C’è qualcosa di paradossale nella medicina moderna. Alcune delle cose più potenti per la salute sono gratuite, naturali e sempre disponibili. E proprio per questo vengono ignorate, ridicolizzate o addirittura demonizzate. La luce solare è probabilmente uno degli esempi più clamorosi.
La luce del sole è fondamentale per la nostra salute. Riduce drasticamente il rischio di malattie e perfino il rischio di morte per cancro. Eppure da anni il messaggio dominante è l’opposto: evita il sole, copriti, proteggiti, nasconditi.
Tutti ormai sanno che la luce solare è necessaria per produrre vitamina D. Ma questa è solo una piccola parte della storia. La luce svolge moltissime altre funzioni biologiche negli esseri umani, negli animali e nelle piante. Funzioni che la medicina moderna ha in gran parte dimenticato o smesso di studiare.
Nel mondo moderno passiamo sempre meno tempo alla luce naturale e sempre più tempo sotto luci artificiali. Questa esposizione continua alla luce artificiale viene considerata innocua, quasi irrilevante. Ma molte ricerche dimenticate suggeriscono esattamente il contrario: la luce artificiale è uno dei fattori che contribuiscono a molti problemi fisici e comportamentali della vita moderna.
Il sangue, per esempio, ha un ruolo fondamentale nel trasportare e condurre la luce all’interno del corpo. Se questo processo viene disturbato — per esempio indossando occhiali o lenti che filtrano parti dello spettro luminoso — possono comparire problemi di salute anche seri.
Negli ultimi mesi mi sono convinto sempre di più che la luce solare sia uno dei nutrienti più importanti per il corpo umano. Basta guardare alla nostra evoluzione: quando gli esseri umani migrarono verso nord dall’Africa, dove l’esposizione al sole era minore, la pelle diventò più chiara. Un adattamento che probabilmente serviva a far entrare comunque abbastanza luce nel corpo.
Eppure oggi l’intero sistema sanitario racconta una storia diversa.
Quando qualcosa è gratuito e non può essere brevettato, improvvisamente smette di essere interessante. Le industrie con interessi economici preferiscono spostare l’attenzione su capri espiatori facili, mentre le cause reali vengono ignorate.
Il sole, non essendo brevettabile, è diventato il nemico perfetto.
Così la dermatologia ha costruito un’intera narrativa attorno alla “guerra al sole”. Quella che era una specializzazione marginale si è trasformata in una delle più redditizie. Screening continui, controlli frequenti, biopsie, interventi per rimuovere lesioni cutanee.
Nel frattempo molti tumori benigni vengono descritti come potenzialmente mortali e il cancro della pelle viene attribuito quasi esclusivamente alla luce solare.
Ma una parte importante della storia viene taciuta: la mancanza di luce solare può contribuire allo sviluppo di tumori della pelle anche più aggressivi.
Questa propaganda della paura non ha ridotto la mortalità per cancro della pelle. Ha solo aumentato il numero di diagnosi, interventi e trattamenti, spesso inutili o dannosi. Molte persone sono finite dentro quella che potremmo tranquillamente chiamare la grande truffa dermatologica.
La luce solare è gratuita, potente e profondamente benefica. E proprio per questo molte industrie che guadagnano dalle malattie preferiscono che continuiamo ad averne paura.
Eppure, prima che iniziasse questa guerra ideologica contro il sole, la medicina lo usava come terapia.
All’inizio del Novecento l’elioterapia — cioè l’esposizione controllata alla luce solare — veniva utilizzata con successo per curare molte malattie. Tuberculosi, influenza del 1918 e molte altre condizioni venivano trattate con la luce.
Oggi questa conoscenza è stata quasi completamente dimenticata.
Eppure gli effetti della luce solare sono impressionanti.
L’esposizione alla luce solare riduce drasticamente il rischio di cancro. Alcuni studi hanno mostrato che livelli più alti di esposizione ai raggi UVB dimezzano il rischio di tumori come quello al seno e alla prostata.
