lunedì 26 dicembre 2011

E' MORTO GIORGIO BOCCA (18 AGOSTO 1920- 25 DICEMBRE 2011)

Giorgio Bocca

1- E' MORTO GIORGIO BOCCA
E' morto oggi pomeriggio 25 dicembre 2011   nella sua casa di Milano, dopo una breve malattia, Giorgio Bocca. Lo rende noto la casa editrice Feltrinelli. Il grande giornalista e scrittore era nato a Cuneo il 28 agosto del 1920.


2- GIORGIO BOCCA, PARTIGIANO E SCRITTORE, UNA VITA PER RACCONTARE L'ITALIA CHE CAMBIA
Repubblica.it

Giorgio Bocca nasce il 18 agosto 1920 a Cuneo, da genitori insegnanti. Cresce nella condizione sociale tipica della borghesia piemontese e da ragazzo frequenta la Facoltà di Giurisprudenza. Per le sue abilità sciistiche e i risultati sportivi, noti in tutta la provincia, si iscrive al Gruppo Universitario Fascista. Le prime collaborazioni giornalistiche sono con il foglio cuneese del Partito Nazionale Fascista, esprimendo posizioni e idee vicine al partito.
L'amicizia con Benedetto Dalmastro, a sua volta connesso a Duccio Galimbertilo porterà a fondare dopo l'armistizio le formazioni "Giustizia e Libertà" con cui dopo l'8 settembre, Biorgio Bocca aderisce alla lotta partigiana. Nel 1945 firma le condanne a morte di cinque prigionieri dell'esercito della Repubblica Sociale.

L'uomo di lettere. Bocca inizia a scrivere da adolescente, sospende l'attività sotto le armi e la riprende alla fine della lotta partigiana, sul giornale di Giustizia e Libertà. Arrivano poi le collaborazioni con L'Europeo e Il Giorno, e nell'Italia del boom economico degli anni sessanta realizza diverse inchieste che raccontano e mettono in luce il momento storico del Paese.
Con Eugenio Scalfari, nel 1976 è tra i fondatori di Repubblica.
Bocca lavora anche per la tv, a cavallo tra gli anni 80 e 90, realizzando programmi per le emittenti della Fininvest di Silvio Berlusconi.

Ma la penna di Giorgio Bocca non è solo per i giornali. Sono molti i libri che firmerà, per raccontare la società italiana, i mutamenti del tessuto sociale e del territorio, il costume, gli infiniti e spinosi problemi dal nord al mezzogiorno. Particolare attenzione al tema del terrorismo, con inchieste e interviste ai protagonisti del periodo.
Lo sguardo di Bocca sulla realtà italiana è rimasto unico nel tempo, sempre originale e spesso spiazzante per le posizioni. Sostenitore di fenomeni politici come la prima Lega nord, antiberlusconiano per definizione, no global fuori dai movimenti. Soprattutto, difensore del revisionismo verso la Resistenza, in dura polemica con il collega Gianpaolo Pansa.

E lucido nell'analisi fino all'ultimo, nelle interviste rilasciate alla stampa e alla tv. In un'intervista a l'Espresso, Bocca dice: «Sono certo che morirò avendo fallito il mio programma di vita: non vedrò l'emancipazione civile dell'Italia. Sono passato per alcuni innamoramenti, la Resistenza, Mattei, il miracolo economico, il centro-sinistra. Non è che allora la politica fosse entusiasmante, però c'erano principi riconosciuti: i giudici fanno giustizia, gli imprenditori impresa. Invece mi trovo un paese in condominio con la mafia. E il successo di chi elogia i vizi».


3-GIORGIO NAPOLITANO: "SEMPRE STATO COERENTE"

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, appresa con commozione la triste notizia della scomparsa di Giorgio Bocca, ha inviato un messaggio alla famiglia nel quale ricorda la "figura di spicco del movimento partigiano rimasto sempre coerente con quella sua fondamentale scelta di campo per la libertà e la democrazia". "Dedicatosi subito al giornalismo di inchiesta e di battaglia civile - prosegue Napolitano - Giorgio Bocca ha scandagliato nel tempo la realtà del nostro Paese e le sue trasformazioni sociali con straordinaria intransigenza e combattività". "Con sentimenti di riconoscenza per il suo vigoroso impegno - conclude - partecipo al cordoglio della famiglia e del mondo dell'informazione".

4-IL RITRATTO

UNA VITA DA GIORNALISTA: GIORGIO BOCCA, CRONISTA DELL'ITALIA LIBERATA 
DALLA RESISTENZA AL NUOVO MILLENNIO

"NELL'ITALIA liberata prima ci disarmarono, parlo di noi partigiani, e poi ci chiesero di tenere in qualche modo in piedi la baracca dello Stato. A me, che avevo comandato una divisione di Giustizia e Libertà, offrirono, a scelta, un posto da vicequestore o da sindaco. Dissi che preferivo un posto da giornalista a GL, l'edizione torinese di Italia Libera, il quotidiano del Partito d'Azione a Torino". Nel fiume sterminato della vita professionale di Giorgio Bocca è raro trovare lezioni di uno che si impanca a maestro di giornalismo. C'è questo momento fondamentale: il partigiano Bocca che, deposte a forza le armi, decide che per "tenere in piedi la baracca" c'era di meglio che buttarsi in politica. C'era da raccontare un Paese, da viaggiare e riferire, da incontrare gente e interrogarsi.

E' quello che ha fatto per tutta la sua seconda vita, mai dimenticando quella prima da partigiano che l'aveva formato per sempre. La sua unica, sbrigativa lezione, risale sempre a quegli anni: "Il mestiere del giornalista è molte cose che si imparano: scrivere chiaro e in fretta, avere capacità di sintesi, non perdersi nei dubbi e nelle esitazioni, ma anche essere colto, aperto al mondo e alle sue lezioni, capace di emozioni, di solidarietà umana": E ai giovani che gli chiedevano quale fosse il segreto (e si chiamavano Egisto Corradi, Bernardo Valli, Angelo Del Boca, Alberto Cavallari, Gigi Ghirotti), Bocca riservava una piccola rivelazione: "Non preoccupatevi, se un segreto c'è, è quello che avete già in testa, il segreto di chi ha orecchio per i suoni del creato, di chi ha occhio per la caccia, dello schermidore che sa parare e tirare".

Da GL a un giornale vero, la Gazzetta del Popolo, nei tumultuosi anni del primo dopoguerra, e sono gli anni in cui Bocca scopre la cronaca barricadiera, le corse avventurose sui luoghi dei delitti, "la politica è spesso un alibi per continuare a uccidere. E noi che raccontiamo sui giornali ciò che accade viviamo ubriachi di gioventù fra i delitti e le macerie dei bombardamenti, nelle tane urbane lasciate libere dagli sconfitti". La saponificatrice di Correggio. Gli scioperi contadini e le lotte operaie. I tardivi ritorni alle armi di piccoli gruppi partigiani, come quello "di un certo Tek Tek che si trincerò in un castello del Monferrato", e la visita di Bocca finì a tavola con una bagna caoda. Le vendette del "triangolo rosso". La strage di Villarbasse. L'alluvione del Polesine, via di corsa nella notte alla notizia che il Po ha rotto gli argini a Occhiobello, "la mia auto è una Topolino rossa, cinquecento di cilindrata, due posti, ma va sul ghiaccio e nel fango e non si rompe mai". E poi in barca sulle acque che sommergono i paesi, "navighiamo a raccoglier naufraghi mezzi morti e mezzi vivi e ad ascoltare le loro storie".

Nel '54 il salto a Milano, all'Europeo di Rizzoli, "l'Europeo, scuola di giornalismo. A scuola dalla Camilla Cederna, che era una gran signora milanese, una donna elegante e curiosa, di una curiosità inesauribile, che la manteneva indenne dal tempo, senza una ruga, senza un'ombra di stanchezza, testimone attenta con il gusto di raccontare". E Oriana Fallaci: "Ero nell'atrio della Rizzoli in piazza Carlo Erba, e dall'alto mi arriva la voce dell'Oriana che grida all'impaginatore: Riva, ma che fai? A quel bischero del Bocca un titolo a tutta pagina e all'Oriana due colonne?". I viaggi per il mondo in compagnia del fotografo Moroldo, "che non era solo un bravo fotografo, era anche la mia guardia del corpo: più alto degli altissimi watussi, nerboruto e scattante. A cercare la Begum moglie dell'Aga Khan, a intervistare il Negus re dell'Etiopia, in Israele per le Guerra dei sei giorni.

Poi per Bocca venne la stagione del Giorno, chiamato dal direttore Italo Pietra, ex-partigiano come lui: "Avevo quarant'anni, conoscevo il mestiere, Pietra mi aveva assunto, doveva aiutarmi, capii che era arrivato il momento di impormi e nel giornale delle notizie brevi chiesi pagine intere, come il primo servizio su Vigevano, la città dei calzolai". L'incipit di quel servizio è rimasto memorabile nel giornalismo italiano: "Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive non le ho viste. Di abitanti cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una". Sono gli anni in cui, sul Giorno che rappresentava il nuovo, le inchieste di Bocca raccontano l'Italia del boom economico. Cronache magistrali, che hanno fatto scuola per efficacia, personalità, curiosità. Più preziose di un libro di Storia. "Allora, quando giravo l'Italia per le mie inchieste, mi ero quasi convinto di essere uno che incuteva paura ai potenti, che poteva dirgli in faccia quel che pensava di loro. La megalomania dei giornalisti è quasi sopportabile nella sua ingenuità. La verità è che ero il giornalista di Enrico Mattei, del potentissimo Eni con cui i 'padroni del vaporè dovevano fare i conti".

Così Bocca racconta i capitalisti alla Pesenti, ma anche i nuovi ricchi come gli ex-mezzadri di Carpi diventati industriali della maglia, e poi la Lombardia dei treni operai, il processo Eichmann in Israele, il '68 francese, la strage di Piazza Fontana, le Olimpiadi di Monaco. "Nel '64 ero a Tokyo per seguire le Olimpiadi e il Giorno, con la disinvoltura geografica tipica dei giornalisti, mi fece sapere 'Visto che sei lì, fai un salto a Saigon'.  Tornerà poi altre quattro volte a raccontare la guerra del Vietnam.

Nel '76 Giorgio Bocca è fra quelli che si imbarcano nella nuova avventura di Repubblica, accettando la scommessa di Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo, quella di un quotidiano nazionale che vada a sfidare il radicamento di concorrenti storici, il Corriere della Sera, la Stampa, il Messaggero. Bocca racconta gli anni di piombo del terrorismo: "Era molto difficile fare il giornalista nei giorni del terrore. Il nemico che poteva ucciderti o gambizzarti poteva essere il signore della porta accanto, o un amico di tuo figlio. Un giorno vado a un'assemblea studentesca, si avvicina un giovane e mi chiede: 'Tu sei Giorgio Bocca, il giornalista?'. Sì, rispondo. 'Spiegami una cosa: perché nei tuoi articoli dici che non sai chi sono e dove vivono i brigatisti rossi? Vedi, in quest'aula ce ne sono almeno cinque, tre regolari e due ausiliari, non ancora clandestini, vivono a casa loro e collaborano quando occorrono'".

Racconta i terroristi, andandoci a parlare, ma anche il generale Dalla Chiesa che dà loro la caccia. Nell'agosto del 1982 va a trovare a Palermo il generale, nominato prefetto antimafia: ne esce un'intervista memorabile, amarissima, rivelatrice dell'isolamento che avrebbe portato al suo assassinio soltanto un mese dopo. E ancora Bocca torna a raccontare l'Italia che cambia, la rivincita delle campagne piemontesi ed emiliane in chiave industriale. Il sindacalismo, l'ascesa di Bettino Craxi, il successo di Silvio Berlusconi con la nuova tv commerciale. Il leghismo e Umberto Bossi. Il sacrificio consapevole di Falcone e Borsellino.

E lungo tutta la carriera, i libri: dalla bellissima autobiografia Il Provinciale, al racconto della guerra partigiana, la storia della guerra fascista, la biografia di Togliatti, e i molti altri. E sempre volentieri Bocca è tornato sui luoghi della sua formazione, le montagne amate e vissute, di quando da "viaggiatore spaesato" (è il titolo di uno dei suoi libri più belli) riandava a rifugiarsi nella casa valdostana. Cercando il senso dello spaesamento nel silenzio della neve, scrutando aquile e gatti, alberi e prati. Nell'ultima pagina di "E' la stampa, bellezza! La mia avventura del giornalismo" consegnava brusco una piccola lezione: "Ecco, la chiarezza come dote regina del giornalismo. Spesso cambiata per faciloneria o irresponsabilità, ma da cercare sempre, in modo che alla fine del viaggio uno possa dire: non ho camminato alla cieca, non ho capito tutto, ma i nostri grandi vizi e le nostre umane virtù li ho riconosciuti".


