La dea del popolo veneto, Reitia, governava il ciclo della vita, le acque curative, ma soprattutto possedeva la cosiddetta chiave del destino. Considerata una vera dea madre, decideva dove portare l’uomo, secondo ciò che voleva insegnargli, ma è sempre rappresentata come benevola: non giudica e, se impone sacrifici, lo fa per elevare, non per condannare.
Questa divinità arcaica paleo-veneta era considerata dagli abitanti dell’antico Veneto come protettrice delle acque e del parto, delle piante e degli animali, ma anche una dea clavigera. Probabilmente di origine indigena, la divinità subì poi influenze celtiche e la colonizzazione romana; creatrice veneta, era vista come dea misericordiosa e benevola, dea del matriarcato che sopravvisse anche durante il patriarcato.
Sono giunti fino a noi bronzi che rappresentano le modalità di preghiera: in piedi, gambe divaricate e braccia sollevate verso l’alto con i palmi aperti, perché nel territorio italiano non ci si inginocchiava, non ci si prostrava e non si univano le mani. Questa usanza di inginocchiarsi e unire le mani in gesto di supplica e sottomissione sarà poi imposta dal cristianesimo, copiando l’uso orientale.
La casta sacerdotale era composta principalmente da donne; diventavano sacerdotesse solo a una certa età e si distinguevano per acconciature particolarmente elaborate e per tuniche semplici fino al polpaccio. La casta sacerdotale, oltre a possedere la conoscenza delle arti della scrittura, aveva il compito di accogliere i pellegrini che visitavano i templi, organizzando non solo le cerimonie e i riti prestabiliti, ma anche i banchetti che ormai erano parte integrante del rito stesso.
Una lastra votiva in bronzo, raffigurata in questo modo con abiti tradizionali, è stata ritrovata nel Santuario di Reitia, presso la collezione Baratella di Este.
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Fonte: la Cristina
Foto: Reitia, lastra in bronzo, IV sec. a.C., Santuario di Reitia – Baratello di Este.
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