sabato 5 giugno 2010

L’antifilosofia della Storia di Karl Marx



Di Raffaele Ventura
 
“Il faut une exposition, un noeud et un dénouement dans une histoire, comme dans une tragédie.”  Voltaire


Marx senza fine

Uccidere la Storia. Porre fine alla fine. Se Karl Marx ha inteso un senso al suo cammino filosofico, era nient’altro che questo. Un cammino che partiva da Hegel, certo – ma per scappare il più lontano possibile. Lasciare lì morto il padre crudele che l’ha cresciuto a cinghiate di metafisica, e mai più tornare sul luogo del delitto.

Ma sul luogo del delitto si torna continuamente. E la cosa peggiore è che quando sulla scena arrivano i testimoni, nessuno crede alla confessione, mista di orrore e fierezza. – Si, l’ho ucciso io! – Ma no, si calmi, lei è sotto shock, non ricorda, ha fatto il possibile, ma ora è troppo tardi: Hegel è morto. – Certo che si, l’ho ucciso io! – Suvvia, se ne vada, lei intralcia le indagini. Questo è un lavoro da professionisti. E pensano: dovevano fare fuori anche lei. – Guardate almeno, le mie mani lorde del suo sangue, e guardate come l’ho rovesciato, con la testa in giù. [1] – La testa in giù? E loro tranquillamente: ma certo, per la circolazione. Un uomo rovesciato resta pur sempre lo stesso uomo.[2] – Lo stesso uomo, si; però morto.

Alcuni furono così commossi dalla vicenda che dedicarono la vita a dimostrare l’innocenza di Karl Marx, e l’amorevole cura con la quale aveva accudito il padre morente, tenendo viva la fiamma della dialettica hegeliana. Presero il nome di marxisti. Marx aveva scritto il Capitale pensando a loro: aveva scritto un tomo bello grosso, così che fosse doloroso da ricevere sui denti. Ma era davvero troppo grosso, e si faceva fatica ad armeggiarlo. Sicché i marxisti restarono integri, fecero la rivoluzione, e aspettarono con fiducia la fine della Storia – la fine che avrebbe “ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza”, come da lettera ai Corinzi. Marx aveva fondato scientificamente il cristianesimo paolino! Oggettivamente dimostrato il mito del progresso! La fiamma della dialettica hegeliana era in buone mani.

Uccidere la Storia. Porre fine alla fine. Se questo era il senso, Marx ha fallito. La sua critica radicale si è risolta in una correzione: via Dio, entri la base materiale; via la Provvidenza, entri una teleologia determinista; via la Dialettica, entri la lotta di classe. E ancora, di male in peggio: via Adamo ed Eva, ed ecco l’uomo prima del Capitale; via la seconda Venuta, ed ecco la Rivoluzione. Via Marx, lunga vita al marxismo! Cambiano gli attori, ma lo spettacolo è lo stesso: secolarizzato al gusto fin de siècle, una mistica positivista per il secolo a venire. E questo spettacolo ha un nome: filosofia della Storia.

Marx aveva fallito: la fine era sopravvissuta. E la Storia avrebbe vissuto l’ultimo suo periodo di fulgore. Un secolo nel quale titaniche congetture sull’avvenire avrebbero guidato la condotta delle masse. Ma se la fine era sopravvissuta, era malgrado Marx.

 L’avventura del marxismo è la vicenda di un ricongiungimento con la metafisica hegeliana, un ricongiungimento mostruoso con l’idea di fine. Non stupisce l’interesse per Hegel da parte dei marxisti sovietici: se non ci sono i fini, i mezzi con cosa si giustificano? E (di rimbalzo) da parte comunisti europei, folta schiera di marxisti più o meno immaginari[3]: le storture al materialismo vengono compensate dal buonumore della dialettica, e il finalismo è sempre più rassicurante della sola causalità. Gli intellettuali francesi del Novecento si formano sulla lettura kojèviana di Hegel[4]: premessa a una lettura hegeliana di Marx, e quindi marxista. Senso della Storia, filosofia della Storia, fine della Storia. Teleologia. Escatologia, addirittura: è la lettura löwithiana[5]. Una lettura che lucidamente coglie i presupposti metafisici della filosofia marxista: ma non una lettura di Marx. Versione materialista della dialettica dello Spirito. La filosofia hegelo-marxiana.

Può darsi che il pensiero di Marx sia stato schiacciato su altri: da una parte su Hegel, da una parte su Engels, con le sue grandi ali piumate - poi Marx è ebreo, e lo si schiaccerà pure sul messianismo ebraico (è il marxismo utopista di Ernst Bloch[6]). Ed ecco,  metafisica al punto giusto, e convincente come un’equazione. Ma già il fatto che la definizione ‘materialismo dialettico’ l'abbia coniata Engels nel 1892[7] qualcosa suggerisce. Può darsi che Marx non cercasse un nome perché fosse convinto di non dovere nominare nessuna filosofia: era certo d'avere debellato la filosofia della Storia.

Ne era convinto perché aveva proposto un’alternativa: lo studio causale dei fenomeni economico-sociali. Aveva cancellato ogni interpretazione finalistica, metafisica ma anche umana (determinando anche i processi politici, ovvero di matrice teleologica, a partire dalla base materiale). Aveva eliminato ogni idea di origine e di fine, ogni norma metafisica. Non soltanto Dio, ma ogni suo surrogato.

Nessun destino che guidi il corso degli eventi umani. Ma processi, regole, cause, necessità. Non profezie, ma teorie scientifiche (e in quanto tali falsificabili, magari falsificate[8]): è così “empirico” rilevare, scrive Marx ne L’ideologia tedesca, che gli individui sono sempre più asserviti a un potere a loro estraneo, il “mercato mondiale”. Ed è altrettanto fondato empiricamente che questo potere, così misterioso per gli studiosi tedeschi, svanirà dopo il rovesciamento dell'ordine sociale con la rivoluzione comunista[9]. Infatti il comunismo “non è un sistema (Zustand) che debba venire istituito o un ideale secondo il quale la realtà debba essere diretta. Noi chiamiamo comunismo il movimento reale che toglie di mezzo il sistema attuale. Le condizioni di questo movimento risultano da presupposti attualmente esistenti”[10].

Il processo studiato secondo gli strumenti della scienza empirica esibisce un punto di collasso, una caduta esponenziale rilevata in pagine di occulte simbologie matematiche – differenziali, incremento, plusvalore. Il capitalismo testimonia in ogni sua manifestazione il prossimo avvento della rivoluzione – in un senso quasi copernicano, quasi astronomico (ma i maligni suggeriscono: astrologico). È la “tendenza storica dell’accumulazione capitalistica”, come descritta nel capitolo ventiquattresimo del Capitale:

Il monopolio del capitale diviene un ostacolo al progredire del modo di produzione, sorto insieme ad esso e sotto di esso. L’accentramento dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro arrivano a un punto in cui entrano in contraddizione col loro rivestimento capitalistico. Ed esso viene infranto.[11]

Le contraddizioni interne del sistema sono un veleno che già circola, divora e fa marcire volte e pilastri, tremare l’intera struttura. Allo stesso modo, all'esame medico di un animale malato si conclude la prossima morte.

Qui è la rottura, o piuttosto la partecipazione di Marx a una rottura più grande, che scaccia il significato dall’interpretazione dei processi, liberandoli dalla loro forma narrativa. Così come il concetto d’evoluzione, nella teoria darwinista, ha permesso di fare a meno delle oscure teorie (finalistiche) del progresso, nello stesso modo Marx scardina l’idea che gli eventi umani e naturali, articolati nel tempo, siano partecipi di una Storia universale e con ciò complessivamente diretti ad uno svolgimento. La Storia resterà semmai come modello, arrivando a cose fatte per descrivere secondo le sue forme processi le cui leggi sono ben altre.

Le teorie che Marx formula, le ha tratte secondo il metodo della scienza: osservazione e generalizzazione. Fa continuo riferimento all’empirico e al causale, per smarcarsi dalla filosofia della Storia, con i suoi modelli metafisici e ideologicamente determinati, che saccheggiano gli archivi della memoria umana per rimontare la realtà come una favola a lieto fine. Marx compie quindi quello stesso salto che nello studio della filogenesi s’era fatto abbandonando l’idea di sviluppo per l’evoluzione: la rinuncia al modello finalistico d’interpretazione del divenire. Nel caso del divenire sociale e culturale, questo significa rinunciare all’idea di Storia.
 
Interludio: la Storia come racconto

Scrisse Jacques Lacan che ci rappresentiamo la realtà sotto forma di finzione.[12] Con ciò intendeva la supremazia del significante sul significato, l’idea (già freudiana) che le griglie nelle quali si rende nota la realtà - quel garbuglio schiumoso là fuori - sono degli a priori narrativi. Qualcosa accade, ma ciò che ne rimane è un racconto: degli agenti, delle azioni, una situazione iniziale e una fine. Sicché non abbiamo modo di esprimere la nuda esistenza senza ridurla nei subdoli canoni drammatici che la grammatica nasconde.

Alle regole di organizzazione dello spazio, indagate dalla psicologia della Gestalt, farebbero seguito delle regole di organizzazione del tempo. Non si tratta soltanto di ordinare gli eventi o dare loro un senso: ma di produrli. L'evento (la cellula temporale) è altrettanto artificiale dell'oggetto (la cellula spaziale): si tratta di una delimitazione della percezione. Linee immaginarie cingono porzioni di materia, e immaginari inizi ed immaginarie fini cingono porzioni di movimento.

La Storia è il genere in cui si esplica la conoscenza dei processi. Pur nell'esercizio della più strenua epoché, risulterebbe difficile immaginare questi processi al di fuori del genere che li manifesta. E questo genere ha caratteristiche vincolanti. Queste strutture articolano l'organizzazione dei processi, e perciò ne determinano il significato. La necessaria forma narrativa incide sull’interpretazione dei processi rappresentati. Si accennava sopra, innanzitutto ad una distribuzione dei ruoli precisamente drammatica:

L’organizzazione grammaticale delle lingue permette di compiere sull’enunciato una serie di operazioni che somigliano molto a quelle che si compiono durante l’ideazione e la messa in scena di un’azione drammatica: distribuire e definire i ruoli (agente, paziente, protagonisti, antagonisti, ecc.), stabilire il momento di ‘entrata’ e di ‘uscita’ di ciascun personaggio, descrivere sequenze di azione, azioni alternative e parallele, risultati di azioni diverse, costruire prospettive, stabilire tempi e durante, distanziare gli eventi, ecc. Questo carattere della grammatica dipende largamente dalla proprietà semiotica [...] della narratività dei codici linguistici: l’enunciato nasce drammatizzato fin dall’inizio, e può raggiungere, su questa via, livelli di complessità anche molto spinti. [13]

Conseguenza della drammatizzazione è l’antropomorfizzazione dei processi. Il concetto stesso di soggetto non può che suggerire una proiezione animistica. Inoltre il linguaggio è una continua metafora umanizzante; ma questa è semantica, dove il gioco è fin troppo semplice.

La delimitazione dell’evento ha effetti del tutto simili, poiché identificando nel processo un inizio e una fine, lo rappresenta come superficie di uno sviluppo finalizzato. La linguistica ottocentesca ha fissato questa forma nella categoria dell’aspetto: ovvero la collocazione temporale di ‘inizio’, ‘sviluppo’ e ‘fine’ dell’azione definisce diversi tipi aspettuali (perfettivo, durativo, risultativo, eccetera). L’evento non può essere inteso – ovvero non esiste – in termini che prescindano da questa articolazione più o meno scoperta (semmai, e così si definisce ogni tipo aspettuale, si può cancellare o focalizzare una o più fasi della durata). Anche in questo caso sul processo incombe una proiezione animistica, o perlomeno vitalistica.

Il processo, delimitato e drammatizzato in forma di storia, si trova costretto nei limiti di una certa struttura: una griglia universale, nelle cui caselle prendono posto gli elementi della narrazione. Ogni storia ha delle funzioni invarianti, poiché essenzialmente la storia è il modello di realtà che si costruisce a partire da queste funzioni. Le più elementari sono state enunciate, e sono d’ordine temporale (inizio, sviluppo, fine) e drammatico (agente, agito, azione).

Una struttura narrativa è presente, a livello sintattico, in qualsiasi descrizione di processi. In questo senso l’enunciato è già una storia. Ulteriori funzioni intervengono, o si mostrano scopertamente, a livello di sequenze di enunciati. Queste funzioni sono oggetto di studio della narratologia.

L'idea del genere come forma, di programmatica ispirazione goethiana, nasce con la teoria morfologica della letteratura di Propp: idea di strutture narrative profonde, immanenti alle narrazioni di ogni cultura. L’indagine empirica, ovvero il confronto tra centinaia di fiabe, ha permesso la formulazione del seguente schema generale:

Morfologicamente possiamo chiamare fiaba un qualunque svolgimento che da un danneggiamento o da una mancanza, attraverso funzioni intermedie, giunge fino al matrimonio o ad altre funzioni utilizzate in qualità di conclusione. [14]

La narratologia strutturalista ha proceduto nel solco di questa intuizione, astraendo regole vieppiù universali, che approssimano una definizione di ‘essenza della storia’, un modello di forma originaria – una Ur-Geschischte immanente alle varie occorrenze del fenomeno. A grandi linee nello schema attanziale di Greimas[15] rimane valida, per ogni narrazione, la struttura proppiana: situazione iniziale, danneggiamento, fase intermedia, risoluzione, soluzione finale.

