originali, in materiali come il gesso o varie resine sintetiche. Anche dopo l'intervento di restauro infatti, accade spesso che i reperti archeologici risultino eccessivamente fragili e delicati per essere trasportati e maneggiati, oppure ancora esposti in ambienti che non abbiano i requisiti necessari a garantirne l'inalterabilità e la conservazione. Ci si riferisce ad esposizioni realizzate in edifici storici o con strutture non specificatamente progettate, dove l'oggetto restaurato, in mancanza di adeguati e preventivi accorgimenti tecnici e tecnologici, può essere sottoposto ad un pericoloso impatto fisico-ambientale.  Basti pensare ad alcuni fra i più comuni fattori che incidono sul processo di deterioramento dei manufatti: l'umidità e gli eccessivi o rapidi sbalzi di temperatura. I fenomeni di riscaldamento o raffreddamento, infatti, possono in determinati casi generare fratture, provocate dall'espansione o contrazione dei materiali.

COME COSTRUIRE COPIE PER  USO DIDATTICO

UNA VALIDA SOLUZIONE è costituita dall'impiego di fedeli riproduzioni in materiali plastici che, grazie alla loro resistenza, consentono utilizzi preclusi ai reperti.  In primo luogo in relazione alla maneggiabilità, quindi alla possibilità di avere un contatto non solo visivo con i modelli della cultura materiale del passato. È intuibile, dunque, l'importanza delle copie quale ausilio didattico. Inoltre, partendo da singoli frammenti originali, si possono operare, sulla base di studi interpretativi, ipotetiche ricostruzioni o composizioni di varie parti.

La dimestichezza con le tecniche di riproduzione risulta utile anche nel restauro tradizionale, permettendo la creazione di «corpi» su cui disporre i vari frammenti trattati. Le copie, infine, possono sopperire alla frequente e pressante richiesta da parte di istituzioni locali di documentare in centri periferici, non sufficientemente sicuri ed attrezzati, i rinvenimenti avvenuti in zone adiacenti.

STAMPO IN SILICONE COPIA IN POLI ESTERE

ESEMPI EFFICACI DI QUESTE tecniche si sono visti recentemente a Trento in una mostra al Castello del Buonconsiglio su.”Archeologia del legno".  Si è infatti ritenuto opportuno, proprio in questa occasione, l'utilizzo di riproduzioni di alcuni manufatti in legno per renderne più agevole la comprensione.

Quale esempio del lavoro eseguito proponiamo la costruzione del negativo e della copia in poliestere di un falcetto a mandibola del Bronzo Medio rinvenuto a Fiavè, costituito da supporto ligneo nel quale sono inserite selci foliate fissate con mastice.

Si tratta di uno stampo semplice in quanto l'oggetto non presenta problemi particolari di sottosquadri, ovvero di parti con angoli inferiori ai 90°,  che non permetterebbero l'apertura dello stampo senza procurare pressioni eccessive sull'originale o fratturare lo stesso.

Il negativo viene studiato con tre linee di separazione: le due facce della lama e l'impugnatura che, essendo perpendicolare, deve essere mantenuta a se stante e divisa anch' essa in due parti. Si  pone l'oggetto nella plastilina fino a metà del suo spessore e fino alla linea di separazione dell’impugnatura.  Attorno ad esso, alla distanza di un centimetro circa, si costruisce una parete, sempre in plastilina, allo scopo di arginare la colata in silicone. Prima di operare con quest'ultimo è necessario tener presente che è un materiale grasso e ciò può provocare variazioni nella tonalità del colore della superficie del reperto, in special modo qualora esso sia di materiale
poroso.

PROBLEMA DELL'ALTERAZIONE CROMATICA

PER EVITARE IL FENOMENO di alterazione cromatica, dovuto ad assorbimento o a reazione chimica della gomma siIiconica con i prodotti usati nel restauro dell'oggetto, è quindi indispensabile effettuare opportune prove preventive su parti nascoste, oppure su manufatti simili di importanza minore.

