venerdì 28 maggio 2010

Verona: là dove le selci preistoriche diventano blu

L’ala dell’Arsenale dove sono stati depositati i reperti del museo di Storia Naturale (FOTO MARCHIORI)


Arsenale, danneggiati i reperti preistorici.  I manufatti di selce del Paleolitico hanno assunto un colore bluastro, forse per il cambio di ambiente. 

IL CASO. Potrebbero essere rovinate per sempre preziose collezioni provenienti da palazzo Gobetti. Oggi commissione in visita

La preistoria veronese si tinge di blu. Parlando di preistoria bisognerebbe usare il passato remoto. Ma il tempo presente, in questo caso, è più che giustificato. Già, perché i manufatti di selce, cioè di pietra, risalenti al paleolitico e conservati sino a qualche mese fa dal Museo di storia naturale a palazzo Gobetti, in corso Cavour (venduto), da quando sono stati depositati all’ex Arsenale dopo il trasloco sono diventati di colore blu. Un blu intenso, diffusosi anche su altri pezzi delle preziosissime e uniche collezioni del museo — come uno scheletro — che, almeno pro tempore dopo il trasloco, dovranno essere conservate in una sala al primo piano dell’ex caserma militare austriaca. Ma ora rischiano seriamente di essere rovinati per sempre.

COLLEZIONI. Gli oggetti di pietra, come asce e altri strumenti per tagliare, collocabili in un arco temporale amplissimo che va da due milioni a 10mila anni fa, costituiscono una documentazione di straordinario valore, come del resto tutto quanto fa parte del Museo di storia naturale. Sia nella sede principale di palazzo Pompei, in lungadige Porta Vittoria vicino all’ex questura, cioè il vero e proprio museo visitabile, sia del Gobetti, comprato nell’ottobre scorso da una ditta di costruzioni di San Martino Buon Albergo che l’ha pagato sei milioni 400mila euro.

All’ex Arsenale, precisamente in un locale al primo piano della palazzina di Comando, che dà sul parco esterno, sono state trasportate le collezioni del Gobetti, che non venivano esposte al pubblico. Cioè quelle di preistoria, botanica, zoologia e poi il museo della Romagna Pietro Zangheri, cioè rettili, pesci, anfibi, uccelli e mammiferi imbalsamati e altro materiale preistorico, compresi i fossili, donati nel 1968 al museo scaligero dallo Zangheri, il naturalista forlivese che mise insieme la più ricca e variegata raccolta della flora e della fauna della sua regione. Completano il materiale i laboratori di restauro e gli uffici per la conservazione dei reperti. I reperti, al Gobetti, erano conservati nei circa 2.000 metri quadrati del palazzo, di tre piani da 600 metri quadrati l’uno, più in un cortile da 160, un sottotetto da 446 e uno scantinato.

AGENTI. Nell’ex Arsenale la disponibilità di spazi è inferiore a quella del Gobetti. Ma il vero problema, ora, per il Comune e per il museo stesso, di proprietà comunale, è capire come e perché le selci e altri manufatti abbiano preso quella colorazione blu.

Tra le ipotesi possibili per spiegare il deterioramento ci sarebbe quella del cambio di ambiente — dal palazzo all’ex caserma che in un passato, remoto (fu costruito a metà ’800), conteneva armi e polvere da sparo — che potrebbe aver provocato reazioni chimiche tali da creare una patina di colorazione bluastra. Che al momento non accennerebbe a sparire, quando si tenta di rimuoverla. Il materiale è però giunto intatto all’ex Arsenale, il che porta a pensare che il trasloco sia stato effettuato con tutti i crismi.

INDAGINE. Entrano in gioco, però, anche aspetti legati alla salubrità dell’ambiente in cui oltre a selci, fossili e scheletri blu di uomini e donne della preistoria, devono rimanere anche uomini e donne in carne e ossa, ma viventi. Per andare a fondo di tutti questi problemi oggi pomeriggio la commissione cultura del Consiglio comunale andrà in sopralluogo all’ex Arsenale. Per fare un po’ di luce sulle selci blu.

Fonte: srs di Enrico Giardini da L’Arena di Verona di Martedì 18 Maggio 2010 CRONACA, pagina 11




SELCI PREISTORICHE, LE COLLEZIONI ROVINATE.



La commissione cultura del Consiglio comunale durante la visita al «deposito» dei reperti preistorici dell’Arsenale (FOTOSERVIZIO DI LUIGI PECORA)



Sopralluogo della commissione cultura all’Arsenale, dove sono stati collocati i manufatti del Paleolitico. Interviene anche la Soprintendenza. Scambio di accuse sui reperti danneggiati

È giallo sulle selci diventate blu. Ed è allarme rosso sul possibile danno economico creato da quando le pietre preistoriche del Paleolitico, conservate fino al 2007 a Castel San Pietro e nell’ex seconda sede del museo di Storia naturale, palazzo Gobetti (venduto), sono state trasportate e depositate all’ex Arsenale. Ma è anche scambio di accuse: di chi è la colpa? O meglio: c’è una colpa?
Un dato certo è che la Soprintendenza ai beni archeologici guidata da Luciano Salzani, titolare di parte dei reperti danneggiati di proprietà dello Stato ma in corpo al museo civico, ha assegnato a due laboratori specializzati l’analisi dei pezzi danneggiati. Si deve scoprire la causa di quello che tecnicamente si chiama «viraggio cromatico», cioè un cambio di colore. Non, quindi, una patina scalfibile. Solo dopo si potrà capire se è possibile far tornare le selci alla tonalità originale.

 Ma si sarebbe potuto evitare il danno? E la sede dell’ex deposito di armi degli austriaci, costruito a metà ’800, era ed è il luogo più idoneo per conservare materiale, oltre che per lavorarci? Domande emerse in una movimentata seduta della commissione Cultura del Consiglio comunale, presieduta da Lucia Cametti — presenti l’assessore alla Cultura Erminia Perbellini, i direttori del museo Giuseppe Minciotti e Angelo Brugnoli, con alcuni studiosi — in visita all’ex Arsenale proprio per verificare lo stato di conservazione dell’eccezionale patrimonio di reperti di preistoria, botanica e zoologia.

A mettere benzina sul fuoco della commissione, che ha visitato i locali al piano terra e al primo dove sono conservati i reperti, è stata Laura Longo, conservatrice del museo sezione preistoria, secondo cui «il problema del colore blu assunto dalle selci e da altri manufatti trasportati qui riguarda sia quelli di competenza della Soprintendenza, quindi dello Stato, sia quelli di competenza comunale», spiega, mostrando alcune selci conservate in armadietti di metallo con bassi cassetti scorrevoli dentro cui le pietre sono posate, avvolte in sacchetti di nylon, appoggiate su tappetini di gomma e su cartone. Secondo la Conservatrice si sarebbe dovuto studiare bene, prima. il sito scelto per ospitare il materiale, «anche se la responsabilità di quanto accaduto non è dell’amministrazione comunale», precisa la Longo. Lasciando intendere che qualche responsabilità l’avrebbe avuta il Museo.

VERIFICHE. Nella sala «incriminata», un po’ umida e in cui si diffonde un lieve odore di gomma, davanti ai reperti il direttore del Museo Minciotti, insieme al responsabile per la sezione geologia e paleontologia Roberto Zorzin e con l’assessore Perbellini, spiega però che l’ufficio del Datore del lavoro del Comune ha svolto un’indagine per la legge 626 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, non rilevando elementi tali da impedire la presenza di persone. In ogni caso, viste le indagini in corso della Soprintendenza, si è ritenuto di evitare che il personale si avvicinasse alle selci.

Riassumendo i tempi: i reperti del museo sono giunti all’ex Arsenale da Castel San Pietro tre anni fa (da qualche mese quelli di palazzo Gobetti e alcuni di palazzo Pompei). Fino al giugno dell’anno scorso il locale con le selci è stato accessibile. Dal luglio scorso fino al febbraio di quest’anno i pezzi sono stati sigillati. Rilevato il problema del colore, il Museo ha verificato con un contatore Geiger (un apparecchio che misura radiazioni) non rilevando alcuna radioattività. Il 17 febbraio, effettuati alcuni sopralluoghi, la Soprintendenza ha prelelato alcune selci blu per farle analizzare da due laboratori esterni.

VERDETTO. Intanto, l’8 marzo il Museo ha fatto analizzare un campione di selci dall’Arpav, per valutare rischi di radioattività: risultato negativo. «Al momento», spiega Minciotti, «qualsiasi ipotesi su questo evento eccezionale, per noi senza precedenti, è destituita di fondamento». Vale a dire, «aspettiamo l’esito delle analisi e dopo valuteremo il da farsi», dice l’assessore Perbellini, mostrando i locali al primo piano della palazzina di Comando dell’Arsenale, dove speciali impianti di aerazione e deumidificazione consentono di conservare il materiale. Il presidente della commissione, Cametti, però non si ferma. «Presenterò una mozione in Consiglio comunale chiedendo informazioni precise sullo stato dei reperti e sul danno economico. E chi lo pagherà? Qui si rischia il danno erariale».


