martedì 12 aprile 2011

La formula della Coca Cola


La  Coca Cola, una delle bevande più amate, nata nel 1866 dalla mente del farmacista John Pemberton.
I componenti della  bevanda sembravano essere uno dei segreti più custoditi della storia.  Una mistero che si tramandava  di generazione in generazione, la cui formula sembra essere  conservata in una cassetta di sicurezza in una banca di Atlanta e dove solo due dipendenti della multinazionale statunitense sono autorizzati ad avervi accesso, uno alla volta.

Oggi il muro di riservatezza sembra presentare delle crepe: il sito della trasmissione radiofonica This American Life ha, infatti, pubblicato una versione della ricetta della Coca Cola che venne pubblicata 32 anni fa sul Atlanta Journal-Constitution, il giornale locale della città.

La ricetta venne redatta proprio da Pemberton che precisava come gli ingredienti fossero tutti aromi naturali “compresa la caffeina, insieme ad acqua gassata, zucchero, acido fosforico e coloranti" e indicava anche le giuste proporzioni per creare il misterioso e leggendario ingrediente 7X, quell’1% che dona alla Coca Cola il suo sapore unico.

Mark Pendegrast, lo storico che per anni ha studiato la storia della Coca Cola, intervistato dal sito, ha dichiarato di essere certo che questa sia una versione giusta della formula.

Vediamo come è fatta:

28 grammi di caffeina
85 grammi di acido citrico
30 ml di estratto di vaniglia
946 ml di succo di lime
14 chili di zucchero
118,3 ml di fluido extra di foglie di coca
9 litri e 45 di acqua
caramello a sufficienza

I sette ingredienti X

Mischiare acido di caffeina e il succo di lime in un quarto di acqua bollente, aggiungere la vaniglia e aromatizzare (75 grammi totali) con i sette ingredienti X quando il composto diventa freddo.

946 ml di alcol
aromi
8 gocce di olio essenziale di arancia
30 gocce di olio essenziale di limone
10 gocce di olio essenziale di noce moscata
10 grammi di olio essenziale di coriandolo
10 grammi di olio essenziale di neroli
10 grammi di olio essenziale di cannella
Lasciare riposare per 24 ore

La ricetta della Coca Cola su internet  ha  comunque parecchie versioni, che garantiscono sempre una Cola uguale all’originale. Vediamone un’altra

Ingredienti:

3,50 ml olio d’arancia
1,00 ml olio di limone
1,00 ml olio di noce moscata
1,25 ml olio di cassia
0,25 ml olio di coriandolo
0,25 ml olio di neroli
2,75 ml olio di lime
0,25 ml olio di lavanda
10 g di gomma arabica
3 ml di acqua

Ingredienti per lo sciroppo:

2 cucchiai di essenza (sopra indicata)
3 e 1/2 cucchiai di acido citrico;
2,28 l di acqua;
2,36 Kg di zucchero bianco granulare;
1/2 cucchiaino di caffeina circa 20 ml
30 ml di caramello

Preparazione della Coca Cola:

Preparazione dell’essenza. Miscelate gli oli in un recipiente ad esempio una tazza. Aggiungete la gomma arabica e mescolateli con un cucchiaio. Aggiungete l’acqua e amalgamate il composto con molta cura.
In alternativa potete utilizzare anche un mixer e frullare il tutto per 5 minuti. La miscela può essere tenuta in frigo in un contenitore sigillato oppure a temperatura ambiente.
Preparazione dello sciroppo. Aggiungete a 5 millilitri di essenza i 3 cucchiai e mezzo di acido citrico, poi l’acqua e infine lo zucchero. Se preferite potete aggiungere la caffeina facendo attenzione a scioglierla molto bene. Aggiungete poi i 30 ml di caramello. Per finire la vostra Cola Cola dovete calcolare per ogni parte di sciroppo 5 parti di acqua gassata.
La coca-cola è pronta!


lunedì 11 aprile 2011

Verona, Piazza Corrubbio. E’ ascesa al cielo la prima chiesa di San Zeno. Si annuncia con tristezza la dipartita.

4 aprile 2011. Ultima foto dei resti della probabile "chiesa di San Zeno"


In vicinanza  del 12 aprile,  anniversario della morte di San Zeno, ottavo  vescovo di Verona, patrono della città,  dopo  16 secoli di un  lunga  esistenza,  a seguito di un breve malattia, e amorevolmente assistiti,  sono cristianamente dipartiti, dall’affetto di tutti i veronesi,  i compassionevoli  resti della  “prima Chiesa di San Zeno”

Un particolare ringraziamento va a tutte le autorità che l’hanno premurosamente accompagnata  nel suo  ultimo divenire.


Piazza Corrubbio, 8 aprile 2011, spianamento del terreno

I funerali saranno eseguiti a cura dall’impresa edile, e i resti, benevolmente restituiti a sorella terra: dove tutti, un giorno, andremo a  riposare, nella speranza che poi non ci costruiscano sopra  un garage pertinenziale.

domenica 10 aprile 2011

Verona - Piazza Corrubbio; Rabbia e macerie: l’agonia di San Zeno

Gli scavi archeologici a Piazza Corrubbio


Gli abitanti  sono esasperati e i commercianti fanno i conti con un pesante calo di affari a causa del dell'enorme cantiere aperto da quasi un anno è mezzo.  Rassegnati al parcheggio i sanzenati chiedono che almeno i lavori  concludano in fretta, ma il comitato non ha ancora deposto  le armi

Lo spettacolo è desolante. Quello che un tempo era una sorta di piccolo paese a pochi passi dalla Bra, si è trasformato in quartiere devastato. San Zeno, o meglio piazza Corrubbio, non c'è più. Il suo posto è occupato da un anno e mezzo da un immenso cratere dove dovrebbe sorgere il tanto contestato parcheggio. I lavori sono fermi da tempo e gli abitanti sono al limite della sopportazione, mentre i commercianti vedono giorno dopo giorno venir meno i loro affari. Qualcuno se n'è già andato, lasciando il posto ad acquirenti cinesi. L'assessore Corsi promette che i lavori riprenderanno in breve tempo e rivela una trattativa per ridurre l'area dell'opera. «Basta che facciano in  fretta», sbottano i sanzenati

E’ quartiere che vive in gran parte ammassato a - ridosso del cantiere, quello di San Zeno, con automobili e persone stretti tra l'unica strada ancora carrabile a est, lungo via Tommaso Da Vico, e gli angusti camminamenti che assicurano i collegamenti pedonali con la vicina piazza Pozza. Al centro l'immenso cratere del cantiere, con cavi, tubature, assi e impalcature ammucchiate e un lieve fetore di fogna nell'aria che segnala i lavori sui sotto servizi.

Da un anno e mezzo piazza Corrubbio è così: un paesaggio desolato che sembra uscito da un bombardamento aereo e che ha ormai trasformato il cuore di quello che una volta era il gioiellino di Verona in un quartiere devastato.

Da mesi, l'unico progresso visibile del parcheggio interrato da 300 posti che dovrebbe venire costruito sotto la piazza è costituito dalle paratie di legno e cemento che la ditta appaltante, la Rettondini di Legnago, di recente ha cominciato ad installare sull' angolo nord-ovest della piazza, come base della muratura della futura struttura.

