mercoledì 12 maggio 2010

Fumane di Verona - grotta Solinas: Il nostro sciamano è il primo europeo

Lo Sciamano di Fumane, grotta Solinas
  
Alberto Broglio, scopritore della figura antropomorfa tracciata con l’ocra, ricorda vent’anni di ricerche archeologiche e spiega i più recenti sviluppi

Nel 1988, grazie alla Soprintendenza archeologica del Veneto e al Museo civico di storia naturale di Verona, iniziavano le ricerche sistematiche alla grotta Solinas di Fumane.  Il sito, segnalato da Giovanni Solinas nel 1964, era stato oggetto di una prima indagine di Angelo Pasa e di Franco Mezzena, ma a più riprese era stato poi devastato da clandestini.

  Lo scopritore della grotta Giovanni Solinas

Vent’anni fa si costituì così un gruppo di lavoro con ricercatori delle università di Ferrara e di Milano, ma in collaborazione con specialisti di altre università e musei, indispensabile per un’indagine che avrebbe interessato dalle scienze paleontologiche alle scienze dell’uomo.
Inizialmente il lavoro presentò molte difficoltà, sia per la necessità di rimuovere i materiali abbandonati sul sito dai clandestini, sia per comprendere la configurazione e l’estensione dei depositi.
Si arrivò ad accertare che i depositi preistorici si estendevano davanti e all’interno di una grotta il cui ampio ingresso era stato tamponato e mascherato dai sedimenti, e che il loro spessore si aggirava sulla decina di metri.

 Da sinistra Alberto Solinas (figlio di Giovanni) e il prof. Alberto Broglio

Furono necessari vari interventi per proteggere l’area archeologica e per consentire la prosecuzione dei lavori in sicurezza: particolarmente impegnativi furono l’intervento realizzato dal ministero per i Beni Culturali nel 1996 e i lavori condotti nel 2000 dal Comune di Fumane.
  
Questa musealizzazione, realizzata su progetto dell’architetto Arrigo Rudi e finanziata dalla fondazione Cariverona, consente ora sia la prosecuzione delle ricerche sia la visita della grotta.


NEANDERTALIANI E MODERNI.

Attualmente la grotta di Fumane è conosciuta a livello internazionale come uno dei più importanti siti europei per lo studio dei Neandertaliani e dei problemi legati alla loro estinzione e alla diffusione dei primi Uomini moderni in Europa.

Infatti il sito è stato frequentato a più riprese tra 100mila e 30mila anni fa, prima dai Neandertaliani e quindi, dopo 35.500 anni fa, dai primi Uomini moderni.

Perché uomini che vivevano di caccia e raccolta di prodotti spontanei si stabilirono durante la buona stagione nella grotta di Fumane?

La risposta si trova nelle risorse offerte dai Lessini occidentali durante l’ultima glaciazione.
Il territorio di caccia, raggiungibile nell’arco di una giornata, si estendeva dalla prateria alpina (sopra gli 800-1000 metri), dove vivevano stambecchi, bisonti e marmotte e dai costoni rocciosi che ospitavano i camosci, ai boschi sottostanti, popolati da cervi, megaceri e caprioli, fino all’alta pianura con le aree acquitrinose dove vivevano le anitre.
In tutto il territorio era reperibile una gran quantità di selce, indispensabile per fabbricare strumenti e armi da caccia.

Uno studio accurato realizzato sull’industria litica aurignaziana (opera dei primi Uomini moderni di Fumane), ha mostrato una profonda conoscenza delle caratteristiche dei materiali, con tecniche appropriate nella produzione di lame e di lamelle da trasformare in strumenti (grattatoi, bulini, punteruoli) e in piccole punte e lamelle che venivano inserite in supporti di legno per formare armi da getto, coltelli, seghe.

La grotta di Fumane, data la sua posizione a 350 metri di quota lungo il piccolo Vajo di Manune, si prestava bene come base per battute di caccia.

  Entrata della grotta

L’analisi dei resti di animali abbattuti ha consentito di stabilire che si cacciava tra la fine della primavera e la fine dell’autunno, raramente anche d’inverno.
Davanti alla grotta e al suo ingresso i cacciatori paleolitici hanno lasciato alcune strutture d’abitato significative di permanenze durate alcuni mesi.
La parte più profonda della serie stratigrafica è stata esplorata soltanto su un’area molto ristretta, e possiamo sperare che la prosecuzione dello scavo su una congrua superficie porti a individuare i resti dei ricoveri e dei focolari costruiti dai Neandertaliani che a più riprese hanno utilizzato la grotta.
Lo scavo della porzione superiore del deposito, esplorato su aree più ampie, ha già dato risultati.
A circa 40mila anni fa risale una rara struttura di focolare degli ultimi Neandertaliani: una buca circolare attorniata, verso l’esterno, da lastre calcaree.
I primi Uomini moderni, tra 35.500 e 30mila anni fa, hanno lasciato altri focolari, buche di palo, cumuli di rifiuti (carboni di legna, resti degli animali abbattuti e consumati, manufatti di selce e osso); un insieme di queste strutture pare riconducibile a una sorta di riparo sostenuto da pali addossati alla parete rocciosa.


EVOLUZIONE O SOSTITUZIONE?

Uno dei problemi attualmente dibattuti riguarda l’estinzione dei Neandertaliani e la diffusione degli Uomini moderni.

Tutti i resti scheletrici indicano concordemente che prima di 40mila anni dal presente la popolazione europea era esclusivamente neandertaliana e dopo 30mila anni esclusivamente moderna.  Purtroppo però gli scheletri degli Uomini moderni noti sono tutti posteriori a 30mila anni.

Come erano i primi europei moderni, quelli vissuti tra 36mila e 30mila anni fa e associati a un complesso molto caratteristico, l’Aurignaziano antico?

Fino a qualche anno fa si riteneva che le ricerche interdisciplinari avessero chiarito i problemi. Le ricostruzioni del DNA mitocondriale dei fossili, la morfologia dei resti scheletrici e le evidenze archeologiche sembravano aver portato a una conclusione definitiva: Neandertaliani e Uomini moderni erano specie distinte, mai mescolate; i Neandertaliani europei sarebbero stati rimpiazzati da Uomini moderni giunti in Europa attorno a 36mila-35mila anni fa attraverso il Vicino Oriente, i Balcani e la Transcaucasia.

L’Uomo moderno era il solo artefice dell’Aurignaziano.

Questo complesso culturale segna effettivamente un cambiamento radicale nel comportamento umano: compaiono i più antichi oggetti ornamentali e decorati, inizia la produzione di arte figurativa (pittura, incisione, scultura) e in alcune grotte si organizzano i primi centri di culto. È ragionevole correlare il cambiamento alla diffusione dell’Uomo moderno.


Oggi la tesi della sostituzione trova tuttavia meno credito.

Anzitutto i resti scheletrici più significativi, che si ritenevano associati all’Aurignaziano più antico (Cro-Magnon e Vogelherd) sono risultati molto più recenti; purtroppo i reperti scheletrici sicuramente associati al più antico Aurignaziano sono rappresentati soltanto da frammenti di morfologia poco significativa.
Inoltre vi sono incertezze nell’attribuzione ai Neandertaliani delle industrie cosiddette di transizione, che in molte serie stratigrafiche si interpongono tra Musteriano e Aurignaziano.
Molti ricercatori ritengono quindi che sia possibile che le popolazioni europee del Paleolitico superiore derivino, oltre che da lente migrazioni di gruppi di Uomini moderni portatori dell’Aurignaziano, anche dall’incrocio con gli ultimi Neandertaliani.


Il deposito della grotta Solinas di Fumane si pone tra i pochi che in Europa documentano questa situazione.

 Lo scavo archeologico della grotta

Sopra la sequenza di industrie musteriane, che secondo le datazioni più recenti (realizzate nel laboratorio di Oxford con tecniche di decontaminazione dei campioni di grande precisione) terminerebbe attorno a 40mila anni dal presente, si trovano strutture d’abitato e un’industria litica che per le sue caratteristiche non rientra nel quadro del Musteriano e nemmeno nel quadro dell’Aurignaziano: è anch’essa «di transizione».

Le ricerche condotte negli ultimi tre anni a Fumane sono state rivolte soprattutto a conoscere questo nuovo aspetto culturale.

L’Aurignaziano di Fumane è tra i più antichi d’Europa; la sua comparsa va fatta risalire a circa 35.500 anni da oggi.

