giovedì 4 agosto 2016

VERONA. A SANTO STEFANO RIAFFIORA UNA STRADA ROMANA

I basolati romani


I lavori stradali mettono in luce il selciato romano: potrebbe essere la via Claudia Augusta Padana.

Un ritrovamento segnalato dai nostri lettori dopo l’appello: «Occhio al cantiere».


Un tratto di strada romana è stato portato alla luce dai lavori stradali in corso allo sbocco di via Santo Stefano su lungadige San Giorgio, vicino al Ponte Pietra. Si vede un basolato, il selciato di pietre nere vulcaniche delle strade romane, emerso sotto vecchie tubature metalliche a qualche metro di profondità. Potrebbe essere la via Claudia Augusta Padana, la strada che dalla Verona romana portava verso Trento e di cui gli archeologi non hanno ancora potuto documentare il tracciato urbano.


L’uomo nella buca è sulla verticale della strada romana venuta alla luce tra Santo Stefano e Ponte Pietra durante i lavori di AGSM (Foto Verona In)


Sono state invece già  scoperte le tracce di una porta monumentale, simile a Porta Leoni, con gli scavi nei sotterranei di una casa in via Redendore, angolo via San Faustino. Di lì passava un’altra strada, la Postumia, verso Aquileia. Ora la scoperta in via Santo Stefano potrà essere utile per scoprire se c’era un’altra porta presso il Ponte Pietra, questione aperta per gli studiosi



Gli scavi di AGSM tra Santo Stefano e Ponte Pietra portano alla luce un’antica strada romana (Foto Verona In)


La notizia dell’importante scoperta archeologica e le immagini che pubblichiamo arrivano dai lettori di Verona In, mobilitati dal 23 giugno (Lungadige San Giorgio, occhi sul cantiere). L’Agsm aveva affisso cartelli che promettevano la “vigilanza” di suoi incaricati, ma le immagini e le notizie da noi pubblicate su segnalazione dei lettori hanno dimostrato piuttosto come sia efficace l’informazione e la partecipazione pubblica. Ne ha dato prova anche l’intervento del sindaco Flavio Tosi (Tosi: «Lungadige San Giorgio, gli alberi di San Giorgio restano lì»).
Sono in corso rilievi sui reperti archeologici: la Soprintendenza non mancherà di comunicarne i risultati.
Giuseppe Anti


Fonte: srs di Giuseppe Anti, da Verona In del 13 luglio 2016



IL MURO DI SANTO STEFANO E LE MURA DI TEODORICO



Quello ritrovato a Santo Stefano non è un muro austriaco, come è stato scritto. Si sa che Teodorico intervenne nel quartiere con l’erezione di una nuova cinta muraria, o di rinforzo della preesistente e quanto è venuto alla luce potrebbe essere un’importante conferma.


Il tratto di muro ritrovato in Via Santo Stefano in occasione dei lavori del nuovo collettore fognario da parte di AGSM, spuntava dal terreno ad una profondità di circa 2 metri e si tratta di “un grosso muro a forma di «L», cinque metri il lato più lungo, parallelo al marciapiede, due quello più corto” come viene riportato dal giornale l’Arena in data 29 giugno 2016. Nell’articolo si parla di “muro austriaco”. Anche il Direttore di Agsm nell’articolo è sicuro si tratti di muro austriaco e il titolo lo conferma: “Il muro austriaco non fermerà i lavori”.

A dir la verità, come si vede nella fotografia, sembra difficile si tratti di muro di quell’epoca, per la posizione ma soprattutto per la qualità dei materiali impiegati in cui spicca il contrasto cromatico dei blocchi di pietra bianca, intervallati da brevi corsi in mattoni, che fanno pensare maggiormente ad un’epoca tardo romana o medievale o a muro edificato con materiali di reimpiego. Gli austriaci operarono più esternamente nella linea difensiva di San Giorgio sulle preesistenze medievali e veneziane e le foto d’archivio dell’Ottocento ci permettono di vedere che non esisteva alcun muro in via Santo Stefano o alcun edificio in epoca austriaca che giustifichi tale notizia.



