giovedì 5 gennaio 2012

DOSSO FOLESANI DI SAN MAURO DI SALINE: IL VILLAGGIO PREISTORICOD ELL’ETÀ DEL BRONZO DEGLI “ARTIGIANI DELLA SELCE”

Lo scavo archeologico al Dosso Folesani


SAN MAURO DI SALINE E VELO. I ritrovamenti di Dosso Folesani in tre scavi tra il 2005 ed il 2009, rivisitati di recente. Abitato tra 1800 e 1500 a.C. Tra i vari reperti esposti al museo di Camposilvano c'è anche una «tavoletta enigmatica»

Resta misterioso il significato della tavoletta enigmatica con cinque cerchi che a loro volta ne contengono altri concentrici, esposta da domenica (10 luglio 2011) in una vetrina del museo geopaleontologico di Camposilvano e trovata nel villaggio preistorico di Dosso Folesani a San Mauro di Saline. 
È meno misterioso invece il sito dove la tavoletta fu rinvenuta, scoperto da Germano Piccoli nel 2003 in seguito allo scavo per la costruzione di un´abitazione e per il quale fu subito avvertita la Soprintendenza ai beni archeologici.
Gli scavi eseguiti in tre campagne, dal 2005 al 2009, e che sono stati rivisitati negli ultimi mesi, hanno già definito i contorni di quello che pare essere un villaggio di artigiani della selce, abitato fra il 1800 e il 1500 avanti Cristo nell´età riconducibile archeologicamente tra quella del Bronzo Antico e Medio.

«Raccogliendo quello che era emerso dalla terra di risulta e che il proprietario aveva conservato per destinarla all´orto, ho trovato un museo», ha raccontato Piccoli, rifacendo la storia della scoperta, «e dopo la conferma ricevuta dall´amico Gianluigi Corrent che quello che sospettavo era davvero un sito di importanza straordinaria, la Soprintendenza ha avviato tre successive campagne di scavo.

Già nella prima, di appena 15 metri quadrati, in uno strato di indagine sottile, appena sotto il cotico erboso, sono affiorati 120 pezzi da museo, buche di pali di una capanna, un muro di crollo con parecchi cocci. In quella successiva del 2007 è emerso un muro a secco ancora ben conservato e nell´ultima campagna del 2009 sono venuti alla luce reperti alla rinfusa, probabilmente frutto di un riempimento effettuato in epoche successive.
Quello che stupisce, tuttavia», conclude Piccoli, «è che si tratta di oggetti di straordinaria bellezza. Sembrano lavorati da un orefice della selce».

Elisa Ginoli, che ha svolto sul sito la sua tesi di laurea, ha confermato che il villaggio era probabilmente un´officina di lavorazione della selce che affiora in abbondanza nei dintorni di San Mauro.
I muri rimasti evidenziano, come ben ha disegnato l´archeologo Alberto Zardini, un villaggio recintato con muri a secco o a sacco (con intercapedine di riempimento) e la base di una struttura massiccia identificata con un possibile podio sacrificale, anche con funzione di torre di osservazione vista la collocazione strategica su uno sperone di collina sopra il Vajo di Mezzane.  Un frammento di colino, usato forse per la lavorazione del latte, è tra i reperti più importanti «ma tutto il sito ha estremo valore perché ci consegna dati fondamentali per conoscere meglio l´età del Bronzo e perché aiuta a inquadrare cronologicamente e culturalmente l´industria litica di tutta l´area della Lessinia», ha concluso la studiosa.


Candida Sidoli, che collabora con la cattedra di protostoria dell´università di Milano ed è fra le studiose più accreditate per le tavolette enigmatiche, ha passato in rassegna le varie tipologie, tutte comprese fra 3 e 12 centimetri, di forma ellissoidale o rettangolare, suddivise da linee orizzontali con dei segni.
«Capire che cosa siano è l´ultimo dei problemi che hanno gli archeologi», ha ammesso,«piuttosto interessa la diffusione», e su una cartina ha mostrato la concentrazione di ritrovamenti nell´area padana attorno al lago di Garda, nell´area danubiana e nei Carpazi. Sul modello di quella trovata a San Mauro ne esistono in Europa 300 esemplari, con la caratteristica che si collocano tutti nell´arco temporale di 700 anni e per questo sono abbastanza rari.

Sulla loro funzione ci sono diverse ipotesi: da oggetto di scambio commerciale, a strumento sacrale detenuto da persona di alto rango, a oggetto ornamentale, come risulta da resti di cinture femminili o dalle decorazioni sulla veste di un idoletto trovato in Romania. Con tecniche di archeologia sperimentale, la studiosa ha documentato fotograficamente la realizzazione di una copia di tavoletta enigmatica in terracotta con i disegni realizzati grazie a stampini ricavati da una ghianda di cerro o da semi di papavero.


LA LAVORAZIONE DELLA SELCE NON SI È ESAURITA CON L´ETÀ DEL RAME MA È PROSEGUITA ANCHE NEGLI ANNI SUCCESSIVI. ORA VA RISCRITTA LA STORIA DEL «BRONZO» IN LESSINIA



La  tavoletta enigmatica  del Dosso Folesani      
    
L´ANALISI. L´ultima campagna di scavo conclusasi alla fine di agosto, in cui per conto della Soprintendenza archeologica per il Veneto hanno lavorato l´archeologo Alberto Zardini e la sua collaboratrice Laura Busato, ha confermato la straordinarietà della scoperta del villaggio preistorico di San Mauro sul Dosso Folesani. 

Nei circa 28 metri quadrati di area indagata in poco meno di un mese è venuto alla luce un muro di crollo di un torrione o podio quello di cui gli archeologi presupponevano l´esistenza ma dalla forma ancora incomprensibile: saranno necessari ulteriori ampliamenti dello scavo per tratteggiarne meglio i contorni. Si presuppone, comunque, che abbia la forma di un rettangolo e i resti di mura indicano chiaramente che la cinta continua comprendendo per circa 150 metri la casa di nuova costruzione e tornando poi sul poggio, lo sperone che si affaccia sulla Valle di Mezzane.
È venuta alla luce una gran quantità di ceramiche, molte selci lavorate, raschiatoi, elementi di falcetto, punteruoli in osso, frammenti di pugnale, ossa varie di animali.
Impossibile per ora dare un´interpretazione del torrione se costruito a difesa del villaggio e quindi con funzione militare o di culto.
Le otto casse di reperti venuti alla luce in uno spazio così limitato e future campagne di scavo permetteranno di chiarire la funzione del villaggio e della torre che per ora restano misteriosi come la tavoletta enigmatica che hanno lasciato trapelare fra le proprie reliquie archeologiche.

Ma una cosa è certa e la rivela Luciano Salzani direttore archeologo del Nucleo operativo di Verona della Soprintendenza: «Un eminente studioso», ricorda, «in una interessante sintesi pubblicata anni fa aveva dato per certo che la Lessinia fino alla media età del Bronzo fosse disabitata: qui abbiamo la dimostrazione che non era così con l´esistenza di un villaggio stabile e fortificato. Non solo. La lavorazione della selce, che si pensava si fosse esaurita con l´età del Rame», prosegue l´esperto, «dimostra invece di essere un´industria ancora molto importante nel Bronzo Medio, come si evidenzia dalle lavorazioni e dai reperti usciti dal villaggio di Dosso Folesani». 

Poi, la dichiarazione che suona come una sorta di appello: «Ci piacerebbe poter continuare gli scavi e gli studi», conclude amaramente Salzani, «ma quello che finora è stato possibile fare è grazie a dei residui di finanziamenti dello scorso anno, il 2010, perché da quest´anno la Regione Veneto non ha più erogato nulla per la ricerca archeologica ed è presumibile, purtroppo, che sarà così ancora per anni». (V.Z.)


MUSEO GEOPALEONTOLOGICO DI CAMPOSILVANO DI VELO VERONESE: TRA I PEZZI IN MOSTRA FRAMMENTI DI CERAMICHE, FALCETTI E RASCHIATOI

La nuova vetrina inaugurata al museo di Campofontana

La vetrina inaugurata il 10 luglio 2011 al Museo geopaleontologico di Camposilvano contiene decine di reperti emersi dagli scavi di Dosso Folesani tra i quali la «Tavoletta enigmatica», ma ci sono anche frammenti di ceramiche cotte in letto di braci, con la tecnica antica in ossido riduzione, riprodotta dallo scultore Arsenio De Bortoli con alcune ceramiche esemplificative, arnesi in selce, dal nodulo appena scheggiato per saggiarne la qualità a falcetti, raschiatoi per legno e pelli, lisciatoi, macina in porfido con bacinelle, probabilmente originaria del Trentino o del fondovalle, fusaiole per telaio, un solo frammento di osso levigato, forse parte di uno spillone.

Il presidente di Comunità montana e Parco Claudio Melotti ha assicurato l´aiuto «a quanti dedicano tempo e fatiche in queste ricerche che dimostrano come la Lessinia, fin dall´antichità fosse legata al resto d´Europa: sosterremo sempre l´attività di ricerca e studio». 

«Mi fa piacere che dopo il ritorno dell´orma di dinosauro e dello scheletro di orso delle caverne sistemati nel museo lo scorso anno, la struttura resti viva e attiva», ha commentato il sindaco di Velo Emiliano Ferrari e il collega di San Mauro di Saline Italo Bonomi ha espresso «grande soddisfazione per il ritrovamento che dà ulteriore lustro al mio paese e arricchisce la sua storia di nuovi capitoli». 