Questo modello narrativo è valido fino alle unità minime dell’enunciazione. Nota Roland Barthes, rilevando l’isomorfismo di frase e discorso, che “la tipologia attanziale di A. J. Greimas ritrova nella moltitudine dei personaggi del racconto le funzioni elementari dell’analisi grammaticale”[16].  Infatti la struttura narrativa formalizzata è presente a livello proposizionale: la triade ‘danneggiamento – fase intermedia – risoluzione’ è coperta nell’articolazione aspettuale, la situazione iniziale è lo stato dell’agente e la situazione finale (sovrapposta alla risoluzione) il risultato dell’azione.

La forma narrativa è immanente a qualsiasi descrizione di processi, resi noti in una struttura finalizzata e antropomorfica. Ciò significa che ogni processo si descrive in questa forma. Rappresentare l’evento in una lingua naturale – ovvero raccontare – implica la produzione di un processo delimitato e drammatizzato: una storia. Accade però che ad un certo punto questa modello, questo genere, s’ipostatizzi – diventi cosa. Con un gioco di parole, vano perché assai poco divertente, e gioco per sola ironia delle sorti etimologiche, possiamo dire che ci risulta difficile immaginare la Storia (history) se non come storia (story).

È difficile immaginare di fare a meno delle storie. Gli archivi della memoria umana – memoria degli uomini e memoria dei popoli – sono collezioni di storie. È difficile immaginare di fare a meno delle storie; ma non per questo è impossibile fare a meno della Storia. Ad ogni modo, si tratta di cose ben distinte. La letteratura bizantina distingueva due generi di letteratura sul passato dell’umanità: la cronografia e la storiografia[17]. Le storie sono narrazioni su periodo limitato a pochi secoli, di eventi spesso contemporanei, ossequiosamente calcate sul modello della storiografia greca; le cronache partono dalla creazione del mondo, raccontano la Storia degli uomini da Adamo ai giorni loro. Inoltre, tengono in conto la scansione del tempo, rivolto all’aspettativa escatologica. La distinzione bizantina può valere come caricatura della distinzione tra la storia come genere di rappresentazione dei processi (come metodo di archiviazione), e la Storia come “grande narrazione” onnicomprensiva e unitaria – come proiezione del modello sulla realtà.

La differenza tra scrivere una Storia e scrivere storie, è che nel primo caso si considera l’intero passato come una Storia: ovvero con un inizio, uno sviluppo, e una fine. Non si sfugge a questo meccanismo, dacché s’intende fare una Storia, dacché ci si rivolge ad un oggetto chiamato Storia. Che il divenire sociale e culturale della razza umana sia una Storia, è certo il prodotto di una vistosa interferenza del significante sul significato – del quale sarebbe opportuno tracciare la genealogia. Questa idea ha una sua origine e una sua fine: ha cioè una storia.

Erodoto scrisse delle Storie, e con ciò inaugurò ciò che chiamiamo la Storia – secondo il motto ciceroniano[18]. In verità scrisse dei ‘logoi’, dei discorsi, che vennero raccolti e montati molto più tardi, in epoca alessandrina nella forma che conosciamo. Due cose vanno rilevate in quel titolo, che pur non originale, funge da atto di fondazione di una disciplina (la storiografia) e del suo oggetto (la Storia). Innanzitutto il doppio significato del verbo historein: indagare, e raccontare. Ovvero l’idea che la conoscenza sia tutt’una cosa con la rappresentazione. L’idea che conoscere sia nient’altro che rappresentare. Insomma, nei nostri termini, che sia proprio drammatizzando e delimitando, costruendo il processo come oggetto linguistico, che si hanno le condizioni della conoscenza, che è sempre conoscenza di quell’oggetto che si è costruito.[19]

La seconda cosa che ci dice quel titolo è nel suo plurale: Erodoto non scrive una storia, ma delle storie. Il pater historiae è in realtà piuttosto pater historis, quindi semmai pater ‘delle’ historiae. C’è un passaggio dal plurale al singolare, tra Erodoto e Cicerone, che non è per nulla evidente: nel senso che in Erodoto non troviamo l’idea di una Storia – una storia unica, la Storia – ma appunto soltanto delle storie, una galleria disordinata quanto affascinante di racconti, testimonianze, aneddoti, cronache e nomi buffi – una tassonomia borgesiana del passato dell’umanità. Ognuna di queste storie è delimitata e drammatizzata: ma appunto non c’è una delimitazione o una drammatizzazione complessiva.

Erodoto non può quindi essere il padre della Storia: semmai, della storiografia – ovvero dell’arte di raccontare eventi passati, raccoglierli e interrogarli. La distinzione può apparire nominalistica, come quando soltanto per pretestuoso cruccio di chiarezza definiamo storiografi coloro che, spontaneamente, avremmo chiamato storici. In verità il suo senso è: in Erodoto non c’è l’idea di un oggetto come la Storia. L’oggetto è il passato, prima di essere delimitato e drammatizzato sotto forma di Storia. E dal passato possiamo raccontare delle storie.

Mentre Erodoto meticolosamente s’occupava di archiviare i racconti attorno al secolare conflitto tra Greci e Persiani, altri cantavano l’origine degli uomini – ed erano i poeti. L’intento dichiarato di Esiodo era di raccogliere e ordinare in un sistema la massa d’idee sull’Origine. Senza origine non ci sarebbe stata Storia. Altrove ancora si collegava l’origine ad una promessa di risoluzione, si descrivevano cadute, si dava un senso ad ogni cosa, e si prometteva una Fine che avrebbe ricomposto l’infranta norma originaria. Lì nasceva davvero la Storia, ovvero la narrazione della totalità del divenire umano in un racconto unitario, nel quale gli eventi particolari assumessero significati funzionali ad una fine prevista. La Storia, come disciplina e come oggetto, nasce quando la storiografia si mette al servizio del mito.

E poiché ogni Storia si stabilisce nella tensione tra un’origine e una fine, la filosofia della Storia è il dispositivo che determina l’origine e la fine; ovvero ciò che da fuori, investe di senso il divenire umano. Una storia essendo sempre ideologica (nella scelta di valore dei poli tra cui si esplica), ad ogni storia (come articolazione formata di contenuti) è necessaria una (più o meno coperta) filosofia della storia (come giustificazione dell’ideologia). L’origine e la fine sono sempre fissate sporgendosi al di là dell’empirico: sull’ideale, e perciò sull’ideologico. La filosofia della Storia è il tentativo di razionalizzare l’irrazionale, di mimare la determinazione logica di ciò che è determinato ideologicamente.
 
Dopo la Storia

Verso la fine del primo libro del Capitale, nel quale si è meticolosamente lavorato allo stabilimento di ferree leggi, o viziose regolarità, Marx compie un salto improvviso fuori dal sistema capitalistico – un salto ipotetico, quasi teologico come riconosce lui stesso. Ma dal circolo della legalità capitalistica bisogna uscire per illustrarne la genesi (che ovviamente a quelle leggi non risponde), “supponendo un’accumulazione ‘originaria’ [...] che viene prima dell’accumulazione capitalistica, accumulazione che non è il risultato del modo di produzione capitalistico, bensì il suo punto di partenza”.

Questo salto fuori dalla legalità, fuori dalla scienza, lo fa raccontando una storia. Esiste un Marx storiografo, accanto al Marx studioso di società e di economia politica: ovvero esiste un Marx che racconta storie. È il Marx del 18 brumaio di Luigi Bonaparte, il Marx soprattutto di questo capitolo ventiquattresimo del primo libro del Capitale, nel quale s’indaga sulla “Cosiddetta accumulazione originaria”. Si tratta di una storia dell’origine del capitalismo, un’origine che “ha nell’economia politica una parte pressoché identica a quella del peccato originale nella teologia”.

Marx sottolinea il carattere ipotetico della sua (pur rigorosa) ricostruzione, e con ciò evita il primo tranello della metafisica: non pretende di applicare alcun metodo oggettivo al suo racconto. Anzi rivendica il carattere pre-scientifico, ma più profondamente meta-scientifico, di quella necessaria fondazione del sistema all’interno del quale sono valide le leggi da lui studiate. D’altronde la storiografia non può che essere pre-scientifica, ad occupare quei vuoti che l’economia politica lascia in minuscole quantità, a rappresentare in forma di racconto le coordinate di processi assai più profondi - laddove la loro limpida legalità sfugga.

Il secondo tranello della metafisica, il più pericoloso, nel quale continuamente ci si illude che Marx sia caduto, l’evita invece negando di narrare un’origine universale e normativa. Non è l’origine della Storia, ma la genesi dell’accumulazione capitalistica; non si tratta di un’origine idilliaca alla quale tornare (il sistema feudale!) ma di un modo di produzione differente, e diversamente violento. Secondo i canoni dei bizantini, Marx non stava facendo cronografia, ma storiografia (che non per nulla era ramo della retorica: ovvero un metodo di espressione, e non di produzione del vero).[20] Identicamente, il metodo scientifico non si applica alla Storia, ma al processo noto come modo di produzione capitalistica.

Non è questa una narrazione dell’origine della Storia, così come altrove le previsioni sul collasso del sistema capitalista non erano profezie sulla fine dei tempi. Marx avvertiva: “Il comunismo è la forma necessaria e il principio energico del prossimo avvenire, senza essere in quanto tale il fine dell'evoluzione umana: la forma realizzata della società umana”[21]. Nessun uomo nuovo, ideale, rousseaiano. Nessuna evoluzione finalizzata – ma la sola necessità del determinismo. Ancora più esplicitamente, non è la fine della Storia: “Con questa formazione sociale si chiude, dunque, la preistoria della società umana” [22]. Poi si vedrà.

Löwith riassumeva così il pensiero hegeliano, con una frase che sembra già pronta ad essere tradotta in marxiano: “Che non soltanto si possa aspettare un fine ultimo della storia tutta quanta, sperarvi e credervi, ma anche saperlo e concepirlo filosoficamente, è stata la tesi della filosofia della storia di Hegel”[23]. E aggiunge: “Ma questa è anche la tesi del materialismo storico di Marx”. Eppure, non basta sostituire quel “filosoficamente” con “scientificamente” per descrivere il pensiero di Marx; bisogna perlomeno rinunciare a quel “fine ultimo”, bisogna limitare quel “storia tutta quanta”. E di conseguenza non è il caso di parlare né di “filosofia”, né di “storia”; e così rimane assai poco, di quella universale traducibilità di Marx in Hegel.

Sono perciò squisitamente improprie le varie versioni sulla filosofia della Storia di Marx, di vulgata comune. È necessario riconoscere nel cosiddetto marxismo (o materialismo storico) una filosofia ispirata al pensiero scientifico di Karl Marx; non meno di quanto il pensiero di Spencer (o peggio, la teoria eugenetica di Sir Francis Galton) siano ispirati dall’evoluzionismo di Darwin; né di più. Sarà così possibile affermare, senza però coinvolgere la responsabilità di Marx stesso:

Il marxismo conserva tuttavia un senso alla storia. Gli avvenimenti non sono per esso una successione di accidenti arbitrari, ma rivelano una struttura coerente e soprattutto conducono a uno scopo preciso: l’eliminazione finale del terrore della storia, la “salvezza”. Al termine della filosofia marxista della storia troviamo l’età dell’oro delle escatologie arcaiche. In questo senso è vero dire che non solamente Marx ha “rimesso i piedi in terra alla filosofia di Hegel”, ma anche che ha rivalorizzato a un livello esclusivamente umano il mito primitivo dell’età dell’oro, con la differenza che egli situa l’età dell’oro esclusivamente al termine della storia invece di porla anche all’inizio. [24]

Quella di Marx non è una filosofia della Storia: innanzitutto perché intende essere scienza, e non filosofia (riflettendo in termini di cause efficienti e non di cause finali). Ma più profondamente, perché il suo oggetto non è la storia, ma un particolare processo, il modo di produzione capitalista. E per studiare quest’oggetto andava rifondata una scienza: l'economia politica.

Parlare di “scienza della Storia”[25] rileva della contraddizione, poiché applica ad un oggetto (la Storia) il termine del suo superamento (la scienza). Studiare scientificamente i fenomeni sociali significava per Marx rinunciare alla Storia come oggetto. Parlare di “scienza della Storia”, come Marx non ebbe mai l’ardire di fare (poiché gli era ben chiaro ciò che stava facendo), significava in fin dei conti applicare metodi scientifici alla vecchia filosofia della Storia. Ovvero qualcosa d’impossibile – spiegare il falso con gli strumenti del vero. Significava una rivoluzione di superficie: armarsi del bagaglio retorico della nuova ideologia dominante (il positivismo) per fondare con l’autorità della scienza le solite vecchie promesse metafisiche. Utopismo scientifico. Menzogna ideologica.

È innegabile che gli effetti più palpabili della teoria marxista siano il prodotto di questo semplice aggiornamento retorico, che non era in alcun modo il programma di Marx (ma piuttosto una segreta confusione alimentata nelle promesse del comunismo). E la ragione di questo malinteso è che si è entusiasticamente sostituito alla filosofia la scienza, pur non volendo rinunciare alla Storia. Ma non si può uccidere la filosofia della Storia senza uccidere la Storia stessa: l’idea di un divenire unitario, finalizzato, narrativo che la parola nemmeno ha il gusto di nascondere, ma platealmente esibisce, e continuamente rivendica. Un oggetto costruito secondo i presupposti metafisici di una disciplina - un modello di analisi soggettivo che funge da perfetto vettore per l’ideologia (dacché i fini non possono essere oggetto di determinazione oggettiva, sono sempre posti ideologicamente).