Oltre alle strutture abitative, ai resti alimentari, ai manufatti di selce e d’osso, la documentazione archeologica comprende quasi un migliaio di conchiglie marine mediterranee trasportate nel sito per essere utilizzate come oggetti ornamentali, qualche dente di cervo adoperato come pendente e alcuni frammenti di roccia staccatisi dalla volta o dalle pareti della grotta che presentano una faccia (parte della superficie esposta prima del distacco) tinta di ocra rossa.

La maggior parte di questi frammenti è piccola e non consente un’interpretazione delle macchie di colore; ma cinque pezzi presentano delle figure definite e leggibili, anche se incomplete.
Si tratta di un animale a quattro zampe, di un antropomorfo, di un anello con appendici e di altre due figure non identificabili.

L’Aurignaziano di Fumane rappresenta, sotto questo aspetto, un ritrovamento eccezionale.

In nessun altro sito l’insieme delle evidenze — stratigrafia dei depositi, datazioni radiometriche, strutture d’abitato, resti alimentari, manufatti — è altrettanto ben rappresentato.
A tutto ciò si accompagna la possibilità di datare col metodo del carbonio la successione stratigrafica e le singole strutture d’abitato.
Perciò il deposito costituisce uno straordinario archivio per la conoscenza dell’origine dell’umanità attuale.


LA DECORAZIONE PITTORICA.

La distribuzione dei frammenti tinti d’ocra rossa nell’area e negli strati corrispondenti alla frequentazione aurignaziana della grotta, la presenza alla base dello strato A2 (che corrisponde alla prima presenza degli Aurignaziani) di due concentrazioni d’ocra rossa datate attorno a 35.500 anni dal presente e infine il ritrovamento nello stesso strato di «matite» (blocchetti) di ocra suggeriscono che la decorazione pittorica risalga a circa 35.500 anni fa in termini di cronologia del carbonio.
L’età reale, che risulta dalla calibrazione dell’età indicata dal carbonio, è più vecchia di alcune migliaia di anni.

Possiamo concludere che le pitture di Fumane sono le più antiche d’Europa, e che si collocano tra le prime produzioni di arte figurativa.

I centri di produzione di arte figurativa altrettanto antichi sono rari. In alcune grotte del Sud-Ovest della Francia, in Dordogna, sono noti alcuni massi con incisioni grossolane, che rappresentano animali o motivi sessuali; in altre grotte dell’alto bacino del Danubio, nel Baden-Württemberg, l’Aurignaziano ha dato delle statuette d’avorio, alcune lavorate accuratamente, altre appena sbozzate, che rappresentano animali e antropomorfi.


Una scoperta straordinaria, di quindici anni fa, è stata fatta nell’Ardèche, nel sud della Francia: è la grotta Chauvet-Pont d’Arc, il più antico luogo di culto noto in Europa, che non fu mai abitata, ma che conserva le tracce degli antichi frequentatori, che appartengono a una fase recente dell’Aurignaziano, attorno a 30mila anni fa.

Le pareti di questa grotta mostrano 470 pitture realizzate in parte con l’ocra rossa in parte con il carboncino, in alcuni casi con tecniche molto raffinate (chiaroscuro, ricerca prospettica).


La decorazione della grotta di Fumane è più «primitiva», forse perché più antica, forse perché funzionale a un sito abitato.
Conosciuta a livello internazionale, essa rappresenta il primo documento pittorico dell’umanità.

Nel grande Parque de la Preistoria Teverga da poco inaugurato nei dintorni di Oviedo, la sezione dedicata alle rappresentazioni paleolitiche degli «stregoni» si apre con due figure aurignaziane: la statuetta dell’uomo-leone di Hohlenstein-Stadel e la pietra dipinta con lo «sciamano» di Fumane.



Fonte: srs di Alberto Broglio, da L’Arena di Verona di venerdì 30 maggio 2008. provincia pag. 28

martedì 11 maggio 2010

L’orientamento astronomico della città romana di Verona

Al  solstizio d’inverno,  il sole filtra da Portoni Borsari  e illumina in asse tutta la via Postumia fino alla chiesa di Santa Anastasia


Lo storico veronese  Alberto Solinas fa notare che i cardi della città di Verona, sono orientati al tramonto del sole, nel solstizio d'inverno. Infatti, utilizzando una tavoletta IGM, si ricava che l'orientamento del cardo massimo è circa 55,89° ovest, partendo dal sud.  Tenuto conto che la latitudine del Foro romano, che corrisponde all'attuale piazza Erbe, è di 45,43°, si trova con il programma di “Ferrari” che l'azimut del tramonto al solstizio invernale è 55,46°, praticamente identico.




lunedì 10 maggio 2010

L’etimologia del latino AMARE




Il latino amare, coi derivati amicus e amoenus, fu per lungo tempo ritenuto di origine indoeuropea: l’Indogermanisches etymologisches Wörterbuch del Pokorny, che riassume le ricerche dei migliori indoeuropeisti apparse fino alla metà del secolo appena trascorso, lo deriva dubitativamente dalla radice *am(m)a ~ *ami «madre», ma riporta al tempo stesso l’opinione di Paul Kretschmer che invece la voce possa essere etrusca. (1)

Ritengo che ormai difficilmente si possa sfuggire a quest’ultima ipotesi, sulla scorta dei fondamentali studi etruschi di Massimo Pittau. (2)  Ai quali aggiungo qualche osservazione mia.
Innanzitutto, cerchiamo di accertare il significato originario delle voci latine, per quanto ci è possibile: Plauto, vissuto tra il 250 a.C. circa e il 184, ci dà tu mea amoena «tu, mia delizia» (= “tu, amore mio”), quod amas «la tua innamorata» (= “quella che ami”), amare corde inter se «amarsi di cuore (tra di loro)».(3)  Il semantema originario dovette quindi, con ogni probabilità, essere proprio AMARE.

È un fatto incontrovertibile che i rapporti tra i due sessi ricevettero tra i Proto-Latini una scossa significativa dopo il loro contatto con gli Etruschi stanziati nel Lazio e soprattutto a Roma. Ho espresso altrove l’opinione che i Proto-Latini giunsero sul basso Tevere quando già la zona era occupata dagli Etruschi, sia pure da non molto tempo. La futura, grande Urbe nacque dal contatto ravvicinato tra i due popoli: la Roma latina rappresentava una propaggine occidentale dei nuovi popoli (Umbri, Latini, Sanniti, Siculi) di stirpe indoeuropea discesi nella penisola, la Roma etrusca costituiva per i Tirreni un ottimo centro commerciale, trovandosi su un fiume che per l’epoca era come un’autostrada del giorno d’oggi.

Sappiamo quanto differissero i costumi etruschi da quelli romani: più liberi i primi, assai più severi i secondi. Del resto, gli Etruschi provenivano dalle coste egee dell’Anatolia, dove la vita sociale era alquanto evoluta già molto prima che essi fossero costretti a migrare, mentre i popoli latini erano essenzialmente dediti alla pastorizia, alla caccia e alla pesca, conducendo quindi una vita assai più semplice. La differenza emerge anche dalla terminologia relativa alla donna e all’amore. Dagli Etruschi i Romani ripresero la lupa «prostituta» (4)  e il lupanar dove essa esercitava; da essi ripresero anche vul-va e cunnus(5),  oltre a futu-ere «coire» (forse connesso all’italiano puttana(6) ), obscenus ~ obscaenus (7) , fornix «bordello» (un allotropo di lupanar, si noti),(8)  fornicare «coire», sicuramente connesso al precedente termine, coleus «testicolo», (9)  glans «glande». (10) 
Questo particolare lessico può certamente spiegarsi col tipo di cultura di cui erano portatori gli Etruschi, ma solo in parte: difficilmente un popolo abbandona la terminologia avita relativa al sesso soltanto per un influsso culturale, per quanto forte esso sia. Io vedo qui un’altra prova di un fatto sul quale conto di tornare in un prossimo futuro con molto maggiori dettagli, e cioè del fatto che la primissima Roma latina fu fin dall’inizio un centro etnicamente misto, con l’elemento etrusco pari numericamente a quello romano o eventualmente non molto inferiore a esso.

È da notare, poi, che molte prostitute (se non tutte) dovevano avere il primo contatto coi clienti in appositi locali pubblici, e questi dovevano essere una caupona («osteria») o una taberna («albergo, osteria»). Non è un caso che entrambe le voci siano di origine etrusca.

