giovedì 17 ottobre 2019

GLI USA NON SONO UNA DEMOCRAZIA, NON LO SONO MAI STATI




Gabriel Rockhill (*)

Una delle convinzioni più salde a proposito degli Stati Uniti è che si tratti di una democrazia. Ogni qualvolta questa affermazione viene timidamente posta in dubbio, è quasi solo per segnalare una qualche dannosa eccezione ai valori fondamentali o ai principi costitutivi statunitensi. Ad esempio, gli aspiranti critici lamentano frequentemente una « riduzione della democrazia » dovuta all’elezione di autocrati  clowneschi, a misure draconiane adottate dallo Stato, alla scoperta di malversazioni o corruzioni, a interventi sanguinari all’estero o ad altre attività considerate eccezioni antidemocratiche. Lo stesso vale per coloro la cui critica consiste sempre nel contrapporre le azioni concrete del governo degli Stati Uniti ai suoi principi costitutivi, evidenziando una contraddizione tra le stesse e manifestando l’auspicio che possa comporsi.

Il problema, però, è che non vi è alcuna contraddizione o riduzione di democrazia, perché semplicemente gli Stati Uniti non sono mai stati una democrazia. E’ una realtà difficile da affrontare per molte persone, probabilmente più inclini a respingere tale affermazione come assurda piuttosto che prendersi il tempo di esaminare i dati storici e decidere a ragion veduta. Una reazione così sprezzante è dovuta in gran parte a quella che è stata forse la campagna di pubbliche relazioni di maggior successo della storia moderna. Quello che al contrario risulta evidente, quando la questione viene esaminata in modo sobrio e metodico, è che un paese fondato sull’élite, una dominazione coloniale basata sul potere della ricchezza – insomma una oligarchia coloniale plutocratica – è riuscita non solo a fregiarsi dell’etichetta « democratica » per vendersi alle masse, ma anche a far sì che i suoi cittadini, e molti altri, tanto socialmente e psicologicamente compresi nel loro mito nazionalista di origine, non siano disposti ad ascoltare argomenti lucidi e ben documentati.

Per cominciare a rimuovere il prosciutto dai nostri occhi, cerchiamo di delineare, nel poco spazio di questo articolo, cinque evidenti ragioni, dimostrative del fatto che gli Stati Uniti non sono mai stati una democrazia (un’argomentazione più sostenuta e ricca è disponibile nel mio libro, « Counter-History of the Present »). 
Per cominciare, l’espansione coloniale britannica nelle Americhe non si è fatta in nome della libertà e dell’uguaglianza della generalità della popolazione, né del conferimento del potere al popolo. Coloro che approdarono sulle coste del « Nuovo Mondo », con poche eccezioni, non tennero in alcuna considerazione il fatto che si trattava invece di un mondo molto antico, e che una vasta popolazione indigena vi viveva da secoli. Non appena Colombo vi mise piede, gli Europei hanno cominciato a derubare, ridurre in schiavitù e ad uccidere tutti i nativi. La tratta transatlantica degli schiavi cominciò quasi subito dopo, aggiungendo un numero incalcolabile di Africani all’attacco genocida in corso contro i nativi. Si stima inoltre che più della metà dei coloni venuti in America del Nord dall’Europa durante il periodo coloniale fossero servi poveri a contratto e che le donne fossero generalmente intrappolate in ruoli di servitù domestica. Più che una terra di libertà e uguaglianza, quindi, l’espansione coloniale europea verso le Americhe costruì una terra di colonizzatori e colonizzati, di padroni e di schiavi, di ricchi e poveri, di persone libere e molti altri che non lo erano. I primi inoltre costituivano una minoranza infinitamente piccola della popolazione, mentre la stragrande maggioranza, vale a dire il «popolo », era esposta alla morte, alla schiavitù, al servaggio o ad una oppressione socio-economica incessante.