Infine il direttore del Parco Diego Lonardoni ha ringraziato gli Amici del Museo di Camposilvano per la passione con cui coltivano e vivacizzano la struttura e indicato in questa collocazione «un simbolo dell´unione territoriale e amministrativa, ma anche storica e culturale tra i paesi dove i reperti sono stati trovati e dove sono con cura custoditi»

Fonte: srs di  Vittorio Zambaldo, da L’arena di Verona di venerdì 30 dicembre 2011, Provincia pag. 22




mercoledì 4 gennaio 2012

I FUNERALI DI DON LUIGI MARIA VERZÈ: ILLASI DI VERONA PRONTA A DARE L´ADDIO
AL SACERDOTE-IMPRENDITORE

Don Luigi Verzè

OMBRE & MERITI. Nella chiesa parrocchiale si svolgerà il rito funebre. La salma sarà sepolta temporaneamente nel cimitero del paese. La Guardia di Finanza acquisisce la cartella clinica di don Luigi Le sue condizioni cardiache erano critiche da tempo ma «ha pesato lo stress» per il crac del colosso sanitario milanese
                 
Si svolgono oggi alle 14.30 a Illasi nella chiesa parrocchiale di San Giorgio i funerali di don Luigi Verzè, il sacerdote veronese fondatore dell´ospedale San Raffaele, morto a Milano all´alba del 31 dicembre all´età di 91 anni per arresto cardiocircolatorio.
Nella sua residenza privata in via Olgettina 46 è stata allestita la camera ardente, aperta per sole due ore, dalle 9.30 alle 11.30, per un «omaggio affettuoso». Sono previsti gli interventi di medici e docenti che hanno lavorato con lui, mentre ufficialmente non è prevista la presenza di autorità. Don Verzè sarà temporaneamente sepolto a Illasi, ma la salma sarà poi tumulata nella cappella della Madonna della Vita del San Raffaele, dietro all´altare.

Una morte avvenuta nel pieno della bufera per il crac finanziario dell´ospedale e proprio questo ha indotto la Guardia di Finanza ad acquisire la cartella clinica di don Luigi Verzè. A quanto si è appreso dall´ospedale San Raffaele le Fiamme Gialle hanno fotocopiato i dati clinici relativi a don Verzè nella giornata di ieri. Secondo quanto ha spiegato il portavoce dell´ospedale, Paolo Klun, si tratta di «una prassi consolidata per i casi di persone coinvolte in vicende finanziarie». 


Ma chi era don Verzè? Personaggio controverso, discusso, sempre vicino ai potenti in primo luogo l´ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al quale aveva promesso di riuscire a prolungargli la vita fino a 120 anni, ma anche agli ammalati, ha creato uno dei più importanti ospedali nel campo della ricerca e voleva aprire proprio a Lavagno un nuovo centro di ricerca per monitorare i pazienti a distanza con un microchip sotto la pelle, utilizzando le ricerche del Mit di Boston. È stato ribattezzato in tutti i modi e non tutti erano eleganti: «Sua Sanità»; «il Berlusconi di Dio», «il prete manager».

Don Verzè è sempre stato un prete al di fuori dagli schemi. Lo si vedeva già dall´abito: grisaglia da manager, camicia bianca e cravatta. Fondatore del prestigioso ospedale e dell´Università Vita e Salute, è finito poi indagato nell´inchiesta per la bancarotta sulla Fondazione San Raffaele del Monte Tabor ed è morto proprio nel giorno dell´asta per la vendita del centro ospedaliero fondato nel ´58. Una morte improvvisa che giunge dopo il tragico suicidio del suo braccio destro, Mario Cal, che il 20 luglio scorso si sparò in ufficio: era appena scoppiato lo scandalo del debito-monstre da 1,5 miliardi di euro accumulato dalla Fondazione. 


Don Verzè, nato a Illasi, nel Veronese, si era laureato in Lettere classiche e filosofia nel 1947 all´Università Cattolica di Milano ed era stato ordinato sacerdote nel 1948. Era cresciuto tra i Buoni fanciulli alla scuola di don Calabria. A Milano, negli anni del dopoguerra, era stato molto attivo come organizzatore di scuole di avviamento professionale e nel 1950 aveva fondato il San Raffaele.
Un attivismo, il suo, non sempre apprezzato dalle autorità ecclesiastiche, infatti nel 1964 la Curia milanese gli aveva comminato «la proibizione di esercitare il Sacro ministero» e nel 1973, la sospensione a divinis. Entrambe le «condanne» erano state in seguito revocate.
Al San Raffaele è stato capace di riunire ricercatori di fama mondiale, creando un polo di eccellenza, così come all´Università Vita e Salute dove nel dipartimento di filosofia sono arrivati pensatori come Massimo Cacciari, Emanuele Severino e Roberta de Monticelli.


Quella sulla bancarotta non è la prima inchiesta che ha visto don Verzè indagato. In passato aveva subito diverse condanne per corruzione, istigazione alla corruzione e ricettazione anche se dopo tutti i gradi di giudizio, grazie alle prescrizioni, non ha mai subito una condanna definitiva. 
Ora la sua morte, proprio mentre si decidono le sorti della sua creatura portata sull´orlo della bancarotta.
Il San Raffaele è andato all´asta nel giorno della sua scomparsa ma l´aggiudicazione della gara tra i gruppi Humanitas, Polo San Donato, che ha messo sul piatto 305 milioni di euro e l´attuale gestore, la cordata Ior-Malacalza, si deciderà nei prossimi giorni.
Il tutto mentre la procura di Milano continua le indagini sulla bancarotta, dalle quali emergono la creazione di fondi neri attraverso sovraffatturazioni ma anche spese folli, come l´aereo da 20 milioni di euro comprato perchè don Luigi Verzè non gradiva i check-in cui tutti i passeggeri sono sottoposti prima dell´imbarco. 

In molti lo hanno definito «prete amico del potere». Di certo ha sempre reso pubblica la sua ammirazione per personaggi come Fidel Castro e Gheddafi.
Ma il vero amico è stato Silvio Berlusconi. L´ex premier ha sempre ricambiato l´affetto e in occasione del novantesimo compleanno del sacerdote ,aveva raccontato: «Mi confessa e mi dà l´assoluzione senza neppure sentire i miei peccati perchè, conoscendomi, già li conosce. Io a don Luigi auguro l´eternità perchè se c´è uno che se la merita è proprio lui».

Fonte: da L’Arena di Verona  di lunedì 02 gennaio 2012 CRONACA, pagina 6


UN MISTICO
 UN PO´ «MATO»


Sulla bara di don Verzè vengono preparati i suoi paramenti e il messale.  FOTOSERVIZIO GIORGIO MARCHIOR


È avvenuto tutto in maniera frettolosa. Lo ha fatto in modo enfatico la critica massmediatica affamata di scandali, notizie esplosive ed equivoche da prima pagina.
A dire la verità, il personaggio Verzè, tutte queste contraddizioni le ha offerte con abbondanza, talvolta addirittura esibite. E´ difficile inquadrarlo per chi non lo ha conosciuto, come me, da chierico, da professore di lettere, da poeta, da regista di teatro per i burattini, da scalatore delle montagne carsiche. 
Banalità, rispetto all´inventore del "San Raffaele", dell´università del centro di ricerche sanitarie tra le più note del mondo, sono state dette a proposito ed a sproposito. 

Secondo me, don Verzè è sempre stato le due cose: semplice, fantasioso, mistico, matto ("veronesi tuti mati" è un noto e veritiero proverbio) e, contemporaneamente: rettore dell´università, affamato ricercatore del nuovo, profeta convinto di una sanità da reinventare e prospettare su tempi a medio e lungo termine.
Corpo e anima, scienza e fede, umiltà e sfrontatezza, tenerezza e tirannìa, verità ed eresia vivevano gomito a gomito dentro di lui. 

Ha fondato nel 1954 il centro don Calabria di via Pusiano, a Milano, per i ragazzi poveri, difficili, disabili, che erano i grandi amori del don Calabria, ed ha messo in piedi le prime esperienze di integrazione tra handicappati e normali, anticipando di gran lunga il 1968.
Poi, di punto in bianco, è saltato aldilà della tangenziale per realizzare un´esperienza mondiale: alleviare il dolore, vincere la malattia, addirittura la stessa morte, con i mezzi più scientifici, moderni, avveniristici.
Don Verzè non aveva sponde. 
Al compimento del suo novantesimo compleanno, sono andato a trovarlo nella nuova abitazione, in alto, vicino alla cupola più grande di quella vaticana e sotto il suo arcangelo prediletto, san Raffaele. 
Mi ha parlato come se avesse ancora davanti trent´anni di vita e, quello che è grave, lui ci credeva. Mi ha guardato con quegli occhi che spalancava solo con chi voleva. Mi ha chiesto perché non pubblicavo i miei libri con la sua Editrice e mi ha spiegato (ed è qui che io sono crollato) che stava scrivendo un trattato sull´Incarnazione. Ho stralunato io gli occhi, "cosa è - ho detto - una vita di Cristo?", e lui: "no te capìssi gnente". Tra veneti era bello, di tanto in tanto, colloquiare in lingua madre. 
Mi sono alzato, abbiamo fatto insieme una passeggiata intorno all´immenso cupolone e sono tornato nella mia povera Cascina di qua della tangenziale.


