domenica 11 settembre 2011

CANCELLARE I RICORDI DOLOROSI: L'ULTIMO TRADIMENTO DI UNA SCIENZA SENZA COSCIENZA


Sembra quasi che gli esseri umani dimentichino sempre più fretta, che si sbarazzino del proprio passato con una impazienza quasi mista a vergogna nei confronti di esso; e che affrontino il domani con lo stesso atteggiamento di superficialità e improvvisazione, di scarsa responsabilità e coerenza.

Peggio ancora, si direbbe che, così facendo, essi si tendano a considerarsi "liberi" e autentici: liberi dalle catene del passato e dai timori del futuro, e autentici perché nell' “hinc et nunc”, nella grossolana filosofia materialista del "qui e ora" (cattiva versione modernista del "carpe diem" di epicurea memoria) ritengono di essersi emancipati dal pesante fardello che l'ieri e il domani tenderebbero ad imporre loro.

Avevamo sostenuto, però, che si tratta in realtà di una illusione, e di una funesta illusione.  Infatti, sbarazzarsi del passato non soltanto è una forma di autentica barbarie, nel senso di oblio delle radici e quindi dell'autenticità; ma è anche una rescissione del nostro autentico essere, che è tutto il nostro essere e non solo una parte di esso, quella che di volta in volta ci piace o ci fa più comodo.

Noi siamo quello che siamo, perché siamo stati quello che siamo stati; e saremo quello che saremo, perché siamo e siamo stati quello che ora siamo e che ieri siamo stati.
Certo, noi possiamo anche rinnegare il nostro passato, disconoscere la temporalità come storia per ridurla a mera successione di enti ed eventi omologabili e sostituibili; ma una tale infedeltà verso la rete temporale in cui siamo avvolti non ci garantisce affatto un maggior grado di libertà, ma, al contrario, un maggior grado di inautenticità e quindi di non-essere.

Tutte queste riflessioni ci sono tornate in mente leggendo un breve articolo della rivista di psicologia "Mente & Cervello" (sì, avete letto bene: con la & commerciale), tipico esempio di quella visione riduzionista, materialista e meccanicista che oggi va tanto di moda nell'ambito della divulgazione scientifica o, per meglio dire, scientista; di quel pensiero unico tronfio e compiaciuto che, come direbbe il filosofo Gabriel Marcerl, nel mondo non conosce misteri ma soltanto problemi, ossia interrogativi che ci sollecitano dall'esterno, senza coinvolgere la totalità del nostro essere e senza farci aprire alla dimensione misteriosa del trascendente.

Come già abbiamo avuto modo di sostenere,  la persona è un mistero perché la sua essenza è l'Essere; noi crediamo di conoscere le cose solo per il fatto che sappiamo dare ad esse un nome, le cataloghiamo, le descriviamo; tutto il sapere scientifico moderno non è che catalogazione e descrizione di fenomeni.

Questo vuol dire conoscere solo la superficie delle cose: il fenomeno, appunto (per dirla con Kant), non certo il noumeno.

Le cose in sé, la loro essenza profonda, ci rimangono nascoste; peggio, non sospettiamo neppure che esistano: perché per noi, figli di questo rozzo e presuntuoso materialismo scientista, la superficie delle cose e le cose stesse sono un'unica realtà, sono sinonimi.

L'articolo della rivista "Mente & cervello", firmato con la sigla df, s'intitola “Cancellare i ricordi dolorosi”, mentre il sottotitolo recita che “Liberarsi dai ricordi negativi potrebbe essere una capacità inesplorata del nostro cervello”.

Si vede che l'Autore dà per scontato che “doloroso” e “negativo” sono perfettamente sinonimi, il che è tutto da dimostrare; comunque vale la pena di riportare integralmente l'articolo in questione, perché illustra a meraviglia - si fa per dire - quell'atteggiamento di spregiudicato pragmatismo edonistico, camuffato da concentrato di buoni sentimenti (lotta contro la sofferenza, miglioramento della qualità della vita, ecc.) che ai signori del pensiero unico scientista sembra il non plus ultra della modernità, intesa come ineffabile alleanza di efficienza manageriale e di filantropia spicciola.
«Un brutto ricordo o una delusione possono essere dimenticati a comando, se davvero lo desideriamo. Lo sostiene una ricerca pubblicata su "Science" che, con la risonanza magnetica, avrebbe individuato alcune aree del cervello coinvolte nella rimozione dei ricordi. Una scoperta che sembra porre fine a un dibattito durato più di un secolo. Fu il padre della psicanalisi Sigmund Freud, infatti, a suggerire per primo che la nostra mente possa volutamente sopprimere i ricordi negativi. Ma l'ipotesi è rimasta fino a oggi altamente controversa.

Brendan Eliot Depute e colleghi, dell'università del Colorado a Boulder, hanno mostrato a 16 volontari 40 fotografie di volti umani, associando ciascuna a un'immagine dal forte impatto emotivo, come un incidente stradale o un soldato ferito. Poi hanno mostrato loro solo le foto dei volti, chiedendo di richiamare solo l'immagine negativa associata, oppure di non farlo. Frattanto monitoravano la loro attività cerebrale. Quando cercavano di ricordare, i soggetti hanno richiamato correttamente circa il 71% delle immagini. Quando cercavano di dimenticare, invece, l'associazione affiorava solo nel 53% dei casi.

Una differenza piccola, ma significativa, che sembra riflettersi nella diversa attività cerebrale. Chi si sforzava di non pensare all'associazione, infatti, mostrava maggiore attività in alcune aree della corteccia prefrontale destra, che controlla il pensiero e il comportamento. E mostrava minore attività in alcune aree della corteccia visiva, dell'ippocampo e nell'amigdala, coinvolti nella registrazione delle esperienze e delle emozioni. Questo dimostra, secondo gli autori, che è possibile sopprimere attivamente un ricordo. Perché in tal caso la corteccia prefrontale “spegne” i circuiti contenenti informazioni sensoriali ed emotive legate alle memorie indesiderate.»

Ancora manipolazione a 360°, dunque (sta diventando un'ossessione, come nella biologia e nella genetica); ancora tecniche invasive, basate sull'idea di un corpo e di una mente che possono essere trattati come parti smontabili di un meccanismo.

E in nome di che cosa?

La parola chiave viene fuori proprio all'ultima frase, all'ultima riga, all'ultima parola, appunto: “indesiderate”: si tratta di spegnere i circuiti neuronali che portano al cervello il ricordo indesiderato di eventi dolorosi. Doloroso uguale negativo, uguale indesiderato: un tratto di penna et voilà, il gioco di prestigio è fatto: niente più ricordo indesiderato, niente più emozioni negative, niente più realtà indesiderate.
Semplice, no? Come bere un bicchier d'acqua.
Ancora una volta dovremmo dire “grazie” a questa scienza senza coscienza, che ci spiana la strada liberandoci da tanti fastidi che appesantiscono la nostra vita, già tanto affaticata dalla necessità di tenere il ritmo in questa società selvaggiamente competitiva, dove perfino lo svago e il riposo diventano sovraccarico di ulteriore tensione.

I nostri rozzi progenitori bruciavano gli stregoni come in una sorta di rito di purificazione collettivo; ora i nostri sofisticati scienziati “bruciano” i circuiti sgraditi della corteccia pre-frontale; ed ecco, la purificazione è ottenuta all'istante e, quel che più conta, in modo perfettamente indolore.

È davvero una cosa piacevole vivere nel confortevole terzo millennio, circondati da amorevoli scienziati che si prendono cura con tanta sollecitudine del nostro benessere!

Ce ne sentiamo consolati e confortati oltre ogni dire; anche perché il vecchio Dio ci confortava poco e male, come un prestigiatore inesperto, mentre i moderni psichiatri (e biologi, chimici, ecc.), loro sì che sono veramente efficienti, e mantengono le loro promesse di liberarci dagli affanni e dal dolore!