Fonte: srs di Enrico Giardini da  L’Arena di Verona di Mercoledì 19 Maggio 2010 CRONACA, pagina 13
 



I REPERTI ROVINATI. Prima ipotesi scientifica sulle pietre preistoriche tenute all’Arsenale. Può essere una muffa  a rendere blu le selci

 Una delle pietre che hanno assunto una colorazione blu

Il soprintendente veneto Tinè: «Aspettiamo le analisi, ma il danno non sembra irreparabile». Salzani: «Mai visto un fenomeno così»

C’è uno spiraglio di luce a illuminare il mistero delle selci preistoriche del Museo di storia naturale diventate blu. Sarebbe una muffa superficiale ad aver provocato quel «viraggio cromatico», cioè il cambio di colore, sulle pietre del Paleolitico conservate al piano terra della palazzina di comando dell’ex Arsenale, dove sono state portate circa tre anni fa, provenienti da Castel San Pietro. A dare questa prima lettura scientifica del fenomeno è Vincenzo Tinè, soprintendente per i beni archeologici del Veneto, con sede a Padova, da cui dipende l’analisi di una decina di selci di proprietà dello Stato, affidata a due laboratori esterni.

ANALISI. «Stiamo attendendo i risultati dai due laboratori, che dovrebbero arrivare in un paio di settimane», spiega al telefono Tinè, esperto in particolare di reperti preistorici, a cui il materiale è giunto dal nucleo operativo di Verona della Soprintendenza, guidato da Luciano Salzani, «ma da una prima visione dei reperti posso affermare che sono state avvolte da una muffa di superficie, il che escluderebbe che siano stati agenti patogeni, come ad esempio l’inquinamento atmosferico, ad aver provocato la colorazione blu alle pietre. Non credo, perciò, che questo fenomeno debba destare una particolare preoccupazione».

Ma questi manufatti presitorici, risalenti a centinaia di migliaia di anni fa, una volta individuata in via definitiva la causa della trasformazione del colore, potranno tornare al colore originale? «Non ritengo che il danno sia definitivo», prosegue il soprintendente, «perché la selce è materiale molto resistente e quindi non ci sono elementi in natura tali da attaccarla in maniera pesante. Nel caso delle selci di Verona, se fosse confermato che si tratta di muffa superficiale, non dovrebbero esserci problemi per ripulirle».

TEMPI STRETTI. Il direttore del nucleo operativo di Verona della Soprintendenza, Salzani, pure esperto di preistoria, è in stretto contatto con la sede centrale di Padova, per l’analisi dei reperti, dopo aver pure lui visionato le selci, prelevate a metà febbraio dall’ex Arsenale. «Abbiamo sollecitato i laboratori più volte, anche di recente, per ottenere il risultato delle analisi», spiega al telefono Salzani, «e riteniamo che in un paio di settimane si possa conoscere la causa della colorazione blu. È la prima volta che vedo questo fenomeno e non soltanto in materiale conservato nel museo di Verona».

Restano in attesa dell’esito delle analisi la Soprintendenza, quindi, ma anche il Comune e il Museo di storia naturale, oltre alla commissione Cultura del Consiglio comunale che martedì ha visitato i depositi del Museo all’ex Arsenale, al piano terra e al primo piano. Nell’ex caserma militare austriaca sono conservati reperti e collezioni di preistoria, botanica, zoologia, sia di proprietà comunale che statale, prima conservati a Castel San Pietro, a palazzo Gobetti (venduto a privati) e in parte a palazzo Pompei, la sede principale del Museo, dove c’è anche l’esposizione al pubblico.

Durante la commissione consiliare, presenti l’assessore alla cultura Erminia Perbellini, il dirigente del settore Gabriele Ren, i direttori del Museo Giuseppe Minciotti e Angelo Brugnoli, la conservatrice della sezione preistoria del Museo Laura Longo ha posto il problema delle cause e dei tempi del fenomeno, sostenendo che anche reperti di proprietà comunale sono diventati blu. La Perbellini, con il Museo, attende l’esito delle analisi. E la presidente della commissione, Lucia Cametti, annuncia una mozione in Consiglio chiedendo risposte sulla vicenda, la quantificazione del danno economico e se si rischia un’indagine della Corte dei Conti per un presunto danno erariale».

Fonte: srs di Enrico Giardini da L’Arena di Verona di Giovedì 20 Maggio  2010 CRONACA, pagina 12




REPERTI ROVINATI. Dall’Università di Padova i primi risultati di laboratorio sulle pietre del museo. L’indagine continua selci blu, a provocare il danno vapori usciti da idrocarburi


 La conservatrice del museo Laura Longo mostra una delle selci colorate di blu all’assessore Mimma ...

Svolta nell’indagine per capire che cosa ha reso blu le selci preistoriche del Museo di storia naturale, conservate all’ex Arsenale. Diversamente da una prima ipotesi secondo cui il viraggio cromatico — così si chiama il cambio di colore — sarebbe attribuibile a una muffa di superficie, a determinare l’alterazione delle pietre sarebbero stati invece vapori derivanti da idrocarburi. Composti organici, quindi, che nella forma solida o semisolida costituiscono il bitume o l’asfalto, in quella liquida il petrolio o il benzene, in quella gassosa il metano e altre sostanze.

Il fenomeno sarebbe così riconducibile a condizioni ambientali. È questa la conclusione della prima analisi di laboratorio sui reperti eseguita, per conto della Soprintendenza dei beni archeologici del Veneto, dal Dipartimento di geoscienze dell’Università di Padova, diretto dal professor Gilberto Artioli.

La sede centrale di Padova della Soprintendenza aveva ricevuto una decina delle selci del Paleolitico (da un milione e mezzo a 10mila anni fa) provenienti dal Museo scaligero e di proprietà dello Stato, trasportate poco meno di tre anni fa da Castel San Pietro alla palazzina di comando dell’ex Arsenale. Dove sono confluite poi le collezioni di preistoria, botanica e zoologia, sia di proprietà comunale che statale, di palazzo Gobetti, l’ex seconda sede del museo venduto a privati, e in parte anche a palazzo Pompei, la sede principale. Martedì la commissione Cultura del Consiglio comunale ha svolto un sopralluogo sul posto, per capirne di più. A inviare a Padova le selci, per farle esaminare, è stato il nucleo operativo di Verona della Soprintendenza, diretto da Luciano Salzani.

«Speravamo che il colore blu sulle selci fosse stato provocato da un’alterazione naturale, di superficie, ma i primi risultati ci portano a dire che è dipesa da elementi chimici presenti nell’ambiente, forse idrocarburi, che hanno intaccato le pietre», spiega al telefono il Soprintendente archeologico del Veneto Vincenzo Tinè, «e quindi la situazione è un po’ più seria di quanto non apparisse in un primo momento, visto che sono stati elementi patogeni ad aver alterato le selci». Il professor Artioli, che ha analizzato i reperti, conferma al telefono che «si è trattato di una contaminazione ambientale, non dovuta però a un contatto diretto delle selci con idrocarburi, ma con vapori da questi provenienti. Ciò ha determinato quel viraggio di colori».

Stando a questa prima valutazione — di un fenomeno comunque mai verificatosi su reperti del museo scaligero — questi vapori dimostrerebbero la presenza di idrocarburi nei locali dell’ex Arsenale. A questo punto però, e in attesa delle analisi affidate a un secondo laboratorio, di Firenze, bisogna capire se il danno sarà riparabile o no e se le selci potranno riacquistare il colore originale. Tinè è fiducioso: «L’alterazione è andata più in profondità, come si può rilevare solo al microscropio, ma con un trattamento chimico il colore blu si potrà togliere. Per fortuna il processo è reversibile». Artioli precisa: «La parte estetica è salvaguardata e quando le selci riacquisteranno il loro colore l’apparenza non sarà intaccata. Stiamo studiando la maniera migliore per ripristinare la tonalità».

Fonte: srs Enrico Giardini da L’Arena di Verona di Sabato 22 Maggio 2010 CRONACA, pagina 21

Link: http://www.larena.it/
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Verona: Selci preistoriche diventate blu.
Laura Longo con un reperto

Arsenale, lite sui reperti rovinati
La conservatrice: «Inadempienze». L'assessore Perbellini: verifiche eseguite

VERONA—Esplode il caso delle selci preistoriche blu: un misterioso, per ora, agente ha alterato infatti una parte delle collezioni del Museo di Storia naturale trasferite dal 2007 in alcuni locali della palazzina frontale dell’ex Arsenale. A pretendere un chiarimento, con la quantificazione materiale ed economica del danno, la presidente della commissione cultura del Comune Lucia Cametti che ieri ha chiesto e ottenuto un sopralluogo, presenti il neodirettore del museo Giuseppe Minciotti, l’assessore alla Cultura Erminia Perbellini e il dirigente del settore cultura Gabriele Ren.