Al fine di eliminare l'effetto assorbente possono essere utilizzate resine sintetiche solubili in acqua, ad esempio metilcellulosa, alcool polivinilico o poliglicole.  Si sono rivelate idonee anche soluzioni concentrate a base di saponi oppure l'utilizzo di pellicole molto sottili (stagno, fogli di argento o simili) da applicare sull'originale. Nel nostro caso, prove preliminari non hanno evidenziato cambiamenti di tonalità e quindi non è stato necessario l'utilizzo di materiali o sostanze protettive.

È NECESSARIO SCEGLIERE BENE I SILICONI


È  CONSIGLIABILE EFFETTUARE  sperimentazioni con i vari siliconi esistenti in commercio per scegliere il prodotto più adeguato in relazione al lavoro da eseguire.  Per un oggetto come il falcetto si è optato per un silicone fluido ed elastico, previa la chiusura di piccoli fori, fratture o giunzioni in cui il silicone avrebbe potuto inserirsi procurando, all'atto dell'apertura dello stampo, lesioni al reperto oppure, rimanendo nell'oggetto, gravi difficoltà di asporto.

Il silicone, opportunamente preparato, si versa sul manufatto in modo che lo copra in ogni punto e che raggiunga lo spessore omogeneo di un centimetro circa.

Dopo che il silicone ha catalizzato, si toglie la parete di plastilina e si crea la forma di gesso inglobando il silicone.

Ora si prepara il gesso per la seconda parte del negativo; esso viene livellato e vi si praticano delle tacche coniche che fungono da cerniera fra le parti. Si isola il gesso con della gomma lacca diluita in alcool e, a pennello, lo si passa con della cera diluita in trementina per facilitarne la separazione.  Sul limite fra il silicone ed il gesso, come in precedenza, si costruisce una parete in plastilina per contenere il silicone che vi sarà versato.

Fra le valve in silicone, per consentire una successiva divisione, va ricordato di usare un distaccante, ad esempio una soluzione saponosa.

Analogamente a quanto fatto in precedenza, si procede nella costruzione delle rimanenti parti del negativo.

DUREZZA E RESISTENZA A FATTORI AMBIENTALI

 LE RESINE - IN PARTICOLARE  modo il poliestere - sono i materiali rivelatisi più adeguati nella creazione di riproduzioni per la loro durezza e resistenza a fattori ambientali ed accidentali. La resina può essere resa più consistente con l'aggiunta di un addensante e tinta con pigmenti precedentemente preparati o con colori ad olio per avere una tonalità base simile a quella dell' originale.

Si stende con un pennello un primo strato di resina nelle valve di silicone, facendo molta attenzione che non si formino bolle d'aria, quindi si versa la resina e si chiude il negativo a pressione. Prima che la resina abbia catalizzato completamente, si solleva leggermente la forma per evitare che essa si incolli al gesso. La copia viene poi rifinita con l'utilizzo di bisturi o fresette di vario tipo.

La riuscita della riproduzione dipende in larga misura dall'effetto cromatico che deve restituire il valore volumetrico dell'oggetto.

Il colore verrà dunque scelto in base al tipo di materiale e di superficie del manufatto riprodotto.

Nel nostro caso si è scelto il colore acrilico che permette velature e sfumature senza «impastarsi». Questo tipo di colore ha inoltre il vantaggio di essiccare rapidamente e di non essere lucido. A lavoro ultimato può rendersi necessaria l'applicazione di una lacca protettiva opaca per rendere il colore più resistente.


1. Il falcetto di legno rinvenuto a Fiavè viene inserito nella plastilina fino a metà del suo spessore.

2. Si costruisce attorno al reperto una parete di plastilina. All'interno della parete si cola del silicone.

3. Il silicone riempie tutto lo spazio compreso tra il reperto e la parete di plastilina.

4. Dopo che il silicone ha catalizzato si toglie la parete di plastilina e si crea la forma in gesso inglobando il silicone.

5. Si è creato il negativo in silicone, che andrà eseguito anche per l'altra metà dell'oggetto. Le due parti si segnano con tacche e protuberanze.