La storia è un insieme di tecniche che permette di rappresentare i processi in forma drammatica. Non è l’unico modo di costruire modelli della realtà: una curva demografica descrive processi in tutt’altra forma, secondo tendenze di variazione quantitativa. La ‘rivoluzione storiografica’ della scuola delle Annales è stata per gran parte un tentativo di liberare lo studio del passato dalle forme drammatiche della storia, intesa come memoria e racconto. Ovvero, liberare la Storia dalla storia. Fessurare il significante che l’imprigiona. Scardinare il significato per rifondarlo. Disambiguare un doppio senso. E in fin dei conti, poiché i doppi sensi non sono altro che la personalità multipla di un senso unico – rinunciare alla Storia. Frammentarla e rimontarla.

La rivoluzione delle Annales è parte di una rivoluzione più consistente, il momento culminante di una rottura che s’inaugura trasferendo nello studio del divenire sociale le stesse istanze antifinalistiche rivendicate dalla teoria dell’evoluzione. Una rottura che s’incarna pienamente nell’antifilosofia della Storia di Karl Marx. Il fallimento di Marx consiste perlopiù nel non avere costretto i filosofi a riconoscergli il merito dell’operazione, a non avere aperto loro gli occhi sulla rottura che si era compiuta. La Storia non era più la forma idonea a rappresentare i processi su lunghi periodi. Questa morte può non avere toccato la filosofia, ma assai poco tocca la filosofia: ha invece influito grandemente sulle scienze sociali.

Michel Foucault, nell’introduzione all’Archeologia del sapere, mette direttamente in relazione Marx con la rottura avvenuta negli studi storici, e alle nuove domande che si pongono dopo la fine dell’idea metafisica di Storia[26]. Altrove parlava esplicitamente di volere “uccidere la Storia dei filosofi”[27], emulando idealmente gli intenti criminosi di Marx. Pur conservando il nome di storici, gli eredi di Marx non studiano la Storia: piuttosto, accordano processi in quadri momentanei, agganciando tra loro serie disarticolate (“serie differenti che non hanno i medesimi punti di riferimento né la stessa evoluzione”[28]) in “serie di serie”.

La Storia, caso più unico che raro, è un oggetto che non ha saputo farsi da parte nel momento in cui nuovi modelli di rappresentazione (la sociologia, l’economia politica, la statistica, ecc.) sembravano in grado di soppiantarla. Non ha saputo cioè sostituire al modello del racconto il modello della legalità, o piuttosto ha voluto applicare la legalità ad un oggetto che rimaneva cristallizzato come racconto (oggettivando quindi le componenti soggettive).

Non soltanto la storia si è dibattuta tra questi due estremi -  il modello del racconto e il modello della legalità - ma ogni ambito della conoscenza. Ogni disciplina ha vissuto, a un  certo punto, una rottura: il passaggio dalla storia alla scienza. Come la nominazione è per Adamo la prima forma di appropriazione delle cose, il racconto è la prima forma della conoscenza. Prima d’indagare le cause, è necessario almeno descrivere il fenomeno. Lo stadio del racconto precede, nello sviluppo della scienza, l’identificazione di leggi e regolarità. La cosiddetta ‘storia naturale’ diventa biologia dacché parte dal racconto per andare oltre. Pressappoco con Buffon – che pur ancora scrive una Histoire naturelle, nella quale però avverte :

Il ne faut pas s’imaginer [...] que dans l’étude de l’histoire naturelle on doive se borner uniquement à faire des descriptions exactes et à s’assurer seulement des faits particuliers; c’est la vérité [...] le but essentiel que l’on doit se proposer d’abord ; mais il faut tacher de s’élever à quelque chose de plus grand et plus digne encore de nous occuper : c’est de combiner les observations, de généraliser les faits.[29]

La biologia era restata storia naturale fintanto che si era limitata a raccontare; a questa lunga fase empirica è succeduto un programma induttivo: combinare le osservazioni, generalizzare i fatti. Ad alcuni parve ovvio che lo stesso balzo dovesse avvenire per la Storia tout-court, che fosse necessario superare lo stadio del racconto, che il materiale grezzo raccolto dai tempi di Erodoto venisse finalmente usato come base empirica per la fondazione di una scienza.
Se, al contrario, la storia non ha superato questo ostacolo, se  ancora le varie “scienze della storia” vengono intese in  relazione ad una struttura narrativa, se anzi queste spesso s'impegnano a giustificarla, rilevando con gli strumenti dell'analisi quantitativa gli indizi di sviluppi rivolti ad una conclusione più o meno metafisica - se insomma la Storia è rimasta storia, è perché non ha potuto ammettere la propria desuetudine in quanto Storia. Non ha cioè saputo rinunciare ad un termine che, rivolto ad abbracciare le discipline sociali nel loro sviluppo temporale e dando loro unità, le cinge in una prospettiva metafisica, in quanto teleologica. Risulta contraddittorio continuare a parlare di Storia, se davvero s'intende farla finita con l'idea di funzioni narrative incarnate dai processi sociali e culturali.
I due modelli presentano forme di causalità inconciliabile: il modello scientifico spiega i fenomeni in termini di causa efficiente, categorizzando classi di cause a classi di effetti; il modello narrativo distingue tra funzioni narrative e "rumore" - secondo il ruolo nella complessiva economia teleologica o escatologica. Nel primo modello si rappresenta ogni fenomeno dotato di causa efficiente, ovvero l'intero universo fisico; nel secondo il rapporto con la causa finale funge da inderogabile soglia d'interpretabilità. La matrice teleologica della Storia la pone immediatamente al di fuori da un programma scientifico conforme al paradigma meccanicista proprio dell'età moderna, il cui fondamento è il "postulato di oggettività" di Jacques Monod, ovvero l'idea di non interpretare i fenomeni in termini d'intenzionalità soggettiva[30]. Non è slegato che venendo a mancare l'idea di un'emanazione del mondo da un'entità razionale suprema, perda senso ogni interpretazione finalistica[31]. Ed è certamente rivelatore che Nietzsche, il profeta della morte di Dio sia allo stesso tempo il profeta dell'eterno ritorno, ovvero un modello di legalità regolare – contrapposto al finalismo hegeliano.

 Antifilosofia della Storia

La fine della Storia. A modo suo, Hegel aveva giustamente profetizzato: la Storia è finita. Ma non nel senso che le tormentate vicende umane hanno trovato una fine e una giustificazione. Piuttosto, le tormentate vicende umane avevano finito di cercare la loro fine. Con Marx moriva l’idea di Storia. Solo una cosa aveva voluto, come filosofo: farla finita con la fine della Storia – ovvero farla finita con la Storia. Ad un modello narrativo e complessivamente teleologico sarebbe subentrata l’analisi materialista dei processi sociali. La delimitazione del modello non avrebbe più dovuto essere proiettata sulla realtà, a suggerirne destini metafisici. Non ci sarebbe più stata una filosofia della Storia perché non esisteva nessuna Storia.

Sottraendogli la Storia, si può addirittura dubitare che Marx abbia prodotto una filosofia. Ma c’è qualcosa nel suo pensiero, che prende il posto della filosofia della Storia, qualcosa la sostituisce e in qualche modo ne fa le veci. Una tenace critica dei suoi presupposti - delle sue allucinazioni prospettiche – delle sue implicazioni politiche: una filosofia della filosofia della Storia. Una filosofia contro la Storia. Un’anti-filosofia della Storia.

È consuetudine non riconoscere a Marx il merito di questa rottura, lucida e fermissima; e anzi sempre più spesso trarre dalle sue argomentazioni quelle stesse che si useranno per criticarlo, dal suo lessico le categorie della sua condanna. Caso esemplare: lo spettro dell’ideologia. O ancora, il presunto culto marxiano del progresso. A questi luoghi comuni risponde la lettera marxiana: una continua lotta per individuare le determinazioni eteronome del pensiero (intese come esclusivamente materiali) e per disinnescare i falsi miti da esse prodotti.

Una ridotta parte dell’opera marxiana, l’unica parte precisamente filosofica, è dedicata allo scardinamento dei fantasmi metafisici – come fu per il suo compagno di sinistra hegeliana, l’aborrito Max Stirner. In particolare, i fantasmi della Storia. Per Marx la filosofia della Storia è un dispositivo ideologico che ‘giustifica’ i rapporti di produzione, consolidandone la funzione metastorica nella chiave di un senso del divenire. Nello stesso tempo, tutte le categorie del pensiero storiosofico sono proiezioni retrospettive di un significato costruito artificialmente.

La presunta evoluzione storica riposa in generale sul fatto che l'ultima formazione sociale considera le forme precedenti come altrettante tappe verso la sua realizzazione, concepite secondo un punto di vista parziale. [32]

Grazie ad artifici speculativi, ci si può convincere che la storia che verrà è lo scopo della storia passata. Così, per esempio, s'attribuisce alla scoperta dell'America uno scopo, quello di avere permesso lo scatenamento della Rivoluzione francese. [...] Ciò che nella precorsa storia si definisce con i termini “vocazione”, “scopo”, “germe”, “Idea”, non è altro che un'astrazione della storia posteriore, un'astrazione dell'influenza attiva che la storia precedente esercita sulla seguente. [33]

Sono passi centrali nell’opera di Marx: perché rivendicano l’inconciliabilità del suo pensiero con la filosofia della Storia hegeliana. In un certo senso, con la filosofia della Storia tout court, intesa come proiezione di correlazioni narrative sulla realtà rappresentata. L’individuazione di funzioni o indizi, che sono categorie narrative, è possibile soltanto sul testo costruito; e il testo è sempre in qualche modo un’astrazione, ovvero un prodotto dell’ideologia.

I filosofi sono dei “pecoroni”, che si limitano a “riecheggiare, filosoficamente belando” le concezioni borghesi[34]: la filosofia della Storia è una sovrastruttura che traduce le opinioni della classe dominante, o più precisamente che organizza la realtà storica in funzione dei rapporti di produzione. È del tutto logico quindi che in una società nella quale il potere politico (teleonomico) andava lasciando spazio al caos del mercato, emergessero filosofie volte a sviluppare teorie della finalità dei sistemi aleatori, come la dialettica hegeliana o la cosiddetta ‘mano invisibile’ di Smith. E laddove la bontà del modo di produzione non fosse già esplicita, era il caso di prometterla come sviluppo futuro.

Il progresso è una idea falsa, ovvero adottata non perché dimostrata, ma perché ragioni economiche e sociali spingono ad adottarla: una illusione che sostiene l’intero peso di un sistema. Il progresso è perfettamente funzionale alla borghesia, in quanto permette di ripagare lo sfruttamento con una falsa promessa. Se il lavoro viene pagato con il salario, il plusvalore viene pagato in rappresentazioni: e tanto più aumenta il valore illusorio delle rappresentazioni, quanto minore potrà essere il salario.

Capita che questi passi, tra i primi che osino mettere in crisi l'illusione storiosofica, sfuggano. Capita perché sono pochi, e di certo non sufficienti a bilanciare la retorica e il tono profetico del Manifesto del partito comunista; che potrebbe essere un errore di metodo considerare sullo stesso piano delle opere scientifiche. Ma questi passi sono forse così pochi, e fuggevoli, perché Marx aveva cessato di considerare Hegel e i filosofi della Storia come suoi interlocutori. Bastava liquidare così, in poche parole, il loro metodo.

Ma questa rottura è tra le intuizioni più grandi di Marx, intuizione che verrà raccolta dall'epistemologia storiografica del Novecento: la Storia come finzione costruita. [35] La Storia come ideologia, organizzazione del passato per posizionare un punto di fuga nel futuro che giustifica il presente (e quindi la Storia del passato come storia del soggetto dominante). La critica dell'idea di germe, e con ciò della temibile origine (nella quale cascheranno molti ‘marxisti immaginari’ come Walter Benjamin). La critica della fine, della mano invisibile che lavora dietro ad ogni cosa.

Se Marx riconosceva a Charles Darwin di avere liberato la Natura da ogni proiezione teleologica, non era certo per rimetterla nella Storia. Esiste in Marx una filosofia della storia? Probabilmente no. Ma sicuramente un'idea di Storia: che non ci sia un senso della Storia (un finalismo, e nemmeno una direzione complessiva), ma che si possa cogliere la tendenza di singoli processi, e ciò con gli strumenti dell'economia politica e delle scienze sociali. Esiste in Marx una fine, o peggio un fine, della Storia? Assolutamente no. Certo non si può negare l'entusiasmo messianico, dietro una concezione della storia che coscientemente lo nega. Il piano della retorica con la quale un'idea s'impone ne influenza fino al contenuto, lo contamina, fino a sostituirlo: forse non c'è altro contenuto che la sua forma più superficiale.

Ma il ‘programma scientifico’ di Marx è tutt’altra cosa dalle speranze e dalle utopie che l’hanno prodotto, del quale è stato snodo e architettura portante. Le teorie sulla tendenza autodistruttiva del capitalismo sono senza dubbio funzionali alle intime speranze del comunismo, senza dubbio ispirate dalla passione politica di un uomo – ma non per questo non distaccabili dall’ideologia dalla quale sono emerse. L’interna logica delle scoperte scientifiche prevede la posizione della teoria prima della sua dimostrazione, fintanto che la dimostrazione non falsifichi, oltre ogni possibile accanimento, la teoria. Ma se è vero che il risultato di tendenze causali dell’accumulazione capitalistica forniva lo stesso verdetto morale di chi avesse osservato le condizioni del proletariato (tutto ciò deve finire!), non si può non riconoscere l’encomiabile sforzo intellettuale marxiano di separare questi due verdetti, di non fondare uno nell’altro, di forgiare nuovi strumenti e di criticare quelli vecchi (che saranno poi nuovamente quelli del marxismo).