Ahimé, forse le cose non sono così semplici e forse non è tutto oro quello che luccica.
Innanzitutto, se è vero che noi siamo quello che siamo grazie alla continuità della nostra coscienza, sopprimere a piacere i ricordi che non ci garbano equivale a un autentico tradimento nei confronti di noi stessi, ossia dell'Essere di cui siamo partecipi.

Potremmo paragonare una tale operazione alle falsificazioni della chirurgia estetica, in cui i corpi vengono ricostruiti artificialmente, eliminando tutto ciò che non piace e modellando o creando tutto ciò che si vorrebbe possedere, ma che la natura non ci ha dato.

Al contrario, sono proprio le esperienze dolorose quelle che maggiormente ci permettono di crescere spiritualmente, certo molto più di quelle gratificanti: questa è una semplice verità che i nostri nonni ben conoscevano, anche se avevano frequentato la scuola (al massimo) fino alla quinta elementare.

Il dolore è formativo, così come lo sono la rinuncia volontaria, il sacrificio, l'attesa e, in generale, il senso del dovere contrapposto a una aspettativa frenetica e smodata.

In secondo luogo, la rimozione dei ricordi dolorosi, quand'anche fosse possibile (e può darsi che, tecnicamente, lo sia), costituirebbe un grosso errore anche dal punto di vista di questi signori del pragmatismo, dell'efficientismo e dell'edonismo indiscriminati.

Come tutti sanno, la sensibilità al dolore fisico è quello che ci salva, nella nostra vita quotidiana, da situazioni che metterebbero a rischio la nostra incolumità: se le nostre terminazioni nervose non portassero al cervello la sensazione della scottatura, noi prenderemmo in mano la pentola bollente e, magari, ce ne rovesceremmo addosso il contenuto, senza darci pensiero delle conseguenze di simili atti.

Ebbene, per il dolore psicologico è esattamente la stessa cosa.

Se potessimo azzerare i ricordi dolorosi, noi ripeteremmo sempre gli stessi errori e non impareremmo mai nulla; anzi ci esporremmo continuamente a nuove sofferenze, in un circolo vizioso da cui verrebbe esclusa ogni prospettiva di crescita e di redenzione.

Nietzsche, con la sua dottrina dell'eterno ritorno dell'uguale, si spingeva fino a ipotizzare una redenzione del passato, come nel nostro precedente articolo.

Noi non arriviamo a tanto e ci basta pensare alla necessità, per l'essere umano, di una redenzione dal passato; ma nessuna redenzione sarà mai possibile - lo ripetiamo - se non facendo i conti, onestamente e virilmente, con la totalità di esso, anche e soprattutto con la sua parte dolorosa.

Ecco dunque la Nemesi cui perviene questa scienza senza coscienza, ecco gli esiti cui giungono quanti si affidano ad essa cercandovi solo un preteso "benessere" di tipo edonistico, ma tradendo le istanze profonde che fanno dell'essere umano una persona. Là dove si credeva e si sperava di trovare la liberazione dal dolore, si cade invece in una spirale insensata di reiterazione del dolore: insensata perché, sopprimendo il "campanello d'allarme" del ricordo doloroso, ci espone a rivivere, sulla nostra pelle, dieci cento mille volte, la stessa sofferenza. Sofferenza che, di per sé, è un'esperienza negativa solo se da essa non siamo in grado di imparare nulla, di elaborare nulla per il nostro progetto di evoluzione spirituale.

Possibile che i ricercatori dell'Università del Colorado, profumatamente pagati per i loro sofisticati esperimenti, e gli improvvidi cantori nostrani delle magnifiche sorti e progressive, non ci abbiano fatto nemmeno un pensierino?

Fonte: srs di  di Francesco Lamendola; per Edicolaweb


venerdì 9 settembre 2011

Troppo adulto



L'adulto è colui che ha finito di crescere in lunghezza e continua in larghezza.
 Mi sa di essere troppo adulto!

giovedì 8 settembre 2011

Paradiso Comerlati detto Tullio: 105 anni ben portati.

Il centenario Paradiso Comerlati detto Tullio

Velo Veronese, estate 2011
Seduto al Bar Lessinia, il più  “giovane”  abitante di Velo Veronese  intrattiene,  con qualche battuta, i villeggianti  che lo vanno a   salutare.  Lui è Paradiso Comerlati, detto Tullio: 105 anni ben portati.
Se gli chiedi il segreto della  sua lunga vita, ti solleva il bicchiere, ti guarda negli occhi  e, con voce ancora squillante: “Eccolo qua! Un sorriso, un bicchiere di recioto  al  giorno e, il Paradiso può aspettare….”.

Il miglior testimonial del  “cerioto” veronese!

martedì 6 settembre 2011

La mia grande nonna, Mariabambina Pozzi ved. Cescutti

 Mariabambina Pozzi  ved. Cescutti (19/06/1923 - 27/11/2008) 

Una donna speciale che ha saputo affrontare le difficoltà della vita a testa alta senza mai perdere il coraggio e la fede. Sul suo volto è rimasta impressa nel tempo l'ingenuità di bambina, proprio come il suo nome, così come nel carattere buono e gentile verso tutti.
Chiunque l'abbia conosciuta è rimasto impressionato dalla sua cortesia, dalla trasparenza con cui faceva ogni cosa e dal suo modo di dire sempre "grazie". lo, naturalmente, sono di parte, dato che per me è stata una nonna stupenda.
Ha saputo supplire agli affetti che purtroppo la vita mi ha portato via e ha fatto sempre in modo che non mi mancasse nulla.
Tutto ciò che sono lo devo a lei e soprattutto spero, un giorno, di riuscire ad essere almeno la metà di quello che era, perché la mia nonna non ha eguali in ogni senso!!! !
Ti voglio un mondo di bene e non smetterò mai di ringraziarti per tutto l'amore che mi hai dato.

Con tutto il mio cuore          .
La tua nipote Cristina Cescutti

lunedì 5 settembre 2011

DON ALBERTO BENEDETTI, IL “PRETE ANARCHICO” DELLA LESSINIA

A destra Don Alberto Benedetti

El prete dal Sheré : una vita autentica guidata dall'amore per la cultura, la scienza e il territorio con i suoi abitanti. La forza di non sottomettersi mai, la coerenza, il coraggio di un grande precursore. Tutte le sue esperienze raccontate dai libri, i pensieri e gli oggetti raccolti nella casa-museo di Ceredo (Sherè).

Occhiali rotondi da intellettuale, grossi scarponi da montanaro e una vecchia Renault 4. Così la gente  di Ceredo ricorda Don Berto, quel prete speciale, uomo di scienza e cultura che si definiva anarchico, che non celebrava più la messa nella chiesa del paese ma nella sua casa e che tuttavia continuava a considerarsi membro della Chiesa.

Don Alberto nasce a Ceredo nel 1911 da una famiglia molto povera. Il padre parte per le Americhe quando il figlio ha solo tre anni, episodio che segna la sua vita in maniera molto forte. Dapprima infatti, divenuto sacerdote, don Alberto decide di diventare missionario per poter aiutare gli emigranti all'estero, cosi come avevano fatto i missionari di Padre Bonomelli con il genitore.
«Cambia idea dopo il bombardamento del Seminario, fatto che gli fa perdere fiducia nei conclamati valori della scienza, della civiltà e della morale» ci racconta l'insegnante Nadia Massella, curatrice degli scritti e amica di don Benedetti per molti anni.
«Diventa anarchico perché gli Stati non possono distruggere la cultura dei popoli» prosegue la professoressa
«Da quel momento riconosce solo le leggi della natura, non quelle scritte da altri uomini alle quali si riserva il diritto di disobbedire quando in disaccordo».

Don Alberto si ritira quindi a Ceredo, il paese natale. E' la Lessinia del dopoguerra, impoverita dalla forte emigrazione, una terra in crisi d'identità, in bilico fra due ere: il passato ricco di fatica e tradizione e il futuro alla ricerca della modernità a fondovalle, in città, all'estero. Per don Alberto è in questo territorio che c'è da lavorare, per impedire che la gente debba abbandonare la propria famiglia e il proprio paese, staccarsi dalla cultura che l'ha generato e quindi perdere le proprie radici.