5-ULTIMO ARTICOLO SU REPUBBLICA IL 23 SETTEMBRE 2011

L'OSCENITÀ IN POLITICA
(di Giorgio Bocca)
LA POLITICA, il parlar di politica come un interminabile, ossessivo fiume di oscenità, come accadeva nella fanciullezza quando ci scambiavamo parole “sporche” persuasi che quello fosse il segno della raggiunta maturità, che eravamo diventati uomini  capaci di creare uomini. Giornali e televisioni sembrano dominati dalla foia delle immagini lubriche, dell’umorismo da caserma.

Un uomo, un industriale brianzolo di nome Silvio Berlusconi è il portavoce di questa volgarità plebea che ha ritrovato il coraggio di esporsi in pubblico, anzi vantandosi in pubblico di esistere. Nelle intercettazioni telefoniche di Silvio, dei suoi cortigiani, delle sue prostitute ritrovi lo sfogo carnevalesco della sessualità repressa. La Rai ha trasmesso un' intervista a una delle escort: sembrava la parodia di un inno satanico.

Proterva, sfrenata la signorina recitava la parte del demonio vincente su tutte le ipocrisie, su tutte le viltà. Parlava del ruffiano Tarantini come di un campione della verità e dell' audacia: sia lodato lui che in questo mondo di pecore ha avuto il coraggio di essere ciò che un uomo vincente deve essere, uno che ruba, approfitta, che usa la benevolenza dei potenti viziosi per fare strada. Non solo dei piccoli ricatti, delle modeste tangenti, ma i grandi affari con i monopoli privati di Stato, con la chimica e le meccaniche e il petrolio.

Coraggioso e ingegnoso: qualche bella ragazza mandava nel salotto giusto ed ecco che il furbo Tarantini era diventato un personaggio chiave della corruzione. La bella escort proseguendo l' intervista non si conteneva più, faceva l'elogio della lascivia che aiuta la furbizia, dell' avidità che è il giusto sentimento di rivalsa dei nati poveri. Irridente, sprezzante di ogni prudenza, di ogni rispetto. Credete a me che queste cose le conosco: hai un fratello disoccupato da sistemare, una madre ammalata da curare, devi pensare al tuo avvenire, a uscire dalla miseria degli stipendi statali.

E allora smettila di fare l' elogio delle virtù che ti lasciano povera, dei doveri con i quali non ti compri una T-shirt elegante, credi a me che conosco la catena del successo e della ricchezza, se devi venderti per avere dei bei vestiti venditi, perché solo l'eleganza ti aprirà le prime porte, se vuoi diventare un' attrice, un' indossatrice alle feste di Silvio e dei suoi simili non andartene proprio al momento giusto, quello in cui si fermano le candidate al suo letto, ai suoi amori penosi ma redditizi. Quando le prostitute rivendicano il loro diritto a esserlo, il loro merito a essere uscite dal gregge dei paurosi e dei deboli è troppo tardi per ogni considerazione sociale: siamo alla disperazione senza rimedio di chi sceglie la via delittuosa pur di uscire dalle pene della vita.

A questo punto sei fuori da una vita non diciamo virtuosa, ma onesta, fuori da una socialità corretta o sopportabile, dentro un groviglio di ricatti e di menzogne. Durante l'inchiesta di Mani pulite il procuratore Di Pietro ebbe parole di pietà per i poveracci che erano caduti nella rete infernale, anche loro, disse, hanno dei sentimenti, dei parenti, dei desideri di redenzione. Ma è altrettanto vero che uscire dalle grinfie del demonio nonè facile, che non tutti possono resistere alle sue tentazioni.

Si chiede a Berlusconi di fare un passo indietro. Non lo farà. Uomini come lui non sono in grado di farlo, non esistono per loro rifugi in paesi lontani. Se sono al punto in cui sono è perché lo hanno voluto con volontà di distruggersi, prevalente su quella di salvarsi. 


1- È MORTO L’ARCITALIANO. PRIMA FASCISTA, POI PARTIGIANO. NEL 1945 FIRMA LE CONDANNE A MORTE DI CINQUE PRIGIONIERI DELL'ESERCITO DELLA REPUBBLICA SOCIALE
2- GIORNALISTA PER “IL GIORNO” DELL’ENI, NEL 1976 È TRA I FONDATORI DI “REPUBBLICA”
3- A CAVALLO TRA GLI ANNI 80 E 90, REALIZZA PROGRAMMI PER LA FININVEST DI BERLUSCONI
4- “PASOLINI È MORTO PERCHÉ ERA DI UNA VIOLENZA SPAVENTOSA NEI CONFRONTI DI QUESTI SUOI AMICI PUTTANESCHI. HO UN PO’ DI OMOFOBIA, CHE POI È UNA COSA MILITARE”
5- “SCALFARI? DIRETTORE INARRIVABILE, MA UNO MOLTO PIENO DI SÉ, CHE RECITA IL POTERE”
6- È BOCCA CHE RACCOMANDA A BERLUSCONI “UN AMICO UN PO’ SCEMO, EMILIO FEDE…”
7- TRAVAGLIO? “OGNI DUE MESI FA UN LIBRO COI RITAGLI DELLA QUESTURA, DEI TRIBUNALI”
8- “MI STUPISCE CHE BERLUSCONI NON MI AMI. IN FONDO IO SCRIVO CHE È UN MAIALE”
(Dagospia)


1- "SCALFARI? DIRETTORE INARRIVABILE, MA UNO MOLTO PIENO DI SÉ, CHE RECITA IL POTERE" - EMILIO FEDE? BOCCA LO HA RACCOMANDATO A BERLUSCONI "HO UN AMICO UN PO' SCEMO, ERA STATO PROCESSATO COME BARO E CONDANNATO. QUESTO DISOCCUPATO, PRENDILO" - 6- TRAVAGLIO? "OGNI DUE MESI FA UN LIBRO COI RITAGLI DELLA QUESTURA, DEI TRIBUNALI" - 7- "MI STUPISCE CHE BERLUSCONI NON MI AMI. IN FONDO IO SCRIVO CHE È UN MAIALE" 
Francesco Borgonovo per "Libero" - articolo del 29 settembre 2011
(Fonte Dagosoia)

Giorgio Bocca, superata la soglia dei novantun'anni, ha assunto tratti egizi. Assiso come una faraone su uno scranno della sua casa di Milano, sul volto una pelle di pergamena, ha traslocato dalla casta degli scribi in quella dei sommi sacerdoti: ogni frase è anatema, maledizione ancestrale. Il 3 ottobre sarà presentato ‘La neve e il fuoco', documentario di Maria Pace Ottieri e Luca Musella per Feltrinelli Real cinema che consiste in un'intervista al giornalista di oltre un'ora.

Una celebrazione dell'uomo divenuto una divinità dell'antiberlusconismo. Poche settimane fa, il Fatto quotidiano lo ha interpellava come fosse un aruspice; persino Repubblica, di recente, lo ha richiamato dalle catacombali rubriche sull'Espresso e il Venerdì, dov'era confinato a mo' di reliquia, per scucirgli un paio di editoriali.
Per tutta risposta, il faraone Boccan-khamon incenerisce l'Italia intera, anche quella che lo idolatra in virtù del suo odio per il Cavaliere. Nella sua insofferenza per la modernità, egli è l'ultimo discepolo di Julius Evola, convinto di abitare nell'età del Kali Yuga, l'era oscura che precede la fine dei tempi.
Nella nostalgia feroce per un arcadico passato potrebbe ricordare Pasolini, se non fosse che lui PPP proprio non lo tollera. «Avevo paura di Pasolini, della sua violenza», racconta. «Pasolini è morto perché, la rigirino pure come vogliono, era di una violenza spaventosa nei confronti di questi suoi amici puttaneschi».

A infastidirlo più di tutto, però, c'è il fatto che lo scrittore era omosessuale: «Poi mi dava noia questo: ho un po' di omofobia, che poi è una cosa militare, come i bei fioeu va a fer il solda' e i macachi resta a ca', i macachi restano a casa. Il mio concetto piemontese è che gli uomini veri vanno a fare il soldato. Quindi anche questa faccenda dei suoi rapporti con questi poveretti che manipolava...». Il gay macaco gli resta sul gozzo.

CALFARI, FEDE E FALLACI
Non che vada meglio ad altri venerati maestri progressisti. Chissà che pensano a Repubblica della posizione di Bocca su Natalia Ginzburg: «Secondo me sopravvalutata in maniera incredibile. Io leggevo i suoi libri e non riuscivo a capire perché era una scrittrice famosa. Lessico famigliare lo trovavo una cosa elementare (...). Si sentiva che anche lei era una di razza, ma era anche una furbona, una che sapeva come coltivare il suo orto». Cesare Pavese, invece? «Come scrittore a me sembrava pessimo».

EMILIO FEDE
 Ai giornalisti va peggio. Eugenio Scalfari resta un direttore inarrivabile, ma già quando si conobbero era «uno molto pieno di sé, che recita il potere». Gianni Brera era «un fetente, una carogna paracadutista. Sai, uno nasce carogna. Lui, come giornalista, ha fatto carriera facendo la carogna». Emilio Fede? Bocca lo ha presentato a Berlusconi. Dice di aver chiamato Confalonieri e avergli raccomandato il suo ex collega della Gazzetta del popolo. Gli disse di avere «un amico un po' scemo, era stato processato come baro e condannato. Questo disoccupato, prendilo...».

La Fallaci, da lui soprannominata «Oliala Fallaci», era «una tutta letteratura e niente cronaca. Tutta la cronaca era inventata». Un giorno le ha prestato cinquanta dollari «e non li ho mai più visti». Le signore della penna, poi, avevano l'aggravante di essere femmine, uterine. Camilla Cederna? «Era la correttezza in persona. Purtroppo, nella vita ognuno può attraversare un periodo in cui perde la testa, cioè per le donne specialmente. (...) Di politica non sapeva niente, ma quando l'ha assaggiata se n'è invaghita follemente e ha dato veramente i numeri».

CESARE PAVESE
In particolare, Camilla è impazzita per il caso Pinelli. Il quale «a un certo punto, ha perso la testa perché era spaventato dalle domande, da quegli interrogatori e si è buttato dalla finestra lui, non l'hanno buttato». Sarebbe dunque logico che l'Uomo di Cuneo rivedesse la sua posizione sul commissario Calabresi, quella che gli fece firmare lo sciagurato appello promosso contro di lui. Col cavolo.
«Pansa adesso mi ha rimproverato, ha fatto l'articolo su Libero, dicendo: caro Calabresi, stati attento, quel Bocca ha firmato quell'ignobile appello... Per niente ignobile, perché il signor Calabresi era un poliziotto, reazionario estremo, un nemico del movimento. Perché devo chiedere scusa? Ho firmato quell'appello perché Calabresi era parte delle trame nere, era d'accordo con il prefetto che ha sviato le indagini e ha fatto arrestare gli anarchici, quindi era un nemico».

E sebbene sul suo giornale faccia intervistare il vecchio Giorgio a ripetizione, viene fulminato anche Marco Travaglio: «C'è stato un periodo in cui ero l'unico che facesse libri d'inchiesta. Oggi, invece, ogni giorno me ne arriva uno. Questi qui poi sono arrivati alla vergogna, fanno libri ignobili pur di uscire con un libro, hanno una squadra di persone che copia dai giornali e ne fanno un libro. Travaglio, ogni due mesi fa un libro. Ma come fai? Sono libri fatti coi ritagli della questura, dei tribunali, libri pessimi».

PIER PAOLO PASOLINI
 A Bocca fa schifo pure il retroterra culturale dei suoi lettori, quelli della sinistra radical venuta dal '68. Meglio le Brigate rosse di questi ultimi . «Erano più simpatici di quelli del movimento. Andavi a parlare con quelli del movimento studentesco: dei professorini, dei saputelli...». Quelli delle Br, invece, «li sentivo più vicini a me».