Il muro venuto alla luce a Santo Stefano


Così il ritrovamento è un’occasione per noi per riflettere ancora una volta sulle mura nell’area di Santo Stefano che l’archeologo Peter Hudson, il campione degli scavi di Verona, in un’intervista di anni fa, affermava essere ancora da indagare per scoprire soprattutto la porta Santo Stefano, potremmo chiamarla così, speculare alla Porta di Re Teodorico, una torre della quale è stata invece già ritrovata nelle cantine dell’edificio dietro la Chiesa del Redentore, sotto il negozio di parrucchiera in via Redentore appunto, angolo Vicolo San Faustino.

Si tratta delle mura di epoca romana che sono di tre periodi: quello repubblicano, quello di Gallieno e quello di Teodorico. Le mura abbracciavano l’arx, il teatro e la zona dello scomparso Odeon, testimonianze delle quali persistono in riva al fiume sotto Ponte Pietra, nel giardinetto di fronte ai negozi all’inizio di via Santo Stefano, (guardate bene e le troverete) e, sparse qui e là, negli angoli della via.

Teodorico intervenne anche in questo quartiere con l’erezione di una nuova cinta muraria, o di rinforzo della preesistente, per la quale parte della muratura dell’abside della Chiesa di Santo Stefano venne ridotta come sembrano testimoniare i mattoni rastremati ancora visibili all’esterno dietro la Chiesa e come spiegano bene i testi dedicati alla Basilica di Santo Stefano e, in particolare, l’ultima pubblicazione Santo Stefano in Verona a cura di Leonardo Venturini (Scripta Edizioni).

Le mura romane, e poi quelle teodoriciane, si pensa salissero per via San Carlo per piegare a est verso il tempio, la successiva Chiesa di San Pietro in Castello e la fortezza sulla sommità del colle, ancora perfettamente visibile dietro l’attuale caserma austriaca nelle emergenze più tarde, di epoca viscontea.




I lavori di scavo per il parcheggio di Via San Carlo hanno interessato proprio un’area teodoriciana, secondo quanto scrivono l’architetto Fiorenzo Meneghelli nel suo libro Le mura e i forti di Verona. Itinerari e percorsi (Cierre Edizioni) e, con passione da Indiana Jones, il privato cittadino ingegner Franchi che ha dedicato i suoi studi e le sue ipotesi alla ricerca delle tracce di Re Teodorico a Verona. Un periodo storico che Hudson ha disvelato con i suoi scavi in centro e che meriterebbe ancora il suo prezioso contributo in questa zona così ricca di storia.
Le mura dovevano proteggere Verona in riva sinistra d’Adige dove erano gli edifici più antichi della città che qui era sorta a cominciare dai primi insediamenti di età preistorica, fino ai villaggi dell’VIII secolo a. C. e poi all’arrivo dei Romani. Era il punto in cui l’Adige era più stretto nel suo corso meandriforme in pianura, con solo 90 metri di larghezza e che con un ponte di legno poteva essere ben attraversato; il punto in cui l’Adige si biforcava a creare il suo Isolo che corrispondeva perfettamente all’isola Tiberina a Roma dove nello stesso periodo nasceva la città di Roma (e lo hanno confermato i recenti scavi che hanno portato alla luce il Lupercale); il punto di confine tra la pianura Padana e l’arco Prealpino che iniziava proprio con lo sperone roccioso che è ancora ben visibile sotto la prima arcata del ponte, in cui le genti del Po si potevano incontrare con la gente “carbonara” della montagna, come testimonia la bella Piazzetta Carbonai. Luogo di scambio in cui popolazioni diverse coabitavano e che verranno fuse nel crogiuolo romano dal 148 a.C., ovvero verso la fine delle guerre puniche e l’inizio dell’imperialismo, quando Roma costruisce le sue vie che saranno il suo Internet per la conquista del mondo.
Nell’area dietro Santo Stefano si celano tutti questi segreti e gli odierni scavi che stanno proseguendo sul Lungadige stanno infatti portando alla luce ciò che sosteniamo: si tratta di muri antichi, molto antichi e chissà che cosa si potrà scoprire! Un tesoro nascosto e ignorato dai più si trova sotto Verona: percorsi bui per i profani, che solo gli studiosi appassionati conoscono a fondo. Anche perché il cosiddetto “muro austriaco” è invisibile ormai alla vista, sepolto sotto le nuove tubature già installate da Agsm.
(G.C.)


