mercoledì 25 maggio 2011

LA DIFFERENZA TRA NOI E VOI, E CHE VOI UMANI MENTITE, NOI NO.


Caro Gio, la differenza tra noi e voi, e che voi umani mentite, noi no.

martedì 24 maggio 2011

OH AMON CHE SEI NEI CIELI


Oh Amon, Amon, che sei nei Cieli

Padre di Chi non ha Madre.

Quanto e' dolce pronunciare il tuo nome.

Dacci come la gioia di vivere, il sapore del pane per il bimbo,

sia fatta la tua volonta' come in Cielo cosi in Terra.

Tu che mi hai fatto vedere le tenebre, crea la luce per me.

Fammi dono della tua grazia, fa che io veda te ininterrottamente!

Amon.


(Le preghiere sono tratte dal libro: A. Barucq – F. Daumas, Hymnes et prières de l’Egiypte ancienne, Le Cerf, Paris 1980)

lunedì 23 maggio 2011

Ma Gesù e’ sopravvissuto alla crocifissione?: Gesù in India - Sopravvivere alla crocifissione - Simone morto in croce al posto di Gesù - L'eresia di Basilide

Aladino Ghioni: Crocifissione - Abbazia di San Zeno, Verona


Questa breve carrellata di testi é   frutto di uno studio svolto in mailing list da tutti i partecipanti  che  hanno dato vita a una delle più interessanti iniziative di ricerca on-line in Italia.

In particolare i testi che presentiamo sono emersi da una discussione durata 2 mesi circa durante la quale ci si é posti il problema di risalire alle più antiche fonti esistenti , che avevano alimentato le leggende relative alla presenza di Gesù in India dopo la sua morte e la possibilità che egli fosse scampato alla crocifissione.

In merito alla presenza di Gesù in India, presentiamo un testo estremamente poco noto tratto da un gruppo di libri minori della cultura vedica noti genericamente come I Purana.

Per approfondire l'argomento rimandiamo al sito   "The Tomb of Jesus" in cui sono esposte le scoperte del prof. Hasnain direttore del museo archeologico del Kashmir e le sue fantasiose e spesso discutibili deduzioni.

Indipendentemente dalla legenda della presenza di Gesù in India (per difficile da credere soprattutto tenendo conto della datazione del testo 115d.c.) il testo che sottoponiamo al lettore  meriterebbe di certo una maggiore attenzione da parte degli studiosi delle Origini Cristiane, specie relativamente alla possibilità di diffusione del pensiero gnostico in India sulla scia della evangelizzazione condotta dall'apostolo Tommaso, cui sono dedicati gli apocrifi Atti (ricchi di richiami al pensiero gnostico) e cui viene attribuito l'omonimo apocrifo Vangelo (stando almeno, alla prefazione presente in questo stupendo testo ritrovato nel 1945 a Nag Hammadi) che può essere a buona ragione considerato protognostico

Il secondo testo, invece, é una interessantissima testimonianza di prima mano (Giueseppe Flavio) sulla possibilità che, con apposite cure mediche, un uomo potesse sopravvivere al supplizio della crocifissione.

L'ultimo, invece, é tratto ancora dalla prolifica biblioteca di Nag Hammadi scoperta nel 1945 nella omonima località dell'alto Egitto, e ci ha fatto conoscere per la prima volta un documento di origini cristiane che riporta la legenda della sostituzione di Simone di Cirene (per altro da noi ipotizzato essere il padre di Paolo di Tarso, vedi articolo sul sito) a Gesù sulla Croce.

Anche in questo caso si tratta di un documento di inestimabile  valore indipendentemente dalla fondatezza o meno del contenuto.

Un grazie particolare va a Davidi che ci hanno  ispirato la ricerca, a Giuseppe  che ci  ha offerto e continua ad offrire una preziosa serie di spunti prestandomi dandomi accesso alla sua interessante biblioteca, a Valerio che ci ha esposto il significato ed in contenuto dei purana e fa analizzato il testo che proponiamo nell'originale sanscrito, a Michele che ha analizzato i risvolti medici relativi agli effetti della crocifissione, a Fausto che ci ha aiutato relativamente ai testi in ebraico e aramaico, "Frank" con che invece, ci ha dato una mano indispensabile per i testi "greci" e "latini", e Hiara cui va il nostro grazie per i preziosi contributi in materia storica e teologica.

Rimandiamo all'archivio di egropus consultabile on-line dal Ns sito sotto la voce "Discutiamone on-line", per prendere visione della interessantissima discussione svolta su questi argomenti che verrà tra breve, posta in forma organica con un articolo specifico sul sito.


GESÙ IN INDIA: VERSI 16-33 DEL TERZO KHANDA DEL PRATISARGA PARVAN DEL BHAVISHYA MAHAPURANA

Il testo é tratto da uno dei 18 libri Hindù denominati Purana viene attribuito a Sutta ed é scritto nel 3191 dell' era Kaukikia corrispondente al 115 d.c.

Shalivahan, che fu nipote di Bikrama Jit, andò al potere. Sconfisse i Cinesi, i Parti, gli Sciiti e  i Bactriani. Traccio un confine tra i territori di Arians ed di Mleacha (non-indù), e infine ordino, il ritiro in territorio indiano. Uno giorno, Shalivahan, il capo dei il Sakiyas, si recò in Himalaya. Là, nella Terra del Hun (Ladakh, parte del impero Kushan), il potente re vide un uomo seduto su di una montagna, che sembrava portatore di buoni auspici. La sua pelle era chiara e indossava indumenti bianchi.
Il re domandò al sant'uomo chi fosse. L'altro rispose: 'Sono chiamato figlio di Dio, nato da una vergine, ministro dei non credenti, instancabile nella ricerca della verità. Il re allora gli domandò: 'Di che religione sei? ' L'altro rispose, 'O grande re, provengo un paese straniero, dove non c'è nessuna verità durevole e dove il male non conosce confini. Nella terra dei non credenti, sono apparso come il Messia. Ma il demone dei barbari, Ihamasi, si manifestò in modo terribile; Sono stato consegnato loro secondo i costumi dei non-credenti e finii nel regno di Ihamasi.
O re, presta orecchi alla religione che ho portato coloro che non credevano : dopo la purificazione dell'essenza e del corpo impuro e dopo aver cercato rifugio nelle preghiere del Naigama, l'uomo pregerà l'Eterno. Attraverso la Giustizia, la verità, la meditazione ed l'unità di spirito, uomo troverà la sua via verso Isa (Gesù) nel cuore della Luce. Dio, fisso come il sole, unirà finalmente a se lo spirito di tutti esseri erranti. Così, O re, Ihamasi sarà distrutto; e l'immagine felice di Isa (Gesù), colui che dona la felicità, rimarrà per sempre nel cuore; e Io fui chiamato Isa-Masih (Gesù il Messia).' Dopo che il re ebbe udito queste parole, ha preso il maestro di coloro che non credono e lo inviò nella loro terra spietata."


SOPRAVVIVERE ALLA CROCIFISSIONE: TRATTO DA UN BRANO DI GIUSEPPE FLAVIO VITA, IV, 75

"Fui inviato da Tito Cesare con Ceralio e cento cavalieri in una città denominata Thecoa, per trovare un posto dove accamparci. Al mio ritorno ho veduto molti prigionieri che erano stati crocifissi, e ho riconosciuto tre di loro come miei compagni. Rattristato andai da Tito con con dolore chiaro nei miei occhi e gli parlai di loro. Lui diede ordine di tirarli giù e chiese che fossero trattati nella maniera migliore perchè stessero meglio. Comunque due di loro sono morti mentre ricevevano le cure del dottore; il terzo ha recuperato."


SIMONE MORTO IN CROCE AL POSTO DI GESÙ: - L'ERESIA DI BASILIDE;  DAL "SECONDO TRATTATO DEL GRANDE SETH"

Un apocrifo testo ritrovato tra i documenti di Nag Hammadi in particolare dal secondo trattato del Grande Seth recita:

Era un altro, il loro padre, che ha bevuto la bile ed l'aceto; non ero io. Chi fu percosso con la canna, era un altro, Simone, colui che portò la croce sulle sue spalle. Era un altro colui cui hanno messo la corona di spine

Esso ci offre per la prima volta dopo svariati secoli, un documento che ci riporta direttamente ad una delle primissime eresie, quella di Basilide.
Di origine siriana Basilide era uno studioso alessandrino che scrisse tra il 120 ed il 130 d.C.. Basilide conosceva bene scritture ebraiche, vangeli cristiani e pensiero egizio ed ellenistico.
Si ritiene che abbia prodotto non meno di 24 "libri" di commento ai Vangeli.

Secondo Ireneo, che lo combatté aspramente, Basilide propugnava una terribile eresia, sostenendo che la crocifissione era una frode, che Gesù non era morto sulla croce e che il suo posto era stato preso da un sostituto, un certo Simone di Cirene.

Questa affermazione venne sostenuta anche successivamente dal Corano, nel VII° secolo.

Occorre ricordare che anche Marcione, in alcuni aspetti della propria interpretazione del cristianesimo, rafforza il concetto che Gesù non fosse "realmente" morto sulla croce.


Fonte: srs di Sabato,  da Il tredicesimo apostolo

domenica 22 maggio 2011

La figura di Dio nell'ebraismo: Padre o Madre?


Di Iakov Levi

Riporto la lettera di una lettrice che pubblico, con il suo previo consenso, includendo la mia risposta: 



"Buonasera, sono Sharon Mantin, una studentessa della facoltà di psicologia di Roma che sta scrivendo la tesi sul ruolo del padre nella tradizione ebraica. 
 
Ho avuto spesso modo di leggere i suoi articoli pubblicati sul web e sono rimasta colpita da alcuni aspetti... mi chiedevo come mai parlando di Dio, siano sempre evidenziate le sue caratteristiche di padre mentre non vengono menzionate le sue caratteristiche materne.
 Soprattutto nei libri dei profeti, spesso Dio è paragonato ad una mamma che allatta i suoi piccoli, oppure ci si riferisce a lui chiamandolo il misericordioso, la cui radice "rachem" si riferisce all'utero.
Un' altra cosa che mi ha molto colpita è stata l'analisi del quinto comandamento in cui si impone l'onore e il timore di ambedue i genitori. Alcuni commentatori, tra i quali Rambam, sostiene che questo comandamento sia cosi' importante da fungere da garante degli altri nove comandamenti. Se il ruolo di garante della legge è un ruolo esclusivamente paterno, non basterebbe un comandamento che demandi unicamente il rispetto del padre... 

Mi scusi se probabilmente non sono stata molto chiara, ma non ho ancora una visione chiara dell'argomento.
La ringrazio anticipatamente della sua attenzione, sperando che lei possa aiutarmi a chiarire le idee." 


Sharon Mantin
.

Gentile Sharon Mantin, 



Nelle religioni monoteistiche, ebraismo e islam, la figura materna è stata ferocemente rimossa. Tuttavia, quando un contenuto carico di energie emotive viene rimosso, continua a premere per un riconoscimento da dietro le quinte. 

In entrambi le religioni, il dio padre intransigente e severo assume quindi anche parte di quelle peculiarità che sono materne per definizione. Infatti, come da lei evidenziato, Jahveh, ma anche Allah, diventa Rahum, misericordioso (in arabo Rahim). 

Prima dell'esilio babilonese, Jahveh era esclusivamente un dio guerriero e sanguinario, simbolo fallico dei clan della tribù di Giuda, che lo portavano in battaglia affinché li guidasse e li conducesse alla vittoria. Il termine "Dio degli eserciti" non va interpretato infatti in senso astratto, ma molto concreto. Prima dell'esilio babilonese, gli ebrei adoravano, insieme a Jahveh, anche le dee madri per eccellenza Astarte e Asherah. Quindi, dio ricopriva esclusivamente un ruolo maschile e paterno, poiché il ruolo materno veniva affidato ad Astarte e Asherah. 

Con il ritorno dall'esilio, la figura materna venne rimossa e gli ebrei si asserragliarono in un monoteismo intransigente. 

Quando un bambino perde la madre, si attacca ancora di più al padre, e vede in lui anche una seconda madre. Lo stesso accadde agli ebrei. 

Ho discusso dettagliatamente il meccanismo di questo processo in Trauma della nascita, esilio e monoteismo e in The Exile and its Consequences for Jewish Monotheism. 