Finora, infatti, il cantiere è stato scavato con lo scalpellino degli archeologi che dalle buche profonde massimo due metri hanno già estratto circa 150 scheletri con relative tombe, di età presumibilmente compresa tra il V e il XII  secolo, nonché alcuni basamenti di costruzioni antiche.  Nulla che la Soprintendenza abbia però giudicato non asportabile o significativo al punto da chiedere al Comune il blocco dei lavori. E le speranze della gran parte di residenti e commercianti, contrari al nuovo parcheggio, che proprio sui ritrovamenti archeologici facevano affidamento per bloccarlo, stanno scemando. In particolare i commercianti sono con l'acqua alla gola e il morale sotto ai tacchi, presi dai pagamenti che continuano ad arrivare imperterriti e gli affari che invece vanno a rilento: «Ora si vive di solo quartiere perché il giro della clientela di passaggio e il flusso dei turisti sono ovviamente svaniti - spiega Fabio Sembenini della farmacia -. Troppo poco per mantenere le attività, ma bisogna resistere. Giunti a questo punto, non c'è ombra di dubbio che il parcheggio verrà realizzato, l'importante è che facciano presto e ci rimettano nelle condizioni di ritornare a lavorare. L'opzione no-parking è ormai sfumata».

Sono già cinque, in effetti, le attività che hanno chiuso o che si sono trasferite e per quelle che rimangono le spese dell'affitto e delle imposte restano inalterate, anche se il Comune di recente ha accordato uno sgravio sulla tassa dei rifiuti. Due bar sono stati venduti a imprenditori cinesi che finora delle condizioni della piazza si sono interessati poco.

Ma resistere non è cosa semplice: «Oggi è entrato un solo cliente - conferma il fiorista all'angolo con via Da Vico - non c'è più passaggio e comunque non si sa dove parcheggiare». Rincara la dose il barista vicino, Gianfranco Giambattista: «Registro dei corrispettivi alla mano, da quando hanno aperto il cantiere c'è una riduzione del 30- 40% degli incassi. Non è possibile tenere uno scavo del genere aperto per 3-4 anni. Fatelo e muovetevi!».

Sui residenti la presa della costrizione economica è appena un po' allentata ma le loro case stanno scemando di valore. Matteo Bonetti, dell' agenzia immobiliare "Res Nova", racconta di ribassi del 20% sulle vendite: «Sull'ultimo appartamento venduto, uno di quelli che dà proprio sul cantiere, l'acquirente è riuscito a spuntare una riduzione di 60mila euro circa a partire dai 490mila inizialmente richiesti».

Al di là della rabbia sorda che buona parte del quartiere continua a covare per quello che è stato percepito come uno sfregio alla loro esistenza, comincia infatti a lavorare il tarlo di un dubbio angoscioso: la piazza ritornerà vitale come prima? Riprenderanno gli affari?

«Ci sono molti fattori in gioco - continua Bonetti - ma di sicuro questa piazza non sarà più come prima. Se prima era come una piazza di paese, dopo l'intervento sarà più moderna e un po' meno tranquilla a causa del traffico indotto dal parcheggio. Molto poi dipenderà da quello che farà la gente.

Alcuni hanno già venduto casa o trasferito l'attività. I miei soci ad esempio sono ottimisti e ritengono che la nuova piazza sarà un gioiellino ma è difficile prevedere cosa accadrà in concreto». «Si spera che ritorni come prima - gli fa eco Marco Ferrari della gelateria "Artik", sempre a ridosso del cantiere - ma per il momento sappiamo soltanto che i nostri incassi sono ridotti di oltre un terzo e che i guadagni sono azzerati. Qui ad esempio lavoravano due-tre persone mentre adesso ne basta una soltanto. Secondo il piano originario, i lavori sarebbero dovuti finire nell'ottobre 2012 ma da un anno e mezzo lavorano soltanto gli archeologi».

Un'ulteriore incognita, intanto è rappresentata dalla striscia arancione tracciata a cavallo del marciapiede di via Da Vico, a segnalare una definitiva espansione del cantiere che andrebbe ad occupare l'intera piazza, precludendo anche l'ultimo passaggio carrabile. «Tra poco ci chiuderanno dentro ai nostri stessi negozi» si lamentano i commercianti. Ma dalle botteghe si sussurra di un  possibile accordo tra il Comune e la ditta appaltatrice la quale potrebbe rinunciare a scavare in questa parte.

Un piccolo dettaglio, questo, per i residenti e i dipendenti degli uffici che si incontrano lungo le passerelle: «Come vuole che vada, ecco come siamo ridotti! E non è affatto detto che tutto ritorni come prima, anzi, con quel via-vai di auto dentro e fuori dal parcheggio che ci sarà ... » dice la signora Silvia che porta a spasso il cane. «Ma c'era bisogno di tutto questo?» si chiede un anziano seduto sotto l'ombra di un albero in piazza Pozza, all'inizio del cantiere. «La gente è stanca, ma questa continua ad essere una grande vergogna perché San Zeno era anche un forte centro di aggregazione» dice Valeria Rigotti, di professione insegnante, che è anche attivista del comitato contro il parcheggio. «Difficilmente tornerà come prima visto che gli alberi sradicati non potranno venire ripristinati con sotto il   vuoto del parcheggio. Hanno distrutto un quartiere»,

Il comitato, però, non si dà ancora per vinto: «Non è certo il momento delle mobilitazioni ma la maggioranza dei residenti è ancora molto arrabbiata» appunta il portavoce Mao Valpiana che per la fine di aprile annuncia la presentazione di uno studio sull'inquinamento dei parcheggi. «Lo scavo vero e proprio non è ancora iniziato e l'ultima parola non è ancora stata detta».

Infine, la Circoscrizione sta già lavorando al contenimento dei danni. Di recente il Consiglio ha approvato una proposta di riordino della viabilità presentata dalle opposizioni: «C'è  voglia di riprendere la vita normale, in particolare dai commercianti - dice Snsanna Fasoli, consigliere Pd -. Certo è che finora non si è pensato per nulla alta gente. In questo quartiere si sentono cittadini di serie B».


Trattative per ridurre l’area del parking

Lo conferma l'assessore Corsi che cerca un accordo con la ditta appaltatrice

Presi per stanchezza, i commercianti di piazza Corrubbio dicono di attendere con ansia che la Sovrintendenza ai beni archeologici dia il via libera definitivo all'inizio dei lavori del parcheggio. A quanto risulta a questo giornale, tuttavia, l'ente ha dato il suo benestare già da tempo, tanto è vero che le lavorazioni per innalzare le paratie sono già cominciate sul lato nord della piazza.
Tra i nodi irrisolti che tengono ancora fermi i lavori ci sarebbe invece un impiccio burocratico riguardante il rimborso delle spese di recupero dei reperti archeologici, con reciproci rimpalli di responsabilità tra la ditta e l'amministrazione comunale per chi tocca pagare il conto.
Il  parcheggio infatti viene realizzato in project financing (cioè il privato anticipa i soldi di costruzione e si rifà poi con la gestione dei posti auto) e i rapporti tra le parti vengono regolati da una convenzione.

Al momento in cui andiamo in stampa l' assessore comunale al Traffico Enrico Corsi afferma di aver finalmente risolto il nodo e che tocca al Comune farsi carico di queste spese che comunque «sono nell' ordine delle decine di migliaia di euro». A quanto pare il guaio è che Palazzo Barbieri non le aveva previste e ora deve recuperare denaro stornando le cifre da altre poste di bilancio.