Considerato quanto esposto, è ben possibile che anche l’idea di AMARE venisse ceduta ai Romani di origine latina dai loro “concittadini” (mi si passi il termine) etruschi. Infatti, questa è stata l’ipotesi di molti studiosi. Mancava però, e manca tuttora, un qualche corrispettivo nel vocabolario etrusco che potesse giustificare il prestito. Dobbiamo quindi cercare nell’onomastica etrusca, e questa ci fornisce Aminth «Amore, Eros, Cupido» (11)  il semantema AMARE è qui evidente (Aminth significò forse inizialmente «amante, amoroso»). Nell’onomastica personale latina di chiara origine etrusca abbiamo poi Amicius, Amintinius ~ Amintius, Amanius,(12)   tutti nomi probabilmente derivati dalla radice am- «amare».

In miei precedenti lavori ho fatto notare che sono rintracciabili nell’etrusco alcuni preziosi elementi indiscutibilmente collegati alle voci ittite halanta «testa», peruna «roccia», paltana «braccio; spallina (militare)».(13)   Ora, ritengo di aver individuato nell’ittito anche la radice da cui derivò l’etr. am- «amare».

L’ittito geroglifico ha il verbo hamenk- «legare, congiungere, unire»;(14)  questa voce è «non chiara etimologicamente» per il grande esperto dell’ittito Kronasser, ma in ogni caso si dovrà ammettere che l’elemento -enk- è suffissale, ossia non fa parte della radice. Esce dai miei scopi una discussione particolareggiata su tale elemento (15)  qui interessa la parte iniziale ham-, che a me sembra primaria, non scomponibile. Se sono nel giusto, resta da considerare l’aspirata iniziale.

È un fatto che h- iniziale è rara nell’ittito: il Kronasser cita solo una decina di casi nei quali ricorre, e in tutti questi casi essa non trova un corrispondente fonetico nell’originaria lingua indoeuropea, ciò che significa che rappresenta un’innovazione secondaria. Questo si verifica in molte lingue: talvolta non viene accettata una vocale iniziale di parola, e allora le viene premessa una h-. Il Kronasser cita in proposito l’antico portoghese hum in luogo di um «uno», il francese huile da oleum e huit da octo, l’abruzzese hole dal lat. olere, l’armeno hot «odore» (= lat. odor), l’antico altoted. harbeiti «lavoro», ecc.(16)

In conclusione, il verbo ittito hamenk- ha alla base una radice *am- che ebbe il significato di «legare, congiungere». Che da questa si sia sviluppato il significato di «amare» mi sembra perfettamente giustificato: chi “ama” sente di “legarsi” alla persona amata, e in effetti l’“amore” è un “legame”, un’“unione”, un “congiungimento”.
Una nota a margine: ho già avvertito che non ritengo assolutamente l’etrusco un linguaggio affine all’ittito, come era l’opinione di Vladimir Georgiev. L’etrusco presenta diversi e interessantissimi punti di contatto con l’ittito, ma essenzialmente è estraneo a tale lingua; quei punti di contatto vanno spiegati probabilmente con elementi linguistici di substrato comuni a Etruschi e Ittiti.


Note

1- Cfr. Julius Pokorny, Indogermanisches etymologisches Wörterbuch, Berna/Monaco I 1959 (etimologie) e II 1969 (indice delle voci e bibliografia), pag. 36 del I volume.

2- Che hanno anche il grande pregio di tenere conto di tutto ciò che è stato pubblicato finora sull’etrusco (compresi gli Etruskische Texte di Helmut Rix), e di essere quindi aggiornati.

3-  Ferruccio Calonghi, Dizionario latino italiano, 3ª ediz., Torino 1950, voci “amoenus”, “amo”.

4- Incidentalmente, sono convinto che da questo termine abbia avuto origine la famosa leggenda della “lupa” che allattò i due gemelli: la lupa etrusca venne confusa nella mitologia romana delle origini con la lupa che in latino designava la femmina del lupo. È verosimile che alla base vi sia stato un fatto vero di questo tipo: una prostituta di stirpe etrusca si prese cura di due gemelli romani abbandonati dai genitori per qualche motivo (forse perché i genitori vennero a mancare per un’epidemia). Mi ripropongo di fornire in un saggio futuro l’etimo della voce etrusca lupa «prostituta», che penso di aver individuato.

5- Il primo mi appare essere un originario duale, significante probabilmente «le labbra (della vagina)». Il secondo non può essere scisso da cuneus «cuneo» (l’origine etrusca della parola pare assicurata dalla desinenza -eu), così che il significato originario ne dovette essere FESSURA.

6- Abitualmente si deriva questa voce dal francese antico, ma tale etimologia è poco convincente, e il suffisso lat. -anus / -ana appartiene alla serie di quelli introdotti nel latino dall’etrusco (nell’etrusco sono documentati epigraficamente -ane e -ani, cfr. LE, pag. 91). Sono di origine etrusca, infatti, p.es. tabanus, Silvanus, Tuscanus, campanus ~ campana.
Quanto a futu-ere, va notato che la voce non ha una chiara etimologia indoeuropea, mentre la consonante iniziale rende assai plausibile una sua origine etrusca: è riconosciuto ormai, infatti, che molte voci latine con f- sono etrusche. D’altra parte, il fonema latino f- dovrebbe derivare dall’indoeuropeo bh-, come si sa: tuttavia, sono troppe le voci latine inizianti con f- che non possono essere spiegate con l’indoeuropeo. Ciò significa che le voci non indoeuropee provengono da altre lingue, ed è ovvio che la fonte principale di tali voci sia l’etrusco, considerata la sua contiguità plurisecolare col latino e il suo enorme valore culturale.

7- Non ho trovato finora collegamenti con l’etrusco, ma l’aggettivo è privo di un’etimologia indoeuropea, e considerato il suo significato mi sembra possibile inserirlo, almeno in linea teorica, nel contesto delle voci fornite dall’etrusco al latino.

8- Il significato che si dà comunemente alla parola, quello di «arco, volta», mi appare derivato dal primo: gli originari bordelli dovevano essere situati in locali sotterranei a volta, per cui fu dal “bordello” che si sviluppò il concetto di “volta”. Quanto all’etimo, abbiamo qui un’antica voce egea che si ripresenta nel greco porne «meretrice, cortigiana». Una delle più notevoli leggi fonetiche dell’etrusco è l’alternanza p ~ ph ~ f, per la quale cfr. LE (pag. 54, § 33); il nesso tra la voce greca e l’etr. *furn- che sta alla base di fornix è quindi sicuro, tanto più che qui abbiamo ben tre consonanti che corrispondono le une alle altre (p ~ f, r, n). È noto, infatti, che due voci di lingue diverse possono presentare somiglianza del tutto casuale se v’è coincidenza di una sola consonante; la casualità è molto probabile quando coincidono due consonanti, ma man mano che le consonanti affini aumentano di numero la casualità è sempre più da escludere, e allora v’è da prendere in considerazione la parentela delle due lingue in questione.

9- Dove ritroviamo il noto suffisso etr. -eu, per il quale cfr. LE, pag. 89.

10- Questa voce è stata riconosciuta di origine etrusca in LSNE, pag. 202. In una memoria presentata all’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona nel 2000 (qui citata come “Scar.”) ho sostenuto la sua corrispondenza con l’aggettivo lat. grandis e con il ven. caranto ~ scaranto «macigno, grosso masso», da un semantema originario GROSSO, GRANDE.

11- Cfr. DCLE, pag. 29.

12- Cfr. ibidem.

13- Si tratta, nell’ordine, di Scar., Per., Valp.

14-  Cfr. Kron., pag. 171 (che ne dà il significato come binden, verbinden).

15-  Che propriamente dovrebbe essere -nenk-: cfr. sar-nenk- «danneggiare», har-nenk- «mandare in rovina», istar-nenk- «far ammalare» (Kron., pag. 172). Credo che sia proprio per questo motivo che il Kronasser dà ham-enk- come etymologisch unklar, «non chiaro etimologicamente»: forse egli si sarebbe aspettato un *ham-nenk-. Se questa doveva essere la vera forma verbale, non credo inverosimile dal punto di vista fonetico che si potesse verificare l’assorbimento della prima -n- da parte della -m- precedente: *hamnenk- > hamenk-.

16- Cfr. Kron., pp. 80-81.


BIBLIOGRAFIA

DCLE = Massimo Pittau, Dizionario comparativo latino-etrusco, Sassari 2009.

Kron. = Heinz Kronasser, Vergleichende Laut- und Formenlehre des Hethitischen, Heidelberg 1956.

LE = Massimo Pittau, La lingua etrusca: grammatica e lessico, Nuoro 1997.