Anche la longevità è influenzata dalla luce. Uno studio durato vent’anni su quasi trentamila donne ha dimostrato che evitare il sole aumenta il rischio di morte del 60%. Al contrario, un’esposizione regolare riduce i decessi per malattie cardiache e molte altre patologie.
La luce solare è fondamentale anche per la salute mentale. Molti disturbi dell’umore, come la depressione stagionale, sono strettamente legati alla mancanza di luce naturale. I lavoratori che passano lunghi periodi in ambienti chiusi, specialmente chi lavora di notte, mostrano tassi molto più alti di problemi psicologici.
Non è un caso.
La luce naturale regola i ritmi circadiani, cioè il nostro orologio biologico. Quando questo ritmo viene disturbato dalla luce artificiale — come succede spesso nella vita moderna — compaiono insonnia, stanchezza cronica e disturbi metabolici.
Per capire tutto questo bisogna partire da una domanda semplice: cos’è la luce?
La luce è un’onda di energia che fa parte dello spettro elettromagnetico. A seconda della sua lunghezza d’onda cambia completamente il suo effetto biologico. La parte che possiamo vedere con gli occhi è solo una piccola porzione dello spettro, compresa tra circa 380 e 700 nanometri.
Al di fuori di questo intervallo esistono altre forme di luce come l’infrarosso e l’ultravioletto.
Nel nostro ambiente siamo continuamente immersi in radiazioni elettromagnetiche. Per molto tempo si è pensato che solo le radiazioni ad alta energia potessero influenzare il corpo umano.
Ma oggi sappiamo che anche onde con energia molto più bassa possono avere effetti biologici, se le loro lunghezze d’onda risuonano con strutture biologiche interne.
Alcune persone sono perfino ipersensibili alle microonde generate da radar, cellulari o Wi-Fi.
Allo stesso tempo il corpo ha bisogno di molte lunghezze d’onda specifiche presenti nella luce naturale, ma assenti nella maggior parte dell’illuminazione artificiale. Le diverse bande della luce ultravioletta, per esempio UV-A, UV-B e UV-C, hanno funzioni biologiche distinte e importanti.
La biofisica ha rivelato qualcosa di ancora più sorprendente: le cellule emettono luce.
Questi minuscoli segnali luminosi sono chiamati biofotoni. Le cellule li utilizzano per comunicare tra loro e coordinare la crescita dei tessuti. Quando questo sistema di comunicazione viene disturbato, possono comparire malattie.
Il biologo Alexander Gurwitsch nel 1923 scoprì che le cellule emettono una debole luce ultravioletta chiamata radiazione mitogenetica. Questa luce stimola la divisione cellulare nelle cellule vicine.
Questa radiazione è così debole che per decenni non fu possibile misurarla con precisione, finché non furono sviluppati strumenti più avanzati.
Le sue osservazioni portarono ad alcune intuizioni interessanti. Le cellule esposte a questa radiazione la riemettono, adattandosi alle frequenze necessarie per mantenere un equilibrio biologico. Le cellule danneggiate o morenti rilasciano brevi lampi di questa radiazione. Alcuni tessuti, come il cervello, la cornea, il nervo ottico, i muscoli attivi e il sangue, emettono livelli più elevati di questi segnali luminosi.
Il sangue e i tessuti ben energizzati conducono queste radiazioni in modo efficiente. Ma con l’invecchiamento l’emissione diminuisce e questo potrebbe influenzare la capacità di guarigione.
Nonostante queste scoperte, la ricerca sui biofotoni è stata in gran parte ignorata per decenni. Eppure molti meditatori avanzati hanno riferito di percepire una luce all’interno del corpo, una sensazione che alcuni ricercatori hanno cercato di verificare con strumenti scientifici.
Questo campo potrebbe aprire una nuova frontiera nella comprensione della comunicazione cellulare e della diagnosi delle malattie.
Un altro ricercatore importante in questo campo fu John Ott.
Ott utilizzò la fotografia time-lapse per studiare la crescita delle piante. Questa tecnica accelera il tempo e permette di vedere movimenti che normalmente sarebbero invisibili.
Negli anni ’20 Ott iniziò a osservare come le piante reagivano a diversi tipi di luce. Scoprì che la qualità della luce influenzava profondamente la crescita delle piante.