Il dolore l´ha ucciso. Vittima di se stesso? Non lo so. I profeti non sono mai tanto trasparenti e di facile interpretazione. Don Verzè, nella sua straordinaria illuminazione, rimane sospeso e indigesto per molti di noi. E´ più difficile giudicarlo che capirlo. Io voglio ricordarlo così, "dimenticando" gli ultimi suoi dieci anni: fratello di fede, figlio dello stesso padre don Calabria, santo e peccatore, poeta e scienziato. Furono così tanti altri prima di lui: la storia dobbiamo imparare a leggerla e dobbiamo imparare anche da tante vite di santi difficili, che poi, piano piano, abbiamo trasformato in santini di immaginette.
Preghiamo Dio che l´eredità del "San Raffaele", con il suo forte dna evangelico e scientifico, rimanga e non venga travolto da predoni travestiti da salvatori.* Fondatore Progetto Exodus

Fonte: Da L’Arena di Verona di lunedì 02 gennaio 2012 CRONACA, pagina 6


L’EX SINDACO ILLASIANO GIUSEPPE TRABUCCHI  «MEGLIO 
UN  PROFILO 
BASSO»


A Illasi sono state affisse le epigrafi che annunciano il funerale del sacerdote e professore don Luigi Verzè che si svolge oggi alle 14.30 FOTO AMATO


È voce critica fuori dal coro l´ex sindaco illasiano Giuseppe Trabucchi, che non nega un giudizio sia sull´uomo sia sul sacerdote don Luigi Verzè, in entrambi i casi negativo. «Ha tradito la Chiesa perché considerare Dio, come diceva, socio di maggioranza delle sue imprese economiche, è una bestemmia che non si può perdonare. Il marketing del nome di Dio è offesa per tutti i credenti, non solo per i cattolici». «Per questo come cattolico», prosegue Trabucchi, «trovo del tutto fuori luogo la celebrazione delle esequie presieduta dal vescovo: sarebbe stato più opportuno un profilo più basso. E chiunque con i denari e gli appoggi politici goduti da don Verzè avrebbe fatto altrettanto e meglio del San Raffaele».V.Z.

Fonte: da L’Arena di Verona  di lunedì 02 gennaio 2012 CRONACA, pagina 6



ILLASI DI VERONA.  LA CERIMONIA FUNEBRE:  IL VESCOVO GIUSEPPE ZENTI HA RICORDATO IL FONDATORE DEL SAN RAFFAELE, FIGURA TRA OMBRE E PROGETTI AVVENIRISTICI: «DON VERZÈ FORSE DEBORDAVA,
 MA AI MALATI VOLEVA DARE TUTTO»

 I| Monsignor Zenti benedice il feretro di don Verzè a Illasi - FOTOSERVIZIO GIORGIO MARCHIOR


Sul prete manager «si è detto troppo, anche fuori dalle righe. E si è gettato del fango. Ma senza di lui non sarebbe nata quella struttura d´eccellenza»

Ad esequie come quelle che stiamo celebrando sarebbe stato meglio il silenzio. Di don Luigi, prete e manager, si è detto di tutto, anche fuori delle righe, senza clemenza».
È cominciata così l´omelia del vescovo Giuseppe Zenti nella chiesa parrocchiale di San Giorgio a Illasi, la stessa chiesa dove 13 anni fa don Verzè festeggiò il cinquantesimo di ordinazione sacerdotale, che ieri ha accolto la bara del fondatore dell´istituto San Raffaele di Milano morto a 91 anni nel pieno di una bufera giudiziaria per un debito da un miliardo e mezzo di euro accumulato dalla sua Fondazione.


Ma Zenti non ha voluto parlare del prete manager che pensava sempre in grande. Davanti alla folla che gremiva la chiesa ha parlato del sacerdote, ricordando già prima di iniziare la funzione religiosa «che è consuetudine dei vescovi veronesi da ormai mezzo secolo di celebrare e partecipare ai funerali dei nostri preti che io porto tutti nel cuore perchè un vescovo è con i preti come una mamma e un papà per i propri figli. E affido don Luigi alla misericordia di Dio che invoco anche per noi».


Il vescovo Zenti ha voluto tracciare un ricordo affettuoso di don Luigi Verzè, richiamandosi al valore delle opere lasciate da quest´uomo che aveva a cuore i malati. Non a caso è stato scelto il Vangelo di San Matteo, in cui si sottolinea che ogni opera buona fatta a chi ha bisogno è come averla fatta a Gesù. Ha prevalso più la pietà cristiana che il giudizio sull´uomo «solitario come tutti i geni ma anche disposto a riconoscere di aver debordato». E ha ricordato, monsignor Zenti, che «negli ultimi sei mesi, segnati anche dalla tragedia (il riferimento è al suicidio del suo collaboratore più stretto Mario Cal, ndr), nei media è nata la voglia di squarciare il velo della sua complessa vita. E del fango, anche troppo, è stato buttato sulla sua persona e sul suo operato».


Di lui si poteva però parlare in modo diverso, ha detto Zenti, «e si poteva anche dissentire». E quindi ha proseguito:« È un prete del clero veronese. Senza fare un panegirico e senza la pretesa di una parola definitiva su di lui, perchè la giustizia farà il suo corso, come vescovo cerco di tracciare un suo profilo». Così ha parlato di una persona di «estrema complessità, sbrigativo e indomabile, persino contradditorio, con il culto della razionalità e della libertà. E con una fede radicata nell´Eucarestia. Un indagatore delle ragioni altrui. Solitario come tutti i geni e bisognoso d´amicizia. Discusso, avversato, sicuro di sè, decisionista, navigato ma anche mistico. Un uomo che in questi ultimi anni ha vissuto il clamore mediatico ma ha anche conosciuto i momenti del tabor e del calvario».
Era una persona che pensava in grande, ha proseguito Zenti, «e si intestardiva a creare grandi opere anche oltre le sue possibilità. Detestava la mediocrità».
Ma, ha osservato, «i malati erano i suoi padroni, e perciò viveva per i malati. Se ha avuto degli eccessi la colpa, per così dire, va ad attribuirsi ad un eccesso d´amore per i malati. Per loro ha voluto il meglio del meglio. I malati, soleva dire don Luigi, vanno adorati perchè nei malati c´è una presenza di Gesù, nel limite del genere umano. Si commoveva pensando che il giudizio di Dio passa attraverso l´esame dell´amore. D´oro i tabernacoli, d´oro le strutture per i malati, mi diceva».
L´ultimo ricordo è una lettera del 16 dicembre scorso scritta da don Verzè al vescovo Zenti. «Mi disse che stava portando il peso della sua croce. Così sia, mi scrisse, se Gesù è contento. Era questo il vero don Luigi, distaccato da tutto, anche dalle sue opere, che teneva come unico conforto il crocefisso.

Di lui resta l´ospedale San Raffaele, che senza di lui non sarebbe esistito, una struttura d´eccellenza che ora viene consegnata alle cure della sua associazione, i Sigilli». E ha ricordato l´ultimo articolo di don Verzè, «L´indole di Cristo», pochi mesi fa. «Gli chiesi se fosse una sorta di testamento spirituale. Lui me lo confermò. Consiglio a tutti di andare a rileggerlo. E ora ricordiamolo con gli occhi della fede».


La cerimonia funebre, concelebrata con un nutrito gruppo di sacerdoti, è stata scandita dai canti sacri interpretati con grande suggestione dalla corale «Le piccole Dolomiti». Verso la fine ha preso la parola l´assistente di don Verzè, Gianna Zoppei, che ha ringraziato i partecipanti al funerale per l´affetto mostrato a don Verzè. La salma è stata poi portata nel cimitero di Illasi, nella cappella di famiglia, in attesa di essere tumulata nella cappella della Madonna della Vita del San Raffaele, dietro l´altare.

Fonte: srs di Elena Cardinali, da L’Arena di Verona di martedì 03 gennaio 2012 CRONACA, pagina 6


AMARCORD.  RITENEVA ECCESSIVO GIRARE CON UN BOLIDE, E COSÌ IL PATRON ENZO GLI FECE UN REGALO... VIAGGIAVA SU UNA MERCEDES
CON IL MOTORE DELLA FERRARI

Don Verzè alle elementari: è il primo da sinistra in prima fila, vicino all´insegnante don Eliseo Contri. Silvia Tosi è in seconda fila, seconda da sinistra. In prima fila, seconda da destra, la sorella di don Verzè



«Sicuramente ha fatto del bene, ma la povertà non è stato il suo forte: amava frequentare i ricchi»
Un prete singolare don Luigi Verzè e quanto meno insolito, non solo per quello che ha costruito ma anche per quello che ha guidato. Si diceva allievo prediletto di san Giovanni Calabria, che aveva fatto della povertà e della scelta degli ultimi la sua vocazione, come ti aspetti che sia da un uomo di Chiesa, ma alla sequela del Maestro si era avviato in carrozza. «Amava le auto di grossa cilindrata», racconta Gianni Tebaldo, che è stato fino alla pensione titolare di una stazione di servizio a Illasi, dove un paio di volte al mese il sacerdote arrivava a rifornirsi all´arrivo o prima di ripartire per Milano. «Era intimo di Enzo Ferrari e negli anni Ottanta avrebbe desiderato tanto guidare la Rossa, ma ammetteva che non era proprio conveniente per un prete. Così aveva trovato il compromesso di guidare una Mercedes, che grazie ai favori e per interessamento diretto del mago di Maranello era stata predisposta con il motore 12 cilindri di una Ferrari F40», rivela Tebaldo. «Una debolezza che gli si può perdonare perché in una vita va considerato tutto: il bene e il male e quello che don Verzè ha fatto pende verso il bene, ma bisogna ammettere che la povertà di don Calabria non era proprio il suo forte», aggiunge. 