Non è un caso che, proprio nei libri dei profeti, Jahveh venga definito anche con quelle peculiarità materne da Lei menzionate. Infatti i profeti erano coloro che si opponevano ai culti predominanti di Astarte e Asherah, e premevano affinché gli ebrei rimuovessero le istanze psichiche materne. Se volevano imporre una rinuncia pulsionale verso il corpo della Madre, dovevano necessariamente offrire una compensazione, almeno parziale, proponendo un’istanza paterna che contenesse almeno alcune delle peculiarità materne, soprattutto quelle che più sarebbero mancate, tra cui Rahamim (la misericordia), la cui radice viene da Rehem (utero), come da Lei menzionato. Siamo alla vigilia dell'esilio e ad esilio inoltrato. I giudei avevano appena perso quelli che erano i simboli della Madre: la terra e il Tempio, e, come descritto in Geremia, rimanevano ancora ferocemente attaccati ai culti della "Regina del cielo":

“Quanto all'ordine che ci hai comunicato in nome del Signore, noi non ti vogliamo dare ascolto; anzi decisamente eseguiremo tutto ciò che abbiamo promesso, cioè bruceremo incenso alla Regina del cielo e le offriremo libagioni come abbiamo già fatto noi, i nostri padri, i nostri re e i nostri capi nelle città di Giuda e per le strade di Gerusalemme. Allora avevamo pane in abbondanza, eravamo felici e non vedemmo alcuna sventura; ma da quando abbiamo cessato di bruciare incenso alla Regina del cielo e di offrirle libazioni, abbiamo sofferto carestia di tutto e siamo stati sterminati dalla spada e dalla fame” (Geremia, 44, 16-18).

"La Regina del cielo", l'Ishtar babilonese (Inanna sumera), equivalente all'Astarte cananea, era dunque una Mater Matuta e Nutrix misericordiosa, che proteggeva il suo popolo dalla fame e la spada. Quando fu rimossa dalla psiche ebraica, Jahveh ne assunse le peculiarità, e diventò lui il Rahum.

Tuttavia, fu molto faticoso per gli ebrei rimuovere dalla loro psiche la figura materna, e questa riemerse come Torah. 
Ho discusso la figura della Torah in Sapere e conoscenza. Dai riti iniziatici alla filosofia platonica e in On Trees and on Birds 



Per l'Islam fu più facile rimuovere la figura materna, poiché non possedevano nel loro archivio mentale un passato filogenetico di politeismo così articolato come ebrei e cananei, per non parlare dei greci. Ho trattato l'argomento in Il monoteismo come regressione psicosessuale.
In molte cose mimarono gli ebrei, ma il Corano non assunse mai gli stessi contenuti densi di energie ed emotività, come la Torah per gli ebrei, che la studiano e commentano con l'intensità peculiare della nevrosi ossessiva, sublimando in penetrazione intellettuale quella che è una pulsione genitale eterosessuale. Penetrazione  intellettuale e penetrazione genitale diventarono psichicamente equivalenti.

A questo proposito è importante ricordare che Freud, in "Simbolismo nei sogni" ci ha mostrato che il libro è un simbolo femminile. Quindi "il popolo del libro" significa "il popolo della madre".
Tuttavia, anche per l'Islam, la figura materna, anche se rimossa con più successo che per gli ebrei, emerge in alcune figure femminili di "sante", come Fatima e Maria stessa. 
Come riporta Erodoto, mille anni prima che l'Islam venisse implementato dagli arabi, questi adoravano un dio e una dea principali, Padre e Madre:

Dioniso è, con Urania, il solo dio del quale ammettono l'esistenza [...]. Dioniso è da loro chiamato Orotalt, Urania Alilat (Hist. III,8)

Alcuni traducono "Urania" con Afrodite Celestiale. "Alilat" non è altro che la traslitterazione al femminile del dio ebraico - cananeo El, che nel giudaismo post - esilico si condensò con Jahveh in un'unica figura. Abbiamo discusso l'equivalenza tra Dioniso e Jahveh in Occidente e Oriente nello specchio di Dioniso e di Apollo
Fino all'implementazione dell'islam, gli arabi avevano adorato "Dioniso" e "Urania", come gli ebrei, fino al primo esilio (587 a.C), avevano adorato Jahveh e Asherah. In entrambi i casi, rimossa la Madre, rimase solo il Padre.

Per quello che riguarda la seconda parte della sua domanda:
"Un' altra cosa che mi ha molto colpita è stata l'analisi del quinto comandamento in cui si impone l'onore e il timore di ambedue i genitori. Alcuni commentatori, tra i quali Rambam, sostiene che questo comandamento sia cosi'  importante da fungere da garante degli altri nove comandamenti. Se il ruolo di garante della legge è un ruolo esclusivamente paterno, non basterebbe un comandamento che demandi unicamente il rispetto del padre...", bisogna capire il significato latente e inconscio del comandamento. 


"Onora il padre e la madre" intende proibire la scarica libidica su quelli che sono gli oggetti originali della libido infantile: il padre e la madre. 
La legge, la Torah, essendo la madre, e inconsciamente viene dal Padre, rappresenta una sua estensione e gli appartiene, deve essere tutelata dalla scarica libidica di cui è naturalmente l'oggetto. Se penetriamo l'intenzione latente del testo, ci diviene chiara anche l'interpretazione del Rambam. Infatti, se si onorano il Padre e la sua Legge (la Madre), l'ordine sociale viene tutelato contro quelle pulsioni erotico aggressive che ne minano la stabilità. La funzione della madre, almeno nel giudaismo, viene dunque interpretata come l'articolazione del volere del Padre: "Ascolta, figlio mio, l'istruzione di tuo padre e non disprezzare la Torà di tua madre" (Prv. 1,8 e 6,20). Rappresentando ella stessa un oggetto erotico, per sè, ed appartenendo al padre, va doppiamente tutelata ed "onorata".
Al suddetto livello, se ne condensa un altro, latente, che risucchia dagli strati primari dello psichismo infantile e dei popoli. 
Come evidenziato da Freud, all'inizio vi fu una dea madre, poi un dio figlio, e solo per ultimo apparve nel pantheon dei popoli il dio - padre: il ritorno dalla rimozione del padre primigenio dell'orda (Psicologia delle masse e analisi dell'Io, 1921, Complementi XII B). 

Ebraismo e islam portarono a compimento il suddetto processo, rimuovendo l’istanza materna e filiale, e lasciando il campo a un solo dio – padre onnipotente. Il cristianesimo mise un atto un compromesso, nel quale però il dio - figlio e la dea - madre continuarono ad avere la preminenza, come lo era stato nei culti del mondo greco – romano nel quale fu implementato. 


Tuttavia, il processo di quello che potremmo definire un tentativo di attribuire al padre la fonte di tutto, come avviene in un certo stadio dell'evoluzione psichica infantile, era già cominciato in embryo nella mitologia greca. 


In una delle versioni sulla nascita di Afrodite, la dea donna per eccellenza, associata alla sessualità come le sue controparti orientali Inanna - Ishtar - Astarte, e Asherah, si racconta che la dea nacque dal pene evirato di Urano, gettato da Crono nel mare. 

Quindi, anche i Greci albergavano la percezione endopsichica che la donna, oggetto di desiderio sessuale, sia il pene del Padre, sia una sua trasformazione, e quindi gli appartenga in quanto parte del suo stesso corpo. Il desiderio sessuale verso la donna diventa, così, un'infrazione contro la sacralità e l'icolumità del pene paterno. Questo infatti rappresenta il tabù originale, dal quale derivano tutti gli altri. 


Come dimostrato da Theodor Reik in Myth and Guilt, il peccato originale non era l'atto sessuale, ma l'aggressione cannibalistica verso il pene - corpo del dio.  Dal momento che la causa dell'aggressività filiale va ricercata nell'inibizione che il padre esercita verso i bisogni pulsionali dei figli, le due cose, incesto e parricidio, sono indirettamente associate, ma gli antichi limitavano il tabù al corpo del dio, e non lo estendevano al desiderio eterosessuale per sé. 


L'ebraismo, implementando il monoteismo, dopo il ritorno dall'esilio babilonese, incrementò le restrizioni dirette alla sessualità, che presso tutti i popoli semiti erano molto blande e quasi non esistenti, ma il tabù rimase legato al corpo paterno, allargandone il concetto alla "donna d'altri" (in quanto d'altri inconsciamente significa "del padre", o anche semplicemente del tuo vicino), ma non solo la sessualità per sé non fu mai considerata peccato, bensì il rapporto sessuale è considerato obbligatorio.
Il rapporto sessuale rimase precetto, ricalcando i culti della fertilità in voga presso tutti i popoli semiti, e il tabù rimase limitato alla madre = pene del padre + "donna d'altri" = pene "d'altri".
Ovvero, l'adulterio è proibito in quanto la donna d'altri è il loro pene, e diventa un peccato di aggressività sociale. Non guasta ricordare che nell'ebraismo l'adulterio è solo quello commesso da un uomo con una donna fidanzata o sposata ad altri, e non riguarda il rapporto sessuale per sé. Se la donna è libera, anche se il perpetratore è già sposato, non vi è adulterio alcuno. 


Solo con il cristianesimo il peso del peccato fu spostato al rapporto sessuale, e quello che era stato un peccato di aggressività parricida diventò un peccato "della carne",  conservando solo una tenue traccia mnestica, che "la carne" era stata quella del Padre primigenio divorato. 
Il parricidio venne negato (denial), ma il senso di colpa non sparì, bensì fu spostato sulla sessualità. E' un classico caso di rimozione e spostamento.

Ed ecco che ci diventa più chiara l'importanza del comandamento "Onora il padre e la madre". Sono entrambi due aspetti della stessa cosa: Il Padre e il suo pene, pene che si trasfigura in Madre e Torah.

Cordiali saluti

Iakov Levi


Fonte: srs di Iakov Levi, da http://psychohistory2001.com/index.html  del
 22 dicembre  2004


sabato 21 maggio 2011

Atti degli Apostoli: Il vangelo annunziato ai pagani; Cornelio invita Pietro a casa sua
(Atti 10)

Battesimo di Cornelio 

Forse a qualcuno è sfuggito il particolare:  il “nomen” “Cornelio”, del centurione che entra in scena  in questo brano degli Atti,  non è un “nomen” di un soldato qualsiasi, ma  ci indirizza addirittura  alla  “gens Cornelia”, famiglia patrizia tra le più importanti dell'antica Roma, ricompresa nelle “cento gentes” originarie ricordate dallo storico Tito Livio.
I Cornelii  furono una delle più importanti famiglie romane; ricoprirono tutte le magistrature, ed in particolare il consolato più di tutte le altre gentes, per ben 106 volte.

Quegli anni di gravi tensioni sociali, per la  mai accettata dominazione romana  e una  cultura  giudaica   impregnata di teorie  apocalittiche e messianiche porteranno alla prima guerra giudaica, questo passo  degli atti fu un potentissimo  messaggio politico, oltre che teologico.

1 Vi era in Cesarea un uomo di nome Cornelio, centurione della coorte detta «Italica».
2 Quest'uomo era pio e timorato di Dio con tutta la sua famiglia, faceva molte elemosine al popolo e pregava Dio assiduamente.

3 Egli vide chiaramente in visione, verso l'ora nona del giorno, un angelo di Dio che entrò da lui e gli disse: «Cornelio!»
4 Egli, guardandolo fisso e preso da spavento, rispose: «Che c'è, Signore?» E l'angelo gli disse: «Le tue preghiere e le tue elemosine sono salite, come una ricordanza, davanti a Dio.
5 E ora manda degli uomini a Ioppe, e fa' venire un certo Simone, detto anche Pietro.
6 Egli è ospite di un tal Simone, conciatore di pelli, la cui casa è vicino al mare».

7 Appena l'angelo che gli parlava se ne fu andato, Cornelio chiamò due dei suoi domestici, e un pio soldato fra i suoi attendenti
8 e, dopo aver raccontato loro ogni cosa, li mandò a Ioppe.
9 Il giorno seguente, mentre quelli erano in viaggio e si avvicinavano alla città, Pietro salì sulla terrazza, verso l'ora sesta, per pregare.
10 Ebbe però fame e desiderava prender cibo. Ma mentre glielo preparavano, fu rapito in estasi.
11 Vide il cielo aperto, e scenderne un oggetto simile a una gran tovaglia, che, tenuta per i quattro angoli, veniva calata a terra.
12 In essa c'era ogni sorta di quadrupedi, rettili della terra e uccelli del cielo.
13 E una voce gli disse: «Àlzati, Pietro; ammazza e mangia».
14 Ma Pietro rispose: «No assolutamente, Signore, perché io non ho mai mangiato nulla di impuro e di contaminato».
15 E la voce parlò una seconda volta: «Le cose che Dio ha purificate, non farle tu impure».
16 Questo avvenne per tre volte; poi d'un tratto quell'oggetto fu ritirato in cielo.

17 Mentre Pietro, dentro di sé, si domandava che cosa significasse la visione, ecco gli uomini mandati da Cornelio, i quali, avendo domandato della casa di Simone, si fermarono alla porta.
18 Avendo chiamato, chiesero se Simone, detto anche Pietro, alloggiasse lì.