Don Benedetti è un uomo di azione, crede fermamente che l'uomo debba operare nel mondo per migliorare le proprie condizioni, nel rispetto dell' ambiente che gli ha dato la vita e nei confronti del quale ha un grande debito. Non a caso sulla facciata dell'isba (capanna russa, ndr), l'abitazione da lui stesso costruita, campeggiano la visualizzazione della fotosintesi clorofilliana, la formula della relatività di Einstein e la famosa frase pronunciata dal Faust di Goethe: Im Anfang war die Tat  (in principio era l'azione,).
«L'azione degli agenti chimici, la reazione, il fare come principio dell'essere, Dio» precisa Nadia. Azioni quelle di don Alberto volte a preservare la cultura della piccola comunità montana nei confronti dell' omogeneizzazione della civiltà dei consumi, dei mass media e dell'allora globalizzazione.

Don Alberto si adopera, anche lavorando fisicamente, per collegare il paesino con la strada provinciale che scende nella Valpantena e prosegue a Verona, si interessa alla costruzione dell' acquedotto affinché a Ceredo ci sia l'acqua corrente, costituisce delle cooperative per la lavorazione della pietra locale. Ma è nell'istruzione che don Alberto vede il più importante punto di partenza. Per questo, insieme ai professori Giovanni Solinas e Lorenzo Giacopini dà il via, nei primi anni '70, alla scuola media serale che ha riunito per un anno 45 partecipanti adulti fra Ceredo, Fosse, Cerna, permettendo così a molte persone di ottenere il diploma della scuola dell'obbligo.

Don Alberto è un personaggio controverso, non vota, neppure DC, perché non si fida di nessun governo e non sempre è d'accordo con i suoi concittadini. Decide ad esempio di non celebrare più la messa in chiesa dopo il restauro, di cui avrebbe voluto occuparsi lui stesso. Non vi metterà più piede, preferendo officiare il servizio liturgico nella sua isba dedicandosi a studi e ricerche.

Il sacerdote ci lascia nel 1997 e insieme alla vita lascia nella sua casa migliaia di libri di scienza, tecnica, filosofia, letteratura italiana e soprattutto tedesca che sono stati alla base del suo credo. Lascia volumi di tecnica, paleontologia  e preistoria che ne testimoniano la passione per la capacità di trasformazione dell'uomo nel suo divenire storico. Rimangono reperti bellici, oggetti metallici costruiti dal sacerdote stesso, la sua bicicletta con la quale perlustrava strade e sentieri. E' una casa che è divenuta testimone del suo vissuto che la nipote Maria ha voluto preservare, anche grazie all'aiuto di Nadia Massella che ha curato l'archiviazione dei volumi della biblioteca. Maria vorrebbe rendere fruibile la casa al pubblico ed è soprattutto disponibile a far consultare i preziosi libri a chiunque fosse interessato. Per questo ne pubblichiamo il numero telefonico: 0457535063.


UNA DELLE  PREGHIERE CON LA QUALE,  A VOLTE, TERMINAVA LA SANTA MESSA

AMA IL CREATORE

Ama la terra.
Lavora gratuitamente,
conta su quello che hai e sii povero.
Ama qualcuno che non se lo merita.
Non ti fidare del governo,
di nessun governo,
e abbraccia gli esseri umani,
nel tuo rapporto con ciascuno di loro
riponi la tua speranza politica.
Approva nella natura quello che non capisci
E loda quella speranza,
perché ciò che l'Uomo non ha razionalizzato non ha distrutto ...
Metti l'orecchio vicino alla terra e ascolta
I bisbigli delle canzoni future.
Aspettati la fine del mondo.
Sorridi,
il sorriso è incalcolabile.




GLI SCRITTI DI DON ALBERTO BENEDETTI

Insediamenti umani sulla montagna veronese, Taucias Gareida, Verona, 1983.
Montagne e montanari da Verona a Kufstein, La Grafica, Verona, 1987.
Storia naturale di faida, tipografia "La Grafica", Verona, 1988.
Storie de l'arbio, tipografia "La Grafica", Verona, 1991.
Aquile bianche del Monte Baldo, La Grafica, Verona, 1994.
Prediche inutili, "La Grafica", Verona, 1998.

Numerosi inoltre i contributi Sul Quaderno Culturale della Lessinia. Diversi anche gli scritti su don Alberto, fra i più importanti:
Il film - Lessinia Heimat des don Alberto- "Lessinia patria di don Alberto", regia di Josef Schwellensattl
A. Andreloni, Il prete dei castagnari, La Grafica, Verona, 2001


Fonte: srs di Debora Rollo, da Pantheon il magazine di Valpantena e Lessinia, (luglio 2011)


ANARCHICO E SOLITARIO, ECCO IL «PRETE SALVEGO» CHE AMAVA I MONTI

[di Vittorio Zambaldo • 2001] 


Un libro di Alessandro Anderloni su don Benedetti.  A quattro anni dalla sua morte il «prete dal Serè», don Alberto Benedetti, dal basso delle sue prediche inutili, continua a parlare con la voce degli amici che lo hanno conosciuto e di chi ne ha capito lo spirito e il messaggio...