Di famiglia di possidenti benestanti (la sorella maggiore Maria era andata sposa a un membro della famiglia Pasqua di Bisceglie), aveva frequentato il ciclo delle elementari a Illasi e i compagni di classe Silvia Tosi e Pietro Giuliari lo ricordano a scuola della maestra Eugenia Chiamenti come «taciturno e buono». «Bravo, ma come eravamo grosso modo tutti, non era certo sopra gli altri per intelligenza, da quello che si capiva allora», aggiunge Silvia, che con lui frequentò anche la quarta e la quinta, con don Eliseo Contri che li preparò all´esame finale. La foto dell´anno scolastico 1929-30 ritrae il piccolo Luigi o Nino, com´era chiamato in famiglia, accanto al sacerdote insegnante, quasi un segno premonitore.

Poi il seminario lo allontanò dai compagni di classe con i quali ha voluto comunque festeggiare il cinquantesimo compleanno e il suo cinquantesimo di ordinazione sacerdotale invitandoli tutti al ristorante dopo la celebrazione della messa. 


In piazza fuori della chiesa dove si svolgono le esequie, ci sono tanti compaesani ma anche curiosi e gente che viene da lontano, come Giuliano, guardia forestale di Borgo Valsugana, compaesano di Raffaella Voltolini, infermiera e suo braccio destro al San Raffaele: «Veniva in paese e amava farsi accompagnare nei giri in montagna sul Lagorai. Era curioso di storie di alberi e animali». 


Armando Zambaldo, marciatore olimpico di Montreal ´76 e suo fratello Bruno, vivevano a Milano ai tempi in cui don Verzè era direttore dell´Opera don Calabria, che Armando ha frequentato negli anni Cinquanta alla scuola di avviamento industriale: «Come direttore era molto attivo ed efficiente. Poi è stato mandato via», racconta Armando. Lo hanno ritrovato nei prati di là del Parco Lambro dove sarebbe nata Milano 2 e prima il suo ospedale: «È sempre stato uno che ha preferito frequentare i ricchi: trovava il modo di farsi finanziare i suoi progetti», riconosce Bruno, la cui moglie continua ancora a svolgere volontariato con i bambini malati all´interno del San Raffaele, «ma certo che costruire un albergo per i parenti dei malati a 120 euro a notte per una camera più colazione, non è proprio una scelta da poveri». 


Chiede l´anonimato, «perché faccio un lavoro dove sarei facilmente identificato», una persona che non ha una grande considerazione per don Verzè: «L´ho conosciuto a casa di un grande proprietario terriero. Era venuto per fare il mediatore ed era molto interessato a quelle proprietà. Ha insistito molto perché vendesse e poi su quei terreni si è scatenata la speculazione. È triste morire così», è la sua considerazione, «ha fatto grandi cose ma anche grandi sbagli e si è ridotto così perché ha frequentato gente che non lo ha aiutato a capire dove sta il bene».

Fonte: srs di Vittorio Zambaldo, da L’Arena di Verona di martedì 03 gennaio 2012 CRONACA, pagina 6


QUI MILANO.  PIERINO  ZAMMARCHI CHOC: «HO PAGATO TUTTI» 

 Sopra, don Luigi verzé; sotto, a sinistra Pierino Zammarchi, a destra Giuseppe Rotelli

L´imprenditore si è presentato alla camera ardente al San Raffaele. E Rotelli si affretta a smentire. L´inchiesta tiene banco nel giorno dell´addio. Pozzetto, Al Bano, Cacciari, Fazio hanno reso omaggio all´amico

Prima dei funerali di Illasi, la salma di don Luigi Verzè è stata un paio d´ore nella camera ardente allestita all´ospedale San Raffaele di Milano, la sua creatura,. E da qui è uscita tra gli applausi per arrivare appunto a Illasi dove sono sati celebrati i funerali. 


La salma del fondatore dell´ospedale San Raffaele, morto sabato scorso a 91 anni nella sua residenza privata milanese, è stata nella camera ardente allestita al Ciborio che si trova sotto il cupolone con l´angelo all´interno della struttura ospedaliera e qui tra i primi ad arrivare è stato il cantante Al Bano, visibilmente commosso. Al Bano ha difeso don Verzè, che si trovava al centro dell´inchiesta per il crack miliardario del San Raffaele con contorno di fondi neri. «Andava oltre i problemi finanziari, era un uomo senza una lira in tasca. Dal milione di lire di Don Calabria ha fatto quello che ha fatto, i soldi erano l´ultimo suo pensiero» ha detto al termine della commemorazione. Insomma, secondo Al Bano adesso il prete veronese ha «un po´ di pace che merita. E´ stato un uomo che va oltre le parole». Su di lui, ha detto, «ho letto cose veramente vergognose» ma, a suo parere, il sacerdote «parlerà e vivrà sempre» anche dopo la morte «grazie alle cose che ha fatto». 


Vittorio Malacalza, che fa parte della cordata con lo Ior per acquisire il controllo dell´ospedale San Raffaele, al suo arrivo alla camera ardente ha affermato: «È stato un uomo eccezionale, vedete tutto quello che ha fatto». Rilancerete l´offerta di Giuseppe Rotelli? «Stiamo ancora valutando l´offerta», ha risposto Malacalza riguardo l´offerta di oltre 305 milioni lanciata dall´imprenditore ospedaliero Giuseppe Rotelli. Siete pronti a raccogliere l´eredità di Don Verzè? «Forse - ha detto - non ne saremo degni». 


E proprio su questi temi ieri c´è stato anche un colpo di scena quando alla camera ardente è arrivato l´imprenditore edile Pierino Zammarchi: «Io ho lavorato anche per Rotelli al San Donato e anche lì si pagava una percentuale». Zammarchi, che è coinvolto nell´inchiesta della Procura di Milano sul dissesto finanziario del S.Raffaele per cui ha lavorato per anni, tira quindi in ballo anche un altro big della sanità in Lombardia. Ai giornalisti che gli chiedono se queste percentuali pagate al gruppo Rotelli siano tangenti, Zammarchi risponde: «certo, quando lavoravo al San Donato». Poi però smussa: «si tratta di tanti anni fa». Poco dopo è stata diffusa una nota in cui l´imprenditore Giuseppe Rotelli afferma: «non ha mai conosciuto il signor Zammarchi ed esclude in modo categorico di avere mai ricevuto tangenti nella sua vita da chicchessia quanto meno» da lui. 


Nella camera ardente allestita all´ospedale San Raffaele, sono arrivati anche l´ex sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, che insegna all´università Vita e Salute del San Raffaele stesso, e il comico Renato Pozzetto, amico del sacerdote scomparso sabato scorso all´età di 91 anni. Presente anche l´ex ministro della Sanità Ferruccio Fazio. Non si sono visti invece l´ex premier Silvio Berlusconi, grande amico di don Verzè, nè la figlia Barbara che si era laureata all´università San Raffaele.
Infine, Giuseppe Profiti, vicepresidente della Fondazione San Raffaele, si è detto convinto che la struttura sanitaria fondata da Don Luigi Verzè «continuerà la sua opera. Non so quale potrà essere l´evoluzione ma sono certo che il San Raffaele continuerà la sua opera perché la sua fiamma è solida è viva». 


Tra i pochi politici presenti, il presidente della Provincia di Milano Guido Podestà: «Penso che la sua vita sia stata talmente grande che non ha senso pensare che le inchieste ne appannino la figura. Se ci sono altre responsabilità le chiariremo, ma sono convinto che siamo qui per pregare per un grande di questi anni».

Fonte: da L’Arena di Verona di martedì 03 gennaio 2012 CRONACA, pagina 6


SGARBI DIFENDE L´AMICO 
E ATTACCA I MAGISTRATI

 Anche a Illasi, Vittorio Sgarbi ha avuto modo di litigare. Dopo aver esternato affronta Lucillo Saorin

L´AFFONDO. IL CRITICO D´ARTE: «ERA UN SANTO E HA FATTO TANTO DEL BENE, ORA È IMMONDO INCOLPARLO»  

Danno forfait l´ex premier Berlusconi, presente nel 2007 a Lavagno, il governatore della Lombardia Formigoni e la grande politica. Più laici che cattolici fra vip e politici al funerale di don Luigi Verzè, nella chiesa parrocchiale della sua Illasi. E tanti gli assenti illustri. Su tutti Berlusconi. C´erano solo il filosofo ed ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari, docente all´Università del San Raffaele, e l´amico e critico d´arte Vittorio Sgarbi, protagonista a margine del rito funebre con stoccate al magistrato che ha condotto l´inchiesta per bancarotta sulla Fondazione San Raffaele. «È un´inchiesta di m..., che colpisce tutti gli amici di Berlusconi», dice. 

Il filosofo Massimo Cacciari

Cacciari, invece, cita don Milani quando diceva che «alla fine della vita ha le mani veramente pulite solo chi le ha tenute sempre in tasca».


Una delle corone di fiori sul carro funebre era dell´ex sindaco di Milano Letizia Moratti. Manca però Berlusconi (e anche sua figlia Barbara, laureatasi al San Raffaele) l´amico da oltre mezzo secolo  presente il 23 giugno 2007 a Lavagno per la posa della prima pietra del Quo Vadis, il centro per il «ben-essere», mai decollato  definito da don Verzè come «l´uomo della Provvidenza». Non c´erano nemmeno il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, pure vicinissimo al prete veronese scomparso, né altri politici come il leghista Roberto Maroni, l´ex ministro che nel 2007, allora deputato, rappresentò a Lavagno Umberto Bossi per la prima pietra del Quo Vadis, dove invece c´era anche Salvatore Cuffaro, allora presidente della Regione Sicilia e ora in carcere dopo essere condannato per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.
Sgarbi, giunto a Illasi quando la messa è oltre la metà, dà vita a uno show in piazza, proseguito dentro la chiesa a esequie terminate. Don Verzé? Per Sgarbi «va iscritto nella categoria dei santi. Ha creduto fermamente che la fede non è in contrasto con la scienza. Era poi favorevole al preservativo dove c´è una malattia grave in Africa o c´è il rischio di epidemie. Poi era disponibile all´eutanasia in caso di malattie gravi, anche psicologiche. E non è escluso che anche lui nel momento in cui aveva perso le motivazioni della sua impresa abbia detto a qualcuno di aiutarlo ad andarsene».


