venerdì 21 maggio 2010

Prevedere i terremoti: Giampaolo Giuliani aveva ragione, l'INGV scopre il radon





E la Chiesa si rese conto che non era il sole a girare intorno alla Terra, semmai il contrario.
Meglio tardi che mai. Peccato che non sia stato indolore: diffamazioni plurime, denunce per procurato allarme, 300 morti che potevano essere evitati, fiumi di intercettazioni, canzonamenti dell'intellighenzia di sta minchia, insulti, ostruzionismo, interviste RAI censurate, servizi di Superquark di minzoliniana memoria, e chi più ne ha più ne metta.

 Questo è il prezzo dell'antica specialità olimpica del nuoto controcorrente: gli altri sono costretti a fare tripli avvitamenti carpiati con torsione dell'evidenza per difendere l'indifendibile - e per continuare a farsi gli affaracci loro indisturbati - e tu remi contro tutti. E non si sa perchè: in fondo basterebbe parlarsi e smetterla di giocare a chi ha la cresta più colorata del pollaio.
Italians, direbbero all'estero, e infatti lo dicono.

Prima di un terremoto il gas radon puo' aumentare o diminuire.

Queste le conclusioni di uno studio dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) e dell'Universita' Roma Tre che ha permesso di isolare i meccanismi fondamentali che determinano la diminuzione e l'aumento del rilascio del gas radon prima di un terremoto.
Il lavoro in fase di pubblicazione su Geophysical Reaserch Letters (GRL) e' stato finanziato dal progetto 'TRIGS' (http://www.trigs.eu/ ),  sotto il sesto programma quadro della Commissione Europea e del 'New and Emerging Science and Technology Pathfinder'.
Il lavoro spiega che la diminuzione di gas radon puo' essere il precursore di processi di fratturazione e quindi anomalie negative di rilascio di gas dovrebbero essere considerate indicatrici di imminenti rotture.

Bene. Bravi. Bis!

A proposito, qualcuno ha nominato Giampaolo Giuliani, per caso?

Sì, Giampaolo  Giuliani. Quello che è stato chiamato a relazionare all'AGU, il più importante convegno scientifico mondiale sui terremoti che si tiene ogni anno a San Francisco.

Ma dai... Giampaolo Giuliani! Il tecnico aquilano dell'INFN che da dieci anni costruisce rivelatori di gas radon, li piazza ovunque, nelle cantine, nei sotterranei delle scuole, nel ventre delle montagne, li mette in rete e ascolta i terremoti con un'approssimazione dell'80% - dice lui -, in ogni caso sicuramente superiore a quell' "I terremoti non si possono prevedere. Punto!" che ci ha propinato Piero Angela dai tromboneschi servizi di SuperQuark?
Esatto, proprio quel Giampaolo Giuliani che dava fastidio, ma talmente fastidio che qualcuno si è sentito costretto, esibendosi nel triplo avvitamento carpiato di cui sopra, a sabotare le stazioni di rilevamento autofinanziate. Così, non si sa mai che poi riesce a dimostrare che ha ragione!

Adesso non mi verrete anche a dire che sarete in grado di prevedere i terremoti, vero? Ah... lo dite?

«La nostra scoperta - dice Sergio Vinciguerra, coautore della ricerca dell'Ingv - ha permesso di isolare i meccanismi fondamentali che determinano la diminuzione e l'aumento dell'emissione di radon prima dei processi di rottura, che avvengono durante terremoti o eruzioni vulcaniche. Stiamo estendendo l'analisi ad altre litologie con diversi contenuti di vuoti per studiarne l'emissione di radon in funzione del carico applicato. Questo ci permettera' nei prossimi anni di sviluppare un modello per i cambiamenti di emissione di radon osservati e fornire un supporto quantitativo all'interpretazione delle anomalie di questo gas prima di eventi sismici e vulcanici.»

Complimenti, voi sì che siete avanti! Vogliate gradire le nostre felicitazioni con doppio scappellamento a destra.

 No, forse non saremmo così sarcastici se non fossimo stati costretti a interrompere un servizio prestato con garbo e attenzione ai bisogni concreti dei cittadini, a causa di quella sottocultura para-accademica di gerarchie familistiche, immarcescibili, parassitarie, che agguantano al collo l'organismo sociale e ne suggono ogni residua energia fino a ucciderlo ed a morire loro stesse sotto alle macerie della loro misera grettezza umana, incancrenita su un letto di allori putrescenti, ricettacolo di germi, batteri, invidie e meschine quanto magre consolazioni. Sono troppo buono, lo so. E' un mio difetto.


Fonte: da  Byoblu del  13 marzo 2010







GIULIANI AVEVA RAGIONE: e l'INGV scoprì il radon!

Il ricercatore Giampaolo Guliani e il presidente dell'INGV Enzo Boschi 

Intervista telefonica a Giampaolo Giuliani

MESSORA: Allora, oggi è il 12 marzo. Per quanto riguarda la storia della vicenda di Giampaolo Giuliani, il tecnico aquilano che studia da anni la possibilità della previsione dei terremoti mediante una sua tecnica proprietaria che misura il gas radon, è un giorno storico. E' un giorno storico perché è appena uscita un'agenzia.
Titola così: "Terremoti INGV: Variazioni gas radon possono annunciare scosse". Andiamo a leggere come inizia, l'incipit di questa agenzia. "Variazioni di gas radon possono annunciare terremoti in particolare anomalie negative di rilascio del gas radon dovrebbero essere considerate indicatrici di imminenti rotture e fratturazioni tra le rocce del sottosuolo".
Qui dice: "La scoperta è stata fatta dai ricercatori dell'INGV, l'Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia e dall'Università di Roma Tre". Qui siamo veramente al ridicolo. Credo che neanche Gilberto Govi, o Totò avrebbero saputo inscenare una farsa di questo genere. Più avanti dicono: "Questo ci permetterà nei prossimi anni di sviluppare un modello per i cambiamenti di emissione di radon osservati e fornire un supporto quantitativo all'interpretazione delle anomalie di questo gas prima di eventi sismici e vulcanici".
Giampaolo, come commentiamo questo clamoroso dietrofront che coinvolge l'INGV per il quale fino perlomeno pochi giorni fa i terremoti erano tassativamente non prevedibili?

GIULIANI: beh, tu sai benissimo che l'INGV possiede diverse sezioni. Una di queste sezioni, con ogni probabilità, si trovava su un altro pianeta e non ha seguito le ultime vicende, che sono storiche e a livello mondiale, delle previsioni sul forte terremoto de L'Aquila che sono state osservate attraverso i rivelatori gamma di Giuliani. A me fa veramente molto piacere il fatto che venga confermato da un ente pubblico, quale l'Università di Roma Tre e l'INGV, ricercatori di questo ente, 10 anni delle attività scientifiche della ricerca portata avanti da noi attraverso delle osservazioni che ci pongono in questo momento alla testa almeno di 3 o 4 anni rispetto alle ricerche dell'INGV. Pur avendo sempre negato che era possibile o che sarebbe stato possibile attraverso il radon giungere a dei precursori sismici e prevedere i terremoti, oggi l'INGV fa marcia indietro e dice di aver scoperto la possibilità di poter prevedere attraverso le variazioni di radon i terremoti. Ci fa molto sorridere ma siamo nello stesso tempo veramente molto felici, felicissimi perché è un momento storico come tu dici.
Noi siamo talmente avanti che ciò che loro prevedono di poter fare nel futuro, un futuro lontano, noi stiamo invece già lavorando per un sistema di early world in system planetario, cioè che permetterà di poter dare un allarme utile sul terremoto su tutto il pianeta.
Certo ci vorrà del tempo ma con il gruppo che si è costituito mediante la collaborazione di Dimitar Ouzounov dagli Stati Uniti, Sergej Pulinet da Mosca, Katzumi Hattori dall'Università di Chiba in Giappone e dai ricercatori che collaborano con Giuliani, come Gianfranco Totani e Giulia Fioravante, stiamo noi già lavorando su questo sistema che ci permetterà di poter, nel prossimo futuro più presto possibile, dare questa possibilità all'umanità e questo ci rende veramente felici, perché l'agenzia che è uscita oggi fa vedere anche quale sia stato in questo ultimo anno in particolare, senza volere andare ancora più indietro, l'atteggiamento di quella parte di ricercatori italiani che si sono dimostrati delle persone poco affidabili.
Dovrebbero vergognarsi per il comportamento che hanno avuto. Non sto parlando dei ricercatori che in questo momento stanno pubblicando questa cosa, ma di chi sfrontatamente ci ha maltrattato, ci ha denunciato ha tentato di rovinarci, ha tentato di metterci alla berlina, non solo in Italia ma davanti a tutto il mondo scientifico.

MESSORA: sai che noi abbiamo seguito sempre da vicino tutta questa vicenda e qui scrivono una cosa, Vinciguerra: "a differenza di quanto comunemente si ritiene, particolarmente alla luce dei recenti dibattiti sul terremoto de L'Aquila, oltre che ad aumenti di emissione di radon prima di un evento sismico, si è spesso osservate ad anomalie negative, cioè diminuzione di emissioni in diversi contesti geologici".  Cioè stanno dicendo che un sisma può verificarsi non in conseguenza di un aumento di radon ma più spesso anche in relazione a una diminuzione.
Però la parola chiave che qui dicono contrariamente a quanto si è ritenuto nel dibattito che ha coinvolto L'Aquila, ovvero non lo dicono ma tra virgolette è Giampaolo Giuliani, io qui posso dare una testimonianza concreta, diretta, di prima mano e tra l'altro anche documentabile con video datati, in cui tu spiegavi proprio questo che il terremoto può verificarsi sia in conseguenza di un aumento vertiginoso della misurazione di gas radon ma anche in conseguenza di una diminuzione molto rapida. Quindi non è vero che loro hanno aggiunto una scoperta ulteriore, una specificazione diversa rispetto alla declinazione della tua ricerca, ma sono constatazioni che tu stesso in rete, qua su Byoblu.com ci fornivi già mesi e mesi or sono.