Fonte: srs di Giulia Cortella,  da Verona In del 12 luglio 2016


mercoledì 3 agosto 2016

I VINTI DEL RISORGIMENTO: UN LIBRO DAGLI ARCHIVI DEI BORBONE. STRAGI E MANEGGI DEI SAVOIA



Di SILVIA GARBELLI –

Di taglio storiografico revisionistico, questo libro affronta il fenomeno risorgimentale da un punto di vista meridionalistico.
Si tratta, infatti, della situazione creatasi nel Regno delle Due Sicilie a causa del processo della cosiddetta “unificazione italiana” esattamente tra gli anni 1860 e 1861. Il periodo preso in considerazione è dunque breve, ma la trattazione degli avvenimenti è intensa e avvincente come nelle migliori ricostruzioni storiche. A dispetto delle consuete litanie italopatriottarde, l’autore ci propone una lettura veritiera di quanto forzata e forzosa è stata l’unione degli Stati Preunitari e cosa abbia comportato nella vita della sua dinastia, i Borbone e a quella dei suoi sudditi.
Nell’introduzione, l’autore auspica la necessità di fare chiarezza affinché si affermi la verità dei fatti accaduti, proprio a fronte della consapevolezza della menzognera storiografia ufficiale ancora presente in gran parte degli attuali libri in uso nella scuola italiana.

Frutto dell’attività di ricerca e di consultazione dell’Archivio dei Borbone, a Napoli, della “Gazzetta di Gaeta” e di documenti personali, questo libro è dichiaratamente «un saggio di approfondimento circa i “Vinti” e le fasi delle operazioni dell’esercito borbonico ».
Si accenna a sfaccettature di una controstoria che smaschera «una costruzione politica elaborata a tavolino, di cui l’artefice principale fu Cavour attraverso maneggi diplomatici, l’utilizzo abile di infiltrati e di corruzioni»; o a logiche economiche relative a «interessi dei latifondisti meridionali» coincidenti con «quelli dei ceti del capitalismo settentrionale » sabaudo, oltre agli interessi delle Nazioni europee, come Inghilterra e Francia, che agirono in una prospettiva di opportunistica ingerenza. Adducendo un’ipotetica richiesta di «necessità di cacciare lo straniero» Borbone, si sostiene come vi sia stata la volontà di punire uno «Stato protezionista, con barriere doganali, isolato nel contesto internazionale».

Si tratta, dunque, di una sconfitta, ma è subita con onore e gli aneddoti descritti pongono in luce una situazione generalmente sconosciuta.
Benché il rifiuto di Di Fiore a «…mettere in discussione l’indissolubilità dell’Italia…» suoni per noi padanisti particolarmente stonato a lettura compiuta, ci viene dallo stesso autore ricordato che la conoscenza dei fatti, oltre a rendere la giusta dignità alle vittime del Regno borbonico, farebbe comprendere al meglio le condizioni socioeconomiche che dall’inizio segnarono l’assetto della nuova Entità Statuale italiana. Alla luce di tale considerazione, nella lettura si avverte, talvolta, una sorta di confusione terminologica circa l’aggettivo “italiano”, utilizzato sia come sinonimo di “piemontese” che “borbonico”.

Poiché non avvertiamo alcun sentimento identitario italiano e per ovviare all’abuso lessicale che rende meno chiara la comprensione degli avvenimenti narrati, si suggerisce qui di definire “piemontese” un popolo: ciò non può certo essere riferito a un esercito, composto da soldati provenienti dalle diverse attuali regioni padane, o a una dinastia come i Savoia, che chiameremo sabauda; invece, per definire le popolazioni del Regno delle Due Sicilie e quanto a loro relativo si utilizzerà il termine “borbone” o “borbonico”.