Questo sforzo è in gran parte fallito, e Marx finisce per fare la figura del filosofo un po’ svanito che, dopo avere dimostrato per filo e per segno ciò che gli era già del tutto evidente, esclama: Oh, che coincidenza! Ma com’è ovvio, si fa assai più caso alle determinazioni esterne quando producono una teoria che si vuole falsa rispetto a una che si vuole vera; finendo per dimenticare che la critica della cause (determinazioni ideologiche) e degli effetti (conseguenze politiche) non è in alcun modo una confutazione della teoria.

 Venezia, Gennaio 2006


  [1] “La mistificazione, cui è soggetta la dialettica nella mani di Hegel non impedisce in nessuno modo che egli sia stato il primo ad averne esposto distesamente e consapevolmente  le forme generali di movimento. In lui [la dialettica] è piantata sulla [propria] testa. Occorre rovesciarla per trovare il nocciolo razionale dentro il rivestimento mistico.” (K. Marx, “Poscritto alla seconda edizione tedesca del Capitale”, 1873 in K. Marx, Il Capitale, Newton Compton Edtori, Roma 1970, p. 49)

[2] Si tratta della nota obiezione di Louis Althusser, della quale forse più avanti – rinunciando negli anni Ottanta all’idea di un Marx dialettico per uno effettivamente materialista – avrebbe cessato di fare uso.

[3] Dal titolo dell’opera di Aron (R. Aron, Marxismes imaginaires, Gallimard, Paris 1998)

[4] A. Kojève, Introduction à la lecture de Hegel : leçons sur la Phénoménologie de l'Esprit professées de 1933 à 1939 à l'École des Hautes Études, Gallimard, Paris 1980.

[5] K. Löwith, Significato e fine della Storia. I presupposti teologici della filosofia della storia, NET, 2004 (si veda il capitolo su Marx).

[6] Cfr. in proposito D. Fusaro, Ernst Bloch e Karl Löwith interpreti di Marx, Il Prato, Padova 2005.

[7] F. Engels, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, Editori Riuniti, Roma 1971.

[8] Va comunque ricordato che Karl Popper nega scientificità ala teoria marxista appunto in quanto non falsificabile (K. Popper, Miseria dello storicismo, Feltrinelli, Milano 2003). Viceversa gli avversari del marxismo credono di potere falsificare le teorie di Marx a causa degli effetti nefasti di queste teorie – come se la bomba atomica falsificasse la teoria dell’atomo. In proposito scrive Salvatore Veca della necessità di ripensare il rapporto teoria-prassi, e le seguenti idee: “L’idea, ad esempio, che ad una teoria corrisponda una e una sola prassi. Quella, spesso associata, che una teoria è verificata dalla prassi. O peggio: l’idea di discutere di una teoria chiedendosi preventivamente e per lo più a scopo di rassicurazione: ma, se è vera, dove porta, che conseguenze ha nella prassi?” (S. Veca, Saggio sul programma scientifico di Marx, Bruno Mondadori, Milano 2005).

[9] K. Marx, L'ideologia tedesca, Istituto Editoriale Italiano, Milano 1947, p. 69.

[10] Ibidem, p. 63.

[11] K. Marx, Il Capitale, Newton Compton Editori, Roma 1970, p. 548.

[12] “Ainsi c’est d’ailleurs que de la Réalité qu’elle concerne que la Vérité tire sa garantie: c’est de la Parole. Comme c’est d’elle qu’elle reçoit cette marque qui l’institue dans une structure de fiction.” (J. Lacan, Écrits, Seuil 1966, p. 808, corsivo nostro).

[13] R. Simone, Fondamenti di linguistica, Laterza, Milano-Bari 1995, p.283.

[14] V. J. Propp, Morfologia della fiaba, Newton Compton, Roma 1976, p.97.

[15] A. J. Greimas, Sémantique structurale, Seuil 1969.

[16] R. Barthes, “Introduzione all’analisi strutturale del racconto” in AAVV, L’analisi del racconto, Bompiani, Milano 1969, p.  11. Si tratta della traduzione di un numero monografico della rivista Communications, tema ‘L’analyse structurale du récit’, con contributi di Greimas, Eco, Genette, Todov e altri.

[17] “Una ‘storia’ apparteneva a un genere diverso [dalla cronaca]; era scritta in greco antico, imitava gli antichi modelli e forniva un’esposizione degli eventi in cui il principio della connessone e della coerenza prevaleva su quello puramente cronologico. Cercava di spiegare i come e i perché, “poi che invero muto è il corpo della storia se resta privo delle cause delle azioni”. Era anche un ramo della retorica che spesso si trasformava in encomio o in invettiva e di norma comprendeva sia il discorso fittizio sia la digressione etnografica.” (C. Mango, La civiltà bizantina, Laterza, Roma-Bari 1991, p. 275)

“La storiografia bizantina comincia con Eusebio, vescovo di Cesarea. Autore di una cronaca in due libri (fino al 325), egli è uno dei primi cronistorici, le opere dei quali avevano a Bisanzio una notevole importanza. Eusebio scrisse anche una storia della Chiesa (in dieci libri, fino al 324) – fu il primo a scrivere su questo argomento –, e a lui appartiene anche la famosa Vita di Costantino il Grande. Il più importante storico del IV secolo è Ammiano Marcellino, un pagano tollerante, autore delle Res gestae (scritte in latino), concepite come una continuazione dell'opera di Tacito (se ne conservano solo i libri 14-31, che riguardano il periodo dal 353 al 378). Ma, a parte questa eccezione, in questo periodo sono greci gli autori delle opere storiche.[...] Si ha cioè una catena ininterrotta di storiografi: un fenomeno tipico della storiografia bizantina, che ripresenterà anche in seguito. Caratteristica di tutta la storiografia bizantina è anche il suo rifarsi agli esempi della storiografia greca classica; in questo periodo questo fenomeno è riscontrabile soprattutto in Procopio (come pure in Agazia e Simocatta), la cui educazione classicista lo porta a tentare di imitare Tucidide. In ultima analisi si deve anche a questo legame con la tradizione greca classica, se la storiografia bizantina, in generale, è di un livello molto alto, e supera di gran lunga la storiografia medievale occidentale. Accanto alla storiografia in senso stretto dobbiamo considerare la cronografia, un genere di produzione storiografica caratteristica soprattutto di Bisanzio. Giovanni Malala scrisse una cronaca universale che giunge fino agli ultimi anni di Giustiniano. Un'altra cronaca che non ci è giunta completa e che pare giungesse fino al 610, è quella di Giovanni Antiochieno.” (G. Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, pp. 22-23)

“Le fonti più importanti per il periodo di Eraclio e le uniche fonti greche per il periodo dei suoi successori sono le due cronache di Teofano e del patriarca Niceforo. Quella del monaco Teofane, scritta tra l'810 e l'814, è la continuazione dell'incompiuta cronaca universale di Giorgio Sincello. Teofane riprende il racconto dal punto in cui lo aveva lasciato interrotto Sincello, cioè dal periodo di Diocleziano, e termina poco dopo l'ascesa al trono di Leone V, abbracciando così il periodo dal 284 all'813. Teofane lascia molto a desiderare in fatto di dottrina, di comprensione e di obiettività storica, ma la sua opera, che si basa su fonti più antiche, ha un'importanza straordinaria soprattutto per il VII e VIII secolo. Caratteristico della cronaca di Teofane è la sistema cronologico, accuratamente elaborato, che rappresenta la base della cronologia bizantina per i due secoli oscuri. Il racconto è strutturato in modo annalistico, la cronaca di ogni singolo anno viene preceduta da tavole sinottiche in cui accanto all'anno della creazione del mondo e della nascita di Cristo, viene riportato non solo l'anno di regno dell'imperatore bizantino, ma anche quello dell'imperatore persiano, del califfo arabo, del papa e dei quattro patriarchi. Accando all'indicazione dell'anno (secondo la cronologia alessandrina che calcola 5492 anni dalla creazione del mondo alla nascita di Cristo), Teofane dà anche l'indicazione cronologica secondo i cicli d'indizione.[...] La cronaca di Teofane godette a Bisanzio di grande prestigio e fu il punto di partenza di tutta l'annalistica posteriore. Nell'ottavo decennio del IX secolo fu tradotta in latino dal bibliotecario papale Anastasio e così venne conosciuta anche in Occidente.[...] Niceforo, che fu patriarca di Costantinopoli dall'806 fino all'inizio della controversia iconoclasta nell'815, accanto a numerose opere teologiche, scrisse una breve storia che abbraccia il periodo dal 602 al 769, e si basa in parte sulle stesse fonti – a noi sconosciute – che usò Teofane. La cronaca di Niceforo è meno dettagliata di quella di Teofane, ma ha un valore storico altrettanto grande e si distingue per la sua obiettività. Di scarso valore è invece l'epitome cronologica dello stesso Niceforo che va da Adamo fino all'829, anno di morte dell'autore.” (G. Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino, pp. 83-84)

[18] Cicerone, Leggi, I, I, 5.

[19] Greimas rileva il paradosso peculiare agli studi storici, che non si ha “éprouvé le besoin d’établir la distinction terminologique entre la dénomination de la discipline et l’objet qui constitue sa visée” (A. J. Greimas,  “Sur l’histoire événementielle et l’histoire fondamentale” (1970), in Sémiotique et sciences sociales, Seuil, Paris 1976, p. 162)

[20] L’attenta lettura dell’opera marxiana rivela continuamente l’accortezza con la quale Marx ha evitato le trappole della metafisica. Il riferimento teologico diventa addirittura il contrappunto ironico all’affrancamento definitivo dalla metafisica della storia (e nello stesso tempo, il luogo di una ulteriore vittoria della retorica sulla teoria, che le vicende storiche del comunismo avrebbero reso ancora più cocente).

[21] K. Marx, Abbozzo di una critica dell'economia politica (Comunismo e proprietà), corsivo nostro.

[22] K. Marx, Per la critica dell'economia politica, Istituto Editoriale Italiano, Milano 1946, p. 18.

[23] K. Lowith, Storia e fede, Laterza, Roma-Bari 1985, p.125.

[24] M. Eliade, Il mito dell’eterno ritorno, Rusconi, Milano 1975, p.152.

[25] L’espressione è suggerita da Althusser (L. Althusser, “Dal Capitale alla filosofia di Marx”, in L. Althusser, E. Balibar, Leggere Il Capitale, Feltrinelli, Milano, 1971).

[26] “I vecchi problemi dell’analisi tradizionale (quale legame stabilire tra avvenimenti disparati? Come fissare tra loro un nesso necessario? Qual è la continuità che passa attraverso di loro e il significato che finiscono per assumere nel loro complesso? Si può definire una totalità, oppure ci si deve limitare a ricostituire delle concatenazioni?) vengono ormai sostituiti da domande di altro genere: quali strati bisogna isolare gli uni dagli altri? Quali tipi di serie instaurare? Quali criteri di periodizzazione adottare per ciascuna di esse? [...] Quali serie di serie si possono stabilire? [...]” (Michel Foucault, Archeologia Del Sapere.)

[27] “È un po’ di tempo che gente importante come Marc Bloch, Lucien Febvre, gli storici inglesi, ecc., hanno messo fine a questo mito della storia. Praticano la storia in tutt’altro modo, così che il mito filosofico della storia, questo mito filosofico che mi si accusa di avere ucciso, bé, sono contento di averlo ucciso. Era proprio questo che volevo uccidere, non certo la storia in generale. Non si uccide la storia, ma la storia per filosofi, questo si, voglio assolutamente ucciderla.” (M. Foucault, Dits et Ecrits, 1968, p. 695, I)

[28] M. Foucault, Dits Et Ecrits, 1969, p. 815, I.

[29] Buffon, Histoire naturelle, Gallimard, p. 58.

[30] "Rifiuto sistematico a considerare la possibilità di pervenire a una conoscenza `vera' mediante qualsiasi interpretazione dei fenomeni in termini di cause finali, cioè di `progetto'" (J. Monod, Il caso e la necessità, Mondadori, Milano 1997, p. 25).

[31] Ed è quindi naturale che l’unica filosofia della storia ‘forte’ del ventesimo secolo sia il cospirazionismo, che restituisce all’universo un pansemiotismo teologico congetturando finalismi politici dietro ad ogni evento, e giustificando le strategie paranoiche della sovrainterpretazione infinita.

[32] K. Marx, Critica dell'economia politica – Introduzione generale alla critica dell'economia politica (1857) – III. I metodi dell'economia politica.

[33] K. Marx, L'ideologia tedesca, Istituto Editoriale Italiano, Milano 1947, p. 68.

[34] Ibidem, p. 37.

[35] Si veda il dialogo tra il nouveau philosophe Guy Lardreau e lo storico Georges Duby (G. Lardreau, G. Duby, Dialogues, Flammarion, Paris 1992) nel quale la riflessione metodologica sulla storiografia si rivela come unica consistente eredità della filosofia della storia.

Fonte: srs di Raffaele Ventura; da:





venerdì 4 giugno 2010

L’ultraleggero


Valeggio sul Mincio 2 giugno 2010
La potenza  del motore un po’ bassa
la pista un po’  corta
e… il sovraccarico…  garantito!