GIULIANI: Certo. Le risposte che loro hanno ottenuto attraverso la loro ricerca, ricerca che è stata effettuata su dei campioni di roccia e di altro materiale, le misure che loro hanno effettuato le hanno effettuate attraverso l'osservazione di particelle alfa, che sono quelle che si producono attraverso il decadimento del radon. Loro osservano attraverso i comuni radometri. Noi abbiamo sempre detto e rimarcato che queste osservazioni, che hanno dato e prodotto dieci anni di dati dalla ricerca di Giuliani, vengono effettuati con una macchina che Giuliani stesso ha prodotto e che gli permette di vedere non le particelle alfa, ma le particelle gamma, diciamo fotoni gamma che vengono osservati attraverso questo strumento, in particolare su elementi prodotti di decadimento del radon. E la dice lunga perché ciò che loro hanno osservato su questi diversi composti dà loro una risposta alla quale ancora non sono praticamente coscienti, in realtà, di ciò che stanno osservando.
Ciò che invece noi abbiamo estrapolato ormai da più di 5 anni è comprendere quel meccanismo che loro hanno osservato attraverso l'esperimento che hanno effettuato su questi campioni, noi lo avevamo già effettuato ad aprile 2008 in tandem con il Dipartimento Disat dell'Università de L'Aquila, un esperimento effettuato a Piazza del Teatro a L'Aquila, producendo delle pressioni sul terreno e misurando con il nostro rivelatore gamma le accelerazioni che subiva il radon in base alle pressioni che venivano effettuate sul terreno.

MESSORA: Se ricordo bene tutto questo è presente nel DVD che esce giusto giusto lunedì prossimo. Ma adesso che cosa cambierà dopo questa rivelazione di questa sezione dell'INGV nei tuoi confronti? Che cosa ti aspetti?

GIULIANI: Io nei miei confronti da loro non mi aspetto niente, perché io sono felice e faccio tantissimi auguri ai ricercatori che hanno portato avanti questa osservazione scientifica. Mi congratulo anche con loro perché hanno avuto il coraggio di affermare questa cosa e io non so se il presidente dell'INGV sia a conoscenza, sicuramente oggi avrà letto, visto che hanno sempre mentito...

MESSORA: che è formalmente Enzo Boschi ancora.

GIULIANI: Sì. Lo hai detto tu e non l'ho detto io, quindi può darsi che il terremoto lo faccia lì a Milano adesso. A me rende felicissimo, perché finalmente loro parlano di possibilità di osservazioni attraverso le osservazioni di radon, di poterle correlare con i terremoti. Da questo momento in poi 10 anni di ricerca scientifica svolta da Giuliani, potrà sicuramente essere pubblicata senza subire gli oltraggi e i freni che gli sono stati imposti fino a questo momento e non solo, ma noi stiamo già lavorando, come dicevo prima, su un sistema di prevenzione a livello planetario. Loro dichiarano che in un futuro, non si capisce bene quando, saranno in grado di poterlo fare. Voglio mettere in risalto questo, che un gruppo internazionale, L'Aquila, Mosca, Stati Uniti e Giappone, sta già mettendo a punto un sistema per regalare all'umanità la possibilità di poter essere allertata con un tempo di margine sufficiente per salvare delle vite umane dove gli uomini vivono ancora oggi a rischio sismico.

MESSORA: questo immagino sia anche un'implicita risposta a quei colloqui che sono emersi dalle intercettazioni telefoniche che coinvolgevano proprio Franco Barberi e Guido Bertolaso, in cui qualcuno si riferiva a te come a "quello scemo di Giuliani" la serata...

GIULIANI: a Giuliani gli è stato detto di tutto "scemo", "imbecille" "fanfarone", "sciamano", chi più ne vuole più ne dica. Sono veramente felice oggi 12 marzo 2010, è un grande riconoscimento, è la più grande soddisfazione. E' con il più grande orgoglio che io dico grazie a tutti coloro che mi hanno creduto. Speriamo che questa cosa possa tornare utile per l'umanità. Ecco, questo mi inorgoglisce e solo questo a noi interessava.

MESSORA: questo tra l'altro arriva subito dopo il proscioglimento dall'accusa di procurato allarme per i fatti di Sulmona, anche lì una grave accusa infamante che è stata architettata dalla stessa cricca di persone che adesso si trovano o agli arresti oppure direttamente indagate e in qualche modo ha cercato di oscurare, di censurare di osteggiare la circolazione delle informazioni per quanto riguarda la ricerca e la prevenzione sui terremoti. Ecco, ricordiamolo perché purtroppo la notizia dell'accusa di procurato allarme è circolata tantissimo sui media, mentre al contrario la notizia del tuo proscioglimento, che è avvenuto recentemente, per la non sussistenza dei fatti, tra l'altro con una motivazione che il GIP ha voluto sottolineare ovvero che il gas radon può essere associato ai precursori per i terremoti, questa notizia non è circolata assolutamente.

GIULIANI: sì, è stato il più bel regalo di natale che potessi avere, perché è avvenuta il 23 di dicembre proprio al rientro dagli Stati Uniti quando andai a San Francisco per presentare al congresso, all'Agu Fall Meeting di San Francisco, il talk in cui spiegavo a tutto il comitato scientifico internazionale presente della tecnica e del metodo che noi avevamo utilizzato dal 2000.
 E' stato il regalo più bello che potessi ottenere, Perché? Perché il riconoscimento è stato, tra l'altro, scientifico oltre che a livello legale. Non solo, ma come ci tengo a ripetere, nonostante la potenza che avessi di fronte, è che io che sono un piccolo granello di polvere nei confronti di tutte quelle persone che erano un muro in cemento armato e che oggi viene sgretolato...
Non ho parole, non ho parole per dire di fronte a chi ci troviamo, di fronte alla superbia, di fronte a tutte queste cose io sono esterrefatto ma nello stesso tempo felice e contento per la soddisfazione che provano tutte quelle persone che hanno creduto nella nostra ricerca, tutte quelle persone che pur non avendo una conoscenza scientifica non sarebbero state in grado di poter giudicare ed accettare, non solo, ma bombardate dalle false notizie che venivano date loro proprio da questi personaggi che avevano la responsabilità di attendere alla vita di tutti gli aquilani.
E proprio di tutto questo io devo dire grazie ad un giudice, devo dire grazie a delle persone che mi stanno aiutando e mi hanno aiutato a far riconoscere e a portare avanti questa scoperta, perché questa scoperta permetterà - e di questo sono orgoglioso e felice - nel prossimo, ma proprio prossimo futuro, di poter salvare delle vite umane.

MESSORA: sono gli utenti che ti hanno seguito da oltre un anno e per la precisione su questo blog, quelli di questo blog che ben ti conoscono e conoscono più nel dettaglio le tue ricerche, perché i media tradizionali purtroppo non offrivano spunti in questo senso, sono questi utenti che ti ringraziano per aver proseguito, per aver combattuto questa battaglia e per aver raggiunto un piccolo traguardo oggi con una crepa nel muro dell'establishment scientifico che finalmente inizia ad ammettere che tra le emissioni di gas radon, le sue variazioni in senso positivo e in senso negativo, e i terremoti, il verificarsi dei sismi esiste un legame certificato addirittura da una sezione dell'INGV.

GIULIANI: permettimi questo, di ringraziare il tuo blog, i tuoi interventi, tutti i tuoi fans e tutti quelli su Facebook, i fans che in continuazione mi scrivono e che hanno aperto tanti forum.
Ti devo ringraziare perché sei stato una di quelle persone che hanno saputo pilotare, anche a livello giornalistico, ponendosi un attimino fuori dalla contesa, ma hanno saputo dare la voce vera, la voce che non era di parte, dicendo “guardiamo, pensiamo, studiamo, osserviamo, vediamo se può essere vero”, senza infangare e senza bruciare al rogo una persona che portava avanti delle idee scientifiche corroborate dai propri dati, dai propri risultati. Io di questo ringrazio te e tutte le persone che in qualche modo sono legate a te attraverso il lavoro che tu fai. Ti ringrazio per il giornalista che sei.

MESSORA: mi complimento ancora per questa splendida notizia. Ci segneremo queste data. Seguiremo sempre da vicino gli sviluppi della vicenda e delle tue ricerche, come abbiamo sempre fatto. Ciao Giampaolo.

GIULIANI: grazie Claudio, ciao

Fonte: da  Byoblu del  13 marzo 2010






Le vostre domande a Giampaolo Giuliano




Video: Giampaolo Giuliano risponde  da youtube


giovedì 20 maggio 2010

Giampaolo Giuliani: Vi racconto la mia verità sull’Aquila


ASCOLI PICENO. Alla libreria “La Rinascita” si è svolto un incontro con il tecnico inventore di un sistema che prevedrebbe i terremoti. Nell’evento organizzato dall’associazione culturale Criveo ha presentato il suo nuovo libro

«Un terremoto non arriva mai all’improvviso, ma bussa più volte alla porta per avvisarci, prima di arrivare». A quasi un anno dal terribile sisma che ha sconvolto l’Aquila il 6 aprile scorso, Giampaolo Giuliani torna a raccontare la sua versione riguardo ai giorni che hanno preceduto la forte scossa.

Una tragedia che a suo avviso si sarebbe potuta evitare, come recita il titolo del suo libro, scritto a quattro mani con Alfredo Fiorani, “L'Aquila 2009. La Mia Verità sul Terremoto. La storia mai raccontata di un disastro annunciato, dell'uomo che avrebbe potuto salvare 300 vite umane e delle istituzioni che non gli hanno creduto”. L’incontro, organizzato dall’associazione culturale Criveo (Centro Ricerche Verità Occultate), ha richiamato molte persone, che hanno gremito la sala della libreria “La Rinascita”.

Il tecnico aquilano è noto per aver scoperto un presunto sistema di previsione dei terremoti, basato sui rilevatori del radon, un gas inerte presente su tutta la crosta terrestre, la cui concentrazione nell’atmosfera aumenterebbe quando si stanno per verificare i terremoti. In questo senso il radon agirebbe come un precursore sismico capace di intercettare il sopraggiungere di un terremoto nell’area di 80 km, 6-24 ore prima che si verifichi.

Giuliani, insieme ad altri ricercatori, ha intrapreso i suoi studi sul radon nel 2000, per poi costruire nel 2002 il primo rilevatore. Ad oggi si contano diverse stazioni operative in Abruzzo, tra cui L’Aquila, Pineto, Gran Sasso «e Coppito che, collegate tra loro telematicamente, sono in grado di inviarsi in tempo reale i segnali d’allarme, permettendo di individuare con più esattezza l'epicentro del terremoto.

Si tratta di una rete che il tecnico propone di istituire anche nelle Marche, zona sismica di discreta entità, con rilevatori che andrebbero posizionati a Macerata, Ascoli Piceno e Fermo.
«Voi siete fortunati perché avete faglie che dovrebbero produrre scosse di magnitudo non superiore a 5.5, che con buoni edifici non provocherebbero grandi danni», ha sostenuto Giuliani.