LSNE = Massimo Pittau, La lingua dei Sardi Nuragici e degli Etruschi, Sassari 1981.

Per. = G. Rapelli, La voce etrusca e retica *peruna «roccia, parete rocciosa, lastra di pietra», Verona 2002.

Scar. = G. Rapelli, Veneto scaranto e latino grandis: comune origine etrusca?, Atti dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona 1999-2000, pp. 295-307.

Valp. = G. Rapelli, Valpantena presso Verona, toponimo retico, “Archivio per l’Alto Adige” XCIX-C, 2005-06, pp. 331-335.


Fonte: da srs di Giovanni Rapelli



domenica 9 maggio 2010

L’esposizione corretta nella fotografia: il Triangolo che la Regola

La maschera di  Arlecchino

Una foto slavata, oppure, al contrario, buia - sempre che non sia stata realizzata così volutamente, con estro creativo - è un'immagine penalizzata da un difetto di esposizione.
Per esposizione si intende la quantità di luce che raggiunge il sensore digitale (o la pellicola nelle macchine fotografiche analogiche). Si misura in EV (Exposure Value).

Tre fattori influenzano la quantità di luce:
- Apertura del diaframma
- Tempo di scatto
- Sensibilità ISO

Esposizione corretta
In fotografia regolare correttamente l'esposizione è importante quanto scegliere una buona inquadratura. Ci sono due sistemi per regolare l'esposizione: lasciar fare tutto alla macchina (modalità automatica), oppure intervenire manualmente regolando i settaggi. Entrambi hanno pregi e difetti.

Chi è pratico di programmi per l'elaborazione delle immagini sa che si può intervenire in post-produzione per correggere eventuali difetti di esposizione. Ma l'operazione non è né semplicissima né poi così efficace perché:

1. Una foto sottoesposta presenta zone scure nelle quali mancano dettagli, che è difficile recuperare.
2. Una foto sovraesposta presenta zone chiare nelle quali mancano dettagli, che è impossibile recuperare.
3. Una foto esposta male rende problematico il tentativo di bilanciare la saturazione del colore e il contrasto.

Insomma, un sacco di guai e di lavoro nella "camera oscura" digitale (Photoshop o altri programmi di fotoritocco). Tanto vale mettersi di impegno ed esporre la foto come si deve al momento dello scatto.

Il Triangolo dell' Esposizione - una rappresentazione che ci aiuta a comprendere i fattori coinvolti nella misurazione dell'esposizione - può esserci di aiuto.

Apertura, tempi e ISO sono misurati su altrettante scale, con salti di 1 Stop (scale di esempio, possono essere più o meno estese a seconda della macchina).

Apertura: f/1,4 - f/1,8 - f/2,0 - f/2,8 - f/4,0 - f/5,6 - f/8 - f/11 - f/16 - f/22
Tempi: 1/15 - 1/30 - 1/60 - 1/125 - 1/250 - 1/500 - 1/1000 - 1/2000 - 1/4000
Sensibilità (ISO): 50 - 100 - 200 - 400 - 800 - 1600 - 3200 - 6400 - 12800

Apertura, Tempi e ISO sono tra loro legati.
Se ad esempio, mantenendo costante la sensibilità, diminuiamo il diametro di apertura del diaframma di uno stop, ma nel contempo allunghiamo il tempo di scatto di uno stop, faremo entrare la stessa quantità di luce. Lo stesso se, ad esempio, manteniamo fissa l'apertura, variando le altre due componenti di uno stop.

Ecco un esempio concreto (i dati che la fotocamera ci mostra sul display al momento dello scatto:

f/2,8 - 1/250 - ISO 100
l'impostazione di partenza dice che stiamo lavorando con il diaframma aperto a f/2,8 con un tempo di scatto di 1/250 e la sensibilità impostata su 100 ISO.
Possiamo agire sulle impostazioni della macchina, in modo corretto, modificando i parametri per "catturare" sempre la medesima quantità di luce.

ad esempio, così:

f/4,0 - 1/125 - ISO 100
poiché chiudiamo il diaframma di uno stop, adottiamo anche un tempo di scatto più lento. Gli ISO in questo esempio sono costanti.

f/2,8 - 1/500 - ISO 200
manteniamo il diaframma dell'esempio di partenza, allunghiamo il tempo di scatto e perciò aumentiamo di uno stop la sensibilità (ISO)

f/4,0 - 1/250 - ISO 200
in questo caso riduciamo di uno stop l'apertura del diaframma, con il tempo di scatto costante, perciò dobbiamo raddoppiare la sensibilità ISO

Esposizione automatica

Le macchine fotografiche digitali - compatte e reflex - sono in grado di lavorare in automatico e di far tutto da sole, regolazione dell'esposizione compresa.
Perché allora preoccuparsene? Beh, per due ragioni importanti.

- La prima: in condizioni di ripresa non ideali l'esposimetro della macchina può andare in crisi (dipende dalla qualità del sistema esposimetrico della fotocamera e anche dalle difficoltà della scena, ad esempio un forte controluce, oppure fotografie sulla neve). Dobbiamo rinunciare alle foto? No, se interveniamo sulle regolazioni della macchina aiutandola ad esporre correttamente).

- La seconda: il Triangolo dell'esposizione è si un utile rappresentazione per comprendere come Apertura, Tempi e Sensibilità sono legati tra loro (si definisce questo rapporto "Reciprocità") ma non ci dice tutto sull'Esposizione.

Apertura dell'Obiettivo e Profondità di Campo

La profondità di campo misura le parti dell'immagine correttamente a fuoco. Se vogliamo, ad esempio, mettere a fuoco una colonna di parenti che esce dalla chiesa dopo la cerimonia e utilizziamo un'apertura spinta dell'obiettivo, che so, f/1,4 oppure f/2,0, o quella del nostro esempio iniziale - f/2,8 - 1/250 - ISO 100 - saremo in grado di mettere a fuoco solo la testa, oppure il centro, oppure la coda della colonna.

Se, al contrario, vogliamo, ad esempio, staccare un soggetto dallo sfondo e adoperiamo un diaframma chiuso, ad esempio f/8,0, oppure f/11, o l'ultima delle impostazioni del nostro esempio - f/16 - 1/500 - ISO 100 - non riusciremo nel nostro intento. La foto mostrerà si il volto del nostro soggetto perfettamente a fuoco, ma "confuso" con lo sfondo, anch'esso a fuoco.

Tempi e Soggetti in movimento

Il controllo corretto del triangolo dell'esposizione permette di evitare difetti gravi nelle foto in relazione al tempo di scatto. Il problema in questo caso è dato dal fatto che l'esposizione, di per se corretta, non ci permette di "fermare" i soggetti in movimento, che risulteranno così mossi (attenzione a non incorrere nell'errore che tanti principianti fanno: "Ho lo stabilizzatore, ci penserà lui a fermare il soggetto." Lo stabilizzatore compensa efficacemente i micro movimenti della macchina evitando il mosso, ma non ferma il soggetto).

ISO (sensibilità) e Rumore nelle Immagini
Ancora un settaggio corretto per la nostra foto:

Corretto si, ma porta con se un problema: con il salire degli ISO aumenta anche il disturbo nelle immagini. Il problema è meno rilevante con le reflex digitali - quelle dell'ultima generazione sono in grado di lavorare correttamente, limitando al minimo il disturbo, almeno fino a una sensibiltà di 1600 ISO - ma può incidere pesantemente con le compatte digitali, penalizzate dal gran numero di pixel (megapixel) in un sensore di piccole dimensioni.
Per carità, il disturbo è sopportabile se stampiamo le foto formato cartolina e può essere almeno parzialmente corretto in post-produzione, ma non tutti hanno il software necessario e non tutti hanno il tempo e la voglia di farlo. Perciò, occhio alle sensibilità elevate (normalmente da 400 ISO in su) con le piccole digitali.

Possiamo fidarci del display LCD per regolare l'esposizione?