6. Estratto il reperto si confrontano i due negativi in silicone ottenuti dalla forma di plastilina.

7. Uno alla volta, i due negativi vengono riempiti di gesso, uniti e lasciati in posa fino alla solidificazione del gesso.  Si crea in tal modo una copia perfetta del reperto.

8. Il risultato finale è evidente. Si confrontano  i pezzi; l'originale è in   alto, la copia in gesso (dipinta) in basso.



Fonte. Srs di Cristina Dal Ri, collaboratore dell'Ufficio Tutela Archeologica Provincia Autonoma di Trento.  Foto di Elena Munerati; (L'articolo è stato tratto da Archeologia del legno, Quaderni della Sezione Archeologica del Museo Provinciale d'Arte di Trento. Informazioni: 0461/233770);   da ARCHEOLOGIA VIVA   ottobre 1991,  anno X,  N. 23.


lunedì 8 agosto 2011

Verona. «Una sostanza sulle selci blu», ma i test non svelano il mistero


 I cassetti delle strutture che, all'interno dell'ex Arsenale, ospitano la collezione di selci. Sotto accusa erano finiti i tappetini che li rivestivano 

Le analisi L’università di Siena: una molecola colorante  le ha contaminate.
L’assessore Erminia Perbellini: conservate correttamente, a ottobre le esporremo
Tinè: «Potrebbe risalire a 50 anni fa». Ora i raggi X

VERONA - Tutto e il contrario di tutto. Il caso delle selci preistoriche conservate nei magazzini dell'ex Arsenale e diventate nei mesi scorsi di colore blu, sembra destinato a rimanere un mistero. Almeno sotto il profilo delle responsabilità.
Ieri sono state annunciate le conclusioni alle quali sono giunti i ricercatori dell'Università di Pisa, che seguono di qualche mese il «referto» stilato dai colleghi dell'ateneo di Padova
I team che hanno analizzato i reperti archeologici contaminati, concordano sul fatto che l'improvvisa colorazione cobalto subita in forma più o meno accentuata da circa 7.000 reperti (su un totale di 201.193 esemplari) conservati nel magazzino, è dovuta a una molecola sconosciuta, che è già stata ribattezzata «Juliet blue».
E sia gli esperti toscani  che quelli veneti assicurano che il processo è reversibile, e quindi le selci potranno essere riportate allo ro stato naturale, perdendo il colore.

Le differenze riguardano le cause della pigmentazione.
Per l'università di Padova la colpa era di una misteriosa reazione chimica legata ai tappetini di gomma che rivestono i cassetti dentro i quali sono stati custodite le selci.
Una spiegazione che ora viene messa totalmente in  discussione dai ricercatori di Pisa: «Le sostanze volatili emesse dal tappetino non influiscono significativamente sulla composizione dell'ambiente circostante le selci conservate dentro i sacchetti posti nelle scatole di cartone».

Quindi la responsabilità di quella colorazione è un'altra.  I ricercatori ipotizzano che una sostanza sconosciuta sia entrata in contatto  con i reperti, magari perché «utilizzata in passato per evidenziare le proprietà delle selci e abbia a sua volta contaminato i materiali circostanti».
In pratica i manufatti preistorici potrebbero essere stati cosparsi «di una sostanza blu».
Il  soprintendente  Vincenzo Tinè non crede all'ipotesi del sabotaggio: «In passato per fotografare un reperto si utilizzavano sostanze in grado di accentuarne le forme. Quindi le selci potrebbero essere entrati in contatto con la sostanza anche cinquant'anni fa».

Stando a una nuova, possibile, ricostruzione, le pietre potrebbero essere state cosparse con la sostanza blu e poi, una volta scattate le fotografie, lavate e lucidate «con grasso animale e cera paraffina» riportandole, almeno all'apparenza, al loro colore naturale. «In seguito  sottoposte a una variazione di temperatura, di umidità o di ph dovute al trasferimento dei reperti nei nuovi magazzini, le selci hanno riacquistato la colorazione blu», ipotizza Tinè.