Non solo.
La stessa sensibilità alla luce sembrava estendersi anche agli animali e agli esseri umani.
Ott scoprì che la luce ultravioletta essenziale non passa attraverso il vetro delle finestre. Per questo iniziò a progettare finestre speciali che permettessero alla luce naturale di entrare negli edifici.
Le sue ricerche mostrarono che la luce naturale ciclica è fondamentale per la salute delle piante. Senza di essa le colture diventano più vulnerabili alle infezioni e crescono peggio.
Ott osservò anche che alcune radiazioni artificiali — come quelle emesse da vecchi televisori o luci fluorescenti — potevano alterare la crescita delle piante e provocare effetti simili negli esseri umani, come nervosismo o stanchezza cronica.
Le sue osservazioni portarono a una serie di scoperte sorprendenti.
Gli occhi non servono solo per vedere. Essendo uno dei tessuti più trasparenti del corpo, permettono alla luce naturale di entrare e influenzare ghiandole cruciali come l’ipofisi e la pineale. Questo suggerisce che una corretta esposizione alla luce è fondamentale per l’equilibrio ormonale.
Anche gli occhiali e le lenti a contatto possono interferire con questo processo, perché bloccano alcune lunghezze d’onda importanti. In diversi casi problemi di salute sono migliorati semplicemente permettendo alla luce naturale di raggiungere nuovamente gli occhi.
Ott osservò anche che la luce naturale può indurre movimenti cellulari spontanei e organizzati nelle piante e negli animali, mentre la luce artificiale può bloccare questi processi biologici.
Secondo lui la carenza cronica di luce solare potrebbe essere una delle cause di molte malattie moderne.
E non si fermò qui.
Ott ipotizzò che diverse parti del corpo rispondano a specifiche frequenze luminose e che farmaci o agenti patogeni fotosensibilizzanti possano influenzare il corpo in base alla luce che assorbono o riflettono.
Le sue osservazioni si estendevano perfino al comportamento. Notò che la luce artificiale rendeva gli animali più aggressivi e meno attenti alla prole, mentre una luce più naturale migliorava il comportamento.
In ambienti di lavoro dove era stata installata un’illuminazione “rosa” per migliorare l’umore, i lavoratori mostrarono inizialmente un miglioramento, ma la vera svolta arrivò solo quando venne introdotta una luce più simile a quella naturale con componenti ultraviolette.
Anche nei bambini l’illuminazione naturale migliorava comportamento e rendimento scolastico.
Ott osservò inoltre effetti sulla riproduzione. In alcuni animali la luce artificiale poteva impedire la deposizione delle uova o alterare il rapporto tra maschi e femmine nella prole.
Nell’agricoltura l’uso di un’illuminazione più naturale migliorava la crescita delle galline e aumentava la produzione di uova.
La luce artificiale non sana era stata collegata anche allo sviluppo di tumori. In alcuni casi Ott riuscì perfino a migliorare le condizioni di pazienti oncologici utilizzando programmi di esposizione alla luce naturale.
La luce naturale mostrava anche effetti protettivi contro infezioni, carie e molte malattie croniche come diabete, artrite, allergie e disturbi autoimmuni.
In sintesi, secondo Ott la luce artificiale moderna — con le sue lunghezze d’onda concentrate e innaturali — può interferire con molti processi biologici fondamentali.
E la cosa più inquietante è che anche livelli molto bassi di radiazioni di fondo potrebbero avere effetti biologici importanti.
Alla fine la situazione è quasi grottesca.
Viviamo sulla superficie di una stella da milioni di anni. Il nostro corpo si è evoluto dentro la luce del sole.
Eppure oggi passiamo le giornate chiusi in scatole illuminate da lampadine artificiali, schermati da vetri che bloccano la parte più importante dello spettro solare, mentre qualcuno continua a ripeterci che il vero problema… sarebbe uscire al sole.
La verità è molto più semplice.
Non è il sole che ci sta facendo ammalare.
È la vita senza sole.
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Fonte: srs di Paola Arminio Farmacista e Filosofa della guarigione....
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