«NAPOLI CIMICIAIO»  Il culmine del disgusto, però, lo raggiunge quando si parla del Sud. Sin dalle prime volte in cui è stato nel Meridione, Giorgio ne è rimasto disgustato: «C'era sempre il contrasto fra paesaggi meravigliosi e questa gente orrenda (...). Insomma, la gente del Sud è orrenda (...). C'era questo contrasto incredibile fra alcune cose meravigliose e un'umanità spesso repellente». Una volta, per dire, si è trovato in una viuzza vicino al palazzo di giustizia di Palermo: «C'era una puzza di marcio, con gente mostruosa che usciva dalle catapecchie».

Non a caso, Bocca ha dedicato uno dei suoi libri più famosi al Sud: si intitola Inferno ed è a tutti gli effetti un precursore di Gomorra. Ma il suo pensiero non cambia col passare del tempo: «Vai a Napoli ed è un cimiciaio, ancora adesso». L'intervistatrice, disperata, cerca di fargli dire qualcosa di gentile sui meridionali, gli chiede se non veda «poesia, saggezza» nel modo di vivere di quelle parti. E il faraone, implacabile: «Poesia? Per me è il terrore, è il cancro». Sono «zone urbane marce, inguaribili».

Unica consolazione: il Sud fa talmente schifo che se vai lì ne cavi di sicuro qualche bell'articolo. Quando lo dice, l'intervistatrice s'illumina: «Quindi sei grato, se non altro...» Ma Giorgio: «Grato, insomma... Come dire: sono grato perché vado a caccia grossa di belve. Insomma, non sei grato alle belve, fai la caccia grossa, ma non è che fraternizzi con le belve». Eppure, nei suoi libri, qualche parola consolante sul Meridione si trova... Beh, presto spiegato il mistero: «È necessaria un po' di ipocrisia. Sapevo sempre che dovevo tener buoni i miei lettori meridionali, quindi davo un contentino».

Di più schifoso, dunque, c'è solo Berlusconi: «Mi stupisce che Berlusconi non mi ami. Io scrivo sui giornali che è un maiale e dentro di me penso che lui dica: beh, in fondo ha ragione». Sorte ingrata del faraone Bocca: gli tocca odiare l'unico che abbia mai amato, proprio perché questi non lo ama più.


Fonte: Rpubblica.it  del  26 dicembre 2011

Fonte: Dagospia del 26 dicembre 2011



SE NON PUOI AVERE LA RAGIONE E LA FORZA,
 SCEGLI SEMPRE LA RAGIONE E LASCIA CHE IL NEMICO SI TENGA LA FORZA.


Se non puoi avere la ragione e la forza,
 scegli sempre la ragione e lascia che il nemico si tenga la forza.


La forza può vincere in molti combattimenti,
 ma in tutta la lotta solo la ragione può prevalere.

Il potente non potrà mai cavarne la ragione dalla sua forza,
 noi sempre potremo ottenere la forza dalla ragione.



Il Vecchio Antonio (indios del Chiapas)

domenica 25 dicembre 2011

VLADIMIR BUKOVSKY, EX DISSIDENTE SOVIETICO: "LA UE STA DIVENTANDO UNO STATO DI POLIZIA"

Vladimir Bukovsky,

DI PAUL BELIEN
Brussels Journal

Vladimir Bukovsky, un ex dissidente sovietico di 63 anni, teme che Unione Europea stia trasformandosi in un'altra Unione Sovietica. In un discorso tenuto a Bruxelles la scorsa settimana Bukovsky ha definito l'UE un “mostro” che deve essere abbattuto al più presto, prima che si trasformi in un vero e proprio stato totalitario. 

Bukovsky ha fatto visita al Parlamento Europeo quest’ultimo giovedì, a seguito dell'invito del Fidesz, il maggior partito di opposizione ungherese. Il Fidesz, componente del gruppo Democratico Cristiano Europeo, aveva invitato l'ex dissidente sovietico dall'Inghilterra, dove vive, in occasione del cinquantesimo anniversario della rivolta ungherese del 1956. Dopo l ’incontro in mattinata con gli ungheresi, Bukovsky nel pomeriggio ha tenuto un discorso in un ristorante polacco ubicato in Trier straat, nei pressi della sede del Parlamento Europeo, dove in passato aveva già tenuto un altro discorso a seguito dell’invito del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito, di cui è un attivista. 

Nel suo discorso Bukovsky ha fatto riferimento a documenti classificati rinvenuti negli archivi segreti sovietici che ha potuto visionare nel 1992. Questi documenti confermerebbero l'esistenza di una “cospirazione” col fine di trasformare l’Unione Europea in una entità statuale di tipo socialista. Ero presente alla riunione ed ho registrato il suo discorso, la cui trascrizione è riportata di seguito. Inoltre ho avuto l’occasione di fargli una breve intervista. Anche la trascrizione dell’intervista è riportata di seguito. L'intervista sull’Unione Europea è stata bruscamente interrotta perché Bukovsky aveva altri impegni. Vladimir Bukovsky l’avevo già intervistato venti anni prima, nel 1986, quando l'Unione Sovietica, il primo “mostro” che così coraggiosamente aveva combattuto, era ancora vivo e vegeto. 

Bukovsky è uno degli eroi del ventesimo secolo. Da giovane aveva denunciato l'uso del ricovero psichiatrico coatto dei prigionieri politici nell’ex URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, 1917-1991) ed è stato per ben dodici anni (dal 1964 al 1976), e cioè dall’età di 22 anni all’età di 34, nelle prigioni sovietiche, in campi di lavoro e in strutture ospedaliere psichiatriche. Nel 1976 i sovietici lo espulsero dal paese e si rifugiò in occidente. Nel 1992 fu invitato dal governo russo in qualità di esperto per testimoniare nel processo tenutosi a Mosca con lo scopo di stabilire se il partito comunista sovietico fosse stata un'istituzione criminale. Per dargli la possibilità di prepararsi per il processo, Bukovsky fu autorizzato ad accedere ad una notevole quantità di documenti presenti negli archivi segreti sovietici. Egli è pertanto uno dei pochi che hanno potuto visionare questi documenti, che ancora oggi sono segreti. Con un piccolo scanner e un computer portatile ne riuscì anche a copiare molti (alcuni “top secret”), compresi i rapporti del KGB allo stesso governo sovietico. 

L’INTERVISTA A VLADIMIR BUKOVSKY

Paul Belien: Lei è un ex dissidente sovietico conosciuto in tutto il mondo. Recentemente ha evidenziato una inquietante somiglianza dell’Unione Europea con l'ex Unione Sovietica. Può chiarirci meglio il suo pensiero? 

Vladimir Bukovsky: Mi riferisco alle istituzioni, ad una certa ideologia, ai programmi, alla direzione intrapresa, all'inevitabile espansione, all’annullamento delle diverse nazionalità. Ciò è anche stato lo scopo della stessa Unione Sovietica. La maggior parte della gente non si rende conto di quanto sta accadendo. Gli europei non lo sanno, noi invece sì perché siamo stati educati in Unione Sovietica, in cui abbiamo dovuto studiare l'ideologia sovietica sia nelle scuole superiori sia all'università .  Lo scopo finale dell'Unione Sovietica era quello di generare una nuova entità storica, il “popolo sovietico”,  in tutto il mondo intero. Lo stesso scopo è oggi perseguito dall'UE. Stanno tentando di generare un nuovo popolo. Lo chiamano il “popolo europeo”, qualunque sia il significato attribuito a questa espressione. 

Secondo la dottrina comunista così come in molte derivazioni del pensiero socialista, lo stato, lo stato-nazione, è destinato a scomparire. In URSS lo stato sovietico divenne molto potente e le diverse nazionalità che lo costituivano furono obliterate. Ma al momento del crollo avvenne il processo contrario. I sentimenti soffocati di identità nazionale riemersero nuovamente e hanno quasi distrutto il paese. E’ stato davvero terribile. 

PB: Pensa che la stessa cosa possa accadere quando l’Unione Europea collasserà? 

VB: Assolutamente si, la psicologia umana è come un elastico che può essere tirato, però non oltre un certo limite. Un elastico può essere tirato sempre di più, ma non bisogna mai dimenticare che nel frattempo sta accumulando l’energia per ritornare alla sua forma originaria. La psicologia umana è come un elastico che tende sempre a ritornare rapidamente alla sua forma originaria. 

PB: Però tutti questi paesi che si sono uniti nell’Unione Europea lo hanno fatto volontariamente. 

VB: No, non stanno così le cose. Si guardi per esempio alla Danimarca che ha votato due volte contro il trattato di Maastricht. Si guardi all'Irlanda [che ha votato contro il trattato di Nizza]. Si guardi a tutti gli altri paesi, sono tutti sotto pressione. E’ come una specie di ricatto. La Svizzera è stata costretta a votare cinque volte sullo stesso quesito referendario. Tutte e cinque le volte è stato respinto, ma non si sa cosa accadrà la sesta o la settima volta. E’ sempre la stessa storia. E’ un semplice trucchetto. L’elettorato viene fatto votare fino a quando non vota nel modo voluto. A questo punto non gli viene più chiesto di votare. Perché si fermano? Si continui a votare. L’Unione Europea sembra un matrimonio contratto sotto la minaccia di una pistola puntata alla tempia. 

PB: Cosa pensa che i giovani dovrebbero fare riguardo all’Unione Europea? Su cosa si dovrebbe puntare, sulla democratizzazione dell'istituzione o si dovrebbe invece cercare di eliminarla del tutto? 

VB: Penso che l’Unione Europea, come l'Unione Sovietica, non possa essere democratizzata. Gorbachev provò a farlo, e ciò malgrado si è dissolta. Questo genere di strutture politico-istituzionali non possono essere democratizzate. 

PB: Però abbiamo un Parlamento Europeo scelto dalla gente. 

VB: Il Parlamento Europeo è eletto sulla base di un sistema elettorale di tipo proporzionale, che non è però garanzia di rappresentatività. E poi su cosa vota? Sulla percentuale di grasso nello yogurt, quel genere di cose. E’ ridicolo. Ha le stesse funzioni del Soviet Supremo. Un parlamentare europeo in media parla sei minuti all'anno in Parlamento. Non è un vero e proprio Parlamento. 

TRASCRIZIONE DEL DISCORSO DI BUKOVSKY TENUTO A BRUXELLES

Nel 1992 ho avuto una possibilità di accesso senza precedenti a documenti segreti del Comitato Centrale e del Politburo. Questi documenti, che da 30 anni sono ancora tenuti segreti, fanno molto chiaramente riferimento ad un “progetto comune” tra i partiti della sinistra europei e Mosca secondo il quale il mercato comune europeo si sarebbe trasformato in uno stato federale. Mikhail Gorbachev nel 1988-89 si riferiva ad esso come a “la nostra casa comune europea”. 

L'idea era semplice. Venne alla luce negli anni 1985-86, quando i comunisti italiani fecero visita a Gorbachev, seguiti dai socialdemocratici tedeschi. Costoro temevano i mutamenti politici che stavano avvenendo nel mondo, specialmente dopo le privatizzazioni introdotte dalla Thatcher e le liberalizzazioni economiche. Questi mutamenti stavano minacciando le “conquiste” di generazioni di socialismo e di socialdemocrazia, stavano minacciando di invertire completamente il corso della storia. Di conseguenza si stabilì che l'unico modo per affrontare questo rigurgito di “capitalismo selvaggio” era quello di tentare di introdurre gli stessi obiettivi socialisti in tutti i paesi di colpo. Prima di ciò, i partiti della sinistra e l'Unione Sovietica si erano sempre fortemente opposti all'integrazione europea perché veniva percepita come un mezzo per frapporre un ostacolo al socialismo. Dal 1985 in poi cambiarono completamente opinione. I Sovietici giunsero infine ad un accordo con i partiti della sinistra dell’Europa occidentale: se avessero lavorato insieme avrebbero potuto assumere il controllo dell’intero progetto europeo e modificarlo completamente. L’area di libero scambio sarebbe stata trasformata in uno stato federale. 

Secondo documenti segreti sovietici, gli anni 1985-86 rappresentarono il punto di svolta. Ho pubblicato la maggior parte di questi documenti [http://www.junepress.com/coverpic.asp?BID=741]. Si possono trovare anche in internet [Vedi il seguente Link]. I colloqui trascritti in questi documenti sono davvero illuminanti. Si intuisce che ci fu una “cospirazione”, il che è abbastanza comprensibile, in quanto stavano cercando tutti di salvarsi politicamente la pelle. Nei paesi dell’est i sovietici avevano bisogno di un cambiamento dei rapporti con l’Europa perché stavano entrando in una crisi strutturale prolungata e molto profonda; in occidente i partiti di sinistra avevano timore di essere spazzati via e di perdere la loro influenza e prestigio. Così c’è stata una vera e propria cospirazione, evidentemente da loro stessi messa in piedi, nella quale tutti erano d’accordo e alla quale tutti hanno lavorato. 