A lanciare accuse precise è Laura Longo, conservatrice della sezione di Preistoria del Museo di Storia naturale di Verona che proprio in questi giorni ha fatto assurgere agli onori delle cronache scientifiche internazionali il nostro museo- il suo personale e i materiali in esso conservati- per i suoi studi sull’uomo di Neanderthal.
«Non sto accusando l’Amministrazione, sia ben chiaro, ma qualcuno non ha fatto bene il suo lavoro. Prima di trasferire qui le collezioni bisognava fare, come previsto e prescritto dal Codice dei Beni culturali, campionamenti e analisi per stabilire l’idoneità del luogo alla conservazione. Cosa che non è stata fatta».
Il danno riguarda una vasta parte, forse il 40% o più, della collezione di selci preistoriche, ma non altri materiali conservati in altre sale.
«Escluso dopo un controllo con i contatori geiger un problema di radioattività- spiega Minciotti- si stanno attendendo i risultati di analisi di laboratorio dei quali si è incaricata la competente Soprintendenza, responsabile della conservazione del materiale che è in parte dello Stato e in parte del Comune. Soprintendenza che è stata subito avvisata appena rinvenuto il problema, il 17 febbraio».

Cioè quando si è di nuovo reso possibile l’accesso alle sale che erano state chiuse a causa di un cantiere durato da luglio 2009 a febbraio 2010 per la realizzazione, come hanno spiegato l’assessore Perbellini e Ren, di un moderno impianto per l’areazione e il controllo dell’umidità e della temperatura nelle sale adibite sia a uffici che a magazzini.
«Da ottobre chiedevo l’accesso, accusa di nuovo Longo - che è stato autorizzato solo a febbraio, negandomi di fatto la possibilità di esercitare il mio compito di conservatrice ».
Per avere i risultati delle analisi di laboratorio ci vorranno ancora un paio di mesi, ma intanto la conservatrice fa notare che non si può areare il locale, dove si sente un forte odore, come suggerito dalla Soprintendenza, perché le finestre sono collegate all’allarme. E nemmeno provvedere all’attuazione delle misure precauzionali suggerite dalla Soprintendenza, ovvero sostituire supporti in gomma e contenitori in polietilene e spostare i materiali, per scarsità di personale.
L’assessore Perbellini ha precisato che sono state fatte da parte dell’ufficio competente del Comune le necessarie verifiche per stabilire l’idoneità del luogo al lavoro, «che sono altra cosa- ribatte però Longo- rispetto a quelle previste per la conservazione ». L’assessore Perbellini rassicura che «tutto ciò che si doveva fare è stato fatto, compresi gli adeguamenti dei locali alle necessità di conservazione di materiali che provenivano da depositi in Castel San Pietro molto meno adeguati, ora non resta che attendere i risultati».

Srs di Camilla Bertoni, dal Corriere  del Veneto  del 19 maggio 2010





Selci blu, trovate tracce di smalto. C'è l’ombra del sabotaggio


Alcune delle selci custodite nell’ex Arsenale 

I risultati dei test: «Un prodotto applicato di recente».
La relazione dell’Istituto di Preistoria sui reperti custoditi nell’ex Arsenale

VERONA -  Una vernice, forse uno smalto per le unghie. Di sicuro quelle che hanno rinvenuto i super-esperti del laboratorio di Archeometria dell’Istituto Fiorentino di Preistoria sono tracce di «un prodotto filmogeno, trasparente, estraneo alla composizione naturale della selce e quindi applicato recentemente ». Il mistero delle selci azzurre si infittisce. Quei reperti preistorici del Museo di Storia Naturale di Verona, vennero trasferiti tre anni fa da Castel San Pietro ai magazzini dell’ex Arsenale dove sono rimasti, sigillati e chiusi in un apposito armadietto, fino a febbraio, quando si è scoperto che avevano subito una alterazione cromatica senza precedenti: erano tinte di blu cobalto.

Le ipotesi. La Sovrintendenza dei beni archeologici del Veneto aveva subito inviato alcuni campioni al laboratorio toscano per le analisi. In attesa dei risultati erano state avanzate le ipotesi più disparate, dalle radiazioni a una fantomatica muffa di superficie, fino alla presenza di vapori derivati dagli idrocarburi. Invece, nella relazione inviata nei giorni scorsi dall’Istituto di Preistoria, i professori Pasquino Pallecchi e Fabio Martini forniscono una spiegazione molto diversa, che apre scenari inquietanti.

Lo smalto.  Gli esperti hanno scansionato i reperti, analizzandoli con uno spettrometro. Le analisi delle aree colorate hanno dimostrato che uno dei reperti presenta sulla superficie tracce di «prodotto filmogeno». Quindi sulla selce potrebbe essere stato spalmato uno smalto o qualcosa di simile.

Il solvente. Non solo. Sui reperti sono state eseguite delle prove per capire quali sostanze possano provocare la colorazione blu. Tra i «numerosi solventi» testati, si legge nella relazione inviata alla Soprintendenza del Veneto, l’unico a fornire un risultato è «l’acetone, che dopo circa un’ora prende una colorazione tendente all’azzurro». Quanto basta per far sostenere agli esperti che la misteriosa tinta «è dovuta all’assorbimento da parte della selce, nelle zone a porosità maggiore, di un composto organico» che non è ancora stato identificato con certezza. Le analisi non sono ultimate, e infatti il laboratorio di Archeometria chiede al Ministero per i Beni culturali l’autorizzazione «a procedere con metodologie invasive », cioè rompendo una selce per studiarne la composizione chimica interna. Solo così si potrà dissipare ogni dubbio.

I sospetti. Eppure, queste prime osservazioni fanno sorgere dei sospetti. I reperti erano infatti inseriti in buste sigillate che a loro volta si trovavano all’interno di cassetti. Inoltre per alcuni mesi (fino a febbraio) gli accessi alla stanza sarebbero stati murati per consentire di svolgere alcuni lavori nell’ex Arsenale senza il rischio che il locale venisse invaso dalla polvere. Quindi ora ci si chiede in quale modo le selci siano entrate in contatto con l’acetone e con lo smalto trasparente. La prima spiegazione, quella che si augurano tutti, è che ci sia stata una contaminazione accidentale, senza quindi alcuna responsabilità da parte di chi dovrebbe garantire la conservazione e la tutela dei reperti. La seconda è che si sia trattato di un vero e proprio sabotaggio, con qualcuno che ha intenzionalmente estratto alcuni reperti dalle custodie per cospargerli («recentemente», come attestano gli esperti) di smalto e acetone.

Fonte: srs di Andrea Priante  dal Corriere del Veneto  del 15 giugno 2010





Selci blu: I risultati dell’Istituto di preistoria contrastano con quelli dell’ateneo di Padova

Ma l’autore dei test: incidente o azione dolosa

VERONA — Il mistero delle selci blu si complica. Ieri sulla questione è intervenuto il sovrintendente ai beni Archeologici Vincenzo Tinè, contrario alla tesi individuata dall’Istituto fiorentino di preistoria. Per gli esperti toscani, la tinta cobalto assunta dai reperti conservati nell’ex Arsenale sarebbe dovuta probabilmente all’assorbimento di una sostanza colorata. In pratica le pietre sarebbero state cosparse, non è chiaro se volontariamente o in modo accidentale, con un solvente o qualcosa di simile. Ma per Tinè la realtà è un’altra.

«L’Università di Padova - spiega - ha avuto modo di effettuare delle analisi invasive e quindi più accurate di quelle fatte finora dagli esperti fiorentini. E i risultati parlano chiaro: la colorazione blu è dovuta a un inquinamento ambientale. In pratica, nell’aria dei saloni dell’ex Arsenale c’erano degli idrocarburi, che hanno reagito chimicamente con le selci, colorandole. Non credo che qualcuno abbia versato sostanze sui reperti». Tinè ha già sollecitato un’indagine all’interno dell’area utilizzata come deposito, in modo da individuare la fonte inquinante.

Sul fronte opposto si inserisce la relazione protocollata il 24 maggio proprio dalla sovrintendenza e redatta da Fabio Martini, il docente che (assieme a Pasquino Pallecchi) ha eseguito i test sulle selci per conto dell’Istituto fiorentino di preistoria.

«Non credo ci sia stata contaminazione dovuta all’ambiente in cui le selci erano conservate - ha confermato ieri Martini - ritengo invece più probabile che siano entrate in contatto con una sostanza». Un prodotto che non è ancora stato identificato con certezza. «Forse un solvente - spiega - ma potrebbe essere anche qualcos’altro. L’unico modo per capire con certezza di cosa si tratti è prelevare dei campioni al di sotto dello strato superficiale e analizzarli. Ma per farlo ci serve l’autorizzazione della Sovrintendenza che spero arrivi presto. Poi, nell’arco di un paio di settimane, avremo le risposte».