Ma legato a questo risvolto, tutto sommato marginale viste le contenute dimensioni dell'opera, c'è anche un'altra questione, molto più significativa: hanno ragione le voci che parlano di una trattativa in corso tra Comune e ditta appaltatrice per ridurre da 300 a 200 posti la capienza del parcheggio, rinunciando così a scavare anche sotto via Da Vico.
La proposta sarebbe stata avanzata proprio dal Comune per non aggravare ulteriormente i costi (non preventivati) di recupero degli altri reperti che sicuramente affiorerebbero allargando ancora il cantiere. L'iniziativa è stata naturalmente bene accolta dalla popolazione ma è difficile pensare che con un terzo di posti in meno il project possa mantenere l'equilibrio economico-finanziario rimanendo profittevole anche per l'impresa. In questo caso Corsi si limita a confermare l'esistenza di una trattativa di questo genere ma tiene la bocca cucita sui suoi contenuti e sull'andamento.

Ad ogni modo secondo l'assessore i lavori dovrebbero venire sbloccati «in tempi brevissimi». Sarebbe la svolta, nel bene e nel male, di una vicenda che dura da circa un anno e mezzo.

Figlio del piano della sosta risalente ancora alla Giunta Sironi, il parcheggio di Piazza Corrubbio è stato dichiarato di "pubblica utilità" sotto la Giunta Zanotto (2002-2007) e infine assegnato alla ditta appaltatrice dall'attuale Giunta Tosi.  

Il  cantiere così come lo vediamo oggi è il risultato del progressivo allargamento delle zone dei sondaggi e carotaggi archeologici, iniziati nella seconda metà del 2009 e che hanno raggiunto l'estensione attuale nei primi mesi del 2010.

A settembre 2010 l'inizio dei lavori di spostamento dei sottoservizi mentre a giorni, stando agli annunci, dovrebbero effettivamente iniziare i lavori di costruzione del nuovo parcheggio, con un ano e mezzo di ritardo sul ruolino di marcia. E che dureranno altri due anni.  (M.MAR)

Fonte: srs di Michele Marcolongo; da Verona Fedele del 10 aprile 2011 pag. 4

sabato 9 aprile 2011

Muhammar El Gheddafi, figlio di un italiano. Il nuovo libro di Mary Pace con rivelazioni scottanti

Muhammar El Gheddafi

ANSA dedica un articolo al nuovo libro di Mary Pace. "Il Segreto di Gheddafi", 116 pagine in cui l'autrice racconta la sua conoscenza con il Leader libico, rivelazioni scottanti.
Riportiamo il testo integrale della presentazione.

« Muhammar El Gheddafi sarebbe il figlio naturale di un ufficiale italiano che combatteva in Libia, nella Sirte. Il piccolo venne con il padre in Italia, a Venezia, quando aveva pochi mesi, e sarebbe stato battezzato. A rivelarlo, in un libro in uscita lunedì, e' la giornalista e scrittrice Mary Pace che ebbe le informazioni sulle origini italiane di Gheddafi da tre fonti diverse, che si incrociano perfettamente negli elementi centrali.

L'ufficiale italiano di stanza in Libia mise incinta la ragazza, la madre di Gheddafi. Il bambino, quando aveva 8-9 mesi venne portato in aereo dal padre a Venezia e battezzato da un sacerdote che non ha mai né smentito, né confermato il fatto.

Mary Pace, scrittrice investigativa tesse la rete di queste rivelazioni in un libro intitolato "Il segreto di Gheddafi" edito da BookSprint edizioni.
Da tutte e tre le fonti Mary Pace ha avuto conferme dirette. "Gheddafi e' cattolico e di padre italiano" scrive la Pace. "Questa e' la frustrazione di Gheddafi, non aver avuto il padre accanto a sè". "Ora si spiegano anche le protezioni che ha avuto dai servizi italiani". (ANSA)»


La presentazione della scrittrice al libro

«Venni invitata da Gheddafi nel 1997 tramite l’Ambasciata libica di Roma. Per me si avverava un sogno durato 28 anni: conoscere il Leader libico e scrivere la sua biografia. Non ero mai stata in Libia e mi interessava visitare anche i luoghi storici, che furono teatri di battaglie cruenti durante il secondo conflitto mondiale.

Ciò non mi fu possibile e leggendo questo libro conoscerete il perché. Vi renderete conto anche della ribellione del popolo libico in atto in questo periodo, dopo aver sopportato per ben 42 anni la forte dittatura di Gheddafi.

Negli anni passati anch’io ho dubitato che tutte le azioni di terrorismo che gli venivano attribuite portassero la sua firma, Il Leader libico non è un agnellino, ma se qualcuno pensa di poterlo sacrificare per appropriarsi del suo petrolio, allora Gheddafi combatterà fino all’ultima goccia di sangue, anche se dobbiamo ammettere che le sue reazioni sono esagerate. Ed ancora una volta verrà definito criminale, ed è giusto che sia così. Per me è solo un uomo frustrato ed anche il lettore ne converrà.»

Chi è Mary Pace
Mary Pace, scrittrice-giornalista, esperta in tattica-strategia militare e intelligence, si è fatta notare al grande pubblico con DIETRO PRIEBKE (Piemme 1997). Ha pubblicato ultimamente con la casa Editrice Curcio “Piazza Fontana L’Inchiesta Parla Giannettini“ “Mino Pecorelli IL Delitto Irrisolto” e con Edizione Vida “Il Caso dell’On Corrado Gex omicidio o fatalità?” Esperta di armi, ha fatto un corso di paracadutismo ed ha lavorato con il Gen. De Lorenzo.

Via Iannicastro, 1 - 84021 - Buccino (Sa)
Tel. 0828.1917068 - fax: 0828.1917069
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Fonte: da Cilento Notizie del 10 marzo 2011

giovedì 7 aprile 2011

Secondo The Telegraph anche il presidente dell’ Iran Mahmoud Ahmadinejaddi è di origine ebraica

Mahmoud Ahmadinejad  che mostra le carte durante l'elezione. Indica che il nome precedente della sua famiglia era ebreo

Il nome di famiglia originario di Mahmoud Ahmadinejad era Sabourjian, un nome di origine ebraica, pertanto 
Mahmoud Ahmadinejad era ebreo di nascita.
La notizia viene data  dal Daily Telegraph che basa la sua rivelazione su un’immagine scattata durante le elezioni parlamentari in Iran nel marzo 2008.
Nella fotografia il presidente mostra la sua carta di identità e, un ingrandimento della stessa, rivela il cognome che aveva in precedenza il capo di stato iraniano: “Sabourjian”, un nome ebraico che significa “tessitore”.
Una breve annotazione scarabocchiata sul documento indica che la famiglia aveva cambiato identità in Ahmadinejad quando si convertì all’Islam, dopo la nascita di Mahmoud.
I “Sabourjian” provengono tradizionalmente da Aradan, luogo di nascita del presidente iraniano, e il nome deriva da “tessitore di Sabour”, il termine usato per gli scialli indossati dagli ebrei in Persia.
Il cognome rientra persino nell’elenco dei nominativi ebraici stilato dal ministero degli Interni iraniano.
“Questo aspetto del passato di Ahmadinejad rivela parecchio del suo comportamento”, commenta Ali Nourizadeh, del Centro per gli studi arabi e iraniani.
“Qualsiasi famiglia che si converte a un’altra religione rafforza la sua nuova identità con la condanna della vecchia fede”.
“Tutte le sue affermazioni anti-israeliane sono un modo per scacciare qualsiasi sospetto sul suo passato legame con l’ebraismo. Si sente vulnerabile in una società radicale sciita”, conclude Nourizadeh.
Durante un dibattito televisivo per la campagna presidenziale di quest’anno Ahmadinejad è stato costretto ad ammettere di aver cambiato nome ma ha poi ignorato l’allusione. Ahmadinejad si è distinto più volte per le sue affermazioni negazioniste sull’Olocausto e per le aperte minacce all’integrità territoriale di Israele.