Nel gennaio del 1989, per esempio, una delegazione della Commissione Trilaterale fece visita a Gorbachev. C’era [l’ ex Primo Ministro giapponese Yasuhiro] Nakasone, [l’ex presidente francese Valèry] Giscard d’Estaing, [il banchiere americano David] Rockefeller e [l’ex Segretario di Stato USA Henry] Kissinger. Essi ebbero una conversazione molto schietta durante la quale fecero presente a Gorbachev che la Russia sovietica avrebbe dovuto integrarsi nelle istituzioni finanziarie del mondo, quale il GATT, l’FMI e la Banca Mondiale. 

Nel bel mezzo dei colloqui Giscard d' Estaing prese improvvisamente la parola e disse: “Signor presidente, non posso dirle esattamente quando accadrà - probabilmente fra 15 anni - ma l’Europa si sta avviando ad essere uno stato federale e dovete incominciare a prepararvi. Dovete lavorare con noi ed i leader politici europei sulla reazione che avrete quando ciò accadrà, su come consentirete ai paesi dell’est europeo di interagire con questo nuovo stato federale e su come voi stessi diventerete parte di esso. Dovete essere pronti”. 

Era il gennaio 1989, un momento in cui il trattato di Maastricht [1992] neppure era stato abbozzato per sommi capi. Come diavolo ha potuto Giscard d' Estaing sapere cosa sarebbe accaduto nei 15 anni successivi? E sorpresa, sorpresa, come mai è diventato l'estensore della costituzione europea [nel 2002-03]? Una domanda molto interessante. Si sente odore di cospirazione, è vero? 

Fortunatamente per noi la parte sovietica di questa cospirazione è collassata prima e Mosca non si è trovata nel momento in cui avrebbe potuto influenzare il corso degli eventi. Ma l'idea originale fu di creare ciò che fu chiamata una “convergenza”, in base alla quale l'Unione Sovietica avrebbe dovuto ammorbidirsi verso posizioni più socialdemocratiche, mentre Europa occidentale sarebbe passata da un regime politico di tipo socialdemocratico ad un regime di tipo più rigidamente socialista. Allora si sarebbe realizzata la convergenza. Le strutture politiche delle due entità si sarebbero adattate con precisione l’una all’altra. Ecco come le istituzioni politiche dell’Unione Europea inizialmente furono progettate: allo scopo di adattarsi successivamente alle istituzioni sovietiche. Ecco anche perché sono così simili nella loro struttura e nel loro funzionamento. 

Non è un caso che il Parlamento Europeo, per esempio, faccia venire alla mente il Soviet Supremo. Funziona come il Soviet Supremo perché è stato progettato nello stesso modo. Idem per quanto riguarda la Commissione Europea. che assomiglia al Politburo. Voglio dire che è simile in tutto e per tutto, tranne che per il fatto che la Commissione oggi ha 25 membri mentre il Politburo ne aveva 13/15. A parte questo hanno le medesime funzioni, non rispondono a nessuno, i membri che la compongono non sono scelti direttamente dai cittadini. Quando si esamina questa strana attività dell’Unione Europea con le sue 80.000 pagine di regolamentazioni sembra il Gosplan. Quest’ultima istituzione pianificava qualunque dettaglio in campo economico, anche la forma e la dimensione dei dadi e bulloni, fino a cinque anni prima. La stessa identica cosa sta avvenendo nell'UE. Quando guardate il tipo di decadimento della UE, si tratta esattamente dello stesso tipo sovietico di decadimento, che si propaga dall'alto al basso piuttosto che il contrario. 

Se si esaminano le istituzioni e le caratteristiche di questo mostro europeo che sta emergendo si può notare che sempre più assomiglia all'Unione Sovietica. Naturalmente, è una versione più edulcorata dell'Unione Sovietica. Per favore, non fraintendetemi. Non sto dicendo che in Europa ci sono i Gulag. Non c’è nemmeno il KGB - non ancora - ma sono da osservare con molta attenzione strutture quali per esempio la Europol. Ciò che più preoccupa è che questa polizia avrà probabilmente maggiori poteri di quelli del KGB. Avrà l’immunità diplomatica. Immaginate un KGB con immunità diplomatica. Svolgerà la sua funzione poliziesca per reprimere e perseguire 32 tipi di reato - due dei quali sono particolarmente preoccupanti. Uno è il razzismo, l’altro è la xenofobia. Nessuna legislazione penale sulla terra considera perseguibili questi comportamenti [con l’eccezione del Belgio]. Quindi: questi sono due nuovi reati, e siamo avvertiti. Qualcuno del governo britannico ha già detto che coloro che faranno obiezioni all'immigrazione incontrollata dal terzo mondo saranno considerati razzisti. Coloro che si opporranno ad una ulteriore espansione ed integrazione europea saranno considerati xenofobi. E’ stata Patricia Hewitt che ha fatto queste dichiarazioni.

Quindi siamo avvertiti. Nel frattempo stanno ideologizzando sempre più il sistema. L'Unione Sovietica si è retta in piedi grazie all'ideologia. L'ideologia dell’Unione Europea è socialdemocratica, statalista, con una buona dose di “political correctness”. Si osservi come il “political correctness” si diffonde e si trasforma in un'ideologia oppressiva. Per non parlare poi del fatto che ormai è proibito fumare quasi dappertutto. Si consideri la persecuzione di persone come quel pastore svedese che è stato perseguito per parecchi mesi per aver detto che la Bibbia non approva l'omosessualità. La Francia ha approvato leggi contro l’istigazione all’odio nei confronti degli omosessuali. La Gran Bretagna si accinge a varare leggi che sanzionano penalmente espressioni del pensiero contrarie alle relazioni interrazziali e relative a questioni religiose e così via. Ciò che emerge, in prospettiva, è che questo tipo di ideologia viene sistematicamente inglobata nella legislazione penale. E’ questa ideologia che sarà quindi in futuro fatta rispettare coercitivamente. Questo sembra che sia lo scopo prevalente dell’Europol. A cosa servirebbe altrimenti ? l’Europol mi insospettisce molto. Guardo con molta attenzione quando c’è qualcuno che viene perseguito da essa. Mi chiedo quali siano i motivi e cosa sta davvero accadendo. E’ un campo in cui sono un esperto. So bene come si generano i Gulag. 

Viviamo in un periodo di veloce, sistematico e costante smantellamento della democrazia. Si prenda per esempio questo Legislative and Regulatory Reform Bill [progetto di legge di riforma legislativa e normativa]. I ministri diventano legislatori che possono legiferare senza preoccuparsi di dare conto al Parlamento o a chicchessia. La mia reazione immediata è: perché tutto questo? La Gran Bretagna è sopravvissuta a due guerre mondiali, alla guerra con Napoleone, all' Armata Spagnola, per non parlare della guerra fredda, di quel periodo in cui ci veniva detto che in qualsiasi momento sarebbe potuta scoppiare una guerra mondiale nucleare. Nel passato non è mai stata evidenziata l'esigenza di introdurre questo tipo di legislazione oppure di sospendere le libertà civili o di introdurre poteri di emergenza. Perché ne abbiamo bisogno proprio ora? Tutto questo può trasformarsi in una dittatura in qualunque momento. 

La situazione attuale è molto seria. I partiti politici più importanti sono stati completamente cooptati nel progetto della nuova UE. Nessuno di essi realmente si oppone a questo progetto. I partiti sono diventate istituzioni decadenti. Chi difenderà le nostre libertà? Sembra che ci stiamo dirigendo verso il collasso, la crisi del sistema. Il risultato più probabile è che ci sarà un collasso economico in Europa, che avverrà a tempo debito e che accadrà a causa di questa crescita a dismisura delle spese e delle tasse. L'incapacità di generare un ambiente competitivo, la regolamentazione eccessiva dell'economia, la burocratizzazione, tutto questo porterà al collasso economico. Specialmente l'introduzione dell'euro è stata un'idea pazzesca. La moneta non dovrebbe essere mai politicamente imposta. 

A tal proposito non ho alcun dubbio. Ci sarà un collasso della Unione Europea, così come è avvenuto per l'Unione Sovietica. Ma non dimentichiamoci che quando questi momenti della storia avvengono lasciano dietro di sè una tale devastazione che ci vuole una generazione affinché si richiudano le ferite. Pensiamo a cosa accadrà quando ci sarà la crisi del sistema. Emergeranno forti tensioni fra le nazioni. Potrebbe saltare tutto. Guardiamo all’enorme numero di immigranti dai paesi di terzo mondo che ora vivono in Europa. Tutto ciò è stato voluto dall' Unione Europea. Cosa sarà di loro se ci sarà un crollo economico? Probabilmente alla fine ci saranno, come nell'Unione Sovietica, tante di quelle dispute etniche che il loro numero è oggi difficile da immaginare. In nessun altro paese ci sono state tante tensioni etniche come in Unione Sovietica, con l’eccezione probabilmente della ex Iugoslavia. Accadrà la stessa cosa qui. Dobbiamo tenerci pronti. Questa enorme struttura burocratica sta per crollarci addosso.

Voglio essere molto schietto a questo proposito: prima si chiude con l'UE, meglio è. Prima collasserà, meno danni farà a noi e agli altri paesi. Ma dobbiamo essere rapidi perché gli eurocrati stanno muovendosi molto velocemente. Sarà difficile affrontarli. Oggi è ancora relativamente più semplice. Se per esempio un milione di persone marcia su Bruxelles oggi questi individui se ne scapperanno via alle Bahamas. Se domani la metà della popolazione britannica si rifiuterà di pagare le tasse, non accadrà niente di drammatico e sicuramente nessuno andrà in prigione. Ancora oggi una iniziativa del genere si può abbastanza tranquillamente intraprendere. Ma non so cosa accadrà domani con una Europol che nel frattempo si sarà completamente sviluppata e riempita di ex agenti della Securitate o della Stasi. Può succedere di tutto. 

Stiamo perdendo tempo. Dobbiamo batterli. Dobbiamo fermarci a riflettere ed elaborare la strategia più efficace per ottenere il massimo effetto. Altrimenti sarà troppo tardi. Cosa vi posso dire? Le mie conclusioni non sono ottimiste. Per adesso, nonostante ci siano alcuni movimenti anti-UE in quasi ogni paese, non sono sufficienti. Per adesso siamo perdenti e stiamo sprecando tempo.

Paul Belien



27. 02. 2006

sabato 24 dicembre 2011

ARTE CAMPANARIA: IL SISTEMA DI “SUONO VERONESE" NELLA TRADIZIONE CAMPANARIA VENETA

Duomo di Verona: la CAMPANA MAGGIORE I,  di 4454 quintali  (anno 1934)  sostituita nel  2003
La corona è costituita da sei braccia disposte ad esagono, su ognuna è raffigurato un volto di leone con sembianze umane. Nella parte alta del vaso vi è una prima fascia a motivi vegetali. Più in basso, in corrispondenza delle braccia della corona, compaiono sei eleganti cornici ovali a motivi vegetali, contornati da festoni che fuoriescono dalla bocca di un leone. Entro le cornici compaiono le seguenti immagini sacre:
Crocifisso, Sacro Cuore, San Michele Arcangelo, San Giorgio, San Luca, San Cristoforo
Più in basso vi è una prima iscrizione in lingua latina a caratteri maiuscoli:
CHRISTUS VINCIT  CHRISTUS REGNAT           CHRISTUS IMPERAT ANNO REPARATAE SALUTIS MCMXXXIV
La scritta sovrasta una fascia con eleganti motivi vegetali ed angeli che sorreggono tondi con volti di Cristo. In corrispondenza della gola della campana compare una seconda iscrizione:
PIO PP PONT MAX HIERONIMO CARDINALE EPISCVERON SANCTE GAIARDONI ARCHIP HECTORE CAVADINI FUSORE JESUM CRISTUM REGNEM REGUM VENITE ADOREMUS
Sotto la scritta vi è una decorazione a foglie pendenti. Sul bordo della campana si trova una fascia decorativa a motivi vegetali minuti. Questa campana, che sostituiva quella originaria del 1931, non riporta la consueta targhetta con il nome della fonderia, poiché il nome del fonditore compare già nelle iscrizioni sopra riportate.