Nella relazione i due esperti spiegano che «la selce, trattandosi di un materiale microcristallino, presenta una buona porosità che può permettere l’assorbimento di soluzioni colorate». Se le cose stanno così, resterebbe da capire come ci sia finita una soluzione colorata su quei reperti, visto che l’esperto sembra escludere la contaminazione dovuta all’ambiente nel quale erano conservati. «Direi che l’ipotesi incidentale e quella del dolo sono ciascuna al 50 per cento», si limita a constatare Martini.

Fonte: dal Corriere del Veneto,  di mercoledì 16 giugno 2010
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giovedì 27 maggio 2010

MIGLIAIA DI SOLDATI BORBONICI DEPORTATI NEI LAGER DEL NORD

Forte Fenestrelle

di STEFANIA MAFFEO

la storia vista da un'altra parte (per cercare di capire)

Dopo l'  “invenzione contrassegno per marchiare gli ebrei con un panno sulla spalla” (vedi AMEDEO VIII DI SAVOIA) - quindi un precursore dello “antisemitismo” hitleriano - nel 1863 un altro sabaudo inventava i “lager”, e le “vasche di calce” per scioglierci dentro i cadaveri dei reclusi soccombenti borbonici.

IL TALLONE DI FERRO DEI SAVOIA - Dopo la conquista del Sud, 5212 condanne a morte. Prigionieri e ribelli puniti con decreti e una legge del 1863

Cinquemiladuecentododici condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo, 1 milione di morti. Queste le cifre della repressione consumata all'indomani dell'Unità d'Italia dai Savoia. La prima pulizia etnica della modernità occidentale operata sulle popolazioni meridionali dettata dalla Legge Pica, promulgata dal governo Minghetti del 15 agosto 1863  “… per la repressione del brigantaggio nel Meridione”[1].

Questa legge istituiva, sotto l'egida savoiarda, tribunali di guerra per il Sud ed i soldati ebbero carta bianca, le fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini, divennero cosa ordinaria e non straordinaria. Un genocidio la cui portata è mitigata solo dalla fuga e dall'emigrazione forzata, nell'inesorabile comandamento di destino:  “O briganti, o emigranti”.

Lemkin, che ha definito il primo concetto di genocidio, sosteneva: “… genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione…esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali. Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui…non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale”.

Deportazioni, l'incubo della reclusione, persecuzione della Chiesa cattolica, profanazioni dei templi, fucilazioni di massa, stupri, perfino bambine (figlie di "briganti") costretti ai ferri carcerari.

Una pagina non ancora scritta è quella relativa alle carceri in cui furono rinchiusi i soldati “vinti”.
Il governo piemontese dovette affrontare il problema dei prigionieri, 1700 ufficiali dell'esercito borbonico (su un giornale satirico dell'epoca era rappresentata la caricatura dell'esercito borbonico: il soldato con la testa di leone, l'ufficiale con la testa d'asino, il generale senza testa) e 24.000 soldati, senza contare quelli che ancora resistevano nelle fortezze di Gaeta,  Messina e Civitella del Tronto.

Ma il problema fu risolto con la boria del vincitore, non con la pietas che sarebbe stata più utile, forse necessaria. Un primo tentativo di risolvere il problema ci fu con il decreto del 20 dicembre 1860, anche se le prime deportazioni dei soldati duosiciliani incominciarono già verso ottobre del 1860, in quanto la resistenza duosiciliana era iniziata con episodi isolati e non coordinati nell'agosto del 1860, dopo lo sbarco dei garibaldini e dalla stampa fu presentata come espressione di criminalità comune.
Il decreto chiamava alle armi gli uomini che sarebbero stati di leva negli anni dal 1857 al 1860 nell'esercito delle Due Sicilie, ma si rivelò un fallimento. Si presentarono solo 20.000 uomini sui previsti 72.000; gli altri si diedero alla macchia e furono chiamati “briganti”. (nel '43, dopo l'8 settembre, accadde quasi la stessa cosa, ma dato che vinsero (gli anglo-americani) la lotta la chiamarono di  "resistenza",  e gli uomini "partigiani". Ndr.)

A migliaia questi uomini furono concentrati dei depositi di Napoli o nelle carceri, poi trasferiti con il decreto del 20 gennaio 1861, che istituì “Depositi d'uffiziali d'ogni arma dello sciolto esercito delle Due Sicilie”.
La Marmora ordinò ai procuratori di “non porre in libertà nessuno dei detenuti senza l'assenso dell'esercito”.
Per la maggior parte furono stipati nelle navi peggio degli animali (anche se molti percorsero a piedi l'intero tragitto) e fatti sbarcare a Genova, da dove, attraversando laceri ed affamati la via Assarotti, venivano smistati in vari campi di concentramento istituiti a Fenestrelle, S. Maurizio Canavese, Alessandria, nel forte di S. Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Forte di Priamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno ed altre località del Nord.

Presso il Forte di Priamar fu relegato l'aiutante maggiore Giuseppe Santomartino, che difendeva la fortezza di Civitella del Tronto. Alla caduta del baluardo abruzzese, Santomartino fu processato dai (vincitori) Piemontesi e condannato a morte. In seguito alle pressioni dei francesi la condanna fu commutata in 24 anni di carcere da scontare nel forte presso Savona. Poco dopo il suo arrivo, una notte, fu trovato morto, lasciando moglie e cinque figli. Si disse che aveva tentato di fuggire. Un esempio di morte sospetta su cui non fu mai aperta un'inchiesta per accertare le vere cause del decesso.

In quei luoghi, veri e propri lager, ma istituiti per un trattamento di “correzione ed idoneità al servizio”, i prigionieri, appena coperti da cenci di tela, potevano mangiare una sozza brodaglia con un po' di pane nero raffermo, subendo dei trattamenti veramente bestiali, ogni tipo di nefandezze fisiche e morali. Per oltre dieci anni, tutti quelli che venivano catturati, oltre 40.000, furono fatti deliberatamente morire a migliaia per fame, stenti, maltrattamenti e malattie.

Quelli deportati a Fenestrelle [2], fortezza situata a quasi duemila metri di altezza, sulle montagne piemontesi, sulla sinistra del Chisone, ufficiali, sottufficiali e soldati (tutti quei militari borbonici che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell'esercito sabaudo, tutti quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II, quelli che giurarono aperta resistenza ai piemontesi) subirono il trattamento più feroce.

Fenestrelle (nella foto di apertura) più che un forte, era un insieme di forti, protetti da altissimi bastioni ed uniti da una scala, scavata nella roccia, di 4000 gradini. Era una ciclopica cortina bastionata cui la naturale asperità dei luoghi ed il rigore del clima conferivano un aspetto sinistro. Faceva tanto spavento come la relegazione in Siberia. I detenuti tentarono anche di organizzare una rivolta il 22 agosto del 1861 per impadronirsi della fortezza, ma fu scoperta in tempo ed il tentativo ebbe come risultato l'inasprimento delle pene con i più costretti con palle al piede da 16 chili, ceppi e catene.

Erano stretti insieme assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce. Un carcerato venne ucciso da una sentinella solo perché aveva proferito ingiurie contro i Savoia. Vennero smontati i vetri e gli infissi per rieducare con il freddo i segregati. Laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei.

Spesso le persone imprigionate non sapevano nemmeno di cosa fossero accusati ed erano loro sequestrati tutti i beni. Spesso la ragione per cui erano stati catturati era proprio solo per rubare loro il danaro che possedevano. Molti non erano nemmeno registrati, sicché solo dopo molti anni venivano processati e condannati senza alcuna spiegazione logica.

Pochissimi riuscirono a sopravvivere: la vita in quelle condizioni, anche per le gelide temperature che dovevano sopportare senza alcun riparo, non superava i tre mesi. E proprio a Fenestrelle furono vilmente imprigionati la maggior parte di quei valorosi soldati che, in esecuzione degli accordi intervenuti dopo la resa di Gaeta, dovevano invece essere lasciati liberi alla fine delle ostilità.
Dopo sei mesi di eroica resistenza dovettero subire un trattamento infame che incominciò subito dopo essere stati disarmati, venendo derubati di tutto e vigliaccamente insultati dalle truppe piemontesi.

La liberazione avveniva solo con la morte ed i corpi (non erano ancora in uso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all'ingresso del Forte. Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti. Ancora oggi, entrando a Fenestrelle, su un muro è ancora visibile l'iscrizione: “Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce”.
(ricorda molto la scritta dei lager nazisti )

Non era più gradevole il campo impiantato nelle “lande di San Martino” presso Torino per la “rieducazione” dei militari sbandati, rieducazione che procedeva con metodi di inaudita crudeltà. Così, in questi luoghi terribili, i fratelli "liberati", maceri, cenciosi, affamati, affaticati, venivano rieducati e tormentati dai fratelli "liberatori".