Si e no. Un buon display aiuta, ma poiché spesso lo si utilizza settando la luminosità al massimo (per compensare la luce ambientale, specie con il sole che picchia) potremmo farci ingannare dalla brillantezza dell'immagine sullo schermo. Meglio dunque accontentarsi di un display LCD meno brillante se vogliamo utilizzarlo per controllare l'esposizione.
Un metodo più affidabile è quello di servirsi dell'istogramma (se è presente), argomento di un prossimo consiglio tecnico.



sabato 8 maggio 2010

L’eruzione di Thera (Santorini ) e le piaghe d’Egitto


La peste quinta piaga d'Egitto

Nel diciassettesimo secolo a.C. (circa nel 1600 a.C.)  il  Mar Egeo è stato lo scenario di un evento catastrofico, forse una delle più grandi prove di forza che madre natura ha fatto sperimentare, sul nostro pianeta, alla civiltà umana.
L’eruzione vulcanica dell'isola di Thera (Santorini). Un’eruzione  che alla fine  portò alla disintegrazione  di metà dell’isola ed innescò un'onda di tsunami che non solo irruppe sulle isole più vicine (l'arcipelago delle Cicladi), ma fece sentire la sua pesante devastazione sulle  coste africane libiche, palestinesi e naturalmente, sul delta del Nilo.
Non esistono documenti scritti che narrano l'evento, ma proprio questo silenzio collettivo su un evento così straordinario, qual è stata l'esplosione di Thera, è esso stesso una prova schiacciante: come infatti non pensare che la mancanza assoluta di racconti sull'accaduto non sia essa stessa il muto racconto di uno sconvolgimento epocale, di un repentino e radicale ritorno a civiltà meno evolute, incapaci di raccontarsi  e di raccontare?

Recenti test con il radiocarbonio, hanno dimostrato che Thera esplose tra il 1600 a.C. e il 1627 a.C.
Gli effetti devastanti del cataclisma ricaddero pesantemente sull’Egitto: l’oscuramento dei cieli  le piogge di ceneri vulcaniche terrorizzarono gli egizi, che lessero in tutto ciò una punizione divina. Questo era già accaduto una volta, quando, secondo le credenze egizie, la dea  Sekhmet  aveva cercato di annientare la razza umana.

In quest’ottica le leggendarie piaghe d’Egitto, che Mosè scatenò contro il faraone, assumono un nuovo spessore.

É giusto dire che la Bibbia non fornisce la data esatta degli eventi che videro protagonista Mosè. Ma tutto ciò avvenne all’epoca della distruzione di Thera.
Gli effetti dell’eruzione mostrano una somiglianza impressionante con le piaghe d’Egitto.

L’energia liberata da questa esplosione è stata immensa, pari a 6000 testate termonucleari.
Restando in tema di esplosioni vulcaniche, quella del Krakatoa, avvenuta nel 1886 vicino a Sumatra, che provocò l’oscuramento totale della luce del sole per una settimana  fino ad oltre ottocento chilometri di distanza, era sei volte meno potente di quella di Thera.

Si parla di tenebre, acque del Nilo trasformate in sangue, ulcere e grandine. Ebbene, l’esplosione di Thera produsse una nuvola di ceneri che oscurò la luce del sole.
Le polveri dell’eruzione altamente velenose, assieme alle  varie tonnellate  di ossidi di ferro, una volta precipitati al suolo e disciolte nelle acque del Nilo, non potevano che fare stragi immediate di pesci (Es 7, 20-21),  colorando contemporaneamente l’acqua di ruggine rossa  (Il Nilo tramutato in sangue).
Quando si schiusero le uova delle rane, nelle  acque già ripulite dalla corrente, i girini, non essendoci più pesci  predatori, furono liberi di arrivare a maturazione diventando  rane adulte, invadendo tutte le terre circostanti, come fedelmente riportato dalla Bibbia (Es 8,2 ).
La Bibbia parla di ulcere  che colpirono  le persone e di moria di bestiame (Es 9, 6-12).
Quando esplose il vulcano Mount Saint Helens in America,  nel 1980, centinaia di persone furono ricoverate negli ospedali  di Tacoma e Seattle, per eritemi e ulcerazione dovute al contatto con le polveri acide prodotte dal vulcano, mentre una gran quantità  di bestiame fu trovata morta a causa delle polveri tossiche inalate.

E’  interessante e significativo che la Bibbia parli proprio di “fuliggine di fornace” come causa delle ulcere alla popolazione, solo che l’origine viene attribuita a Mosè,  il quale ne avrebbe lanciato una manciata in aria.
Studiando poi la distribuzione dei campioni di pomice, prelevati dal fondo marino, gli scienziati hanno rilevato la direzione di quella terribile nuvola vulcanica.
Partita da Thera, arrivò in Egitto e lo percorse, arrivando fino a Thebe, nell’Alto Egitto, ma senza passare sopra il delta  orientale del Nilo. Salvando in questo modo sia le regioni abitate dagli ebrei  che la città di Eliopoli. (Bisogna ricordarsi allora che il faraone di stirpe egizia era confinato  nell’Alto Egitto, perchè tutto il  Basso Egitto era sotto la dominazione degli Hyksos  e dei suoi re-faraoni).

In Es 9, 24 si legge: ”Vi fu grandine, ed anche fuoco che si accendeva in mezzo alla grandine”; più avanti versetto 26: “Soltanto nel paese di Goshen, dove stavano i figli di Israele, non vi fu grandine”.

L’invasione, inoltre, di mosconi, di zanzare e cavallette, non è altro che la logica conseguenza di questo disastro ambientale e biologico.

Chiaramente tutto questo non durò qualche giorno, ma mesi.

La  paura  ed il terrore regnavano ovunque: le preghiere e le offerte non placavano l’ira degli dei. Le maggiori divinità del nord Africa, dell’Egitto e della terra di Canaam, gli  dei  Sekhmet, Bahhal- Aammon, Tanit, Ashtarte, Sept, erano insensibili al grido di dolore che si levava dai vari popoli.
Appariva inevitabile che le divinità avessero di mira l’eccidio di tutta la popolazione. Non si poteva più indugiare; si doveva offrire quello che di più caro e prezioso si potesse avere: la vita dei propri figli primogeniti.
Di solito bastava sostituire i fanciulli con una bestia viva (pecore agnelli), ma questa volta pareva non bastare.
I figli vennero  divinizzati, per creare in questo modo il legame diretto con le divinità,  e di seguito sacrificati, in presenza, dei parenti delle vittime, ai quali, davanti all’altare era severamente vietato esternare i proprio dolore, perchè lacrime e gemiti avrebbero sminuito il sacrificio. I bambini posti, sulle braccia di un idolo cavo di bronzo, rotolavano all’interno dove ardeva il fuoco sacrificale.
Tutto il medio oriente era diventato un immenso tophet.
Nemmeno il faraone (di stipe Hyksos)  aveva potuto sottrarsi al sacrificio. (Non bisogna dimenticare che  nelle popolazioni Hyksos la pratica dei sacrifici umani era una prassi molto comune:  Abramo non si è fatto molti scrupoli  nel dover sacrificare Isacco)

Diodoro Siculo, lo storico di Agira, ricorda un particolare di questi sacrifici.
A Cartagine alcune famiglie avevano provveduto a sostituire i propri figli, con figli comprati da famiglie miserabili o relitte.
Il governo di Cartagine, venutolo a sapere, ordinò per redimere l’anatema compiuto, il sacrificio di 200  bambini appartenenti tutti alle famiglie più nobili della città.

Silvio Italico, nel libro IV° della sua epopea, riferisce che il governo di Cartagine decise di sacrificare il figlio di Annibale. La moglie del condottiero, Imilce, di sangue spagnola, si oppose all'atroce decisione e ottenne dal Consiglio una sospensione del sacrificio per poter informare il marito.
Annibale rifiutò di immolare il proprio figlio e, al suo posto, giurò di sacrificare migliaia di nemici.
 E di sicuro ha mantenuto la parola



venerdì 7 maggio 2010

LA PUPA E IL SERMONE di Eugenio Benetazzo

Con il termine “pupa” nell’immaginario collettivo solitamente si fa riferimento ad un provocante esemplare di mammifero femmina appartenente al Genere Homo Sapiens Sapiens. In vero se volessimo ancora fregiarci di questa nomea senza usurparne il titolo, il termine “pupa” identifica in ambiente scientifico lo stadio incompleto di un processo di metamorfosi (solitamente animale). Si parla sovente infatti di “stadio pupale” riferendosi alle mutazioni che avvengono in natura studiando gli insetti, in cui la “pupa” rappresenta la muta di una larva. Lo stadio pupale si svolge in uno stato di quiescenza, talvolta protetto all’interno di involucri di varia natura all’interno dei quali si verifica il passaggio da uno stadio giovanile a quello adulto: il classico esempio di uno stadio pupale è il bozzolo di un bruco (denominato crisalide) dal quale fuoriesce una farfalla.