In secondo luogo, quando la classe dirigente coloniale di élite decise di recidere i vincoli con la patria e di creare uno Stato indipendente, non creò una democrazia. Al contrario, era fervidamente ed esplicitamente contraria alla democrazia, come la stragrande maggioranza dei pensatori illuministi europei. Tutti costoro pensavano si trattasse di una forma pericolosa e caotica di governo di una plebaglia incolta. 
Per i cosiddetti «Padri fondatori », le masse erano non solo incapaci di governare, ma erano considerate una minaccia per le strutture sociali gerarchiche che si presumevano necessarie per un buon governo. Secondo le parole di John Adams, per citare un solo esempio indicativo, se alla maggioranza fosse stato accordato un potere reale, essa avrebbe ridistribuito la ricchezza e avrebbe distrutto quella « subordinazione » tanto necessaria alla politica. Quando gli eminenti membri della classe di proprietari terrieri si riunirono nel 1787 per redigere una Costituzione, essi insistettero regolarmente nelle loro discussioni sulla necessità di istituire una repubblica che tenesse a distanza la vile democrazia, giudicata peggio della « lordura delle fogne » dal costituente filo federalista William Cobbett. La nuova Costituzione prevedeva elezioni popolari solo alla Camera dei Rappresentanti, ma nella maggior parte degli Stati il diritto di voto era attribuito solo ai proprietari, e le donne, i nativi, e gli schiavi – vale a dire la schiacciante maggioranza della popolazione – erano semplicemente esclusi dal voto. I senatori erano eletti dai legislatori degli Stati, il presidente dagli elettori scelti dai legislatori degli Stati, e la Corte Suprema nominata dal Presidente. E’ in questo contesto che Patrick Henry ha categoricamente espresso il più lucido dei giudizi: « Questa non è una democrazia ». George Mason ha chiarito la situazione definendo il paese appena diventato indipendente come « un’aristocrazia dispotica ».

Quando la repubblica statunitense venne progressivamente ribattezzata « democrazia », non vi fu alcuna modifica istituzionale importante che giustificasse questo cambiamento di nome. 
In altre parole, e questo è il terzo argomento, l’uso dell’espressione « democrazia » per designare una repubblica oligarchica significava solo che veniva usata un’espressione diversa per descrivere fondamentalmente lo stesso fenomeno. Ciò ebbe più o meno inizio all’epoca della campagna presidenziale dell’« uccisore di Indiani » Andrew Jackson, negli anni ‘30 dell’ottocento. Presentandosi come un « democratico », offriva una immagine di se stesso come un uomo medio del popolo, che avrebbe posto fine al lungo regno dei patrizi della Virginia e del Massachusetts. Lentamente ma inesorabilmente, l’espressione « democrazia » venne utilizzato come termine di pubbliche relazioni per ri-etichettare una oligarchia plutocratica e farla passare per un regime elettorale che persegue gli interessi del popolo o demos [in greco antico, NdT]. Nel frattempo, l’olocausto indiano proseguiva senza sosta, come anche la schiavitù, l’espansione coloniale e la lotta di classe contro i poveri.