Ahmadinejād è nato il 28 ottobre 1956 nel villaggio di Aradan, in provincia di Garmsar, nella regione di Semnan, quartogenito di sette figli. Il suo nome originario era Mahmud Saborjhiān o Mahmud Sabaghiān. Si è trasferito con la famiglia a Teheran quando aveva un anno.
Il padre, di nome Ahmad, era stato barbiere, fruttivendolo e fabbro. Insegnò a Mahmud fin da piccolo il Corano e lo educò alla fede sciita.
Il padre cambiò cognome alla famiglia all'atto di trasferirsi dalla campagna a Teheran, per evitare discriminazioni, in quanto tale cognome è tipico del mondo contadino oltre ad essere usuale fra gli ebrei iraniani, il che avrebbe indicato l'origine ebraica della famiglia[2]. Il cognome scelto, Ahmadinejād, significa "della stirpe di Ahmad" che, a parte il banale riferimento a lui stesso, è anche uno dei nomi di Maometto.


Fonte: da Avventismo Profetico
Fonte: The Telegraph

Gheddafi è un ebreo sionista, ora è tutto chiaro!

Intervista a  Rachel Tammam

TEL AVIV - Il presidente libico Muammar Gheddafi, uno dei più tenaci avversari di Israele, potrebbe essere di origine ebraica. L'ipotesi - che finora non è tuttavia corroborata da documenti - è stata avanzata dalla televisione commerciale israeliana Canale 2, sulla base dei ricordi di una anziana donna di origine libica.

Secondo la 77enne Rachel Tammam, Gheddafi sarebbe figlio di sua zia, Razale Tammam: una ebrea di Bengasi che a 18 anni aveva sposato un musulmano scontrandosi contro la volontà del padre (il commerciante Tammam Tammam) e di fatto tagliando i ponti con i tre fratelli e col resto della famiglia.

"Ricordo ancora che Razale abitava a Bengasi nella via Generale Briccola" ha aggiunto Rachel Tammam. Un'altra anziana ebrea di origine libica, Gita Buaron, ha aggiunto che anche dopo il matrimonio Razale "continuò a digiunare il giorno di Kippur".

L'emittente ha aggiunto che voci su una presunta "discendenza ebraica" di Gheddafi sono state diffuse anche in passato, ma mai dimostrate in maniera convincente.

Sembra proprio  barzelletta, ma è quello che si legge in alcuni articoli e trasmesso anche da alcuni media

Il video su You Tube della intervista a Rachel Tammam, con i sottotitoli in francese

Andiamo per ordine e analizziamo la situazione.

Si è letto e si è visto che le attività per mantenere il potere in Libia da parte del dittatore si sono rivelate sanguinarie e disastrose. Ha bombardato i suoi connazionali, ha ingaggiato mercenari e ha fatto migliaia di vittime. Tutto documentato e annunciato su vari media televisivi nazionali ed esteri.

Così ci insegna la storia.

La domanda che ci si pone è quindi chi paga questi mercenari?

I fatti starebbero in questa maniera.
Secondo il giornale Al-Arabia Gheddafi avrebbe accumulato ai confini libici 25.000 persone provenienti dalle diverse zone sub-sahariane pagandoli con i proventi del petrolio tra i 300 e 2.000 $ al giorno. Le persone che sono accorse a questa chiamata alle armi sono per lo più giovani ed adulti fino ai 40 anni stimolati dal denaro e soprattutto dal possesso delle armi. Allo stesso tempo la situazione esplosiva per tutto il medio oriente prospiciente le coste del mediterraneo mettono Israele in una situazione molto delicata per il futuro del piccolo stato. Molti sono infatti i sostenitori del dittatore anche in Israele e non solo per la paura della destabilizzazione della zona, ma anche per un fatto di “consanguineità”.
Pare infatti il dittatore, sia il nipote di una donna ebrea la cui madre scappò da Israele a dei maltrattamenti subiti da suo marito (il Talmud nei riguardi della donna è molto severo) per rifugiarsi in Libia dovre avrebbe sposato un arabo e dall’unione sarebbe nato la madre dell’attuale dittatore attuale.
Per la legge ebraica quindi Gheddafi  ebreo al 100%.

Questo fatto lascia supporre e non tanto immaginare che egli si sia servito di questa consanguineità per portare avanti una politica di copertura israeliana anziché terroristica come se voluto far credere. E non solo, ma lo stesso Gheddaffi già nel 2009 aveva finanziato una campagna politica per le elezioni del Knesset israeliano per il partito degli Ebrei Libici.

Egli inoltre s’è servito dei servizi segreti e dei “contractors” israeliani per massacrare tutti gli oppositori del regime libico ad opera del generale Israel Ziv, personaggio quest’ultimo molto noto nell’Ossezia del Nord per  aver inquadrato ed addestrare le forze della Georgia per poi lanciarle allo scontro con le truppe russe per liberare l’Ossezia del Nord.

Stando quindi a queste rivelazioni appare più chiaro la politica tortuosa e doppiogiochista del dittatore che con una mano sposava la Lega Araba e con l’altra sosteneva la causa israeliana di espansione nei territori occupati.

Non a caso lo stesso Gheddafi, nel 1980, per far pagare al presidente egiziano Anwar Sadat il coraggioso trattato di pace con Israele, il colonnello espulse dalla Libia 200 mila lavoratori immigrati egiziani, con le conseguenze sociali immaginabili in Egitto. E’ solo un esempio, ma rappresenta bene le sue vere intenzioni.

E’ quindi abbastanza evidente che si stanno giocando alcuni ruoli in cui le forze Usa stanno cercando la chiave di volta per rilasciare una parte di quell’attività del medioriente delegando senza i mezzi necessari (denaro e logistica militare) gli attori principali e su queste cose Israele sembra affondare i suoi piedi su posizioni sempre più instabili.

Fonte: tratto da Aventismo profetico

Fonti varie:


mercoledì 6 aprile 2011

Guerra a Gheddafi : Lettera agli interventisti umanitari

Muʿammar Abū Minyar ʿAbd al-Salām al-Qadhdhāfī

Coloro che non sono interessati alla lettera guardino comunque il video linkato, relativo alle torture inflitte dai ribelli ai soldati libici

Spregevoli interventisti umanitari,
capirei se voi foste favorevoli a costituire una brigata di volontari e a partire per la cirenaica al fine di combattere accanto ai ribelli libici. Vi considererei degli stupidi ma capirei.

Vi considererei stupidi, in primo luogo, perché sareste mossi dalla falsa convinzione che coloro che combattono per liberarsi di un governo autoritario lo fanno sempre per instaurare una forma di governo democratica. Invece la logica e la storia ci dicono che un governo autoritario può essere combattuto per instaurare un governo autoritario di diversa natura (di stampo religioso, anziché laico, o viceversa; di stampo socialistico anziché capitalistico o viceversa; e così via); per mere ragioni di potere (per dare il potere a una persona, a un gruppo o a una tribù, anziché alla persona al gruppo o alla tribù dominanti); e infine per instaurare un forma di governo che riconosca le libertà fondamentali.

In secondo luogo, siete stupidi perché anteponete le libertà fondamentali ai diritti sociali, senza chiedervi se questi ultimi sono più protetti in Libia che nel resto dell'Africa e se è ragionevole andare a combattere contro il governo africano che tutela più di ogni altro i diritti sociali. Se foste liberali, potrei anche capirvi – ma nemmeno tanto, perché molti stati sono tante volte più illiberali della Libia. Ma voi vi dichiarate socialisti o comunisti o di sinistra o, ormai, semplicemente democratici. E perciò, se partiste volontari, sareste proprio degli stupidi.