Altre migliaia di “liberati” venivano confinati nelle isole, a Gorgonia, Capraia, Giglio, all'Elba, Ponza, in Sardegna, nella Maremma malarica. Tutte le atrocità che si susseguirono per anni sono documentate negli Atti Parlamentari, nelle relazioni delle Commissioni d'Inchiesta sul Brigantaggio, nei vari carteggi parlamentari dell'epoca e negli Archivi di Stato dei capoluoghi dove si svolsero i fatti.

Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni, sosteneva in Parlamento: “Ma che dico di un governo che strappa dal seno delle famiglie tanti vecchi generali, tanti onorati ufficiali solo per il sospetto che nutrissero amore per il loro Re sventurato, e rilegagli a vivere nelle fortezze di Alessandria ed in altre inospitali terre del Piemonte…Sono essi trattati peggio che i galeotti. Perché il governo piemontese abbia a spiegar loro tanto lusso di crudeltà? Perché abbia a torturare con la fame e con l'inerzia e la prigione uomini nati in Italia come noi?”.

Ma della mozione presentata non fu autorizzata la pubblicazione negli Atti Parlamentari, vietandosene la discussione in aula [3]. Il generale Enrico Della Rocca, che condusse l'assedio di Gaeta, nella sua autobiografia riporta una lettera alla moglie, in cui dice: “Partiranno, soldati ed ufficiali, per Napoli e Torino...”, precisando, a proposito della resa di Capua, “...le truppe furono avviate a piedi a Napoli per essere trasportate in uno dei porti di S.M. il Re di Sardegna. Erano 11.500 uomini” [4].

Alfredo Comandini, deputato mazziniano dell'età giolittiana, che compilò “L'Italia nei Cento Anni (1801-1900) del secolo XIX giorno per giorno illustrata”, riporta un'incisione del 1861, ripresa da “Mondo Illustrato” di quell'anno, raffigurante dei soldati borbonici detenuti nel campo di concentramento di S. Maurizio, una località sita a 25 chilometri da Torino. Egli annota che, nel settembre del 1861, quando il campo fu visitato dai ministri Bastogi e Ricasoli, erano detenuti 3.000 soldati delle Due Sicilie e nel mese successivo erano arrivati a 12.447 uomini.

Il 18 ottobre 1861 alcuni prigionieri militari e civili capitolati a Gaeta e prigionieri a Ponza scrissero a Biagio Cognetti, direttore di “Stampa Meridionale”, per denunciare lo stato di detenzione in cui versavano, in palese violazione della Capitolazione, che prevedeva il ritorno alle famiglie dei prigionieri dopo 15 giorni dalla caduta di Messina e Civitella del Tronto ed erano già trascorsi 8 mesi. Il 19 novembre 1861 il generale Manfredo Fanti inviava un dispaccio al Conte di Cavour chiedendo di noleggiare all'estero dei vapori per trasportare a Genova 40.000 prigionieri di guerra. Cavour così scriveva al luogotenente Farini due giorni dopo: “Ho pregato La Marmora di visitare lui stesso i prigionieri napoletani che sono a Milano”, ammettendo, in tal modo, l'esistenza di un altro campo di prigionia situato nel capoluogo lombardo per ospitare soldati napoletani.

Questa la risposta del La Marmora: “…non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsentono a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di verminia…e quel che è più dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andare a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco Secondo, gli rinfacciai altamente che per il loro Re erano scappati, e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavano a servire, che erano un branco di car…che avessimo trovato modo di metterli alla ragione”.

Le atrocità commesse dai Piemontesi si volsero anche contro i magistrati, i dipendenti pubblici e le classi colte, che resistettero passivamente con l'astensione ai suffragi elettorali e la diffusione ad ogni livello della stampa legittimista clandestina contro l'occupazione savoiarda. Particolarmente eloquente è anche un brano tratto da Civiltà Cattolica: “Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso ad un espediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane ed acqua ed una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d'altri luoghi posti nei più aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimare di fame e di stento per le ghiacciaie”.

Ancora possiamo leggere dal diario del soldato borbonico Giuseppe Conforti, nato a Catanzaro il 14.3.1836 (abbreviato per amor di sintesi): “Nella mia uscita fu principio la guerra del 1860, dopo questa campagna che per aver tradimenti si sono perduto tutto e noi altri povere soldati manggiando erba dovettimo fuggire, aggiunti alla provincia della Basilicata sortí un prete nemico di Dio e del mondo con una porzione di quei giudei e ci voleva condicendo che meritavamo di essere uccisi per la federtà che avevamo portato allo notro patrone. Ci hanno portato innanzi a un carnefice Piemontesa condicendo perché aveva tardato tanto ad abbandonare quell'assassino di Borbone. Io li sono risposto che non poteva giammai abbandonarlo perché aveva giurato fedeltà a lui e lui mi à ditto che dovevo tornare indietro asservire sotto la Bandiera d' Italia. Il terzo giorno sono scappato, giunto a Girifarchio dove teneva mio fratello sacerdote vedendomi redutto a quello misero stato e dicendo mal del mio Re io li risposi che il mio Re no aveva colpa del nostri patimenti che sono stato le nostri soperiori traditori; siamo fatto questioni e lo sono lasciato”.
“Allo mio paese sono stato arrestato e dopo 7 mesi di scurre priggione mi anno fatto partire per il Piemonte. Il 15 gennaio del 1862 ci anno portato affare il giuramento, in quello stesso anno sono stato 3 volte all'ospidale e in pregiona a pane e accua. Principio del 1863 fuggito da sotto le armi di vittorio, il 24 sono giunto in Roma, il giorno 30 sono andato alludienza del mio desiderato e amato dal Re', Francesco 2 e li ò raccontato tutti i miei ragioni”[5].


Vittorio Emanuele II, il re vittorioso... ...e Francesco II, il re vinto, nella fortezza di Gaeta


Un ulteriore passo avanti nella studio di questa fase poco “chiara” del post unificazione è stato fatto recentemente, quando un ricercatore trovò dei documenti presso l'Archivio Storico del Ministero degli Esteri attestanti che, nel 1869, il governo italiano voleva acquistare un'isola dall'Argentina per relegarvi i soldati napoletani prigionieri, quindi dovevano essere ancora tanti [6].
Questi uomini del Sud finirono i loro giorni in terra straniera ed ostile, certamente con il commosso ricordo e la struggente nostalgia della Patria lontana. Molti di loro erano poco più che ragazzi [7].

Era la politica della criminalizzazione del dissenso, il rifiuto di ammettere l'esistenza di valori diversi dai propri, il rifiuto di negare ai "liberati" di credere ancora nei valori in cui avevano creduto. I combattenti delle Due Sicilie, i soldati dell'ex esercito borbonico ed i tanti civili detenuti nei “lager dei Savoia”, uomini in gran parte anonimi per la pallida memoria che ne è giunta fino a noi, vissero un eroismo fatto di gesti concreti, ed in molti casi ordinari, a cui non è estraneo chiunque sia capace di adempiere fedelmente il proprio compito fino in fondo, sapendo opporsi ai tentativi sovvertitori, con la libertà interiore di chi non si lascia asservire dallo “spirito del tempo”.


NOTE

[1] Legge Pica:
" Art.1: Fino al 31 dicembre nelle province infestate dal brigantaggio, e che tali saranno dichiarate con decreto reale, i componenti comitiva, o banda armata composta almeno di tre persone, la quale vada scorrendo le pubbliche strade o le campagne per commettere crimini o delitti, ed i loro complici, saranno giudicati dai tribunali militari;
Art.2: I colpevoli del reato di brigantaggio, i quali armata mano oppongono resistenza alla forza pubblica, saranno puniti con la fucilazione;
Art.3: Sarà accordata a coloro che si sono già costituiti, o si costituiranno volontariamente nel termine di un mese dalla pubblicazione della presente legge, la diminuzione da uno a tre gradi di pena;
Art.4: Il Governo avrà inoltre facoltà di assegnare, per un tempo non maggiore di un anno, un domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi, alle persone sospette, secondo la designazione del Codice Penale, nonché ai manutengoli e camorristi;
Art.5: In aumento dell'articolo 95 del bilancio approvato per 1863 è aperto al Ministero dell'Interno il credito di un milione di lire per sopperire alle spese di repressione del brigantaggio. (Fonte: Atti parlamentari. Camera dei Deputati)
[2] Il luogo non era nuovo a situazioni del genere perché già Napoleone se ne era servito per detenervi i prigionieri politici ed un illustre napoletano, Don Vincenzo Baccher, il padre degli eroici fratelli realisti fucilati dalla Repubblica Partenopea il 13 giugno del 1799, che vi aveva passato 9 anni, dal 1806 al 1815, tornando a Napoli alla venerabile età di 82 anni.
[3] Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento - legittimisti e briganti tra i Borbone ed i Savoia, Guida Editore, Napoli, 2000.
[4] Questa informazione e tutte le seguenti sono state reperite nei saggi "I campi di concentramento", di Francesco Maurizio Di Giovine, nella rivista L'Alfiere, Napoli, novembre 1993, pag. 11 e "A proposito del campo di concentramento di Fenestrelle", dello stesso autore, pubblicato su L'Alfiere, dicembre 2002, pag. 8.
[5] Fulvio Izzo, I Lager dei Savoia, Controcorrente, Napoli 1999.
[6] S. Grilli, Cayenna all'italiana, Il Giornale, 22 marzo 1997.
[7] Sul sito http://www.duesicilie.org/   è possibile ritrovare i nomi, con data di nascita e provenienza di alcuni martiri di Fenestrelle, nel periodo compreso tra il 1860 ed il 1865. Erano poco più che ragazzi: il più giovane aveva 22 anni, il più vecchio 32.