Nel ricostruire quanto è avvenuto all’Aquila lo scorso anno, Giuliani ha ricordato come il terremoto della notte del 6 aprile fosse stato preannunciato da una serie di eventi sismici che da gennaio a marzo andavano intensificandosi nell’area.
 Il 5 aprile la popolazione era terrorizzata per le scosse verificatesi in tarda serata, tanto che molti aquilani preferirono dormire fuori dall’abitazione, cosa peraltro sempre consigliata, ha spiegato il tecnico, quando si succedono 2 o 3 eventi in una giornata. Ma in televisione, in particolare nei tg regionali, fu inviato un messaggio di rassicurazione alla popolazione, comunicandole che poteva dormire tranquillamente nelle proprie case.
A partire dalle 18 e in particolare verso le ore 20-22, ha affermato Giuliani, «noi eravamo già in grado di dire che ci sarebbe stato un evento maggiore del 5.8 (della scala Richter).
A quel punto non potevo allertare la popolazione perché altrimenti ricevevo un mandato di arresto».
 Il racconto continua: «Quella sera ho ricevuto molte telefonate, tanti mi chiedevano cosa dovevano fare ed io ho detto a tutti di dormire fuori perché ci sarebbero state altre scosse. Anche il sindaco dell’Aquila mi ha chiamato per sapere se l’indomani doveva chiudere le scuole». Molti personaggi delle istituzioni, tra cui quelli che avevano preso le distanze da lui, allertati del pericolo imminente hanno scelto di fuggire dalla città. «Il sindaco invece dormì in camper, lui almeno è rimasto all’Aquila, gli altri politici sono scappati tutti sulla costa».

Giuliani è stato al centro di controversie e ostilità da parte della scienza accademica e dell’informazione, che gli hanno contestato il carattere non scientifico delle sue ricerche svolte a titolo personale e “non ufficiale”, e la mancanza di studi adeguati (Giuliani non possiede una laurea, pur facendo attività da 40 anni).
Negli ultimi tempi, tuttavia, sta crescendo l’interesse della comunità scientifica verso lo studio del radon come precursore sismico, come testimoniano l’invito di Giuliani al congresso annuale di San Francisco sulle catastrofi naturali, e la recente conferma da parte dell’Ingv sul fatto che le variazioni di radon potrebbero annunciare scosse di terremoto.
Ma quanto al brevetto creato con la sua invenzione, lo studioso ha affermato di non avere alcuna intenzione di venderlo all’estero: «Mi sono rifiutato di darlo agli americani. Voglio che resti italiano e salvi vite italiane».

Fonte: srs di di Claudia Cinciripini; da  San Benedetto oggi,  del 15  marzo 2010


mercoledì 19 maggio 2010

Israele, una santa terra molto, molto sismica

Terremoto in Palestina
Israele,
i sismologi non sono in grado di prevedere quando si verificherà il prossimo terremoto di grandi proporzioni in Medio Oriente.

Un geologo dell’università di Tel Aviv, tuttavia, ha fatto notare che, rispetto ai dati registrati in alcuni documenti storici, la data dell’evento è in sensibile ritardo.

Se il futuro sisma dovesse sprigionare una magnitudo superiore a sette gradi della scala Richter, ha affermato il geologo Dr. Shmulik Marco, si potrebbero avere conseguenze molto gravi per i luoghi santi e per la stessa pace.

Servendosi della traduzione di centinaia di documenti, lo studioso ha potuto accertare che negli ultimi duemila anni la Terra Santa è stata colpita da una serie di terremoti devastanti.
Quelli più violenti verificatisi nella valle del Giordano si ebbero:
nel 31 a.C., 
nel 363, 
nel 749 e 
nel 1033, approssimativamente a un intervallo di 400 anni.
Dati alla mano, sono trascorsi più di mille anni dal terremoto del 1033.

Le fonti di riferimento, scritte da monaci e preti, coprono un periodo di circa duemila anni e possono contribuire a determinare le località dove si può verificare un terremoto e le conseguenze sui piani di faglia che attraversano Israele e i paesi limitrofi.
I documenti scritti in latino, greco e arabo contengono molte informazioni. Talvolta si tratta di lettere inviate in Europa in cui, oltre alla richiesta di offerte per la riparazione di chiese danneggiate dai terremoti, si registrano date e localizzazioni dei sismi.

Uno dei cronisti più importanti su cui Marco fonda le sue conclusioni è un monaco del nono secolo di nome Teofane.
In un manoscritto il cronista annota: “Un forte terremoto in Palestina, dal Giordano fino a tutta la Siria. Una innumerevole moltitudine di persone è perita, chiese e monasteri sono crollati soprattutto nel deserto della città santa”.

Anche le fonti dell’Antico Testamento offrono qualche piccola tessera del mosaico.
Nel libro del profeta Zaccaria al capitolo 14, versetto 4 si legge: “il monte degli Ulivi si fenderà in due, da oriente a occidente (trad. CEI)”, e al 5: “Sarà ostruita la valle … come fu ostruita durante il terremoto avvenuto al tempo di Ozia, re di Giuda”.

Quando si verificherà, il terremoto interesserà Amman, il Giordano, Ramallah, Betlemme e Gerusalemme.
“I terremoti” - osserva Marco - “non si preoccupano di questioni religiose o politiche”.


Fonte: Tel Aviv University: American Council  /2 ottobre 2007/ SBF taccuino

martedì 18 maggio 2010

Localismo e Potere Globale


Con la fine dell’apparente dicotomia USA-URSS, il mondo ha assunto una struttura multipolare. Al trust dei Paesi dominanti si affiancano Paesi emergenti, termine usato per indicare le aree in via d’integrazione in un unico grande mercato che, nelle intenzioni delle oligarchie beneficiarie, dovrebbe assumere sempre più una dimensione planetaria.

L’attuazione del progetto non è pacifica, sia per la conflittualità interna al gruppo delle nazioni industrialmente avanzate, sia per i fattori di instabilità impliciti nella progressiva estensione dell’universo capitalista. Al tempo stesso, la molteplicità del locale sembra resistere, e talvolta contrapporsi, all’avanzata del globale, facendo ragionevolmente dubitare della ineluttabilità di certi processi così come descritti dalla propaganda mondialista.

Secondo alcuni studiosi, come Michael Hardt ed Antonio Negri, il potere che governa il mondo e regola gli scambi globali, dovrebbe chiamarsi impero, piuttosto che mondialismo, parola derivata da mondialisme, che è la traduzione francese dell’inglese globalization. Tuttavia il termine impero andrebbe inteso come concetto e non come metafora, essendo qualcosa di diverso, sia dagli imperi dell’antichità e del medioevo, sia dall’imperialismo degli Stati nazionali nel XIX e XX secolo. La diversità andrebbe ricercata, più che nei valori di riferimento, nel diverso rapporto con lo spazio.

Nella forma imperialismo, che costituisce una proiezione della sovranità nazionale, i confini statali delimitano il centro di ogni singola potenza, da cui viene esercitato il potere sui territori esterni attraverso un sistema di canali e barriere che alternativamente facilitano e bloccano i flussi commerciali e finanziari.
Al contrario, la forma impero non ha un centro di potere o frontiere ben determinate. E’ un apparato decentrato e deterritorializzante, che progressivamente incorpora l’intero spazio mondiale amministrando scambi plurali tra entità continuamente ridefinite. Si caratterizza per la mancanza di limiti, spaziali e temporali. Pretende non soltanto di regolare le interazioni umane, ma di dominare direttamente la natura umana. Non rappresenta il suo dominio come storicamente transitorio, ma cristallizza l’ordine attuale per l’eternità.

Altri autori, come James Petras ed Henry Veltmeyer, considerano la sovranità globale un processo in formazione. Evidenziando la complessità strutturale del potere mondialista, preferiscono parlare, più che di impero, di Economic Empire Building (EEB). Tale idea concilia i tentativi di concettualizzare quanto di nuovo emerge nella realtà contemporanea, con le posizioni di coloro che negano valore scientifico al concetto di globalizzazione, riconoscendone al massimo efficacia descrittiva. Essi sottolineano, e non a torto, che il fenomeno, nella sua sostanza economica, sia imperialismo e non abbia bisogno di nuove definizioni, giacché risulta spiegato, in maniera esaustiva, dalla dottrina marxista-leninista. Il nuovo paradigma liberista sarebbe quindi un altro capitolo della grande narrazione borghese sul carattere benefico e pacifico del capitalismo, una riedizione dell’ultraimperialismo di Kautsky, a suo tempo confutato da Lenin.

Mondialismo, impero, imperialismo, rappresentano visioni diverse di un unico fenomeno: la dinamica del potere globale. La sua antitesi, almeno dialetticamente, dovrebbe essere il localismo, inteso come valorizzazione delle specificità di una comunità territoriale. Tale contrapposizione è più teorica che reale perché, essendo quello mondialista un sistema in itinere, l’oligarchie dominante si legittima anche per la capacità di gestire il conflitto tra identità, reali o fittizie.
Come un’efficace strategia aziendale di differenziazione produttiva consiste nell’offrire beni e servizi a consumatori targettizzati in base alle peculiarità di ciascuno, nel presupposto che gusti e preferenze tendano comunque ad uniformarsi su scala planetaria, così un’efficace global governance consiste nell’organizzare - a livello mondiale, continentale, statale, regionale, locale - le diverse espressioni identitarie, residuali o persistenti, nell’interesse delle lobby che sono organiche al progetto. I

l localismo quindi non è antimondialista per definizione, ma può esserlo o non esserlo secondo la forma che assume e degli interessi che serve. In tal senso distinguiamo tre fondamentali caratterizzazioni del localismo: cristallizzato, spettacolare, dinamico.

Il localismo cristallizzato è la memoria dei padri testimoniata dai cultori delle tradizioni locali. Nella sua dimensione collettiva, s’identifica col folclore e si esprime in feste patronali, rappresentazioni in costume, sagre gastronomiche, celebrazioni di eventi passati. Ha rilevanza politica ed economica unicamente come produzione letteraria a compendio di progetti, finanziati da enti pubblici o privati, per la valorizzazione dei beni culturali di un territorio. Trasposto a componente dell’offerta turistica, insieme alle bellezze paesaggistiche, il localismo assume forma spettacolare. Si esprime in itinerari culturali e ricordi mercificati. Si articola in un sistema di strutture recettive e ricreative. Produce reddito, ma non necessariamente a vantaggio di imprenditori locali. Catene alberghiere e attrattive turistiche sono spesso gestite da grandi holding globali. In forma cristallizzata e/o spettacolare, il localismo è perfettamente funzionale al mondialismo. L’esistenza di luoghi incontaminati e residui di culture ancestrali nutre l’illusione della diversità e alimenta fughe dalla realtà, quel ritrovare se stesso altrove da qui, lontano nello spazio o nel tempo, che facilita l’assimilazione del pensiero unico.

