lunedì 7 novembre 2016

LA GRANDE GUERRA DEL 15-18: SU 5,5 MILIONI DI SOLDATI SOLO 8MILA VOLONTARI




di GILBERTO ONETO

La guerra del 1915-’18 – sintomaticamente ricordata come la Grande Guerra – ha rifinito l’unità italiana: qualcuno la ricorda anche come la quarta guerra di indipendenza, con la quale si è concluso il grande e sfolgorante disegno di unificazione sotto un unico paterno Stato di tutte le parti di mondo che si trovano all’interno dei “sacri confini”, la cui definizione qualcuno attribuisce con un eccesso di autobenevolenza e con qualche acrobazia teologica al Buon Dio in persona.

Con scarsa coerenza patriottica ma con un insperato sussulto di buon senso non si parla più di una quinta crociata nazionale per “liberare” il Canton Ticino, Nizza, la Corsica e San Marino, irriverente foruncolo di libertà dentro al corpo della grande patria tricolore. Uno degli aspetti più sventolati del grande tormentone quindici-diciottesco è costituito dai martiri e dagli eroi, dagli esponenti della maschia gioventù che si sono lanciati nell’avventura e immolati sull’altare della riunificazione, sorta di “ultimo chilometro” di una gara iniziata tanti anni prima da Garibaldi, Mazzini e comitiva cantante.

Ci è stato ripetuto (a scuola, nei discorsi ufficiali, sui libri, al cinema e in televisione, in tutta l’agiografia celebrativa) che un intero popolo si era buttato verso il confine per strappare le penne all’odiata aquila austriaca e per liberare Trento e Trieste. Ci è anche stato detto fino alla noia che quei fratelli irredenti non facevano altro che anelare di essere appunto redenti. Tutte balle. Colossali patriottiche balle. Senza neppure scomodare il fatto che la maggioranza dei cittadini da redimere contro voglia neppure parlava italiano (o una lingua neolatina), che anche quelli che la parlavano stavano bene dove erano e – tolta qualche sgomitante minoranza di studenti e di esagitati – non avevano mai manifestato alcuna intenzione di diventare sudditi italiani, basterebbe dare un’occhiata a quanti di loro abbiano veramente preso parte alla grande guerra nazionale per capire che da quasi un secolo ci vengono propinate solo patriottiche fandonie.

Cominciamo dai volontari di guerra. Ci fanno vedere entusiasmanti filmati di torme di giovani che vanno alla guerra cantando assiepati su treni ricoperti di patriottici graffiti, ci raccontano di folle oceaniche inneggianti al rito purificatore, torme di interventisti infuocati dai discorsi di D’Annunzio. Ebbene: su un totale di circa 5.500.000 uomini mobilitati nel corso del conflitto, quelli che si sono presentati volontariamente sono stati la bellezza di 8.171, sì proprio ottomilacentosettantuno, meno degli spettatori di un incontro di calcio di serie C.

Se si pensa che i renitenti alla leva e i disertori denunciati sono stati circa 330.000, cui vanno sommati non si sa quanti imboscati e riformati fasulli, non si ha l’impressione di un grande slancio popolare verso la guerra patriottica. Ma, su quegli 8.171, quanti erano gli “irredenti” che non vedevano l’ora di ricongiungersi con la Madrepatria e combattere l’odiato tognitto? Quanti giovani cuori italiani hanno cioè attraversato le inique frontiere e hanno chiesto di indossare il grigioverde italiano? Un’inezia: 650 trentini e 2.107 istriani e dalmati (per la precisione, 1.047 triestini, 410 istriani, 324 goriziani, 111 fiumani e 215 dalmati).

Da uno studio pubblicato (Fabio Todero, Morire per la Patria) si ricava poi che meno della metà di costoro erano cittadini asburgici e che la restante parte era composta da “regnicoli” (cittadini del Regno d’Italia che si trovavano nell’Impero per ragioni di lavoro o altro) e da uomini non meglio identificati, ma quasi sicuramente anch’essi “regnicoli”, visto che non compaiono nella diligente anagrafe austriaca.

In buona sostanza risulterebbe che gli “irredenti” che si sono dati da fare per la propria redenzione non siano stati più di 1.500-1.600. Fra i cittadini imperiali vanno annoverati anche i 463 militari asburgici che – presi prigionieri dai russi – erano riusciti a raggiungere “dopo una lunga e triste odissea” il Csieo  (Corpo italiano in estremo oriente) dopo la Rivoluzione di ottobre: degli “irredenti” un po’ sui generis. Naturalmente gli esuli fuggiti dall’Impero sono anche stati di più, ma se ne sono guardati bene dall’arruolarsi.

Di questo migliaio di uomini (escludendo chi era finito in Cina) molti sono caduti in guerra, ma solo quattro di loro sono stati catturati dagli austriaci, processati per tradimento e giustiziati: Cesare Battisti, Damiano Chiesa, Fabio Filzi e Nazario Sauro. Dopo la morte dei primi tre, i volontari “irredenti” sono stati allontanati dal fronte per evitare che altri potessero fare la stessa fine. In realtà i volontari in generale erano molto mal visti dagli altri soldati che li associavano con gli interventisti che avevano voluto la guerra. Spesso erano oggetto di atti di ostilità e al riconoscimento di quelli catturati (il fatto è sicuro nel caso di Battisti) non sono stati estranei gli stessi commilitoni.

A fronte di questi ragazzi che, con coerenza e coraggio, avevano scelto la causa italiana, ci sono però stati anche 2.662 casi di soldati italiani che hanno disertato e sono “passati al nemico”. Non sapremo mai quanti di loro lo abbiano fatto per ragioni ideologiche o per istinto di sopravvivenza: si tratta in ogni caso di un numero piuttosto significativo.

Ai quattro martiri citati lo Stato italiano ha dedicato strade e piazze, monumenti e ogni sorta di memoria ufficiale. A quelli che hanno scelto di passare dall’altra parte, ma anche alle centinaia di migliaia di disertori e alle decine di migliaia di fucilati e di decimati è riservato solo il silenzio e l’oblio.

Quasi peggio è cercare  di fare passare i 650.000 morti (la grandissima parte dei quali ne avrebbe certo fatto a meno ed è stata costretta a partecipare alla “redenzione della Patria” con la forza) come eroici alfieri dell’italianità, come i consapevoli artefici dell’ultima guerra risorgimentale.

Anche di questi fatti e di questi numeri ci dobbiamo ricordare quando ci verranno a sventolare il tricolore per festeggiare un terribile macello organizzato per legittimare scelte politiche fatte da pochi a solo vantaggio dei propri interessi.

(da Il Federalismo, direttore responsabile Stefania Piazzo)

Fonte: lindipendenzanuova del 4 novembre 2016


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