Bravo Maurizio 

giovedì 3 giugno 2010

El me dotor (il mio dottore)


Al dotor,
se sa,
a qualunque ora se pol telefonar!

Parchè, el dotor:
nol magna
nol dorme
nol va a far la  spesa
no el se lava
nol neta
nol fa l’amor e gnanca a va a pissar!

El dotor  el gha  da aspettar  ci gha da telefonar!
El dotor  nol pol averghe orari,
e si mi sto  mal?
Come pol-lo lu  averghe altro da far?

Insoma
a’sti dotori
quei che sa tuto lori
a tute le ore se por romperghe… i maromi!!!

Laura Avesani     (el me dotor)

mercoledì 2 giugno 2010

MAGLIETTA NERA ROMA/TRIPOLI: Le promesse dell'Italia, tra colonie e campagna elettorale


ANGELO DEL BOCA

Ci risiamo. Il governo italiano, per bocca del ministro degli esteri Fini, rispondendo in parlamento alle interrogazioni dell'opposizione sulle vicende della «maglietta nera» provocatoria del ministro leghista Calderoli, ha ribadito che ci sarà «nuovo impulso al partenariato Roma-Tripoli e che da adesso in poi il governo darà come priorità assoluta alla necessità di chiudere definitivamente il capitolo storico del passato coloniale».

Qual è il capitolo storico del passato coloniale che in realtà non è stato chiuso?

Si tratta di un problema che è sul tavolo fra Tripoli e Roma da almeno 40 anni; già nel 1956 l'Italia si accordò con re Idris per chiudere la questione coloniale, ma fu una conclusione molto gretta e meschina, la somma pattuita era modestissima e oltretutto era compresa la costruzione di un ospedale, in realtà mai stato costruito. Dunque già da allora eravamo in debito.

1969, arriva Gheddafi

Poi nel 1969 arriva Gheddafi a cambiare radicalmente l'atmosfera e il primo provvedimento che attua è la richiesta agli Stati uniti e alla Gran Bretagna di abbandonare le basi aeree che avevano in territorio libico, cosa che avvenne nel giro di pochi mesi tra l'altro la base area di Wilus Field era la più importante base aerea di tutto il Mediterraneo.
Logicamente sarebbe poi toccato all'Italia, presente però ancora con una colonia di 20mila persone, cacciati via in maniera piuttosto brutale.

Ma è bene ricordare che la responsabilità di questa espulsione improvvisa e senza risarcimenti non era solo di Gheddafi, perché in realtà c'era un accordo tra l'allora ministro degli esteri italiano Moro che stava per arrivare a Tripoli e incontrare su questo proprio Gheddafi, saltò all'ultimo minuto per l'ennesima crisi di governo.
Siamo all'inizio degli anni Settanta e Moro preferì i palazzi romani sottovalutando il colonnello africano.
Un fatto che citiamo perché, sappiamo, che lasciò un profondo risentimento in Gheddafi. la riprova fu la quasi immediata cacciata degli italiani costretti, i più, ad abbandonare le loro terre, in una realtà nella quale praticamente gli edifici e le aziende più importanti erano controllate dagli italiani o erano proprietà degli italiani. Molti di loro avevano tolto la terra agli arabi, ma in gran parte erano persone che avevano creato una piccola azienda con il lavoro e questi furono cacciati in malo modo.

Due richieste fondamentali

Da allora Gheddafi ha continuato sistematicamente a rivolgere all'Italia due richieste fondamentali. Primo, il risarcimento dell'occupazione militare italiana e dei danni di guerra.
Secondo, l'operazione di bonifica di tutti i campi minati nella Cirenaica.
Nessuna delle due è stata benché minimamente esaudita.
Ancora nel 1984 Andreotti andava in Libia a promettere un ospedale, che i libici avrebbero voluto della capienza di 1200 letti e l'Italia ne controffriva 100. E' chiaro che con questa disparità non si poteva fare nulla e infatti non si è fatto nulla. Questo ospedale presentato come un regalo in realtà non era un regalo, era ancora l'ospedale pattuito con re Idris quasi trenta anni prima. E poi siamo arrivati ai viaggi di Berlusconi che, in uno dei suoi ultimi viaggi, si è detto pronto a fare qualcosa per chiudere questa partita e anche lui offriva un ospedale, stavolta quantificando anche la cifra, ragguardevole, di 63milioni di euro. Ma, nella sorpresa di Berlusconi, Gheddafi stavolta ha risposto di no.  Ha fatto però una richiesta diversa che è la richiesta della famosa litoranea che va dal confine della Tunisia al confine dell'Egitto. Sono circa 2000 chilometri, un'autostrada a 4-5 corsie, con una spesa enorme che indubbiamente ha spaventato Berlusconi.  E infatti da allora non se n'è più parlato. E siamo a ieri, con Fini che vuole «chiudere il passato coloniale». Era ora, va bene. Ma allora bisogna che arrivino con qualche offerta precisa. Sarà l'offerta ancora dell'ospedale o sarà l'offerta di costruire questa litoranea?

Immigrati da concentrare

Naturalmente Fini concludeva ieri il suo intervento dicendo esattamente queste parole: «...la collaborazione italo-libica come testimoniato dalla fruttuosa cooperazione nella lotta all'immigrazione clandestina riveste importanza strategica per la sicurezza e la stabilità del Mediterraneo».
Resta il discorso di affidare alla Libia questo ruolo di filtro, un ruolo che è stato pattuito negli ultimi due-tre anni, con i frequenti viaggi del ministro degli inetrni Pisanu. Ma è sotto gli occhi di tutti che non è avvenuto nessun cambiamento sostanziale. I disperati continuano ad essere avvistati e arrivano sulle coste italiane. Perché è troppo forte la pressione della disperazione africana, si parla addirittura di un milione e mezzo, due milioni di persone che premono. Ancora una volta perché le promesse non sono state mantenute. Io ricordo che all'inizio si parlava di pattugliare il Canale di Sicilia con motovedette con equipaggio libico e italiano, si parlava di fare una rete di radar per poter individuare questi gruppi che vengono dal deserto, soprattutto dal Ciad, di dotare l'esercito libico di tutta un'attrezzatura, ecc. ecc.
Che cosa è stato fatto? Si sono fatte invece cose negative, cioè quei centri di raccolta che ospitano tutti gli africani ricacciati dall'Italia perché non possono avere asilo politico, sistemati in campi che in realtà non sono campi di raccolta, di smistamento ma autentici campi di concentramento. Quindi facciamo fare ai libici il lavoro sporco, questa è la verità. Negli stessi luoghi dove, per esempio in Cirenaica, cominciò a farli il colonialismo italiano prima e il fascismo poi.

La brutta figura di Fini

La verità è che quella del governo italiano che parla per bocca di Fini è una preoccupazione tutta quanta elettorale. L'arrivo di immigrati in questo momento come l'assalto al consolato libico sarebbe esiziale, teme Berlusconi - l'ha perfino dichiarato - per i destini del centrodestra: addio recupero dai sondaggi. Fino alle brutte figure. Siamo passati dal Fini che annuncia «volevano destabilizzare Gheddafi», allo stesso che ammette che «senza la provocazione di Calderoli forse la rivolta non ci sarebbe stata. E giù consensi, da destra a sinistra (da Maghdi Allam alla Bonino), sulle presunte «manovre» libiche.
Risultato: una risposta a Fini da parte del governo libico inusitata quanto a durezza e ultimativa: «Invitiamo il ministro Fini a smettere di parlare in questo modo e l'attenzione dovrebbe essere diretta a far cessare la fonte del problema che è partito dai giornali danesi ed è continuato con le affermazioni e le posizioni del ministro Calderoli». Una sberla e uno schiaffo.
Quando uno cerca di far passare quell' ignobile spot fatto da un ministro come «gesto che non ci rappresenta». Intendiamoci, il momento è brutto per Gheddafi che ha subito in molte occasioni tentativi di destabilizzazione e colpi di stato, sii parla addirittura di una trentina, il governo ne ammette ufficialmente soltanto due. Una decina di anni fa, proprio in Cirenaica - dov'è scoppiata ora la sommossa - ha addirittura fatto intervenire esercito, marina e aviazione per reprimere una sommossa d'impronta integralista. Le difficoltà esistono, ma non possono servire a Fini per coprire il disastro del governo italiano «ben» rappresentato da Calderoli. Dunque questo governo può rabberciare le cose in chiave elettorale ma ha dimostrato di non rappresentare una sponda di pace nel Mediterraneo.

La dichiarazione post-fascista

Per finire. Fini dichiara di voler chiudere il contenzioso coloniale in modo così convincente che non ho mai sentito da nessuno dei suoi predecessori. Sarebbe davvero la grande occasione più volte rimandata per fare quella dichiarazione sul passato coloniale italiano che Gheddafi aspetta con più impazienza della stessa realizzazione della litoranea. Una dichiarazione che riconosca in maniera assoluta che l'occupazione italiana in Libia è stata brutale, come già ha fatto l'ex presidente Scalfaro quando fu in visita in Etiopia e parlò chiaramente: «Furono anni di sangue, noi chiediamo scusa».
Sarebbe ancora più rilevante se a farla fosse proprio Gianfranco Fini, un leader post-fascista.

Fonte: srs di Angelo Dal Bocca, da il manifesto  del  23 Febbraio 2006


martedì 1 giugno 2010

ITALIANI BRAVA GENTE?

L'ultimo libro di Angelo Del Boca

IL FALSO MITO  DEGLI “ITALIANI BRAVA GENTE” CRIMINI ED IMPRESE DELITTUOSE DEGLI ITALIANI IN PATRIA E ALL’ESTERO IN 150 ANNI DI STORIA NAZIONALE


“Gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi”. Questa è solo una delle tante testimonianze raccolte durante l’occupazione delle truppe italiane in Slovenia, tra l’aprile del 1941 ed il settembre del 1943. Era contenuta in un rapporto “riservatissimo” di un funzionario civile indirizzato all'alto commissario per la provincia di Lubiana. Nell’arco appena di due anni, nel solo territorio di Lubiana, furono almeno 1000 gli ostaggi fucilati dall’esercito italiano, 8000 le persone eliminate, 3000 le case incendiate e 800 i villaggi completamente devastati, 35.000 i deportati in Italia nei campi di concentramento, tra loro moltissime donne e bambini. Nel solo lager di Arbe perirono di fame in più di 4500. Sono le cifre spaventose e crudeli di un tentata “bonifica etnica” che ha visto protagonista il nostro paese, documentata da Angelo Del Boca nel suo ultimo libro “Italiani, Brava gente?” (Neri Pozza Editore, 318 pagine, 16 euro).

LA GUERRA AL “BRIGANTAGGIO”

La ricerca di Del Boca, il maggior storico del colonialismo italiano, spaziando in 150 anni di storia nazionale, dal processo di unificazione alla seconda guerra mondiale, ha preso in esame solo alcune fra le più gravi imprese delittuose compiute dagli italiani in patria e all’estero. Il quadro che ne emerge dimostra come il nostro popolo si sia comportato in modo brutale, esattamente come altri popoli in circostanze analoghe. Sotto accusa il falso mito dell’italiano “buono”, una sorta di “artificio ipocrita”, dietro il quale si sono consumate, ma anche nascoste infamie di ogni tipo.

Indicando fonti ed una ricchissima bibliografia, questo “viaggio allucinante”, dopo un’ampia introduzione sul difficile cammino degli italiani verso l’unità del paese, inizia proprio da casa nostra, dalla cosiddetta guerra al “brigantaggio”.  Una pagina poco studiata e soprattutto colpevolmente misconosciuta, forse per non intaccare altri miti risorgimentali.

Il movimento di rivolta ebbe inizio subito dopo l’unificazione, nel 1861 in Basilicata. Animato da bande entro cui erano confluiti migliaia di soldati dell’esercito borbonico, accanto a “braccianti senza terra e paesani che rifiutavano la leva obbligatoria e gli inasprimenti fiscali”, si estese rapidamente alle altre regioni del sud. Per reprimerlo furono inviati più di centomila soldati, al comando del generale Enrico Cialdini, “terrorizzando le popolazioni che davano rifugio ai fuorilegge e spesso incendiando i loro villaggi e le loro masserie, e procedendo infine a fucilazioni senza processo o con sbrigative sentenze emesse sul campo dai tribunali militari”. Le esecuzioni dei “briganti” avvenivano solitamente “nella piazza principale dei paesi dinnanzi a folle atterrite”.

A Pontelandolfo e a Casalduni, in provincia di Benevento, il 14 agosto 1861, per rappresaglia dopo uno scontro che vide soccombere un ufficiale e 44 soldati, furono massacrati centinaia di inermi, molti, tra loro, quelli bruciati vivi, stuprate le donne, saccheggiata la chiesa. Di Pontelandolfo, abitato da seimila anime, non rimase in piedi che qualche casa. L’ordine era stato perentorio: “di quei due paesi non rimanga più pietra sopra pietra”. Per quelle stragi non ci fu alcun processo.

Le statistiche sulle vittime di questa campagna, che si protrasse fino al 1865 ed in qualche regione fino al 1870, risultano ancora oggi “scarse e sicuramente incomplete”. 
Una stima ritenuta attendibile parla comunque di 9.863 fucilati, 10.604 feriti e 13.629 arrestati. Fu in realtà, dice Del Boca, “una guerra di tipo coloniale, che anticipò, per inaudite violenze e il disprezzo degli avversari, quelle poi combattute in Africa”. Una specie di apprendistato.

