mercoledì 23 settembre 2015

STORIA VENETA – 74: 1439 -VERONA ATTACCATA IMPROVVISAMENTE. SI RECUPERA VERONA



Dal testo di Francesco Zanotto


" Lo Sforza ... verso la mezzanotte, sendo avvertito che il Piccinino ed il marchese di Mantova abbandonavano quella parte della città giacente sulla sinistra sponda del fiume per chiudersi nella cittadella, marciò tosto col drappello de' suoi, passò libero i ponti, ed entrò in quella parte, disarmando i facendo prigioni i soldati che qui e qua trovava posti a guardia dei luoghi. Dalle finestre intanto i cittadini lo acclamavano siccome lor liberatore ... "


ANNO 1439


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Un improvviso attacco a Verona da parte del comandante visconteo Piccinino costringe i veneziani a concentrare le proprie forze sul recupero della strategica città dove i due eserciti si fronteggiano sulle opposte rive dell'Adige per arrivare presto allo scontro decisivo ...


LA SCHEDA STORICA – 74


 La città di Brescia dopo lunghi mesi di assedio era effettivamente ormai alle sue ultime energie. L'inverno con il freddo e senza rifornimenti aveva portato i suoi abitanti ai limiti massimi di sopportazione. Con l'estate tuttavia, la situazione divenne a dir poco disperata.
Scrive un testimone oculare: "Mi pareva che li citadini havesseno invidia alli morti tanto stavano a mal porto ... et pur si portava (sopportava) in pace per non venir sotto quello duca di Milano, aspettando sempre lo secorso del conte Francesco (Sforza)".
Come se non bastassero l'assedio e la fame, con l'estate arrivò puntuale anche la peste con le sue quaranta, cinquanta vittime giornaliere. E pure la città ancora non si arrendeva. Pur di non cadere nelle mani del Visconti sopportava tanto supplizio fiduciosa nell'aiuto dei veneziani.
La titanica impresa del Garda non produsse però alla fine alcun effetto, restando le navi bloccate dai milanesi nel porto di Torbole. Si doveva a tutti i costi tentare un'altra strada.
Al Gattamelata intanto venne affiancato Francesco Sforza che dal 1439 militava sotto le bandiere di San Marco con la promessa che se si fosse conquistata Milano, Venezia lo avrebbe immediatamente riconosciuto quale nuovo e legittimo duca. Allo Sforza del resto, lo stesso Filippo Maria Visconti aveva promesso la mano dell'unica sua figlia ed erede Maria.
Le forze riunite del Gattamelata e dello Sforza, dunque, dovevano assolutamente rompere l'assedio di Brescia o comunque far giungere nella città dei rifornimenti.
Gli eserciti veneziani, in marcia versò nord, trovarono però questa volta bloccata la via presso il castello di Tenno, a pochi chilometri da Riva, che era stato infatti conquistato nel frattempo dal Piccinino. Lo scontro fu inevitabile e i milanesi ebbero fortunatamente la peggio proprio grazie anche all'audacia di un gruppo di soldati bresciani che combattevano nelle file della Serenissima. In quell'occasione lo stesso Piccinino rischiò di venir catturato riuscendo solo alla fine a fuggire nottetempo facendosi portar via dentro un sacco - così almeno secondo un racconto dell'epoca. Il comandante dell'esercito visconteo, certo non fuggiva senza una meta ben precisa, il suo scopo era di raggiungere il grosso dell'esercito stanziato lì vicino. La cosa più inaspettata, tuttavia, avvenne solo dopo.
Una volta ricongiuntosi con il suo esercito, infatti, il Piccinino mosse un improvviso attacco alla città di Verona. Nessuno, tanto meno i veneziani, si aspettava una simile iniziativa che gettò nel più totale scompiglio i piani delle forze venete. In pochi giorni, intanto, Verona veniva quasi completamente occupata dalle truppe viscontee del Piccinino.  
Cosa fare ora?  Brescia da oltre un anno resisteva eroicamente agli eserciti milanesi, ma ora con una mossa da vero stratega il Piccinino occupava anche Verona, da un punto di vista strategico molto più importante di Brescia. Lo Sforza e il Gattamelata non avevano scelta. Verona doveva essere assolutamente riconquistata, ma questo voleva dire per i Bresciani veder nuovamente allontanarsi i tanto sospirati ed attesi rinforzi. E così, dalle mura ormai quasi totalmente diroccate della loro città i cittadini di Brescia guardavano increduli e disperati allontanarsi l'ultima loro speranza di salvezza.
L'esercito veneziano infatti, prese a muoversi verso Verona dove ben tre punti strategici non erano ancora caduti nelle mani del comandante visconteo. I tre castelli di San Pietro, di San Felice, e Castel Vecchio erano infatti in mano veneziana. Lo Sforza pose così un drappello di uomini a guardia dell'importantissimo ponte di Castelvecchio da sempre via strategica verso il nord e prese il comando delle truppe d'avanguardia. Quello della retroguardia invece, venne lasciato al Gattamelata.