Ma voi non avete deciso di arruolarvi come volontari. Avete, invece, deciso di appoggiare la coalizione dei volonterosi, che in violazione di una (a sua volta) illegittima risoluzione dell'ONU, bombarda i poveri soldati libici e li costringe alla ritirata, consentendo così alle poche migliaia di ribelli di avanzare danzando sui cadaveri dei soldati dell'esercito libico. Appoggiate il plotone di esecuzione, che io definisco nazista e voi forse definirete democratico-occidentale o umanitario. Ma sempre plotone d'esecuzione è. I soldati libici non hanno possibilità di colpire gli aerei che li bombardano ma a voi questo non interessa. Perciò non siete semplicemente stupidi; siete spregevoli.

Comunque, guardatevi questo video e guardatelo per intero, fino alla lunga scena in cui, con la frusta in mano, le carogne naziste che si ribellano al governo socialista libico – sarà una terza via tra comunismo e capitalismo, ma a me pare comunque un governo socialista, salvo la disgustosa ricchezza dei più ricchi e i penosi capelli tinti del capo dei rivoluzionari -, dopo aver fatto mangiare un cane morto crudo ai soldati libici inginocchiati, costringono i soldati a pomiciare con la testa mozzata del cane morto. E guardate gli occhi pesti dei soldati libici, che prima di essere torturati con l'umiliazione, sono evidentemente stati torturati fisicamente. Guardatelo per intero, carogne interventiste! Non tiratevi indietro. Guardate chi sono i rivoltosi liberali che sostenete, plaudendo ai bombardamenti all'uranio impoverito dell'aviazione democratico-occidentale: http://etleboro.it/video.php?id=95352

Se poi ancora non avete saputo che il video relativo ai soldati libici uccisi, mostrato da Al Jazeera e ripreso dai media occidentali, non riguardava disertori uccisi dall'esercito libico (come vi è stato detto: citrulli!) ma soldati libici catturati dai ribelli e uccisi a sangue freddo, allora guardate anche quest'altro video: http://www.ipharra.org/article-libia-rivoltosi-giustiziano-soldati-69310979.html . La parte del video in cui si vedono soltanto i corpi è stata utilizzata dai media occidentali per far credere che si trattasse di disertori uccisi dai soldati libici. Ci siete cascati perché siete citrulli? Non vi giustifico. Molti nazisti (e forse tutti) sono nazisti perché sono stupidi. Voi state con i nazisti e non vi giustifica il fatto che vi schieriate con i nazisti soltanto perché siete citrulli. Per me siete nazisti.

Perché non tenete conto di ciò che raccontano ingegneri italiani che hanno a lungo lavorato in Libia? http://www.appelloalpopolo.it/?p=2914


Perché non prendete atto che la classe dirigente libica non è monolitica e che le opinioni di Gheddafi non sempre sono prevalse? http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8126&mode=thread&order=0&thold=0

Lo so. Voi state con i nazisti perché siete citrulli. E siete citrulli perché da anni ascoltate i dibattiti di Santoro, Ballarò e Gad Lerner. Ma il fatto che voi siate citrulli e nazisti è comunque una rovina per l'Italia. Siete citrulli perché riuscite ad ammirare Bersani e Veltroni - che sono chiaramente dei poveri uomini, che in uno stato serio svolgerebbero con laboriosità e sotto rigoroso controllo, lavori modesti - i quali hanno perorato l'intervento e rimproverato il governo italiano per i pretesi ritardi! Siete citrulli e nazisti perché vi fate abbindolare da Vendola, che vuole esportare la democrazia (http://www.appelloalpopolo.it/?p=2824) e che presume di appartenere a un paese civile e di sapere quali sono i paesi civili e quali gli incivili (http://www.appelloalpopolo.it/?p=2873). Questo è NAZISMO. Volete prenderne atto? Piano piano siete scivolati nel nazismo: comunisti; poi democratici di sinistra; poi democratici o sinistri liberali ed ecologici e infine NAZISTI imperialisti. E fino a quando non prenderete atto che siete citrulli e spregevoli le cose continueranno a peggiorare.

Arrestatevi! Rinsavite! Tornate quelli che eravate e spegnete per sempre il televisore! Fatelo per i vostri figli!

Con disprezzo ma con speranza
Stefano D'Andrea

Fonte: srs di Stefano D'Andrea, da Appello Al Popolo del  02 aprile 2011


martedì 5 aprile 2011

Giornalismo del Bunga Bunga

La libertà di stampa  mondo nel 2010

Che informazione giornalistica che abbiamo in Italia…
Ci hanno trascinati  in guerra con la Libia sotto una valanga di menzogne. Adesso che i lettori se ne sono accorti,  “certi”   giornalisti  hanno nascosto le mani.
Proprio un giornalismo del “Bunga Bunga”;  più in là, hanno  difficoltà ad andare.
In effetti,  se lo “spessore” dell’ informazione italica  è posizionata ai livelli dei paesi del Bunga Bunga,  ci sarà pure un motivo?

lunedì 4 aprile 2011

Il difetto fondamentale della donna non è l’ingiustizia, ma la sete di potere.




Per Schopenhauer, autore di un libello in diciassette capitoli su «L’arte di trattare le donne», il difetto fondamentale delle donne è l’ingiustizia, poiché esse, essendo più deboli dell’uomo, per prevalere non possono ricorrere alla forza, ma all’astuzia.

Ci sembra una tesi alquanto debole, per almeno due ragioni.

La prima è che, in qualsiasi contesa, ciascuno lotta come può e con le armi che ha; altra cosa, e molto più interessante, sarebbe domandarsi perché mai il rapporto fra uomo e donna debba degenerare pressoché sistematicamente in una contesa, da cui deve emergere un vincitore e uno sconfitto: domanda scomoda, ma che varrebbe la pena di farsi, invece di deprecare che la donna si serva di una strategia basata sull’astuzia.

Sarebbe inoltre interessante domandarsi se anche il rapporto della donna con le altre donne sia basato essenzialmente su uno spirito di competizione; perché, se così fosse - come noi crediamo e abbiamo sostenuto altre volte - allora bisognerebbe riflettere sulla radicata tendenza aggressiva e prevaricatrice della donna, indipendentemente se ella si trovi alle prese con un uomo, oppure con una persona del proprio sesso.

La seconda ragione è che la mancanza di senso della giustizia non è, a nostro parere, una conseguenza dell’uso dei mezzi subdoli nella lotta, ma, semmai, ne è la causa: il senso della giustizia o lo si possiede, o non lo si possiede: nel primo caso, si tende ad agire sempre lealmente con il prossimo e anche con l’avversario; nel secondo caso, si tende ad agire in modo subdolo e sleale, pur di raggiungere il fine prefissato.

Dunque, se la donna è priva o carente di senso della giustizia, ciò non deriva da una sua supposta “debolezza” nei confronti del sesso maschile: e chi lo dice, poi, che la donna è più debole?

Sul piano fisico? Niente affatto: è stato più volte osservato, ad esempio quando una carovana di emigranti doveva svernare nel cuore delle montagne, senza provviste e senza possibilità di alimentare il fuoco (come avvenne con la tragica spedizione Donner, decimata dal gelo sulla Sierra Nevada nel 1846-47), che le donne riuscivano a sopravvivere più degli uomini, dimostrando di possedere un fisico più robusto e adattabile - anche se, generalmente, meno muscoloso: ma la muscolatura non è sinonimo di forza complessiva.