19 Mentre Pietro stava ripensando alla visione, lo Spirito gli disse: «Ecco tre uomini che ti cercano.
20 Àlzati dunque, scendi, e va' con loro, senza fartene scrupolo, perché li ho mandati io».
21 Pietro, sceso verso quegli uomini, disse loro: «Eccomi, sono io quello che cercate; qual è il motivo per cui siete qui?»
22 Essi risposero: «Il centurione Cornelio, uomo giusto e timorato di Dio, del quale rende buona testimonianza tutto il popolo dei Giudei, è stato divinamente avvertito da un santo angelo, di farti chiamare in casa sua e di ascoltare quello che avrai da dirgli».
23 Pietro allora li fece entrare e li ospitò. Il giorno seguente andò con loro; e alcuni fratelli di Ioppe l'accompagnarono.

24 L'indomani arrivarono a Cesarea. Cornelio li stava aspettando e aveva chiamato i suoi parenti e i suoi amici intimi.
25 Mentre Pietro entrava, Cornelio, andandogli incontro, si inginocchiò davanti a lui.
26 Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Àlzati, anch'io sono uomo!»
27 Conversando con lui, entrò e, trovate molte persone lì riunite,
28 disse loro: «Voi sapete come non sia lecito a un giudeo di aver relazioni con uno straniero o di entrar in casa sua; ma Dio mi ha mostrato che nessun uomo deve essere ritenuto impuro o contaminato.
29 Perciò, essendo stato chiamato, sono venuto senza fare obiezioni. Ora vi chiedo: qual è il motivo per cui mi avete mandato a chiamare?»

30 Cornelio disse: «Quattro giorni or sono stavo pregando, all'ora nona, in casa mia, quand'ecco un uomo mi si presentò davanti, in veste risplendente,
31 e disse: "Cornelio, la tua preghiera è stata esaudita, e le tue elemosine sono state ricordate davanti a Dio.
32 Manda dunque qualcuno a Ioppe e fa' venire Simone, detto anche Pietro; egli è ospite in casa di Simone, conciatore di pelli, in riva al mare".
33 Perciò, subito mandai a chiamarti, e tu hai fatto bene a venire; or dunque siamo tutti qui presenti davanti a Dio, per ascoltare tutto ciò che ti è stato comandato dal Signore».
34 Allora Pietro, cominciando a parlare, disse: «In verità comprendo che Dio non ha riguardi personali;
35 ma che in qualunque nazione chi lo teme e opera giustamente gli è gradito.
36 Questa è la parola ch'egli ha diretta ai figli d'Israele, portando il lieto messaggio di pace per mezzo di Gesù Cristo. Egli è il Signore di tutti.
37 Voi sapete quello che è avvenuto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni;
38 vale a dire, la storia di Gesù di Nazaret; come Dio lo ha unto di Spirito Santo e di potenza; e com'egli è andato dappertutto facendo del bene e guarendo tutti quelli che erano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.
39 E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nel paese dei Giudei e in Gerusalemme; essi lo uccisero, appendendolo a un legno.
40 Ma Dio lo ha risuscitato il terzo giorno e volle che egli si manifestasse
41 non a tutto il popolo, ma ai testimoni prescelti da Dio; cioè a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.
42 E ci ha comandato di annunziare al popolo e di testimoniare che egli è colui che è stato da Dio costituito giudice dei vivi e dei morti.
43 Di lui attestano tutti i profeti che chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati mediante il suo nome».

44 Mentre Pietro parlava così, lo Spirito Santo scese su tutti quelli che ascoltavano la Parola.
45 E tutti i credenti circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliarono che il dono dello Spirito Santo fosse dato anche agli stranieri,
46 perché li udivano parlare in altre lingue e glorificare Dio.

47 Allora Pietro disse: «C'è forse qualcuno che possa negare l'acqua e impedire che siano battezzati questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo come noi?»
48 E comandò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Allora essi lo pregarono di rimanere alcuni giorni con loro.

Fonte: Atti degli  Apostoli 

venerdì 20 maggio 2011

LA GLORIA DI DIO È L'UOMO VIVENTE E LA VITA DELL'UOMO È LA VISIONE DI DIO….DIO SI È FATTO UOMO PERCHÉ L'UOMO DIVENTI DIO

Sant’Ireneo di Lione

Quando Ireneo scrisse, scagliandosi contro gli gnostici nella sua opera "Contro le eresie", IV, 20,7) questi passi:
“La gloria di Dio è l'uomo vivente e la vita dell'uomo è la visione di Dio...Dio si è fatto uomo perchè l'uomo diventi Dio”.
Dimostra come il significato profondo di quanto afferma è, in sostanza, la conoscenza di sé per trovare dentro di noi il germe divino.
Allora perchè tanto accanimento nei confronti degli gnostici?
Perché l'uomo non poteva trovare da solo questa strada verso Dio, ma necessitava di una guida, quale voleva essere inderogabilmente la Chiesa Cattolica?


Fonte: Sant’Ireneo di Lione, pronunciandosi contro gli gnostici nella sua opera  ("Contro le eresie", IV, 20,7)

giovedì 19 maggio 2011

DANIELE COMBONI, E UNA LETTURA DELL'AFRICA TUTT'OGGI VALIDA




Forse si apre per l’Africa un momento decisivo. Il presidente degli Usa, Barak Obama, ha sangue africano nelle vene, e lo ha rivendicato, con un certo orgoglio, in più occasioni. Con grande coraggio Obama, l’11 luglio 2009, ad Accra, capitale del Ghana, si è rivolto agli africani dichiarando che non ci si può sempre nascondere dietro le colpe dell’Occidente se si vuole veramente fare qualcosa per cambiare la situazione: “è troppo facile, ha detto, addossare ad altri la colpa di questi problemi. L’Occidente non è responsabile della distruzione dell’economia dello Zimbabwe nell’ultimo decennio o delle guerre in cui vengono arruolati bambini tra i combattenti. Ma io sono convinto che questo sia un nuovo momento di promesse”.

Molti problemi africani, ha aggiunto, derivano dalla corruzione dei governi locali, e dall’inveterata abitudine di guerre interminabili tra le tribù: “Voglio essere chiaro: per tanti, troppi africani i conflitti armati sono parte dell’esistenza. Questi conflitti sono una pietra al collo per l’Africa. Dobbiamo combattere la mancanza di umanità in mezzo a noi. Non è mai giustificabile prendere di mira innocenti in nome dell’ideologia. Costringere i bambini a uccidere in guerra è la sentenza di morte di una società. Condannare le donne a stupri incessanti e sistematici è un segno estremo di criminalità e di vigliaccheria. Dobbiamo dare testimonianza del valore di ogni bambino del Darfur e della dignità di ogni donna del Congo. Nessuna fede o cultura può giustificare le offese contro di essi” (http://gheddo.missionline.org/?m=200907).

Continue guerre tribali, governi locali corrotti, condizione della donna e dei bambini: forse Obama si stupirebbe di sapere che questi, ed altri problemi, vennero indicati tra le cause del sottosviluppo dell’Africa, quasi due secoli fa, da uno dei primi europei che ebbero una profonda conoscenza dell’Africa, il missionario italiano DANIELE COMBONI.

Il Comboni nasce a Limone, un ridente paesino sul lago di Garda, tra il Trentino e il bresciano, il 15 marzo 1831, quarto di otto figli, in una famiglia piuttosto povera. Non potendo i suoi genitori pagargli la scuola, secondo una consuetudine che durerà a lungo anche nel Novecento, studia come esterno nel seminario vescovile di Verona. Nel 1842 entra nell’Istituto fondato da don Nicola Mazza, in particolare per gli orfani e i poveri. Comboni incomincia a sognare la missione leggendo le storie dei martiri giapponesi scritte da Alfonso de Liguori. Per la precisione le vicende di nove missionari e 17 cristiani crocifissi a Nagasaki, nel 1597, a causa della loro fede. Una storia analoga, insomma, a quella recentemente narrata da Rino Cammilleri, con grande passione, nel suo “Il crocifisso del samurai” (Rizzoli).

 L’ animo del giovane Daniele si fa affascinare da questi esempi assoluti di dedizione, di coraggio, di totale affidamento a Dio e si nutre di letture che incitano alla virtù ed alla magnanimità. Ma lo stimolo in lui nasce anche grazie al contatto con don Mazza, che vorrebbe estendere la sua opera a favore degli africani neri. Alcuni di loro, in effetti, studiano nel suo istituto, per poi tornare in Africa. Comboni inizia a sognare questa terra lontana, soprattutto il Sudan, o Nigrizia, come veniva chiamato allora, in mano all’Egitto musulmano di Mohammed Alì, che da una parte cerca di modernizzare il paese, dall’altra permette che il Sudan venga depredato sistematicamente allo scopo di procurare schiavi, per le guerre e per le grandi opere pubbliche. La gavetta il Comboni la fa nei dintorni di Verona, nel 1855, allorché il colera miete parecchie vittime e lui ottiene dai suoi superiori di potervisi dedicare.

A 26 anni Comboni parte per l’Africa per la prima volta. Questo continente è ancora, per gli europei, in gran parte un mistero. La spartizione coloniale non è ancora avvenuta e “la cultura nella quale ( Comboni, ndr) era stato educato –intransigente, antimoderna, tutta papalina, certamente antirisorgimentale- lo mette al riparo dalle seduzioni dell’imperialismo europeo” (Gianpaolo Romanato, L’Africa Nera tra Cristianesimo e Islam, Corbaccio, Milano, 2003, p.18) .
Partire significa correre verso l’ignoto, lasciare due genitori poveri che hanno perso tutti gli altri sette figli. Il cuore di Daniele è straziato, ma alla fine, risolti alcuni problemi economici dei genitori, riesce a partire. Il I viaggio dura dal 1857 al 1859. Dobbiamo immaginare “giornate intere sulla groppa di un cammello, notti sotto le stelle, oppure esposto alla pioggia, avvolto in una coperta e con la testa appoggiata a un sasso, con i fuochi sempre accesi per tenere lontane le fiere, cibo raccolto lungo la strada, acqua imputridita dal caldo e dal sole”.

 Nella sua vita Comboni arriverà nel cuore del continente africano altre sette volte, in 24 anni. Affronterà rischi incredibili, perderà, uno ad uno tanti compagni, religiosi e laici, uccisi dalla fatica e dalle malattie. Il suo motto è “Nigrizia o morte”, il suo pensiero costante a quei neri che scrive ogni volta di amare con tutto il cuore e di cui si dichiara servo, pronto a lottare, per loro, “coi potentati, coi turchi, cogli atei, coi framassoni, coi barbari, cogli elementi, coi preti, coi frati, col mondo e con l’inferno”.

 Tuttavia, aggiunge, la fiducia totale “è in Colui che morì per i Negri”.
Il 27 novembre 1857 da Korosko, nella Nubia, scrive al padre: “Ma voi bramerete sapere qualche cosa del nostro viaggio: or eccomi a soddisfarvi. Sormontate le formidabili cateratte d'Assuan il giorno 15 corr.te, entrammo lieti nella Nubia, che offre un aspetto assai differente da quel dell'Egitto. Le sponde del Nilo son quasi sempre fiancheggiate da immense montagne di granito, rare volte da boscaglie di datteri e palme; il cielo è bellissimo; gli abitanti sono del colore come le more più biancastre del nostro Istituto, di animo più bello dell'egiziano, e un po' meno fedele al tirannico governo del gran Pascià che fa governare la Nubia (vasto regno una volta e mezza e più di tutto l'impero austriaco benché minore in popolazione) per mezzo di appositi Mudir incaricati di raccogliere non già le imposte, ma tutti i prodotti del terreno nubiano, per mettere tutto nei fondachi del gran Cairo, lasciando nudo il popolo, che si ciba quasi sempre di datteri, e qualche volta d'un po' di durah. E' una cosa veramente compassionevole il vedere questi popoli avvolti nella miseria, e nelle più grandi privazioni; eppure ringraziare ogni giorno Maometto che vuole così”.

Il secondo viaggio in africa- che gli appare subito, come all’esploratore italiano Pellegrino Matteucci, “terra inospitale” e nello stesso tempo “sirena incantatrice”, va dal 1860 al 1861 e ha come fine quello di acquistare, a nome di don Mazza, giovani ex schiavi liberati, per portarli a Verona, istruirli e rimandarli in patria. Nel 1864, mentre prega nella basilica di San Pietro a Roma, Comboni concepisce un “piano per salvare l’Africa”, che contiene le linee guida della sua futura azione di apostolato e della fondazione dell’Istituto maschile (1867) e di quello femminile, nel 1871.