Il giorno di Ferragosto 2001 nella chiesa della frazione Ceredo di Sant’Anna d’Alfaedo, don Luigi Adami, suo fraterno amico, lo ha ricordato in una messa animata con i salmi cantati dal coro La Falìa di Velo nella versione poetica di padre David Maria Turoldo e accompagnati all'organo da Bepi De Marzi. Il Vangelo della visita di Maria alla cugina Elisabetta è lo spunto per don Luigi per parlare delle strade percorse in montagna da don Alberto, del suo camminare per incontrare gli altri, nonostante si definisse «prete salvègo», «selvatico» per i più, «tramite per arrivare al vero Dio» invece per chi ne capiva l'anima e lo spirito.
È il succo anche del nuovo libro di Alessandro Anderloni «Il prete dei castagnari» (Edizioni La Grafica), presentato al termine della cerimonia religiosa dallo stesso autore e da Bepi de Marzi e che sarà oggetto di una nuova presentazione domani 19 alle 18 nel teatro parrocchiale di Velo.
Il libro prende lo spunto dalla tesi con la quale lo scorso anno Anderloni si era laureato in Lettere e quel materiale è servito per una rielaborazione e un ripensamento lungo 350 pagine sulla vita e le opere di don Alberto.
Il titolo è mutuato da una celebre frase del sacerdote: «Investi nel millennio. Pianta castagnari», un invito a considerare la vita un passaggio del quale dovremmo lasciare solo tracce positive per le generazioni future.
«Ho accelerato l'uscita del volume dopo i drammatici e tristissimi fatti di Genova nell'ambito del G8», rivela Anderloni, «perché anche don Alberto, a 77 anni, fu perseguito e perquisito dalle forze dell'ordine su mandato di qualcuno "in alto".
Gli contestarono ricettazione e detenzione di armi da fuoco, a 77 anni, dopo una vita passata a studiare e amare la sua montagna, lui che anche durante la Resistenza non aveva neppure voluto tenere con sé la rivoltella che gli avevano offerto i partigiani ed esiste ancora la ricevuta della sua riconsegna in municipio. Non gli perdonarono mai il coraggio di dire la verità. Per questo fu etichettato e lasciato da una parte, anche dalle gerarchie della Chiesa di cui condannava le collusioni con il sistema capitalistico. Un sistema che aborriva perché regolato solo dalla logica del denaro», ricorda Anderloni.
Di fronte alla violenza calcolata degli Stati e delle loro polizie, don Alberto sosteneva che ogni legge punitiva è ingiusta.
Deprecava ogni forma di violenza, condannava le guerre, anche le cosiddette guerre umanitarie, inventate, volute e benedette per il solo guadagno dei capitalisti, quelli che chiamava «dinosauri del Quaternario», cioè dei nostri giorni.
«Gridò contro le multinazionali, contro l'informazione controllata e censurata, contro la gestione del potere politico, che diventa la gestione della ricchezza di pochi e della povertà di molti».
È quanto volevano dire in modo pacifico e nonviolento anche migliaia di persone che sono andate a Genova e sono state aggredite e picchiate. Abbiamo visto solo scene di violenza, non abbiamo sentito nessuno parlare del perché esistano le ingiustizie nel mondo, perché si continuino a produrre armi e ci sia la maggioranza della popolazione mondiale sempre più povera e depredata», aggiunge Anderloni.
Il riferimento alla Lessinia è inevitabile, come lo è stato per don Alberto, ritiratosi sui monti di casa dove lo spirito anarchico poteva gridare la sua libertà: andando a caccia, costruendosi una casa con le sue mani (Isba la chiamava), avviando una cooperativa di lavoro, facendo anche il prete a modo suo.
«Cosa direbbe di una Lessinia che subisce l'oltraggio di cave sconsiderate, aperte per arricchirsi ed esportare marmi altrove e non per servire a chi vive sul posto; di un Parco che, pur avendolo a suo tempo contestato, è oggi diventato rifugio e casa per quella selvaggina che a lui tanto piaceva, ma che è depredata con sistemi illeciti o uccisa da bocconi avvelenati?», si chiede Anderloni.
Un preludio di Bepi De Marzi apre il volume ricordando i fatti di Genova, dove anche la Chiesa «che raramente mostra di opporsi all'arroganza della ricchezza, ha camminato nei cortei della nonviolenza, nel sorridente e disperato desiderio di giustizia e di pace: con le decine di associazioni cattoliche e cristiane c'erano anche suore, frati, preti, con l'appoggio dichiarato coraggiosamente da qualche raro prelato dissociato dall'opportunismo e dal servilismo vaticano.
Cosa direbbe don Alberto se fosse ancora qui, seduto ai piedi di un solenne castagnaro?», si chiede De Marzi e risponde: «Forse sarebbe turbato come noi davanti a una Chiesa che accetta un vescovo mago e tormenta cristiani coraggiosi». «Don Benedetti non ha fatto miracoli, non ha distribuito benedizioni e nemmeno ha tuonato in sermoni celebrativi o dissertato sulla fame dei poveri e sui vuoti meccanismi della fede seduto nei salotti mondani; don Alberto, dal potere ecclesiastico, dalle curie, dalle gerarchie che non ha mai voluto riconoscere, è stato tenuto sotto osservazione come un malato inguaribile. Perciò non verrà beatificato, in questo tempo che elargisce riconoscimenti e carriere, terrene e celesti, come mai era accaduto prima», commenta il compositore vicentino. Il prete dal Seré non richiamava folle con il pretesto del miracolo o degli effetti speciali, non aveva la smania della testimonianza, era piuttosto un "prete salvègo", di cui si può solo intuire il tormento e l'inquietudine del «silenzio di Dio", il vuoto angosciante di "non aver mani che accarezzino il volto», come recita una poesia di Turoldo.

Il prete dei castagnari di Alessandro Anderloni. Preludio di Bepi De Marzi. Edizioni La Grafica  per informazioni sul libro: lefalie@cimbri.it    www.lefalie.cimbri.it




domenica 4 settembre 2011

NOAM CHOMSKY: LE 10 STRATEGIE DELLA MANIPOLAZIONE DI MASSA ATTRAVERSO I MASSMEDIA

Noam Chomsky 


 Noam Chomsky,  “ecco 10 modi per capire tutte le menzogne che ci dicono”

Noam Chomsky, padre della creatività del linguaggio, definito dal New York Times “il più grande intellettuale vivente”, spiega attraverso dieci regole come sia possibile mistificare la realtà.
La necessaria premessa è che i più grandi mezzi di comunicazione sono nelle mani dei grandi potentati economico-finanziari, interessati a filtrare solo determinati messaggi.


1-LA STRATEGIA DELLA DISTRAZIONE
L’elemento primordiale del controllo sociale  è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, l’economia, la psicologia, la neurobiologia e la cibernetica. Mantenere l’attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza.

2- CREARE PROBLEMI E POI OFFRIRE LE SOLUZIONI.
Questo metodo è anche chiamato “problema-reazione-soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia chi richiede le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito della libertà. O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

3- LA STRATEGIA DELLA GRADUALITÀ.
Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni ‘80 e ‘90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta.

4- LA STRATEGIA DEL DIFFERIRE.
Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, nel momento, per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Prima, perché lo sforzo non è quello impiegato immediatamente. Secondo, perché il pubblico, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. Questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento.

5- RIVOLGERSI AL PUBBLICO COME AI BAMBINI.
La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quando più si cerca di ingannare lo spettatore più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà, con certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno” (vedere “Armi silenziosi per guerre tranquille”).

6- USARE L’ASPETTO EMOTIVO MOLTO PIÙ DELLA RIFLESSIONE.
Sfruttate l'emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un'analisi razionale e, infine, il senso critico dell'individuo. Inoltre, l'uso del registro emotivo permette aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti.

7- MANTENERE IL PUBBLICO NELL’IGNORANZA E NELLA MEDIOCRITÀ.
Far si che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza dell’ignoranza che pianifica tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare dalle classi inferiori.

8- STIMOLARE IL PUBBLICO AD ESSERE COMPIACENTE CON LA MEDIOCRITÀ.
Spingere il pubblico a ritenere che è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti ...

9- RAFFORZARE L’AUTOCOLPEVOLEZZA.
Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e s'incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti  è l’inibizione della sua azione. E senza azione non c’è rivoluzione!

10- CONOSCERE GLI INDIVIDUI MEGLIO DI QUANTO LORO STESSI SI CONOSCONO.
Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, la neurobiologia, e la psicologia applicata, il “sistema” ha goduto di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia nella sua forma fisica che psichica. Il sistema è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo maggiore ed un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su sé stesso.


Fonte:  da srs di Noam Chomsky (Massachusetts Institute of Technology)
Da:  VOCI DELLA STRADA



sabato 3 settembre 2011

GARIBALDI: NESSUNA OMBRA, FU CERTAMENTE SCHIAVISTA, MERCENARIO, INVASORE, CARNEFICE

Giuseppe Garibaldi;  Vicenza,  Museo del Risorgimento

CUMUNICATU STAMPA
MOVIMENTO PER L'INDIPENDENZA DELLA SICILIA
fondato nel 1943

Sono iniziate le celebrazioni per il 200° anniversario della nascita dell'avventuriero nizzardo Giuseppe Garibaldi.  Come prevedibile, ancora all'insegna delle falsificazioni e delle agiografie risorgimentalistiche.

Il Movimento per l'Indipendenza della Sicilia si dichiara profondamente deluso e parzialmente sorpreso dalle parole del Capo dello Stato Italiano, Giorgio Napolitano, che ha ricordato Garibaldi definendolo «espressione di idealità ancora vive della democrazia italiana». Quali idealità? Quelle di sentirsi italiani solo davanti ad un piatto di pasta o ipnotizzati dal televisore ad assorbire gli ammorbanti messaggi del regime mediatico che ci ha imposto una letale identità fittizia ed allogena? Quale democrazia italiana? Quella che in Sicilia gestisce e controlla il voto, tutt'altro che «personale, libero, segreto» ma invece palesemente gestito in maniera strettamente e scientificamente clientelare legandolo non alla pura espressione di volontà e pensiero, ma esclusivamente al bisogno impellente di sopravvivenza dovuto alla situazione di gravissimo degrado cui la Sicilia e i Siciliani sono costretti con la forza?