Sul piano morale? Anche qui, si potrebbero fare molti esempi per mostrare che, in fatto di risolutezza d’animo e capacità di affrontare le più dure avversità della vita, la donna, generalmente parlando, è molto più dotata dell’uomo e se la sa cavare molto meglio: è lei il sesso forte, non quello maschile.

Bisognerebbe dunque capovolgere il ragionamento di Schopenhauer (che, in verità, in questo libretto non si può certo dire che abbia dato il meglio di sé come pensatore; anche se è puerile accusarlo di misoginia, solo perché parlava delle donne senza timore reverenziale o, peggio, come dicono gli psicanalisti, solo perché ebbe un rapporto difficile con la madre): la donna essendo il sesso forte, non teme affatto di misurarsi con l’uomo: sa che, a parità di condizioni, molto probabilmente l’avrà vinta, anche perché l’uomo, nella sua immensa ingenuità, ritiene poco decoroso voler prevalere su di una creatura debole e indifesa, e spesso cede le armi e si rassegna alla sconfitta per pura cavalleria.

Quanto alla mancanza di senso della giustizia, può darsi che Schopenhauer, nonostante la illogicità del suo ragionamento, abbia visto giusto, circa le conclusioni; può darsi che alla donna esso faccia difetto più che all’uomo, vista l’estrema disinvoltura con cui la donna passa sopra alle promesse più appassionate e ricostruisce la propria vita dopo le separazioni più dolorose, con una mancanza di scrupoli e di rimorsi che lasciano sbalorditi molti uomini (inutile dire che anche alcuni uomini mostrano la stessa attitudine, tuttavia siamo convinti che ciò non sia tipicamente maschile, mentre è tipicamente femminile).

Se conservare la fede alle promesse fatte o ritenere sacro un giuramento è indice di senso della giustizia; se aborrire dal commettere una cattiva azione, come lo è quella di conquistare la fiducia di un altro essere umano e poi usarlo a proprio piacimento, lasciandolo quando più non serve, allora questo difetto è certamente più tipico della donna che dell’uomo: e lo si osserva sia nei rapporti della donna con l’uomo, sia in quelli della donna con le altre donne, e particolarmente con quelle che sembravano le sue amiche più care.

Lo ripetiamo: vi sono anche degli uomini che agiscono così con le proprie amanti, con le proprie amiche e con i propri amici, senza provare rimorso né vergogna: ma tale non è la norma, almeno per un vero uomo; per un vero uomo, comportarsi così è inconcepibile. Quando un uomo agisce in tal modo, magari dopo aver brigato con pettegolezzi, calunnie e insinuazioni per colpire i propri avversari, allora significa che in lui è presente una fortissima componente femminile: e, come appare evidente, non certo la componente migliore e più degna di ammirazione.

Ad ogni modo, non ci sembra che l’ingiustizia sia il difetto essenziale delle donne, pur essendo, certamente, uno dei loro difetti più marcati - e sempre con le debite eccezioni, come è dimostrato dal caso dell’Antigone di Sofocle, che rischia la vita per sfidare una legge moralmente ingiusta e dare degne onoranze funebri al corpo del fratello Polinice; ma Antigone, appunto, è l’eccezione che conferma la regola.

No: il difetto essenziale delle donne è, a nostro avviso, la ferma, tenace, anche se generalmente ben dissimulata, volontà di dominio, di esercitare un controllo sugli altri, di imporre loro il passo ed il ritmo che esse decidono, mettendo in opera tutte le strategie possibili per raggiungere questo fine. La dissimulazione, il nascondimento, la menzogna, il tradimento della parola data, sono da esse utilizzati - senza alcuno scrupolo e con rarissime manifestazioni di pentimento - nella misura in cui possono condurle ad ottenere un tale risultato.

La donna, più dell’uomo, è divorata da una bruciante sete di potere: espressione che va presa nel significato più ampio e generale e non solo e non tanto nel campo della politica,  sebbene gli esempi di Zenobia, di Marozia, di Elisabetta d’Inghilterra, di Golda Meir e di Indira Gandhi, solo per fare qualche nome, mostrano a sufficienza quanto siano lontano dal vero coloro i quali affermano che il genio della donna non è essenzialmente politico o, comunque, che lo è in misura infinitamente minore di quello dell’uomo.

Il potere politico è solo un aspetto, certo il più appariscente, ma, secondo noi, non il più pervasivo, del potere in quanto tale. Se ci si domanda chi detenga il potere in moltissime coppie, in moltissime famiglie, in moltissimi uffici, in moltissime istituzioni, sia pubbliche che private, si finirà per constatare come la donna, agendo in maniera meno appariscente, ma molto più sottile e determinata dell’uomo, è riuscita a conquistare delle posizioni di assoluta prevalenza, che risultano sovente pressoché inespugnabili.

La stragrande maggioranza delle donne non amano un rapporto alla pari: desiderano prevalere; ma sono abbastanza furbe da non lasciarlo trasparire, per cui agiscono con estrema abilità per dissimulare il loro scopo, che è quello di conquistare una posizione di potere, generalmente affettivo, dall’alto della quale imporre alla controparte - figli, mariti, amici, amiche, colleghi, colleghe, amanti, eccetera - la linea di condotta più vantaggiosa per loro; in particolare, riservandosi la possibilità di concedersi o negarsi quando e come lo vogliano e senza che alla controparte sia riconosciuto un analogo diritto.

Così, ciò che esse non concedono né perdonano negli altri, lo riservano a se medesime con tutta semplicità e quasi, si direbbe, con tutta innocenza, se fosse possibile usare senza arrossire questa parola in un siffatto contesto; esse considerano naturale e perfino dovuto che gli altri assecondino pazientemente tutti i loro umori, il loro farsi avanti e il loro tirarsi indietro; ma non accetterebbero mai, quanto a loro, di doversi adattare a simili comportamenti da parte degli altri.

La maggior parte delle donne sono abituate a non concedere nulla, neppure un sorriso, se non dietro un calcolo preciso e sempre curando di far sì che ogni sia pur minima concessione appaia come un dono generoso, che gli altri, quanto a loro, non avrebbero meritato; parimenti sono propense a ritirare in qualsiasi momento tutti quei gesti o quei comportamenti che hanno acceso speranze o aspettative negli altri, e sempre al medesimo scopo: evitare di mettersi nella posizione di “dovere” qualcosa a qualcuno, evitare di lasciarsi imprigionare entro schemi che gli altri possano prevedere o addirittura dare per scontati.

Insomma, la donna vuole sempre essere lei a dirigere il gioco, qualunque gioco, anche quello cui abbia deciso di non partecipare: perché raramente sarà così diretta da dire “no” e basta; molto più probabilmente, terrà deliberatamente gli altri nell’incertezza, lasciando socchiusa la porta dietro di sé, senza dire in modo categorico né sì né no. Quello che negli altri, e specialmente nell’uomo, ella giudicherebbe una intollerabile scortesia, da parte sua lo fa tranquillamente e si stupirebbe molto se qualcuno le facesse notare quanto assordanti siano le sue improvvise scomparse e quanto invadenti i suoi ingressi, magari altrettanto repentini.

Non c’è niente di perfido, di diabolico, in tutto questo; e non c’è proprio niente di misogino nel dire simili cose. Le donne non sono perfide o diaboliche perché perseguono il potere: probabilmente lo fanno per un istinto ancestrale, che ha a che fare con la maternità e con la responsabilità di proteggere i figli e di assicurarsi la collaborazione del loro padre.

Certo, come tutti gli istinti, anche questo andrebbe tenuto alla briglia dalla ragione e dalla volontà, per evitare che si spinga molto al di là del necessario e del giusto e finisca per diventare distruttivo, nel senso di collidere con gli scopi medesimi verso i quali è indirizzato.