Nonostante qualche modifica secondaria nel corso del tempo, la repubblica statunitense ha ostinatamente conservato la sua struttura oligarchica, e questo è del tutto evidente nei due principali punti di forza della sua contemporanea campagna pubblicitaria « democratica ». 
L’establishment e i suoi propagandisti insistono regolarmente sul fatto che, quella che è in realtà una aristocrazia strutturale, sarebbe una « democrazia » perché quest’ultima è definita dalla garanzia di alcuni diritti fondamentali (definizione legale) e dallo svolgimento di elezioni regolari (definizione procedurale). Si tratta, naturalmente, di una concezione puramente formale, astratta e ampiamente in negativo della democrazia, che non dice assolutamente niente sul fatto che il popolo abbia o meno un potere reale e sostanziale sul governo della sua vita. Tuttavia anche questa definizione vuota dissimula la misura in cui, per cominciare, la presunta uguaglianza davanti alla legge negli Stati Uniti implica una diseguaglianza davanti alla legge, escludendo il principali settori della popolazione: quelli che non hanno diritto ai diritti, e quelli che si ritiene abbiano perso il loro diritto ai diritti (gli Amerindiani, gli Afroamericani e le donne, durante la gran parte della storia del paese e ancora oggi per certi aspetti, oltre agli immigrati, i « criminali », i minori, i « clinicamente pazzi », i dissidenti politici, ecc. Quanto elle elezioni, esse si svolgono negli Stati Uniti nella forma di campagne pubblicitarie da diversi milioni di dollari nelle quali candidati e programmi vengono preselezionati dall’élite politica e degli affari. Alla generalità della popolazione, la cui maggioranza non ha diritto di voto o decide di non esercitarlo, viene attribuita la « scelta » – controllata da un collegio elettorale non democratico e inserita in uno schema di rappresentanza non proporzionale – del membro dell’élite aristocratica dal quale preferisce essere dominata e oppressa nei successivi quattro anni. “Un’analisi multivariata indica – secondo un recente importante studio di Martin Gilens e Benjamin Page « che élite economiche e gruppi organizzati che rappresentano interessi di business hanno un sostanziale impatto indipendente sulla politica del governo USA, mentre i cittadini medi e i gruppi di interessi popolari hanno poca o nessuna influenza. Questi risultati confermano in modo sostanziale le teorie della dominazione da parte di una élite economica […], ma non le teorie di una democrazia elettorale maggioritaria ».

Per fare solo un ultimo esempio, fra i tanti che dimostrano che gli Stati Uniti non sono e mai sono stati una democrazia, conviene ricordare i loro costanti attacchi a tutti i movimenti popolari. 
Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli USA hanno cercato di rovesciare una cinquantina di governi stranieri, la maggior parte dei quali erano stati democraticamente eletti. Essi hanno anche, secondo i meticolosi calcoli di William Blum nel suo libro « America’s Deadliest Export : Democracy » [Il prodotto più micidiale esportato dagli USA: la democrazia], gravemente interferito nelle elezioni di almeno 30 paesi, tentato di assassinare più di 50 leader stranieri, lanciato bombe su più di 30 paesi, e tentato di reprimere i movimenti popolari in 20 paesi. Il record sul fronte interno è altrettanto brutale. Per fare solo un esempio significativo dello stesso genere, vi sono prove numerose che l’FBI si è impegnato in una guerra clandestina contro la democrazia. A partire almeno dagli anni 1960, e probabilmente fino ai giorni nostri, esso « estese le sue operazioni clandestine interne contro il partito comunista, impegnando le sue risorse per indebolire anche il movimento indipendentista di Puerto Rico, il partito operaio socialista, i movimenti per i diritti civili, i movimenti nazionalisti neri, il Ku Klux Klan, segmenti del movimento pacifista, il movimento studentesco e la “nuova sinistra” in generale » (Cointelpro : « The FBI’s Secret War on Political Freedom » p. 22-23). Prendiamo, per esempio, il compendio di Judi Bari sull’aggressione contro il Partito socialista dei lavoratori : « Dal 1943 al 1963, il processo civile federale Socialist Workers Party Vs Attorney General documenta decenni di irruzioni illegali effettuate dall’FBI e 10 milioni di pagine di dossier di sorveglianza. L’FBI ha pagato circa 1 680 592 dollari a 1 600 informatori e ha utilizzato 20 000 giorni di intercettazioni telefoniche per colpire questa legittima organizzazione politica ». Nel caso del Black Panther Party e dell’American Indian Movement (AIM) – che erano entrambi importanti tentativi di mobilitazione del potere popolare per smantellare l’oppressione strutturale della supremazia bianca e della lotta di classe contro i poveri – l’FBI non solo li ha infiltrati e lanciato ignobili campagne di diffamazione e destabilizzatrici contro di loro, ma ha anche assassinato 27 Black Panthers e 69 membri dell’AIM (e sottoposto molti altri a quella morte lenta che è il carcere). Sia all’estero, che sul fronte interno, la polizia segreta USA è stata estremamente proattiva nella repressione dei movimenti popolari che crescevano, proteggendo e preservando così il pilastro principale della supremazia bianca, l’aristocrazia capitalista.