Le idee di Comboni sono molto chiare. E’ deciso a realizzarle, anche se spesso viene guardato come fosse matto: “Andate in tutto il mondo e annunciate il vangelo ad ogni creatura, si ripete, anche in Africa…Io sarò con voi sino alla fine del mondo”. Il nucleo del progetto consiste dunque nell’idea che i mali dell’Africa sono anzitutto mali spirituali, e di conseguenza anche materiali. L’Africa sarà salvata e si svilupperà se conoscerà Cristo.

Comboni, come ricorda Richard Gray nell’introduzione allo studio di Gianpaolo Romanato, “ignorava la moderna esigenza di dialogo tra le religioni. Egli non fu assolutamente un figlio dell’Illuminismo”. Neppure sapeva qualcosa dell’ecumenismo post-Concilio. Dialogare con gli uomini, con tutti, coi poveri e coi potenti; amarli, tutti, in particolare gli africani, questo sì. Ma dialogo con le religioni assolutamente no.

 Per Comboni occorre salvare l’Africa con Cristo, e con gli africani; occorre costruire scuole, ospedali, università, per loro e con loro, non in Europa, quanto nei loro paesi, rispettando il più possibile usi e costumi locali. Occorre, soprattutto, liberarli da alcuni mali che li mantengono nelle tenebre spirituali, “sotto il giogo di Satana”, e nel sottosviluppo: il Corano, e quelle credenze animiste che portano per esempio il re del Buganda a festeggiare alcune ricorrenze sgozzando decine di schiavi in riti propiziatori. La vita Comboni decide di darla per questo, per nulla di meno.

Accanto a sé vuole persone versatili, disposte a tutto, a divenire, come promette loro, “carne da macello”: “Il missionario e la suora dell’Africa centrale devono essere carne da macello, disposti ai sacrifici e al martirio, condizioni essenziali per consacrarsi alla conversione della Nigrizia”. Accanto a sé vuole, soprattutto, ragazze disposte a immolarsi con generosità estrema. E’ infatti convinto che saranno le donne le sue vere alleate. Scrive: “ le donne educheranno le giovinette africane in modo da formare: abili istitutrici…; abili maestre e donne di famiglia, le quali dovranno promuovere l’istruzione femminile in leggere, scrivere, far di conto, filare, cucire, tessere, assistere gli infermi…”.

Cambiare la “femminil società africana” per lui significa cambiare l’Africa, perché la “rigenerazione della grande famiglia africana”, come di quella europea, dipende da esse.

Uno dei grandi mali dell’Africa infatti, animista e islamica, è la condizione della donna, sottomessa, tra le altre cose, alla poligamia.
Il 29 marzo 1858 dalla tribù dei Kich, scrive a suo padre: “L'altro giorno venne a me un capitano della milizia egiziana per domandarmi consiglio per una malattia agli organi genitali: siccome si trattava di affare sifilitico, fra le altre cose gli prescrissi l'astinenza dall'uso con donne non solo, ma anche colla medesima sua moglie, altrimenti se n'andrebbe presto a trovar Maometto; al che mi rispose: Che volete ch'io ne faccia di tante donne? ne ho dieci in mia casa che sono mie mogli, e quindi ne ho abbastanza senza cercarne delle altre. La poligamia qui è in grande uso in tutti quelli che hanno da mantenersi…”.

E in un’altra occasione: in Africa la “donna non è persona, ma è cosa di commercio e di capriccio, non altrimenti che una pecora o capra, cara al padrone soltanto se porta utile e diletto”.
Poligamia e promiscuità sessuale, così diffuse in Africa, nota Comboni, portano alla nascita di tanti bambini che nessuno desidera, e che finiscono poi abbandonati e schiavi. In effetti, nota il già citato Gianpaolo Romanato, docente di storia all’Università di Padova, le testimonianze ci dicono che nella Khartoum di quegli anni bastano pochi soldi per comperarsi “una splendida abissina e tenersela come concubina in aggiunta alle schiave negre”.

Persino gli europei che vivono lì ne approfittano, generando “figli che spesso andavano a ingrossare le frotte dei ragazzini abbandonati di cui si interesserà la missione” o destinati alla schiavitù (p. 87). Di brave ragazze, per aiutare l’Africa, Comboni ne conquista diverse. Succede ad esempio che viene invitato a cena da un amico, inizia a parlare dell’Africa, delle sue necessità, dei propri viaggi, sino ad affascinare le figlie dell’ospite. Che iniziano a fare domande, a interessarsi, a volerlo seguire…

Una dopo l’altra, Teresa Grigolini, Marietta Caspi, Maria Giuseppa Scadola, Vittoria Paganini, Concetta Corsi e tante altre lasciano le loro famiglie per il continente lontano e bisognoso. Spesso sono scene strazianti: i genitori vedono partire le giovani figlie per un paese di cui non conoscono nulla, se non la lontananza e la pericolosità. Maria Caprini, per raccontare solo un aneddoto, viene osteggiata in tutti i modi dalla mamma, che non vuole lasciarla partire. Lei allora le dice: “ E se mi sposassi e mio marito mi portasse oltre oceano come fanno tanti emigranti, cosa avresti da dire? Allora, perché non permetti a Dio quello che permetteresti ad un uomo?”.
Delle prime suore partite col Comboni alcune moriranno in Africa, altre verranno fatte schiave, altre costrette dal Mahdi a sposarsi, dopo essere state minacciate di morte e trattate con la durezza più estrema (Lorenzo Gaiga, Donne tra fedeltà e violenza, Emi, Bologna, 1995).
Vengono da varie parti del mondo, specialmente dall’Italia, parlano diverse lingue, e, come scrive Comboni, “non temono i viaggi difficili e pericolosi, dormono sotto un albero dove magari qualche ora prima vi era una iena o un leone, riposano sulla sabbia, di notte, a cielo aperto, o nell’angolo di una baracca; entrano nelle case degli infedeli, curano le loro piaghe e li invitano alla fede; entrano nei tribunali, scorrono i mercati per risparmiare un centesimo per la missione; altre si dedicano alla scuola, alla cultura morale delle fanciulle, si presentano davanti ai Pascià e con coraggio sostengono la causa degli infelici, si fanno rispettare dai turchi, dai soldati, dai barbari o selvaggi”.

Oltre alla condizione della donna, un altro male dell’Africa, è certamente il fatto che gli africani, dormono spesso all’aperto, o in caverne, o in case di paglia e di fango, inconsistenti, fragilissime, fetide, malsane, zeppe di ragni, serpenti e insetti nocivi: questo li espone più facilmente alle malattie, alle infezioni, al freddo e al caldo, “sì che la più gran parte della popolazione dell'Africa Centrale viene in tal guisa a rimaner priva di asilo ove ricoverarsi nell'epoca delle piogge, e rimane così esposta a tutte le intemperie, al freddo nella notte, al caldo nel giorno, di guisa che un gran numero di codesti infelici cadono ammalati, e contraggono fieri contagi, e mettono fine ad una misera vita con una morte ancor più misera e sventurata”. Inoltre gli africani del Sudan non conoscono l’uso della ruota, l’arte di coltivare, di mettere da parte il cibo nei momenti di abbondanza per fare fronte alle carestie; nelle città non vi sono né scuole, né ospedali, né fognature, e l’acqua putrida favorisce “colture di insetti e di rane, di odori nauseanti, focolaio di tutte le infezioni” (Romanato, p. 86).

Scrive Comboni nella sua relazione sull’Africa del 1878-79, al cardinale Luigi Di Canossa: “Non è così delle lande inospitali e delle remote contrade della Nigrizia, ove è pressoché sconosciuta l'industria umana, e la coltura e civiltà sono ancora bambine; anzi può dirsi con tutta verità, che quei paesi sono ancor primitivi, e molti di essi stanno più addietro in fatto di coltura e civiltà che non lo sieno stati i tempi dei nostri primi Padri Adamo ed Eva dopo la loro caduta...”.

Di fronte alla natura, alle pestilenze, alle malattie, alle carestie, inoltre, la superstizione e il fatalismo rendono questi popoli incapaci di cercare rimedi, di affrontare attivamente le difficoltà: “Finalmente l'errore funesto e perniciosissimo del fatalismo della setta dell'islamismo, l'ignoranza estrema e l'abitual condizione infelicissima dei poveri negri gementi sotto il ferreo giogo della più crudele ed orribile schiavitù, aggrava eccessivamente la misera condizione degli affamati dell'Africa Centrale su quelli delle Indie, della Cina, e delle altre missioni della terra. Il fatalismo islamitico, e l'estrema ignoranza dei poveri negri abbrutiti sotto il peso della schiavitù, è una delle precipue cagioni, per cui l'affamato stesso non bada punto alla sua sciagura, alle sue miserie, alla sua fame, alla sua sete, alle sue privazioni, alle sue malattie, ed ai pericoli della sua vita; e meno ancora vi fa attenzione la società dei suoi fratelli africani dominati dalla superstizione del fatalismo, in mezzo ai quali vive. Il maomettano affamato, che non possiede o non trova più di che satollarsi e campare la vita (e molto più il negro schiavo così istruito dal suo padrone), convinto come egli è dalla fiera legge del fata-lismo, secondo la quale egli deve subire il suo destino voluto da Dio, cioè, che egli deve assolutamente morire, avendolo Iddio a ciò destinato, egli, senza punto scuotersi o sconcertarsi, né fare strepito alcuno, né muover lamento, rassegnato pienamente alla sua sorte si sta tranquillo e sereno, senza pigliarsi cura di nulla, e senza fare ogni sforzo e adoperarsi per apporvi rimedio, ed allontanare da sé quella tremenda sciagura; e sovente, sempre in preda al suo fatalismo, si colloca sulla porta, od a fianco della sua abitazione, o dietro ad una capanna, o sotto un' albero; ed ivi impassibile ed a sangue freddo aspetta imperturbato la morte, esclamando col suo profeta: Allah kerim, cioè: Dio è degno di onore! Pel medesimo principio e dello stesso motivo, la sua famiglia, i suoi fratelli, la sua patria davanti ad una sciagura che reputano stabilita e destinata da Dio in forza dello stesso fatalismo, non si commuove, né fa strepito alcuno, né s'adopera gran fatto di rimuover lontano un tale infortunio; e perciò avviene non di rado che in una stessa città, in un medesimo villaggio succedono gravi infortuni senza che il pubblico se ne avvegga, o se ne dia per inteso, o si sforzi di allontanarli od apporvi rimedio”.

La superstizione africana- che nasce dal fatto che l’uomo africano non si sente distinto dalla natura, come nel cristianesimo, e quindi “le è sottoposto, la teme e ne è terrorizzato” (Hegel)- non impedisce soltanto la nascita della scienza e della tecnica, con cui quel ricco suolo potrebbe essere addomesticato dall’uomo, e reso fecondo, ma anche della medicina.

Comboni lamenta di non trovare in tutta l’Africa un “medico che conosca i primi elementi di medicina e di chirurgia”. Solo superstizioni, scongiuri, feticci, pozioni magiche e stregoni. Quando fa il “medico” della regione a santa Croce racconta che i neri che riescono a guarire tornano a ringraziarlo con una cerimonia che consiste nel lanciare sputi in ogni direzione accanto a lui e sulle sue mani guaritrici, “magiche”. Quanto ai governi: “nell'Africa Centrale i governi locali non si curarono punto delle sciagure e calamità dei popoli soggetti. Tutto il loro pensiero in generale è di smungere il sangue dei sudditi, e di cavar colle gabelle e colle imposte quanto più vien lor fatto, anche con ogni genere di violenza”.

Infine, la terza grande piaga dell’Africa, spiega Comboni quando si reca nella curia romana o quando va a chiedere aiuto ai sovrani europei, ed in particolare a Francesco Giuseppe d’Austria, il più sensibile alle sue richieste, è la schiavitù.
La situazione è in verità terribile: il governo egiziano sfrutta crudelmente i neri; i mercanti europei senza scrupoli collaborano al massacro delle popolazioni locali per arricchirsi di avorio e di denaro; gli africani stessi, continuamente in lotta tra loro, divisi da un incredibile particolarismo, si fanno guerra e si assoggettano tra loro, schiavizzando a loro volta le tribù sconfitte, dando così il loro contributo all’iniquo commercio di carne umana e alimentando la richiesta egiziana! A quest’epoca le potenze europee, si sono in parte impegnate a contrastare la schiavitù, con una dichiarazione condivisa al congresso di Vienna.