Ad esempio, una madre eccessivamente gelosa e possessiva finirà per indurre i figli ad allontanarsi da lei: ma non nel modo che è giusto e naturale, come gli aquilotti che, a un certo punto, spiccano il volo fuori dal nido; bensì in modo negativo, con amarezza e con aspre recriminazioni da entrambe le parti.

La stessa cosa vale a proposito dell’istinto della donna a trattenere presso di sé il proprio uomo, il padre dei suoi figli: se il suo gioco si fa troppo scoperto, l’uomo si sente soffocare, si sente manipolato e chiuso in gabbia e finisce, presto tardi, per scappare da un rapporto che finirà per sembrargli una autentica prigione.

La vera abilità della donna sta, appunto, nel perseguire i suoi fini di potere senza darlo troppo a vedere, anzi, senza darlo a vedere affatto; di una donna del genere si dice che ha stile, che ha classe, e così via.

È quasi inutile osservare che la vera donna di classe non è semplicemente quella che riesce a dissimulare i propri giochi di potere, siano essi nella coppia, nella famiglia e nell’ambiente di lavoro; ma quella che riesce a mantenere il proprio istinto di potere entro limiti ragionevoli e a costruire con le altre persone dei rapporti basati il più possibile sulla fiducia, sulla giustizia, sulla verità dei sentimenti.

Solo una donna del genere riuscirà a trovare rispondenza in persone di qualità, siano i figli o i mariti o le amiche o chiunque altro: perché il simile attrae il simile e la tendenza alla manipolazione funge da catalizzatore di altre tendenze, non propriamente nobili, dell’animo umano: la tendenza ad agire in maniera subdola, a manipolare, a ingannare, a strumentalizzare l’altro.

In breve, si raccoglie quello che si è seminato; e il voler esercitare un controllo egoistico sull’altro non può che produrre i frutti amari della disarmonia e dell’infelicità, che lasciano dietro a sé lungi strascichi di delusione, rancore e perfino desiderio di vendetta.

Il tipo femminile migliore non è, pertanto, quello che non conosce l’istinto del dominio e della manipolazione dell’altro, ma quello che lotta vittoriosamente contro i suoi eccessi e che riesce a trasformare in virtù ammirevoli quelli che, altrimenti, apparirebbero inevitabilmente come dei difetti piuttosto gravi.

Solo questo tipo femminile “superiore” riesce ad essere una madre amorevole, senza divenire soffocante; una figlia affettuosa, senza essere sottomessa; una collega di lavoro disponibile e generosa, senza divenire succube; e una compagna leale e appassionata dell’uomo.



Fonte: srs di Francesco Lamendola, da Arianna Editrice del 28 marzo 2011


domenica 3 aprile 2011

Ci stanno bombardando all’ombra del tricolore l’Italia è sotto un evidente fuoco incrociato ma nessuno sembra accorgersene.


Il ruolo dell’Italia nella crisi Libica, volendo dar retta al Presidente Napolitano, al nostro Ministro degli esteri Frattini e a quello della Difesa La Russa, sarebbe fondamentale. Poi però c’è un vertice tra il presidente francese Nicolas Sarkozy, quello americano Barack Obama, il premier britannico David Cameron e la cancelliera tedesca Angela Merkel ed i quattro dell’apocalisse ci tengono fuori dal dibattito.
Siamo così determinanti col nostro contributo di basi e di aerei da ricognizione che costoro fanno volentieri a meno di noi, evidentemente ci paragonano ad un convitato di pietra la cui volontà si manifesta pure dove manca la presenza fisica.
Sono le solite sciocchezze buone a gabbare l’italiano medio e sulle quali si fanno forti i nostri politicanti da strapazzo che quanto a stupidità non hanno rivali sul pianeta.

Questa guerra si svolge in Libia ma fa danni soprattutto in Italia che perderà quattrini ed interessi strategici dal sacco di Tripoli a vantaggio delle citate potenze.

Ma la manovra espansionistica della Francia, seguita a ruota da americani ed inglesi, è molto più complessa di quello che si potrebbe immaginare. Infatti, i galletti mentre sganciano ordigni sulle coste nordafricane avanzano sulla Penisola italiana dove fanno shopping finanziario a tutto spiano.  L’Italia è ormai un menù, un catalogo di oggetti messi all’asta, un bando per compratori voraci. L’Italia incantata messa all’incanto e depredata dei suoi averi.

Ecco cosa scriveva l’Espresso qualche giorno fa: “Bnp Paribas ha acquisito la Bnl, il Crèdit Agricole controlla Cariparma e Friuladria ed è socio rilevante in Intesa, le assicurazioni Axa hanno una partnership in Monte dei Paschi. In uno dei settori trainanti del "made in Italy", quello della moda e del lusso, il bottino dei cugini transalpini è non meno notevole: il gruppo di François Pinault si è impossessato di marchi storici come Gucci e Bottega Veneta, mentre Lvmh di Bernard Arnault, dopo essersi impadronito di Fendi, ha appena rilevato Bulgari. Altre importanti operazioni sono state tentate in queste settimane. Le difficoltà finanziarie del gruppo Ligresti, infatti, hanno stimolato l'interesse del gigante Groupama a intervenire in Premafin con l'obiettivo di puntare alla controllata Fondiaria-Sai. L'obbligo di lanciare una costosa Opa, imposto giustamente dalla Consob, ha fatto saltare l'affare: ma non è improbabile che i francesi, magari per altre vie, cercheranno ancora di allungare le mani su questa o altra fetta del mercato. In campo energetico è aperta la questione del riassetto azionario di Edison dove il colosso pubblico Edf non nasconde la sua voglia di accrescere il controllo della società a scapito delle aziende municipalizzate di Brescia e Milano”.

Ad ogni modo, il piatto forte, quello che i transalpini divorerebbero volentieri, sono le Assicurazioni Generali, cioè la cassaforte finanziaria del Bel Paese.
Il Leone di Trieste è una grande multinazionale presente in 44 nazioni, dal Sudamerica all’Europa dell’est. Ed è proprio sulla proiezione in questa seconda area che si è acceso lo scontro tra il vice presidente della compagnia Bollorè, il presidente Geronzi e l’AD Peressinotto.
Andare oltre l’ex cortina di ferro vuol dire avvicinarsi ai russi e questo non va a genio né ai vecchi poteri forti nostrani legati alla finanza statunitense, né ai sempre poco amati cugini che soffrono delle sempiterne, quanto ingiustificate, manie di grandezza.
Sono la Francia ma si sentono il centro del mondo. 
Tuttavia, la situazione più preoccupante resta quella su Finmeccanica ed Eni, le nostre migliori imprese di punta, giganti trainanti e players all’avanguardia dell’industria avanzata italiana. Il fondo Knihgt Vinke, con sede negli Usa e la partecipazione di capitali francesi (si ancora loro!), il quale detiene l’1% del Cane a sei Zampe, sta facendo pressioni su Tremonti affinché Eni ceda al mercato Snam rete gas. Ciò al fine di ridurre, almeno così si dice, l’indebitamento del gruppo, ottenendo maggiori profitti per gli azionisti.
Ma si tratta soltanto di una manovra per depotenziare l’ente e renderlo meno competitivo rispetto ai suoi concorrenti americani, inglesi e francesi.