Per Sgarbi l´inchiesta su don Verzè è ingiusta. «Lui ha fatto solo del bene. È immondo che un magistrato abbia indagato su un uomo di 91 anni che ha salvato migliaia di persone e che l´abbiano fatto anche con don Gelmini. Un magistrato avveduto dovrebbe riconoscere il criminale». La frase di Sgarbi non va giù a Lucillo Saorin, che lo ascolta vicino e lo apostrofa con «lei dice sempre le sue put..., è come Marinetti con il fascismo, prima lo attaccava e poi è diventato di destra».  Sgarbi e Saorin si insultano e vengono separati. Cacciari cita don Verzè «come uomo profondamente impegnato a favore della ricerca scientifica e tutti coloro che hanno lavorato al San Raffaele lo ricordano così». Sul fronte politico era presente al funerale la senatrice del Pdl Cinzia Bonfrisco, secondo cui «con don Verzè scompare un grande veronese, che ha lasciato un segno nella sanità italiana grazie alla straordinaria eccellenza dell´ospedale San Raffaele. Era un uomo di Dio e un grande manager, che con il suo carisma anche mistico lascia un ricordo indelebile. Solo Dio ora potrà giudicarlo».


L´avvocato e presidente di Veronamercato Gian Paolo Sardos Albertini, già presidente della società Quo Vadis (si è dimesso a ottobre) che avrebbe dovuto costruire l´ospedale a Lavagno, dice che «di don Verzè ricordo solo quanto di meraviglioso ha fatto e i sogni che voleva si avverassero e purtroppo non attuate, come il Quo Vadis. Speriamo che i nuovi proprietari prendano in mano il progetto e lo realizzino». Hanno seguito le esequie anche l´assessore regionale alle infrastrutture Renato Chisso (Pdl), che si limita a esprimere «un grazie infinito a don Verzè per tutto ciò che ha fatto», l´ex consigliere regionale Raffaele Bazzoni, «un personaggio di indubbia professionalità. Avevamo parlato di riorganizzazione ospedaliera. Aveva una visione di prospettiva che difficilmente si ritrova nei manager di oggi», e poi il sindaco di Colognola ai Colli Alberto Martelletto, «una persona importantissima per il nostro territorio e per la sanità italiana ed europea» e quello di Lavagno Simone Albi: «Purtroppo non si è realizzata l´ultima sua opera a Lavagno, il Quo Vadis». Per l´ex sindaco di Vestenanova Antonio Dal Dosso «don Verzè era un grande uomo che ha fatto tanto per il popolo italiano e ha assistito tutti quanti avevano bisogno». E l´ex assessore provinciale Gianni Curti, della segreteria nazionale del Nuovo Psi, dentro il Pdl (ex socialista come Bonfrisco e Chisso; Verzè era amico di Craxi) ricorda «un uomo coraggioso, con voglia di fare e di aiutare chi è in difficoltà». In chiesa c´era anche Gastone Savio, ex sottosegretario Dc alla Difesa.

Fonte: srs di Enrico Giardini,  da L’Arena di Verona di martedì 03 gennaio 2012 CRONACA, pagina 7.


martedì 3 gennaio 2012

lunedì 2 gennaio 2012

INPS IN ATTIVO DI 27,6 MILIARD; MA NON ERAVAMO IN PASSIVO?


Non vi passa da nessun neurone celebrale che siamo sommersi da informazioni false e tendenziose, adoperate  non solo per giustificare «prelievi» ai danni dei lavoratori di ieri, oggi e domani, ma   utilizzate  per giustificare “fini” diversi da quelli che dicono? 

TESORO: FABBISOGNO 2011 IN CALO DI 5,5 MILIARDI; A DICEMBRE AVANZO DI 8 MILIARDI DI EURO.

Netto calo rispetto al 2010 dove si era attestato a 67 miliardi rispetto ai 61,5 dell'anno appena trascorso.
Stato meno costoso nell'anno appena trascorso. Nel 2011 il fabbisogno annuo del settore statale ammonta, con i dati provvisori al 31 dicembre 2011, a circa 61,5 miliardi: 5,5 miliardi in meno rispetto all'anno precedente che aveva chiuso con un fabbisogno annuo di circa 67 miliardi. Lo rende noto il Tesoro.

AVANZO A DICEMBRE - A dicembre si registra un avanzo del settore statale provvisoriamente determinato in oltre 8 miliardi, inferiore di circa 2 miliardi rispetto a quello realizzato nel dicembre 2010 che fu di oltre 10 miliardi. Lo rende noto sempre il Tesoro precisando che in termini omogenei, tenuto conto dell'erogazione a favore della Grecia e della riduzione della percentuale di acconto Irpef, l'avanzo del mese si attesterebbe a oltre 12 miliardi.
FONTE: Redazione Online Corriere della sera.it, del 2 gennaio 2012



PS di L. V.

E qui sembra che  le manovre Monti non centrino praticamente nulla. 

DA ROMA CAPUT MUNDI A ROMA CAPUT DEBITI

Marco Tullio Cicerone

Il bilancio deve essere portato in pareggio; il debito pubblico deve essere ridotto; l’arroganza delle autorità deve essere moderata e controllate.
Le sovvenzioni in denaro ai Paesi stranieri devono essere  ridotte, se la  nazione non vuole andare in bancarotta.
Gli uomini; devono imparare di nuovo a lavorare, invece che vivere di pubblica assistenza".
Marco  Tullio  Cicerone - oratore e politico romano, (106 a.C. - 43 a.C.)

OVVEROSSIA:  ROMA CAPITALE PORTA MALE,  UNA TRADIZIONE CHE DURA DA PIÙ DI 2000  ANNI

domenica 1 gennaio 2012

LA GRAN NOVITÀ DEL GOVERNO MONTI: È IL PRIMO GOVERNO D’OCCUPAZIONE DEL DOPOGUERRA


Per decenni l’Italia è stata un Paese a “sovranità limitata” con una politica estera e di Difesa coordinata e in molti casi imposta dai nostri principali alleati e soprattutto dagli statunitensi. Dal dopoguerra non era però mai successo che il nostro Paese si trovasse guidato da un “governo d’occupazione” che rispondesse direttamente alle “potenze occupanti” come accade oggi con il cosiddetto governo tecnico imposto dai franco-tedeschi e dalla nomenklatura della Ue e messo insieme dal Quirinale consultandosi anche con la Casa Bianca che ha suggerito i ministri di Esteri e Difesa.
Due figure di sicura fede atlantista come l’ambasciatore a Washington Giulio Terzi e il chairman del Comitato Militare della Nato, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola. Uomini idonei a garantire che l’Italia resterà un fedele alleato dell’America e manterrà i suoi impegni militari in Afghanistan.

Nella sua prima audizione in Parlamento, Di Paola ha infatti confermato questo impegno mentre il titolare della Farnesina (ormai un mito per la stampa italiana perché usa Twitter) ha esordito sulla crisi iraniana dichiarando che “l’Italia sostiene con piena convinzione il piano di sanzioni economiche nei confronti dell’Iran annunciato dall’Amministrazione statunitense”. Più appiattiti di così!

Dopo l’attacco all’ambasciata britannica a Teheran, Terzi ha ritirato il nostro ambasciatore nonostante sul piano commerciale l’Italia abbia molti interessi in Iran. Nel timore di apparire poco filo-americano si è poi recato in Turchia a perorare la causa dell’ingresso di Ankara nella Ue, come chiedono da tempo gli Usa. Posizioni che ci auguriamo siano state negoziate in cambio di robuste contropartite ma che temiamo costituiscono un pedaggio obbligato e gratuito nei confronti delle potenze occupanti.   A Washington saranno certo soddisfatti ma per ora Terzi assomiglia più a un sottosegretario di Hillary Clinton che a un ministro italiano.

Del resto Obama non ne poteva più di Silvio Berlusconi che aveva avuto (forse l’unica iniziativa degna di nota del suo governo) l’ardire di sviluppare una politica energetica e strategica con la Russia  di Putin e la Libia di Gheddafi che ci garantiva ampia autonomia, forse troppa per i nostri “tutori”.   
Sia chiaro, la classe politica è indifendibile e la sua colpa più grave non è solo di aver consentito questa nuova forma d’invasione straniera ma di esserne in qualche modo complice.

Le opposizioni e parte della stessa ex maggioranza non hanno fatto altro che ripetere che l’Europa  (parola pronunciata sempre con tono solenne, come faceva Romano Prodi) e “i mercati” volevano le dimissioni di Silvio Berlusconi. Nessuno che abbia avuto il coraggio di affermare che i governi italiani vengono fatti cadere dagli elettori italiani, non dalle banche, dagli speculatori, dagli stranieri e dai burocrati di Bruxelles. Invece sono tutti in ginocchio davanti a loro, divinità supreme ma sobrie. Nella migliore tradizione italiana, “Franza o Spagna purché se magna”.

Eppure i vertici del mondo bancario e della Ue non sono più credibili dei nostri politici.
Numerose inchieste hanno dimostrato lo sperpero di miliardi di euro da parte di Bruxelles e Strasburgo, gli eurodeputati costano di più e hanno più privilegi di quelli nazionali e la Bce nel 2008 alzò il costo del denaro nonostante gli evidenti sintomi di crisi dell’economia per rallentare  un’inflazione immaginaria determinata solo dal petrolio che aveva superato i 140 dollari al barile.