ARTE CAMPANARIA

Il “SUONO  VERONESE” è il sistema a “campane  giranti" più recente, essendo nato verso la fine del secolo XVIII nella città di Verona, per poi diffondersi nella totalità dei territori veronese e vicentino, in gran parte del padovano, in varie località delle province di Trento, Brescia, Mantova e altre sparse su tutto il territorio nazionale. Il sistema è anche detto "Semi Ambrosiano", dato che deriva in modo diretto dal "Sistema Ambrosiano", un tempo diffuso anche a Verona.

Nel 1755 il fonditore Domenico Crespi da Crema realizzò il primo concerto di cinque campane, intonate secondo la scala musicale diatonica di modo maggiore, per la chiesa cittadina di San Fermo. Le campane, su incastellatura in legno, vennero montate a "Sistema Ambrosiano".

Nel 1776 il fonditore Giuseppe Ruffini realizzò un secondo concerto per la chiesa di San Giorgio in Bràida e le monache Agostiniane che allora officiavano in quella chiesa incaricarono del suono delle campane un gruppo di contadini del vicino rione Campagnola, nacque così il primo gruppo di suonatori, gruppo ancora oggi in attività con il nome di Santa Anastasia.

Quei primi suonatori pensarono di apportare alcune sostanziali modifiche alla montatura ambrosiana, eliminando la spranga di arresto e rendendo in tal modo la campana libera di essere trattenuta in posizione verticale da entrambe le parti, utilizzando la sola forza muscolare, e con la conseguente emissione di un unico squillo ogni qualvolta essa veniva rimossa dalla posizione di riposo.  Era stato quindi sperimentato un nuovo sistema di suono, destinato a perfezionarsi e a diffondersi nel corso del secolo XIX, fino alla definitiva e completa affermazione agli inizi del secolo XX.

Le fonderie di campane, specializzatesi sempre più nella realizzazione dei concerti, iniziarono a dotare le campane stesse di questo sistema di montaggio, contribuendo in modo significativo alla sua diffusione generalizzata sul territorio, e favorendo nel contempo la nascita di numerosi gruppi di suonatori di campane, diretti diffusori di una cultura sempre più ampia di questo sistema e delle sue ampie possibilità musicali.

Le prime concertazioni venivano eseguite utilizzando antiche suonate che derivavano dalla scuola lombarda, ma che erano destinate a lasciare progressivamente il posto a nuove composizioni impostate secondo il ritmo gregoriano, con una cadenza assolutamente regolare tra le battute delle diverse campane.  Si delinearono due importanti figure nell'ambito esecutivo: quella del compositore, ossia colui che, dotato di talento musicale, componeva suonate adatte ad essere eseguite con i concerti di campane, e quella del maestro direttore, ossia colui che aveva il compito di dirigere i suonatori durante l'esecuzione concertistica.

L'armamento della campana a "Sistema Veronese" si presenta in apparenza simile a quello del "Sistema Ambrosiano", ma vi sono delle significative varianti.
Il contrappeso di sostegno e bilanciamento, in ghisa, è più leggero rispetto a quello Ambrosiano, e corrisponde a circa il 37-40 per cento del peso del bronzo, in modo da conferire alla campana una velocità apprezzabile, con vantaggi sulla resa melodica ed acustica. A lato del contrappeso vi è la ruota scanalata, avente un diametro circa doppio di quello della bocca della campana. Sulla scanalatura, alla medesima quota dei perni, è fissata la fune di manovra che scende fino alla base del campanile. Il battaglio è di tipo cadente, e il suo peso ideale corrisponde al 2% del peso della campana. Il suo attacco interno si trova all'incirca sulla linea ideale di congiunzione dei due perni del contrappeso.  
I suonatori, per eseguire i loro concerti, rimangono al piano terreno dei campanili, a volte invece operano da un livello intermedio, ma in ogni caso possono solamente udire le campane, non vederle. Una volta disposta la squadra di suonatori, uno per campana, o più di uno quando le campane superano un certo peso, inizia l'esecuzione concertistica.
La prima operazione consiste nella messa in piedi delle campane, agendo a strappi successivi sulla fune di manovra e facendo descrivere al bronzo oscillazioni sempre più ampie, finché esso raggiunge la posizione di equilibrio con la bocca verso l'alto, posizione che viene poi mantenuta grazie all'abilità del suonatore.
Il  raggiungimento della posizione verticale, detta anche  "a bicchiere", può essere ottenuta contemporaneamente da tutte le campane, ma la migliore tradizione vuole che la partenza avvenga in modo progressivo, iniziando singolarmente dalla campana minore, poi dalla seconda, poi dalla terza, e così via fino ad arrivare alla maggiore. Ogni volta che una campana viene messa in movimento per raggiungere il suo vertice, le altre che l'hanno preceduta eseguono note scalari. Quando tutte le campane sono in piedi si eseguono le note scalari dalla minore alla maggiore, allo scopo di orientare i suonatori sulla velocità della propria campana in modo da sincronizzarla con le altre.

Per l'esecuzione della suonata vera e propria ci si affida al maestro direttore, il quale ha il compito di indicare la successione delle campane prevista dallo spartito musicale Lo spartito è costituito da una serie di numeri che sostituiscono le note musicali, ad ogni numero corrisponde una singola campana, e il maestro direttore scandisce a voce la successione numerica imposta dalla suonata.
È compito di ogni suonatore, ogni qualvolta venga chiamato il numero corrispondente, richiamare la propria campana dalla posizione di riposo, farle compiere una rotazione completa di 360 gradi con l'emissione di un unico squillo, per poi fermarla nuovamente dalla parte opposta a quella di partenza.
L'abilità del maestro direttore, unitamente alla valenza dei suonatori, determina la riuscita più o meno perfetta della concertazione, tenendo conto che le campane maggiori impiegano un tempo superiore a compiere la rotazione rispetto alle minori, mentre la suonata esige un tempo assolutamente regolare tra le battute.

La posizione verticale della campana prevede due varianti, dovute al fatto che la fune è attaccata alla ruota all'altezza dei perni.
Vi è una prima posizione, detta "diritta", in cui il suonatore tiene bloccata nelle mani una singola sezione di corda, e una seconda posizione, detta "capola", nella quale il suonatore blocca nelle mani un ulteriore tratto di corda detto appunto "capola" o "laccio", che è destinato a formarsi o a sciogliersi ad ogni rotazione del bronzo, alternativamente dall'una o dall'altra parte.
Gli errori che compromettono la buona riuscita di una concertazione possono innanzitutto essere causati dai "contrattempi", ossia da ritardi o anticipi più o meno gravi nella successione delle battute, considerando anche il fatto che le suonate, oltre alle battute singole, prevedono l'esecuzione di accordi musicali, nei quali due, tre, o anche quattro campane devono suonare simultaneamente.
Un altro errore, detto "calata", avviene quando lo strappo impresso alla fune è meno vigoroso del necessario, e la campana, non avendo il necessario slancio, ritorna indietro emettendo uno squillo ulteriore fuori programma, o anche più di uno se il suonatore non pone rimedio tempestivamente al suo errore.
Al contrario, se lo strappo impresso alla fune è troppo vigoroso, il suonatore non è in grado di arrestare la campana nella posizione esatta.
Se la campana è piccola il battente va ad adagiarsi sulla parte opposta del bronzo, e con il giro successivo verrà emesso un doppio squillo, detto "ribattuta".
Se invece la campana è di grandi dimensioni e il suonatore non è più in grado di farla fermare, avviene il "ribaltamento" che pregiudica irrimediabilmente la concertazione.

In ambito musicale il "Sistema Veronese" permette di eseguire suonate di accettabile contenuto musicale ed artistico, il cui repertorio è divenuto nel tempo sempre più ampio grazie all'opera di valenti compositori.  Come già detto, lo spartito musicale è composto da numeri che nel caso delle battute delle campane sostituiscono le note musicali.

I primi suonatori, che operavano con concerti composti da soli cinque bronzi, numerarono le campane secondo il sistema musicalmente corretto, assegnando il n. 1 alla campana maggiore ed il n. 5 alla minore. In seguito l'ordine venne invertito, pertanto la campana maggiore divenne il n. 5 e la minore il n.1.

Quando si iniziarono ad ampliare i concerti con l'aggiunta della sesta campana più piccola, questa venne denominata "sestina". Quando invece i concerti vennero ampliati ulteriormente a nove bronzi, venne assegnato il n. 9 alla campana maggiore ed il n. 1 alla minore.
All'eventuale decima campana più piccola si assegnò il n. 0.

All'inizio del secolo XX il maestro Pietro Sancassani (Verona, 1881-1972) condusse una tenace opera di introduzione di nuove suonate, che rispetto a quelle più antiche comprendevano in senso più ampio la musicalità possibile con i concerti campanari. Il Sancassani si fece promotore di una intensa campagna per l'ampliamento e il rinnovo dei concerti, fino ad allora composti quasi esclusivamente di soli cinque bronzi, date le superiori possibilità melodiche ottenibili con un numero di note superiore.  

Un sacerdote intenditore di musica, Monsignor Giuseppe Maggio (Verona, 1866-1930), assieme a Mons. Ernesto Dalla Libera (Vicenza, 1884-1980) ebbe grandissimi meriti nell'affermazione ufficiale del "Sistema Veronese", avendo inserito e facendo apprezzare le esecuzioni concertistiche nei Congressi di Musica Sacra di Vicenza del 1923 e di Verona del 1929, oltre ad avere promosso l'inserimento di suonate ispirate a brani religiosi.

Un altro sacerdote, Don Germano Alberti (Verona, 1888-1977), frequentemente consultato dalla fonderia Cavadini per il collaudo musicale dei nuovi concerti, creò esemplari composizioni che dimostrarono la sua capacità di cogliere interamente le doti armoniche del bronzo.
Mario Carregari (1911-1997), maestro della Società Campanaria di Santa Anastasia, ricercatore di Arte Campanaria e ovunque richiesto per la sua competenza tecnica, nobilitò il "Sistema Veronese" continuando la campagna intrapresa da Sancassani per l'ampliamento ed il rinnovo dei concerti di campane, oltre ad inaugurare con la Santa Anastasia un elevato numero di nuovi concerti anche al di fuori della Regione Veneto.  
In ambito compositivo il Carregari dimostrò grandissima abilità, avendo composto suonate adatte non solo alla difficoltà ma anche alla tonalità e alle caratteristiche armoniche di ogni singolo concerto.  

Nel 1983 si è costituita in Verona la "Associazione Suonatori di Campane a Sistema Veronese", che riunisce un grande numero di gruppi di suonatori delle province di Verona, Vicenza, Padova e Brescia allo scopo di tutelare e diffondere ogni aspetto legato all'Arte Campanaria. Molti concerti vengono ancora oggi ampliati con l'aggiunta di nuove campane, i più numerosi raggiungono e superano il numero di dodici bronzi, e si va diffondendo l'introduzione di ulteriori campane in semitono, che aprono la strada a composizioni musicali sempre più ricche e complete.


LE CAMPANE


La campana è uno strumento a forma di vaso rovesciato, in bronzo, in grado di produrre squilli sonori quando viene percossa da un battaglio o da un martello. Il bronzo è una lega metallico composta mediamente dall'80% di rame e dal 20% di stagno, due metalli teneri la cui unione nella lega permette di ottenere un materiale di grande durezza qual è appunto il bronzo.
La campana è uno strumento antichissimo, i primi rudimentali esemplari vennero prodotti in Cina nel XIII secolo a.C., mentre nel secolo IV d.C. il vescovo di Nola San Paolino avrebbe utilizzato per primo le campane per scopi religiosi, collocandole in cima alle torri. Il nome latino campana deriverebbe da Campania, regione dove si trova Nola, ma potrebbe derivare anche da aes campanum, nome con cui era noto il bronzo puro, dotato di elevate caratteristiche di sonorità.

Fino all'epoca rinascimentale i bronzi non avevano un suono ben definito, in quanto non erano ancora stati compiuti adeguati studi sugli armonici e sulla morfologia, che sono elementi fondamentali per una buona resa fonica. I sistemi di suono erano rudimentali, inoltre erano veramente poche le torri che possedevano più di una campana, mancavano quindi sia le motivazioni che i mezzi per promuovere uno studio o per pensare che un gruppo di campane potesse costituire uno strumento musicale.