Tutto il processo risorgimentale è una serie di brutali azioni militari. I diciannove capitoli nel libro includono le manovre truffaldine seguite alla Spedizione dei Mille, gli imbrogli della politica di corruttela ideata dal Conte di Cavour per distruggere l’esercito borbonico, l’imposizione di moneta, Codici e tradizioni nuovi, ma soprattutto gli scontri sui fiumi Volturno e Garigliano nell’attuale Campania, le capitolazioni delle fortezze di Capua (Caserta) e di Gaeta (Latina), oltre alle conseguenze tragiche nella vita di gente che – a differenza di quanto le Alte Istituzioni Ufficiali italiane si sforzano di diffondere – cercò in tanti modi di opporsi. Ed è una storia vera, supportata da una ricca bibliografia estremamente dettagliata, lettura nella lettura del libro.

La sensazione principale è di rivivere il dramma di quelle Genti che, come i Padani, hanno subito una volontà esterna e violenta, senza comprenderne, allora, le motivazioni.
Siamo agli inizi di settembre 1860: l’abbandono di Napoli, capitale dello Stato delle Due Sicilie, da parte del giovane erede Borbone, Francesco II, dipinto dalla storiografia ufficiale come un sovrano piuttosto inerme, segna il tentativo di affrontare l’occupazione dell’esercito di Garibaldi, agevolato da interventi della Marina inglese, come scrisse anche Massimo D’Azeglio all’ammiraglio sabaudo Carlo Persano.
Da Gaeta, sede del comando e del Governo, Francesco II avrebbe probabilmente organizzato una linea difensiva più efficiente. Il Re «si fidava dei suoi ufficiali» poiché «… era in loro più forte il senso dell’onore…», «ma si sarebbe ricreduto»: vari ufficiali si distinsero per comportamenti negativi e furono degradati, come il generale borbone Francesco Landi, che suonando la ritirata a Calatafimi (Trapani) nel 1860 si rivelò «corrotto dai Garibaldini».

Va inoltre rilevata una misteriosa ribellione degli ufficiali svizzeri della guarnigione di militari stranieri, forse per «l’influenza della mano sobillatrice dei liberali in contatto con il Piemonte» (o Regno sabaudo). Anche nella Marina borbonica alcuni ufficiali tradirono: fu emblematica l’adozione su quasi tutte le navi del tricolore con lo stemma dei Sabauto: Gigi Di Fiore vede, oltre al rifiuto di accompagnare il Re a Gaeta, dove giunsero però quei militari che giurarono fedeltà a una Patria non ancora perduta.
Mentre l’offensiva sabauda conquistava lo Stato Pontificio, «cominciarono i primi scontri a fuoco tra garibaldini e borbonici», con la presa del paese di Caiazzo (Caserta). A fine Settembre, sul Volturno, i contrasti fra gli ufficiali borbonici Giosuè Ritucci e lo svizzero Giovan Luca Von Mechel, un eccessivo attendismo e una strategia inadeguata determinano la vittoria sabauda.

Intanto, «a Napoli, Garibaldi si comportava da padrone» e «disponeva a suo piacimento dei beni strappati all’ancora legittima dinastia Borbone», fra cui «… l’eredità lasciata da Ferdinando II – padre di Francesco II – ai suoi dieci figli». Poiché, affergiuridica ma l’autore, «non c’era alcuna volontà espressa dal popolo meridionale», «ma c’era da fare l’Italia unita, come solennemente affermava Vittorio Emanuele II», si fece ricorso all’intervento militare.
Le operazioni per la conquista di Capua presero il via il 20 ottobre in Abruzzo e in Molise, ove «quel bacino di ribellione e fedeltà alla Patria napoletana… sarebbe sfociato, tra il 1861 e 1863, nel brigantaggio…».
L’azione diplomatica fu l’altro fattore determinante. «La legittimazione affergiuridica, a invasione avvenuta», si concretizza attraverso un falso plebiscito con un bando del 23 Ottobre e ciò dimostra «come l’Italia sia stata una costruzione elitaria di natura politico-militare, priva del consenso generale». Si trattava, senza dubbio, di una «violazione del diritto internazionale: un’invasione di uno Stato in pace, senza dichiarazione di guerra…».