IN AFRICA ORIENTALE

L’Italia sbarcò in Africa con propri corpi di spedizione negli ultimi decenni dell’ottocento. La prima impresa porta la data del febbraio 1885 con l’invio dei primi contingenti per prendere possesso del porto di Massaua in Eritrea. Successivamente nell'ottobre del 1911 prese il via la campagna per la conquista della Libia.

Non ci fu alcuna “missione civilizzatrice” ma solo una brutale segregazione delle popolazioni locali, costrette al lavoro forzato e a subire il sistematico saccheggio delle proprie ricchezze. In Eritrea furono allestiti campi di detenzione per migliaia di oppositori, tra gli altri il famigerato penitenziario di Nocra, ma anche tollerata la tratta degli schiavi, i cui scambi venivano registrati con tanto di marche da bollo italiane.
In Libia furono erette forche ovunque. Migliaia le sentenze capitali arbitrariamente eseguite ed innumerevoli le rappresaglie. La deportazione di libici in Italia nelle isole Tremiti rappresentò una delle pagine più vergognose di questa oppressione coloniale, all’origine di centinaia di decessi anche fra vecchi e bambini. In un rapporto di un tenente colonnello al proprio generale si arrivò anche in quegli anni a scrivere di distinti ufficiali che raccontavano orgogliosi di “arabi trovati feriti gravemente inondati di benzina e bruciati”, di altri “gettati in pozzi e chiusi dentro”, di “fucilati senza alcuna ragione che quella di un feroce capriccio”.

In Libia, Eritrea, Somalia ed Etiopia intere regioni furono messe a ferro e fuoco. Si bombardarono i civili e si deportarono, come nel caso della cirenaica, intere popolazioni, costringendo migliaia di persone a marce forzate di oltre mille chilometri, imprigionando in campi di concentramento, allestiti in territori torridi e malsani, oltre 90 mila persone. Nella lunga guerra di aggressione all’Etiopia furono utilizzati gas e micidiali armi chimiche, proibite dalla convenzione di Ginevra. Tonnellate e tonnellate di bombe per l’aeronautica caricate ad iprite e granate per l’artiglieria piene di arsine. In questo quadro anche la strage di duemila preti e diaconi assassinati nella città conventuale di Debra Libanòs, a seguito di un attentato, ad Addis Abeba, al “viceré d’Etiopia” Rodolfo Graziani, che scatenò la “più furiosa e sanguinosa caccia al nero che il continente africano avesse mai visto”. Tre giorni in cui si massacrarono, secondo fonti etiopiche, circa 30.000 persone.

UNA STIRPE DI CRUDELI GUERRIERI

“Le responsabilità di questi brutali comportamenti” - asserisce Del Boca - “vanno soprattutto addebitate a minoranze che perseguivano, spesso a imitazione di progetti stranieri e coevi, programmi di espansione imperialistica e, all’interno del paese, l’edificazione di uno Stato forte, in grado di competere con le nazioni vicine e persino di esportarvi la propria dottrina”.
Una chiave di lettura che rimanda alla storia delle nostre classi dirigenti, alle sue ottuse caste militari, ai suoi criminali di guerra, come Luigi Cadorna, il “macellaio”, tra i principali responsabili del sacrificio, nel primo conflitto mondiale, di quasi 800.000 soldati, fra morti, feriti e prigionieri, mandati allo sbaraglio in ripetute quanto insensate “spallate” sul fronte dell’Isonzo.
 Rimanda soprattutto alla responsabilità di chi favorì l'ascesa del fascismo e di Benito Mussolini, il delirante cultore della “trasformazione di una popolazione, come quella italiana, ancora prevalentemente contadina e complessivamente mite, in una stirpe di crudeli guerrieri”.
Le centinaia di foto rinvenute nelle tasche dei soldati italiani fatti prigionieri dagli etiopi, in posa e sorridenti davanti a patiboli con cadaveri ancora penzolanti o reggendo teste mozzate, con sul volto il disprezzo tipico dei razzisti, sono ancora lì a dimostrare quanti orrori abbia potuto produrre questa tentata mutazione antropologica.

Anche la cosiddetta “resa dei conti” che, anni dopo, accompagnò la caduta della RSI, riporta al lungo accumulo di violenza prodottasi nel ventennio fascista. Si “riannoda” come reazione “al manganello, alla pistola, al pugnale, alla bomba a mano, ossia agli strumenti delle squadracce antemarcia”, ai 600 giorni di Salò e alla ”pubblica esibizione dei corpi degli impiccati e dei fucilati” nelle repressioni antipartigiane, alla vergogna degli ebrei italiani consegnati ai tedeschi e caricati sui treni diretti ai campi di sterminio. Una violenza che ha finito per “ritorcersi” su chi l’ha praticata. Anche se “non risulta” - sottolinea opportunamente Del Boca - “che la Resistenza abbia avuto le sue ‘ville tristi’ o che abbia praticato la tortura”.

Le cifre, finalmente basate non su fantasiose esagerazioni e strumentalizzazioni di parte, ma su dati ufficiali, attendibili e comparabili, indicano in poco più di 9 mila i caduti di parte “repubblichina” in questo periodo, a fronte dei 4.000 partigiani, uccisi solo tra il 25 aprile e il primo maggio, “ossia il 10 per cento delle perdite dell’intera guerra di liberazione”.

IL FILO NERO

Ma questo filo nero, intessuto di infamie di ogni tipo, non si è spezzato neanche dopo. L'Italia è stato il paese che pur subendo, nella seconda guerra mondiale, oltre 400 stragi da parte dall'esercito tedesco in fuga, affiancato in questa carneficina da SS e fascisti, con almeno 15 mila vittime fra la popolazione civile, ha deciso scientemente di occultare, attraverso decisioni governative, tutta la documentazione relativa ai responsabili, garantendo agli aguzzini un'assoluta impunità. E' la stessa nazione che ha negato ai governi della Jugoslavia, Albania e Grecia, la lunga lista dei propri criminali di guerra. L'unico paese in Europa occidentale che ha conosciuto nel dopoguerra un feroce terrorismo stragista di marca fascista, con centinaia di vittime innocenti, nel contesto di ripetuti tentativi di eversione dell'ordine democratico con il coinvolgimento di ampi settori dello Stato, non riuscendo mai ad ottenere giustizia nella aule dei suoi tribunali.

Il mito degli “italiani brava gente” ne esce, in conclusione, in frantumi. Un popolo, il nostro, né migliore né peggiore di tanti altri.

Un ultima annotazione. Il libro di Angelo Del Boca meriterebbe certamente di essere adottato come testo nelle scuole medie superiori, oltre che inserito nei corsi per gli studi universitari. Non è il solo lavoro pregevole di questi anni su aspetti poco conosciuti o travisati della storia del nostro paese. Citiamo, fra gli altri, “Italiani senza onore” di Costantino Di Sante (Ombre Corte Edizioni), “Operazione ‘Foibe’. Tra storia e mito” di Claudia Cernigoi (Kappa Vu Edizioni) e “Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943” di Alessandra Kersevan (Kappa Vu Edizioni). Ciò fa ben sperare.

Fonte:  srs di SAVERIO FERRARI  da    Redazione Osservatorio Democratico,  redazione;  Milano, 28 novembre 2005


lunedì 31 maggio 2010

Etiopia: Italiani, gente non tanto brava

Morti etiopi ammassati dopo l'attacco di Graziani

Nel monastero di Debre Libanos, dove sessantotto anni fa gli uomini del maresciallo Graziani massacrarono a sangue freddo forse duemila fra monaci e pellegrini per vendetta.

Di Emiliano Bos

Debre Libanos. Inerpicarsi nella stagione delle piogge sui monti Entoto, alle spalle di Addis Abeba, è come essere catapultati in una cartolina delle Highland scozzesi. Cielo plumbeo e un caleidoscopio di tonalità di verde. Abbandonate le ultime baracche della capitale, la strada si attorciglia in tornanti, porta a un valico che spalanca gli altipiani dello Scioà, culla degli imperatori d'Etiopia.  All'alba, una teoria infinita di donne, adolescenti e anziane - a piedi nudi - scende in senso opposto verso la città. Sulla testa, il fardello di fascine di legna: moneta di scambio dell'economia informale al mercato di Addis Abeba, distante ancora un'ora di cammino.  Qualche chilometro più in là ci si rende conto dell'interminabile salita che queste sherpa etiopi hanno percorso insieme ai loro muli prima di svalicare in discesa verso la capitale. Lo stradone ora s'allarga: l'antica direttrice - che conduce ai santuari ortodossi a nord del Paese e alla valle del Nilo - porta le cicatrici del periodo coloniale. Conduce a uno dei luoghi della memoria più tristi dell'occupazione fascista tra il 1935 e il `41: il monastero di Debre Libanos, dove un numero ancora imprecisato di monaci, diaconi e pellegrini - di certo oltre 1.400, probabilmente più di 2.000 - venne massacrato per rappresaglia all'attentato cui scampò nel 1937 ad Addis Abeba il maresciallo Rodolfo Graziani, Viceré d'Etiopia.

«La pagina più odiosa del colonialismo italiano»,  la bolla Angelo Del Boca, storico e giornalista, studioso di quel periodo.

Cento km d'asfalto

«Di recente la strada è stata riasfaltata grazie alla generosità dei giapponesi, ma solo per cento chilometri» sogghigna Meskel, che guida con disinvoltura il fuoristrada. A destra e a sinistra praterie verdissime, punteggiate di capanne. I cow-boy dell'altopiano cavalcano avvolti nel gabi, un mantello bianco che li fascia stretti. Eucalipti, acacie e qualche agave. Distese di tef, il cereale usato per impastare l'injera, il pane soffice che è qualcosa di più di un piatto nazionale. Un'improbabile stele - di dubbio gusto proprio qui, nella terra che ha generato questi monumenti funebri - conferma a imperitura memoria dei non molti automobilisti di passaggio l'investimento di riqualificazione stradale del governo nipponico. Una curva brusca a destra e il terreno d'improvviso sconnesso introducono al santuario di Debre Libanos.

Benvenuti nella Lourdes d'Etiopia.

 «Vaticano» degli ortodossi. Santuario fondato nel XIII secolo - si dice - da Tekla Haimanot, uno dei santi più venerati di tutto questo paese, che oggi con oltre 70 milioni di abitanti è il secondo più popoloso dell'intera Africa. Con le sue 85 comunità etniche è un mosaico di popoli e culture quasi unico nel continente. I fedeli arrivano qui a migliaia a bordo di ogni mezzo di trasporto. Poi camminano qualche chilometro prima di raggiungere la spianata del santuario. Sul ciglio della strada pellegrini, mendicanti, venditori di souvenir religiosi, anziani, piccoli vestiti di cenci, aspiranti parcheggiatori per i veicoli dei pochi turisti. Ma soprattutto una distesa di ammalati, storpi e menomanti: qui la cecità costituisce ancora un handicap diffusissimo (6 medici ogni 100.000 abitanti), una condanna senza appello alla miseria. È olfattivo il primo impatto sul piazzale del monastero: un fetore acre prende lo stomaco. L'odore della malattia.
Dell'antico edificio non resta più nulla, incenerito nelle lotte secolari tra cristiani e musulmani. Quella attuale è una chiesa costruita nel 1961 per volontà di Hailé Selassié. Il cupolone ora accesso dal sole sovrasta due blocchi cubici marmorei, sulla facciata le vetrate istoriate filtrano i raggi. Il caravanserraglio di rumori sembra fermarsi davanti alla sobria cancellata d'ingresso. Sul piazzale si prega sotto variopinti ombrelli colorati, spicchi color arcobaleno usati nelle cerimonie ma utili anche per difendersi dal caldo che inizia a picchiar forte. Quello che non si vede, dal sagrato, è la posizione mozzafiato di questo tempio. Abbarbicato sugli strapiombi di una rupe che poi precipita in un canyon scavato dall'erosione delle acque, non lontano dal leggendario Nilo Azzurro.

Cospiratori eritrei

In questo luogo sacro e isolato cercarono rifugio Moges Asgedom e Abriha Deboch, i due giovani cospiratori originari dell'Eritrea che lanciarono una gragnola di bombe a mano contro Graziani nel febbraio di 68 anni fa. Ne è certo Jan Campbell, esperto di sviluppo sostenibile della Banca Mondiale e appassionato ricercatore della storia recente d'Etiopia. «Fuggirono probabilmente nella notte da Addis Abeba a bordo di una Plymouth americana, come mi ha confermato Ato Tebeba Kassa, un testimone dell'epoca», racconta per telefono da Washington.
Le truppe italiane, dopo aver disseminato di morti la capitale etiopica («con gli strumenti del più autentico squadrismo fascista», annotò Ciro Poggiali, inviato speciale del Corriere della Sera), salirono a nord verso l'antico santuario copto, sotto i comandi del generale Pietro Maletti.

Del Boca ha ricostruito che nella loro marcia di avvicinamento a Debre Libanos, gli zelanti esecutori fascisti - tra cui i «feroci eviratori della banda di Mohamed Sultan» - bruciarono oltre 115.000 tucul (le tipiche capanne), tre chiese, un convento e 2.523 ribelli.
Giunti nella zona del santuario, Maletti ricevette le prove di una rapida inchiesta che avrebbe confermato la complicità dei monaci di Debre Libanos con gli attentatori.
In risposta, Graziani telegrafò a Maletti: «Passi per la armi indistintamente tutti i monaci, compreso il vicepriore». «La carneficina - dice oggi Del Boca - venne compiuta senza un minimo di certezza, ma solo per il sospetto che due eritrei coinvolti nell'attentato si fossero rifugiati dai monaci».
L'indagine dei carabinieri «fu troppo rapida, si comportarono in modo ignobile» aggiunge il professore torinese, 80 anni, che sta scrivendo un altro libro sul periodo coloniale, nel quale rievoca questo massacro (eloquente il titolo del volume: «Italiani, brava gente?»).