Piuttosto che credere ciecamente in un’età dell’oro della democrazia per rimanere a tutti i costi nella gabbia dorata di una ideologia prodotta appositamente per noi dagli spin doctor ben pagati di una oligarchia plutocratica, dovremmo aprire le porte della storia e analizzare scrupolosamente la fondazione e l’evoluzione della repubblica imperiale statunitense. Ciò ci consentirà, non solo di sbarazzarci dai suoi miti sciovinisti e autoreferenziali sulla sua origine, ma ci darà anche l’occasione di rianimare e riattivare gran parte di quello che si è cercato di cancellare. In particolare, c’è un’America radicale giusto sotto la superfice di queste narrazioni nazionaliste, un’America in cui la popolazione si organizza in modo autonomo nell’attivismo indigeno ed ecologico, nella resistenza radicale nera, nella mobilitazione anticapitalista, nelle lotte anti patriarcali e così via. E’ questa America che la repubblica corporativa ha cercato di sradicare, investendo contemporaneamente in una campagna di pubbliche relazioni per coprire i suoi crimini con la foglia di fico della « democrazia » (ciò che qualche volta ha richiesto anche l’integrazione di qualche individuo simbolo, che sembra essere venuto dal basso entrando nella classe dirigente d’élite, per perpetuare l’onnipotente mito della meritocrazia). 
Se siamo abbastanza astuti e perspicaci da riconoscere che gli Stati Uniti non sono democratici oggi, evitiamo di essere così indolenti o male informati da lasciarci addormentare dalle ninne-nanne che narrano un passato mitico. Infatti, se gli Stati Uniti non sono oggi una democrazia, è in gran parte perché non lo sono mai stati. Peraltro, lungi dall’essere una conclusione pessimista, è proprio aprendo il guscio duro dell’involucro ideologico, che potremo attingere alle forze radicali che da esso sono state represse. Queste forze, e non quelle impiegate per distruggerle, devono essere la fonte primaria del nostro essere fieri del potere popolare.

(*) Gabriel Rockhill è un filosofo franco-statunitense

 Fonte: srs di Gabriel Rockhill, da OSSIN , del 13 dicembre 2017



mercoledì 16 ottobre 2019

CROCIFISSO DI ALEPPO




Questo Crocifisso di Aleppo dissacrato dai terroristi, è dedicato a tutti quelli che ritengono sia divisivo mostrarlo nelle scuole ma che poi alzano la voce quando gli usi alimentari dei musulmani non sono rispettati. 
Cristo rimane, i suoi nemici passano. 
Fatevene una ragione.

martedì 15 ottobre 2019

IL 12 OTTOBRE 1866 USCIVA IL PRIMO NUMERO DE L’ARENA DI VERONA

Tipografia Arena 


Verona 11 ottobre 2016, Il giornale L’Arena di Verona compie 150 anni


Il 12 ottobre 1866 a Verona esce il primo numero del quotidiano L’Arena, «il più antico d’Italia»; quando le notizie arrivavano in redazione sulle ali dei piccioni e i direttori si sfidavano a duello; la collaborazione di Emilio Salgari, il manifesto del Futurismo; l’Arena fascista, Bisaglia e gli anni del boom; giornali, radio, televisioni del gruppo Athesis; Bertani, Galtarossa, Fedrigoni, Armellini, Grigolini, Ferro, Rana, Pedrollo, Veronesi; chi comanda oggi e il tempo della crisi.