Non votarono né i soldati impegnati al fronte, né i prigionieri e le loro famiglie, né le donne, né i contadini e gli analfabeti; «votarono, invece i garibaldini, e tutti gli stranieri presenti nell’Esercito meridionale». E si votava «sotto lo sguardo vigile della polizia», controllata dal prefetto e Ministro dell’Interno don Liborio Romano, una polizia composta da «camorristi, Guardia nazionale e soldati di Garibaldi». Il quale, da governatore, «…già sei giorni prima aveva provveduto a firmare il suo decreto numero 275 in cui, senza tanti preamboli… le Due Sicilie» erano «parte integrante dell’Italia…», impegnandosi a consegnare «la dittatura nelle mani del Re». A nulla valsero gli appelli lanciati dal Borbone in questi anni alle Nazioni Europee.

L’imperatore francese Napoleone III era «già da tempo votato anima e corpo agli accordi con i Savoia»: nella primavera del 1860 suggerì a un fiducioso e illuso Francesco II la reintroduzione della Costituzione del 1848, non richiesta dal popolo; il 30 e 31ottobre 1961 nella battaglia sul fronte del fiume Garigliano, lasciò campo libero alle navi sabaude del Generale Carlo Persano.

D’altra parte, «l’Imperatore era stato alleato di Vittorio Emanuele II contro l’Austria e aveva messo per iscritto le sue idee sulla suddivisione politica dell’Italia: organizzazione federale, con tre Stati. Idea respinta da Cavour». Ci rammarichiamo che questa soluzione non si stata attuata.

Non meno ipocrita fu l’atteggiamento della Gran Bretagna, dettato da un «tipico pragmatismo anglosassone, che valutava più conveniente, per gli interessi economici britannici in Sicilia e nel Mediterraneo, avere come interlocutore Cavour anziché i Borbone». Significativo il sostegno militare a Garibaldi, nonostante il Ministro degli Esteri inglese Lord John Russel, definì il falso plebiscito «una mera formalità». La proposta austriaca alle Nazioni Europee per un intervento armato in difesa del principio del legittimismo e a favore del Regno delle Due Sicilie fu bocciata. E ciò rappresentò una sorta di legittimazione all’intervento sabaudo.
L’esercito napoletano, dopo aver perso l’Abruzzo, manteneva le fortezze di Capua e Gaeta, oltre a quelle di Messina e Civitella del Tronto(Teramo). Dapprima si abbandona in ritirata l’avamposto sul Volturno per quello sul Garigliano; da qui il 3 Novembre la disperata e coraggiosa resistenza si rivela inefficace agli intensi cannoneggiamenti e alle forze messe in campo dall’esercito dei Savoia. La situazione assume tratti sempre più violenti: il generale sabaudo Enrico Cialdini ricorre alle fucilazioni senza processo per tutti i civili che opponevano resistenza e a «maltrattamenti ai prigionieri». Nell’avanzata verso la fortezza di Capua, ultimo baluardo dell’esercito borbonico, seguono fasi di tregua e combattimenti, assedi, fame e malattie. L’assedio fu condizionato da una penuria di munizioni; i sacrifici economici per mantenere i soldati e il loro equipaggiamento, cavalli compresi, diventarono sempre più insostenibili.

Ma insieme al Re e alla Regina Maria Sofia la popolazione sopportò anche i bombardamenti tecnologicamente innovativi dei cannoni sabaudi e soprattutto l’impazienza di Vittorio Emanuele II, che, con «un regio decreto… dispose criteri e collegi elettorali, fissando per il 27 gennaio 1861 l’appuntamento con le prime urne dell’Italia unita». Inesorabile, segue la capitolazione con un elevato numero di perdite umane. L’esilio di Francesco II a Roma presso il Papa non pone fine al conflitto, che si trasforma in guerriglia. Nell’ex- Regno delle Due Sicilie i cosiddetti “briganti” costituivano, infatti, il risultato di un malessere socioeconomico e una disillusione diffusa: «Se quei ribelli fossero riusciti a rovesciare il neo-Governo unitario ripristinando quello borbonico, sarebbero probabilmente diventati dei patrioti», afferma l’autore. In Abruzzo, Lucania, Puglia e Matese si costituisce un gran numero di bande armate in risposta alla repressione armata, all’invio di soldati non autoctoni e col sostegno delle popolazioni locali.

