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QUANDO IL PADRE NASCOSE IL PICCOLO VALENTE NEL SACCO PER EVITARE CHE VENISSE RAPITO DAI BRIGANTI.
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Il brigantaggio nella Val di Squaranto ed in Lessinia è stato un fenomeno storico, o meglio una piaga sociale, caratterizzato dalla presenza di briganti, come “ el brigante Tommasìn” (al secolo Tommaso Comerlati, della contrada Comerlati di Velo), attivi tra il XVIII° il XIX° e parte del XX° secolo. Questi briganti terrorizzavano la zona, talvolta con accordi che prevedevano il pagamento di pedaggi per la protezione per non essere assaliti.
Questa storia è ancora legata alla memoria locale lessinica, con la casa-fortezza del brigante Tommasìn a Velo Veronese e le leggende vengono oggi ancora narrate, come dimostrato anche le molteplici escursioni guidate per i turisti.
Già storicamente il fenomeno del brigantaggio sui nostri monti e soprattutto nelle nostre vallate è documentato da fonti locali e leggende che descrivono la presenza di briganti nella zona della Val di Squaranto e di vallate limitrofe e gran parte dei briganti provenivano da S. Miche Extra; a tal riguardo popolarmente per denigrare chi proveniva da quelle zone era invalso in modo spregiativo il detto “a S. Migel pianta en tera i fasoi e vegne su i briganti!, o il seguente ( a S.Michel se pianta fasi, e nasce ladri de fioi)
Sono leggendarie le nefandezze e crudeltà perpetrate dal brigante Francesco Falasco; la storia del brigante Falasco è una delle leggende più affascinanti e antiche che si tramandano nel folclore italiano. Questo leggendario bandito è diventato quasi una figura mitica nel corso dei secoli. Falasco, il cui vero nome era Lamberto, nacque nel XIV° secolo nel cuore della campagna italiana, dapprima umile contadino si trasformò poi vedendo le angherie ed ingiustizie dei “Signorotti” locali in uno dei briganti più temuti e rispettati della sua epoca. Tutta la sua vita fu segnata dal desiderio di giustizia e di vendetta verso i potenti ed i ricchi che opprimevano i più deboli.
La leggenda narra che Falasco fosse un uomo dalla corporatura imponente, dai lunghi capelli scuri e con una barba molto folta. Sempre vestito di nero e amava sfidare le forze dell’ordine e le autorità locali, saccheggiando i ricchi per dare poi ai poveri. Era un degno erede del leggendario Robin Hood, rubando solo ai potenti e distribuendo il bottino tra i meno fortunati. Questo brigante era noto anche per la sua abilità nell’uso delle armi e la sua astuzia nel pianificare le incursioni predatorie. Si riteneva che fosse praticamente imprendibile, sempre un passo avanti alle forze dell’ordine che cercavano di agguantarlo. Le sue gesta divennero così famose che molte canzoni e poesie vennero a lui dedicate, aumentando sempre più la sua mitizzazione.
Ma come tutte le storie di briganti, anche quella di Falasco ebbe un risvolto tragico; infatti, secondo la leggenda, venne tradito da un suo vecchio complice e catturato dalle autorità locali e nonostante la sua popolarità ed il favore del popolo, non poté sfuggire alla punizione e venne condannato a morte e giustiziato pubblicamente come monito per tutti coloro che avrebbero osato sfidare l’autorità.
Tuttavia dopo la sua morte, la figura del brigante Falasco divenne ancora più leggendaria, infiltrandosi sempre più nella cultura popolare italiana e lessinica in particolare. Le sue gesta di coraggio e altruismo furono tramandate di generazione in generazione, e ancora oggi la sua figura continua ad essere citata.
Non meno temuto in Lessinia era la fama del brigante "Tomasìn" (Tommaso Comerlati), un personaggio temuto che terrorizzava la zona e viveva in una casa-fortezza a Velo Veronese in contrada Comerlati. Molto spesso questi briganti, in cambio di lauti compensi, ponevano i loro violenti servigi presso i signorotti locali che quasi sempre se ne servivano per taglieggiare i contadini e venivano usati per compiere azioni illegali, minacce e violenze per mantenere il potere del loro signore o ancor peggio per sbrigare “nel sangue” vecchi rancori o dissidi. Infatti molto spesso i ricchi possidenti di campagna si servivano di uomini d’arma – quasi sempre briganti – ai quali veniva affidato il compito di difenderli e soprattutto di “disbrigare frettolosamente” per loro conto le questioni in sospeso o altri incarichi di fiducia dove si rendeva necessario l’uso della violenza. La mente ci riporta subito alla figura dei “bravi Manzoniani”, al servizio di Don Rodrigo.
Molto spesso questi “sicari” si organizzavano in vere e proprie bande autonome e svolgevano le loro angherie e ruberie in danno della povera gente e dei commercianti, tendendo loro delle vere e proprie imboscate per depredarli degli averi e non facendosi molti scrupoli neppure per assassinarli barbaramente in caso di resistenze.
Era soprattutto la valle di Squaranto, nota come “el vajo della pissaròta” la meta prediletta dei briganti; infatti il dominio austriaco quando terminò lasciò lungo la vallata un’ottima strada percorribile perfettamente dai carretti ed essendo praticamente l’unica comoda via di accesso dalla città di Verona verso la Lessinia, passando da Montorio, venne utilizzata dai carrettieri e dai viandanti per il trasporto delle merci da e verso la città. Fu così che in breve tempo lungo la “strada della pissaròta” nacque un fiorente commercio fatto di carrettieri e di locande che li potevano rifocillare e far riposare.