Quando esce il primo numero del giornale L’Arena è il 12 ottobre 1866, una data importante per Verona perché segna, al termine della Terza guerra di Indipendenza, l’annessione del Veneto al Regno d’Italia. Gli austriaci stanno per abbandonare la città e il giorno 16 dello stesso mese i bersaglieri arrivano da Viale Venezia e passano porta Vescovo acclamati dalla folla. Editori di quel quartino, che a Verona e provincia costa 7 lire e 12 all’estero, sono Gaetano Franchini e Carlo Vicentini, direttore è Alessandro Pandian, condirettore Giusto Ponticaccia, mentre nella sede di via Monte 303, oggi via Sant’Egidio, lavorano due giornalisti.

In redazione le notizie da pubblicare arrivano per posta e tramite i colombi viaggiatori mentre il telegrafo viene utilizzato con parsimonia perché costa molto. A capo della tipografia, dove le pagine vengono realizzate ponendo a mano i caratteri nei telai di composizione e dove si stampano a torchio alcune centinaia di copie al giorno, è Antonio Todeschini, che per 52 anni rivestirà il ruolo di proto, oltre che di puntuale commentatore sul suo taccuino di tutto ciò che riguarda il giornale. Nel 1870 muore l’editore Vicentini e al posto di Pandian assume l’incarico di direttore Dario Papa, fautore della seconda edizione delle 17 (la prima esce alle 9). Nel 1879 arriva da Parigi una nuova macchina tipografica a vapore, la Marinoni, che consente la stampa di migliaia di copie.

Nel 1874 la testata passa di mano e viene acquistata da Giovanni Antonio Aymo che tra il 1884 e il 1901 ricopre anche il ruolo di direttore e che nel 1891, l’anno del venticinquesimo de l’Arena, trasferisce la tipografia sotto casa: da via Sant’Egidio a Stradone San Fermo. Nel 1902 arrivano da Berlino le prime quattro linotype elettriche che consentono una composizione più rapida e tre anni dopo sulla scrivania del direttore compare il telefono. Nel 1929 nasce la Società Editrice Arena, ancora attiva con il Centro stampa di Caselle di Sommacampagna e nel 1945 si costituisce la Società editrice Athesis.

Nel volume L’Arena e Verona, 140 anni di storia, l’ex presidente del gruppo, l’avvocato Luigi Righetti, ricorda che il giornale «è il quotidiano più antico d’Italia». Il titolo di primo quotidiano d’Italia spetta però al milanese Il Secolo, che l’editore Edoardo Sonzegno iniziò a pubblicare il 5 maggio 1866, qualche mese prima de L’Arena. Ma Righetti non raccontava bugie, perché Il Secolo chiuse il 31 marzo 1927 e quindi L’Arena rimane effettivamente il giornale più antico d’Italia.

Un primato – il Corriere della Sera uscirà solo 10 anni dopo, nel 1876 – che si spiega anche con il clima culturale della Verona di fine Ottocento, molto diverso dall’attuale, dove sono presenti vari giornali. Oltre a L’Arena vengono stampati La Nuova Arena (dove Emilio Salgari pubblica a puntate La tigre della Malesia), L’Adige,  Verona Fedele e il settimanale Verona del Popolo. In città si trova la redazione veronese de il Gazzettino, sono pubblicate diverse riviste letterarie, come La Ronda, e alcuni fogli umoristici, come il Can da la Scala dove collabora Renato Simoni.

“A Verona negli anni Ottanta dell’Ottocento” ricordano Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi nel libro Emilio Salgari, la macchina dei sogni “la lotta tra i vari schieramenti politici e l’intensificazione della guerra commerciale tra i diversi quotidiani cittadini, a essi legati, portarono a conflitti che sfociarono in vertenze e denunce, seguite dalle relative cause giudiziarie, o risolti con frequenti duelli”. Come quello del 1904 tra il direttore de L’Arena Antonio Mantovani e il direttore de L’Adige Luigi Bellini Carnesale, che finisce con la morte del primo. O un altro a colpi di sciabola, che nel 1883 a Chievo vede protagonisti Salgari, che nel frattempo è passato a L’Arena dove lavorerà come redattore fino al 1893, e il cronista del’Adige Giuseppe Biasioli, che aveva messo in dubbio le competenze marinare dello scrittore definendolo “mozzo” in un suo articolo. Biasioli viene ferito e Salgari se la cava con una multa e sei giorni di prigione a Peschiera.