Il localismo dinamico consiste invece nella valorizzazione sostenibile delle risorse locali in rapporto all’economia nazionale ed alle sfide globali. E’ il risultato di una particolare condizione d’equilibrio tra il radicamento in una comunità territoriale e l’apertura al resto del mondo. E’ una sintesi difficile. Da un lato, se il senso d’appartenenza degenera nel feticismo del proprio passato, si perpetuano identità castrate, incapaci di governare i mutamenti in corso e generare progettualità rivoluzionarie. Dall’altro, se il fascino del nuovo e del diverso porta allo sradicamento culturale, si produce un clima di consenso, o di semplice assuefazione passiva, allo sfruttamento indiscriminato delle risorse locali, naturali ed umane, da parte dell’oligarchia mondialista. Ogni territorio ha un proprio patrimonio di valori che derivano innanzitutto dall’ambiente fisico: sono gli ecosistemi modificati nel corso del tempo dall’intervento umano. In secondo luogo dall’ambiente costruito: sono gli edifici, il sistema produttivo, le infrastrutture. Infine dall’ambiente antropologico: sono il tessuto sociale, le forme di organizzazione collettiva, la visione del mondo, le conoscenze tecnologiche. Questi valori non sono di per sé delle risorse, cioè fattori in grado di alimentare automaticamente strategie di sviluppo.
Affinché ciò avvenga, occorre che siano riconosciute come tali. Ogni risorsa territoriale è quindi un’entità complessa basata su due componenti fondamentali: la dotazione, che corrisponde ad uno o più valori territoriali, e la capacità delle comunità residenti di riconoscere le potenzialità del territorio e di valorizzarle in relazione a un fine.
La libertà e la felicità di una comunità territoriale non sono quindi il risultato di un lascito, ma un’attività deliberata con cui un popolo, esercitando la sua sovranità attraverso le istituzioni democratiche, sceglie il proprio modello di sviluppo sostenibile, cioè i mezzi e i fini con cui accrescere le sue risorse territoriali senza degradarne il valore.
La scoperta e la coltivazione delle risorse sono attività ataviche, di qualunque collettività umana. Tradizionalmente sono processi sociali di apprendimento avvenuti nel tempo, talvolta senza specifici e consapevoli interventi progettuali.

Ai giorni nostri, la velocità e la rilevanza globale del cambiamento, impongono di passare da una capitalizzazione delle risorse territoriali implicita, cioè indotta dal fluire stesso del tempo, ad una loro valorizzazione esplicita, cioè pianificata dal breve al lungo termine.
Questo compito spetta alle istituzioni, non al mercato. Le risorse territoriali appartengono alle comunità, non alle multinazionali. Ciò è vero, a condizione che dotazione e capacità coincidano. Altrimenti, la gestione dei valori del territorio in cui viviamo, passa a un potere esterno e sovraordinato, che procede secondo la logica del suo equilibrio.

Il localismo dinamico non è quindi una forma di aggiustamento spontaneo dell’economia locale alla competizione globale, ma un modello di sviluppo, aperto all’interscambio ma endogeno quanto ai fattori produttivi, incentrato sul ruolo degli enti pubblici come propulsori di progresso sociale. E’ un problema di scelte, che si compiono a livello politico.
Nel sistema di interdipendenze indotte dall’economia globale, bisogna privilegiare le forme di connettività cha valorizzano le risorse territoriali, non quelle che accrescono il PIL regionale a loro detrimento.
Le istituzioni che rinunciano a questa funzione, lasciano proliferare la logica del think global and act local, che mercifica le risorse naturali e le persone, compreso le differenze culturali e razziali, per favorire la globalizzazione produttiva e consolidare il potere mondialista.  


Fonte:  srs di Raffaele Ragni.  28 settembre 2009


lunedì 17 maggio 2010

Mondialismo e globalizzazione






Da quando la parola globalizzazione è entrata nel linguaggio comune, è sorto anche un movimento variegato che ne contesta gli aspetti più drammatici. Inizialmente fu definito popolo di Seattle, dal nome della città canadese dove, alla fine del 1999, si è svolta la prima imponente manifestazione di piazza conto la World Trade Organization (WTO). Da subito fu ridefinito no global, dal momento che indirizzava i suoi attacchi contro le principali istituzioni della global governance, comprese World Bank e International Monetary Fund. Prima di essere cooptati dal potere mondialista, alcuni suoi promotori amavano definirlo il movimento oppure il movimento dei movimenti. Una volta intruppati nelle schiere dei riformisti, si sono ribattezzati new global o altermondialisti per sottolineare che, non sono contro la globalizzazione, ma ne sognano una diversa.


In una prospettiva antagonista, poco importa analizzare la semantica del movimento o le ragioni della sua crisi attuale. Le giustificazioni dei moderati sono sempre le stesse. Basta rileggere gli strali lanciati da Lenin contro il riformista Karl Kautsky che, in presunti scenari ultraimperialisti, auspicava, non il crollo del capitalismo giunto alla sua fase terminale, ma la sua evoluzione pacifica verso il superamento della povertà e dell’ingiustizia. Parlare di opposizione, con riferimenti continui alla sua patologia, è tempo sottratto all’indagine sul potere, sulla cui dinamica deve invece concentrarsi continuamente la nostra attenzione se vogliamo capirne le disfunzioni, traducendole in opportunità di liberazione. A tal fine, bisogna innanzitutto capire la sostanza economica della globalizzazione, al di là della sue diverse percezioni, talvolta riduttive e fuorvianti.


La globalizzazione è la strategia produttiva tipica dell’attuale fase del capitalismo. Consiste nel frammentare la catena del valore tra Paesi diversi, localizzando ogni sua fase nel mercato che offre maggiori vantaggi: manodopera a basso costo, libertà d’inquinare, incentivi fiscali o finanziari, disponibilità di materie prime o tecnologia. Il ciclo produttivo non viene compiuto in un solo Paese, ma si dispiega tra mercati diversi. Tale strategia è imposta dalla necessità di ricostituire i margini di profitto erosi dalla concorrenza e dai crescenti investimenti, concentrati soprattutto nella valorizzazione del marchio e nella funzione di ricerca e sviluppo. 


Una strategia aziendale di questo tipo, per essere attuabile, presuppone la libera circolazione di merci, servizi, capitali e lavoratori. Infatti, se uno Stato limitasse l'import-export di determinati beni o i flussi di capitale, non potrebbe attuarsi alcuna globalizzazione. Altro suo presupposto è la povertà. Infatti, se non ci fossero Paesi i cui lavoratori locali sono disponibili a farsi assumere a bassi salari o ad emigrare in altri Stati che offrono maggiori opportunità di lavoro, sempre a bassi salari, anche in tal caso non potrebbe attuarsi alcuna globalizzazione. E' evidente che tale modello non risolve il problema del sottosviluppo, come i suoi sostenitori vorrebbero farci credere, perchè si fonda proprio sul sottosviluppo, cioè sull'ineguale remunerazione dei fattori produttivi tra diverse aree geografiche. Tende anzi a perpetuare la povertà e lo sfruttamento, al fine di garantire alla aziende globali sempre maggiori profitti. 


Tuttavia la globalizzazione non è che un aspetto, potremmo definirla la connotazione economica, di un’ideologia più ampia: il mondialismo. Tale termine indica un modello di sistema economico e sociale basato, oltre che sulla mondializzazione del conflitto di concorrenza, anche sulla diffusione planetaria di modelli di consumo e valori omogenei. Non caratterizza soltanto l'organizzazione aziendale, ma pervade il costume, la società, la politica, l'etica, la religione. In sintesi, i mondialisti ritengono che il legame che unisce un popolo alla sua terra e alla sua tradizione non ha alcun valore, anzi ostacola il progresso dell’umanità. Auspicano invece la diffusione di un modo di pensare uniforme - il cosiddetto pensiero unico - in maniera tale che, in ogni parte del mondo, vivano individui con le stesse aspirazioni e gli stessi bisogni. Tale forma di massificazione planetaria consentirebbe alla aziende globali di vendere dovunque gli stessi prodotti e creerebbe il consenso necessario alla istituzione di un governo mondiale, prima occulto o informale, e poi progressivamente manifesto, che tuteli gli interessi della grande finanza. 


In tale prospettiva, gli Stati devono rinunciare a componenti essenziali della propria sovranità, come la disponibilità delle proprie risorse economiche e il diritto di opporsi all' ingerenza nei propri affari interni da parte di Paesi stranieri. In materia di politica economica, i governi locali devono applicare gli indirizzi formulati dalle organizzazioni internazionali e rendere flessibile il mercato del lavoro con forme contrattuali che istituzionalizzano il precariato e garantiscono alle aziende piena libertà di assumere o licenziare come richiede il mercato. Per il resto, devono limitarsi a gestire la convivenza e i conflitti tra individui di razze e religioni diverse, riscuotere tributi ai vari livelli della pubblica amministrazione, favorire la diffusione del pensiero unico attraverso i mass media, le scuole, le università. Ogni idea non funzionale alla strategia mondialista viene criminalizzata e repressa.


Il mondialismo quindi non è soltanto un' ideologia, ma è un progetto perseguito da gruppi di potere, trasversali agli Stati e ai partiti, che dispongono di mezzi finanziari tali da condizionare le scelte compiute dai governi e dalle organizzazioni internazionali. Tale potenza economica deriva dal fatto che, fautori del mondialismo, sono i vertici di banche ed aziende a dimensione multinazionale, che hanno tutto l'interesse a vedere crescere i loro profitti grazie alla globalizzazione dell'economia, senza alcun riguardo per milioni di individui che ne pagano il prezzo in termini di povertà ed inquinamento ambientale.


Uno dei principali aspetti della strategia mondialista è l’immigrazione extraeuropea. All'origine del fenomeno c'è una fuga dalla povertà e dal degrado ambientale, conseguenze di un modello economico che impone ai Paesi sottosviluppati il ruolo di esportatori di materie prime per l’industria agroalimentare e di importatori di tecnologie obsolete. I governi di quei Paesi, indebitati con le banche internazionali e manovrati dall'oligarchia mondialista, favoriscono l’espulsione di massa di derelitti che approdano in Europa alla ricerca di un lavoro. Molti vengono assunti a salari irrisori, contribuendo a calmierare il costo del lavoro, altri finiscono nella delinquenza e contribuiscono al degrado delle nostre metropoli. 