Si entra in Verona


Accampati presso il villaggio di Volargne all'alba del 19 novembre del 1439 l'esercito veneziano guidato dai due condottieri mosse verso la città passando l'Adige e le strette della chiusa, sostando ancora brevemente a pochi chilometri da Verona. Per entrarvi c'erano solo due vie: quella di pianura o quella dei monti. Lo Sforza scelse la più difficile ovvero quella dei monti, la più difficile ma anche per questo la meno prevedibile dal nemico.
Lo stesso Piccinino infatti avuta notizia di questi spostamenti sui monti intorno alla città, pensò si trattasse di truppe dirette a Vicenza. Questa volta il condottiero visconteo si sbagliava e se ne avvide troppo tardi quando cioè lo Sforza sferrò il suo attacco alla città entrando dal castello di San Felice e da lì occupando gran parte della città sulla sponda destra del fiume. La sorpresa di questo attacco fu tale da mettere in fuga i milanesi che si precipitarono in massa e disordinatamente verso Ponte Nuovo. La calca fu tale che la struttura non resse a lungo l'impeto delle soldatesche in fuga e crollò sotto il loro peso. Era il segno della disfatta. Molti furono coloro che perirono annegati, altri vennero fatti facilmente prigionieri.
Padrone di mezza città lo Sforza chiamò a quel punto anche il Gattamelata  con il resto dell'esercito che si era trattenuto strategicamente fino ad allora sui monti. Era il via libero all'attacco generale. Tuttavia il Piccinino questa volta venne avvertito avendo così tutto il tempo di ritirarsi. In città dilagavano intanto le truppe veneziane.
Verona era stata finalmente riconquistata. Lo Sforza ricevette quale ricompensa dal governo ducale diecimila ducati e l'iscrizione nella nobiltà veneziana mentre il Gattamelata veniva gratificato con duemila ducati. Il Piccinino si era nel frattempo ritirato nel bresciano dove proseguivano scontri occasionali tra lombardi e veneziani nel corso dei quali tuttavia fu possibile per i Veneziani far giungere finalmente una parte dei rifornimenti a Brescia. La guerra tuttavia, alla fine del 1439, doveva durare ancora quasi due anni, due lunghi anni.


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  3, SCRIPTA EDIZIONI




lunedì 21 settembre 2015

STORIA VENETA - 73: 1438 - PER DIFENDERE BRESCIA SI FA L'IMPOSSIBILE. LA FLOTTA VENEZIANA ATTRAVERSA I MONTI



Dal testo di Francesco Zanotto


"In tanta incertezza, un cotal Sorbolo marinaio greco, incanutito nelle opere di mare, un dì si produsse in Senato ed offerissi di condurre da Venezia con tutta sicurezza e di varare la flotta nel lago. Parve opera  questa al tutto disperata di effetto, ma in tanto stremo fu accolta dal Senato stesso quella proposta. Venne quindi tostamente allestita in Venezia la flotta, e condotta con ogni prontezza e diligenza per l'Adige fino a Verona ... "


ANNO 1438


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Brescia resiste eroicamente all'assedio delle truppe viscontee, ma Venezia non riesce a farle arrivare i necessari aiuti. L'unica strada ... praticabile e poco controllata dai milanesi resta quella dei monti!