Ci ha delusi il Presidente Napolitano, dopo averci incoraggiati con le sue recenti parole favorevoli all'applicazione piena dello Statuto Speciale di Autonomia per la Regione Siciliana, facendoci credere che veramente, come gli augurammo all'indomani della sua elezione, avrebbe potuto essere «un valido, saggio e sapiente traghettatore, l'ultimo presidente dello Stato Italiano per come lo conosciamo oggi: lo stato degli inganni, dell'alienazione culturale, della prigionia mentale, dei consumi compulsivi dell'altrui produzione, della depressione economica e produttiva, dell'ambiente negato, delle nazioni represse, lo Stato Italiano centralista, colonizzatore, assimilazionista, oppressore».

Eppure il Capo di questo Stato Italiano ha intelligentemente e scientemente glissato sulla figura storica dello stesso Garibaldi, definito «un personaggio sul cui operato si addensano numerose ombre» dall'on. Reina dell'Mpa. E allo stesso partito appartiene il sen. Pistorio, protagonista di una querelle al Senato ove, secondo il regolamento, non gli è stata data la possibilità di esprimere la propria visione sulle «contraddizioni profonde del processo di unificazione nazionale», protestando per il mancato «cenno al tema ancora aperto dell'unità sostanziale del nostro Paese».

Tema molto caro allo stesso Pistorio, in passato già dichiaratamente desideroso di voler «promuovere davvero l'unità del Paese», ed al partito di cui è membro. Ma è chiaro che ci troviamo, da parte di personaggi che non più di alcuni mesi addietro non osavano porre dubbio su Garibaldi e la nascita dello Stato Italiano, di una errata individuazione tanto della Patria di appartenenza (a prescindere dal riconoscerla o meno come propria), che è e sarà sempre quella Siciliana, quanto di una innegabile confusione, nonostante i manifesti intenti "revisionistici", circa la nascita dello Stato Italiano.

Ebbene quella italiana non fu e non può essere considerata una "unificazione" tanto per le modalità violente e impositive che la caratterizzarono nel suo essere una espansione territoriale (corroborata da un plebiscito non democratico di facciata) di uno stato già esistente, quello piemontese, e non un consesso di realtà statuali liberamente unitesi, quanto per la palese inesistenza, a tutt'oggi, una "nazione italiana" storica in nome della quale compiere "ad ogni costo" la nascita dell'Italia non più come mera indicazione geografica della penisola italiana, ma come Stato sotto le insegne della monarchia sabauda, per la cui sopravvivenza economica la conquista del Regno delle Due Sicilie, Stato tra i più economicamente e tecnologicamente più progrediti del mondo di allora sebbene in difetto di libertà politiche nei confronti della Sicilia che già con esso perse la propria statualità, fu provvidenziale e necessaria.

La "unificazione" o "riunificazione" non aveva ragion d'essere, nemmeno quale riedizione di quello che viene solitamente considerato il "precedente": l'Impero Romano. Che peraltro, va ricordato, venne costruito con la violenza, l'imposizione, la guerra, al pari stesso del Regno d'Italia (anche nel suo "ritorno in Sicilia" del 1944). Impero Romano che iniziò, tra le altre deleterie politiche, il disboscamento della Sicilia i cui effetti in tema di erosione, approvvigionamento idrico, clima, si sentono forti oggi. Impero Romano che però non osò annettere la Sicilia al "territorio metropolitano", ma di cui fu invece la prima Provincia, ovverosia la prima colonia extraterritoriale. Impero Romano che, nonostante l'apparente "forza", finì di esistere, come è destinato a cessare ogni imperialismo.

Compreso quello dello Stato Italiano, a cui oggi, nonostante la lettera dello Statuto Speciale che è parte integrante della Costituzione della Repubblica Italiana, è oggi annessa al 100% la colonia Sicilia. Invasa e conquistata brutalmente con la forza e ingenti denari dal mercenario Giuseppe Garibaldi.

Del quale si suole tacere, o tutt'al più accennare in termini accondiscendenti, dei suoi trascorsi di schiavista e ladro di bestiame («tratto negri e cavalli», egli stesso affermò), di persona incline alla delinquenza e allo stupro (cosa che gli costò l'orecchio sinistro) o di tutt'altro che intrepido corsaro al soldo di una "repubblica delle banane", la "Republica do Rio Grande do Sul" voluta dal proprietario terriero Bento Gonçalves da Silva a partire da una concessione bananiera e diventata un centro di corruzione e violenza arbitraria.

Così come si tace dell'ampia copertura dell'Impero Britannico, che agevolò lo sbarco dei "circa Mille" a Marsala con gli "sloops" Argus e Intrepid, da centinaia di bocche da fuoco e pieni zeppi di Royal Marines, oltre le altre imbarcazioni ove verranno corrotti i vertici militari duosiciliani. Così come si tace delle decine di migliaia di mercenari-macellai, in gran parte ungheresi, che fecero il "lavoro sporco" al posto dei "volontari garibaldini", inventando al loro posto la figura dei "picciotti", invero manovalanza mafiosa inviata da chi aveva "fiutato l'affare" nell'opportunità dell'annessione piemontese, ottenendone denari, terre (promesse e mai assegnate ai contadini siciliani) che saranno la base economica della nascente mafia, e l'incarico di dare inizio all'oppressone colonialista, divenendo struttura e strumento dello Stato Italiano.

E poco o nulla si dice delle stragi perpetrate con scientifica crudeltà dal luogotenente di Garibaldi, Nino Bixio, "'u cani arraggiatu", al quale anche in Sicilia sono incredibilmente intitolate strade e piazze.

In tal senso, il nostro gradimento e plauso va forte all'iniziativa del Sindaco di Capo d'Orlando, Enzo Sindoni, che ha deciso di dare una svolta in direzione della verità e della gloriosa storia di Sicilia alla toponomastica del proprio comune, iniziando da piazza Blasco Alagona, nuova denominazione della già piazza Ruggero di Lauria, definito (al pari, aggiungiamo, dello stesso Garibaldi e dei suoi compagni di scorrerie e di altri più recenti e attuali personaggi tristi protagonisti degli ultimi scenari bellici) alla cerimonia di ridenominazione della piazza un «criminale di guerra» dal Prof. Corrado Mirto, il più importante esperto di Storia della Sicilia medievale e in gioventù membro della Lega Giovanile Separatista del MIS, di cui il Prof. Mirto ha più volte salutato con favore la attuale rivitalizzazione.

Ma tali indispensabili e coraggiose iniziative non bastano perché si metta ancora a tacere a chi grida allo "scandalo" e alla "lesa maestà" quando si osa dire la semplice realtà fattuale su Garibaldi e sui fatti che portarono alla conquista militare del Regno delle Due Sicilie, mascherata da "liberazione" quando invece fu un autentico saccheggio, di cui, con lacrime di Coccodrillo (giacché egli stesso derubò il Banco di Sicilia delle riserve auree strategiche del Regno) lo stesso Garibaldi ebbe quasi a pentirsi, dicendo «veggo succedere il vituperio della Sicilia mia seconda terra d'adozione», aggiungendo: «Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate!».

E a gridare alla "lesa maestà" si è messo, alcuni mesi addietro, ad esempio il Coordinatore estero di "Italia dei Valori", Massimo Bernacconi, che ha lanciato velenosi strali contro il nostro Movimento reo di aver sottolineato quanto Garibaldi realmente fosse violento e inaffidabile, cosa confermata anche dalle parole di Vittorio Emanuele II rivolte a Cavour circa le ruberie del pirata nizzardo: «Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene - siatene certo - questo personaggio non è affatto così docile né così onesto come lo si dipinge, e come Voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l'affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l'infame furto di tutto il denaro dell'erario, è da attribuirsi interamente a lui, che s'è circondato di canaglie, ne ha seguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa».

E Bernacconi va ad aggiungersi alla triste e lunga schiera di personaggi che, in nome delle falsità istituzionalizzate a fini propagandistici, si oppongono al giusto corso della ricerca storica, che come ci insegna giusto il Prof. Mirto è e deve sempre essere pronta a "rivedere se stessa" in nome della verità dei fatti (un "revisionismo" necessario in presenza di enormi falsità), ed alla sacrosanta rivendicazione di quei siciliani che rivendicano il diritto all'autodeterminazione ed al pieno e diretto esercizio della sovranità per la Nazione Siciliana con l'obiettivo della piena indipendenza e in collaborazione paritaria con i popoli italici, di tutta l'Europa e del Mediterraneo.