La forma delle campane più antiche era piuttosto strana se paragonata a quelle moderne, si potevano trovare campane poligonali, come quella conservata a San Zeno Maggiore a Verona, risalente forse al 1149, o campane a forma di elmo, come quella conservata nel Museo di Castelvecchio, sempre a Verona, e risalente al 1081. Intorno al 1200 si iniziarono a fondere campane razionalmente sagomate, con curvatura tronco conica svasata verso il basso, e con il bordo rinforzato per sopportare meglio i colpi del battaglio.

Nella seconda metà del secolo XIII fu attivo a Verona il fonditore Magister Jacobus, o Mastro Jacopo, autore di varie campane dalla tipica forma medievale allungata, con la misura dell'altezza superiore a quella del diametro, medesima caratteristica riscontrabile in tutte le campane realizzate in quell'epoca dai fonditori italiani ed europei.

Nel secolo XV con la comparsa dei primi carillon nella regione delle Fiandre maturò un certo gusto nel suonare le campane, ed i fonditori iniziarono la loro specializzazione nella fusione e nell'accordatura. Inoltre la forma della campana medievale, stretta ed allungata, lasciava progressivamente il posto alla forma rinascimentale più corta e maggiormente svasata, con la quale era più facile ottenere un timbro definito e una risposta armonica appropriata.

A Verona operò un importante fonditore rinascimentale, Maestro Orlando Checherle (1470 - 1514), negli anni a cavallo tra i secoli XV e XVI, seguito dalla dinastia dei Bonaventurini attiva per tutto il secolo XV, dalla dinastia dei Levi operante dalla metà del secolo XVI alla metà del secolo XVII, e dal fonditore Bartolomeo Pisenti che esercitò la propria attività nel corso di tutta la seconda metà del secolo XVII.

Tutte le campane prodotte in questi secoli, molte delle quali tuttora funzionanti su diverse torri campanarie, raggiungono un livello che nel tempo si è sempre più perfezionato, non solo per la qualità del suono ma anche per la bellezza e la varietà delle decorazioni ed immagini sacre, presenti in bassorilievo sulla superficie esterna del bronzo e costituenti corpo unico con la campana stessa. Dopo quest'epoca la forma della campana non subì più significative variazioni ma solo perfezionamenti di lieve entità, e dal secolo XVIII si può iniziare a parlare di campane moderne, in cui il diametro della bocca è pari all'altezza comprensiva della treccia.

Nell'Italia Settentrionale, nel secolo XVIII, iniziarono a diffondersi i primi concerti di campane in regolare scala musicale diatonica di modo maggiore per opera di valenti fonditori come Domenico Crespi da Crema e Giuseppe Ruffini operante a Verona. Il Crespi fu l'autore del primo concerto di cinque campane di Verona, tuttora funzionante sul campanile di San Fermo Maggiore. Fino ad allora sui campanili cittadini erano collocate al massimo quattro campane, che producevano accordi di tipo saltuario (prima, terza, quinta, ottava).
Il Ruffini diede l'impulso definitivo per l'affermazione nella città e nel territorio veronese dei concerti in regolare scala musicale, questa felice scoperta determinò a Verona la nascita di un nuovo sistema di armamento e di suono delle campane, il "Sistema Veronese".
Assieme alla comparsa delle società campanarie e alla conseguente nuova possibilità delle suonate solenni che il nuovo sistema poteva offrire, determinò il rinnovo delle campane presenti su quasi tutti i campanili. Il suo sviluppo ebbe luogo nell'intero secolo XIX e per tutta la prima metà del secolo XX.
Dalla scuola del Ruffini uscirono validi fonditori come i Chiappani, i Partilora, e soprattutto Pietro Cavadini, capostipite di una dinastia di fonditori attiva dal 1794 al 1974 e affermata come una delle migliori fonderie d'Italia, al cui nome è legata la maggior parte delle campane attualmente presenti sul nostro territorio.


I PRINCIPALI FONDITORI DI CAMPANE OPERANTI A VERONA


Maestro Jacopo (Magister Jacobus):
fonditore attivo a Verona nella seconda metà del secolo XIV, autore di numerose campane dalla caratteristica forma allungata tipica dell'epoca medievale, alcune delle quali conservate nel Museo di Castelvecchio, come la grande campana per l'orologio della Torre del Gardello, del 1370, la campana di Santa Maria Mater Domini del 1385. Un'altra sua opera, custodita nella chiesa di Sant'Elena, è una campana fusa nel 1384 per la Cattedrale di Verona.

Maestro Orlando Checherle:
importante fonditore rinascimentale, attivo negli anni a cavallo tra i secoli XV e XVI.La sua opera più nota è una campana ancora oggi funzionante sul campanile di San Zeno Maggiore, fusa nel 1498. Un'altra sua importante opera, datata 1501, è custodita nel Museo di Castelvecchio.

Antonio Zeno:
fonditore contemporaneo di Maestro Orlando, del quale non si conservano opere, realizzò una campana per Santa Anastasia nel 1488, assieme al francese Michel De Franza.

I Bonaventurini:
dinastia di fonditori veronesi, attivi per tutto il corso del secolo XVI. Il capostipite fu Don Bonaventura, autore di una rifusione del "Rengo", la grande campana della Torre dei Lamberti, avvenuta nel 1521. Il nipote Alessandro realizzò nel 1557 il "Rengo" attualmente funzionante sulla torre. Le campane dei Bonaventurini sono caratterizzate da forme e proporzioni molto eleganti, e da partiti decorativi che denotano una significativa evoluzione nell'arte fusoria.

I Levi (De Levis):
dinastia di fonditori proveniente dal bergamasco e attiva a Verona dalla metà del secolo XVI alla metà del secolo XVII. Si conservano loro opere tuttora funzionanti su vari campanili, come ad esempio le due campane a Madonna di Campagna, del 1567, ed una campana del 1677 per San Giovanni in Foro. L'artefice più famoso della famiglia è stato Giuseppe Levi, autore di campane e di oggetti in bronzo di pregevole fattura, conservati in musei d'Europa, d'America e in collezioni private.

Bartolomeo Pisenti:
dopo la scomparsa dei Levi questo fonditore dominò senza concorrenti l'arte fusoria a Verona nella seconda metà del secolo XVII. Molti campanili cittadini ospitarono sue opere oggi scomparse, come ad esempio Santa Anastasia, la Cattedrale, San Giorgio in Braida, mentre a San Nicolò sono ancora funzionanti due bronzi del 1682. La sua opera più significativa, tuttora in uso, è il "Campanone" fuso nel 1653 per la torre civica di Bergamo. Il Pisenti aveva propria fonderia nell'attuale Via Mazzini, nel luogo dove oggi si trova la farmacia "Due Campane".

Lucio De Rossi (De Rubeis):
fonditore padovano stabilitosi a Verona, fu attivo nella prima metà del secolo XVIII divenendo il successore del Pisenti, al quale erano ispirate le sue opere. Fu l'autore di numerose eleganti campane per chiese e monasteri della città e della provincia.

Angelo Poni:
allievo di Lucio De Rossi, anch'esso attivo nella prima metà del secolo XVIII, si conservano sue opere in varie chiese ed oratori della provincia veronese.

Domenico Crespi:
fonditore di una importante dinastia cremasca, operò a Verona per alcuni anni immediatamente successivi alla metà del secolo XVIII. In terra lombarda fu determinante per l'introduzione dei concerti in scala musicale diatonica maggiore, e a Verona fuse le prime cinque campane scalari della città, in FA maggiore, ancora oggi funzionanti sul campanile di San Fermo Maggiore.

Giuseppe Antonio Larducci:
attivo nella seconda metà del secolo XVIII, ebbe la fama compromessa a causa delle rotture che alcune sue campane subirono dopo poco tempo dall'installazione. Si dedicò prevalentemente alla realizzazione di bronzi di piccole dimensioni, ammirati per la pregevole fattura.

Giuseppe Ruffini:
fonditore originario di Reggio Emilia, operante nella seconda metà del secolo XVIII. Fu determinante per la definitiva introduzione dei concerti in scala musicale diatonica di modo maggiore, grazie anche agli studi compiuti sulla fonica delle campane e alla pregevole qualità dei suoi prodotti.  Il concerto fuso nel 1776 per San Giorgio in Braida diede i natali al sistema di suono denominato "alla veronese", nello stesso anno il Ruffini realizzò un prestigioso concerto di otto campane per Colognola ai Colli. Suo valido collaboratore fu Anton Maria Partilora, il cui nome compare su diverse campane accanto a quello del maestro, mentre i suoi allievi furono Bartolomeo Chiappani e Pietro Cavadini.  La produzione del Ruffini interessò anche le province limitrofi a quella veronese, in particolare quella trentina e quella mantovana. Le sue campane vengono considerate capolavori assoluti per la ricchezza del partito decorativo.  La fonderia era situata nei pressi della Porta Nuova.

Pietro Partilora e Antonio Selegari:
il già citato Anton Maria Partilora effettuò fusioni assieme al Ruffini, mentre il nipote Pietro fu il titolare di una propria fonderia tra il 1802 ed il 1821. Realizzò numerosi concerti di campane in città ed in provincia, e la sua fonderia era ubicata nella contrada del "Cigno" in parrocchia di Santo Stefano.  Alla sua morte, nel 1821, la direzione della fonderia venne presa dal collaboratore Antonio Selegari, che continuò l'attività del suo predecessore fino al 1850 circa.

I Chiappani:
famiglia di fonditori trentini, il cui capostipite Bartolomeo era stato allievo del Ruffini. A Verona operò un ramo della fonderia Chiappani durante la prima metà del secolo XIX, condotta da Luigi Ifino al 1837 e dal figlio omonimo Luigi  Ifino al 1852 circa. La fonderia venne aperta dapprima nei pressi di Santa Maria in Organo, successivamente all'interno della chiesetta sconsacrata di San Pietro Martire in Via Sant'Alessio, situata tra Santo Stefano e San Giorgio in Braida.

I Cavadini:
è la famiglia di fonditori veronesi in assoluto più prestigiosa. Il capostipite Pietro, allievo del Ruffini, iniziò l'attività nel 1794 aprendo una fonderia a Montorio Veronese, fonderia che dal 1812 si trasferì a Verona in contrada San Nazaro. Eredi di Pietro Cavadini furono i due figli Francesco e Luigi I, mentre un terzo figlio, Giovanni divenne il titolare di un proprio stabilimento fondendo a sua volta campane tra il 1830 ed il 1850.   I Cavadini realizzarono campane per la maggiore parte delle chiese del territorio veronese, ma la loro produzione interessò in modo particolare anche le province limitrofe oltre a varie località del territorio nazionale, e la qualità complessiva dei lavori effettuati consacrò questa fonderia come una delle migliori in assoluto operante in Italia. Tra le campane significative uscite dalla fonderia Cavadini ricordiamo il concerto di Asiago (1822), Colognola ai Colli (1873), S. Andrea di Mantova (1891), Cattedrale di Palermo (1893), ancora Asiago (1922), Cattedrale di Verona (1931), Sesto San Giovanni (1937), e la Campana dei Caduti di Rovereto (1938). L'ultimo rappresentante della ditta, Luigi II, prima della chiusura definitiva avvenuta nel 1974, realizzò importanti concerti per Fornace di Trento (1962) e Valdagno (1966).

Fonte: Associazione  suonatori di campane  a sistema veronese



venerdì 23 dicembre 2011

MORTO SCHIACCIATO DA UN CAMION «IL COLA» PER L’ANAGRAFE, NERIO MARINI: ERA IL SIMBOLO DELLA CROCE VERDE DI VERONA

Il Cola, per l'anagrafe,  Nerio Marini

ASFALTO INSANGUINATO. Ciclista schiacciato dal camion.   Ennesima tragedia sulle strade. È la dodicesima persona in bici vittima del traffico,  a cui si aggiungono cinque pedoni.  Nerio Marini, 79 anni, è stato travolto dal mezzo pesante all'incrocio tra viale del Lavoro e dell'Industria Tutta la scena è stata ripresa dalle telecamere. Il conducente è stato indagato per omicidio colposo

La chiamata di soccorso, la corsa a sirene spiegate verso la Zai, l'uomo disteso a terra, la voglia di far presto pur mantenendo la situazione sempre sotto controllo.  Un intervento come tanti. Invece no. Quando i volontari della Croce verde si chinano su quel corpo disteso sull'asfalto hanno uno choc.  Perché ai loro piedi, ormai esanime, c'è uno di loro. E non uno qualsiasi. Il numero uno. L'anziano, il consigliere, il comandante onorario.