Malgrado i problemi che ne derivano, in termini di conflittualità sociale e ordine pubblico, la classe politica non ostacola i flussi migratori, al massimo cerca di regolamentarli, perché il mondialismo prevede l'imposizione della società multirazziale, che viene presentata come un fenomeno inevitabile, mentre in realtà è soltanto l'effetto di precise scelte economiche. Infatti la diffusione di modelli di consumo uniformi, presupposto della globalizzazione produttiva, si fonda sullo sradicamento dei popoli e sulla perdita di identità nazionale. Viceversa il senso d'appartenenza e l'amore istintivo di ogni uomo per la propria gente e la propria terra, portano al rifiuto ideologico del pensiero unico e all’adozione di modelli di sviluppo autocentrati che conducono, non all’economia globale, concetto più teorico che reale, ma a forme di interdipendenza su base continentale.


Considerata la complessità del fenomeno, un movimento di contestazione non può limitarsi a denunciare i limiti della globalizzazione, che rappresenta solo la connotazione economica del progetto mondialista, ma deve affrontarne ogni aspetto, sociale e culturale. Non è difficile capire le cause della povertà e dell’inquinamento, l’importanza di internet, i caratteri della società in rete. Ciò che caratterizza un vero movimento d’opposizione è la coscienza del nesso funzionale tra società multirazziale e globalizzazione, tra l’imposizione di un certo modello sociale e gli equilibri di una certa strategia produttiva che caratterizza il sistema nell’attuale fase storica. 


Non è necessario essere razzisti, o diventarlo, per capire a chi giova l’immigrazione. L’Accademia delle Scienze dell’URSS, in uno studio del 1983 sull’evoluzione del capitalismo, collegava i flussi migratori al fenomeno della sovrappopolazione intesa, non in senso maltusiano come eccesso assoluto di popolazione, ma come surplus di forza-lavoro rispetto alla domanda del capitale. E’ quindi un fatto relativo, giacché deriva dallo sfruttamento imperialista che non permette di occupare la popolazione in modo utile e di garantirle i mezzi di sussistenza. 


Richiamando la teoria dell’imperialismo di Lenin, si evidenzia come la sovrappopolazione si manifesti in tre forme fondamentali: in forma fluida - quando gli operai estromessi dal processo produttivo riescono a rientrarvi - in forma latente - quando, non riuscendo a rientrarvi, vivono di espedienti al di sotto della sussistenza - ed infine in forma stagnante - quando sono occupati, ma in forme irregolari o precarie. Le varie forme di sovrappopolazione generano flussi migratori di lavoratori che cercano in altri Paesi una collocazione ai limiti della sussistenza. Si accontentano cioè di un misero salario pur di sopravvivere. Le migrazioni nell’ambito del sistema capitalistico mondiale servono così ad aumentare i profitti dei grandi conglomerati. I profitti colossali generati dall’esportazione di capitale in eccesso, e dall’importazione di manodopera in eccesso, accrescono le sperequazioni nella distribuzione della ricchezza.


Se un altro mondo è possibile, come qualcuno continua a dire, non nascerà certo dal miglioramento, ma dalla disintegrazione del sistema produttivo su cui lucrano le oligarchie dominanti.


Fonte: srs di Raffaele Ragni; da Rinascita del 21 maggio 2007









domenica 16 maggio 2010

IO SONO PROPRIO UN VECCHIO RIBELLE - I'm good old rebel


I'm good old rebel

Questo canto sudista risale all'immediato dopoguerra. Esprime  il rifiuto dell'ordine “democratico” e mercantile del Nord.


Beh. io sono proprio un vecchio ribelle
Adesso, è tutto quello che sono
E della loro bella “terra di libertà”
Non so che farmene.
Sono contento di averla combattuta,
Avrei soltanto voluto vincere
E non voglio perdono
Per tutto quello che ho fatto.

lo odio la Costituzione
E questa grande Repubblica
Odio il Comitato delle Libertà
E le loro uniformi blu.
Odio la loro aquilaccia
Le loro smargiassate e le loro maniere ,
Questi mentitori e questi ladri di yankees
lo li odio sempre di più.

lo odio la nazione yankee
E tutto quello che fa.
Odio pure
la Dichiarazione d'Indipendenza.
Odio la gloriosa Unione
Che gronda del nostro sangue.
Odio la loro bandiera stellata.
E l'ho combattuta finche ho potuto.

lo ho seguito il Comandante Robert *
Per quasi quattro anni.
Sono stato ferito tre volte
E sono morto di fame a Point Lookout.
Ho preso i reumatismi
Accampato nella neve. ,
Ma ho ucciso un mucchio di yankees
E avrei voluto ammazzarne ancora di più.

Trecentomila yankees
Giacciono stecchiti nella polvere del Sud;
Noi ne abbiamo ammazzati trecentomila
Prima che ci sconfiggessero.
Sono morti per la febbre sudista,
Del fuoco e del ferro sudisti,
E avrei voluto che fossero tre milioni
Anziché trecentomila.           

lo non posso prendere il mio fucile
Per combatterli ancora
Ma non li amerò
Questo è poco ma sicuro.
E non voglio perdono           
Per tutto quello che sono stato e che sono.
lo non voglio Ricostruzione
Non so che farmene.


* Robert Edward Lee            

sabato 15 maggio 2010

L’ assassinio di un altro Sud: Riflessioni sulla guerra di secessione americana

Le bandiere dei due Sud

Il 12 marzo 1861 cade l'ultima fortezza borbonica: Civitella del Tronto.
Esattamente un mese dopo, a Charleston, nella lontana Carolina del Sud, un colpo di mortaio contro la guarnigione unionista di Fort Sumter segna l'inizio della Guerra di Secessione americana.
A difesa dell'indipendenza nazionale, nell'Italia del Sud il popolo insorge, negli stati nordamericani del Sud il popolo corre alle armi.
Nel 1865 ha fine la lotta sanguinosa dei confederati sudisti ed appare irrimediabilmente sconfitta la guerriglia delle Due Sicilie, che pure continuerà, senza speranza, fino al 1870; anno in cui, a Lexington in Virginia, si spegne Robert Edward Lee, l'impareggiabile condottiero degli Stati del Sud.
La conoscenza di ognuno dei due eventi è capace di gettare luce sulla natura dell'altro. E questo non certo per la semplice concomitanza cronologica, e tantomeno per l'analoga contrapposizione a un “Nord” invasore, bensì per il fatto che su entrambi i fronti si combatte per la difesa della civiltà contro la barbarie del materialismo.

Che ciò sia vero per il nostro antico Regno molti hanno portato solidi argomenti per dimostrarlo, e questa rivista da cinquant'anni. Quanto alla Confederazione d'oltre oceano, pochissimo studiata dalle  nostre parti, alla mente dei più affiorerà immediatamente un' obiezione, condensata in un'unica, terribile parola: schiavitù.

Come sempre, la propaganda dei vincitori ha una spietata efficacia, che non poggia sulla solidità degli argomenti.
Noi italiani del Sud ben lo sappiamo, visto che ancora oggi, nonostante le indiscutibili acquisizioni di una smisurata storiografia revisionista, ci tocca non di rado riascoltare certi stantii ritornelli sui “padri della Patria” e sulla “tirannide” debellata.

È questo un altro punto di somiglianza fra i due conflitti. Anche sul dibattito circa le cause della guerra americana è infatti calata per lungo tempo la sordina della “versione ufficiale”, che in quel caso ha trovato opportuna espressione nell'opera dello storico nordista James Ford Rhodes, il quale riduce tutti i motivi della lotta ad uno solo, appunto la schiavitù. Un secolo di studi storici controcorrente, condotti all'insegna della ricerca della verità, ha liquidato definitivamente il mito del Sud “cattivo” e del nord “buono” ed “emancipatore”, ma la vulgata dei dominatori si ripresenta, tenace come l'erba cattiva.

Nel breve spazio di un articolo si può solo sottolineare, invitando all'approfondimento, quanto emerge dal lavoro degli studiosi più onesti e avveduti: lo scontro non nacque da una questione etica.

Questa conclusione scaturisce non tanto dal rilievo tristemente ovvio che quasi mai gli stati rischiano la propria esistenza per affermare un principio, ma da alcuni dati significativi.

Ben cinque stati rimasti nell'Unione sono schiavisti (il Kentucky, il Missouri, il Maryland, il Kansas, il Delaware e la Virginia Occidentale); sono i marinai e i mercanti settentrionali, i puritani della “Nuova Inghilterra”, a fare affari d'oro con la tratta degli schiavi, i cui enormi profitti danno, nel Settentrione, un potente impulso alla nascita e allo sviluppo della rivoluzione industriale; al Nord è praticata una discriminazione razziale ben più cruda che nel Sud, ove i neri si mescolano alla vita dei bianchi con un agio e un'intimità oggi difficilmente immaginabili, e lo stesso Abramo Lincoln manifesta idee apertamente razziste; solo a quasi due anni dall'inizio del conflitto armato, col proclama dello gennaio 1863, Lincoln dichiara liberi gli schiavi, e, si badi, non quelli degli stati unionisti, ne dei territori occupati dalle truppe nordiste (Tennessee e parte della Virginia). “Il principio di Mr. Lincoln - osserva da Londra lo Spectator - non è che un essere umano non ha il diritto di possederne un altro: è che perde questo diritto se non è fedele all'Unione”.

Del resto, in quegli anni continua indisturbato il genocidio degli indiani, nell'agghiacciante silenzio di quelle stesse “anime sensibili” che maledicono la Confederazione col pretesto della difesa della libertà dei neri. Atteggiamento spiegabile: nella tenacia con cui i “nativi americani” difendono la propria libertà, i progetti di dominio del nord incontrano un ostacolo, mentre nell'immediata emancipazione degli schiavi trovano l'arma, decisiva per annientare il Sud.

Infatti la proibizione del lavoro servile nei territori dell'Ovest ancora da colonizzare significa impedire ai coltivatori meridionali - desiderosi di ampliare le proprie piantagioni di cotone perché la domanda mondiale di questo prodotto sale vertiginosamente - di divenire maggioranza nei nuovi stati che si stanno per creare.  Se alcuni di questi nascono “sudisti” per cultura ed economia, può continuare il precario equilibrio di voti esistente al Congresso di Washington fra Nord e Sud (dove hanno avuto i natali ben quattro dei primi cinque presidenti statunitensi). Ma i settentrionali vogliono l'egemonia.

Hanno bisogno di controllare il governo per imporre il  protezionismo che favorisce le industrie del Nord e rovina il Sud agricolo, la cui economia vive di esportazione. Vogliono spalancare le porte ai capitali stranieri e all'immigrazione, e costruire strade e ferrovie su scala continentale, ovviamente completando lo sterminio dei popoli indiani. Per sostenere questo sforzo gigantesco si devono aumentare le tasse, che gravano soprattutto sui proprietari terrieri meridionali.