L’adesione al Nuovo Stato – mai Nazione – fu poco sentita. Così, «I più tartassati, all’alba del Regno d’Italia, furono proprio i militari borbonici: i veri Vinti del Risorgimento». Una minima parte degli ufficiali entrò nell’esercito sabaudo perdendo i gradi conquistati: era «solo un passaggio formale». I più recalcitranti finirono la loro esistenza prigionieri deportati nelle carceri, spesso con funzione repressiva, come la fortezza di Fenestrelle in Val Chisone (Torino). Dal 1870, «finita la rivolta armata, stroncate le bande sui monti, cominciava la grande emigrazione…». Forse, anche per gli eredi di quelle Genti è proprio tempo di vivere un’ “altra storia”.

(da “Il Federalismo”,  direttore Stefania Piazzo)


Fonte: da l’Indipendenza del 29 maggio 2016




martedì 2 agosto 2016

LA GRANDE GUERRA, CATASTROFE ITALIANA. LO STUDIOSO INGLESE THOMPSON: GENERALI INCAPACI, MANDARONO AL MASSACRO LE TRUPPE.

Pochi passi  e si veniva colpiti


L’altissimo prezzo pagato dal nostro Paese ( un milione di vittime), il caos politico, l’avvento del fascismo


«Fermatevi! Ritornate indietro! Non spareremo più. Volete morire tutti?»: durante la Grande Guerra capitò almeno una mezza dozzina di volte che i soldati austriaci fecero tacere le mitragliatrici, con cui avevano appena fatto facile strage dei soldati italiani mandati avanti allo sbaraglio, per spronare al dietrofront i nemici superstiti che arrancavano tra i cadaveri dei commilitoni.
«Non ho trovato testimonianze di scene simili su nessun altro fronte bellico», sottolinea lo storico inglese Mark Thompson in un nuovo, poderoso libro dove racconta dalla prospettiva italiana «una delle più disperate e insensate guerre moderne» presentando in una luce particolarmente sinistra il vanaglorioso generale Luigi Cadorna, a capo delle forze armate tricolori fino al tracollo di Caporetto.
In «The White War», appena pubblicato a Londra dalla casa editrici Faber and Faber, Thompson si dà una missione: demolire una volta per tutte la pervicace mitologia patriottarda - alimentata ad arte soprattutto dal fascismo e tuttora aleggiante nella Penisola - che fa della partecipazione italiana alla «Great War» una specie di eroico, epico prosieguo delle guerre risorgimentali per l’indipendenza.

A suo giudizio non c’è nulla di più falso: la molla di fondo fu una spinta genericamente espansionistica da parte di una minoranza interventista borghese e l’Italia del reazionario primo ministro Antonio Salandra aspettò opportunisticamente di vedere l’andamento delle battaglie prima di muovere guerra all’impero asburgico nel maggio del 1915 in nome del «sacro egoismo».

Secondo Thompson la vittoria finale - costata un enorme tributo di sangue e sofferenze, i morti in uniforme (per lo più contadini analfabeti) furono 689.000 e si arriva a molto più di un milione con i civili - è stata pagata molto cara dalla Penisola anche sotto il profilo politico: «L’Italia sprofondò nel caos e, alla fine, nel fascismo.  Le sue tradizioni liberali se non con la caduta della dittatura». Per i soldati male equipaggiati, finirono come bestie nelle trincee, mandati a morire come carne da cannone.
Quella guerra fu, sottolinea lo storico inglese - «un’esperienza di brutalità, disprezzo, corruzione e oppressione». L’ennesima prova dell’incapacità e dell’inettitudine di molti dei generali italiani, che furono sbaragliati a Caporetto da un giovane ufficiale tedesco, Erwin Rommel, la futura "volpe del deserto".