Nerio Marini, 79 anni, più conosciuto come «il Cola» se ne è già andato. Portandosi dietro una buona fetta di storia del soccorso veronese; e non solo di quello sulle ambulanze. Così alla fine, il pietoso gesto dei volontari in tuta arancione di sollevare i teli bianchi per riparare la salma dallo sguardo dei soliti curiosi finisce per diventare una sorta di involontario tributo, una parata silenziosa sulla strada per colui che alla Croce verde ha dato davvero tutto.


Sessant'anni di servizio, centinaia di interventi, migliaia di ore spese sui campi sportivi di tutta la provincia a vigilare, soccorrere, tranquillizzare, curare. Infinite sere a confronto con gli altri soci e i volontari e con le forze dell'ordine per programmare i servizi, tirare le somme, prevenire disordini. Nerio Marini era tutto questo e molto di più.


Nei racconti di chi lo conosceva emerge prima di tutto l'uomo, il generoso, l'infaticabile, l'amico di tutti. Nerio Marini se ne è andato mentre andava in bicicletta, una delle sue passioni, insieme a quella per la montagna, travolto da un camion in Zona industriale. Ennesima vittima di un traffico sempre più impazzito che fa strage dei più deboli: cinque pedoni, dodici ciclisti, ventiquattro motociclisti uccisi dall'inizio dell'anno in tutta la provincia. Un condominio intero spazzato via.


Toccherà ai vigili ricostruire la dinamica dell'incidente, ma sembrano esserci pochi dubbi su quanto accaduto: le telecamere installate lungo viale del Lavoro hanno ripreso tutta la drammatica scena. Quelle sequenze sono finite nel fascicolo che il comandante dei vigili, Luigi Altamura, ha inviato al sostituto procuratore Marco Zenatelli. Secondo quanto accertato fino ad ora, Marini e il camion della Ecodem, un'azienda di scavi e movimento terra, arrivavano dalla Fiera diretti verso il casello di Verona sud. Al semaforo dell'incrocio con viale dell'Industria il camion ha svoltato verso destra: il conducente, un veronese di 36 anni, non si è accorto che sul lato destro del mezzo c'era la bicicletta che, invece, stava andando dritto. Il ciclista si trovava, con tutta probabilità, nella zona d'ombra del camionista: lo specchietto retrovisore, infatti, non consente di vedere tutto il lato del camion.  Ed è per questo che in molti Stati europei vengono lanciate, su questo tema, delle campagne di informazione per conducenti e ciclisti.


La bici è finita contro la ruota anteriore destra ed è stata trascinata sotto il mezzo, rimanendo incastrata nella parte posteriore, sopra le ruote.  Marini è rimasto schiacciato ed è morto praticamente sul colpo per la gravità delle ferite riportate. Il conducente, indagato per omicidio colposo era sotto choc ed è stato soccorso dai volontari. Camion e bicicletta sono stati posti sotto sequestro.
La notizia della tragedia, alla Croce verde, l'hanno data gli stessi volontari chiamati per soccorrere il ciclista. E improvvisamente, nella sede dell'associazione, è sceso il gelo. Tra i primi ad arrivare sul posto, sono stati l'ex presidente, Giovanni Padovani, e il responsabile di Croce verde Verona, Michele Viscione. Poi via via altri volontari, amici. Viale dell'Industria, in direzione di Golosine, è stata chiusa al traffico. E per un paio d'ore la viabilità nella zona ha subito dei rallentamenti. Il corpo di Marini è stato trasportato all'istituto di medicina legale di Borgo Roma a disposizione dell'autorità giudiziaria.

«PIONIERE ANCHE DEL SOCCORSO ALPINO ERA IL NOSTRO PUNTO DI RIFERIMENTO»

IL RICORDO. Nella sede dell'associazione di volontari, gelo e incredulità. Il «Cola» era tra i fondatori del Gasv . Gli amici: «Quante volte gli abbiamo detto di lasciare la bici»

Dall'archivio riemerge la cartella personale del «Cola». Moduli ingialliti, compilati a mano. Nerio Marini, classe 1932. Data di ingresso in Croce Verde: 1° settembre 1952. Un cimelio, ormai, nelle mani dei soccorritori. Loro, cresciuti sotto l'ala di quel «bonaccione che però esigeva il massimo rispetto delle regole», rigirano tra le dita i fogli, con le lacrime agli occhi. Marini, sessant'anni di servizio in Croce Verde: l'unica ragione di vita, per lui, che non aveva moglie e figli.


Abitava da solo in via Locatelli. Di giorno in Croce Verde, di sera alle riunioni del Gasv (Gruppo alpino scaligero). Sempre in bicicletta. Adesso la sua assenza è palpabile, tra i corridoi e gli uffici della centrale di via San Giacomo, dove nemmeno in un giorno come questo si può abbassare la guardia, e le ambulanze continuano a partire. Tra una chiamata e l'altra ci si passa frammenti di ricordi.


Bei momenti, aneddoti comici, ma anche i moniti andati a vuoto: «Quante volte gli ho detto di lasciar perdere quella bici, che lo sarei passato a prendere in auto. Ma lui niente», dice più di un amico. Perché Marini, alla soglia degli ottant'anni, si sentiva in forma, tanto che continuava ad andare in montagna, l'altra sua grande passione, coltivata anche concedendosi l'immancabile settimana bianca. Del resto, era stato pure uno dei precursori del soccorso alpino e su pista.


«Era la mia prima volta alla guida dell'ambulanza, avevo lui accanto», ricorda Stefano Padovani, consigliere di amministrazione. «Mi bacchettò perché ero passato con il giallo. Era, per tutti noi, come un padre di famiglia, un riferimento». Marini, circa dieci anni fa, era stato insignito del titolo di comandante onorario. Ormai aveva smesso con la parte operativa in ambulanza, per via dell'età.  Ma di abbandonare la Croce Verde, nemmeno l'idea.


Marini faceva tuttora parte del consiglio di amministrazione. E poi continuava ad occuparsi della sua specialità: il servizio sanitario allo stadio Bentegodi, agli incontri di calcio, in veste di coordinatore, insieme a Davide De Petris, istruttore tecnico-amministrativo. «Si può dire che il soccorso durante le partite lo abbia inventato lui», spiega De Petris. «Si divertiva molto a raccontare l'inizio di questa avventura...»


Anni Cinquanta, il vecchio Bentegodi in zona Cittadella. Il giovane Marini si presenta a bordo campo con una barella. «Ma cosa fa?», gli domanda l'arbitro, stupito. «Faccio soccorso», risponde l'altro, in tutta semplicità. Negli ultimi tempi, Marini si era dovuto operare agli occhi a causa della cataratta. «Quei pochi giorni di immobilità gli erano sembrati eterni», dicono gli amici.
 Poi finalmente la guarigione, il ritorno alle attività, alla bici, sempre di corsa, fino alla fine. (L.CO.)

«UNA FIGURA EMBLEMATICA DAL CUORE GRANDE»

IL PERSONAGGIO. Michele Viscione, amico di vecchia data, sottolinea la disponibilità e le qualità umane del «Cola». Comandante onorario, era membro del consiglio «E si identificava bene con lo spirito del gruppo»

«Scompare una delle figure emblematiche dell'anima samaritana di Croce verde. Un uomo che ha dedicato tutta la sua vita fuori dal lavoro, all'associazione».


I vertici della Croce verde sono attoniti. Impossibile riassumere sessant'anni di attività di volontario: «Il Cola è arrivato a vent'anni. Quest'anno avrebbe festeggiato il sessantesimo. Aveva percorso tutte le tappe: da volontario a caposervizio, poi era entrato nel consiglio di amministrazione; era stato comandante e, infine, comandante onorario». E aggiungono: «Aveva un grande spirito di servizio che bene si identificava con lo spirito di un'associazione che è portata a soccorrere gli altri. Croce verde, oggi, è muta. È accaduta una cosa a cui non si era preparati. Il Cola era nella coscienza collettiva l'emblema della Croce verde»


Ieri sera era in Croce verde era in programma l'assemblea per l'approvazione del bilancio. Ma l'appuntamento è diventato anche un modo per ricordare Marini.
«Abbiamo passato quarant'anni insieme», ha ricordato ieri mattina Michele Viscione, responsabile della Croce verde Verona. «Il Cola era un amico, una brava persona. Non so cosa proverò quando non lo vedrò seduto al suo posto, in assemblea. Per la Croce verde ha dato tutto, aveva un grande cuore».


Marini era anche conosciuto per l'altra sua grande passione, la montagna. Con altri soci, Marini, nel 1954 aveva fondato il Gasv, il Gruppo alpino scaligero Verona, sottosezione del Cai e associazione che vanta senza dubbio un posto d'onore nel mondo alpinismo scaligero. Basti pensare che il Gasv è stata la culla del Soccorso alpino che ha mosso i primi passi a Verona alla fine degli anni Sessanta.

Marini è stato tra i fondatori di entrambi e ha presieduto anche il Gasv.

Tra l'attività di soccorso, compiuta da Marini, non va dimenticata quella sulle piste da sci che tutt'oggi viene compiuta dal Gasv sulle piste del Veronese e del Trentino.

«COLA, ERI UN GRANDE CI MANCHERAI MOLTO»

TESTIMONIANZE. Sul nostro sito internet il saluto di amici e soccorritori. Altamura: «La sua perdita è un duro colpo per tutti»

«Quando si rileva un incidente mortale è sempre doloroso, anche per noi. Ma quando la persona deceduta la conosciamo bene, come nel caso di Nerio, è ancora più difficile». Il comandante dei vigili, Luigi Altamura, «Il Cola» lo conosceva bene, anche da ex poliziotto. 
«Era il primo a prestarci soccorso quando c'erano i disordini allo stadio. E ogni venerdì era presente al Goss, il Gruppo operativo di sicurezza allo stadio che organizza i servizi di prevenzione in occasione delle partite.  Era un punto di riferimento per tutti noi, una persona elevata nello spirito. La sua perdita è un duro colpo». 


Marini inoltre era un punto di riferimento anche durante la stagione areniana, quando la Croce Verde con il suo mezzo mobile all'esterno dell'anfiteatro svolge attività di soccorso e primo intervento per le migliaia di spettatori che assistono all'opera e ai concerti rock.


La scomparsa del «Cola» ha colpito duramente tutto il mondo dei soccorritori: sul nostro sito www.larena.it Nerio Marini è stato ricordato dagli amici per la generosità e disponibilità, oltre che professionalità. Un'assenza che sarà difficile da colmare.


«Il "Cola" era un grande per la sua umanità e disponibilità. Ho lavorato per anni come medico sulle ambulanze, uscendo anche con lui; quando ho letto il nome stamattina, speravo fosse un omonimo».


«Un abbraccio a una persona eccezionale e ai suoi cari», scrive Coroner.


Carlo Mazzi aggiunge il suo ricordo: «Un uomo illuminato, una guida un esempio che ho tentato nel mio piccolo di seguire. Grazie Cola per quello che mi hai insegnato, a me ed a tutti i volontari della Croce verde mancherai tantissimo».


Simone, soccorritore pure lui, racconta: «Sono un soccorritore di mestiere e mi è già capitato una volta di dover intervenire su persone care, non è affatto facile... questa volta mi è stato risparmiato. Ciao Cola, mancherai a molti qua giù». 


Infine Claudio Tubini: «Onore al "COLA" (Marini Nereo) per la sua grande bontà e per la sua grande dedizione e disponibilità verso il prossimo, sia nell'ambito della Croce Verde sia nell'ambito Cai quale ex Soccorritore alpino e ex Istruttore della scuola di alpinismo "Priarolo"».

«CICLISTA UCCISO DAL CAMION 
«SERVONO PERCORSI PROTETTI»
I soccorritori della croce verde increduli sul luogo dell'incidente

GLI AMICI DELLA BICICLETTA. Una sorella di Marini è la socia più anziana dell'associazione. Fabbri: «In zona Zai ci sono larghi marciapiedi poco utilizzati: basterebbe un po' di vernice per ricavare ciclabili in piena sicurezza»


Verona. Percorsi ciclabili protetti. Solo così, secondo Paolo Fabbri, presidente degli Amici della Bicicletta, si possono evitare incidenti come quello che è costato la vita a Nerio Marini. E Michele Bertucco, candidato sindaco per il centrosinistra, attacca l'amministrazione: «Negli ultimi cinque anni, insufficienti opere per la sicurezza di pedoni e ciclisti».