L'economia del Sud è, però, affetta da una piaga mortale, che consiste nel fatto di essere completamente aggiogata alle esigenze del mercato mondiale capitalista, che la serra in un cappio e ne orienta le scelte produttive.
Sono gli istituti finanziari del Nord ad assicurare i raccolti, ad anticipare a caro prezzo il denaro per l'afflusso e lo stoccaggio nelle zone portuali del cotone da esportare, per il trasporto oltremare della merce, per i noli marittimi e le ulteriori assicurazioni, per la gestione delle piantagioni.
La poderosa economia nordista riduce il Sud agrario a uno status coloniale, di cui è tipica caratteristica la monocultura.

Questo aspetto marca una differenza con la situazione del Regno delle Due Sicilie all'epoca dell' invasione: la nostra produzione industriale era in via di sviluppo e un oculato protezionismo le giovava; il governo perseguiva tenacemente l'obiettivo di ridurre la nostra dipendenza dall'estero; il Piemonte invasore era sull' orlo del dissesto finanziario. Ma anche il nostro Sud è stato cinicamente sacrificato agli interessi dell'affarismo internazionale e non ha saputo adeguatamente prepararsi a un'aggressione che molti indizi rivelavano imminente.

La macchina industriale degli Stati nordisti ha dunque deciso di sopprimere il ruolo politico del Mezzogiorno, che è di ostacolo alla sua avanzata.

A questo scopo si serve in modo spregiudicato della fiumana di coloni, alimentata dalla straripante emigrazione   europea, che invade il West per accaparrarsi una terra dove vivere. Sono i cosiddetti freesoilers (sostenitori della “terra libera”), nemici acerrimi del Sud non per difendere i neri, della cui sorte non gli importa nulla, ma per timore della concorrenza dei pizmtatori sudisti.
È significativo che il territorio del Kansas, al pari di diversi Stati settentrionali, vieti ai neri liberi non solo la residenza, ma addirittura lo stesso accesso entro i propri confini.

Nelle zone intermedie cominciano gli scontri sanguinosi. Fra gli estremisti antimeridionali spicca la controversa figura di John Brown, spietato capo di una banda armata che, in nome  dell'antischiavismo e con lo scopo di provocare un’insurrezione, semina il terrore fra i simpatizzanti del Sud e che non esita a commettere stragi efferate, senza troppo distinguere, nella foga purificatrice, fra bianchi e neri.
Raimondo Luraghi ha giustamente sottolineato le analogie fra le imprese di Brown, che conobbe probabilmente le idee di Mazzini, e quelle dei fratelli Bandiera e di Pisacane .

La verità è che la schiavitù è il comodo alibi di cui il Nord ha bisogno per paralizzare le reazioni del mondo al suo disegno di assassinare il Sud. I meridionali, dal canto loro, che non si sono inventati la “peculiare istituzione”, ma l'hanno ereditata (lo stesso George Washington era un grande proprietario di schiavi), l'hanno vista prosperare grazie ai negrieri del Nord e la eliminerebbero se fosse possibile farlo con la gradualità necessaria a non minacciare la loro stessa sopravvivenza (si pensi che erano schiavi poco meno della metà degli abitanti del Sud), scorgono l'unica via di salvezza nella secessione, che del resto non è proibita dalla Costituzione Americana del 1787 e che gli stati settentrionali hanno in precedenza ripetutamente minacciato ogni qual volta la politica dell'Unione è sembrata ledere i loro interessi.

Perchè i due popoli che si fronteggiano sono profondamente diversi. I primi coloni della Virginia, avventurieri che cercano una vita meno dura di quella che offre loro la sovrappopolata Gran Bretagna, desiderano - sulla scia di sir Walter Raleigh, umanista e amante delle culture latina e greca, il quale scelse il nome alla nuova colonia e impersonò l'ideale del soldato poeta e cavaliere - riprodurre sul suolo del Nuovo Mondo la società di “gentiluomini” cui nella madrepatria hanno guardato con inappagato desiderio.
 La colonia prospera con la produzione e l'esportazione del tabacco, finche, nel fatale anno 1619, un negriero olandese sbarca a Jamestown venti schiavi africani. È l'inizio della soluzione al problema di reperire la manodopera richiesta dal moltiplicarsi delle piantagioni, ma anche una macchia vergognosa della storia americana e una tragica spada di Damocle sulla vita del Sud.

L'anno successivo un altro gruppo di coloni sbarca più a nord, nell' attuale Massachusetts. Sono gruppi di orientamento vario, che hanno in comune l'ostilità alla dinastia degli Stuart. Dieci anni dopo, nel 1630, giunge nella colonia, che ormai ha preso il nome di Nuova Inghilterra, un folto gruppo di puritani, seguaci della Chiesa riformata di ispirazione calvinista. Gente che non ha niente da spartire con la società dei "cavalieri". I loro ideali sono quelli della nascente borghesia, libera, autonoma, aggressiva, con in più la convinzione di appartenere a un popolo eletto, i cui nemici sono nemici di Dio e meritevoli solo di sterminio. La ricchezza è il giusto premio riservato dal Signore ai suoi prediletti e la povertà il giusto castigo agli “oziosi”. Nulla di più lontano dalla mentalità del Sud.

Queste differenze, se possibile, si accentuano nel corso del XVII secolo, con l'arrivo di nuovi “cavalieri”: baroni che fuggono dall'Inghilterra dopo l'esecuzione di Carlo I Stuart (30 gennaio 1649), inviso ai puritani. Il Nord si arricchisce, invece, delle Teste rotonde, ex partigiani di Cromwell protagonisti della guerra civile contro i Cavalieri che la restaurazione degli Stuart sul trono inglese caccia a loro volta.

Un odio inestinguibile divide i due gruppi. "Sono gli stessi uomini che si sono tagliati la gola in Inghilterra sotto il nome di Cavalieri e di Teste Rotonde", annota Michel Chevalier nelle sue Lettere sull'America del Nord, pubblicate nella Revue des deux mondes nel 1836 .

“Così” scrive Luraghi, “le due grandi ideologie che avevano caratterizzato l'Europa all'alba dell’ età moderna, il Rinascimento e la Riforma, avevano piantato le loro bandiere in terra d'America; e là, come non mai, esse si sarebbero rivelate inconciliabili.”

Precisando questo concetto, si può dire che in quei terribili anni di metà ottocento si profila con particolare violenza lo scontro inevitabile tra chi sostanzialmente pone il profitto al di sopra di ogni altro valore e chi ha come ideale la distinzione per nobiltà d'animo nel solco della tradizione dei padri.

La civiltà agraria del Sud nordamericano - di impronta aristocratica, gelosa delle autonomie  locali, impregnata di cultura classica, caratterizzata dal culto dell'ospitalità, dalla cavalleria verso le donne e dall' amore per la terra natia, amante della buona cucina, dell'ozio meditativo, della vita all'aria aperta - costituisce, al pari della civiltà contadina delle Due Sicilie, un baluardo contro la rivoluzione borghese e capitalista, dispoticamente accentratrice e fondata sulla grettezza, sull'avarizia e sullo sfruttamento spietato dei ceti popolari.

Così, quando, nelle votazioni del 6 novembre 1860, risulta eletto Presidente degli Stati Uniti, con la maggioranza relativa dei voti, Abramo Lincoln, dell’Illinois, esponente di quel partito repubblicano che, in una campagna elettorale  quanto mai offensiva e violenta nei confronti dei meridionali, ha scelto apertamente di farsi portatore degli interessi degli industriali e dei finanzieri del Nord (un po' come da tempo accade in Italia), appare chiaro che il Governo si sta trasformando in una macchina al servizio di chi vuole stritolare il popolo del Sud.

Gli eventi precipitano. Il 20 dicembre 1860, nella splendida Charleston, capitale della Carolina del Sud, gioiello di armonia ed eleganza, immersa in un'atmosfera rilassata e anche gaudente, con le sue vie circondate da patios ombrosi e silenziosi e il suo grande viale dedicato agli incontri “(Meeting Street”), viene annunciato, in un'esplosione di entusiasmo e di orgoglio patriottico, che la Convenzione eletta per decidere il da farsi ha deliberato di considerare sciolti i legami con gli altri Stati e ha proclamato la Carolina Meridionale Repubblica indipendente.

Il 9 gennaio 1861 è il Mississippi a votare a schiacciante maggioranza la secessione. Il 10 gennaio segue la Florida; l'11 l' Alabama; il 19 la Georgia; il 26 la Louisiana; il l° febbraio il Texas.

La Convenzione degli Stati secessionisti - convocata a Montgomery, in Alabama, divenuta nuova capitale - approva all’unanimità, il 7 febbraio, la Costituzione provvisoria, nella quale compare per la prima volta la denominazione destinata a essere scolpita nella storia fra il tuonare dei cannoni e il fumo delle battaglie: Stati Confederati d'America (C.S.A.).
Presidente viene eletto Jefferson Davis, del Mississippi, uomo integerrimo e colto, di elevati sentimenti, dotato di spiccata attitudine al comando. Prima che il Nord possa rinforzare i presidi dei forti e degli arsenali federali, per adoperarli contro i secessionisti, il governo di Montgomery ne dispone la confisca.

Il 26 dicembre 1860 la guarnigione federale di Fort Moultrie, a Charleston, occupa nottetempo il vicino Fort Sumter, molto meglio difendibile e idoneo a bloccare l'accesso al porto. È il segnale che il governo nordista si prepara a una prova di forza.

Teoricamente, tutto ancora può essere: molti, al Nord, sono contrari a imporre  manu militari l'appartenenza all'Unione; molti studiano la possibilità di un onorevole accordo; ma Lincoln, sostenuto da un’opinione pubblica eccitata fino al fanatismo, vuole fermante la guerra, e ordina che siano inviati rifornimenti alla guarnigione di Fort Sumter, ben sapendo che così porrà gli Stati confederati nell'alternativa fra la rinuncia alla secessione e l'inizio del conflitto armato.

Il fatto che la secessione comporterebbe la nascita di un'entità autonoma dai confini ben delimitati, con rinuncia alla creazione di nuovi stati “sudisti” ad Ovest dimostra che il vero movente del conflitto è costituito dall’ esigenza di garantire che gli U.S.A. diventino una superpotenza egemonizzata dal Nord.

Tre giorni dopo il fatidico 12 aprile 1861, in cui il Sud, per non rinunciare di fatto all’indipendenza, usa la forza per sgomberare il forte, ottenendone senza spargimento di sangue la capitolazione, Abramo Lincoln chiede ai governatori di tutti gli stati non secessionisti 75.000 volontari delle milizie per reprimere “l'insurrezione”.