Una schiera di personaggi come Mussolini, che definì il separatismo siciliano «conati separatistici di spregevoli mercenari del nemico», mentre Pietro Nenni lo ritenne «un movimento vandeano sostenuto dalle vecchie forze fasciste», con Togliatti che gli fece eco definendolo «fascismo», quando alla Assemblea Costituente più volte il fondatore del MIS, Andrea Finocchiaro Aprile, venne provocato da deputati italiani con l'invettiva «perché non fece il separatismo sotto Mussolini?», ottenendone la risposta «perché non faceste voi la democrazia sotto Mussolini?», o Ferruccio Parri, che definendo il nord «superiore democraticamente» al sud, intimò ai siciliani di «metter da parte ogni impazienza autonomistica», come se la naturale rivendicazione dell'indipendenza da parte di un popolo glorioso potesse o possa essere ridotta e minimizzata ad un qualunque autonomismo!

E oggi la classe politica italiana non fa altro che confermare simili invettive, mantenendo questo stato di violenta colonizzazione, di tentata assimilazione, di ostinata falsificazione. E ad essa, ai suoi esponenti italiani e ai traditori siciliani al suo servizio, rivolgiamo ancora la parole del nostro grande leader Finocchiaro Aprile: «Si è fatta la voce grossa in Italia contro l'indipendentismo siciliano, sorto in difesa della nostra terra; noi non siamo che le avanguardie di un popolo che ormai muove alla riscossa e che nulla più fermerà. Non vi opponete alle sue giuste rivendicazioni. Voi avete il dovere di evitare una catastrofe. L'indipendenza della Sicilia è la sola soluzione del conflitto tra la Sicilia e l'Italia, e la Sicilia la conquisterà».

Catania, 7 Jugnettu 2007


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venerdì 2 settembre 2011

L'INVASIONE E LA FINE DELLE DUE SICILIE: I 62 GIORNI DI GARIBALDI E IL SACCHEGGIO DI NAPOLI


Ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860;  autore: Franz Wenzel (Napoli, Museo civico di Castel Nuovo) 


Garibaldi, il 7 settembre, entrò a Napoli appena 17 giorni dopo essere sbarcato in Calabria, seduto comodamente in treno, senza sparare un colpo, con pochi uomini al seguito (il resto delle camicie rosse giunse il giorno 9 settembre); dopo l’arrivo alla stazione si formò un corteo di dieci carrozze che attraversò la Capitale.
Un severo giudizio sulla “grandezza militare” della spedizione del Nizzardo fu espresso anche da uomini che avevano condiviso con lui l’impresa, come Maxime Du Camp che parlò(1) di “passeggiata militare, stancante è vero, ma senza rischio alcuno“ e di Agostino Bertani che le definì “facili vittorie ” causando l’ira di Garibaldi nelle sue memorie(2) ;
“Oggi va riconosciuto con Jaeger che ‘... a Francesco II non mancavano argomenti per sostenere che il nemico Garibaldi non era arrivato a Napoli con mezzi leali, spada contro spada, petto contro petto, bensì soltanto grazie ad un’incredibile serie di voltafaccia, di cambiamenti di campo, di vigliacche fughe dei capi militari, di vendita delle proprie navi da parte di comandanti della marina, e ancora di abbandoni dei soldati al loro destino e di inconcepibili dimostrazioni di incompetenza’(3) .  
“Sedici ufficiali furono ritenuti responsabili diretti dei tracolli militari in Sicilia, Calabria e Puglia. Incapaci, alcuni pavidi, altri probabilmente corrotti...in tre vennero giudicati responsabili, degradati e messi a riposo dal Consiglio di guerra borbonico. Tutti, comunque, restarono senza piu’ incarichi e comandi nell’esercito napoletano che, di lì a poco, avrebbe difeso l’onore delle Due Sicilie tra il Volturno e il Garigliano, o negli assedi di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto”.(4)

A Napoli le accoglienze furono entusiastiche ma secondo alcuni questo non dovrebbe far pensare acriticamente ad un appoggio incondizionato per diversi motivi: nelle manifestazioni c’era la regia occulta degli agenti piemontesi che da mesi si erano infiltrati a Napoli e, tramite Liborio Romano con i suoi camorristi,  avevano mobilitato a pagamento (si dice 24 mila ducati)  “la feccia della popolazione che imprecava con orribili urli”(5) mentre il resto degli abitanti se ne stava rinserrato in casa; qualche altro osservatore fa, invece, notare la volubilità del popolo della Capitale che aveva, nei secoli, accolto festosamente i più disparati conquistatori e nei tempi più recenti in successione: gli Austriaci che avevano cacciato gli Spagnoli, i Borbone spagnoli che cacciarono gli Austriaci, Giuseppe Buonaparte e Murat che avevano costretto alla fuga Ferdinando e quest’ultimo quando rientrò nella capitale dalla Sicilia dopo la cacciata dei Francesi.

Garibaldi fece un discorso, prese alloggio a palazzo d’Angri del principe Doria e, per ingraziarsi la popolazione, rese omaggio al patrono di Napoli, proprio lui che ostentava un feroce anticlericalismo che lo portò, successivamente, a definire le reliquie di S.Gennaro “umiliante composizione chimica” (6), al pari di papa Pio IX che fu bollato come un ”metro cubo di letame” che presedeva un “concistoro di lupi”(7).  Per inquadrare compiutamente la personalità dell’ “eroe dei due mondi” va tenuto conto anche di una lettera scritta ad un amico, da Montevideo, in Uruguay, “Se vedeste fosse possibile servire il Papa, il Duca, il demonio, basta che fosse italiano, e ci desse del pane”(8).

Egli formò immediatamente un suo governo dittatoriale con a capo proprio il ministro di Francesco II, Liborio Romano, e come primo atto cedette la poderosa flotta da guerra meridionale (circa 100 navi e 786 cannoni) al Piemonte, alle più grandi fu subito cambiato il nome: il “Monarca” divenne “Re Galantuomo”, la “Borbone” divenne “Garibaldi”; “un po’ prima del tramonto del sole il naviglio napoletano inalbera la bandiera italiana collo stemma di Savoia”(9) e il giorno 9 gli ufficiali prestano giuramento al nuovo Re “la funzione riesce imponente e commovente a un tempo.... si termina l’atto solenne con un generale entusiastico evviva al Re e all’Italia. La gioia è in tutti”; a fine ottobre Cavour scrive a Persano “I napoletani hanno pretese assurde. Vorrebbero promozioni, come se avessero combattuto. Non prometta nulla; non s’impegni a niente”(10).

Il giorno seguente il ministro della guerra Cosenz telegrafò le seguenti disposizioni: “A tutti i comandanti le armi nelle province ed a tutti i comandanti , o governatori delle piazze – Questo ministero di guerra manifesta agli ufficiali di ogni grado ed ai militari dell’esercito napoletano, essere volere del signor generale dittatore, che tutti siano conservati nelle loro integrità, sì nei gradi, che negli averi: però si avranno le seguenti norme:
1) Tutti i militari dell’esercito che bramano servire, si presenteranno ai comandanti, o governatori delle piazze dei luoghi più prossimi al loro domicilio, rilasciando ad essi debito atto di adesione all’attuale governo ed il loro recapito.
2) Gli ufficiali che si presenteranno con le truppe saranno conservati nella loro posizione con gli averi di piena attività , ma quelli che si presenteranno isolatamente, saranno segnati alla seconda classe, per essere poscia opportunamente impiegati nella imminente composizione dell’armata.
3) Quegli ufficiali militari, che non si affrettino di presentarsi al servizio della patria, resteranno di fatto esclusi e destituiti, se non faranno atto di adesione nella maniera indicata, tra dieci giorni, a contare dalla pubblicazione della presente disposizione – Tanto le comunico per lo esatto adempimento di sua parte – Napoli 8 settembre 1860 – Firmato Cosenz “ (11).