Fonte: srs  STEFANIA MAFFEO



mercoledì 26 maggio 2010

Perché il Papa smentisce Bertone (e Messori)



E’ incredibile che i giornali abbiano “bucato” le due clamorose notizie che arrivano dal Portogallo. Una (drammatica) è implicita nelle parole del Papa: la profezia sul papa ucciso e il macello di cardinali e vescovi riguarda non il passato, ma il nostro futuro prossimo (ne parlerò dopo).

Invece un’altra sta nero su bianco ed è questa: il “quarto segreto” (cioè una parte finora non pubblicata del Terzo Segreto) esiste e le parole del Papa sullo scandalo della pedofilia ne sono la prova.

Il Papa è impegnato a fare una grande operazione-verità anche su Fatima, a costo di smentire la versione dei segretari di stato vaticani. Ecco il confronto fra le loro parole e quelle del pontefice.

L’allora Segretario di stato cardinal Sodano, il 13 maggio 2000, nell’annunciare solennemente al mondo la pubblicazione del terzo segreto, spiegando che coincideva con l’attentato al papa del 1981 e le persecuzioni del Novecento, disse: “Le vicende a cui fa riferimento la terza parte del ‘segreto’ di Fatima sembrano ormai appartenere al passato”.

Il successore, Bertone, ha eliminato anche il prudenziale “sembrano” e, per ribadire che il segreto riguardava l’attentato al papa del 1981 e si era già tutto realizzato, ha scritto testualmente (a pagina 79 di un suo volume): “L’accanimento mediatico è quello di non volersi capacitare che la profezia non è aperta sul futuro, si è realizzata nel passato, nell’evento indicato (l’attentato al papa, nda). Non ci si vuole arrendere all’evidenza”.

Ora invece papa Benedetto XVI ci spiega l’esatto opposto, che cioè il terzo segreto riguarda eventi successivi all’attentato del 1981, come l’attuale scandalo della pedofilia e anche eventi che stanno tuttora nel nostro futuro.

Ratzinger ha infatti dichiarato:

“Oltre questa grande visione della sofferenza del Papa, che possiamo in prima istanza riferire a Papa Giovanni Paolo II, sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano … e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano… Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio, vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa”.

L’attentato del 1981 non c’è nelle parole di Benedetto XVI e quindi non è indicato come “la” realizzazione del terzo segreto.

Si parla solo della “sofferenza di Giovanni Paolo II” che viene unita a quelle degli altri papi (di cui parla la seconda parte del Segreto). Benedetto XVI colloca il compimento del Terzo segreto negli anni successivi all’attentato del 1981 e nel nostro stesso futuro: “sono realtà del futuro che man mano si sviluppano e si mostrano” ha dichiarato “sofferenze della Chiesa che si annunciano”.

Come chiunque può vedere è il contrario di quanto proclamato da Sodano e, più dogmaticamente, da Bertone (“la profezia non è aperta sul futuro, si è realizzata nel passato, nell’evento indicato”).

Del resto era stata la stessa suor Lucia a smentire che la profezia fosse consegnata al passato e si fosse realizzata con l’attentato del 1981. Lo ha scritto in una lettera fondamentale del 12 maggio 1982.

Dopo aver mostrato che si era già realizzata la prima parte della profezia, relativa alla rivoluzione comunista, alla seconda guerra mondiale e alle persecuzioni alla Chiesa, suor Lucia, parlando della terza parte del segreto, scriveva testualmente:

“se non constatiamo ancora la consumazione completa del finale di questa profezia, vediamo che vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi”.

Quindi, in questa fondamentale lettera che fu resa nota dallo stesso Vaticano, suor Lucia, un anno dopo l’attentato di Alì Agca del 1981, non solo non dice che tale attentato è la realizzazione del terzo segreto (non lo ha mai detto né qui, né altrove), ma neanche lo cita, neanche vi accenna vagamente. Anzi spiega “apertis verbis” che il terzo segreto deve ancora realizzarsi. E lo scriveva nel 1982 !

Ci sarebbe da aggiungere che proprio su questa lettera della veggente, Bertone – a quel tempo monsignore – ha inspiegabilmente “cancellato” una frase esplosiva, che contraddiceva la sua versione, senza mai dare alcuna spiegazione.

Ma è sola una delle tante anomalie di questa storia cinquantennale che purtroppo è piena di bugie, di reticenze, di forzature e di omissioni (come ho mostrato nel mio libro).

Ma torniamo ad oggi. Il Papa dunque ha riaperto il dossier in modo così preciso e plateale che tutti coloro che in questi anni erano corsi a omaggiare la versione della Curia si sono trovati nel panico di fronte alle sue dichiarazioni che collocano lo scandalo della pedofilia nel terzo segreto.

Ecco padre Stefano De Fiores che, interpellato dal tg2 delle 20.30 dell’11 maggio, in evidente imbarazzo, balbetta: “a dire la verità in maniera esplicita non lo troviamo…”.

E bravo De Fiores! In effetti nel “terzo segreto” degli ecclesiastici no. Ma in quello completo della Madonna, a cui si riferisce il Papa, sì. Bisogna capirlo padre De Fiores. Aveva scritto un saggetto apologetico del cardinal Bertone giurando che non era mai esistita una parte non pubblicata del “terzo segreto” e ora si trova il Papa in persona che lo smentisce. 

Vittorio Messori, un altro intellettuale cattolico che era corso a omaggiare la curiale segreteria di stato, ieri sul Corriere della sera esprimeva l’imbarazzo di trovarsi smentito dal Papa: “Adesso nella schiera vasta dei ‘fatimisti’ ci sarà fermento per mostrare che papa Benedetto XVI si è tradito…”.

In realtà papa Benedetto non ha mai identificato il Terzo Segreto con l’attentato del 1981. Inoltre – da cardinale – sottolineò che non ci sono “definizioni ufficiali, né interpretazioni obbligatorie” del Terzo segreto.

A differenza degli ecclesiastici di Curia, che hanno trasformato in dogma le proprie idee (e fandonie) Ratzinger spiegò che quelle del 2000 erano ipotesi di interpretazione. Mere ipotesi (oggi da superare).

In terzo luogo – con l’umiltà che lo caratterizza – già nel 2000, poco dopo lo svelamento del Segreto,  rispondendo a una lettera rispettosa, ma critica del vescovo Pavel Hnilica sul suo commento teologico, Ratzinger non aveva esitato ad affermare che non voleva affatto “attribuire esclusivamente al passato i contenuti del segreto, in maniera semplicistica”.

In realtà Benedetto XVI, come per lo scandalo pedofilia, vuol farci capire che non bisogna mai aver paura della verità, anche quando è dolorosa o imbarazzante.

Perché non si serve Dio con la menzogna. Quando si pretende di mentire per Dio in realtà lo si fa per se stessi: Dio non ha bisogno delle nostre menzogne per difendere e costruire la sua Chiesa. Meglio fare mea culpa, perché Dio è più grande e più potente di tutti i nostri peccati.

Certo, questo atteggiamento non è compreso in Curia. Né dai “ratzingeriani” e giustamente, con affetto, Giuliano Ferrara ha scritto che sulla questione pedofilia, “detto con molta autoironia, per noi foglianti il Papa è un poco fuori linea”.

E’ vero. Perché il Papa sa più di noi e ritiene questo scandalo solo la punta dell’iceberg “terrificante” del peccato nella Chiesa (pensiamo ai verminai da lui denunciati nella Via crucis del 2005) e pensa al grande peccato dell’apostasia nella Chiesa.