Altro primato de L’Arena è la pubblicazione in anteprima del Manifesto del futurismo italiano di Filippo Tommaso Marinetti, il 9 febbraio 1909, prima della data ufficiale di presentazione che corrisponde alla comparsa del documento sulla prima pagina di Le Figaro, il 20 febbraio 1909. Un primato che però non spetta solo a L’Arena, visto che il testo esce più o meno in contemporanea su altri giornali a Napoli, Mantova, Trieste e Roma.

Durante il Ventennio L’Arena fu marcatamente fascista, tanto che dal 1 maggio 1945 al 30 giugno 1946 il giornale, che nei primi anni Trenta si era trasferito con la tipografia in Volto Cittadella, con l’arrivo degli Alleati per un anno cambia nome e diventa Verona Libera, organo del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).

Il 2 ottobre 1966 si festeggia il centenario e con esso il trasferimento nella nuova sede di San Martino Buon Albergo; rimane in Piazzetta Municipio solo la redazione di cronaca cittadina. Nel nuovo stabilimento è in funzione una moderna MAN a 4 gruppi capace di stampare 70 mila copie l’ora. Con il passaggio alla fotocomposizione, nel 1984 avviene il pensionamento delle linotype, mentre pochi anni dopo compaiono i primi videoterminali. La redazione negli anni Novanta si trasferisce in vicolo Stella e poi nell’attuale sede di Corso Porta Nuova. La tipografia nel 2006 si sposta da San Martino Buon Albergo al centro stampa di Caselle di Sommacampagna dotato di rotative Regioman e Colorman, con cui il 17 aprile 1988 viene stampato il primo giornale a colori. Del 1999 è il primo sito internet, mentre dal 2002 si trova online il pdf del giornale.

Per quanto riguarda la proprietà, nel 1958 Athesis acquista il Giornale di Vicenza e nel 1990 Brescia Oggi, secondo quotidiano della città lombarda. Nel 1992 rileva le filiali di Verona, Vicenza e Brescia della Società pubblicitaria Manzoni, gruppo la Repubblica, eliminando un pericoloso concorrente e creando PubliAdige, la propria concessionaria di pubblicità locale. Athesis diventa anche proprietaria di AGA (Agenzia Giornali Associati) che da Roma fornisce notizie dalla capitale ai giornali locali. Nel marzo 2002 Nuova editoriale SRL, altra società del gruppo fondata nel 1992 per operare nel campo del new media, pubblica il giornale free press In Città. Del 1984 è l’acquisto di TeleArena, nel 1999 arriva Tele Mantova, Radio Verona viene acquisita nel 2000, Brescia PuntoTV nel 2003. Della Divisione libri entra infine a far parte la casa editrice Neri Pozza.

Storico è il passaggio della proprietà dalle famiglie Bertani (vini), Fedrigoni (cartiere) e Galtarossa (fonderie) – che nel primo dopoguerra avevano dato la loro impronta a L’Arena – ai nuovi proprietari negli anni Settanta, gli industriali della Sipa Pollo Arena Arrigo Armellini e Antonio Grigolini, insieme a Luigi Ferro, altro imprenditore veronese. I nuovi padroni fanno riferimento all’area dorotea della Democrazia Cristiana dove leader è Antonio Bisaglia che a Verona sta cercando di realizzare un giornale triveneto a sostegno del suo disegno politico. Tutti questi nuovi soggetti sono in stretti rapporti con la persona che diventerà presidente di Athesis, l’avvocato Luigi Righetti. Con la morte di Bisaglia, nel 1984 in circostanze misteriose, inizia una nuova era mentre Grigolini lascia il Gruppo verso la fine di quel decennio.