Il Palazzo Reale fu spogliato di tutto, gli oggetti più preziosi furono spediti a Torino, altri venduti al miglior offerente. L’11 settembre l’oro della Tesoreria dello Stato, patrimonio della Nazione meridionale ( equivalente a 3235 miliardi di lire dei giorni nostri, 1670 milioni di euro) e anche i beni personali che il Re aveva lasciato nella Capitale “sdegnando di serbare per me una tavola, in mezzo al naufragio dellapatria”  (assommavano a 40 milioni di lire dell’epoca, circa 300 miliardi di vecchie lire, 150 milioni di €), tutti depositati presso il Banco di Napoli furono requisiti e dichiarati “beni nazionali”.

Con i frutti del saccheggio furono decretate svariate e lucrose pensioni vitalizie: ai vertici della Camorra, di cui la prima beneficiaria fu Marianna De Crescenzo [detta la Sangiovannara] sorella di Salvatore che era il capo assoluto della malavita e che aveva garantito l’ordine pubblico a Napoli dietro l’incarico del ministro Liborio Romano; alla famiglia di Agesilao Milano (mancato regicida nel 1856 e definito “eroe senza esempio tra antichi e moderni, superiore a Scevola” ), ad ufficiali piemontesi e garibaldini; per questi ultimi, grazie all’inflazione dei gradi militari nelle camicie rosse (il rapporto tra ufficiali e truppa era diventato 1:4 quando la regola era 1:20) ci fu un notevole esborso; 800 comandanti non prestavano alcun servizio perché non avevano nessun soldato agli ordini ma percepirono lo stesso il soldo.

Sei milioni di ducati [180 miliardi di vecchie lire, 90 milioni di €], con un decreto firmato il 23 ottobre, vennero spartiti tra coloro che avevano sofferto persecuzioni dai Borboni (la maggior parte di essi inottima salute), undici anni di stipendi arretrati furono corrisposti ai militari destituiti nel 1849  “tenendo conto delle promozioni che nel frattempo avrebbero avuto”, sessantamila ducati andarono a Raffaele Conforti per stipendi arretrati dal 1848 al 1860 spettatigli perché “ministro liberale in carica ancorché per poche settimane“ e molti altri denari finirono in altrettante tasche con le più disparate e a volte pittoresche motivazioni come al Dumas padre “perché studiasse la storia” al De Cesare “perché studiasse l’economia “(12).
Il saccheggio fu così completo che ad un certo punto Garibaldi fece minacciare di fucilazione i banchieri napoletani in caso di rifiuto “a questo modo venne uno dei primi banchieri di Napoli
e sborsò uno o due milioni”.
Illuminanti alcuni commenti di contemporanei non borbonici sulla situazione creatasi a Napoli:
“indescrivibile è lo sperpero che si fa qui di denaro e di roba; furono distribuiti all’armata di Garibaldi, che non arriva a 20mila uomini, più di 60mila cappotti e un numero proporzionato di coperte, eppure la gran parte dei garibaldini non ha nè coperte nè cappotti; in un solo mese, oltre alle ordinarie, si pagarono dalla Tesoreria per le sole spese straordinarie dell’Armata non giustificate 750mila ducati”; 
“nelle cose militari regna un assoluto disordine, manca ogni disciplina, ognuno fa quello che vuole...le spese giornaliere ascendono a una somma enorme. Le intendenze militari hanno prese razioni  per il triplo degli uomini che devono mantenere”;
“in questo momento il disordine è spaventoso in tutte le branche dell’Amministrazione...i mazziniani rubano e intrigano”;
“la finanza depauperata, i dazi non si pagano, il commercio è perduto...tutto è furto ed estorsioni”;
“qui si ruba a man salva, tutto andrà in rovina se non si pensa a un riparo”;
“l’attuale ministero è sceso nel fango, ed il fango lo imbratta. Certi ministri si sono abbassati fino a ricevere circondati da què capopoli canaglia, che qui diconsi camorristi” (13).

“Lo stesso Garibaldi si dimostrò, in futuro, insolvente con le banche ed evasore con il fisco: chiese un prestito al Banco di Napoli per suo figlio Menotti, l'equivalente di 1 miliardo e mezzo delle nostre vecchie lire, ma quest’ultimo non rimborsò nemmeno il mutuo; la banca si fece avanti con il padre, "Ma che volete voi? lo vi ho liberati, sono stato anche dittatore e voi pretendete anche che restituisca un prestito" fu la risposta; gli archivi del Monte dei Paschi di Siena ci danno invece uno spaccato dei rapporti di Giuseppe Garibaldi con il Fisco. "Signor Esattore, mi trovo nell'impossibilità di pagare le tasse. Lo farò appena possibile. Distinti saluti". Punto e basta. Segue la firma.”(14)

Nei rapporti del ministro inglese a Napoli, Sir Elliot, certamente non filoborbonico, si legge: “In realtà le condizioni del paese sono le peggiori immaginabili. Tutti i vecchi soprusi continuano, a volte esagerati dai nuovi funzionari, i quali gettano in carcere la gente o la fanno fustigare per il minimo sospetto, per il più lieve indizio di cattiva condotta politica, mentre i veri crimini rimangono affatto impuniti...c’è una spiccata inclinazione ad accaparrarsi le proprietà altrui”(15).
Nel rendiconto che il rivoluzionario La Farina manda, il 12 gennaio 1861, a Carlo Pisano si legge: “Impieghi tripli e quadrupli di quanto richieda il pubblico servizio ... cumulo di quattro o cinque impieghi in una medesima persona....ragguardevoli offici a minorenni ... pensioni senza titolo a mogli, sorelle, cognate di sedicenti patrioti“.
Lo stesso scrive all’amico Ausonio Franchi: “i ladri, gli evasi dalle galere, i saccheggiatori e gli assassini, amnistiati da  Garibaldi, pensionati da Crispi e da Mordini, sono introdotti né carabinieri, negli agenti di sicurezza, nelle guardie di finanza e fino nei ministeri“(16) .

Del resto, le “prime prove” del saccheggio erano state fatte negli altri stati preunitari precedentemente annessi; in questi ultimi, dopo aver provocato delle insurrezioni “pilotate“ che avevano provocato la fuga dei legittimi sovrani, Cavour aveva spedito dei rapacissimi “commissari“ col compito ufficiale di ristabilire l’ordine contro “la rivoluzione” ma in realtà con lo scopo di svuotare le casse pubbliche “per sostenere la causa italiana”:
“Il governo riparatore di Torino, quando ebbe realizzato i suoi disegni con l’annessione rivoluzionaria degli altri Stati, si vide in mezzo a grandissime risorse......ben presto ci si accorse del modo singolare con cui gli unitari volevano che l’Italia “una” fosse amministrata. Il dittatore Farini, in pochi giorni, aveva aggravato il debito pubblico di Modena e Parma di 10 milioni; Pepoli aveva aggravato di 13 milioni le Romagne e il barone Ricasoli di 56 milioni la Toscana”(17).

Cominciò la rivoluzione anche nella toponomastica delle strade di Napoli dove venne eliminata ogni traccia dei Borbone, anche il Museo Borbonico (tra i primissimi del mondo per importanza) divenne “Nazionale”; rischiarono molto anche le statue equestri dei sovrani meridionali, realizzate da Canova e poste nella piazza antistante al palazzo reale, si progettò di cambiar loro le teste sostituendole con quelle di Garibaldi e Vittorio Emanuele. Era anche cominciata la persecuzione del clero con la confisca dei beni ecclesiastici, le incarcerazioni e l’esilio dei sacerdoti che si opponevano al nuovo corso.