Ma i suoi veri avversari sono missionari protestanti come Livingstone e Stanley, e missionari cattolici come madre Javouhey, Libermann, Marion de Bresillac, Massaia, l’arcivescovo Lavigerie, fondatore della Società dei missionari d’Africa, e, con l’ausilio di Leone XIII, della Societè Antiesclavagiste, don Nicola Oliveri, don Nicola Mazza, padre Ludovico da Casoria… e molti altri. Anche l’Egitto, ufficialmente, contrasta la tratta degli schiavi, ma poi, di nascosto, la protegge o la ignora. Comboni vede il suo Sudan decimato dalla tratta, gestita appunto in gran parte dai mercanti arabi che “strappano violentemente dalle famiglie ragazzi, fanciulle e giovani madri, uccidendo quasi sempre i padri e quelli che tentano di difendersi”.

Poi li portano per venderli “sui mercati del mar Rosso e dell’Egitto”. Sono talora gli stessi alti funzionari del Cairo o di Alessandria, che fanno rapire le “belle abissine”, le dinkesi, “migliaia di grassi negri per farli eunuchi”.  A fare schiavi i neri sono soprattutto gli arabi musulmani, ma anche le tribù nere praticano la schiavitù l’una nei confronti dell'altra, da sempre. Contro questo traffico di carne umana Comboni si oppone come può, ne riscatta molti, altri li rapisce e li trattiene nella missione; ottiene la possibilità di concedere il diritto d’asilo agli schiavi che lo richiedono, nascondendosi dietro un documento di protezione rilasciatoli dal Sultano per intercessione di Francesco Giuseppe, e lancia le sue invettive contro quei cristiani che collaborano alla tratta con armi e denari, ricordando loro che “i Sommi Pontefici Paolo III Urbano VIII Benedetto XIV Pio VII e Gregorio XVI tra gli altri, condannarono questi delitti come ingiuriosi al Cristianesimo...”.

Ad un sacerdote trentino, da El-Obeid, capitale del Cordofan, 24 giugno 1873, Comboni racconta: “Tutti i pascià e negozianti di schiavi ci temono e cercano di sfuggire ai nostri sguardi. Io ho dichiarato ai pascià di Chartum e di Cordofan che quanti schiavi trovo in città o fuori legati ecc., tutti li faccio condurre alla missione e non li restituisco più; tutti poi quelli che si presentano alla missione per denunciare i maltrattamenti che ricevono dai loro padroni, constatata la verità, li trattengo e non li restituisco; solo mi limito a denunziare al divano, che il tale e il tale ecc. l'ho trattenuto in missione, e fino a che si fa il processo ed è approvato da me, o dal mio sostituto in mia assenza, l'imputato dee stare in missione. I detti pascià o governatori che sanno d'essere in dolo, perché il primo negoziante di schiavi è il governo, non mi ripeterono sillaba, e m'accordarono tutto. Già a quest'ora ne ho liberati più di 500. Le corna di Cristo, dicea D. Mazza, sono più dure che quelle del diavolo. Ma oh! l'orrore della schiavitù che trionfa in queste parti! Da El-Obeid e da Chartum, e dal territorio che li congiunge, passano ogni anno più di mezzo milione di schiavi, la maggior parte femmine, ma mescolate senza riguardo ai maschi di ogni età, ma la maggior parte dai 7 ai 18 anni, tutte nude affatto, e la maggior parte incatenate, che si rubano e si strappano violentemente dal seno delle loro famiglie nelle tribù e regni posti al sud o sud-ovest di Chartum e Cordofan, essi rubano, talvolta uccidendo i genitori, se sono vecchi, o rubando o portando via e figli e genitori, se giovani. Tutti passano da qui per essere condotti o nell'Egitto, o sul Mar Rosso, ed essere venduti! A quelle fra le femmine che sono avvenenti, si dà anche un trattamento discreto per la prostituzione o per gli Harem, e gli altri pel servizio…”.

E concludeva: “Vegga, signore, uno dei compiti della nostra missione. Nessun trattato, nessuna potenza potrà qui abolirvi la schiavitù, perché è permessa da Maometto, e i musulmani credono di essere in diritto di esercitare la schiavitù. Non si distruggerà che colla predicazione del Vangelo, e collo stabilire definitivamente il cattolicesimo in queste contrade”.

A cinquant’anni Comboni è un uomo che si è speso senza misura: conosce varie lingue, ha viaggiato attraverso le foreste e i deserti, ha vinto numerose malattie, ha bussato alle corti europee, ha trovato il favore del papa Pio IX, di don Bosco e di tante altre personalità della Chiesa; si è conquistato l’appoggio e la stima di capi di stato musulmani e, lui austriacante, di italiani garibaldini e anticlericali come Romolo Gessi e Luigi Pennazzi; ha visto morire tanti compagni; ha subito calunnie e umiliazioni anche a causa di alcuni suoi confratelli…

Nella sua evangelizzazione ha costruito scuole ed ospedali, insegnando a scrivere, a praticare i mestieri grazie all’esempio di falegnami, muratori, sarti, calzolai, fabbri, contadini, spesso venuti direttamente dall’Italia; inoltre ha cercato di “introdurre il modello familiare cattolico”, il rispetto della donna e dei figli, la fedeltà coniugale…tutto in visto di quello che lui considera il “progresso cristiano”, che deve portare, senza fretta e senza accelerazioni o imposizioni, al battesimo. Ora, pochi anni prima della conferenza di Berlino del 1884, festeggia il suo compleanno a Khartoum con dignitari turchi ed egiziani, consoli d’Austria e di Francia. Ma è consumato dalle fatiche e dalle malattie. Di lì a poco, il 10 ottobre 1881, anche il suo fisico eccezionale cede definitivamente e Comboni muore. Ha dato la sua vita, come avrebbe voluto, per la “rigenerazione dell’Africa”.

L'AFRICA OGGI

Oggi, ad oltre cent’anni dalla sua morte, laddove la sua opera non ha avuto successo, quali sono i problemi dell’Africa? Gli stessi di allora. Esogeni e, soprattutto, endogeni.
Lo sfruttamento occidentale delle ricchezze del suolo e della manodopera locale, ad opera di alcune multinazionali, vere eredi dei trafficanti di schiavi europei del passato; la poligamia; l’aids al posto della sifilide, anche a causa della promiscuità sessuale e della donna usata per il “capriccio”; la corruzione dei governi locali, sempre in guerra tra loro e poco attenti al bene comune dei loro popoli; le dittature e l’instabilità politica; la tratta degli schiavi: quella di alcuni stati islamici che continuano a praticarla a danno dei neri; quella delle tribù nere, i soninke, i pular, i wolof… a danno di altri neri; i bambini soldato, imbottiti di droga, della Sierra Leone; le nigeriane, nuove schiave costrette a prostituirsi là e in Occidente, tramite i riti vodù, dai loro connazionali; le migliaia e migliaia di bambine vergini che “vengono offerte al Tro, una delle divinità del sistema vodù, come compenso per colpe commesse dai familiari”, che finiscono come trastulli sessuali e schiave degli stregoni del vodù (Nigrizia, n.5, 1998); il traffico degli organi; la superstizione politeista e animista che impedisce lo svilupparsi di scienza, tecnica e medicina: ancora oggi l’Africa animista conosce il sacrificio umano; epilettici, autistici, handicappati, sono sovente considerati maledetti, e allontanati, abbandonati e uccisi; uomini come il presidente del Gambia Yahya Jammeh dichiarano di aver ricevuto dagli dei la cura per l’asma e l’aids (Alice Bellagamba, L’Africa e la stregoneria, Laterza); gli albini vengono spesso fatti a pezzi e i loro organi usati per filtri di vario tipo; interi villaggi vengono assaliti e distrutti, perché abitati dai “bambini stregoni”…

 Le patologie fisiche e psichiche sono spesso messe in relazione alla presenza di spiriti malvagi: i “criminali impiccati, gli stregoni gli schiavi e i prigionieri di guerra che non hanno potuto avere funerali tradizionali” vagherebbero nella città dei vivi, tormentandoli “con malattie e possessioni”, sicché “ogni sorta di sventura e di disgrazia è attribuita” agli “oscuri poteri” delle maledizioni e dei malefici (Mauro Burzio, “Viaggio tra gli dei africani”, Mondadori, 2005) …

Forse, allora, la ricetta per l’Africa rimane quella di Comboni, che vide tutta la realtà, così com’era, senza inganni, senza facili ottimismi, e ciononostante l’Africa “la amò e la apprezzò non soltanto per la sua infinita miseria, che chiedeva soccorso, ma anche per se stessa, per i valori che racchiudeva, per l’umanità che svelava a chi fosse stato capace di andare al di là dell’apparenza” (Gianpaolo Romanato), e degli innegabili problemi di quel martoriato, eppure splendido, continente (Il Foglio)

Fonte:  da Liberta e Persona del 09/12/2009

mercoledì 18 maggio 2011

STORIA DELLO SCHIAVISMO: ROMANUS PONTIFEX - BOLLA DI PAPA NICCOLÒ V DEL 8 GENNAIO 1454.



Grazie all’appoggio dato dal sovrano portoghese Alfonso ad una crociata contro i Turchi che avevano occupato Costantinopoli (1453), il papa riconosce al re le conquiste fatte in terra africana, in Marocco (Ceuta, 1415) e lungo le coste del Golfo di Guinea. Inoltre il papa garantisce: il possesso dei mari adiacenti alle terre conquistate, il diritto esclusivo di commercio, pesca e navigazione, l’esenzione delle restrizioni imposte dalla Legge canonica sul commercio con gli Infedeli e infine (e soprattutto) il diritto di organizzare tutta l'amministrazione ecclesiastica cristiana nei nuovi territori. Quest'ultima concessione è importante perché da l'inizio al Patronato regio spagnolo, ossia al controllo statale sulla Chiesa cattolica nelle terre di missioni.
Nella bolla infine Niccolò V riconosce al sovrano portoghese anche la schiavitù dei neri d’Africa, sottomessi ai colonizzatori portoghesi o in seguito all’occupazione o in virtù di acquisti commerciali.

Due i passi in cui il Papa affronta la questione degli schiavi:

« Per molti anni fu condotta la guerra contro i popoli di questi luoghi in nome del re Alfonso e dell'Infante e durante la lotta numerose isole vicine furono sottomesse èd occupate pacificamente; esse sono ancora in loro possesso, con il mare vicino. Da allora anche molti abitanti della Guinea ed altri negri furono catturati con la violenza, mentre altri erano ottenuti con lo scambio di articoli non proibiti, o con altri contratti legali d'acquisto, e furono mandati nel regno suddetto. Di questi un gran numero era stato convertito alla Fede Cattolica e si può sperare, con l'aiuto della misericordia Divina, che se viene continuato fra loro un progresso di tal genere, pure quei popoli verranno convertiti alla Fede, o almeno verranno acquistate a Dio le anime di molti di loro. »
(Niccolò V, Romanus Pontifex)

« Perciò noi, […], poiché abbiamo concesso precedentemente con altre lettere nostre tra le altre cose, piena e completa facoltà al re Alfonso di invadere, ricercare, catturare, conquistare e soggiogare tutti i Saraceni e qualsiasi pagano e gli altri nemici di Cristo, ovunque essi vivano, insieme ai loro regni, ducati, principati, signorie, possedimenti e qualsiasi bene, mobile ed immobile, che sia di loro proprietà, e di gettarli in schiavitù perpetua e di occupare, appropriarsi e volgere ad uso e profitto proprio e dei loro successori tali regni, ducati, contee, principati, signorie, possedimenti e beni, in conseguenza della garanzia data dalla suddetta concessione il re Alfonso o il detto Infante a suo nome hanno legalmente e legittimamente occupato le isole, terre, porti ed acque e le hanno possedute e le posseggono, ed esse appartengono e sono proprietà “de iure” del medesimo re Alfonso e dei suoi successori; […] possano compiere e compiano questa pia e nobilissima opera, degna di essere ricordata in ogni tempo, che noi, essendo da essa favoriti la salvezza delle anime, il diffondersi della Fede e la sconfitta dei suoi nemici, consideriamo un compito, che concerne Dio stesso, la sua Fede, e la Chiesa Universale – con tanta maggior perfezione, in quanto, rimosso ogni ostacolo, diverranno consapevoli di esser fortificati dai più grandi favori e privilegi concessi da noi e dalla Sede Apostolica. »
(Niccolò V, Romanus Pontifex)

Fonte: Wikipedia



UNA STORIA DELLO SCHIAVISMO DI HUGH THOMAS

“The History of the Atlantic Slave Trade 1440–1870”

  
La società civile considera la tratta degli schiavi, con la deportazione di undici o tredici milioni di persone,  come un ramo vergognoso delle attività economiche del nostro passato. Ma il commercio degli schiavi è stato elemento importante di gran parte della storia d’ Europa, delle Americhe e dell’ Africa per molti secoli,  anche se H. Thomas  rifiuta quelle teorie secondo le quali i profitti del commercio degli schiavi finanziarono la rivoluzione industriale europea: una tesi che costituisce il principale argomento di quei movimenti che rivendicano per l’Africa il risarcimento da parte dei paesi arricchitisi con lo schiavismo.
Gli sforzi realizzati dagli europei per colonizzare le Americhe si fondano sui milioni di schiavi neri, tradotti dall’Africa verso l’America, perché svolgessero i lavori più pesanti ed umili.
Il Portogallo fondò le sue prime colonie proprio allo scopo di commerciare in schiavi ( 1 ); nel nuovo mondo le sue colonie, come quelle create nell’America latina, dipendevano dalla manodopera nera. Le navi, i traffici, le risorse economiche portoghesi derivavano dal commercio degli schiavi africani. Questo commercio durò fino al tardo diciannovesimo secolo, quando gli ultimi schiavi furono deportati su moderne navi a vapore dall’ Angola, per esempio, alla colonia spagnola di Cuba. 
La storia del commercio degli schiavi si lega alla storia commerciale, marittima ed economica che dalla metà del XV proseguì fino alla fine del XIX secolo. Diverse industrie europee prosperarono grazie proprio al commercio degli schiavi, come quelle in Normandia che erano tutte sostenute dalla tratta schiavista. La tratta degli schiavi subì i colpi delle battaglie per i diritti civili, ma le idee abolizioniste si affermarono assai lentamente e anche dopo l’abolizione della schiavitù lo schiavismo continuò a sopravvivere illegalmente fino a tempi recenti.