Per chi non lo avesse ancora capito il nostro paese sta attraversando uno stadio pupale. Un lento processo di metamorfosi che lo sta cambiando su più fronti: il punto interrogativo che dovremmo tutti porci è quale sarà il risultato finale di questa trasformazione ? Cosa saremo ? Una nuova farfalla oppure un insetto sgradevole e ripugnante alla vista ?  Proviamo a fare alcune considerazioni fuori dal coro, che tuttavia moltissimi lettori giudicheranno molto scomode, ma non per questo non veritiere.
Il nostro paese sta cambiando in seguito a due sorprendenti mutazioni, la prima riguardante il fronte sociale e la seconda quello industriale. Partiamo dalla prima pertanto.  Il tessuto sociale italiano è iniziato a cambiare a seguito di due gradienti evolutivi che la maggior parte di tutti noi ha accettato con eccessiva leggerezza: una emancipazione femminile esageratamente controproducente che ha portato ad eccessi nel costume sociale e nella vita di tutti i giorni e l'ingresso senza alcun genere di controllo di etnie extracomunitarie disposte a tutto pur di migliorare il loro poverissimo stile di vita. Il primo gradiente ha causato la nascita di una fascia sociale (prettamente maschile) dai mezzi di sostentamento economici molto limitati: sto parlando di centinaia di migliaia di padri trentenni e/o quarantenni che sono costretti a pranzare alla Caritas o a ritornare dalla mamma in quanto il peso degli alimenti alla ex moglie rende impossibile una vita decorosa.

Questo chiaramente ha conseguenze economiche che adesso cominciamo appena a percepire. In meno di trent'anni la coesione della famiglia tradizionale italiana (che ha rappresentato uno dei punti di forza del nostro paese ed anche l'invidia che suscitavamo agli altri) si è, anno dopo anno, sempre più ridimensionata sino ormai al suo completo annullamento.  I matrimoni “drinkcard” sono all'ordine del giorno: tuttavia l'emancipazione femminile spinta all'eccesso è costata molto cara anche alla donna che vede ora nel maschio un partner demosciato ed insicuro, intimorito dall'idea di intraprendere una relazione seria, per le possibili implicazioni economiche in caso di default matrimoniale.
Allora si preferisce piuttosto creare un circuito farlocco di relazioni ed effusioni sentimentali incentrate sulle disponibilità dei “trombamici” (uomini o donne che si rendono disponibili per rapporti sessuali a chiamata senza impegni e vincoli di natura sentimentale).
Questo è avvenuto parallelamente in tutti i paesi occidentali, ma nel nostro gli effetti di questa devoluzione sono stati più incisivi: i bamboccioni che stanno a casa con la mamma per paura di un matrimonio che ti metta fuori combattimento fa parte di un pensiero dominante della nostra epoca. Non voglio esprimere giudizi: ma ognuno di voi giudichi se si viveva meglio all'inizio degli anni settanta oppure adesso, chiaramente in termini di stabilità e pianificazione familiare.

Il secondo gradiente ha invece permesso l'entrata di milioni di individui extracomunitari, con il solo scopo di offrire loro una occupazione (solitamente di manovalanza) mal retribuita: questo ha consentito a grandi aziende e gruppi industriali di sostenere minori oneri per l'attività manifatturiera ed al contempo ha abbassato copiosamente i livelli reddituali dei lavoratori italiani.
Oltre a questa straordinaria opportunità economica per le maestranze operaie italiane, abbiamo dovuto assistere anche alla proliferazione di delinquenza e criminalità dilagante nelle nostre città.
Tutto questo perchè l'integrazione (che non esiste di fatto) ci è sempre stata disegnata come una grande opportunità di crescita per il paese. A distanza di anni abbiamo visto solo crescere la delinquenza, la criminalità, lo spaccio di droga, lo sfruttamento della prostituzione ed il disagio di chi vive nelle città oggetto di insediamento da parte di queste etnie.

La seconda mutazione, quella che ci ha portato allo stadio pupale, riguarda invece la trasformazione del potenziale imprenditoriale ed industriale. Forse più che di trasformazione si dovrebbe parlare della polverizzazione di quello che rimaneva.
Il miracolo economico è scaturito perchè ci siamo messi a produrre e realizzare tutto quello che consumavamo, dalle automobili alle scarpe. L'attività produttiva era il cuore ed al tempo stesso la ricchezza del paese: creando posti di lavoro, generando gettito fiscale e producendo benessere.
Da oltre cinque anni abbiamo intrapreso la strada opposta: smobilizzando le fabbriche ed importando da fuori quello che un tempo realizzavamo in casa nostra.
Fermatevi un momento a riflettere la mattina quando vi alzate: dal rasoio ai vestiti, dal lavandino alle sedie del salotto, niente di tutto questo viene più prodotto in Italia. Il che si traduce in milioni di posti di lavoro che mancano all'appello ed in miliardi di euro di gettito fiscale in meno. Da paese un tempo manifatturiero stiamo diventando un paese avventuriero. Non ho dubbi che cosa uscirà dalla crisalide.

Con il termine “sermone” si suole indicare un discorso di ammonimento e/o di rimprovero oppure la predica rivolta ai fedeli da un pastore protestante all'interno di una comunità cristiana. In Italia non piacciono i sermoni, nemmeno quando a farli è lo stesso Benedetto XVI. Stiamo vivendo un mese di profonda tensione finanziaria a causa del possibile default della Grecia. Quello che poteva sembrare impossibile due anni fa oggi è una realtà plausibilissima. Ritengo che anche a voler ascoltare un sermone su quello che potrà accadere, il tutto rimarrà come sempre inascoltato o mal apprezzato. D’altronde anche quattro anni fa mi derisero per quello che ipotizzavo sarebbe accaduto a livello planetario: gli stessi ora mi invitano ai talk show o mi chiedono di scrivere nel loro quotidiano.

L'escalation finanziaria non lascia molto all'immaginario: dopo Grecia, Portogallo e Spagna, toccherà all'Italia (e forse anche all'Inghilterra). Ho già avuto modo di scrivere sull'argomento, la domanda che tuttavia mi pongo ora è che tipo di Italia si troverà a reagire ad un momento infelice avendo subito una metamorfosi cosi radicale, tanto da non riconoscerla quasi più ? La perdita di coesione familiare unita all’incapacità di una coppia moderna separata di supportarsi a vicenda in un momento di ridimensionamento economico, la presenza di individui extracomunitari che sanno come arrangiarsi (a modo loro) quando la tal azienda delocalizza o fallisce, tutto questo difficilmente disegna un quadro di conforto sul come verrà affrontata l’uscita dallo stadio pupale per l’ormai defunto Bel Paese.
Come ci raccontava Dante entrando all’Inferno: lasciate ogni speranza, voi che entrate.


Fonte: srs di Eugenio Benetazzo del  29/04/2010

giovedì 6 maggio 2010

NON HO MAI CAPITO LA FESTA DEL PRIMO MAGGIO, FESTA DEL LAVORO



Non ho mai capito la festa del Primo Maggio, festa del lavoro. Che cosa, in realtà, festeggiano in questo giorno i lavoratori?  La loro schiavitù. Non è una festa, gli “han fatto la festa”.  Il lavoro diventa un valore con la Rivoluzione industriale e i pensatori che cercano di razionalizzarla. Per Marx è “l’essenza del valore”, per i liberal-liberisti è quel fattore che, combinandosi col capitale, dà il famoso “plusvalore”. Prima il lavoro non era affatto un valore. Tanto è vero che è nobile chi non lavora e artigiani e contadini lavorano solo per quanto gli basta. Il resto è vita.

Non che artigiani e contadini amassero il loro mestiere – che peraltro è un concetto diverso dal lavoro come spiega R. Kurz in “La fine della politica e l’apoteosi del denaro” – meno di un operaio di fabbrica o di un impiegato o di un ragazzo dei call-center, certamente lo amavano molto di più perché gli permetteva di esprimere le proprie capacità e la propria creatività, ma non erano disposti a sacrificargli più di tanto del loro tempo che è “il tessuto della vita” come dice Benjamin Franklin che peraltro lo usava malissimo: a fare denaro (anche scopare, per questo perfetto prototipo della borghesia protestante e autopunitiva, è una perdita di tempo, lo si fa “solo per la salute”).