Le ricerche storiche hanno permesso ormai di costruire con ampi margini di chiarezza quello che avvenne: monaci, sacerdoti, diaconi, pellegrini e il vicepriore di Debre Libanos, vennero passati per le armi. «Maletti - spiega ancora Del Boca - si trovò davanti circa 4-5000 persone e fece una selezione. Se le cifre di Campbell e dello studioso etiope Degife Gabre Tsadik sono corrette, le vittime potrebbero essere oltre 2.000. Furono massacrati anche i poveri pellegrini arrivati il giorno prima a Debre Libanos». Alcuni vennero uccisi nella zona del convento; i cadaveri vennero trasportati con i camion verso il canyon a sette-otto chilometri dal luogo del crimine. Altri invece, sempre a bordo di camion, furono portati in un villaggio isolato e finiti a colpi di mitragliatrice sul bordo di un dirupo, precipitando nella gola di un torrente.

Radicale repulisti

Era il «radicale ripulisti» voluto da Graziani e già compiuto contro tutti gli oppositori ad Addis Abeba nei due mesi successivi all'attentato.
Il Viceré - ricevuto da Maletti un dettagliato resoconto dell'eccidio - inviò soddisfatto questo telegramma al Duce: «È titolo di giusto orgoglio per me aver avuto la forza d'animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, dall'Abuna all'ultimo prete o monaco».
 Più che farle tremare, quelle viscere vennero disseminate nella stretta gola di Zega Waden, una manciata di chilometri a nord del monastero. «A Laga Wolde, presso il villaggio di Shinkurt'» conferma Campbell, che di quella terribile esecuzione di massa possiede uno schizzo preciso, eseguito forse da un italiano. Mostra la stretta gola asciutta di un torrente, i camion carichi delle vittime predestinate, e i treppiedi delle mitragliatrici posizionati per aprire il fuoco: i fucili dei plotoni di esecuzione, infatti, non sarebbero bastati. Sotto il precipizio, resta una desolante «valle della morte», dove negli Anni Novanta Campbell e Gabre Tsadik hanno ritrovato teschi, ossa e frammenti di tuniche bianche corrose dal tempo.

«L'ultimo testimone del massacro è morto qualche mese fa» ci dice il diacono Belet Agash, una delle guide del monastero. «
Nel maggio del 1974 la gente ha raccolto le ossa dei caduti di Shinkurt' e ha costruito questo piccolo sacrario» aggiunge Belet, anch'egli avvolto in un pesante gabi bianco, con un cappello di lana calcato sulla fronte. All'esterno della cancellata del monastero mostra l'unico monumento funebre dell'eccidio di Debre Libanos. Un piccolo edificio in muratura bianca, a un piano, circondato da una piccola balaustra di ferro e erba incolta. Sono sul tetto ci sono dei ragazzini. Un targa in amarico ricorda la strage di monaci e pellegrini. Impossibile entrare. «All'interno ci sono tre casse con le ossa di circa seicento persone». E le altre? Il diacono alza le spalle, come a dire «Non so». Probabilmente, sussurra, sono ancora nel dirupo. Sicuramente dimenticati dalla storia e dagli italiani. Forse anche dagli etiopi.

Guerre d'Africa dell'Italia nera

«Con l'Etiopia abbiamo pazientato quarant'anni. Ora basta!»: così il 2 ottobre 1935 Benito Mussolini annuncia l'inizio della guerra contro l'imperatore Hailé Selassié. È l'ultima tappa della disastrosa avventura coloniale italiana e fascista. Dopo la clamorosa batosta di Adua nel 1896, la campagna di Libia nel 1911-12, la conquista della Somalia (in realtà «affittata» dal sultano di Zanzibar per 150.000 sterline e poi comprata) il Duce vuole un impero.
All'inizio di maggio del 1936 il generale Pietro Badoglio conquista Addis Abeba: Mussolini proclama l'Impero italiano d'Etiopia e assegna la corona a Vittorio Emanuele III. Il prezzo pagato dagli etiopici è enorme: nella campagna militare sono utilizzati in modo indiscriminato gas chimici e armi batteriologiche. Secondo Angelo Del Boca, fino al 1939 vengono sganciate 2.121 bombe all'iprite, per un totale stimato in 500 tonnellate. Negli archivi italiani sono conservati i telegrammi del Duce che autorizzano «l'uso di qualunque gas e dei lanciafiamme su vasta scala». L'Etiopia è la pagina più tragica dell'intero periodo.
Dopo l'attentato dal quale scampa il 19 febbraio 1937 ad Addis Abeba, il viceré Graziani lancia una durissima rappresaglia. In pochi giorni mette a ferro e fuoco la capitale. Camicie nere, civili italiani ed ascari libici sterminano un numero imprecisato di etiopi: 1.000 morti secondo Graziani, da 1.400 a circa 6.000 stando ai testimoni stranieri, oltre 30.000 per la storiografia etiopica. «Sto facendo fare tabula rasa senza misericordia» scrive il Viceré al Duce: oppositori, ribelli, l'intellighenzia della comunità Ahmara - deportati in veri campi di concentramento. La vendetta si abbatte poi su indovini e cantastorie, accusati di vaticinare la caduta dell'impero. Infine sul clero, come dimostra la strage di Debre Libanos. I
 massacri perpetrati dagli italiani provocano una sollevazione che in breve porta alla sconfitta del fascismo in Africa. Il Duce - di lì a poco - trascina l'Italia e l'Europa nell'abisso del secondo conflitto mondiale, facendo dimenticare il genocidio africano e i crimini di guerra coloniali, rimasti a tutt'oggi impuniti. (ma. bo.)

Fonte: srs di Emiliano Bos da il manifesto - 05 Maggio 2005

domenica 30 maggio 2010

I deportati dalla Libia in Italia


Omar El Mukhtar, capo della resistenza libica, dopo l'arresto e prima dell'esecuzione


Intervista a Angelo Del Boca «La guerra del 1911 crimine della nostra storia.». Domani ( 29 ottobre 2007) un convegno a Roma

I danni di guerra sono stati rimborsati con taccagneria. Resta aperto il contenzioso con la Libia di Gheddafi che si aspetta a saldo dei suoi 100mila morti non promesse materiali ma il riconoscimento del loro sacrificio negato 29 ottobre 1911, alle Tremiti e a Ustica sbarcano i primi 2.975 esiliati. Presi a caso per le strade di Tripoli, stivati a forza nelle navi, senza alcuna prova di colpevolezza. Fra di loro bimbi in tenera età, donne e vecchi. Molti non sopravvivranno

Tommaso Di Francesco

Si apre domani, 29 ottobre, all'Archivio centrale di stato (ore 10, piazzale degli Archivi, 27) il convegno «I deportati libici in Italia negli anni 1911- 1912».
La data del 29 ottobre è stata scelta perché è quella dell'arrivo della prima nave di esiliati libici nelle Isole Tremiti. Il Comune del piccolo arcipelago è il promotore dell'iniziativa. Che ha il patrocinio del Ministero degli esteri italiano, la collaborazione dell'Ambasciata libica, dell'Isiao, insieme alla collaborazione dei comuni di Favignana, Ponza e Ustica, che hanno avuto il triste primato di avere ospitato i luoghi di detenzione dove si è consumata la vita di centinaia e centinaia di disperati. Abbiamo rivolto alcune domande ad Angelo Del Boca storico del colonialismo italiano.

L'avventura coloniale italiana in Libia (1911-1943) mostra da subito particolari forme di repressione: rappresaglie, uso di gas asfissianti proibiti e bombe incendiare contro i civili, i primi campi di concentramento per civili del ventesimo secolo.  Perché questa violenza rabbiosa e diffusa, tanto che lei nelle sue opere parla di genocidio?

La reazione violenta e rabbiosa delle autorità civili e militari italiane fu causata, innanzitutto, dalla spiacevole sorpresa di vedere che i libici solidarizzavano, al momento dello sbarco, nell'ottobre del 1911, con le truppe turche di guarnigione ed anzi costituivano i reparti più aggressivi. Giolitti, male informato, era persuaso che gli abitanti della Tripolitania e della Cirenaica attendessero l'arrivo degli italiani con autentica gioia. Deluso ed irritato, inviava al generale Caneva quei nefasti telegrammi con i quali ordinava stragi e deportazioni. Non soltanto gli italiani avevano sottostimato il patriottismo arabo, ma erano convinti che un «popolo di beduini» non sarebbe stato in grado di opporre una valida resistenza. Dovevano amaramente ricredersi. Già il 23 ottobre subivano, a Sciara Sciat, una pesante sconfitta con un bilancio di 21 ufficiali e 482 soldati uccisi. Ma non era che l'inizio. Nel 1915, durante la «grande rivolta araba», gli italiani avrebbero perso tutti i territori conquistati ed avrebbero conservato soltanto alcuni porti, dopo una frettolosa e disperate ritirata che era costata diecimila morti.
Ci vollero vent'anni per riconquistare integralmente la Libia e l'uso di tutti i mezzi, compresi quelli proibiti. In effetti, la civilissima Italia giungeva ad impiegare l'iprite e il fosgene sulle popolazioni civili, nonostante che il governo di Mussolini avesse firmato la convenzione di Ginevra che proibiva l'impiego dei gas.

Quanti furono i deportati libici nel paese, gli esiliati fuori dalla Libia nelle isole italiane che allora erano tra i luoghi più impervi e malsani, e quante le vittime di questa repressione di massa?

I deportati libici in Italia superarono i 4 mila nel solo ottobre del 1911. In seguito, dopo ogni rovescio, le colonie penali italiane vedevano giungere altri confinati, dei quali però non è stato possibile tenere precisa contabilità. Siamo, invece, molto più informati sui libici che furono internati nei campi di concentramento del Sud-Bengasino e della Sirtica. Come è noto, l'idea di rinchiudere in tredici lager gran parte della popolazione della Cirenaica venne al generale Badoglio quando si accorse che la controguerriglia tradizionale non dava alcun frutto ed era assolutamente necessario isolare Omar el-Mukthar e i suoi mugiahidin.
Scriveva infatti Badoglio e Graziani: «Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben preciso tra formazioni ribelli e popolazione sottomessa. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione». Badoglio era perfettamente consapevole del pericolo che incombeva sui libici, ma non modificò i suoi piani. Il risultato fu che dei 100 mila libici internati nei lager, 40 mila morirono per le epidemie, le spaventose condizioni igieniche dei campi, la scarsa e cattiva alimentazione, le frequenti decimazioni.

Quanto la mancanza di una memoria storica accettata - tuttora i libri di testo italiani non menzionano queste atrocità ed è ancora impossibile vedere il film sull'eroe libico Omar el-Mukhtar giustiziato dalle truppe d'occupazione fasciste guidate da Graziani - ha alimentato al contrario il mito di una occupazione italiana bonaria, alla «brava gente»?

Ovviamente su tutto ciò che accadeva di violento e negativo in Libia l'opinione pubblica italiana non veniva informata. La censura era rigidissima sia nel periodo della liberaldemocrazia che durante il ventennio fascista. Ma ciò che sorprende e indigna è che il silenzio sulle deportazioni e le stragi, consumate in Libia come in Etiopia, è stato mantenuto in Italia anche nel secondo dopoguerra, a libertà e democrazia ristabilite.
Ancora oggi i testi scolastici, salvo poche eccezioni, ignorano quei gravissimi fatti o li minimizzano. E si dà il caso che un film sulla resistenza libica, «Il leone nel deserto», sia stato in pratica proibito e visionato soltanto nei cineclub. Ciò che prevale ancora oggi in Italia, nonostante le precise ed assordanti rivelazioni sui misfatti del colonialismo italiano, è una visione mitica e bonaria delle nostre imprese coloniali.

In che modo questa responsabilità storica ha costituito e costituisce un elemento irrisolto di quello che il governo libico chiama «mancato risarcimento delle vittime»? Cosa chiede ancora la Libia che non non riusciamo ad esaudire ma che promettiamo soltanto?

I risarcimenti dei danni di guerra, richiesti dalla Libia e dall'Etiopia, sono stati rimborsati con estrema taccagneria, al punto da aprire, specie con la Libia di Gheddafi, un eterno contenzioso. Si è allora cercato, con altrettanta grettezza, di saldare il debito materiale e morale con la promessa di costruire un ospedale o una strada litoranea. Ma ciò che si attendono veramente i libici, a saldo dei loro 100 mila morti, non sono tanto dei beni materiali quanto il riconoscimento del loro sacrificio, della loro dignità troppo a lungo calpestata, del loro patriottismo sovente negato. Salvo alcune nobili parole dell'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema, il 1º dicembre 1999, dinanzi al monumento ai martiri di Sciara Sciat, i vertici dello Stato italiano continuano ad ignorare i fatti e i loro debiti morali.

Come giudichi questa iniziativa nella quale, dopo il mausoleo allestito alle Tremiti l'anno scorso, proprio le piccole isole della deportazione prendono la voce della memoria?