( 1 )
Lo schiavismo è un fenomeno antichissimo, in qualche modo incoraggiato persino della Chiesa, come si legge nella bolla Dum diversas di papa Niccolò V, del 1452 , dove il Papa riconosce al re portoghese Alfonso V  le nuove conquiste territoriali; lo autorizza ad attaccare, conquistare e sottomettere i Saraceni, i pagani e altri nemici della fede; ad espropriare i loro beni e le loro terre; a ridurre gli indigeni in schiavitù  e trasferire tutti i loro beni al re del Portogallo e ai suoi successori.

 « Noi, rafforzati dall’amore divino, spinti dalla carità cristiana, e costretti dagli obblighi nel nostro ufficio pastorale, desideriamo, come si conviene, incoraggiare ciò che è pertinente all’integrità e alla crescita della Fede, per la quale Cristo, nostro Dio, ha versato il suo sangue, e sostenere in questa santissima impresa il vigore delle anime di coloro che sono fedeli a noi e alla vostra Maestà Reale. Quindi, in forza dell’autorità apostolica, col contenuto di questa lettera, noi vi concediamo la piena e libera facoltà di catturare e soggiogare Saraceni e pagani, come pure altri non credenti e nemici di Cristo, chiunque essi siano e dovunque abitino; di prendere ogni tipo di beni, mobili o immobili, che si trovino in possesso di questi stessi Saraceni, pagani, non credenti e nemici di Cristo; di invadere e conquistare regni, ducati, contee, principati; come pure altri domini, terre, luoghi, villaggi, campi, possedimenti e beni di questo genere a qualunque re o principe essi appartengano e di ridurre in schiavitù i loro abitanti; di appropriarvi per sempre, per voi e i vostri successori, i re del Portogallo, dei regni, ducati, contee, principati; come pure altri domini, terre, luoghi, villaggi, campi, possedimenti e beni di questo genere, destinandoli a vostro uso e vantaggio, e a quelli dei vostri successori… » 

Fonte: Rossilli.it



L’AUTORITÀ DOTTRINALE E LA SCHIAVITÙ

362 d.C.

Il Concilio locale di Gangra in Asia Minore scomunica chiunque incoraggi uno schiavo a mancare di rispetto al proprio pd.C.rone o a rifiutarsi di servirlo. (Divenne parte del Diritto Canonico dal XIII secolo).

354-430 d.C.

S. Agostino insegna che l’istituzione della schiavitù viene da Dio ed è a beneficio degli schiavi e dei padroni. (Citato in seguito da molti papi, a conferma della "Tradizione").

650 d.C.

Papa Martino I condanna chi predica la libertà agli schiavi o li incoraggia a fuggire.

1089 d.C.

Il Sinodo di Melfi, sotto Papa Urbano II, impone la schiavitù alle mogli dei sacerdoti . (Divenne parte del Diritto Canonico dal XIII secolo).

1179 d.C.

Il Terzo Concilio Laterano impone la schiavitù a chi aiuta i Saraceni.

1226 d.C.

La legittimità della schiavitù è incorporata nel Corpus Iuris Canonici, promulgato da Papa Gregorio IX e rimasto legge ufficiale della Chiesa fino al 1913. I giuristi canonici elaborano quattro giusti titoli alla detenzione di schiavi: in caso di prigionieri di guerra, di persone condannate alla schiavitù per crimini commessi; di persone che si vendono in schiavitù , compresi padri che vendano i propri figli; in caso di figli di madri schiave

1224-1274 d.C.

S. Tommaso d’Aquino difende la schiavitù in quanto istituita da Dio in punizione dei peccati e giustificata come parte del “diritto delle nazioni” e della legge naturale. I figli di una schiava sono giustamente schiavi, anche se non hanno personalmente commesso alcuna colpa! (Citato da molti Papi successivi).

1435 d.C.

Papa Eugenio IV condanna l’indiscriminata riduzione in schiavitù degli indigeni delle Isole Canarie, ma non condanna la schiavitù in quanto tale

1454 d.C.

Con la bolla Romanus Pontifex, Papa Nicola V autorizza il re di Portogallo a ridurre in schiavitù tutti i Saraceni e i pagani che il suo esercito riuscirà a catturare.

1493 d.C.

Papa Alessandro VI autorizza il Re di Spagna a ridurre in schiavitù i non-cristiani delle Americhe che sono in guerra contro le potenze cristiane.

1537 d.C.

Papa Paolo III condanna l’indiscriminata riduzione in schiavitù degli Indiani del Sud America.

1548 d.C.

Lo stesso Papa Paolo III conferma il diritto del clero e dei laici a possedere schiavi.

1639 d.C.

Papa Urbano VIII denuncia l’indiscriminata riduzione in schiavitù degli Indiani in Sud America, senza rinnegare i quattro “giusti titoli” al possesso di schiavi.

1741 d.C.

Papa Benedetto XIV condanna l’indiscriminata riduzione in schiavitù degli indigeni in Brasile, ma non denuncia né la schiavitù in quanto tale né l’importazione di schiavi dall’Africa.

1839 d.C.

Papa Gregorio XVI condanna la tratta internazionale degli schiavi neri, ma non mette in discussione la schiavitù in sé, né il commercio interno degli schiavi.

1866 d.C.

Il Santo Uffizio, in un’istruzione firmata da Papa Pio IX, dichiara: La schiavitù in sé, considerata in quanto tale nella sua natura essenziale, non è affatto contraria alla legge naturale e divina, e possono esserci diversi giusti titoli di schiavitù , ai quali fanno riferimento riconosciuti teologi e commentatori dei sacri canoni […]. Non è contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo sia venduto, comprato, preso o ceduto in scambio".

           
LA SVOLTA

1888 d.C.

Papa Leone III condanna la schiavitù in termini più generali, e sostiene il movimento antischiavista.

1918 d.C.

Il nuovo Codice di Diritto Canonico promulgato da Papa Benedetto XV condanna “la vendita in schiavitù di chiunque”. (Ma non c’è alcuna condanna del “possesso” di schiavi).

1965 d.C.

Il Concilio Vaticano Secondo difende i diritti umani fondamentali e denuncia tutte le violazioni dell’integrità umana, inclusa la schiavitù (Gaudium et Spes, nn. 27,29,67).

Fonte: womenpriests.org/it/

martedì 17 maggio 2011

LE VERE RAGIONI DELLA GUERRA IN LIBIA DI JEAN-PAUL POUGALA


Jean-Paul Pougala è uno scrittore Italiano di origine camerunese, direttore dell’Istituto di Studi Geostrategici e professore di sociologia all’Università della Diplomazia di Ginevra, Svizzera. E’ autore del libro autobiografico “in fuga dalle tenebre” Einaudi 2007

Il primo satellite Africano RASCOM 1

È la Libia di Gheddafi che offre a tutta l’Africa la sua prima vera rivoluzione dei tempi moderni: assicurare la copertura universale del continente per la telefonia, la televisione, la radiodiffusione e per molteplici altre applicazioni, come la telemedicina e l’insegnamento a distanza; per la prima volta, diviene disponibile una connessione a basso costo su tutto il continente, fino alle più sperdute zone rurali, grazie al sistema di ponti radio WMAX.

La storia inizia nel 1992, quando 45 paesi africani creano la società RASCOM per disporre di un satellite africano e fare abbassare i costi delle comunicazioni sul continente. Telefonare da e verso l’Africa presentava allora le tariffe più care al mondo, perché esisteva un’imposta di 500 milioni di dollari che ogni anno l’Europa incassava sulle conversazioni telefoniche, anche all’interno di uno stesso paese africano, per il passaggio delle comunicazioni sui satelliti europei come Intelsat.

In buona sostanza, il satellite africano veniva a costare 400 milioni di dollari da sborsare una tantum, e non bisognava versare ogni anno 500 milioni per avere in affitto i satelliti. Chi è quel banchiere che non finanzierebbe un tale progetto?

Ma l’equazione più difficile da risolvere era: come può lo schiavo affrancarsi dallo sfruttamento servile del suo padrone, sollecitando proprio l’aiuto di quest’ultimo per ottenere la sua liberazione? Quindi, per 14 anni, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, gli Stati Uniti, l’Unione Europea avevano fatto baluginare la possibilità del finanziamento e creato illusioni a questi paesi africani.

Nel 2006, Gheddafi mette fine al supplizio del chiedere inutilmente la carità ai presunti benefattori occidentali, che però praticano prestiti a tassi da usura; la Libia apre la strada mettendo sul tavolo 300 milioni di dollari, sono seguite la Banca Africana di Sviluppo con 50 milioni e la Banca dell’Africa Occidentale di Sviluppo con 27 milioni, ed è così che l’Africa, il 26 dicembre 2007, ha potuto gestire il suo primo satellite per le comunicazioni della sua storia.
Su questa scia si sono poste la Cina e la Russia, questa volta cedendo la loro tecnologia e consentendo quindi il lancio di nuovi satelliti, sud-africano, nigeriano, algerino, e la messa in orbita di un secondo satellito africano, nel luglio 2010.

Per il 2020 è prevista la messa in opera del primo satellite frutto al 100% della tecnologia africana, costruito su suolo africano, più specificamente in Algeria. Si prevede che questo satellite sia in grado di concorrere con i satelliti migliori del mondo, ma a costi 10 volte inferiori, una vera sfida!

Ed ecco come un semplice gesto simbolico di un pugno di 300 milioni possa cambiare la vita di tutto un continente. La Libia di Gheddafi ha fatto perdere all’Occidente, non solamente 500 milioni di dollari all’anno, ma i miliardi di dollari di debiti e di interessi che questo stesso debito permetteva di generare all’infinito e in modo esponenziale, contribuendo quindi a mantenere il sistema occulto che sta spogliando l’Africa.

Il Fondo Monetario Africano, la Banca Centrale Africana, la Banca Africana di Investimenti.

I 30 miliardi di dollari sequestrati da Mr. Obama appartengono alla Banca Centrale della Libia ed erano previsti come contributo finanziario libico idoneo alla costruzione della Federazione Africana attraverso tre progetti chiave:
  • la Banca Africana di Investimenti a Sirte, in Libia;
  • la creazione nel 2011 del Fondo Monetario Africano con un capitale di 42 miliardi di dollari con sede a Yaoundé, in Camerun;
  • la Banca Centrale Africana con sede ad Abuja, in Nigeria, la cui prima emissione della moneta africana firmerà la fine del Franco CFA, [N.d.tr.: la moneta utilizzata da 14 paesi africani, che sono stati colonie francesi], la moneta con cui Parigi mantiene il controllo su alcuni paesi africani da oltre 50 anni.

È quindi comprensibile, e ancora una volta di più, la rabbia di Parigi contro Gheddafi.
Il Fondo Monetario Africano dovrebbe sostituire in tutto e per tutto le attività sul territorio africano del Fondo Monetario Internazionale, che con soli 25 miliardi di dollari di capitale ha potuto mettere in ginocchio tutto un continente attraverso privatizzazioni discutibili, come il fatto di obbligare i paesi africani di passare da forme di monopolio pubblico a monopoli privati.

Perfino gli stessi paesi occidentali hanno bussato alla porta per essere ammessi come membri del Fondo Monetario Africano, e però, fra il 16 e il 17 dicembre 2010 a Yaoundé, all’unanimità gli Africani hanno respinto questa commistione interessata, stabilendo che solo i paesi africani potevano essere membri di questo Fondo Monetario.