E se tutto questo è “la città mezza in rovina” piena di cadaveri, descritta nella visione del Terzo segreto e se il papa ucciso non può essere il papa ferito del 1981, significa che la grande persecuzione del mondo e il grande martirio del Papa e della Chiesa è cosa del prossimo futuro.

Il Papa forse non può dirlo esplicitamente, ma cerca di preparare la sua Chiesa a questa immane prova (“le sofferenze della Chiesa che si annunciano”) affidando tutto nelle mani della Madonna di Fatima. Sono ore straordinarie. Ma i giornali non se ne sono accorti.



 Antonio Socci

Da “Libero”, 13 maggio 2010


 P.S. A proposito di Bertone e Messori….

Tre anni fa Bruno Vespa realizzò un’intera puntata di “Porta a porta” per lanciare il libro del cardinal Bertone contro di me (ovviamente senza darmi la parola). Titolo della puntata: “Il quarto segreto non esiste” (era un esplicito riferimento polemico al mio libro “Il quarto segreto di Fatima”).

Ieri sera è andata in onda un’altra confusa puntata di “Porta a porta” sulle nuove dichiarazioni del Papa a Fatima e – con mio gran divertimento – pur parlando dello stesso tema, nessuno più ha osato dire “il quarto segreto non esiste”.

Anzi, Vittorio Messori, che tre anni fa era corso ad accreditare la versione di Bertone, senza fare una piega, ha dichiarato l’opposto di quello che finora aveva affermato.

Ha detto cioè che Benedetto XVI non vede il compimento del Terzo segreto nell’attentato del 1981 e non lo ritiene concluso nel passato, ma lo vede proiettato nel futuro, considerando anche un fatto nuovo, come lo scandalo-pedofilia, parte del Segreto (ed è chiaro che il Papa non può esserselo inventato: deve pur averlo ricavato dal testo completo del Segreto…).

Dopo tutto questo Messori non ha minimamente riconosciuto di essersi sbagliato finora, né ha tratto le conseguenze di quello che lui stesso ha dichiarato. Così come il disinvolto Bertone.

Ora, a me pare che non si possa dire tutto e il suo contrario. O ha ragione Bertone (e la profezia si è realizzata con l’attentato del 1981 e si è conclusa nel passato) o ha ragione Benedetto XVI e allora il testo del Segreto è più ampio, la profezia è ancora aperta e il martirio di un Papa e della Chiesa stanno nel nostro futuro.

Non si può far finta che le due opposte versioni possano coesistere. Per rispetto della logica. Sarebbe auspicabile che prevalesse l’amore alla verità e un leale riconoscimento dei propri errori… L’invito del Papa al pentimento, all’esame autocritico e alla penitenza dovrebbe essere preso sul serio.

Che la S.S. Madre di Dio protegga il Papa e tutti noi!


Fonte: srs di Antonio Socci,  da  - Lo straniero - del 13 maggio 2010


martedì 25 maggio 2010

Il tesoro di Mussolini…. e poi uno dice che è nostalgico


Riporto un articolo di Filippo Giannini che non condivido appieno, ma lo trovo molto veritiero nella conclusione. Benito Mussolini con tutti i suoi gravi errori una qualità indiscussa l'aveva: quella di non arricchirsi attraverso la politica. Alla sua morte il paese era allo sbando, ma c'erano le basi per una immediata rinascita. Anche la moglie e figli del Duce furono lasciati nella povertà a tal punto che per vivere dovettero aprire una trattoria, in tutti quei anni di potere assoluto non penso mai di accantonare qualche gruzzolo all'estero.
Di tutt'altra pasta sono i nostri politici "democratici".

…E POI UNO DICE CHE E’ NOSTALGICO…

di Filippo Giannini

Viviamo nell’anno 2010 LXV dell’Era Sfascista. Abbiamo vissuto l’Era dei finocchiopoli, quella di tangentopoli, quella di affittopoli, quella di calciopoli, quella di bancopoli e la farsa continua. Cos’altro volete o italyoti?

Qualche giorno fa su un canale della Rai/Tv era in programma una trasmissione dal titolo L’onestà è ancora un valore? Come generalmente uso fare, non vidi tutta la trasmissione, ma questo ha un’importanza relativa. Dopo il fausto (minchia!) giorno della liberazione, la nuova dirigenza politica si dette immediatamente da fare per collegare il periodo pre-fascista a quello post-fascista. E per dimenticare il mai sufficientemente deprecabile, infausto Ventennio, riprese con alacrità il vecchio sistema di governare. Per meglio comprendere quel che intendo, possiamo iniziare col rammentare che nell’aprile 1955 Giulio Andreotti (ho sentito che qualcuno ha detto: bono quello!) esentò Don Giulio Pacelli, nipote di Pio XII e il conte Stanislao Pecci, pronipote di Leone XIII, entrambi cittadini italiani, quindi soggetti agli stessi doveri degli altri cittadini, li esentò, ripeto, dal pagamento dell’imposta sui patrimoni. Chi ricorda più lo scandalo dell’aeroporto di Fiumicino , come scrisse l’Espresso del 3 gennaio 1951? Quanti miliardi, del valore di allora, furono sprecati o defraudati? 1963: chi ricorda più lo scandalo che investì la Federconsorzi, la quale incamerò indebitamente 1.064 miliardi di lire? E lo scandalo delle banane del 1963? E le tangenti della Lockheed? E la supertruffa dei petrolieri degli anni ’80? E Sindona? E Calvi? E le rivelazioni di Adriano Zampini? E la Cassa del Mezzogiorno? E chi ricorda più la quadriga Galli, Ortolani, Calvi, Tassan Din? E’ una sfilza di corruzione che investe tutte le aree politiche. Ma siamo passati, finalmente dal bieco Ventennio allo “Stato dei diritti (abbiamo scritto: diritti, non dritti) e della libertà” come ebbe a dire Luciano Violante.

Sin qui abbiamo fatto solo un accenno ai diritti dei dritti, ora è il momento di ricordare i doveri dell’adorabile Tiranno, dall’espressione, se ben ricordo, di Bernhard Shaw. L’adorabile Tiranno, quando fu assassinato lasciò nell’assoluta indigenza moglie, figli, nipoti; esattamente il contrario di come potrebbe avvenire per qualsiasi politico di oggi. Pertanto vogliamo narrarvi un fatto che, anche se qualche volta ricordato, pochi conoscono. Il Ministro Pellegrini-Giampietro, in una memoria pubblicata su Il Candido del 1958, ha scritto: .

Un altro fatto che sembra una favola: Lord Rosebery, un inglese, ammiratore del Duce (come milioni di altri) aveva lasciato in donazione a Benito Mussolini una bellissima villa di incalcolabile valore, appunto Villa Rosebery, sulle colline di Posillipo. E l’adorabile fesso che fa? Passò la villa e il parco allo Stato, cioè al popolo italiano. Ma la volontà dell’infame tiranno non verrà rispettata: vi andranno a passare le belle giornate i Presidenti della Repubblica, quelli nati a seguito della Resistenza, cioè, per essere più chiari, gli esecutori dell’epopea di Piazzale Loreto.

Un’altra favola? Eccola: deputati e senatori negli anni della tirannia non percepivano emolumenti, ma solo un gettone di presenza. Come mai? Per il deputato e per il senatore in quei periodi bui era un onore servire il popolo. Bischeri? Con l’acuto senno di oggi, è probabile.

Purtroppo non possiamo ricordare il nome del personaggio, ma quasi sicuramente era Achille Starace, Segretario del Pnf, ma veniamo al fatto: un giorno Achille Starace (o chi per lui) si recò dal Duce e gli confidò di aver risparmiato del denaro per acquistare un appartamento. Mussolini gli rispose che non lo riteneva opportuno in quanto Segretario del suo partito. Chi legge non si meravigli, altri Ministri del Duce non possedevano nulla. Vedere Araldo Di Crollalanza, Arrigo Serpieri, Alessandro Pavolini e così di seguito, compresi gerarchi di secondo livello.

Certamente qualcuno osserverà che la corruzione esisteva anche nel famigerato Ventennio. E no! Tutt’alpiù si è potuto presentare qualche caso isolato - prontamente punito – e, assolutamente non generalizzato. E la prova ce la fornisce proprio la stupidità antifascista. Negli anni immediatamente successivi al termine del conflitto, quindi 1945/1947 fu istituita una commissione di indagine con l’incarico di investigare sui profitti di regime. Furono aperte cinquemilaecinque cartelle intestate a Gerarchi e alti Funzionari dell’infausto Ventennio. Il 7 febbraio 1948 fu emanato un decreto elaborato dal Sottosegretario della Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti e dal Ministro Giuseppe Grassi “con cui sono definitivamente estinti i giudizi ancora in corso ed è concessa la revisione dei provvedimenti già adottati”. Sin qui quanto è stato scritto, ma la realtà è più ricca: detto decreto di buonismo fu la conseguenza delle indagini svolte; nessun buonismo, ma lo scorno: in altre parole su nessun indagato fu riscontrato nulla di penalmente perseguibile. Nessun gerarca o alto funzionario rubò e nessun atto illecito fu riscontrato. Ma dato che parliamo di antifascismo, non poteva mancare la solita arlecchinata. I giornali, che seguivano le vicende dell’indagine, non potendo trovare nulla per mettere all’indice qualche fascista, un giorno uscirono, con ampio risalto di stampa, con una notizia: . Era accaduto che in una banca fu rintracciata una cassetta intestata al grande trasvolatore. Aperta la cassetta; indovinate quale tesoro venne trovato? La sciarpa Littorio di Italo Balbo, cioè la grande onorificenza fascista.