LA SCHEDA STORICA  - 73 


Con Brescia assediata da oltre un mese, si faceva sempre più urgente e pressante la necessità di farle arrivare i rifornimenti alimentari e militari soprattutto.
L'esercito veneziano comandato  dal Gattamelata era stato costretto ad abbandonare la difesa della città per evitare un pericoloso scontro frontale col più forte esercito milanese e che sarebbe tornato a danno suo, di Brescia e della stessa Venezia. Doveva necessariamente ritirarsi per spostare il fronte più a est, lungo il confine tra Lombardia e Veneto, retrocedendo fino a Verona.
Per realizzare questa ritirata strategica, con Brescia assediata, restava una sola via possibile: il lago di Garda in direzione nord, dal momento che il lato meridionale restava saldamente sotto il controllo dei milanesi.  A doversi spostare erano circa tremila cavalli e duemila fanti, per le alte e scoscese montagne che racchiudono a nord il lago. Un'impresa difficile già in estate, quasi impossibile d'inverno. Eppure non c'era alcuna alternativa e Gattamelata decise di iniziare la marcia.
Vennero costruiti i ponti indispensabili per attraversare le gole e vennero risistemati i sentieri ormai quasi scomparsi. Alle difficoltà naturali si aggiunsero lungo il percorso anche gli attacchi armati delle bande spedite contro i Veneziani dal vescovo di Trento filo visconteo.
Dopo una settimana di marcia serrata il Gattamelata riuscì a portare i suoi uomini, ormai esausti, ad est del lago, in val Caprino, a pochi chilometri a nord di Verona. Brescia intanto resisteva ancora alle spingarde del Piccinino, ma la situazione si stava facendo disperata. Con il Gattamelata che batteva praticamente in ritirata Brescia era stata lasciata sola a fronteggiare la pressione dell'esercito milanese. Quanto avrebbe potuto resistere senza rifornimenti?


Un dilemma grave e una soluzione impossibile ma ...


L'unica strada percorribile in inverno per farle arrivare i rinforzi restava quella a sud, ancora tuttavia sotto il  pieno controllo dell'esercito milanese. L'inverno poi era già iniziato e ripercorrere la strada settentrionale per poi scendere lungo la sponda occidentale verso Brescia non era più possibile anche perchè questa volta si sarebbero dovuti trasportare i pesanti carichi dei rifornimenti. Restava libera e percorribile solo la sponda orientale del  lago ancora infatti saldamente in mano dei veneziani. Restava un solo problema e non certo da poco: con quali navi si potevano trasportare i rifornimenti a Brescia? La piccola flotta di leggere imbarcazioni presente sul lago non era certo predisposta a una simile impresa. Era assolutamente necessario disporre di una flotta molto più robusta ed adatta ad accogliere i pesanti carichi dei rifornimenti. Costruirla sul lago era impossibile. Non c'era tempo sufficiente ed il controllo dei vicini milanesi non avrebbe consentito di lavorare tranquillamente, tanto più che l'operazione doveva restare il più possibile segreta. Si doveva per forza fare arrivare le navi con i loro vitali carichi direttamente da Venezia via Adige fino a Verona e da qui ... da qui trasportare le navi via terra verso nord lungo la sponda orientale del lago.


L'idea geniale


Fu questa l'idea tanto incredibile quanto geniale di un tal Sorbolo, marinaio greco che espose la sua idea  dinanzi al senato veneziano. Questo, diviso tra speranze, incredulità e stupore dette l'immediato ordine di allestire la flotta. Due grosse galee (per altri forse sei), quattro fregate e venticinque barche (copani), nel giro di poco tempo erano pronte a risalire l'Adige fino a Rovereto. Da lì ebbe inizio poi una delle più straordinarie imprese militari mai tentate: il trasporto cioè delle imbarcazioni via terra. A trascinarle su dei rulli erano oltre duemila buoi che riuscirono a portare le navi fino al laghetto alpino di S. Andrea (oggi lago di Loppio) a pochi chilometri a nord di Rovereto. Per coprire questa breve distanza vennero impiegate due settimane con un costo per la serenissima repubblica di ben quindicimila ducati.


Una grande avventura militare


L'impresa tuttavia non era che al suo inizio. Dal laghetto infatti, le navi vennero poi trascinate fino al  monte Baldo e da lì calate con funi e argani lungo il fianco della montagna, un'operazione titanica e pericolosissima se si pensa alla conformazione rocciosa delle sponde settentrionali del lago di Garda. Eppure l'operazione si concluse felicemente. Tutte le imbarcazioni, dalle galee alle più piccole barche toccarono integre e complete del loro carico le acque del lago presso Torbole, pronte a raggiungere finalmente la città  di Brescia. Era il febbraio del 1439. Eppure a quel punto qualcosa sembrò non tornare. I Milanesi infatti attivarono immediatamente la flottiglia che avevano di stanza sul lago di Garda chiudendo praticamente le navi veneziane comandate da Pietro Zen nel porto di Torbole.
L'incredibile ed acrobatica impresa dei Veneziani a quel punto, sembrava completamente vanificata, non potendo raggiungere lo scopo che l'aveva determinata: soccorrere l'ormai stremata città di Brescia.



Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  3, SCRIPTA EDIZIONI




domenica 20 settembre 2015

STORIA VENETA - 72: 1437 - SI PREPARA UN LUNGO ASSEDIO. VENEZIANI E MILANESI SI DISPUTANO BRESCIA



Dal testo di Francesco Zanotto


"Allora un grido altissimo di misericordia alzossi al cielo, e in un momento vecchi, donne d'ogni età, sacerdoti, monaci, fanciulli, tutta la turba, che fino a quel punto stata era lontana dall'armi, d'ogni sesso, d'ogni condizione, accorsero forsennati alla difesa, e quasi stimol d'onore e di speranza, gli sconfidati propugnatori all'abbandonato agone ricondussero ... risvegliato ne' mercenarii soldati il sopito ardimento mutò incontanente la sorte delle armi"


ANNO 1437


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Filippo Maria Visconti punta la sua attenzione sulla strategica città di Brescia che gli oppone però un'inaspettata e dura resistenza destinata a durare più di un anno con la mobilitazione dell'intera città ...


LA SCHEDA STORICA - 72


 La guerra tra Venezia e il ducato di Milano intanto, proseguiva fra alterne vittorie e sconfitte. Il  1438, in particolare, non fu certo un anno favorevole alle armate veneziane. A seguito delle numerose sconfitte, il Gattamelata si vide costretto a portare in salvo verso il Garda le sue truppe lasciando in questo modo, tuttavia, pericolosamente sguarnita la città di Brescia.
Le armate del Visconti comandate vittoriosamente da Nicolò Piccinino avevano già occupato Verona e l'8 novembre del 1438 si spostavano minacciose proprio verso Brescia.
A difesa della strategica città lombarda stavano Francesco Barbano in qualità di supremo comandante, Cristoforo Donato, rettore, Taddeo d'Este governatore delle armi di Brescia. La parola d'ordine naturalmente, era resistere a tutti i costi.
L'improvvisa avanzata verso Brescia, creò non pochi e seri problemi all'esercito veneziano del Gattamelata e alla città stessa. L'unica via per ricevere i rifornimenti durante la stagione invernale - erano i primi di novembre - era quella che costeggiava il lato meridionale del Lago di Garda che metteva in diretta comunicazione Venezia con Brescia, ma allora era praticamente bloccata da un esercito milanese.
Brescia d'altro canto era il centro nevralgico delle conquiste veneziane occidentali. Se la città fosse caduta in mano del Visconti la strada per Venezia si faceva pericolosamente sgombra e diretta. Anche per questo motivo il Gattamelata, saggiamente, rinunciò allo scontro campale con l'esercito milanese, molto più forte e meglio rifornito, dal momento che dalle sorti della battaglia sarebbe dipeso lo stesso destino di Venezia. Il rischio era troppo alto e le possibilità di vincere troppo esigue.
Non restava che ritirarsi e contare sulla capacità di Brescia e dei suoi abitanti - decisamente filo veneziani - di resistere all'assedio delle armate lombarde. Iniziò così uno degli assedi più duri e una delle più disperate ed eroiche resistenze della storia di Brescia.


Una resistenza al di là delle aspettative


Un cronista locale narra che l'intera popolazione in quei lunghi mesi si mobilitò in difesa delle mura: preti, donne, bambini e frati, oltre naturalmente agli uomini di ogni età, si mobilitarono per far fronte ad un esercito assediante che poteva contare su di una ottantina di cannoni e su dei sicuri rifornimenti. Dalla possibilità di soccorrere in qualche modo la città facendovi arrivare almeno i rinforzi minimi dipendeva l'esito dell'assedio.
Intanto Brescia resisteva eroicamente e proprio in quelle lunghi, interminabili settimane si distinse quanto a coraggio e temerarietà la figura di una donna: Brigida Avogadro. La donna se non fossero state le circostanze drammatiche nelle quali si ritrovò improvvisamente la sua città, avrebbe probabilmente continuato a fare la sua vita normalissima di moglie, restando sicuramente nel più totale anonimato. Ma la situazione non era certo di quelle da starsene chiuse in casa e così Brigida, lasciata la pace domestica, decise di scendere in campo in difesa della propria città. Non da sola. Invitò e mobilitò altre donne amiche, conoscenti e familiari, affinché la seguissero nell'esempio, costituendo alla fine una vera e propria squadra di donne-soldato.
L'assedio intanto si protraeva e il 13 dicembre le truppe viscontee tentarono un nuovo più violento attacco contro la città. Si avvicinarono infatti alle mura all'alba di quel giorno, ma questa volta le torri e i bastioni crollarono in poco tempo sotto l'urto nemico. Le due parti belligeranti si ritrovarono così a combattersi faccia a faccia, non essendovi più alcuna barriera a dividerli. Lo scontro fu durissimo. Ogni arma venne usata per trucidare l'avversario: pugnali, balestre, mazze ferrate, dardi, scuri, spiedi e spade.