Gli Stati sudisti che non hanno voluto proclamare l’indipendenza sono dunque costretti a scegliere da quale parte militare. Arkansas, Tennessee, Carolina del Nord e Virginia rispondono che il loro posto è a fianco dei fratelli del Sud. Maryland, Delaware, Kentucky e Missouri, territori di confine, cedono, contro i sentimenti della maggioranza, alI’ occupazione militare nordista.

Si fronteggiano l'immensa potenza industriale del Nord e l'indomita volontà di resistere del Sud.

Entrambe le parti confidano in una guerra breve. I settentrionali non possono prevedere i prodigi di valore, di tenacia e fantasia che consentiranno al Sud di resistere per quattro anni. I meridionali, incapaci di concepire un conflitto che non sia improntato alle regole della cavalleria, non possono immaginare quanto sia disumana la guerra dei “bottegai”.

Il Nord difetta di bravi generali: gli affaristi non indirizzano i figli alla carriera militare. Lincoln è costretto a offrire il comando dell’ armata unionista a Giuseppe Garibaldi, che rifiuta.
Il piccolo popolo del Sud, invece, ha soldati impareggiabili, diversi grandi comandanti e un genio militare: Robert Lee.  Virginiano, personalmente contrario alla schiavitù e addolorato per la scelta secessionista, non accetta di impugnare le armi contro la sua patria e ne diviene il leggendario difensore.

Non è questa la sede per ripercorrere gli eventi di questo conflitto terribile e sanguinosissimo, che è insieme l'ultima guerra ottocentesca e la prima moderna, in cui l'apparato industriale si rivela il fattore bellico vincente e vengono sperimentate nuove armi: come il primo sommergibile, manovrato da eroici marinai confederati, veri kamikaze ante litteram.

Il  tempo gioca a favore del Nord, che dispone di riserve pressoché inesauribili di soldati, attinti in prevalenza fra poveri e immigrati, e che riceve una spinta possente dalla sua industria di guerra, che trae dal conflitto profitti stratosferici. La Confederazione prevale in terribili battaglie, soprattutto all'inizio del conflitto, come quella di Ball Run, in cui splende il valore di due ormai  mitiche figure: il generale Beauregard, creolo di lingua francese della Louisiana, e il generale Jackson, della Virginia Occidentale, detto Stonewall (“muro di pietra”).
In questa stessa battaglia combattono con onore i soldati borbonici costretti dai sabaudi a scegliere fra la prigionia e l'arruolamento in America. Essi mostrano ancora una volta il valore del soldato delle Due Sicilie, anche se a difesa di un altro Sud.

Unito in tutte le sue componenti (e questo aspetto segna una spiccata differenza con la situazione del nostro Mezzogiorno, in cui borghesia, notabili e, spesso, alti gradi militari collaborano attivamente con il nemico invasore, alimentando una lunga guerra civile) il popolo del Sud lotta con una determinazione, un'intelligenza e uno spirito di sacrificio insuperabili. In un paese totalmente privo di manifatture e ad economia quasi esclusivamente agricola, si crea dal nulla una poderosa industria bellica da organizzare non già con calma e tempo a disposizione, ma sotto la pressione dell'imminente attacco nemico; si mette poi in opera un vasto sistema di rifornimenti dall'estero di fronte a un avversario che ha fin dal primo giorno il dominio del mare.

Problemi immani, da far tremare e disperare uomini meno energici e risoluti.

Assai significativamente, a fianco dei sudisti si schierano numerose tribù indiane, alle quali la Confederazione promette la creazione di un loro Stato, l’Oklahoma . È un modo intelligente di riconoscere ai nativi americani, vittime di una violenza cieca e disumana, un futuro dignitoso. La vittoria del Nord spegnerà anche questa illusione.

La CSA, pur inizialmente vittoriosa, non riesce, nonostante gli audaci tentativi, di invasione condotti da Robert Lee, giunto fino alle porte di Washington, a infliggere al nemico il colpo decisivo, che potrebbe piegare, nel Settentrione, i fautori della guerra ad oltranza. Strangolato dal blocco sempre più efficace delle sue coste, colpito nelle sue forze vive dalla conquista del Mississippi, che separa dal resto della Confederazione gli immensi territori della Lousiana,  dell'Arkansas e'del.Texas, il Sud si esaurisce nelle vittorie mentre il Nord si rinforza nelle sconfitte.

È la strategia che verrà chiamata dell '''anaconda'', dal nome del serpente che soffoca la vittima nelle sue spire.
È una guerra totale, che Lincoln vuole condotta senza esitazioni cavalleresche. Il Mezzogiorno non viene solo occupato, ma scientificamente annientato. Città, piantagioni, bestiame, infrastrutture, tutto quello che non può essere sottratto viene sistematicamente distrutto.
Su ordine del presidente, Grant e Sheridan fanno terra bruciata e il generale Sherman riduce Atlanta a un cumulo di macerie fumanti.
Proclama: “Un ribelle non ha alcun diritto, nemmeno quello di vivere, senza il nostro permesso”.

Lincoln e Sherman come Cavour e Cialdini: è la sporca guerra degli affaristi.

Nel conflitto hanno perduto la vita 320.000 combattenti del Sud e oltre 200.000 sono rimasti mutilati o invalidi; complessivamente, oltre la metà dell'intero esercito sudista: una cifra addirittura terrificante. Numeri leggermente inferiori a quelli delle vittime nordiste, ma la Confederazione deve arrendersi perché, letteralmente, non ha più uomini a sufficienza per contrastare i nemici.

Alle 15,45 di domenica 9 aprile 1865 ad Appomattox, in Virginia, il generale Lee firma la capitolazione.
Il commiato dalla sua intrepida Armata della Virginia Settentrionale ha gli accenti strazianti di quello di Francesco II  dagli eroici difensori di Gaeta.

Più di due mesi dopo, il 23 giugno 1865, si arrende il generale confederato Stand Watie. Ha fatto un punto d'onore di essere l'ultimo. Indiano e sudista, reca la testimonianza dell'assassinio di due nazioni.

Come nelle Due Sicile, gli invasori non si accontentano della vittoria, ma proseguono, negli anni a venire, nella politica di rapina e di asservimento coloniale dei vinti.

È la pace “cartaginese” dei trafficanti e degli usurai; gente che non ha rispetto, ne pietà. Tutto ciò che la comunità degli uomini contempla con meraviglia, costruisce con fatica, colora di passione, circonda di amorevole devozione è da loro sfruttato per freddi progetti di dominio, e poi spazzato via quando non serve più. 
Dove passano, ogni bellezza si ammala e sfiorisce.           

Nell’ ’800 indossano come un abito chic l'eufemistico appellativo di galantuomini, che li ammanta di una rispettabilità profana, da contrapporre alla sacralità di quel potere tradizionale che intendono scalzare. Poi, agguantato lo scettro del comando, lasciano di buon grado che li si raccolga nel grigio concetto di borghesia.

Non c'è un angolo di mondo che sia veramente al riparo della loro cupidigia. Odiano soprattutto i luoghi della tradizione, dove prospera una morale che ostacola i loro traffici.

Scelgono un obiettivo, un'edificante menzogna come paravento, finche serve, e colpiscono duro, spesso lasciando una scia di lacrime e di sangue.


Fonte: srs di ETTORE;   da L'ALFIERE dicembre 2009;  da pag. 12 a pag. 17


Note varie e bibliografia

Con la rivoluzione industriale i gentlemen si sono procurati i muscoli meccanici di cui hanno bisogno per sradicare dal pianeta ogni civiltà che non accetti la legge della giungla capitalistica.           

Nel 1860, col sostegno spregiudicato delle potenze mercantili e massoniche, riescono a sbarazzarsi del Regno delle Due Sicilie. Nel 1865, in Nordamerica, calpestano la libertà del popolo meridionale.

Il Sud degli Stati Uniti, però, non ha mai dimenticato i suoi eroi: le figure di Jefferson Davis, di Robert Lee e di “Stonewall”  Jackson  sono scolpite sul fianco di una montagna, in Georgia, e i simboli degli stati confederati appaiono ancora su molti edifici pubblici.

L'orgoglio di un grande passato sta ora riaffiorando anche nel nostro Mezzogiorno.
Ma  è in tutto il mondo che rinasce il sogno di comunità libere, che rifiutano il potere antiumano dei sacerdoti del dio denaro.  E nel cuore degli uomini giusti, che combattono la battaglia della tradizione, meritano di vivere per sempre anche gli eroi della gloriosa Confederazione americana.


l) Ancora il 21 aprile 1861, a guerra iniziata, la nave Nightindale, di Boston, diretta a New York, viene catturata con un carico di 961 schiavi: v. Raimondo Luraghi, Storia della Guerra Civile Americana, prima edizione BUR Storia, 2009, pago 48-49.

2) Nel 1858, quindi solo tre anni prima che iniziassero le ostilità, Lincoln, candidato al Senato, si era impegnato, in un famoso dibattito con il concorrente democratico Stephen Douglas, a non “sostenere in alcun modo l'eguaglianza politica e sociale fra la razza bianca e quella nera. C'è fra le due una differenza fisica che, a parer mio, impedirà loro per sempre di vivere assieme su un piede di eguaglianza; e, se una differenza deve esserci, sono favorevole a che la razza cui appartengo sia in posizione di superiorità”.  V. Alberto Pisolini Zanelli, Dalla parte di Lee, Leonardo Facco Editore, 2006, pago 20.

3) Raimondo Luraghi, La spada e le magnolie, Donzelli Editore, Roma 2007,

4) Già prima della crisi il futuro Presidente sudista, Jefferson Davis, così si esprime nel senato degli Stati Uniti:  “Che cosa vi proponete, signori del partito della terra libera? Vi proponete dei migliorare le condizioni degli schiavi? Niente affatto. Non è l'umanità che spinge... È per avere un'opportunità di umiliarci, che voi volete limitare il territorio a schiavi entro confini circoscritti. È per ottenere la maggioranza nel Congresso degli Stati Uniti e trasformare il governo in una macchina per lo sviluppo del Nord.”

5) Raimondo Luraghi, Storia della Guerra Civile Americana, cit., pag. 81.

6) Raimondo Luraghi, Storia della Guerra Civile Americana, cit., pag. 126 e ss.

7) Da Dominique Venner, Il bianco sole dei vinti, Akropolis, Napoli, 1980,
pag.23.