Inoltre, risulta evidente che, dopo la Libia, la Coalizione occidentale scatenerà la sua prossima guerra contro l’Algeria, paese che, oltre a detenere enormi riserve energetiche, possiede una riserva monetaria di 150 miliardi di euro.

Ciò che muove la bramosia di tutti i paesi che stanno bombardando la Libia, e che li accomuna tutti, è che sono tutti dal punto di vista finanziario in fallimento, gli Stati Uniti da soli hanno un debito pari a 14.000 miliardi di dollari, la Francia, la Gran Bretagna e l’Italia, ciascuna, quasi 2.000 miliardi di debiti pubblici, quando i 46 paesi dell’Africa Nera hanno in totale un debito pubblico inferiore a 400 miliardi di dollari.

Creare conflitti impregnati di falsità in Africa, nella speranza di trovare l’ossigeno per continuare nella loro apnea economica, cosa che peggiorerà la loro situazione, porterà gli Occidentali a sprofondare nel loro declino, che aveva visto il suo decollo nel 1884, a partire dalla famosa Conferenza di Berlino.

[N.d.tr.: la Conferenza di Berlino sull’Africa negli atti ufficiali si limitò a sancire regole commerciali, umanitarie e, solo riguardo alle coste, di colonizzazione. Su quest’ultimo punto, poi, c’è da considerare che quasi tutti i tratti costieri del continente erano già occupati. Tuttavia, dopo i lavori della conferenza, si fecero strada in diplomazia concetti come la “sfera di influenza da consolidare” e “Hinterland”, idea tedesca per cui una potenza con rivendicazioni sulla costa aveva diritto all’entroterra adiacente. Tali concetti consentirono alla Germania, già durante la Conferenza, di vedersi riconosciuto il Camerun e, poco dopo, le consentì di proclamare un protettorato sul territorio di quella che sarebbe divenuta l’Africa Orientale Tedesca. Da questo momento le varie potenze, ma soprattutto Francia e Gran Bretagna, si contrastarono per la conquista di nuovi territori all’interno del continente africano, ciò che in inglese venne chiamato lo Scramble for Africa (la Corsa per l’Africa)].

Come aveva profetizzato l’economista Adam Smith, quando sosteneva l’abolizione della schiavitù, “l’economia di quei paesi che praticano oggi la schiavitù dei neri sta innescando una discesa agli inferi, che sarà dura il giorno che inizierà il risveglio delle altre nazioni.”

Unioni regionali come freno alla creazione degli Stati Uniti d’Africa

Per destabilizzare e distruggere l’unità africana, orientata pericolosamente (per l’Occidente) verso la costruzione degli Stati Uniti d’Africa con Gheddafi a giocare un ruolo importantissimo, l’Unione Europea ha tentato fin dall’inizio, senza riuscirci, di giocare la carta della creazione dell’UPM, Unione per il Mediterraneo.

Era assolutamente necessario separare nettamente il Nord Africa dal resto dell’Africa, evidenziando le medesime tesi razziste del 18.esimo e del 19.esimo secolo, secondo le quali le popolazioni africane di origine araba sarebbero più evolute, più civilizzate di quelle del resto del continente.

La creazione dell’UPM è fallita perché Gheddafi ha rifiutato di entrarvi. Egli aveva compreso immediatamente il gioco, a partire dal momento in cui si parlava dell’Unione per il Mediterraneo associandovi solo alcuni paesi africani senza far partecipe di questo l’Unione Africana, ma invitandovi tutti i 27 paesi dell’Unione Europea.

L’UPM, senza il motore principale della Federazione Africana, è fallita ancor prima di iniziare, un nato morto con Sarkozy come presidente e Mubarak, come vice-presidente. Ciò che Alain Juppé tenta di rilanciare, naturalmente scommettendo sulla caduta di Gheddafi.

Quello che i dirigenti africani non comprendono è che, fintanto che sarà l’Unione Europea a finanziare l’Unione Africana, si sarà sempre al punto di partenza, in quanto a queste condizioni non si realizzerà una effettiva indipendenza.

Per centrare il medesimo obiettivo, l’Unione Europea ha promosso e finanziato in Africa raggruppamenti regionali. È evidente che la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO), che ha un’ambasciata a Bruxelles e che riceve la parte essenziale dei suoi finanziamenti dall’Unione Europea, è un importante ostacolo contro la Federazione Africana. Questo è ciò che Lincoln aveva combattuto con la guerra di secessione negli Stati Uniti, perché dal momento in cui un gruppo di paesi si coagulano attorno ad una organizzazione politica regionale, questo non può che rendere fragile l’organizzazione centrale.

Ciò che l’Europa voleva, e ciò che gli Africani non hanno ben compreso creando di volta in volta la COMESA (Mercato Comune dell’Africa Orientale e Meridionale), l’UDEAC (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Centrale), la SADC (Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Meridionale) e il “Grande Maghreb”, non ha mai funzionato, ancora una volta grazie a Gheddafi, che aveva ben compreso le mire dell’Europa e degli Occidentali.

Gheddafi, l’Africano che ha permesso di lavare l’umiliazione dell’Apartheid

Gheddafi è nel cuore di pressoché tutti gli Africani come un uomo molto generoso e dallo spirito umanitario, dato il suo appoggio disinteressato alla battaglia contro il regime razzista del Sud-Africa. Se Gheddafi fosse stato un uomo egoista, per nulla sarebbe stato obbligato ad attirare su di sé i fulmini degli Occidentali a causa del suo sostegno finanziario e militare offerto all’African National Congress, ANC, nella lotta contro l’apartheid.

È per questo che, appena liberato dopo i suoi 27 anni di prigione, Mandela decide di non rispettare l’embargo delle Nazioni Unite contro la Libia, il 23 ottobre 1997.

A causa di questo embargo, anche aereo, per 5 lunghi anni nessun aereo aveva potuto atterrare direttamente in Libia. Per arrivare in Libia, bisognava prendere un aereo per la Tunisia; arrivare a Djerba, viaggiare in macchina per 5 ore verso Ben Gardane, attraversare la frontiera e dopo 3 ore di strada nel deserto si arrivava a Tripoli. Oppure, passare per Malta e compiere la traversata di notte su naviglio poco affidabile fino alla costa libica.

Un calvario per tutto un popolo, solo per punire un unico uomo, Gheddafi!

Mandela decise di spezzare questa ingiustizia e, rispondendo all’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, che aveva giudicato questa visita “inopportuna”, insorse affermando: “Nessuno Stato può arrogarsi il ruolo di gendarme del mondo, e nessuno Stato può dire agli altri ciò che devono fare”. Ed aggiunse: “Coloro che ieri erano gli amici dei nostri nemici, ora hanno la sfacciataggine di propormi di non visitare il mio fratello Gheddafi, ci consigliano di mostrarci ingrati e di dimenticare i nostri amici di ieri.”

Effettivamente, per gli Occidentali, i razzisti del Sud-Africa erano loro fratelli, che bisognava proteggere. Era per questo che tutti i membri dell’ANC, compreso Nelson Mandela, venivano considerati dei pericolosi terroristi.

Bisognerà attendere il 2 luglio 2008, perché il Congresso degli Stati Uniti votasse una legge per depennare il nome di Nelson Mandela e dei suoi compagni dell’ANC dalla lista nera dei pericolosi terroristi, non perché il Congresso usamericano comprendesse la bestialità di una tale lista, ma perché si voleva fare un gesto di benevolenza per i 90 anni di Nelson Mandela.
Se oggi gli Occidentali sono veramente pentiti del loro sostegno di ieri concesso ai nemici di Mandela, e sono veramente sinceri quando dedicano il suo nome a strade e piazze, perché continuano a fare la guerra contro Gheddafi, colui che ha permesso la vittoria di Mandela e del suo popolo?

Coloro che vogliono esportare la democrazia, sono loro stessi dei democratici?

E se la Libia di Gheddafi fosse più democratica degli Stati Uniti, della Francia, della Gran Bretagna e di tutti coloro che fanno la guerra per esportare la democrazia in Libia?

Il 19 marzo 2003, il presidente George Bush sgancia bombe sulla testa degli Iracheni con il pretesto di esportare la democrazia.

Il 19 marzo 2011, vale a dire 8 anni più tardi, e giorno dopo giorno, è il presidente francese che sgancia le sue bombe sulla testa dei Libici con il medesimo pretesto di offrire loro la democrazia.

Il signor Obama, Premio Nobel per la Pace 2009 e presidente degli Stati Uniti d’America, a giustificazione del fatto che sta procedendo allo sganciamento di missili Cruise dai suoi sottomarini sulla testa dei Libici, ha affermato che questo avviene per cacciare dal potere il dittatore Gheddafi ed instaurare la democrazia.

La domanda che ogni essere umano dotato di medie capacità intellettuali di valutazione e giudizio non può non porsi è: questi paesi come la Francia, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, l’Italia, la Norvegia, la Danimarca, la Polonia, la cui legittimità di andare a bombardare i Libici si basa sul solo fatto di essersi autoproclamati “paesi democratici”, sono essi stessi realmente democratici?

Se sì, sono più democratici della Libia di Gheddafi? La risposta, senza ombra di equivoci è NO, per la semplice e buona ragione che la democrazia non esiste!

Non è il sottoscritto che afferma questo, ma l’uomo la cui città natale, Ginevra, ospita la maggior parte dei centri gestionali delle Nazioni Unite. Si tratta ben inteso di Jean-Jacques Rousseau, nato a Ginevra nel 1712, che afferma nel capitolo IV del III Libro del suo celeberrimo “Contratto Sociale”: “Non è mai esistita una effettiva democrazia, e non esisterà mai”.

Perché uno Stato sia effettivamente democratico, Rousseau ha posto 4 condizioni, secondo cui la Libia di Gheddafi è tanto lontana dalla democrazia quanto lo sono gli Stati Uniti d’America, la Francia e tutte le altre nazioni che pretendono di esportare in Libia la democrazia, vale a dire:
  • le dimensioni dello Stato: più uno Stato è grande, meno può essere democratico; per Rousseau, lo Stato deve essere di dimensioni molto piccole perché il popolo possa facilmente riunirsi in assemblea, e così ogni cittadino possa senza difficoltà fare la conoscenza con tutti gli altri. Dunque, prima di dare corso alle votazioni, è necessario assicurarsi che ognuno conosca tutti gli altri; senza questo, votare per votare è un atto deprivato di qualsiasi fondamento democratico, diventa un simulacro di democrazia per eleggere un dittatore. La struttura dell’organizzazione dello Stato della Libia si fonda su una base tribale, che per definizione raggruppa assemblee popolari di piccole entità. Il sentimento democratico è più presente in una tribù, in un villaggio, che in una grande nazione, in quanto il fatto che tutti si conoscano e che la vita si conduca attorno a medesimi punti comuni apporta una sorta di autoregolazione, di autocensura, anche per valutare momento per momento la reazione o la controreazione degli altri membri a favore o contro le opinioni che possono aversi. Sotto questa angolatura, è la Libia che risponde al meglio alle esigenze di Rousseau, quello che non si può dire per gli Stati Uniti d’America, per la Francia o la Gran Bretagna, società fortemente urbanizzate, dove la maggior parte dei vicini non si dicono nemmeno buon giorno, e addirittura non si conoscono, anche se vivono fianco a fianco da 20 anni. In questi paesi, si è passati direttamente alla fase successiva, “il voto”, che è stato malignamente santificato in modo da fare dimenticare che questo voto è inutile, a partire dal momento che ci si esprime sull’avvenire dello Stato senza conoscerne i suoi membri. Perfino, si è arrivati alla sciocchezza del voto ai cittadini residenti all’estero. Conoscersi e parlarsi è la condizione essenziale della comunicazione per il dibattito democratico che precede qualsiasi elezione.
  • è necessaria la semplicità dei costumi e dei comportamenti, per evitare di passare la maggior parte del tempo a parlare di giustizia, di tribunali, impegnati a trovare le soluzioni alla moltitudine di conflitti di interessi diversi che una società troppo complessa fa sorgere naturalmente. Gli Occidentali definiscono se stessi come paesi civilizzati, dunque dai comportamenti complessi, e la Libia come un paese cosiddetto primitivo, vale a dire caratterizzato da relazioni elementari. Da questo punto di vista, ancora una volta, è la Libia che risponderebbe al meglio ai criteri democratici di Rousseau, rispetto a tutti questi che pretendono di impartirle lezioni di democrazia. In una società complessa, i troppo numerosi conflitti vengono risolti secondo la legge del più forte, visto che colui che è ricco evita la prigione in quanto può permettersi i migliori avvocati e, soprattutto, l’apparato repressivo dello Stato viene orientato contro chi ruba una banana in un supermercato, piuttosto che contro un malvivente della finanza che causa il crollo di una banca. In una città come New York, dove il 75% della popolazione è bianco, l’80% degli uffici dei quadri dirigenti viene occupato da bianchi, ed invece in prigione troviamo una popolazione carceraria solo al 20% bianca.
  • l’uguaglianza nelle condizioni sociali e nella gestione dei posti di potere. Basta andare a consultare la classifica FORBES 2010 per vedere quali sono i redditi delle personalità più ricche in ciascun paese fra quelli che sganciano le bombe sulla testa dei Libici e vedere la differenza con il salario più basso in ciascun paese, e fare lo stesso per la Libia, per capire che, in materia di ridistribuzione della ricchezza del paese, spetta alla Libia esportare il suo buon governo presso coloro che la combattono, e non il contrario. Anche sotto questa angolazione, secondo Rousseau, la Libia sarebbe più democratica di coloro che pomposamente vogliono esportare in essa la pretesa democrazia. Negli Stati Uniti, il 5% della popolazione possiede il 60% della ricchezza nazionale. Questa è la nazione più squilibrata, più diseguale nel mondo!
  • Niente lussi! Per Rousseau, perché ci sia democrazia in un paese, non bisogna che ci siano troppi lussi, in quanto secondo lui, il lusso rende necessaria la ricchezza, e quest’ultima diventa la virtù, l’obiettivo da raggiungere a qualsiasi prezzo, non la felicità del popolo; “il lusso corrompe indifferentemente il ricco e il povero, l’uno per l’avidità di possedere, l’altro per l’invidia del possedere; il lusso vende la patria alle mollezze, alla vanità; il lusso sottrae allo Stato i suoi cittadini per asservirli gli uni agli altri, e tutti al buon giudizio.” C’è più lusso in Francia o in Libia? Questo rapporto di asservimento dei lavoratori, che sono spinti perfino al suicidio, anche se dipendenti da imprese pubbliche o semi-pubbliche, per ragioni di redditività, quindi per soddisfare il bisogno di possesso del lusso della parte che li sfrutta, è più stridente in Libia o in Occidente?