Fabbri spiega: «Si tratta di un fatto gravissimo, che va ad incrementare il numero di ciclisti deceduti quest'anno. Una delle due sorelle del defunto, tra l'altro, è la nostra più anziana e cara socia, cui esprimiamo grande cordoglio». E prosegue: «Verona è in cima a diverse graduatorie negative, tra cui quelle per numero di scontri e per smog. Nella zona della Zai teatro dell'incidente, fare sicurezza è meramente una questione di... vernice. Esistono larghi marciapiedi poco battuti dai pedoni che potrebbero tranquillamente essere dedicati anche ai ciclisti, al prezzo di qualche spennellata e segnale stradale». 


Fabbri critica poi l'operazione che si è scelta di fare su corso Milano, appena rinnovato con la pista ciclabile, e già modificato con l'introduzione di più stalli a bordo strada. «Non va certo a favore della tutela dei ciclisti se il sindaco, su richiesta di un tabaccaio, decide di restringere le corsie per le bici in favore delle auto. Un altro errore è stato fatto in corso Porta Nuova, eliminando attraversamenti pedonali. Chiediamo che il Comune applichi finalmente il piano del traffico a tutela degli utenti deboli della strada».


Ma da Palazzo Barbieri non arrivano commenti. Si fa notare, piuttosto, che in altri paesi europei vige l'obbligo, per i camion, di sensori laterali che sopperiscano alla carenza di visibilità causata dall'angolo cieco.


Non tace, invece, Michele Bertucco. «Le campagne demagogiche degli ultimi anni non hanno minimamente contribuito a migliorare la sicurezza stradale, nervo scoperto di questa città. Mentre i reati sono andati naturalmente diminuendo da noi come in altre città, i morti e i feriti sulle strade continuano ad aumentare. Si contano sulle dita di una mano le zone 30 realizzate dall'attuale amministrazione, le nuove isole pedonali installate, gli interventi approntati per la sicurezza di ciclisti e pedoni. Eppure», continua Bertucco, «si tratta di realizzazioni di scarso valore economico, ma che hanno un forte e reale beneficio, sia sulla qualità dell'aria, contribuendo a limitare il numero di auto in circolazione, sia sul piano della civiltà urbana».  

TRA I CICLISTI: LA BICI È UNA GUERRA MA NON CI ARRENDIAMO

Comoda per evitare gli incolonnamenti e la ricerca affannosa del parcheggio. In più, ecologica e salutare. È la bicicletta. I ciclisti abituali in città non saranno la maggioranza - si stima circa il 6-7 per cento dei veronesi - però difendono con convinzione la propria scelta di mobilità alternativa. E alla luce dei numerosi incidenti, in cui la peggio ce l'ha chi va sulle due ruote a pedali, invocano più attenzione da parte dell'amministrazione e degli stessi automobilisti. Perchè, dicono, le strade non sono sicure e chi va in macchina non tiene in considerazione gli utenti "deboli", pedoni e ciclisti in primis.


Intercettando i ciclisti che attraversano il centro, ci si accorge di quanto la bici sia un mezzo trasversale. La usano uomini e donne, giovani e anziani, veronesi e stranieri. 


«Da vent'anni vado al lavoro in bici, dallo Stadio a Porta Vescovo. Che dire? Ogni giorno, in strada, è una guerra», spiega Franco Nogara, 53 anni. 


«Gli automobilisti non considerano la nostra presenza. Rispetto a città più avanzate sotto quest'aspetto, per esempio Ferrara, da noi si nota una vistosa carenza di cultura. Ma tra i pericoli ci sono anche buche e crepe in cui le ruote si possono infilare, soprattutto la mattina presto quando per il buio non ci si vede bene».


Anche Graziella, 47 anni, usa la bici per andare al lavoro. «In centro, è più veloce dell'autobus e, naturalmente, molto più economica dell'auto. E poi mi piace. Ma tante volte mi sono ritrovata a schivare portiere aperte all'improvviso, o frenare bruscamente a causa di chi mi taglia la strada. Si dovrebbe fare maggior sensibilizzazione, partendo dalle scuole».


Giulia C., 22 anni, pedala ogni giorno da San Zeno all'università: «In centro storico, nelle vie a senso unico, mi sento più sicura, nonostante il pavè non sia il massimo. Alzo la guardia quando devo attraversare alcuni snodi principali, evitando accuratamente le corsie dei taxi».


Anche un anziano dice di fare attenzione alle corsie preferenziali: «Quando sento arrivare un autobus, mi fermo, lo lascio passare, e riparto. Ho troppa paura che non mi veda».
Infine Natalia, domestica d'origine moldava, non ha altro mezzo per spostarsi se non la bici, con cui passa da un quartiere all'altro. 
«Sarebbe bello se ci fossero più percorsi protetti. Sulla nuova pista ciclabile in corso Milano, per esempio, mi sento molto più tranquilla di un tempo».

Fonte: srs di Lorenza Costantino, da L’Arena di Verona di giovedì 22 dicembre 2011
Fotoservizio: Costantino  Fadda



COMMENTI DAL SITO L’ARENA DI VERONA

1 buteldeverona 22/12/2011 16:04
In ogni città europea dove la mobilità ciclabile è considerata una risorsa ci sono i vigili che tutelano gli interessi delle due ruote, multando chi parcheggia sulle piste ciclabili, sanzionando chi parcheggia l'auto sui posti riservati alle biciclette, segnalando al comune le piste ciclabili su cui intervenire... Qui a Verona non c'è nulla di tutto questo

2 Folcus 22/12/2011 15:00
bisognerebbe anche educare il pedone e il ciclista a non passare col rosso, a non attraversare la strada dove vuole ma dove sono presenti le strisce, ad usare le piste ciclabili dove sono presenti, a non circolare in gruppi ma in fila dove queste non sono presenti...insomma, accusare sempre e solo auto e camion non è la cosa giusta...

3 girmi 22/12/2011 13:55
Le piste ciclabili a Verona, PURTROPPO, servono solo a riempire una statistica con cui Corsi e Tosi "dimostrano" che a Verona ci sono "tot" km di piste ciclabili. Come siano costituite, quanto siano SICURE, e quanto siano USATE a Corsi e Tosi NON INTERESSA. Loro sono degli automobilisti incalliti, e si vede, e fanno SOLO parcheggi, rotonde, nuove corsie, e sincronizzano i semafori al nanosecondo (come se questo servisse a qualcosa).  BASTA USARLE, come il trasporto pubblico, per capire e rendersene conto. Da Piazza Bra' al Policlinico, ad esempio, ci sono ben DICIASSETTE ATTRAVERSAMENTI DI STRADE, la maggior parte, NON REGOLATI DA SEMAFORI e con STRADE AD ALTO TRAFFICO. Questo significa che i "tracciatori" di piste ciclabili le disegnano come gli capita per non perdere tempo. NESSUNO SI INTERESSA ALL'UTILIZZO IN SICUREZZA. Quando mai le famiglie manderanno i propri figli in bici a scuola? Nessuno si fida! Questa cara persona che ha servito i veronesi e' morto schiacciato da un camion!!

4 franco_filardi 22/12/2011 13:02
Ci vorrebbe anche maggiore responsabilità dei ciclisti nell'usare, dove presenti, la piste ciclabili e, quando non presenti, procedere in fila anziché occupare tutta corsia chiacchierando del più e del meno col vicino di bici...

5 nico84 22/12/2011 12:08
...tuttavia un po' di educazione stradale ai ciclisti non guasterebbe...contromano, rossi non rispettati, mancate precedenze....sono all'ordine del giorno!!!! Magari qualche multina in più anche x loro non sarebbe male così magari ci penserebbero due volte prima di sfrecciare come se fossero i padroni della strada...della serie "tanto io sono in bici e posso fare quello che voglio!"

6 marlui46 22/12/2011 09:18
Nel traffico urbano pedoni e ciclisti sono l’anello più debole e deve essere meglio protetto: non ha senso continuare a migliorare le caratteristiche di sicurezza di auto e moto se non si affronta il problema di dare sicurezza ai cittadini che si muovono a piedi o in bicicletta. Occorrono marciapiedi più ampi e non sconnessi (si pensi agli anziani e a chi conduce delle carrozzine) e corsie protette per ciclisti. Valorizzare queste fasce di movimento è anche un modo per combattere l’inquinamento.


TRAVOLTO DAL CAMION, L'ULTIMO SALUTO A NERIO MARINI


TRAGEDIA IN ZAI. I funerali domani in Duomo. L'altra sera il ricordo degli amici in Sala Marani.  Messaggi su Facebook e sul sito della Croce verde per ricordarlo Padovani: «Era un uomo trasparente, di poche parole, ma rigorose»

Sulla home page della Croce Verde, una foto e una frase. Nerio Marini in divisa arancione, sorridente. E sotto: «Ciao Cola!». Lo stesso sulla pagina Facebook dell'associazione, con in più una lunga lista di messaggi d'addio: «Grazie Cola, eri e rimani un mito, con te se ne va un pezzo della Croce Verde».


L'ultimo viaggio di Nerio Marini, per gli amici «Cola», classe 1932, partirà dal Duomo, la parrocchia in cui era cresciuto, e dalla quale non si era mai staccato, pur abitando altrove. Il funerale dello storico operatore della Croce Verde, travolto da un camion mentre percorreva viale del Lavoro con la sua inseparabile bicicletta blu, si terrà domattina, alle 10. Il nulla osta per la sepoltura è arrivato ieri.
 Alla cerimonia saranno presenti, oltre alle due sorelle e agli altri familiari, tutti i componenti delle associazioni per le quali Marini, celibe, aveva speso con entusiasmo la propria vita: oltre alla Croce Verde, il Gasv (Gruppo alpino scaligero Verona), in cui esprimeva la sua passione per la montagna, e poi il Soccorso alpino, del quale era stato tra i fondatori.

Ma il ricordo del «Cola», come tutti lo conoscevano, è avvenuto in modo informale ed emozionato già l'altra sera, in una sala Marani gremita da alcune centinaia di persone. La tradizionale assemblea di fine anno si è trasformata in una riunione di amici, in onore di quell'uomo che per tutti è stato un punto di riferimento, un timoniere, sul lavoro, nel volontariato e nella vita.


Amici di vecchia data, quindi, ma soprattutto soccorritori: generazioni da lui svezzate nel campo dell'emergenza sanitaria, tra chiamate e corse in ambulanza contro il tempo. Del resto Marini, in Croce Verde, era entrato a vent'anni, il primo settembre 1952: prestava servizio sanitario alle partite di calcio quando ancora lo stadio si trovava in zona Cittadella. E se non gli fosse successo di entrare nell'angolo cieco di quel camion in svolta, chissà per quanto tempo ancora avrebbe calcato i corridoi della centrale in via Polveriera Vecchia. Di smettere, nonostante l'età, non ne aveva la minima intenzione.


«Ognuno ha i suoi ricordi personali, certo. Ma tutti coloro che hanno conosciuto il Cola hanno questo in comune: il fatto di sentirlo come un punto di riferimento», spiega Stefano Padovani, consigliere di amministrazione della Croce Verde e vecchio amico di Marini. «Era uomo di poche parole, ma rigorose. E tra queste, non c'era mai un improperio, nemmeno il più piccolo. Diretto, limpido, trasparente. Conosceva statuto e regolamento meglio di chiunque altro. Nell'associazione, aveva idee che talvolta non coincidevano con quelle degli altri, come sempre succede. Però lui ci metteva l'anima. Quanti volontari avrà allevato? Migliaia...».


Le telecamere lungo viale del Lavoro hanno ripreso la drammatica scena, e sono risultate fondamentali per ricostruire l'accaduto. Camion e ciclista affiancati per alcuni metri, poi il mezzo pesante che svolta a destra in via dell'Industria. La bici finita contro la ruota anteriore destra e trascinata sotto il mezzo, rimanendo incastrata nella parte posteriore. Una morte istantanea, inesorabile. Anche se i «suoi» ragazzi sono giunti di filato sul luogo dell'incidente, svolgendo tutte le operazioni per bene come lui aveva insegnato loro, non c'è stato nulla da fare.
Ora resta l'eredità spirituale del Cola, da far fruttificare, in favore di altre vite.

Fonte: srs di Lorenza Costantino da L’Arena di Verona di  23/12/2011