 Jean Claude Trichet ci ha riprovato nella primavera scorsa, ancora una volta confondendo l’inflazione con il petrolio alle stelle a causa della guerra libica. Ha alzato di nuovo il costo del denaro (e dei nostri mutui)  nonostante di ripresa si parlasse solo nelle preghiere.

Giusto per dare un senso di continuità alle iniziative della Bce il nuovo presidente, Mario Draghi, ha deciso di riabbassarli dello 0,25 per cento la settimana scorsa. E poi ve lo ricordate il sobrio professor Monti magnificare all’Infedele di Gad Lerner il successo dell’euro che aveva costretto la Grecia ad assimilare “la cultura della stabilità”? Chi ci impone regole, governi e programmi economici non sembra brillare per competenza e autorevolezza.

La costruzione dell’Europa del resto non ha mai avuto molto a che fare con il consenso popolare. Nessuno ha mai chiesto agli italiani e a molti altri popoli se volessero l’adesione all’Unione o all’euro. La Ue non è riuscita neppure ad avere uno straccio di Costituzione poiché quella messa a punto è stara bocciata negli unici due referendum indetti in Olanda e Francia.  Poco amate dagli elettori europei (che eleggono i parlamentari nazionali da inviare a Strasburgo ma non i membri della Commissione) le elefantiache e costosissime caste che guidano la Ue e la Bce detestano referendum e suffragi popolari. 

Quando in Grecia il premier Papandreu ha “osato” proporre un referendum per chiedere ai cittadini se volevano i sacrifici per restare nell’euro è stato “fucilato”  da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy , quest’ultimo lo ha anche insultato in uno dei suoi ormai consueti “fuori onda programmati”.
Pochi giorni dopo il premier greco è stato costretto a dimettersi dalla defezione (casuale?) di quattro deputati del suo partito e a guidare  il nuovo governo (ovviamente tecnico) è stato chiamato un banchiere, Lucas Demetrios Papademos, ex governatore della Banca Centrale greca ed ex numero due della Bce. Dovrà gestire un programma di austerity nel quale i saldi di Stato consentiranno ottimi affari per la grande finanza, i grandi investitori, gli speculatori e i grandi gruppi internazionali, soprattutto quelli franco-tedeschi perché le banche di Parigi e Berlino detengono buona parte del debito greco.

Nonostante l’Italia rappresenti l’ottava potenza economica mondiale non è stata trattata meglio. Anche Berlusconi ha avuto i suoi “traditori” e i suoi” avvertimenti”.  Come l’attacco borsistico a Mediaset (meno 12 per cento in un sol giorno) che ha “consigliato”  il premier di  ritirare l’idea di posticipare le dimissioni e appoggiare la candidatura di Monti, nominato poche ore dopo senatore a vita dal Quirinale.  Fino a pochi anni or sono sarebbe bastato molto meno per denunciare minacce alla democrazia o ingerenze esterne nella vita politica italiana.

Appena  nominato il sobrio premier Mario Monti è andato in ginocchio dal presidente della commissione europea Josè Manuel Barros a farsi indicare le priorità della sua agenda, poi dal presidente del consiglio europeo Herman van Romupuy, da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy a promettere che “farà i compiti a casa” e a “impressionare” la cancelliera tedesca per le misure che adotterà delle quali non aveva però ancora informato né il Parlamento né l’opinione pubblica.

Ora però che la nuova manovra da 25 miliardi di euro sta prendendo corpo siamo impressionati anche noi ma non certo in positivo. Di fatto solo tasse per tutti, una stangata più che una manovra che sembra voler affossare ogni possibilità di sviluppo rendendoci ancora più sudditi e meno cittadini. E’ questa la rivoluzione liberale dei professori/banchieri? E’ questa la svolta che ridarà fiato all’economia italiana? Roba che non era più una novità già ai tempi dei governi Andreotti.

Per attuare queste misure non c’era bisogno di scomodare i luminari della Bocconi o il gotha dei banchieri, bastava e avanzava la nostra penosa classe politica. Infatti queste misure rivoluzionarie hanno soddisfatto la Merkel e Sarkozy che hanno espresso a Monti “fiducia e sostegno”, forse perché il professore ha accettato di trasformare l’Italia in un bel discount grazie all’impegno ad abrogare la “GOLDEN SHARE”, il meccanismo che ha finora permesso allo Stato di conservare il controllo di aziende strategiche nei settori energetico, comunicazioni e difesa: Eni, Snam rete gas, Enel, Telecom e Finmeccanica.
Una questione di libertà di mercato sottolineano alla Ue e alla Bce, dove le pressioni sull’Italia in tal senso sono fortissime ma dove nessuno sembra aver fretta di demolire meccanismi simili presenti in Germania, Francia e altri Paesi dell’area euro per impedire “scalate” agli asset strategici nazionali.

Ma è possibile che con l’euro che rischia di andare a fondo Ue e Bce non abbiano di meglio a cui pensare che alla “golden share” italiana?  Possibile che tutte le misure urgenti per le quali il governo Berlusconi era inadeguato e che dovevano essere adottate immediatamente (pena la catastrofe) non se ne sia vista nemmeno una ma si parli di “golden share”?
Il motivo pare evidente e lascia aperti molti sospetti circa il perché all’Italia, con i conti per molti versi più in ordine di quelli francesi (che possono rifiutare il controllo di Bruxelles sul loro bilancio) o britannici (che hanno avuto la scaltrezza di restare fuori dalla truffa dell’euro), non sia stato concesso il privilegio di andare al voto come la Spagna.
Prima di tornare ad essere un Paese democratico dobbiamo vendere, anzi svendere considerati i chiari di luna borsistici, le nostre aziende di punta agli stranieri, o per meglio dire ai nostri concorrenti. Quei Paesi (dagli Usa alla Gran Bretagna, dalla Francia alla Germania) che come si è visto chiaramente in questi ultimi tempi (dalle questioni finanziarie alla guerra in Libia) possono venire definiti partner solo da chi è in affari con loro.

Perché è evidente che nell’attuale situazione, con Finmeccanica che dopo il recente (casuale?) mega crollo borsistico ha una capitalizzazione di appena due miliardi ( solo i suoi beni immobili valgono il doppio), abrogare entro un mese la “golden share” significa consentire ai colossi anglo-americani e franco-tedeschi della Difesa (Thales e EADS  in testa) di inglobare il gruppo italiano o le sue aziende più competitive.
Pochi giorni or sono a Berlino è stato firmato un accordo di militare tra Italia e Germania  che dovrebbe  bilanciare l’asse franco-britannico nel campo della Difesa (a proposito di Europa unita !) e che prevede una stretta cooperazione industriale in diversi settori ma che potrebbe trasformarsi in sudditanza tecnologica dell’Italia se svendessimo le nostre aziende del settore.

I segnali in questo senso ci sono tutti e un documentato articolo della Stampa (che riproponiamo nella sezione Industria) ha evidenziato il concreto interesse della francese Thales ad acquisire Oto Melara e Wass. 

Fino a un anno or sono coi francesi si discuteva di joint ventures paritetiche, oggi i Galli calano in Italia al grido di “guai ai vinti” come fece Brenno un po’ di tempo fa. Certo il sobrio Mario Monti ha detto subito, nel discorso di presentazione del suo governo in Parlamento, che si offende a sentire parlare di “poteri forti”, di governo dei banchieri che ha usurpato il potere al popolo benché proprio la grande finanza sia stata all’origine della crisi nella quale ci dibattiamo dal 2008. 

Peccato che mentre la stampa italiana si è sdraiata adorante ai suoi sobri piedi a Parigi il quotidiano “Le Monde” abbia ricordato in un articolo del 14 novembre dal titolo eloquente ”Goldman Sachs, le trait d’union entre Mario Draghi, Mario Monti et Lucas Papadémos”  che gli uomini al governo senza il  consenso elettorale  in Italia, Grecia e alla Banca centrale europea sono consulenti della grande banca statunitense la cui formidabile influenza in Europa sembra essere sfuggita a molti. Monti del resto ha ragione quando afferma che di poteri forti purtroppo non ne esistono in Italia. Infatti il nostro Paese è oggi in mano a poteri forti stranieri e non certo amichevoli.

Non si spiega infatti perché le banche italiane siano sotto osservazione dalla Bce ma non lo siano invece quelle tedesche e francesi che, a differenza delle nostre, sono letteralmente zeppe di titoli-spazzatura. Molte banche greche, altro Paese sotto occupazione, sono in svendita e i grandi gruppi bancari internazionali sono già pronti a mangiarsele.
Probabilmente molto presto i professori ci diranno sobriamente che le nostre aziende e banche vanno vendute agli stranieri, sacrificate  sull’altare della riduzione del deficit e nel nome di un liberismo che è ufficialmente un  dogma per tutti ma che i forti non applicano in casa loro e i deboli subiscono. Dopo aver fatto man bassa al “discount Italia” le potenze occupanti potrebbero anche farci tornare a votare, come un lander tedesco o un dipartimento d’oltremare francese. 

Fonte: srs di di Gianandrea Gaiani, da analisidifesa,it

sabato 31 dicembre 2011

MARIO MONTI E GIORGIO NAPOLITANO DENUNCIATI PER ALTO TRADIMENTO***

Mario Monti e Giorgio Napolitano




Una denuncia per “alto tradimento”. E’ questo il regalo di Natale che alcuni cittadini dell’hinterland romano hanno riservato al Capo dello Stato Giorgio Napolitano, al Presidente del Consiglio Mario Monti ed altri noti personaggi del mondo politico ed economico del Paese; motivo del gesto, come spiegato dai diretti interessati ai carabinieri perplessi della Stazione di Roma Parioli, le forzature “tecnocratiche” nella gestione della crisi che avrebbero, di fatto, “tradito” il mandato democratico.