Per l'assessore alla Cultura Erminia Perbellini «è la dimostrazione che l'amministrazione non ha commesso errori nella conservazione dei reperti». Ora si procederà ad effettuare alcuni test su una decina di selci blu che verranno sottoposte a un trattamento con raggi X, che potrebbe eliminare la colorazione.
Perbellini è ottimista: «In ogni caso è stata fatta una scoperta scientifica importante: la nuova molecola, A ottobre organizzeremo a Verona una mostra per esporre queste selci blu di cui tutti hanno parlato».

Fonte: A.Pri.  da Il Corriere del Veneto, edizione Verona, del 27 luglio 2011

venerdì 5 agosto 2011

Verona. - Le Selci Blu. - Presentati i risultati dell'indagine sui reperti dell'Arsenale. «selci blu, forse uno spray per fotografarle meglio, il colore
 può essere eliminato»

L´assessore con gli esperti che hanno effettuato l´indagine  (DIENNEFOTO)


L’assessore  Erminia Perbellini: «Erano conservate correttamente, non è chiaro cos'abbia causato l'alterazione»
Va a finire che diventeranno un'attrazione, le selci blu del Museo di storia naturale. I presupposti ci sono tutti. Pensate che gli studiosi hanno già battezzato la misteriosa molecola che potrebbe essere colpevole del cambio di colore delle pietre. Il nome? «Juliet», Giulietta. Un marchio doc che a Verona tira sempre. Per dirla subito: la colorazione sembra che si possa eliminare. Con un bombardamento di raggi «ics», già testato, scomparirebbe. Verrà provata su una decina di pezzi e se saranno confermati i primi test. Le cause? Ancora incerte.

È quanto comunicato dall'assessore alla cultura Erminia Perbellini e dal soprintendente ai beni archeologici del Veneto Vincenzo Tinè, con i dirigenti del Museo, illustrando le conclusioni della commissione di indagine sulle selci blu fornite dalle università di Pisa e Firenze. In base a questi dati il danno potrebbe essere stato provocato una cinquantina d'anni fa da qualche studioso che spruzzò uno spray per far assumere un colore vivace alle pietre, per fotografarle.

L'ipotesi di esporre i reperti al pubblico viene suggerita dalle autorità. Chiamala se vuoi «eterogenesi dei fini». Se non fosse che la procura sta ancora indagando per accertare eventuali responsabilità; che si è mossa la commissione cultura del Consiglio comunale; che studiosi di due università hanno svolto indagini; che si sono occupate del caso riviste scientifiche internazionali; se non fosse che il caso è finito in Parlamento e dal ministro Galan; se non fosse per tutto questo ci sarebbe anche da scherzarci su.

I pezzi blu, su 201mila reperti conservati all'ex Arsenale, sono circa 8.000, di cui 590 gravemente danneggiati, cioè tutti blu, gli altri solo a chiazze. «Abbiamo avuto i risultati dell'analisi svolta dal laboratorio del Dipartimento di Chimica di Pisa», dice l'assessore Perbellini, «che confermano che la colorazione è reversibile e non c'è stata alterazione strutturale dei materiali. Ci sono invece posizioni discordanti rispetto allo studio effettuato dall'Università di Padova per quanto concerne la causa della colorazione, che l'ultima analisi non attribuisce ai tappetini sui quali le selci vengono posate per la conservazione, ma ad altre indefinite cause». Anche lo studio di Pisa rileva che i reperti sono conservati in maniera appropriata».

La pista del sabotaggio? Le conclusioni dello studio, illustrate da Tinè, «evidenziano che le condizioni di conservazione nelle cassettiere all'interno dell'Arsenale, possono aver favorito la comparsa della colorazione blu solo ammettendo che una sostanza, tuttora incognita, sia venuta accidentalmente in contatto con la selce o che in passato sia stata utilizzata per evidenziare le proprietà di questi materiali, ad esempio per poterli preparare per un servizio fotografico. L'analisi sottolinea infine che la colorazione può essere rimossa e le selci possono così riacquistare il loro normale aspetto».