Il generale Cadorna - che nella sua arrogante vanità si credeva un piccolo Napoleone - incarna benissimo la criminale brutalità di quel conflitto: basti pensare al furore nazistoide con cui stroncò sul nascere ogni rischio di ammutinamento in risposta alla deplorevoli condizioni logistiche arrivando a ristabilire la regola della decimazione - praticata nell’Antica Roma - che consisteva nel passare per le armi a caso un certo numero di soldati (non necessariamente uno su dieci) nelle unità in odore di ribellione o diserzione. Non basta: come poi Stalin durante la seconda guerra mondiale sul fronte russo, il famigerato Cadorna fece installare delle mitragliatrici alle spalle dei soldati mandati all’attacco, con l’ordine di sparare su quelli che tentennavano, indietreggiavano, si davano alla fuga. Nella stessa crudele ottica anti-diserzione il governo di Roma si rifiutò di mandare pacchi alimentari ai soldati italiani fatti prigionieri in Austria e Germania condannandone così più di centomila a morte per deperimento: lo fece perchè non voleva far nulla che potesse anche indirettamente incoraggiare la truppa alla resa. I soldati dovevano sapere che la prigionia non era meglio della morte in battaglia.

Thompson sottolinea che il vertice militare italiano con a capo Cadorna non solo non si fece il minimo scrupolo di spedire al macello decine di migliaia di soldati in combattimenti del tutto irrisori o impossibili ma il generale Vincenzo Garioni arrivò addirittura a definire quei massacri «un olocausto necessario» per «purificare» le forze armate in vista delle future battaglie e della vittoria. «The White War» - oggetto di entusiastiche recensioni sulla stampa britannica - non risparmia nemmeno i servili giornalisti d’allora che in larga misura erano al corrente della tragica, rivoltante realtà della guerra ma - Thompson porta a fulgido esempio una delle grandi firme del Corriere della Sera, Luigi Barzini - si prestarono a fare da cinici megafoni della più bieca propaganda ufficiale.


Fonte: da IL GIORNALE DI VICENZA;   Giovedì 2 Ottobre 2008



lunedì 1 agosto 2016

PRANZO IN CIMA AL GRATTACIELO, LA CONTROVERSA STORIA DELLA FOTO ICONICA SCATTATA NEL 1932

Lunch atop a Skyscraper

Questo articolo appartiene alla rubrica: Le foto che hanno fatto la storia

La fotografia intitolata "Lunch atop a Skyscraper" (in italiano "Pranzo in cima al grattacielo") ha una storia molto affascinante alle sue spalle, fu scattata a New York durante la costruzione del RCA Building (rinominato GE Building nel 1986) del Rockefeller Center.

La foto, scattata il 20 Settembre del 1932, ritrae undici operai durante la pausa pranzo, seduti con le gambe penzoloni su una trave a 256 metri di altezza (corrispondente al 69° piano), per scattarla non è stato utilizzato alcun trucco prospettico e non si tratta di un fotomontaggio come qualcuno ha ipotizzato, basta vedere la foto scattata allo stesso fotografo (l'ultima in questo articolo) per capire che la sessione di scatto è stata realizzata ad altezze elevate.

La fotografia apparve il 2 Ottobre nel Sunday photo come supplemento del New York Herald Tribune, il negativo in vetro è ora di proprietà di Corbis, che acquistò l'immagine dall'archivio Acme Newspictures nel 1995.

Questa immagine è stata per lungo tempo oggetto di dibattito.

Lunch atop a Skyscraper non è uno scatto spontaneo come si è a lungo creduto, gli archivisti sono concordi sul fatto che la foto è stata costruita ad arte per conto della Rockefeller Center allo scopo di promuovere il suo nuovo grattacielo. Sebbene i soggetti nella foto fossero realmente operai che lavoravano li, furono messi in posa e fotografati da diversi fotografi.

Questa verità è emersa grazie a una dichiarazione che Ken Johnston, archivista di Corbis, rilasciò all'Independent.

Inoltre aggiunse che è l'immagine storica più venduta da Corbis Images e top tra le fotografie storiche iconiche nel catalogo dell'agenzia, insieme alle foto di Albert Einstein e Martin Luther King.