Anche Finmeccanica, dopo le indagini giudiziarie sui suoi organi apicali, partite qualche mese addietro, ha perduto in immagine ma continua a macinare utili e a portare la nostra tecnologia in giro per il globo.
Questo dà fastidio a governi stranieri e competitors internazionali dell’azienda diretta da Guarguaglini, contro la quale sono partite bordate al fulmicotone da parte dei mercati. Quest'ultimi stanno tenendo la società sotto la lente di osservazione poichè ritengono che i risultati forniti dal management su fatturato e produttività sarebbero stati gonfiati.

In cima alla lista dei detrattori di Finmeccanica c’è la Goldman Sachs, merchant bank statunitense ben addentellata all’establishment Usa, che ha parlato di performance negative della stessa rispetto ad omologhe come Bae system, Thales ecc. ecc.
L’Italia è sotto un evidente fuoco incrociato ma nessuno sembra accorgersene.
Siamo col cervello a Tripoli ad aiutare falsi fratelli occidentali i quali bombardano un popolo arabo che invece ci era veramente amico. (CP)

Fonte: Da Conflitti e strategie del   29 marzo 2011

sabato 2 aprile 2011

Ma quale lotta a Gheddafi! Sarkozy ha dichiarato guerra all'Italia

Nicolas Sarkozy
Da tre anni il presidente francese Nicolas Sarkozy si occupava in prima persona e con il suo staff di due affari colossali che però non riuscivano mai ad andare in porto: la vendita alla Libia di una intera flotta aerea da combattimento confezionata da Dassault e un colossale investimento transalpino per costruire centrali nucleari a Tripoli e dintorni. I due affari colossali erano stati concordati fra lo stesso Sarkozy e il colonnello Mohamar Gheddafi nel dicembre 2007 a Parigi, quando il leader libico piantò fra mille polemiche la sua tenda davanti all’Eliseo. Bersagliato da critiche oltre che dagli intellettuali (in prima fila il filosofo Bernard Henry Levy), anche da esponenti del suo partito, Sarkozy si difese sostenendo che da Gheddafi aveva ottenuto oltre a un impegno diretto sul rispetto dei diritti civili in Libia, anche la firma su contratti preliminari da favola che avrebbero riversato sulle imprese francesi più di 10 miliardi di euro.
I contratti a dire il vero non li ha mai visti nessuno, ma è stato proprio il presidente francese a rivelarli all’indomani di quel faccia a faccia con il dittatore libico. Una cosa però è certa: nonostante il pressing dell’Eliseo, quell’accordo con la Libia non ha dato nemmeno il più pallido dei risultati attesi. Dassault ha ottenuto soltanto una mini-commessa per sistemare quattro vecchi Mirage venduti nel passato a Gheddafi. E ogni accordo preliminare con la Francia contenuto in quel pacchetto del 2007 è stato reso carta straccia da Gheddafi che di volta in volta ha sostituito le imprese francesi con quelle russe o quelle italiane, facendo schiumare di rabbia Sarkozy. Che ha una sola fortuna: oggi in Libia non sta bombardando né interessi né infrastrutture francesi. Il primo obiettivo, la flotta aerea del colonnello libico è composta da 20 velivoli tutti di fabbricazione russa: Mig 21s, Mig 23s e Sukhol 22s. Due dei quattro vecchi Mirage francesi sono stati portati a Malta dai piloti che hanno disertato ben prima della risoluzione Onu. Quasi tutti di fabbricazione russa i 40 elicotteri da guerra posseduti dal colonnello, compresi i Mi-18 identici a quelli che Vladimir Putin ha venduto alla Nato per la missione in Afghanistan. Solo quattro sono invece americani: vecchi Chinooks rimessi in sesto in Italia da aziende del gruppo Finmeccanica.
Per lunghi mesi il presidente francese le ha provate davvero tutte per sigillare gli accordi con Gheddafi. Ha formato perfino una sorta di cabina di regia all’Eliseo per sostenere in ogni modo le mega commesse militari di Dassault. Ha provato a coinvolgere nell’operazione gli Emirati Arabi Uniti, che si sono detti disposti sia ad addestrare piloti libici per quegli aerei ( i Rafales) che montavano su missili  Scalp Cruise (americani), sia a co-finanziare l’operazione libica rinnovando con Dassault la propria flotta. Nel pressing su Gheddafi Sarkozy ha messo in campo nel novembre scorso il migliore amico francese del colonnello, Patrick Ollier, ex presidente del gruppo di amicizia franco-libico, divenuto in quei giorni ministro per i rapporti con il Parlamento. Ollier, testa di ponte con il regime libico, è per altro il compagno convivente del ministro degli Esteri Michele Aliot Marie, costretta alle dimissioni a fine febbraio dopo che è stata scoperta una sua vacanza di Natale a spese del presidente tunisino Ben Alì. Se si aggiunge lo stretto legame fra il premier francese Francois Fillon e Hosni Moubarak, si può ben capire quanta passione per i diritti civili nell’Africa Mediterranea possa avere mosso la Francia in questa spedizione punitiva contro Gheddafi.
Che le persecuzioni delle popolazioni civili contassero assai poco per Sarkozy è testimoniato dai lunghi report pubblicati su una agenzia che produce una newsletter riservata, “Maghreb Confidential”,  assai vicina all’Eliseo di cui riporta con frequenza commenti ufficiali o ufficiosi. Da quelle note emerge la progressiva e crescente stizza del presidente francese per i patti economici con la Libia che restavano incagliati e spesso venivano soffiati dalla Russia di Putin e da due colossi italiani che sebrano avere fatto venire l’ulcera a Sarkozy: Eni e Finmeccanica. Stizza perfino per il ruolo ricoperto dall’ex cancelliere tedesco Gerard Schroeder a inizio 2010 come advisor a fianco di Deutche Ban in grado di soffiare ai francesi una importante commessa per costruire la metropolitana di Tripoli.
Così già a fine novembre scorso Sarkozy aveva iniziato la sua contro-offensiva verso Gheddafi, trovando la leva per sollevare molti segreti del regime libico. In quei giorni è arrivato a Parigi con tutta la sua famiglia uno degli uomini più vicini al colonnello, Nouri Mesmari, capo del protocollo di Gheddafi. Ufficialmente era in Francia per affrontare una delicata operazione. Ma si trattava solo di una scusa. Lo ha capito subito il colonnello, che ha firmato di suo pugno un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti. Mesmari è stato fermato formalmente dalla polizia francese e ai primi di dicembre ha fatto domanda a Sarkozy di asilo politico per sé e la sua famiglia. Da quel momento è diventato il più prezioso collaboratore della Francia, svelando tutti i segreti militari ed economici della Libia. E offrendo a Parigi le chiavi del paese. A patto naturalmente di sgombrare la Libia dalla presenza di Gheddafi e della sua corte.
Fonte: Bechis’ B olg  del  22 marzo 2011 

venerdì 1 aprile 2011

L' informazione odierna che distrugge e uccide la verità, le menzogne su Gheddafi del giornalismo: parla il giornalista della RAI Amedeo Ricucci





Questo video è dedicato a tutti coloro che si sono fatti ingannare per la milionesima  volta dalle menzogne dell’informazione.
Il giornalista RAI Amedeo Ricucci spiega in che modo i giornalisti durante la preparazione dell’aggressione alla Libia hanno mentito di nuovo all’opinione pubblica,  spingendola ad appoggiare e perfino invocare una guerra che produrrà sul serio (e sta già producendo) le migliaia di morti che la "rivolta" non aveva provocato e che il governo libico, spegnendo rapidamente la ribellione, avrebbe invece potuto evitare. Queste menzogne stanno per portare ancora alla balcanizzazione e alla devastazione di un paese sovrano, il più ricco e sviluppato dell’Africa, con grave danno degli stessi interessi nazionali italiani.