Si usano al massimo le forze in campo


Il Piccinino incitava e combatteva furiosamente, ma la sua speranza di risolvere in poco tempo lo scontro, si rivelò vana a causa della tenace resistenza dei Bresciani che combatterono generosamente con tutta la forza della disperazione.
Il comandante visconteo, così, decise di attaccare direttamente la città dal Ravarotto con una squadra di cinquecento lancieri scelti comandati da Taliano Furlano. Quando i soldati lombardi giunsero nel punto stabilito facilmente riuscirono ad aver la meglio sui pochi bresciani ormai rimasti a guardia delle mura diroccate, riuscendo quasi a entrare in città. Di fronte a quel periodo tuttavia, i bresciani giocarono d'astuzia appiccando fuoco ad un deposito di polvere da sparo  provocando così una scura cortina di fumo che oscurò la vista ai cinquecento soldati.
Nel frattempo si organizzarono anche in città delle resistenze in grado di respingere i soldati nemici. Brigida Avogadro chiamò a raccolta la sua squadra e incitò i pochi cittadini rimasti ancora in città e non impegnati sull'altro versante a combattere e a resistere.
Finalmente i soldati lombardi, probabilmente impressionati dalla tenace resistenza dei cittadini bresciani si videro costretti ad abbandonare il campo e a fare ritorno alla base. La città per il momento era salva, e con Brescia anche Venezia tirava un sospiro di sollievo, ma l'assedio era destinato a riprendere.


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  3, SCRIPTA EDIZIONI




domenica 13 settembre 2015

STORIA VENETA - 71: 1437 - ANOMALI TUMULTI IN PIAZZA SAN MARCO. INTERVIENE IL COMANDANTE LOREDAN



Dal testo di Francesco Zanotto


"Era in Venezia, in que' dì, convenuta una moltitudine di marinai, dedotti dall'Istria e dalla Dalmazia, affine di armare la flotta che destinata era a recarsi in sul Po. Quella moltitudine impertanto, in segno di gioia, si die' allo stravizzo, e quindi fatta calda dal vino, si pose a scorrere la città con faci accese, facendo baldoria.  Mancata la materia al fuoco recato, cercandone invano, giunsero in piazza, e colà si diedero ad abbruciar le botteghe ... "


ANNO 1437


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Prosegue per Venezia l'impegno bellico contro il Visconti.  A dar man forte alle truppe della Serenissima anche un migliaio di marinai dalmati e istriani che alla notizia di una vittoria si lasciano un pò troppo trasportare dall'euforia ...


LA SCHEDA STORICA  - 71


Dopo la morte del Carmagnola nel 1432 venne siglata una nuova pace tra Venezia e il signore di Milano (seconda pace di Ferrara -1433).  
Più che di veri e propri trattati di pace - la loro  rilevanza era soprattutto da ascriversi alle assegnazioni o ridefinizioni territoriali in essi contenute -, si trattava in realtà di brevi, vitali, tregue che davano giusto il tempo agli eserciti dei due schieramenti di riorganizzarsi e prepararsi a nuove iniziative e quindi a nuovi scontri.
Non solo durante i brevi periodi delle tregue - mai per la verità del tutto tranquilli - gli eserciti potevano "tirare il fiato", ma spesso in quei brevi mesi si verificavano anche improvvisi ed imprevisti ribaltamenti di alleanze con inaspettati passaggi di forze da un fronte all'altro.
Fu il caso di Genova, per esempio, che dopo questa tregua si trova sorprendentemente alleata di Venezia per essersi momentaneamente liberata dal giogo visconte o che la voleva naturalmente schierata contro la Serenissima; oppure era il caso ancora, dell'imperatore Sigismondo che solo qualche anno prima con le sue truppe devastava i territori veneziani in Friuli e ora combatteva a fianco della repubblica veneta contro il Visconti. Per non parlare, infine, dei protagonisti per eccellenza di quei convulsi e feroci anni di guerra: i capitani di ventura.
Carmagnola, infatti, fu solo uno dei tanti, certo, in quel momento il più famoso, il più abile e quindi il più richiesto. Dopo la sua esecuzione il campo, perciò, si era improvvisamente liberato per lasciare spazio a un altro di questi personaggi destinato a sedere sul trono del ducato di Milano, inaugurando una delle più celebri dinastie italiane, quella degli Sforza. Francesco Sforza, al soldo di Filippo Maria Visconti, passò successivamente al servizio della repubblica fiorentina ed infine a quello della stessa Serenissima in un continuo e repentino cambiamento di parti a seconda delle proprie e personali ambizioni ..