E quando nel Duecento e nel Trecento compaiono a Firenze, nel piacentino e poi nelle Fiandre i mercanti come forte classe sociale (prima il mercante, presso tutte le culture, sedeva all’ultimo gradino della scala sociale, perché si riteneva indegno di un uomo scambiare per denaro, e il kafelos greco, piccolo commerciante al dettaglio, è una macchietta abituale del teatro di Aristofane) la gente del tempo li guarda come fossero dei matti perché non capisce che senso abbia accumulare denaro su denaro, ricchezze su ricchezze per portarsele nella tomba.
C’è la storia, patetica quanto esemplificativa, di Francesco di Marco Datini, il famoso mercante di Prato, il quale dopo aver fatto per trent’anni l’imprenditore ad Avignone ritorna nella sua città natia deciso a godersi la vita. Ma non ce la fa proprio, è continuamente angosciato dalla sorte delle sue navi e quando, alla fine, muore senza figli lascia tutto a Santa Madre Chiesa.
Il concetto che il tempo fosse più importante del denaro era così radicato negli uomini di quel tempo che quando i primi imprenditori industriali introdussero il cottimo si accorsero, con loro grande sorpresa, che la produttività diminuiva invece di aumentare, perché i lavoratori preferivano rinunciare al cottimo e andare a spasso, in taverna, a giocare a birilli, a corteggiare la futura sposa.

Ma è stata la mentalità paranoica del mercante a prevalere, a fare della maggioranza di noi, per dirla con Nietzsche, degli “schiavi salariati”, a frantumare i nuclei costitutivi dell’essere umano.
I suicidi in Europa dal 1650 – epoca industriale – ad oggi sono decuplicati, nevrosi e depressione sono malattie della Modernità, l’alcolismo di massa nasce con la Rivoluzione industriale, il montante fenomeno della droga è sotto gli occhi di tutti. E la globalizzazione, che inizia anch’essa con la Rivoluzione industriale e arriva a piena maturazione negli ultimi decenni con l’acquisizione del modello di sviluppo occidentale di quasi tutti i Paesi del mondo (quelli che non ci stanno li bombardiamo), esaspera tutti questi processi.
La globalizzazione è, in estrema sintesi, una spietata competizione fra Stati che passa per il massacro delle popolazioni del Primo e del Terzo mondo. Per restare a galla saremo costretti tutti a lavorare di più, a velocità sempre maggiore, accumulando così altro stress, disagio, angoscia, depressione, nevrosi, anomia. Infine, di passata, “una società” come scrive Nietzsche “che proclama l’uguaglianza avendo bisogno di schiavi salariati ha perso la testa”.
E noi l'abbiamo persa. Tant’è che oggi celebriamo allegramente la festa della nostra schiavitù.


Fonte: srs di Massimo Fini   del 02/05/2010

Redazioneonline-scienze e Società


mercoledì 5 maggio 2010

La preghiera degli antichi veneti




Statuina erroneamente chiamata la dea di Caldevigo in realtà raffigura una donna orante con le braccia aperte che invoca la divinità la possiamo definire anche: "la devota di Caldevigo". Il bronzetto e bellissimo colmo di patos e di grande religiosità: raffigura una sacerdotessa, vestita con grande accuratezza con una acconciatura speciale ed elaborata a forma conica che ricorda indubbiamente il famoso e raffinatissimo "Elmo di Oppeano". Questa sacerdotessa, traboccante di dolcezza, incarna il mondo venetico del IV secolo ante era volgare. Un mondo magico irrepetibile distrutto anche dal cristianesimo. Non conosciamo ormai più la trascendenza, e il vero potere della preghiera.


Fonte: srs di Luigi Pellini da http://luigi-pellini.blogspot.com/ del  25 aprile 1981


martedì 4 maggio 2010

Perché remare se puoi navigare a vela



Il mio motto é "Perchè remare...magari anche controcorrente, se puoi navigare a vela"?
In altri termini per viver bene é necessario evitare rotte preordinate e seguire il corso degli eventi perchè non c'è nulla di meglio per ciascuno, che ciò che la vita ti ha riservato.
I guai accadono quando si sceglie per se stessi un corso diverso da quello verso cui spingono gli eventi...

Sabato





domenica 2 maggio 2010

Akhenaton: Il ritorno della mummia del faraone monoteista



I test del DNA che hanno rivelato le probabili cause della morte del giovane faraone Tutankamon hanno risolto uno dei tanti misteri dell’antico Egitto. La scoperta potrebbe aiutare a completare il quadro di un affascinante periodo che risale a più di 3300 anni fa, quando Akhenaton intraprese il primo tentativo della storia di introdurre il monoteismo.
Nel corso dei suoi 17 anni di governo, Akhenaton cercò di rovesciare più di un millennio di religione e arte egiziana per stabilire il culto di un unico dio del sole. Alla fine il suo audace esperimento fallì e suo figlio, il giovane Tutankhamon, che gli successe ripristinò la vecchia religione. Nessuno seppe mai cosa accadde al faraone eretico, la cui tomba nella capitale che egli si fece costruire ad Amarna non fu finita e il cui nome fu cancellato dalla lista ufficiale dei re.

Due anni di test di DNA e TAC sulle 16 mummie reali, condotti dal Supreme Council of Antiquities d’Egitto, hanno prodotto solide prove per attribuire una mummia non identificata a quella di Akhenaton, conosciuta come KV55, numero che le fu assegnato dopo la scoperta della tomba in cui fu trovata nel 1907 nella Valle dei re in Egitto.

Gli esami, i cui risultati sono stati comunicati lo scorso mese, hanno stabilito che KV55 fu il padre del re Tutankhamon e il figlio del faraone Amenhotep III, una stirpe che, secondo le iscrizioni, corrisponde a quella di Akhenaton. Si è a lungo pensato che KV55 fosse la mummia di un individuo troppo giovane per essere Akhenaton, che si stimava avesse 40 anni quando morì. Le analisi hanno anche stabilito la corretta età della mummia, e si è avuta la corrispondenza dei dati della ricerca con Akhenaton.

Albert Zink, direttore dell’Istituto per le Mummie e dell’Iceman dell’Accademia Europea di Bolzano, che ha lavorato al progetto, ha dichiarato che c’era solo una soluzione per attribuire i dati genetici a disposizione. La ricostruzione dell’albero genealogico ha mostrato che la mummia doveva essere quella di Akhenaton e non di qualcun altro.

Ora gli esperti hanno intenzione di effettuare altri test per scoprire ulteriori dettagli sulla famiglia reale del faraone. Questi approfondimenti potrebbero dare un impulso alla realizzazione del nuovo museo di Akhenaton, vicino Amarna, la sua capitale lungo il Nilo dove ora si trova la provincia di Minya, a 220 km a sud del Cairo. La mummia del faraone sarà esposta in una sala del museo. Le analisi hanno stabilito che un’altra mummia prima non identificata è quella della sorella del Akhenaton, con cui il faraone concepì Tutankhamon e che sembra sia morta per colpi subiti al volto e alla testa.
Resta ancora non individuata Nefertiti, la moglie più importante di Akhenaton, famosa per la sua bellezza. Il capo direttore delle antichità d’Egitto, Zahi Hawass, ha dichiarato che uno dei suoi obiettivi è di individuare la mummia della regina.

La scoperta dei resti di Akhenaton ha dato spazio a varie ipotesi sulla ricostruzione del suo aspetto. Le statue reali del tempo mostrano una figura effeminata con fianchi femminili, testa allungata e labbra carnose, inducendo a pensare che potesse soffrire di malattie che avevano deformato il suo corpo. La mummia e i test del DNA, al contrario, hanno rivelato che il corpo del faraone era di un uomo normale non segnato da tare genetiche che potessero implicare entrambi i caratteri maschile e femminile.
Barry Kemp, che si sta occupando degli scavi ad Amarna dal 1977, ha affermato che i dati dovrebbero smorzare le tante interpretazioni tendenti al sensazionale.
Jerome Rose, dell’Università dell’Arkansas, collaboratore di Kemp, ha confermato che la scoperta rende ancora più interessante il loro lavoro ad Amarna.

La scoperta, tuttavia, non aiuta a capire come sia morto Akhenaton. A differenza della mummia di Tutankhamon ben conservata, per cui è stato possibile sapere che soffriva di anomalie congenite e di malaria, i resti di Akhenaton sono poco più che ossa senza tessuti non in grado di fornire indizi sulla sua morte.
La differenza nella conservazione del suo scheletro rispetto a quelli di tutte le altre mummie reali potrebbe essere dovuta alle sue credenze religiose o all’ostilità nei suoi confronti di coloro che si occuparono della sua sepoltura.

Secondo Carsten Pusch, dell’Institute of Human Genetics di Tubinga, che ha partecipato al progetto, le condizioni dei resti è un’altra prova che la mummia sia davvero quella di Akhenaton; il suo corpo fu trattato in modo diverso rispetto alle altre mummie.