Nel 1956, il sociologo statunitense C. Wright Mills ha descritto la democrazia negli Stati Uniti d’America come “la democrazia delle élite”.

Secondo Mills, gli Stati Uniti d’America non sono una democrazia perché, in definitiva, è il denaro che parla nelle elezioni, e non il popolo. Il risultato di ogni elezione è l’espressione della voce del denaro e non la voce del popolo. Dopo Bush-padre e Bush-figlio, per le primarie del Partito Repubblicano del 2012 si parla già del Bush-junior.

Per di più, se il potere politico si basa sulla burocrazia, Max Weber (1864 – 1920) [N.d.tr.: è stato un economista, sociologo, filosofo e storico tedesco. È considerato uno dei padri fondatori dello studio moderno della sociologia e della pubblica amministrazione.] mette in risalto che negli Stati Uniti sono 43 milioni di funzionari e militari a comandare effettivamente il paese, ma costoro non sono stati votati da nessuno e non rispondono direttamente al popolo delle loro attività.

Dunque, viene votata una sola persona (un ricco!), ma il vero potere in buona sostanza è gestito dalla sola casta di ricchi, che puramente e semplicemente è il risultato di nomine, non di votazioni, come per gli ambasciatori, i generali di armata, ecc….

Quante persone nei paesi autoproclamatisi “democratici” sanno che in Perù la costituzione proibisce un secondo mandato consecutivo al presidente della repubblica uscente?

Quante persone sanno che in Guatemala, non solamente il presidente uscente non può più presentarsi come candidato a questa carica, ma in aggiunta nessun membro della sua famiglia, a qualsiasi grado di parentela appartenga, non può più concorrere a questa elezione?

Quante persone sanno che il Rwanda è il paese in tutto il mondo che integra politicamente al meglio le donne, con il 49% di parlamentari donne?

Quante persone sanno che nella classifica della CIA 2007 [N.d.tr.: La CIA World Factbook contiene informazioni e statistiche sulla geografia, popolazione, economia, esercito, governo, ecc. per tutti i paesi del mondo.], sui 10 paesi meglio governati al mondo, 4 sono africani? Con la palma d’oro assegnata alla Guinea equatoriale, il cui debito pubblico è rappresentato solo dall’1,14% del suo PIL.

Rousseau sostiene che la guerra civile, le rivolte, le ribellioni sono gli ingredienti di una democrazia nascente. Perché la democrazia non è un fine, ma un processo permanente per riaffermare i diritti naturali degli uomini [un insieme di norme di comportamento dedotte dalla “natura”; si parla di darwinismo sociale], dato che in tutti i paesi del mondo (senza alcuna eccezione) un pugno di uomini e di donne, confiscando il potere al popolo, l’orienta a tutto vantaggio dei propri affari.

Si possono trovare qui e là forme di casta che usurpano la parola “democrazia”, che dovrebbe essere l’ideale a cui tendere e per cui lottare, e non un’etichetta da appiccicarsi o un ritornello da millantare, per cui si è in grado di gridare più forte degli altri.

Se un paese è tranquillo, come la Francia o gli Stati Uniti, vale a dire dove non si verificano rivolte, per Rousseau questo ci permette molto semplicemente di affermare che il sistema dittatoriale è sufficientemente repressivo per impedire qualsiasi tentativo di ribellione.

Se i Libici si rivoltano, per Rousseau questo è un avvenimento positivo. Pretendere che i popoli accettino stoicamente il sistema che li opprime in tutti i paesi del mondo senza reagire, questa sì che è cosa molto cattiva.

A Rousseau la conclusione: “Malo periculosam libertatem quam quietum servitium – traduzione: Se ci fosse un popolo di dèi, il loro governo sarebbe democratico. Un governo così perfetto non si addice agli umani.”

Affermare da parte della Coalizione che si ammazzano i Libici per il loro bene, per portare loro la democrazia, diventa un baluginio per allocchi.

Quali lezioni per l’Africa?

Dopo 500 anni di relazioni fra dominatori e dominati con l’Occidente, è dimostrato che non abbiamo i medesimi criteri per definire il buono e il cattivo. Noi abbiamo interessi profondamente divergenti.

Come non deplorare il “sì” dei 3 paesi africani sub-sahariani, la Nigeria, il Sud-Africa e il Gabon, in favore della risoluzione 1973, che inaugura la nuova forma di colonizzazione battezzata “protezione dei popoli”, che convalida la teoria razzista che gli Europei veicolano dal 18.esimo secolo secondo cui l’Africa del Nord non ha nulla da spartire con l’Africa sub-sahariana, secondo cui l’Africa del Nord sarebbe quindi più evoluta, più istruita e più civilizzata del resto dell’Africa. Tutto avviene come se la Tunisia, l’Egitto, la Libia, l’Algeria non siano parte dell’Africa. Le stesse Nazioni Unite sembrano ignorare la legittimità dell’Unione Africana sui suoi Stati membri. L’obiettivo è quello di isolare i paesi dell’Africa sub-sahariana, con il proposito di meglio tenerli frazionati ed esercitare su di loro il controllo.

In effetti, nella capitalizzazione del nuovo Fondo Monetario Africano (FMA), l’Algeria contribuisce con 16 miliardi di dollari e la Libia con 10 miliardi di dollari, per un 62% del capitale totale che si aggira sui 42 miliardi di dollari. Il primo paese dell’Africa sub-sahariana e il più popolato, la Nigeria, seguito subito dopo dal Sud- Africa, contribuiscono decisamente in modo inferiore con 3 miliardi di dollari ciascuno.

Risulta molto inquietante constatare che per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite, è stata dichiarata la guerra ad un popolo senza avere innanzitutto minimamente esplorato un terreno di pacificazione per dare una soluzione al problema.

L’Africa occupa ancora un suo posto in tale Organizzazione? La Nigeria e il Sud-Africa sono disponibili a votare “sì” a tutto ciò che l’Occidente domanda loro, in quanto credono ingenuamente alle promesse che provengono da molte parti, anche dalla Francia, di poter ricevere un posto di membro permanente al Consiglio di Sicurezza con dirito di veto come per tutti gli altri. Questi due paesi dimenticano che la Francia non ha alcun potere di attribuire loro una minima collocazione. Se la Francia avesse questa possibilità, molto tempo fa Mitterand l’avrebbe fatto per la Germania di Helmut Kohl.

La riforma delle Nazioni Unite non è all’ordine del giorno. La sola maniera di farsi valere consiste nel metodo cinese: tutti i 50 paesi africani devono abbandonare le Nazioni Unite; e se decidessero di ritornarvi un giorno, lo dovrebbero fare solo dopo avere ottenuto ciò che domandano da tanto tempo, un posto per tutta la Federazione Africana, altrimenti niente.
Questo metodo della non-violenza è la sola arma di giustizia di cui dispongono i paesi poveri e i non potenti, quali noi (paesi dell’Africa) siamo. Semplicemente, noi dobbiamo abbandonare le Nazioni Unite, in quanto questa Organizzazione, per la sua configurazione e per il suo ordine gerarchico, è al servizio dei più forti.

Dobbiamo abbandonare le Nazioni Unite per dare risalto alla nostra disapprovazione di questa visione del mondo basata unicamente sull’oppressione dei più deboli. I potenti saranno liberi di continuare a farlo, ma almeno non con la nostra firma, facendo finta che siamo d’accordo quando sanno benissimo di non averci mai interpellato. E perfino quando abbiamo espresso il nostro punto di vista, come nell’incontro di sabato 19 marzo 2011 a Nouakchott [N.d.tr.: in Mauritania, l’Unione Africana ha tentato una mediazione, che proponeva una road-map per uscire dalla crisi libica, proposta respinta dai ribelli per i quali il presupposto a qualsiasi negoziato doveva essere la deposizione del Colonnello] con la dichiarazione di contrarietà all’azione militare e per un dialogo fra le controparti, tutto ciò è passato molto semplicemente sotto silenzio, unicamente per portare a compimento il delitto dei bombardamenti sulle genti africane.

Quello a cui stiamo assistendo oggi è lo scenario già visto in precedenza con la Cina. Oggi, si riconosce il governo di Ouattara [Costa d’Avorio], si riconosce il governo degli insorti in Libia.
È quello che è successo alla fine della Seconda guerra mondiale con la Cina.

La cosiddetta comunità internazionale aveva scelto Taiwan come unico rappresentante del popolo cinese al posto della Cina di Mao. Bisognerà attendere 26 anni, vale a dire il 25 ottobre 1971, perché la risoluzione 2758, che tutti gli Africani dovrebbero leggere, mettesse fine a questa ingiustizia umana. La Cina veniva ammessa, ma rinunciando di pretendere ed ottenere un seggio come membro permanente con diritto di veto, previa la sua ammissione.

Soddisfatta questa esigenza ed entrata in vigore la risoluzione di ammissione, comunque bisognerà attendere ancora un anno il 29 settembre 1972, il Ministro cinese degli Affari Esteri invia una sua risposta con una lettera al Segretario generale delle Nazioni Unite, non per dichiarare il suo “sì, grazie!”, ma per comunicare alcune puntualizzazione a salvaguardia della dignità e della rispettabilità della sua nazione.
Cosa spera di ottenere l’Africa dalle Nazioni Unite, senza porre in atto un’azione forte per farsi rispettare?
In Costa d’Avorio, si è visto un funzionario delle Nazioni Unite considerarsi al di sopra di una istituzione costituzionale di questo paese. Noi siamo entrati in questa Organizzazione accettando il ruolo dei servi, e credere di venire invitati a mangiare con gli altri nei piatti che “noi!” abbiamo lavato è semplicemente ingenuo o, peggio, da stupidi.
Quando l’Unione Africana ha riconosciuto la vittoria di Ouattara, proprio per fare piacere ai nostri padroni di una volta, senza nemmeno tenere in conto le conclusioni contrarie dei suoi stessi osservatori inviati sul posto, come potremo ottenere rispetto.
Quando il presidente del Sud- Africa Zuma dichiara che Ouattara non ha vinto le elezioni e poi vira di 180° dopo una sua visita a Parigi, bisogna domandarsi cosa valgono questi dirigenti, che rappresentano e parlano a nome di 1 miliardo di Africani.
La forza e la vera libertà dell’Africa arriveranno dalla sua capacità di porre azioni rifletute e  meditate, e di affrontare le conseguenze. La dignità e la rispettabilità hanno un prezzo. Noi siamo disposti a pagarlo? Altrimenti, il nostro posto resta la cucina, alle toilettes, per garantire lo stato di benessere e il conforto degli altri.

Jean-Paul Pougala

Data di diffusione dell’articolo originale: 20/04/2011

Fonte: da  Metropolis di venerdì 29 Aprile 2011
(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)