Il video della denuncia – Giorgio Vitali, giornalista, Casimiro Corsi, impiegato, Giovanni Zurlo, pensionato, David Rorro, operaio e Orazio Fergnani, agente di commercio e “leader” del gruppo che ha presentato la denuncia, hanno voluto pubblicizzare il loro gesto facendosi riprendere, all’uscita dalla stazione dei Carabinieri, dalle telecamere amatoriali di “YouReporter”.

Nelle riprese, Fergnani spiega di aver denunciato l’illegittimità dei provvedimenti assunti dall’establishment nazionale nei confronti della banche, “che vanno bene quando guadagnano e poi vanno aiutate quando sono in crisi”, dell’IMU, “un aborto giuridico”, su cui pesano anche gli oltre 3 milioni di pignoramenti degli ultimi anni, e delle pensioni, “per cui si sono cancellate lotte sindacali, politiche e operaie storiche in tre secondi […] cancellando il ‘contratto’ fatto con i cittadini che hanno lavorato una vita per raggiungere la pensione ad una determinata età”.

Alba Mediterranea – Orazio Fergnani, che già era intervenuto su queste tematiche in una recente puntata del programma di Santoro “Servizio Pubblico”, è anche presidente dell’associazione “Alba Mediterranea”, fondata nel luglio scorso a Roma.

L’associazione, in un mix di complottismo mondiale e simpatia per i movimenti di liberazione nazionale sudamericana, aspira, come si legge nel sito ufficiale, a riprendere la battaglia politica “contro “il “regime” che aveva preso piede dalla sconfitta della 2° guerra mondiale e che aveva come fondamento l’aborto giuridico chiamata “Costituzione” che altro non è se non la formalizzazione giuridica della spartizione della morale della Nazione da parte delle tre coalizioni “vincenti”.

Sempre sul sito, per chi è interessato, si può trovare il testo integrale della denuncia a Monti, Draghi, Napolitano e C., depositata per la vigilia di Natale.
Mattia Nesti

Fonte: stampa libera del 29 dicembre 2011


venerdì 30 dicembre 2011

ESPOSTO DI ALFONSO LUIGI MARRA NEI CONFRONTI DI MARIO MONTI E ALTRI MEMBRI DEL CIRCOLO BILDERBERG.


MARRA PRESENTA - SENZA SCILIPOTI - L'ESPOSTO CONTRO MONTI\BILDERBERG



Il  video dell’intervento di Marra alla conferenza stampa del 13.12.11, circa i veri fini di Monti, l’illiceità delle tasse e quindi della tracciabilità, e l’esposto alla Procura della Repubblica che presenterà – da solo – in relazione all’appartenenza al Bilderberg di Mario Monti, così come di numerosi altri (tra cui Draghi, Tremonti eccetera: vedili tutti dal video ruby2 scaricabile da www . marra . it).
Marra ha precisato che presenterà l’esposto alla Procura della Repubblica da solo perché è in atto un tentativo dei media di abbassare il profilo delle sue iniziative e farle passare per iniziative di Scilipoti cercando di far credere che abbia aderito al partito di Scilipoti, laddove è Scilipoti che, senza peraltro averlo mai formalmente dichiarato e quindi salvo ogni eventuale sua dissociazione, ha aderito al Comitato promotore del referendum per l’abrogazione delle sei leggi regala-soldi alle banche e per la lotta al signoraggio.
Il Coordinamento provvisorio del Comitato


PROCURA DELLA REPUBBLICA DI ROMA

Io, Alfonso Luigi Marra, espongo quanto segue in relazione all'appartenenza del sig. Mario Monti, nato il 19.12.43, e dei vari altri personaggi di seguito indicati, al circolo Bilderberg, chiedendo l'apertura di un'indagine circa la liceità dell'operato loro e del Bilderberg stesso.

FATTI

Anziché arroccarsi, com'è tradizione dei dittatori sconfitti infine dal peso dei troppi crimini, nei loro nidi di serpenti velenosi e attendere la soccombenza con le armi in pugno, gli accattoni del Bilderberg, coerentemente alla pochezza di cui hanno pervaso le culture del mondo, hanno reagito all'essere stati ormai smascherati in milioni di pagine internet 'autopubblicandosi' nel 2009 in un 'forum' così trasparente da illustrare ogni cosa, eccetto i crimini.

Cose, tra cui i membri, i luoghi e i tempi delle riunioni (ora 'conferenze'), noti però da anni non perché esplicitati, ma perché accanitamente svelati dai 'segugi' dell'anti-complottismo internazionale, quali il benemerito Daniel Estulin.

Un tal 'buonismo' da rendere indubbio che la prossima 'conferenza' spalancherà le porte al mondo e sarà ispirata ai più puri ideali del bene, del bello, del giusto e dell'utile.

Tanto più che nulla vieta a questi ora smascherati nemici dell'umanità di continuare altrove i complotti con i quali, dal 1954, rendono amare le nostre sorti.

Una 'segretezza' durata oltre 50 anni perché frutto di amplissime collusioni istituzionali, mediatiche, politiche, giudiziarie, e di ogni altro genere. 

Tant'è che innumerevoli fonti descrivono il Bilderberg addirittura come nato da occulti aneliti mondialisti di ambienti deviati della NATO in criminale associazione segreta con i massimi poteri bancari.

Vaste cosche sempre più oggetto dell'attenzione mediatica, ma che insistono a nicchiare perché tremano all'idea del momento, imminente, in cui dovranno confrontarsi con la collettività.

Un però inutile espediente, quello di tentare di salvarsi autopubblicandosi, perché i crimini sono nelle parole stesse di cui all'invero singolare 'forum'.
Da un lato recita infatti l'art. 1 della legge Anselmi (legge n. 17, del 25.2.82):
«Si considerano associazioni segrete, come tali vietate dall'art. 18 della Costituzione, quelle che, anche all'interno di associazioni palesi, occultando la loro esistenza ovvero tenendo segrete congiuntamente finalità e attività sociali ovvero rendendo sconosciuti, in tutto od in parte ed anche reciprocamente, i soci, svolgono attività diretta ad interferire sull'esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici anche economici, nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale»,
e, dall'altro, sulla home del 'forum'  Bilderberg - tragicomicamente - si legge:
«.. In breve, il Bilderberg è un piccolo, flessibile, informale e non registrato forum in cui possono essere espressi differenti punti di vista e può essere intensificata la reciproca comprensione. La sola attività del Bilderberg è la sua annuale Conferenza. In questi incontri non vengono raccolti voti e non vengono emesse statuizioni comportamentali. Dal 1954 si sono tenute 59 conferenze. Per ogni incontro i nomi dei partecipanti come dall'agenda sono resi pubblici e sono rinvenibili sulla stampa».
Parole che di per se stesse implicano la natura illecita del Bilderberg perché - giuridicamente parlando - la composizione dei contesti di personaggi che alle 'conferenze' si mescolano senza documentazione  configura di per sé l'associazione segreta di cui alla legge Anselmi.

La configura perché si tratta - proprio come vietato - di una mescolanza di uomini pubblici non liberi di partecipare a incontri non privati non protocollari, non documentati, segretati, con i titolari delle massime concentrazioni mondiali di interessi privati.

Una surreale, incredibile, illecita mescolanza di Capi di Stato, Re, Regine, Ministri, Presidenti di Parlamenti (tipo Barroso), Commissari Europei, chiusi in segreti ambiti con banchieri come David Rockefeller, o altri ai massimi livelli della BCE, della FED o della BdI, con i vertici delle massime multinazionali, con giornalisti delle principali testate, e insomma con gli uomini chiave di tutto quanto accade nel mondo.

Uomini che, proprio come Monti dopo la 'conferenza' di St. Moritz del 9/12 giugno 2011, sol che sortano dalle ovattate alcove dei segreti rituali inseminatorii della pregnazione bilderberghina, vengono rapiti da aliti messianici e traslati fino agli Olimpo di ogni forma di potere, come Clinton, Obama (rappresentanti del cui governo partecipano alle 'conferenze'), Trichet, Ignazio Visco, Romano Prodi, Tony Blair, Mario Draghi, Franco Barnabé, Giulio Tremonti, Marco Tronchetti Provera, Tommaso Padoa Schioppa, Alessandro Profumo, Emma Bonino, Gianni Riotta, Ben Bernanke, Corrado Passera, Walter Veltroni, Sergio Romano, Carlo Rossella, Claudio Martelli e molti altri.

Politici, Re, Regine, Principi, quali Sofia di Grecia, Bernardo d'Olanda, Beatrice d'Olanda, Carlo d'Inghilterra, Juan Carlos di Spagna, grottescamente mescolati in un comune delirio di onnipotenza con squali dell'industria, del commercio e della finanza mondiale, quali Edmond de Rotschild, o i nostrani Giovanni Agnelli, Umberto Agnelli, John Elkan, con rappresentanti della Coca Cola, di IBM, Sony, British Petroleum, Shell, Exxon, Pan Am, Mobil, Texas Instruments, ENI, Toyota, Mitsubishi, Philips, Dunlop, HP.

Una singolare, illecita confraternita di soggetti che - dimentichi delle lezioni della storia, pur densa di rovesciamenti di poteri 'intramontabili' fino all'attimo prima di essere travolti - si è ritenuta sopra le leggi, stante l'essere così tanti, potenti, legati da regimi di relazioni di anno in anno sempre più consolidatesi nei 'salotti buoni' del mondo e in ogni altra sede e occasione che le circostanze richiedessero.