Lo scontro con i Visconti


Le nuove ostilità tra gli eserciti della Lega anti-viscontea e il duca di Milano Filippo Maria Visconti, intanto, ripresero su grande scala nel 1436 con un andamento subito favorevole alle prime guidate proprio dallo Sforza che arrivò a minacciare la stessa Milano. Il Visconti, a quel punto, cercò disperatamente la pace con Venezia e tentò, inutilmente, di riportare lo Sforza dalla sua parte (il condottiero infatti, così come il Carmagnola circa dieci anni prima, se ne era andato sbattendo la porta dopo un acceso diverbio con il duca). Falliti entrambi i tentativi, la guerra proseguì con altre numerose battaglie combattute dai due eserciti nelle pianure lombarde per buona parte del 1437. Nell'estate di quello stesso anno i due eserciti nemici si scontrarono duramente.
A guidare gli opposti schieramenti, due dei più valorosi capitani di quel tempo: Niccolò Piccinino per le forze viscontee, Erasmo da Narni, detto il Gattamelata, le truppe veneziane.
Originario appunto di Narni (Terni) dove era nato nel 1370, il Gattamelata venne presto così soprannominato per la sua scaltrezza unita però a una più che rara ed eccezionale dolcezza dei modi che facevano di lui più un cavaliere che un rude soldato. Già nel 1434 con il consenso del pontefice Eugenio IV che lo aveva arruolato, passò al servizio di Venezia contro Filippo Maria Visconti. Quando poi, Gianfrancesco Gonzaga, signore di Mantova, tradì Venezia per passare definitivamente al duca di Milano, Gattamelata venne nominato capitano generale della Serenissima, titolo che mantenne fino alla morte avvenuta a Padova nel 1443. Dal momento dell'alta nomina, il condottiero prese a muoversi con i suoi uomini in Veneto e in Lombardia attuando una guerra tattica di movimento che gli consentì di tenere a bada in diverse circostanze le superiori forze viscontee.


A volte si esagera


 In uno scontro, in particolare, tuttavia, proprio nell'estate del 1437, l'esito rimase incerto fino all'ultimo momento. Anzi, pare proprio che in quell'occasione non vi fossero stati propriamente nè vinti nè vincitori.  Gattamelata si ritirò intanto a Brescia mentre il Piccinino ripiegava su Cologna Monzese.
Accadde, tuttavia, che per rincuorare probabilmente gli animi dei veneziani, si provvide a far diffondere la notizia (falsa o comunque non del tutto vera) della vittoria delle armi venete su quelle lombarde. La notizia giunse così bella e impacchettata a Venezia il 17 agosto del 1437 per bocca di Andrea Donato.
In quei giorni a Venezia, intanto, si era radunata una moltitudine di marinai provenienti dall'Istria e dalla Dalmazia per portare il loro aiuto alla Serenissima nella sua guerra contro il Visconti. L'attesa e la notizia della vittoria rese particolarmente euforici i marinai che si lasciarono andare a pubbliche e certamente poco composte manifestazioni di giubilo. Sotto l'effetto dell'abbondante alcool ingurgitato, gli uomini si diedero presto ad ogni sorta di vandalismo bruciando o distruggendo i banchi di legno dei fruttaioli e dei panettieri che si trovavano allora in Piazza S. Marco.  Invano le guardie tentarono di arginare l'ondata devastatrice.
Per farlo, ci volle infatti tutta l'autorità e il carisma del Procuratore di S. Marco Pietro Loredan, il vincitore dei Turchi a Gallipoli e di tante gloriose battaglie, certamente uno dei personaggi pubblici più amati a Venezia. Alla sua comparsa i marinai avvinazzati - così almeno si racconta - si ricomposero immediatamente e rientrarono composti nei loro quartieri.
  

Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  3, SCRIPTA EDIZIONI