Solo per gioco, proporrei di aprire la stessa indagine sugli alti (o anche meno alti) funzionari ed onorevoli dell’attuale regime. Partirei dagli anni ’50, non prima; perché tra il ’45 e il ’50 le amministrazioni erano ancora inquinate da funzionari dell’infausto regime e, probabilmente nulla si potrebbe trovare di penalmente valido.

Le risate (risate, si fa per dire) sono dopo quel periodo.

Qualcuno potrebbe osservare: “Ma parliamo di marziani?”. No, signor Qualcuno; il fatto è che il Fascismo era una religione di vita e il denaro era considerato merce del diavolo. Finita la religione, il demonio ha prevalso.


Fonte: srs di Filippo Giannini;   da  Via Cialdini del 21 maggio 2010


Fonte: Luigi Pellini del  22 maggio 2010

domenica 23 maggio 2010

VERONA, SCAVI DI PIAZZA CORRUBIO E PROFANAZIONE DEL CIMITERO PALEOCRISTIANO: RICORDATEVI DELLA MALEDIZIONE DI RE TEODORICO

Basilica di San Zeno. Bassorilievo di Re Teodorico


La leggenda veronese racconta che Teodorico, al bagno nell’Adige,  vide un meraviglioso cervo  e lui, grande  appassionato di caccia, salì in groppa a un meraviglioso cavallo nero apparso  dal nulla.  Il nero cavallo era in realtà un essere demoniaco che, al termine di un'allucinata corsa lungo la penisola italiana, precipitò il vecchio re nel cratere di Vulcano nelle Eolie, ingresso dell'inferno, e tutto questo  come  punizione per aver distrutto il cimitero paleo-cristiano della Chiesa di Santo Stefano.  La leggenda è magnificamente ritratta in un bassorilievo della facciata della basilica di San Zeno.



O  REGEM  STULTUM  PETIT  INFERNALE TRIBUTUM
MOXQUE  PARATUR  EQUUS  QUEM  MISIT  DEMON  INIQUUS
EXIT  AQUA  NUDUS  PETIT  INFERA  NON  REDITURUS

O  Re stolto! Chiede un dono infernale
Tosto gli appare un cavallo mandato dal triste demone
Esce  nudo dal bagno, cavalca all’inferno senza ritorno



Basilica di San Zeno


La scritta ricorda, esecrata  per sempre, sui marmi della Basilica di San Zeno, la punizione divina inflitta  al Re ostrogoto Teodorico  per aver violato,  nel ricostruire le mura della città di Verona, le tombe paleocristiane  dell’area cimiteriale della Chiesa di Santo Stefano.


La profanazione, eseguita nel periodo dell'amministrazione Tosi,  dell'area  cimiteriale paleocristiana  adiacente alla Chiesa di San Procolo e San Zeno con la distruzione dei resti dei  della prima chiesa di San Zeno



LA MALEDIZIONE DI TEODORICO

Si racconta che nel novembre 2009 la  fiera aveva portato molti cavalli in centro città e vederne uno arrivare in piazza San Zeno  non era apparsa una cosa strana. Ma quel cavallo aveva un qualche cosa di strano, oltre ad essere bellissimo non faceva rumore, il suo passo  era silenzioso,  non si sentiva lo scalpitio metallico sul basolato della piazza: era un cavallo scalzo.
Lentamente portato da un cavaliere non più giovane che tradiva le sue origini teutoniche si avvicinava  alla facciata della basilica, dove restava  per parecchi minuti   in silenzio ad ammirare  i bassorilievi  del protiro, lo spettacolo era magnifico, quel nero cavallo ricordava tempi  passati  immortalati nei suoi ultimi divenire  in alcune fotografie  del Lotze. 
Il lucido mantello  nero che si mescolava con le prime ombre della sera  brillava sotto le luci della piazza, lentamente il cavaliere girò il cavallo, passo davanti alla chiesa  di San Procolo, scese  verso  piazza Corrubio, guardò dall’alto della sua cavalcatura gli scavi archeologici,  lesse i cartelli attorno al cantiere e silenziosamente ritornò davanti alla   basilica   ammirando di nuovo a lungo   la spendita facciata, in fine silenziosamente si avviò passando sotto la torre medioevale in Via Abazia. I sanzenati  seduti davanti all’osteria, lo fermarono facendo i complimenti per lo stupendo cavallo. Il misterioso cavaliere, che parlava in  un   decente  italiano,  disse che non poteva fermarsi più di tanto perchè iniziava a far buio, e il suo cavallo era più nero della pece. Prima di andare chiese chi fosse  il sindaco. Avuto il nome accarezzo la criniera del cavallo stette in silenzio per alcuni secondi e poi soggiunse: ricordate al vostro sindaco la maledizione di Teodorico.
Quale maledizione?  Chiesero gli avventori dell’osteria.

Tirato su il bavero calato il cappello sulla fronte giro lo sguardo verso i sanzenati e  prima di spronare il cavallo,  con voce ferma, pronunciò:  

“IMPRESA  RETTONDINI,  AMMINISTRAZIONE    TOSI,   RICORDATEVI DI ME! 

PENSATE  VOI  DI SFUGGIRE AL TERRIBILE FATO?

NULLA DI CIÒ CHE AVETE  FATTO GODRETE,  NE  IN QUESTA VITA, NE  NELL’ALTRA”.


“DAL PROFONDO DELL’INFERNO

TEODORICO VON BERN, IL GRANDE”



sabato 22 maggio 2010

Laboratori del Gran Sasso: sabotate le attrezzature di Giampaolo Giuliani


Domeniche 29 novembre 1999, Giampaolo Giuliani teneva la conferenza di presentazione del suo libro a L'Aquila. Nello stesso momento, approfittando dell'assenza del ricercatore e dei suoi assistenti, qualcuno si intrufolava nella sua stazione di rilevamento, collocata all'interno del laboratorio del Gran Sasso, e portava a compimento una vera e propria azione di sabotaggio, sottraendo due schede hardware di fondamentale importanza e difficilmente reperibili.

Il sabotaggio si è verificato tra le 16.10 e le 16.20. Dieci minuti di tempo durante i quali qualcuno privo di scrupoli ha sfilato dal loro alloggiamento, collocato all'interno del PM2, una circuiteria fondamentale per il funzionamento della stazione e per l'elaborazione dei dati forniti dal rivelatore di gas radon. L'individuazione dell'orario corretto è stata resa possibile grazie al fatto che il computer dove i dati vengono memorizzati non è stato toccato, ed è stato proprio in quella finestra temporale che il flusso di informazioni si è interrotto.

La stazione di rilevamento è collocata all'interno di un'area ad accesso riservato, entro la quale può circolare liberamente soltanto il personale dell'INFN, l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. I carabinieri, che hanno chiesto di mantenere il massimo riserbo durante l'avvio delle indagini per evitare l'inquinamento delle prove, dovrebbero avere acquisito le registrazioni delle telecamere a circuito interno.

 Giuliani conduce una ricerca per molti versi controversa e largamente osteggiata nell'establishment scientifico, ma che almeno in un caso documentato ha consentito a molte persone di mettersi in salvo. Chi ha portato a termine questo ignobile e vile atto ha dimostrato di avere in spregio la sicurezza dei cittadini abruzzesi come di quelli appartenenti alle regioni limitrofe, che ripongono nelle ricerche di Giuliani le uniche speranze  al momento disponibili di riuscire a mettere in salvo se stessi e i loro cari. Un vero e proprio attentato, vergognosamente perpetrato ai danni della ricerca e del diritto di ogni cittadino ad entrare in possesso di tutti gli elementi utili per salvaguardare la loro vita.

 La circuiteria hardware sottratta era stata realizzata diverso tempo addietro, appositamente per il PM2, un macchinario ideato da Giampaolo per filtrare e reindirizzare i dati provenienti dal cubo del rivelatore radon. Non è attualmente in commercio e non si sa quando potrà essere sostituita.

La stazione del Gran Sasso, dal 29 novembre, è inutilizzabile.

Fonte: Byoblu del 10 dicembre  2009

(VR 22 maggio 2010)