Il negativo originale della fotografia è conservato in un impianto a temperatura controllata nelle Iron Mountain in Pennsylvania. Johnston ha definito questa foto "un pezzo di storia americana".


Men Asleep on a Girder

Questa foto intitolata "Men Asleep on a Girder" è stata scattata lo stesso giorno ai medesimi soggetti e secondo gli archivisti è un ulteriore prova che dimostra come fosse stato tutto solo una sessione di scatto programmata a tavolino.

I soggetti nella foto, non fu facile rintracciare gli undici operai ritratti nell'immagine, l’agenzia Corbis assunse degli investigatori privati e mise degli annunci sul giornale per cercare di trovarli, solo alcuni sarebbero stati identificati con certezza:

Partendo da sinistra, il terzo è Joseph Eckner, il quarto è Michael Breheny, il quinto è Albin Svensson e il numero sei con la sigaretta è Peter Rice, un fabbro di Mohawk in Canada. Il primo uomo di destra è Gusti (Gustáv) Popovič, slovacco, dal villaggio di Vyšný Slavkov nel distretto di Levoča. Gusti era in origine un boscaiolo e falegname. Nel 1932 ha inviato alla moglie Mariska una cartolina contenente questa fotografia su cui ha scritto: "Non preoccuparti cara Mariska, come puoi vedere sono ancora con la bottiglia. Tuo Gusti.". È tornato a Vyšný Slavkov, all'inizio della seconda guerra mondiale ed è diventato un contadino, ma verso la fine del conflitto Gusti fu ucciso da una granata esplosa nel suo villaggio. La sua tomba (in comune con quella di Mariska) è nel cimitero di Vyšný Slavkov. Il terzo da destra è Joe Curtis. Il quarto da destra è presumibilmente l'irlandese Francis Michael Rafferty insieme al suo migliore amico e collega irlandese, Stretch Donahue, seduto alla sua destra.

Proprio le loro storie sono diventate argomento del documentario “Lon sa Speir” (titolo gaelico per “Lunch in the Sky) diretto dal regista irlandese Eamonn O Cualain.

Il fotografo, l'immagine venne originariamente attribuita a "Ignoto" e successivamente ed erroneamente a Lewis Hine, che in quegli anni era diventato famoso per aver documentato la costruzione dell'Empire State Building.

Ma nel 2003, la Corbis, in occasione dei cento anni dalla nascita di Otto Bettmann (il fondatore del primo nucleo della società) decise di lanciare un appello sui principali quotidiani americani per trovare l'autore dello scatto e incaricò un'agenzia privata per l’analisi delle prove presentate dalla moltitudine di fotografi che reclamavano la paternità dello scatto.


Charles Clyde Ebbets 

Joyce Ebbets moglie dell'ormai defunto Charles Clyde Ebbets (morì nel 1978 per via di un tumore) portò come prova una fotografia del marito mentre lavorava come reporter sulle travi dello stesso grattacielo, alcune lastre fotografiche di immagini contestualizzabili nella stessa sessione di lavoro, ed una ricevuta di compenso straordinario del giornale che pubblicò la fotografia e che riconosceva al fotografo una indennità extra per la pericolosità degli scatti.

Dopo poco più di 70 anni, Charles Clyde Ebbets venne ufficialmente riconosciuto come l’autore di “Lunchtime atop a skyscraper”.

La signora Ebbets e i suoi figli furono invitati alla cerimonia ufficiale nel 2003, che si tenne proprio sul terrazzo del GE building, dove ebbero la sorpresa di incontrare i discendenti degli operai immortalati nello scatto.

Un'ultima curiosità:

Durante tutto il suo periodo come allenatore del Manchester United, Sir Alex Ferguson usò questa immagine come strumento motivazionale, mostrandola a tutti i suoi giocatori. Da notare che ci sono undici uomini nella foto, come i componenti di una squadra di calcio, Sir Alex diceva: "Qual è la cosa più grande che i giocatori di una squadra possono fare? Sacrificare la propria vita per l'altro e, a volte, quando uno cade due possono salvarlo."