Per la maggior parte del mondo Tutankhamon incarna la gloria dell’antico Egitto, perchè la sua tomba è stata riempita di tesori della ricca XVIII dinastia (1569-1315 a.C). Ma di fatto Tutankhamon fu un re minore. Il regno di Akhenaton, i cui inizi sono fissati intorno al 1350 a.C, fu molto più importante.
Akhenaton ruppe con i potenti sacerdoti di Amon, la principale dività d’Egitto, ripudiò molte divinità e ordinò il culto del sole, Aton. Trasferì la sua corte nella sua nuova capitale Amarna, che vide incrementare la popolazione fino a 30.000 abitanti.
Insieme alla rivoluzione religiosa, il faraone monoteista fu promotore di un drammatico cambiamento nell’arte egiziana, promuovendo uno stile naturalista in contrasto con le rigide convenzioni e le fredde pitture tombali con cui abbiamo familiarità. Un esempio del nuovo stile sono i resti di un pavimento in gesso dipinto di un palazzo, dove sono raffigurate anatre colorate che vengono fuori da un canneto lungo il Nilo.
Dopo la sua morte, la memoria del faraone monoteista fu epurata dai suoi successori e il sovrano rimase sconosciuto al mondo fino alla scoperta, avvenuta nel diciannovesimo secolo, della sua città reale di Amarna: unico caso di resti estesi di un’antica città egiziana e non solo di un tempio o di una tomba.

Per l’Europa vittoriana, già affascinata dal flusso di scoperte in Egitto, la notizia dell’esistenza di un faraone monoteista stimolò l’immaginazione del pubblico. Si sono susseguite diverse teorie riguardanti il retaggio di Akhenaton. Freud ipotizzò che il sovrano abbia potuto influenzare il giudaismo, una teoria che, per quanto superata, ha perdurato notevolmente.
Diversamente dalle divinità egiziane con sembianze di animali e uomini, il culto di Akhenaton era diretto a qualcosa di più astratto.
Il faraone, stando a Kemp, era disposto a credere solo in una fonte di potere soprannaturale che egli poteva vedere con i suoi propri occhi, il disco o la sfera del sole. Akhenaton fissò anche un nuovo codice etico. I suoi uomini di corte lo esortarono ad insegnare loro a distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e si pensa che probabilmente scrisse un trattato di guida morale che non è sopravvissuto.

La scoperta del corpo di Akhenaton rappresenta una benedizione per Minya, una delle più povere province d’Egitto, un territorio trascurato dai turisti diretti dalle piramidi di Giza, fuori il Cairo, ai templi di Luxor nel sud, dove si trova la Valle dei Re.
Hawass ha dichiarato che il museo di Minya ospiterà le mummie di Akhenaton, di sua madre, la regina Tiye, e della sua consorte e sorella. Ai visitatori sarà proposta una ricostruzione della storia del faraone.
Le rovine di Amarna una volta erano una tappa abituale delle crociere che si dirigevano a sud del Cairo. Una sommossa da parte di militanti islamici negli anni ‘90 allontanò purtroppo i turisti e solo in pochi sono tornati più di un decennio dopo.
I modesti hotel della città hanno ancora i cartelloni turistici degli anni ‘80 che pubblicizzavano, con l’immagine di Akhenaton, l’area come la “culla del monoteismo”.

Fonte: srs di Eugenio  da  Custodia di Terra Santa;  Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme (SBF) di giovedì 01/04/2010



sabato 1 maggio 2010

SHEMONEH ESREI - le diciotto preghiere






1.- Benedetto sei tu, JHWH (1) {si legga Adonay}, Dio nostro e Dio dei nostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio grande, onnipotente e temibile, “El Elyon” (2), creatore della terra e dei cieli, nostro scudo, scudo dei nostri padri, nostra speranza e di ogni generazione. Benedetto sei tu, JHWH, scudo di Abramo.

2.- Tu sei onnipotente, tu abbassi gli orgogliosi, tu fortifichi, tu giudichi gli oppressori, tu vivi per sempre, tu risusciti i morti, tu comandi al vento e fai cadere la rugiada, tu nutri i viventi, tu fai rivivere i morti, in un batter d’occhio la salvezza germoglierà per noi. Benedetto sei tu, JHWH, che fai vivere i morti.

3.- Tu sei Santo e il tuo Nome e temibile. Non ci sono altri déi al di fuori di te. Benedetto sei tu, JHWH, il Dio santo.

4.- Accordaci, o Padre nostro, la conoscenza di te, l’intelligenza e il discernimento della Legge. Benedetto sei tu, JHWH, tu che accordi la conoscenza.

5.- Facci ritornare a te, JHWH, e noi ritorneremo. Rinnova i nostri giorni come un tempo. Benedetto sei tu, JHWH, tu che gioisci quando ci si pente.

6.- Perdonaci, Padre nostro, perché abbiamo peccato contro di te. Cancella e allontana dai tuoi occhi i nostri peccati, perché la tua misericordia è grande. Benedetto sei tu, JHWH, tu che abbondi nel perdono.

7.- Guarda la nostra afflizione, difendi la nostra causa, riscattaci per l’onore del tuo Nome. Benedetto sei tu, JHWH, il redentore di Israele.

8.- Guariscici, JHWH nostro Dio, da tutte le ferite del nostro cuore. Allontana da noi la tristezza il pianto. Affretta la guarigione delle nostre ferite. Benedetto sei tu, che guarisci gli ammalati del tuo popolo Israele.

9.- Benedici per noi, JHWH Dio nostro, questo anno di bene, in ogni specie di prodotti e fa venire rapidamente l’anno finale della nostra redenzione. Manda la rugiada e la pioggia sulla faccia della terra. Sazia il mondo dei tesori della tua bontà e dona la benedizione all’opera delle nostre mani. Benedetto sei tu, JHWH, che benedici gli anni.

10.- Fa risuonare il grande Shofar della nostra liberazione e porta l’insegna per la raccolta dalle nostre dispersioni. Benedetto sei tu, JHWH, che raccogli i rigettati dal tuo popolo Israele.

11.- Rinnova i nostri giudici come nei tempi antichi e consigliaci come all’inizio. Regna su di noi tu solo. Benedetto sei tu, JHWH, che ami il giudizio.

12.- Che i convertiti non abbiano speranza. Che il regno dell’insolenza sia sradicato presto dai nostri giorni. Che i nosrim (3)   e i minim (4)  scompaiano all’istante. Che siano cancellati dal libro dei viventi e non siano iscritti con i giusti. Benedetto sei tu, JHWH, che pieghi gli orgogliosi.

13.- Accorda la tua bontà ai proseliti di giustizia (5). Dacci una buona ricompensa con quelli che fanno la tua volontà. Benedetto sei tu, JHWH, speranza dei giusti.

14.- Nella tua grande misericordia abbi pietà, JHWH Dio nostro, di Israele tuo popolo, di Gerusalemme tua città, di Sion sede della tua gloria, del tuo tempio e della tua Dimora, della regalità della casa di Davide e del tuo Messia di giustizia. Benedetto sei tu, JHWH, Dio di Davide, che edifichi Gerusalemme.

15.- Ascolta, JHWH, Dio nostro, la voce della nostra preghiera. Mostraci la tua misericordia, perché tu sei un Dio buono e misericordioso. Benedetto sei tu, JHWH, che ascolti la preghiera.

16.- Accetta, JHWH, Dio nostro, ed abita in Sion. I tuoi servi ti benediranno a Gerusalemme. Benedetto sei tu, JHWH, che serviremo nel timore.

17.- Noi ti ringraziamo, tu sei JHWH Dio nostro e Dio dei nostri padri, per tutte le tue bontà, l’amore e la misericordia che tu hai avuto verso di noi e verso i nostri padri prima di noi, e se abbiamo detto: la tua bontà è lo scettro dei nostri piedi, aiutaci, JHWH. Benedetto sei tu, JHWH. É bene renderti grazie.

18.- Dona la pace a Israele tuo popolo, alla tua città e alla tua eredità. Benedici noi tutti insieme. Benedetto sei tu, JHWH, che fai la pace.



(1) {Si legga  “Adonay”}
(2)  (Dio Altissimo)
(3)  Sono i Cristiani, i nazirei.
(4)  Il nome dato dagli ebrei convertiti al cristianesimo
(5)  Proseliti di giustizia, i pagani (convertiti al giudaismo) che si preparavano ad entrare nel popolo eletto; (nella Chiesa cristiana verranno chiamati catecumeni).