Fonte: srs di Enrico Giardini  da L’Arena di Verona di Mercoledì 27 Luglio 2011;  CRONACA, pagina 10




Verona e le Selci Blu. - Interpellanza -  Il  Pd 
a Giancarlo Galan:
«Ma di chi è 
la colpa?»

«A distanza di quattro anni dallo spostamento delle collezioni nell'ex Arsenale sono ancora ignoti motivi e responsabilità dell'inquinamento da idrocarburi che ha provocato la colorazione di blu delle selci preistoriche. Resta tuttora non risolta anche una adeguata collocazione di tutti i reperti del Museo di storia naturale, come da un anno richiedono 40 paleontologi di tutto il mondo, insieme alle prestigiose riviste Science e Nature».
Lo scrivono in una nuova interrogazione urgente al ministro dei Beni culturali Galan il vicecapogruppo del Pd Felice Casson, insieme ai senatori Paolo Giaretta, Maria Pia Garavaglia e Andrea Marcucci. «I reperti furono trasferiti da Castel San Pietro tra febbraio e dicembre 2007», spiega Marcucci, «mentre l'autorizzazione alla Soprintendenza è datata 3 dicembre 2008. Ciò significa che le selci sono state ammassate nel magazzino dell'Arsenale senza catalogazione né inventario. In seguito», aggiungono, «non è stato possibile verificare lo stato di conservazione dei reperti neanche al Conservatore della sezione di preistoria, che solo nel febbraio 2010 ha constatato l'irreversibile alterazione cromatica delle selci. Ne consegue», conclude, «che molte cose non sono funzionate come dovevano e il risultato è stato un danno, anche erariale, incalcolabile». I senatori del Pd chiedono perciò Galan di procedere comunque «a una completa e coerente fruizione degli importanti beni archeologici» da parte di studiosi e pubblico, tuttora impossibilitati ad accedere alle collezioni archeologiche del museo.

Fonte: da L’Arena di Verona del Martedì 26 Luglio 2011;  CRONACA, pagina 13



Museo di Verona.  –  Le  Selci Blu, la polemica  continua. – Giancarlo Galan replica: « fatto imprevedibile»

Galan replica «selci blu fatto imprevedibile»
Ma continua
la polemica
«L'inedita interazione chimico fisica che ha colorato di blu gli antichissimi reperti preistorici del Museo civico di Storia Naturale di Verona è da considerarsi come un evento assolutamente eccezionale e del tutto imprevedibile». È un passaggio della lunga risposta del ministro Galan a un'interrogazione presentata dai senatori del Pd Maria Pia Garavaglia (veronese) e Andrea Marcucci sul caso delle selci che hanno cambiato colore a seguito del trasferimento da Castel San Pietro all'ex Arsenale.
I parlamentari avevano denunciato l'assoluta mancanza di controlli nel trasloco dei reperti e i capitolati di gara per la fornitura di materiali d'arredo e conservazione. «La risposta del ministro è articolata ma di fatto non interviene sul trasloco», dice in una nota Marcucci. «Il ministro ci informa che è atteso l'ultimo pronunciamento del laboratorio dell'Università di Pisa e che comunque esclude responsabilità della Soprintendenza, ma restano fondati dubbi sulla gestione del capitolato di gara per le forniture e sulla confusione delle autorizzazioni per spostare le collezioni». Per Marcucci «vanno accolte le principali richieste della comunità scientifica, cioè mettere in sicurezza i reperti e coinvolgere, anche per riparare il danno d'immagine, un comitato internazionale per valutare le conseguenze del grave inquinamento sui reperti».