La situazione a Napoli era, quindi, molto confusa, dopo i primi facili entusiasmi, reali o costruiti ad arte, era subentrata nella gente una diffusa insofferenza per via della completa anarchia e dei molti soprusi perpetrati dalle camicie rosse; erano frequenti molti fatti di sangue, giustificati come resa dei conti con i nemici della rivoluzione, ma che in realtà erano spesso solo delle vendette personali (non dimentichiamo che la Camorra era stata messa da mesi ai vertici delle forze di polizia); scrisse Costanza Arconati, testimone oculare degli avvenimenti, ad un amico lombardo:
“Le sciocchezze fatte da Garibaldi (definito dal garibaldino Francesco Crispi ”Grande anima, cervello incapace di governare un villaggio”) e le prepotenze lasciate fare impunemente ai suoi militi passano il segno...Napoli è piena di uniformi garibaldine; vanno in carrozza tutto il giorno, giù e su per il corso a far bella mostra dei loro abiti di fantasia. Si fanno dare i migliori alloggi dal Municipio gratis...insomma si rendono insopportabili causa la loro arroganza. E pensare che è opinione generale che se duravano ancora un poco a regnare i soli garibaldini, Francesco II era di ritorno a Napoli...”(18).

La capitale, così duramente colpita, vide cessare all’improvviso i suoi scambi commerciali così che il movimento nel suo porto divenne insignificante; seguirono fallimenti a catena delle imprese, il cantiere di Castellammare fu chiuso e le maestranze licenziate, i prezzi dei generi di prima necessità cominciarono a salire; già un mese dopo l’arrivo di Garibaldi si commentava ”da per tutto trovai la confessione dello sfracellamento del governo di Napoli.....il prestigio di Garibaldi caduto, la popolazione desolata” e quest’ultima ne aveva ben donde visto che il denaro saccheggiato era dello Stato, cioè di tutti i meridionali e dei Mille “parecchi, partiti miserabili (da Genova) sono ritornati con la camicia rossa e con le tasche piene di biglietti da mille”(19).

Il 13 settembre furono destituiti i capi delle province del Regno, i cosiddetti Intendenti che vennero sostituiti con Governatori fedeli al nuovo regime, ai quali vennero concessi poteri illimitati.
Il 17 settembre fu approvata la formula del giuramento che ogni pubblico ufficiale doveva prestare al nuovo re Vittorio Emanuele, molti aderirono al nuovo padrone abiurando il precedente che avevano servito fino a pochi giorni prima, compresi quasi tutti i rappresentanti del potere giudiziario: la Magistratura, la Corte dei Conti ed il Consiglio di Stato, che pure erano state sempre molto rispettate dai re Borbone che avevano garantito la loro massima autonomia.


NOTE

1) “ Da Palermo al Volturno, memorie di un garibaldino”, Cappelli, 1974
2) Memorie, Einaudi, 1975
3) Paolo Mieli, in “La Stampa”, domenica 9 luglio 2000, pag.19 4 Gigi di Fiore, “I vinti del Risorgimento”, UTET, 2004, pag.33
5) George Mundy, La fine delle Due Sicilie e la Marina britannica, Berisio, Napoli, 1966, pag.199
6) in Scritti politici e militari, ricordi e pensieri inediti, p. 524, citato da Francesco Pappalardo, op.cit.
7) G.Garibaldi, Memorie, BUR, pag.367
8) Alfonso Scirocco, Garibaldi, Laterza, pag.136, segnalazione fatta da Antonio Luciani su “Due Sicilie” n. 5 / 2002, pag 12
9) Carlo Pellion, op. cit. pag.169
10) ibidem, pag.291
11) Giovanni Delli Franci, Cronica della campagna d’autunno del 1860, A.Trani editore, Napoli, 1870, pag. 297
12) Angelo Manna, “ I briganti furono loro “, Sun Books, 1997, modif.
13) tratti dal capitolo LI del libro di Michele Topa, Così finirono i Borbone di Napoli”, Fiorentino, 1990
14) articolo di Rossella Lama su “Il Messaggero” del 26\11\02 15 Harold Acton “ Gli ultimi Borboni di Napoli”, Giunti,1997
16) riportate da A. Pellicciari, “ L’altro Risorgimento”, 2000
17) Pietro Calà Ulloa, citato da Michele Topa, op.cit., pag. 642
18) Camera-Fabietti, “L’età contemporanea”, Zanichelli, 1972
16) riportate da A. Pellicciari, “ L’altro Risorgimento”, 2000
17) Pietro Calà Ulloa, citato da Michele Topa, op.cit., pag. 642
18) Camera-Fabietti, “L’età contemporanea”, Zanichelli, 1972
19) commenti riportati da Michele Topa, op.cit. pag.636

Fonte:  srs  di Giuseppe Ressa; Centro Culturale e di Studi Storici "Brigantino"- il Portale del Sud – Il sito del pensiero meridionale




giovedì 1 settembre 2011

GIUSEPPE GARIBALDI: DISCORSO ALLA POPOLAZIONE DI NAPOLI DOPO IL SUO INGRESSO DEL 7 SETTEMBRE 1860



Alla cara popolazione di Napoli,
Figlio del popolo, è con vero rispetto ed amore ch'io mi presento davanti a questo centro imponente di popolazione Italiana, che molti secoli di dispotismo (servaggio) non hanno potuto ridurre ad umiliare ed a piegare il ginocchio al cospetto della tirannide.
Il primo bisogno dell'Italia era la concordia, il secondo l'unità della grande famiglia Italiana; oggi la Provvidenza ha provveduto alla concordia colla sublime unanimità di tutte le provincie alla ricostituzione nazionale; pel secondo essa diede al nostro paese Vittorio Emanuele, che noi possiamo da questo momento, chiamare il vero padre della patria Italiana. Vittorio Emanuele, modello dei Sovrani inculcherà ai suoi discendenti il loro dovere per la prosperità di un popolo che lo elesse a capitanarlo con amore vero, con frenetica devozione.
I sacerdoti Italiani, consci della sacra loro missione hanno per garanti del rispetto con cui saranno trattati, lo slancio, il patriottismo, il contegno veramente cristiano di numerosi loro confratelli, che, dai benemeriti monaci della Gancia ai generosi sacerdoti del continente Napoletano noi abbiamo veduto alla testa dei nostri militi sfidare i maggiori pericoli delle battaglie.
Io ripeto: la concordia è la prima necessità d'Italia. Dunque i dissenzienti d'una volta, che ora sinceramente vogliono portare la loro pietra al patrio edificio, noi li accoglieremo come fratelli.
In fine, rispettando la casa altrui noi vogliamo essere padroni in casa nostra che piaccia o che non piaccia ai prepotenti della terra.

GIUSEPPE GARIBALDI

mercoledì 31 agosto 2011

GIOVANNI VIRNICCHI


Giovanni Virnicchi  nato a Napoli nel 1936, giornalista iscritto all'Ordine dal 1965.
Ha cominciato a collaborare con "Il Mattino" nella rubrica sportiva nel 1952 e nel corso degli anni, (una gavetta durata oltre un decennio), ha collaborato anche con il "Corriere di Napoli", "Lo Sport", "Sport Sud".  Alla fine degli anni '60 ha cominciato a collaborare come informatore alla Redazione Cronaca de "Il Mattino" e dal 1970 al 1985 è stato cronista di nera presso il quotidiano napoletano che ha lasciato nel 1985, da caposervizio, per dimissioni. Ha continuato a lavorare come cronista di nera dal 1985 ad oggi per le testate: "Il Giornale di Napoli", il "Roma", "La Verità" e "Cronache di Napoli" e collabora con la RAI e L'Agenzia Italia. Molti suoi articoli ed inchieste su quotidiani napoletani sono apparsi con la firma Franco Virno,  pseudonimo usato fin dal 1985.
(Altre pubblicazioni: "II Napoli dalle origini ad oggi" 1960, "Da Sallustro a Savoldi" 1959, in "Vent'anni di  orrore" 2002).

Fonte: da Così Parlò la Camorra, Codice, Lessico e Poesie; Riemma Editore