8) Raimondo Luraghi, La spada e le magnolie, cit., pag. 25

9) Perfino un nemico mortale dei sudisti come Henry Louis Mencken era costretto a scrivere: “Nel Sud c'erano persone di delicata immaginazione, di istinti urbani e di modi aristocratici - in breve, gente superiore - in breve, gentiluomini... Era una civiltà- con molti aspetti eccellenti - forse la migliore che l'emisfero occidentale vide mai - senza dubbio la migliore che questi Stati abbiano mai veduto".  Da R. Luraghi, La spada e le magnolie, cit., pag. 51

l0) Raimondo Luraghi, Storia della Guerra Civile Americana, cit., pag. 254.

11)  La Nazione indiana, rappresentata al Congresso confederato dal 9 ottobre  1862, è la tredicesima stella della bandiera sudista: V. Dominique Venner, Il bianco sole dei vinti, cit., pag. 129

12) Alberto Pasolini Zanelli, Dalla parte di Lee, Leonardo Facco Editore, Treviglio (BG), 2006, pag. 152.

13) Dominique Venner, Il bianco sole dei vinti, cit., pag. 163

14) Dominique Venner, Il bianco sole dei vinti, cit., pag. 260

15) Dominique Venner, Il bianco sole dei vinti, cit., pag. 266



venerdì 14 maggio 2010

I Borbonici e i garibaldini si combatterono anche in America


Come spiegato nel n. 50 de L'Alfiere, soldati delle Due Sicilie, non pochi dei quali fatti prigionieri in occasione della battaglia del  Volturno, furono arruolati in diverse unità dell’esercito confederato americano. Una di queste era il 10° reggimento fanteria della Louisiana, organizzato a Camp Moore in Louisiana dal colonnello Mandeville De Marigny. Questa unità fu immediatamente inviata in Virginia al fronte, ed ebbe un ruolo primario nella vittoria confederata di Manassas (21 luglio 1861), ove i Nordisti furono messi in rotta.

68 fuoriusciti mazziniani si arruolarono, invece, oltre a ungheresi, russi ed altri stranieri, nella Garibaldi Guard nordista (39° reggimento), la cui compagnia A  portava la camicia rossa.

Questo reggimento, per intero, fu compreso fra gli 11.000 prigionieri fatti il 15 settembre 1862 dal generale sudista “Stonewall” Jackson dopo l’assalto alla piazzaforte nordista di Harpers Ferry nella Virginia Occidentale.

Fu stabilito uno scambio di prigionieri, e agli italiani dell’esercito confederato, inquadrati nella Compagnia A del 10° reggimento LouÌsiana, fu dato l'incarico di scortare la Garibaldi Guard al punto di scambio; impietositi, i soldati delle Due Sicilie, per cercare di giustificarli dinanzi al colonnello Waggaman, comandante del reggimento, dissero che essendo “Yankees di casa nostra” (“They are  just home made yankees”), non sapevano quel che facevano.

Si noti che nei confronti della Garibaldi Guard la corte Marziale nordista emise la sentenza della “disgrazia per vigliaccheria”, per  il suo comportamento vergognoso nella battaglia di Harpers Ferry.  L'intero 39° reggimento unionista fu fatto marciare a capo scoperto e con la bandiera capovolta (le stelle erano nella parte inferiore e le strisce nella superiore) sino a Camp Douglas (un campo di concentramento per prigionieri sudisti a Chicago, ove fu trattenuto per tre mesi).
Furono definiti  “i vigliacchi di Harpers Ferry” (cowards of Harpers Ferry)


Fonte: srs di Pierluigi Rossi, da L’alfiere  di dicembre 2009
.

Questo episodio degli Yankee cresciuti in casa, scortati allo scambio di prigionieri da ex soldati delle Due Sicilie, è rilevante perchè dimostra che del valore glorificato nell'impresa dei 1000 non ne rimaneva niente quando si combatteva per davvero.

giovedì 13 maggio 2010

Vi è la testa di Stefano Zamagni dietro la bocciatura del Federalismo Fiscale da parte della CEI

Stefano Zavagni
Avviso ai naviganti: "Si avvisano i signori naviganti che dietro la bocciatura clamorosa del federalismo fiscale pronunciata ieri dai vescovi della Cei, è spuntata tra le altre manine anche quella di un amico di Romano Prodi.
Sembra infatti che nella stesura delle 20 paginette con le quali i vescovi hanno stroncato i sogni dei barbari del Carroccio, ci sia la testa di Stefano Zamagni, il 67enne economista che insegna alla Cattolica ed è stato tra i principali consulenti di Ratzinger per l'Enciclica "Caritas in Veritate".

Zamagni è sempre stato un amico e un consigliere del Professore e ai tempi del primo governo Prodi fu accusato di saltellare con troppa disinvoltura tra il Vaticano e il ministro Visco che stava studiando le esenzioni fiscali per le organizzazioni non profit. Nel '97 alcuni colleghi economisti lo denunciarono per aver copiato senza virgolette ampi stralci di una ricerca del filosofo americano Robert Nozick. Da quel momento Zamagni si è ritirato dietro le quinte ma ha continuato a prestare la sua intelligenza Oltretevere".

Fonte: Dago spia deò  12, maggio 2010

Eugenio Scalfari, quella vuota «pienezza di sé»


Una volta chiesi a Montanelli un giudizio su Eugenio Scalfari. «Non è dei nostri», rispose senza esitazione il grande Indro, intendendo dire che non è un giornalista. Il suo stile è orripilante: ciceroniano, ore rotundo, privo di capacità di sintesi, involuto, avvocaticchio, retorico, pomposo, magniloquente, sussiegoso, oracolare. E corrisponde perfettamente all’uomo.

In un libro senile, Incontro con io, con ambizioni penosamente filosofiche, ha scritto: «Ho finalmente raggiunto la pienezza di me». Non osiamo immaginare, perché pieno di sé Scalfari lo è sempre stato. Parlando, come suole, ex cathedra, non ha mai rinunciato a impartire lezioni, soprattutto di morale; in particolare ai colleghi. Del suo giornale ha scritto: «La qualità culturale e morale di Repubblica non ha riscontro con nessun fenomeno analogo nel giornalismo italiano (...) i suoi lettori rappresentano il meglio della società».

Questa boria incontrollata lo ha esposto anche a figuracce incresciose. Nel 1969, quando era deputato socialista, un vigile osò fargli una multa alla Stazione centrale di Milano perché aveva parcheggiato la macchina in sosta vietata. Lui esplose nel più classico e italico: «Lei non sa chi sono io!» e gli scagliò contro l’Espresso, dove il vigile figurava come l’emblema del potere arrogante e protervo e lui, Scalfari, come il cittadino inerme.

Del resto una certa vocazione censoria questo campione della «libera stampa» l’ha sempre avuta. Quando nei sinistrorsi anni ’60 Maurizio Costanzo invitò Montanelli al suo talk-show, Scalfari attaccò il conduttore perché aveva dato la parola a «un fascista».

Quando, negli stessi anni, gli extraparlamentari diedero l’assalto al Corriere cercando di impedirne l’uscita, plaudì all’iniziativa: «Questi giovani ci insegnano qualcosa (...) l’assalto alle tipografie può essere un ammonimento per tutte quelle grandi catene giornalistiche abituate (...) a nascondere le informazioni, a manipolare le opinioni pubbliche (...). Chi ama la libertà (...) non può che rallegrarsene». (L’Espresso Prototipo assoluto del radical-chic, con cuore a sinistra ma portafoglio ben sistemato a destra, e ostentato calzino lungo color panna come massimo dell’eleganza mentre lo è del kitsch. O, per dirla con le parole di un insolitamente coraggioso Giorgio Bocca, «aveva un po’ di questa disinvoltura: esser di sinistra però esser sempre gli amici dei potenti». Scalfari ne ha fatto un’intera collezione con una particolare predilezione, lui che cominciò come impiegato di banca, per banchieri, finanzieri, uomini di denaro, da Carli a Baffi a Visentini a Rovelli a Cefis poi abbandonato a favore di Sindona (ah, la mai trovata lista dei 500 privilegiati che scamparono al crac sindoniano...). Dal suo maestro Cicerone Scalfari ha preso, oltre al trombonismo e alla doppia morale, anche lo spudorato opportunismo. È stato, via via, fascista, azionista, liberale, radicale, repubblicano, socialista, comunista, democristiano demitiano.

Non c’è stanza del Potere che non abbia bazzicato. Quando si accorse che la Lega di Bossi stava per prendere piede e sconvolgere il sistema di potere in cui era così ben incistato, Scalfari fondò una comica Lega nazionale che, scalzando quegli straccioni di leghisti, avrebbe dovuto provvedere, nientemeno, alla «gestione della Nazione (...) con una morale nuova, con gente credibile e non compromessa» (La Repubblica, 1 dicembre 1991). Più avanti creò, con Ferdinando Adornato, una Alleanza democratica che alle elezioni prese percentuali da albumina. Il fatto è che in politica (la sua grande e vera passione se intesa come Potere) Scalfari non ne ha mai azzeccata una.
Nel 1959, già dimentico del massacro ungherese, pubblicò sull’Espresso un articolo dall’eloquente titolo «La Russia ha già vinto la grande sfida?», in cui profetava, con la consueta sicumera, che il sistema sovietico avrebbe prevalso su quello liberista americano.

L’articolo, riletto oggi, ha effetti esilaranti e surreali, alla Bergonzoni. Ogni volta che ha dato il suo appoggio a qualcuno, si trattasse di Berlinguer o di De Mita, il suo si è trasformato in una sorta di «bacio della morte». Ma la vera, grave responsabilità di Scalfari è un’altra. È di essere stato il grande corruttore della coerenza intellettuale e morale dell’intellighenzia del nostro Paese. È lui che ha dato inizio alla pratica di scrivere una cosa e il mese dopo, una settimana dopo, il giorno dopo, a seconda della circostanza, l’esatto opposto, senza batter ciglio. Il record lo raggiunse in un articolo su Craxi dove nella seconda parte smentiva la prima.

In vecchiezza, non bastandogli l’omelia domenicale sulla Repubblica, s’è messo a scrivere romanzi, con esiti imbarazzanti. Perché dal punto di vista letterario ha una cultura da bigino. È rimasto un impiegato di banca. In tanti anni non ho mai letto nei suoi lunghissimi articoli un riferimento colto se non qualche accenno alla Recherche che però conosce di seconda mano perché gliel’ha sunteggiata l’amico Visentini che ne era un cultore.

In una recente biografia autorizzata ha fatto scrivere: «Scrittore italiano occasionalmente prestato alla politica». Ha raggiunto, finalmente, «la pienezza di sé».

Fonte: srs di Massino Fini, dal Il giornale del  26/04/2007