Mi sembra estremamente lodevole che sia stato il sindaco delle Isole Tremiti a convocare questa giornata di studi sui deportati. E' proprio nelle Tremiti e ad Ustica che sbarcano, tra il 29 ottobre e il 3 novembre 1911, i primi 2.975 deportati. Sono stati raccolti a caso per le strade di Tripoli e poi ammucchiati nelle stive delle navi, senza alcuna prova di colpevolezza. Fra gli esiliati ci sono bimbi in tenera età, donne e persino un vecchio di 90 anni. Molti non sopravviveranno ai rigori della prigionia, alla cattiva alimentazione, all'angoscia per la separazione dai famigliari.

La disperazione dei deportati libici rimanda alla nuovissima tragedia dell'immigrazione che fugge dalla grande miseria dell'Africa. Non ti sembra che permanga una forma malcelata di colonialismo nella pressante richiesta da parte italiana e europea - il muro di Shengen - alla Libia perché si trasformi in gendarme degli immigrati?

I Centri istituiti in Libia negli ultimi anni, nell'ambito della lotta all'immigrazione clandestina, con il consenso e il finanziamento delle autorità italiane, non si possono configurare certo come autentici campi di concentramento, ma essi rientrano tuttavia in quel novero di strumenti odiosi che credevamo estinti. Pertanto rivolgiamo un invito alle autorità italiane e libiche a ricercare strumenti più umani per risolvere i problemi della convivenza. Aggiungere sofferenze a sofferenze non fa che acuire il contrasto fra il sud e il nord del pianeta, con tutte le conseguenze che sappiamo.

Fonte: srs di Tommaso Di Francesco;  da  Il manifesto 28 ottobre 2007


«Alle Tremiti siamo in 400, come tutti gli esiliati libici morti»

Nell'isola è stato edificato nel 2006, sopra la grande fossa comune, il primo mausoleo italiano per i deportati libici. Il sindaco Calabrese: «Per restituire dignità»

Tommaso Di Francesco

«I« deportati libici in Italia negli anni 1911-1912»: è il titolo del convegno che si apre domani, lunedì 29 ottobre 2007, a Roma presso l'Archivio Centrale dello stato (piazzale degli Archivi, 27 - ore 10) organizzato dal Comune delle Isole Tremiti, con il patrocinio del Ministero degli esteri e in collaborazione con l'Ambasciata di Libia, l'Isiao - Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente, l'Archivio centrale dello Stato, il Centro studi storici di Tripoli, e ancora piccole isole che hanno visto la deportazione coloniale come i comuni di Favignana, Ponza, Ustica. Ed è sicuramente un dato di valore che una memoria così troppo spesso non accettata, quella del colonialismo italiano, sia invece ricordata dalle piccole isole che, stavolta sono state capaci di coinvolgere con la loro iniziativa anche il governo italiano.

«Il senso di questa iniziativa - ci spiega Giuseppe Calabrese, sindaco delle Tremiti - è innanzitutto questo: noi isolani abbiamo voluto restituire dignità a persone che non ci sono più, di qualunque nazionalità siano, perché la dignità non ha colorazioni particolari, e che finora invece erano stati quasi cancellati, messi alla rinfusa in anonime fosse comuni. Perché secondo me la storia delle persone va rivalutata, a qualunque realtà nazionale appartengano. Per noi la dignità ha un solo colore e quindi abbiamo voluto ridare dignità a morti che erano sulle nostre isole così messi alla rinfusa, dimenticati in una fossa comune e abbiamo voluto dare loro un riconoscimento che finora non è ancora arrivato da nessuno».

Gli abitanti delle isole Tremiti, racconta il sindaco, sono circa 400, quasi quanto gli stessi deportati seppelliti. E le piccole isole che sulla memoria diventano grandi - chiediamo? «C'è stato come una scambio, pieno di scoperte - continua Giuseppe Calabrese - che riguarda perfino cimiteri di pescatori in isole dell'Egeo, ma che vuole impegnarsi anche sui cimiteri spesso dimenticati dei caduti italiani nelle avventure coloniali italiane».

Il fatto è che il comune delle Tremiti dal 2006 ha anticipato questa iniziativa sulla memoria. «Sin da ragazzo passavo nella parte più lontana dell'isola di S. Nicola dove c'è un cimitero che risale all'epoca dei benedettini» spiega il sindaco. Lì c'era un'abbazia ed era all'epoca l'unica isola abitata. Sopra ci passavano capre e le persone non sapevano nemmeno che laggiù in fondo fossero stati seppelliti in una fossa comune i deportati libici morti di stenti e malattie alle Tremiti.

Così, con un po' di fondi messi a disposizione dal ministero degli esteri e un po' di soldi trovati tra gli isolani, le Tremiti hanno eretto il primo mausoleo in terra italiana per i deportati libici. «E' venuto qui un imam che prima ha sconsacrato il luogo poi lo ha riconsacrato secondo il rito musulmano. In fondo il nostro mausoleo è stato solo un riconoscimento di dignità, un gesto molto semplice», conclude il sindaco Calabrese.

Fonte: srs di Tommaso Di Francesco;  da   Il manifesto 28 ottobre 2007

sabato 29 maggio 2010

Italiani brava gente? Storia di un mito attraverso i massacri tricolori

Grecia: civili uccisi per rappresaglia
Come si sa, i sogni muoiono all’alba. I falsi miti, invece, che a differenza dei sogni possono servire a qualcosa, sono più duri a morire. E infatti, fra le maledizioni che ci accompagnano e che puntualmente si ripresentano quando ci si vuole impedire di ragionare, c’è il vecchio, stantio, insopportabile mito del fante italiano buono e generoso che, a differenza dell’odioso e crudele nemico, sarebbe sempre un modello di umanità, ricco di buoni sentimenti e ottime intenzioni. Insomma, l’avrete capito, la solita solfa dell’italiano brava gente.

Purtroppo, invece, la storia del nostro esercito (come del resto la storia di tutti gli eserciti) è piena di episodi che definire infami e vergognosi è un eufemismo. Dall’Unità di Italia in poi, se si esclude il macello della prima guerra mondiale, l’unica combattuta sul suolo italico nelle terre “irredente”, i nostri soldati hanno continuamente varcato i patrii confini per aggredire popoli e nazioni che non ci avevano neppure dichiarato guerra. E il fatto che dopo l’aggressione l’esercito dovesse quasi sempre rientrare precipitosamente (quando ce la faceva) con le pive nel sacco, lasciando marcire moltitudini di caduti sui campi di battaglia, non toglie nulla alla brutalità dei suoi “interventi”, anche perché, quasi ovunque, sia pure con maggiore o minore frequenza e intensità, si è reso responsabile di crimini di guerra rivolti contro le popolazioni civili. E questo in tutte le fasi dello stato unitario, l’altro ieri con la monarchia liberale, ieri sotto il fascismo, oggi imperante la democrazia repubblicana.

Ed è evidentemente per questo che, con esemplare coerenza, in tutte le epoche e occasioni, il potere, chiamati a raccolta i suoi corifei, ha dato fiato alle trombe della retorica per coprirsi le vergogne, usando come efficace foglia di fico il mito del “bravo italiano”, sicuro che con il solleticare l’orgoglio nazionale e la presunzione di essere migliori degli altri, si poteva mettere la sordina all’indignazione o a fastidiosi sensi di colpa. Ma se si usasse di più l’arte della memoria, ci renderemmo conto che l’infamia del militarismo e dei suoi frutti ha colpito duro anche fra i bravi italiani.

A pochi anni dal raggiungimento dell’Unità, perseguita in nome dell’indipendenza dallo straniero e dell’autodeterminazione dei popoli, l’Italia cerca di far assaggiare ad altri la politica di potenza subita precedentemente, dando il via a una impressionante serie di aggressioni militari. Anche se i risultati sono le disfatte che sappiamo, nulla toglie alla gravità delle intenzioni con le quali ci si mosse. Si comincia con la prima guerra d’Africa, che, fra il 1885 e il 1896, vede l’esercito impegnato nella conquista di Eritrea e Abissinia. Una dura campagna costellata dalle “inevitabili” rappresaglie contro i civili, e interrotta solo dalla disastrosa sconfitta di Adua. Passati quindici anni, le voglie africane dei governanti, solleticate dal disfacimento dell’impero ottomano, riportano l’esercito sulle coste libiche, alla conquista di Tripoli “bel suol d’amore”. Nonostante l’opposizione popolare (ben sintetizzata dal nostro Augusto Masetti), le cose vanno un po’ meglio e la Libia diviene la prima colonia. Naturalmente le truppe devono affrontare la guerriglia della resistenza (banditi? terroristi?) la cui repressione porta alla morte e alla prigionia di decine e decine di migliaia di persone. Solo recentemente si è cominciato a parlare delle disumane condizioni in cui vennero lasciati morire come mosche i capi della resistenza nel confino di Lipari.

Terminata la prima guerra mondiale, non sazi del macello appena conclusosi, si invade l’Albania facendone un protettorato. Non è che il prodromo della politica di aggressione del fascismo, che fra i suoi primi atti porta le truppe in Libia, per la conquista dei territori ribelli. La bonomia che ci contraddistinse è testimoniata dall’amore che tuttora i libici portano al civilizzatore romano. E dal fatto che rimane un tabù, nella nostra democrazia, documentare le porcherie a cui si ricorse per piegare la resistenza di quel popolo. Fatti fuori i libici, si cerca di vendicare l’onta di Adua invadendo l’Etiopia. Già in altra occasione abbiamo avuto modo di parlarne, per cui non serve ricordare l’uso indiscriminato dei gas tossici contro i civili (oggi si chiamano armi di distruzione di massa), il massacro di migliaia di cittadini dopo il fallito attentato a Graziani, la vergogna dello sterminio sistematico dei religiosi copti, rei di infiammare la resistenza. L’anno dopo, nel 1937, altre truppe accorrono in Spagna in aiuto dei macellai di Francisco Franco. Ci comportiamo talmente bene, che gli stessi fascisti spagnoli devono porre freno alle “esuberanze” degli uomini guidati da Arconvaldo Bonaccorsi.

Passano due anni e si invade l’Albania, e ancora una volta si piega la resistenza degli aggrediti con la distruzione di interi paesi. Poi si “pugnala alle spalle”, come disse l’opinione pubblica mondiale, la Francia, già piegata dall’invasione nazista. A breve seguono l’aggressione alla Grecia, l’invasione della Jugoslavia, la campagna di Russia, la terza guerra d’Africa che si concluderà nel disastro di El Alamein. Una lunga serie di guerre di “conquista”, dunque, segnate, in particolare nei Balcani, dall’attacco contro le popolazioni civili. La vicenda delle foibe carniche, di cui si è tornati a parlare, non rappresenta che il contraltare barbaro della barbara presenza delle nostre truppe in Croazia e Slovenia.

Ma già, questa è acqua passata. Oggi, in regime democratico e scomparso il mostro comunista, il nostro compito sulla scena internazionale diventa quello di esportare libertà e democrazia ovunque si renda necessario. O meglio, ovunque risiedano gli interessi dell’amico americano. Da italiani brava gente ci trasformiamo in peacekeepers, le aggressioni alla Serbia, alla Somalia, all’Iraq, all’Afganistan, cambiano nome e diventano operazioni umanitarie, guerre preventive, libertà durature. Il bombardamento delle città, le operazioni di polizia, i rastrellamenti, con un colpo di bacchetta magica, si trasformano nella rassicurante presenza dei nostri bravi soldati e carabinieri impegnati a impedire agli adulti di farsi male da soli e a distribuire caramelle e palloncini ai bambini. E ancora una volta ci si rovescia addosso l’apparato propagandistico del sistema: l’intervista alla fidanzata del caporale, le dichiarazioni orgogliose del generale, l’encomio solenne del Martino di turno, la barbara crudeltà del nemico, l’affetto che ci portano le popolazioni invase, l’ammirazione degli altri contingenti, la stima del presidente americano per il nostro “buon lavoro”... Insomma, la solita roba necessaria a nascondere sotto la maschera del buonismo democratico l’aggressione a mano armata contro paesi che non si sono mai sognati di dichiararci guerra.

Ma questo gioco mistificatorio a volte, e capiterà sempre più spesso, si rompe di fronte alla tragicità della situazione reale. Come in questi giorni a Nassirya, dove, per fronteggiare l’inevitabile rivolta degli iracheni contro le truppe di occupazione italiane, non si è esitato a far fuoco indiscriminatamente, uccidendo anche pericolosissimi donne e bambini. Questo macello (di cui, guarda caso, in epoca di totale sovraesposizione mediatica, non ci è giunta neppure un’immagine), non vuol dire comunque che siamo peggio di altri, ma solo che per qualsiasi esercito di occupazione, fatto o meno di brava gente, (e qui sta la disumanità di questa come di tutte le guerre) la rappresaglia e l’aggressione contro i civili sono strumenti indispensabili per mantenere sottomessi gli aggrediti. Del resto, se non fosse questa la volontà vera per la quale siamo andati ad uccidere e farci uccidere in Iraq, come non dare ragione a quello sceicco di Nassirya che, con finta ingenuità, ha recentemente affermato: “Gli italiani si presentano come forza di pace? Ma allora perché non ritirano l’esercito e non mandano organizzazioni umanitarie civili? Le accoglieremmo a braccia aperte”. Forse la risposta è che noi italiani siamo talmente brava gente che siamo anche disposti a uccidere e farci uccidere... per il bene altrui.

  
Fonte: da  Umanità Nova, numero 14 del 25 aprile 2004, Anno 84.