Fonte: L’Arena di Verona di  Sabato 25 Giugno 2011;  CRONACA, pagina 8





«LE SELCI BLU? TORNANO NORMALI CON L'ACETONE»


Alcune delle selci preistoriche diventate blu



REPERTI PREISTORICI. Portate all'Arsenale, alcune s'erano «colorate»

Alessandra Aspes, ex direttrice del Museo di Storia naturale, accusata di danneggiamento. Al giudice ha spiegato : «Per il ministero il fenomeno è reversibile»



«Non ho mai avuto sanzioni amministrative, la responsabile del Ministero, la dottoressa Calandra nella sua relazione ha scritto che il fenomeno è reversibile e che i danni riportati dal 2-3% delle selci non sono permanenti». E l'azzurro sparirebbe trattando le pietre con acetone o sottoponendole ai raggi x.
Questa vicenda l'ha angosciata come angoscerebbe chiunque chiamato a rispondere in tribunale per qualcosa che ha fatto rispettando regole e cautele.
Dal 2010 Alessandra Aspes, studiosa e già direttrice del Museo di Storia naturale, convive con lo spettro di quelle benedette selci - reperti scientificamente importanti perchè testimoniano l'opera dell'uomo preistorico - che dopo il trasferimento da Castel San Pietro all'Arsenale hanno assunto una colorazione azzurrognola, qualcuna più di altre.
Quelle selci «colorate» a macchia di leopardo da due molecole fino a quel momento completamente sconosciute e che per l'occasione vennero ribattezzate, in omaggio a Verona, «Giulietta e Romeo».
Di romantico c'è poco però, perchè all'ex direttrice (lasciò la direzione nel marzo 2010) oltre ad alcune violazioni relative agli obblighi conservativi, e già ampiamente prescritte, si contesta il danneggiamento appesantito dal «dolo eventuale» che presuppone l'accettazione del rischio che ci sarebbero stati danni.
Ieri, davanti al giudice Raffaele Ferraro, per allontanare quello spettro, la dottoressa Aspes ha ripercorso ogni passaggio. Poco prima il suo legale, Marina Iacobazzi, ha depositato consulenze e relazioni, ha dato il consenso affinchè il giudice acquisisse il fascicolo del pubblico ministero (ieri in aula il dottor Nicola Marchiori) ma il processo si conclude in settembre.
E Alessandra Aspes, rispondendo alla domanda sulle cautele adottate, ha iniziato: «Il Comune aveva venduto Castel San Pietro alla Fondazione e dovevamo spostare le collezioni. Il luogo più idoneo fu individuato nell'Arsenale, anche in vista di una unica sede museale. Il locale venne quindi sistemato, controllata l'umidità e l'aerazione, le condizioni erano le stesse dell'altro deposito. Vennero acquistate strutture in metallo, poche amministrazioni se lo possono permettere, con cassettiere in grado di consentire una catalogazione ordinata».
Delibere di giunta che a partire dal 2006 sono a sostegno di ogni operazione, nel 2007 venne data comunicazione del trasferimento alla Soprintendenza e un mese dopo, scaduto il termine per eventuali osservazioni (che non arrivarono)si fece il trasferimento.
Le collezioni venivano da Palazzo Pompei, dagli anni '80 erano a Castel San Pietro in contenitori fatiscenti che non avrebbero retto al terzo spostamento. Per questo la struttura in metallo e la decisione di inserire, sul fondo dei cassetti, i tappetini: «Fu per una ragione molto semplice, ogni gruppo di pietre è contenuto in un sacchetto adagiato in una scatola di cartone, è stato fatto affinchè non scivolassero. Fino al settembre 2009 non accadde nulla, c'era un cantiere e per motivi di sicurezza ci proibirono ma le condizioni del deposito erano le stesse».
Nel febbraio 2010 comparve il colore. «Un fenomeno strano, non uniforme, su 300 cassetti uno sì e uno no presentava variazioni ma non su tutte le pietre. Non poteva esserci contaminazione e venne esclusa anche quella da idrocarburi perchè irrilevante.
Su 280mila pezzi 400 si sono azzurrati e di questi solo lo 0,01 in maniera più intensa». Nessuna contestazione, nessuna sanzione, nessun danno contestato alla studiosa.
«Le selci? Sono rimaste così».


Fonte: srs di Fabiana Marcolini,  da L’Arena di Verona di sabato 20 giugno 2015, CRONACA, pagina 19.