Uomini che devono tra l'altro essere considerati gli artefici del crimine dei crimini: il signoraggio primario e secondario.

Uomini i cui «punti di vista» - quelli di cui le 59 conferenze che si sono succedute hanno «intensificato la reciproca comprensione» - configurano in realtà le politiche mondiali di questi 59 anni, le scelte atomiche energetiche e militari con le quali ci hanno rovinato, le guerre da far scoppiare o quelle da sedare, i governi da promuovere o quelli da abbattere, le economie da schiacciare o quelle da alimentare, i dittatori da uccidere o quelli da sostenere, le etnie, le nazioni, i popoli, da sterminare o da vessare economicamente o quelli da privilegiare, l'inquinamento da consentire e quello da graduare, e tutto quant'altro ha reso drammatico il nostro quotidiano.

O no amici magistrati? O ancora si può insistere nel fingere di non capire e nello stare al gioco in cambio dei benefici dello status quo e non solo? Perché se da un lato sussiste una vastissima collusione culturale, dall'altro c'è anche moltissima corruzione materiale anche in ambito giudiziario, e molti giudici appartengono loro stessi alle organizzazioni segrete.

Comportamenti, quelli del Bilderberg, dei suoi membri e di quelli che li sostengono, che configurano la ovvia, sfrontata violazione, a tacer d'altro, degli articoli del codice penale: -n. 241 (Attentato contro l'integrità, l'indipendenza o l'unità dello Stato); -n. 283 (Attentato contro la Costituzione dello Stato); -n. 648 bis (Riciclaggio); -n. 501 (Rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio); -n. 501 bis (Manovre speculative su merci); -n. 416 (Associazione per delinquere).

Me ne farete pentire? Aggredirete i miei figli? I miei nipoti? I miei cari? Mi delegittimerete con gli attacchi giudiziari e le calunnie? Mi colpirete economicamente? Fiscalmente?

È già successo, per anni, a partire dal 1985, con la legittimazione del rapimento dei miei figli ad opera dell'Australia con il concorso dell'Italia, e poi, contro di me, dal 1994, per un decennio, con gli attacchi giudiziari che vi ho ad uno ad uno ricacciati in gola uscendone indenne. Sicché ricominciate pure: sappiamo già tutto! E sapete qual è la nostra concorde decisione? Riduceteci pure sul lastrico, arrestateci, chiudeteci nelle carceri più buie, uccideteci: noi continueremo a gridarvi in faccia fino all'ultimo alito di vita la nostra condanna invitando la collettività mondiale a far sì che, siccome i vostri crimini sono di rilevanza planetaria, non vi sia tra breve angolo dove possiate sfuggire al dissenso sociale che qui ed ora chiedo alla società di esprimere - a prescindere dalle sanzioni di cui al diritto penale, che attengono alla magistratura - con la vostra immediata restituzione alla condizione di cittadini privati per impedire la prosecuzione dell'immane danno che arrecate.

Chiedo per tali motivi voglia la Procura della Repubblica di Roma avviare una vasta attività info-investigativa tesa a verificare la conformità o non conformità alle leggi dell'operato del circolo Bilderberg e dei suoi membri sia in relazione a quanto accaduto da ultimo che negli anni scorsi nelle 'conferenze', e sia in relazione all'ovvio prosieguo ad opera di ciascuno nel corso dell'anno e nei vari 'teatri', con particolare riferimento alla liceità del comportamento di Mario Monti quale membro del Bilderberg, nonché dell'eventuale attinenza delle ragioni di coloro che hanno sostenuto la sua nomina alla Presidenza del Consiglio, o comunque della sua nomina, alla sua appartenenza al Bilderberg e/o ad altre organizzazioni segrete o in conflitto con gli interessi pubblici.

Chiedo in particolare la verifica del se esistono i collegamenti denunciati da alcuni politici tra la partecipazione di Monti alla 'conferenza' Bilderberg di St. Moritz del giugno 2011 e la sua nomina alla Presidenza del Consiglio.

Segnalo all'informazione, ai partiti, ai sindacati, alle categorie, alla società tutta, la necessità di vigilare affinché la questione non sia risolta con facili archiviazioni, perché è in re ipsa - per il non avere aperto da sé questa indagine - che la magistratura non è neutrale verso il Bilderberg.
Premesso che si ritiene la competenza della Procura di Roma, chiedo espressamente di essere informato in caso di richiesta di archiviazione ex art. 408 cpp.

Avv. Alfonso Luigi Marra


Fonte: Marra.it
Fonte: Stampa Libera



INVOCAZIONE E PROMESSA DI MARRA A BERLUSCONI

Caro Berlusconi, è noto che i poteri di cui Monti è mandatario ti ricattano minacciando di annientare la tua famiglia, la tua vita e le tue aziende se togli loro l’appoggio in Parlamento, ma è ovvio che sarai aggredito di nuovo immediatamente dopo l’approvazione della manovra, perché nessuno meglio di te sa che la crisi dei titoli azionari o di Stato dipende dal fatto che non si riesce più a vendere né a guadagnare, e dopo la manovra ci si riuscirà anche meno, e che nessuno è in grado di frenare l’ira della collettività quando ‘il padrone non paga più′.

Ebbene, in questo quadro tremendo, io ti chiedo di fare un gesto che, quale che sia stato il giudizio su di te in questi anni, ti ponga come salvatore non solo dell’Italia, ma dell’Europa, da questi mostri che vogliono dilaniarle senza avervi nemmeno interesse, perché sono mossi solo dalla pazzia sopravvenuta al fallimento del loro delirio di onnipotenza.

In cambio ti prometto che, armato della mia penna, mi schiererò io di fronte a coloro che vogliono trasformarti nell’unico capro espiatorio di tutto quanto è accaduto, e ti assicuro che, se tu darai visibilità a quel che scrivo attraverso i media, non avrò difficoltà a salvare – non il tuo futuro politico, perché questo competerebbe eventualmente a te, e comunque non lo ritengo né possibile né utile – ma il salvabile dei tuoi interessi, e soprattutto a impedire il massacro personale della tua famiglia e tuo.

Ti chiedo insomma di impugnare la bandiera del coraggio e di non far votare la manovra di queste belve. E tieni conto che anche Di Pietro e La Lega resistono perché sono al corrente del crimine del signoraggio e non vogliono assumersi la responsabilità di quello che la manovra causerà.

Siamo stati insomma tutti avversari e non ci condividiamo, e so che non hai dimenticato il documento che ho scritto nel 1996, da deputato di Forza Europa, contro di te, ma ora c’è un pericolo più grande che richiede che siano dimenticate le ragioni di dissenso e ci si unisca contro queste bestie luciferine.

Conto che aderirai, e se lo farai te ne renderò tanto onore per quanta avversione ho espresso nei tuoi confronti in passato in altre mie carte.


Avv. Alfonso Luigi Marra



giovedì 29 dicembre 2011

L’INGANNO DI OBAMA: IL DOCUMENTARIO DI ALEX JONS

Il burattino



Dove risiede veramente il potere nella società tecnocratica statunitense del XXI secolo? Alex Jones, conduttore radiofonico (di una radio sindacale) e giornalista investigativo, è convinto, come già lo era Abramo Lincoln («Street ha ucciso Main Street»), che le istituzioni democratiche siano dominate dagli interessi di un elité finanziaria, la stessa che ha prodotto il collasso finanziario dei giorni nostri.

E' un fatto che la Federal Reserve, un cartello di banche private (di Federale ha solo il nome), ha il controllo sull'emissione di moneta; ed é storia che queste banche "salvarono" il Governo Federale dalla bancarotta durante la Grande Depressione. Ed é un fatto l'esistenza di varie associazioni pseudo-massoniche come Bohemian Grove, The Trilateral Commission (di cui Mario Monti è Presidente europeo), Skull e Bones (erano iscritti Bush jr. e Kerry, i due sfidanti di una elezione presidenziale recente) il Group, gruppo di banchieri e manager al più alto livello, ovvero le persone più potenti al mondo. Il giornalista investigativo Daniel Estulin rivela delle strane previsioni poi confermate (come la crisi dei subprime programmata in una riunione del 2006 del gruppo) dalle sue talpe nelle riunioni del Bilderberg group. (alle riunioni del Bilderberg partecipa anche Mario Monti)

Questo documentario, che non vuole essere né di destra né di sinistra, ci racconta la storia della presidenza Obama: dalle promesse non mantenute (vedi chiusura di Guantanamo, ritiro delle truppe) all'inversione di marcia, dopo una campagna all'insegna della trasparenza (vedi i questionari per gli aspiranti dipendenti della Casa Bianca) riempendo la Casa Bianca e il Governo Federale di lobbisti e grandi donatori.

La nomina di Timothy Geithner, presidente della Federal Reserve di NY dal 2003 sino alla chiamata di Obama, è un esempio della lotta del nuovo corso democratico contro l'elité finanziaria causa del disastro. Nonostante i salvataggi e il quasi collasso dell'economia statunitense (leggi mondiale) e aver minacciato "sudore, lacrime e sangue" per le categorie di banchieri e finanzieri, il tutto si è rivelato un bluff: la stessa legge targata Obama per ridurre i compensi dei manager delle banche salvate dallo Stato federale si è rivelata pura propaganda, visto che per esempio Aig, Citybank e Bank of America non sono state neanche sfiorate.

Gli ultimi scandali di Goldman Sachs (di cui Mario Monti è advisor) ci mostrano la completa fraudolenza della crisi finanziaria.

Fonte: Nocensura.com