Gli anni Novanta sono quelli della crescita e del confronto vincente con Carlo Caracciolo, editore del Gruppo editoriale l’Espresso, che nel 1998 tenta di acquistare le quote di Athesis poste in vendita da Ferro per un valore di 80 miliardi di lire. L’operazione non riesce grazie alla mediazione di Righetti e a Giorgio Zanotto, allora presidente della Banca Popolare di Verona, che insieme a Banca Antonveneta emette una fideiussione con la quale gli industriali di Verona e Vicenza liquidano Ferro e diventano proprietari de L’Arena insieme ad Armellini.

Oggi il gruppo conosce una crisi senza precedenti, i dati ADS pubblicati da Prima Comunicazione registrano a luglio 2016 un totale vendite giornaliere di 28.151 copie, contro le 42.830 della media giornaliera riferita al 2006. Anche gli abbonamenti digitali non decollano e sono fermi a 1300. Molti giornalisti sono stati prepensionati, nel 2015 viene chiusa la redazione cultura e la fusione di alcune redazioni del gruppo non impedisce nel 2013 il ricorso alla cassa integrazione. Nel maggio 2013, per effetto della crisi del settore e della conseguente razionalizzazione dei costi di distribuzione, la Società Editrice Arena perde la commessa di stampa di tutte le copie de il Sole24Ore destinate al Nord Est. Nel marzo 2013 chiude In Città, e nell’ottobre 2015 l’emittente Brescia PuntoTV viene venduta al gruppo TeleColor. Nel novembre 2015 l’agenzia AGA viene ceduta a LaPresse.

Quanto vale oggi l’Arena? si starà chiedendo per la seconda volta il Gruppo editoriale l’Espresso e la risposta potrebbe essere più o meno la metà rispetto a 10 anni fa. 
Ma chi comanda al numero 67 di Corso Porta Nuova? Un insieme di finanziarie, come Sifi spa (42,76%), Promofin srl (16,16%), Fiduciaria Vicentina srl (9,08%), Finvi srl (6,68%) e vari soggetti dove troviamo, tra gli altri, i nomi di Cattolica Assicurazioni, Veronesi holding, Index spa, Calzaturificio Frau.

Gli uomini al comando, quelli che dovrebbero risollevare le sorti del giornale, hanno però un nome e cognome. Presidente di Athesis è Gianluca Rana; vicepresidenti del Consiglio di Amministrazione sono Marco Armellini (di questi giorni le indiscrezioni circa la possibile vendita delle sue quote) e Luciano Vescovi; Consiglieri Gianluigi Armellini, Luigi Carlon, Alberto Luca, Giulio Pedrollo, Emilio Robbi, Giordano Veronesi, Alessandro Zelger e Giuseppe Zigliotto.

I direttori de L’Arena dal 1866 al 2016


Dopo Pandian e Ponticaccia (1866-1873) e dopo Dario Papa (1874-1880) menzionati nell’articolo, assumono la direzione de L’Arena di Verona Ruggero Giannelli (1880-1882),Cesare Gueltrini (1882-1883), Dario Papa(1883), Giovanni Antonio Aymo (1884-1901),Antonio Mantovani (1901-1905), Adolfo Fossi (1905-1916), Rodolfo Rampoldi (1916-1918),Giuseppe Pollorini (1922-1924), Michele Campana (1924-1926), Ettore Tambara (1926 ad interim), Sandro Baganzini (1926-1928), Giuseppe Toffano (1929-1930), Antonio Galata(1930-1936), Umberto Melani (1936-1943), Giuseppe Silvestri (luglio-settembre 1943), Aldo EttoreKessler (1 giorno), Carlo Manzini (settembre-ottobre 1943), Giuseppe Castelletti(ottobre 1943 – giugno 1944), Giuseppe Bertoni (1944), Giacomo Etna (1944 – 25 aprile 1945), Verona Libera, direzione collegiale del CLN con Renzo Zorzi e Gianfranco De Bosio (1 maggio 1945 – 30 giugno 1946) Giacomo Lampronti (come responsabile); Antonio Galata (1 luglio 1946-1958), Gilberto Formenti (1958-1967), Giovanni Fontana (1967 – 1969), Gilberto Formenti (1969-1982), Giuseppe Brugnoli (1982-1993), Albino Longhi (1993-1995), Mino Allione (1995-2001), Adriano Paganella (ad interim 2001-2003), Maurizio Cattaneo (2003-in carica).
Bibliografia: L’Arena e Verona 140 anni di storia (Athesis, autori vari); Emilio Salgari, la macchina dei sogni (Claudio Gallo, Giuseppe Bonomi).