Si sà però che dove girano i soldi accorrono anche i predatori e fu così che in breve tempo il continuò passaggio di merci coi carretti richiamò inevitabilmente i briganti, sempre pronti a tendere agguati per depredare i carrettieri del loro carico, di spogliarli del loro denaro e a questi saccheggi non sfuggirono neppure i viandanti. La situazioni in breve si fece veramente insostenibile e i continui assalti portarono all’esasperazione i carrettieri i quali iniziarono ad organizzarsi tra di loro in vere e proprie carovane di quindici e più carri e ciascun carrettiere era munito di fucile sempre carico e pronto per essere usato per difendersi. Non furono infatti affatto rare le sparatorie tra i briganti ed i carrettieri e qualche volta ci “scappava” pure il morto, sia tra i briganti che tra i carrettieri.
Col passare del tempo anche i briganti, vedendo che le loro vittime ormai esasperate iniziavano a reagire per difendersi, onde evitare perdite tra i loro uomini giunsero sino al punto di “maturare” coi capi carovana degli accordi di non aggressione. In un punto prestabilito ciascun carrettiere doveva lasciare a terra una parte del proprio carico o del denaro per non essere aggredito e la cosa andò avanti per anni.
Ma oltre al carico e ai soldi ai briganti interessava molto anche rapire i bambini per poi rivenderli come manovalanza o ai ricchi possidenti che non avevano figli o per tenerli per sé, per allevarli e farli diventare a loro volta dei briganti da aggiungere alle loro bande. Il rapimento dei bambini era diventato ormai un affare serio e redditizio.
Roverè Veronese – fotografia del 1974 – contrada Vilio, dove visse Brutti Valentino, detto “Valente”
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Si narra che verso il 1910/’11 un uomo di Roverè Veronese, tale Brutti abitante in contrada Vilio, stava scendendo col proprio carro, insieme al figlio di nome Valentino (da tutti conosciuto come “Valente”) - il bimbo era della classe del 1905 – per vendere della merce in città. In lontananza udì alcuni spari e subito capì che si trattava dei briganti che erano intenzionati ad aggredirlo. Prese subito un grosso sacco di juta vuoto dal carro ed impose al figliolo di entrarvi, il bambino non voleva saperne di entrare nel sacco ma il padre di peso lo cacciò nel sacco e con uno spago lo chiuse dentro o meglio “lo insaccò” ordinandogli di non muoversi e di non fare rumore o parlare per nessun motivo. Adagiò il sacco mezzo vuoto vicino agli altri che aveva sul carro, facendo intendere che si trattasse di un misero sacco mezzo vuoto. In pochi istanti il carro venne attorniato da un gruppo di briganti che spuntarono improvvisamente dai cespugli della boscaglia della vallata. Il Brutti cercò di prendere il fucile che aveva accanto a sé, ma uno dei briganti puntandogli contro il fucile gli disse con voce decisa ed aggressiva: “ fermo lì, lassa star el fusìl se no te sparo! ”. Temendo per la propria vita, ma soprattutto per quella del figlio Valente, ben sapendo che sarebbe stato rapito se visto, chiese loro che cosa volessero. In risposta ne ricevette una risata in faccia e si sentì dire: “ sen qua par robarte de quel che te ghe ”. In breve il gruppetto dei briganti spogliò il carro dei sacchi e vedendo quel misero sacco mezzo vuoto gli chiesero: “ sa ghè lì rento? ”. L’uomo, seppur tremolante, rispose: “ ghè rento on pochi de pomi che voi vendar par ciapar du schei par la famea ”. Il brigante gli rispose: “ a mi i pomi non i me piase, te pol tegnarteli. Gheto dei schei, tirali fora”. Letteralmente terrorizzato il Brutti prontamente rispose: “ Che schei volì che gabia, son on poro montanaro che va a vendar pomi e un po’ de altra roba par vivar. Tolive su quel che vi tolto e lassime nar che gò famea ”.
Senza tante parole i briganti si girarono e con i cavalli che avevano nascosto nella boscaglia sparino in pochi istanti lasciando l’uomo e il sacco mezzo vuoto sul carretto ed in mezzo alla strada. L’uomo attese qualche istante e subito dopo guardandosi bene attorno per accertarsi che i briganti se ne fossero veramente andati prese il sacco mezzo vuoto e lo aprì immediatamente, estraendone il figliolo. Lo prese subito tra le braccia ed iniziò a baciarlo dicendogli ripetutamente la frase: “ Maria Signor !, Maria Signor ! Non te sé cossa te tè scampà Valente. Tornemo a casa che non gh’emo pì gnente da vendar ”.
Episodi come questo furono abbastanza frequenti nel vajo di Squaranto dove i carrettieri rimanevano spesso vittima degli assalti o i loro figli, se presenti sul carro, venivano rapiti per essere venduti o ridotti a fare i briganti a loro volta.
Fu solo nel 1922, con l’avvento del regime fascista, che venne definitivamente debellata la secolare piaga del brigantaggio che imperversava su tutto il territorio nazionale e anche nelle vallate della nostra Lessinia. Memore di quel terribile episodio il piccolo Valente Brutti, crebbe e visse insieme alla sua famiglia sino alla sua morte in contrada Vilio di Roverè e ancora oggi i suoi figli o i più anziani della zona ricordano la storia dello scampato pericolo del piccolo Valente (Valentino).
Fonte: srs di Alfred Stembreg, da Facebook Amici di Velo

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