Fonte: da Articolo 21  del 11 ottobre 2016

domenica 13 ottobre 2019

QUELLE VETRINE CHE HANNO SEGNATO UN´EPOCA.


LA VERONA CHE NON C´È PIÙ. La storia commerciale di via Mazzini scandita dai negozi storici che ne hanno animato la vita e dettato la moda in città dai primi del ´900.




L´annunciata chiusura della libreria Ghelfi&Barbato è l´epilogo di una lenta agonia iniziata alla fine degli anni Ottanta.

La chiusura della libreria Ghelfi&Barbato è l´ultimo capitolo non solo della storia commerciale di Verona, attraverso la sua più importante strada del passeggio e delle vetrine, ma anche il triste epilogo di un´epoca. Quella della ricca borghesia cittadina che vestiva elegante, ma anche quella della città popolare che guardava le vetrine con gli ultimi arrivi e affidava all´estro e alle mani delle giovani donne, casalinghe e sartine in casa, con lo scampolo di stoffa a poche lire, la possibilità di un abito alla moda. Via Mazzini, la via principale di Verona, che i veronesi amavano chiamare con il vecchio toponimo di via Nuova.

CON LA CHIUSURA della libreria Ghelfi&Barbato, che, unico negozio di via Mazzini, ha mantenuto anche lo splendido rivestimento metallico, si volta pagina su un pezzo di storia. La libreria è citata in una guida di Verona del 1868 (libraio Munster, via Nuova alla Scala ed, un ventennio dopo, Rem! igio Cabianca), e poi in tutte le guide di fine Ottocento, in uno stabile che, in epoca asburgica, ospitava le stalle. 

La raffinata struttura in ferro venne eseguita dalla Premiata officina Marcello Carrara di via Torretta San Zeno: manca la data, ma è del secondo ottocento, in quanto Marcello Carrara è presente nell´elenco delle officine veronesi proprio in quel periodo. 

Nei primi decenni del novecento, i Barbato da Pontremoli, la patria delle bancarelle di libri, sono approdati a Verona: prima vendevano i libri in bancarelle poste al centro della strada, poi hanno rilevato la storica libreria. L´addio di Ghelfi&Barbato, in via Mazzini, segue di solo un anno la chiusura della sede storica della Bnl, la Banca nazionale del Lavoro, che ha lasciato il posto ai grandi magazzini Zara. Di negozi storici, sopravvive la Farmacia Due Campane, che la tradizione fa risalire addirittura al 1753 dallo speziale Giuseppe Faccioli in contrada Santi Apostoli, poi  trasferita in via Nuova dallo speziale Gaetano Lonardi nel 178! 9. E nell´alta via Mazzini, al numero 67, verso piazza Bra, dagli anni Venti, c´è la gioielleria Maria Passeroni. 


QUELLE VETRINE CHE HANNO SEGNATO UN´EPOCA.





RACCONTARE la storia commerciale di questa strada non è facile: si può partire dalle vecchie guide di Verona (si intitolavano anche «Informatori» o «Indicatori» o «Indispensabili») del secondo ottocento, edite da Apollonio e da Rossi. In quelli degli anni Trenta dell´ottocento, si scopre che in questa che si chiamava via Nuova c´erano fabbri, bottai, drogherie, alimentari, sarti e i più svariati artigiani ed è facile pensare che allora i negozi erano modesti, in penombra, male illuminati, con le merci sulla porta. 

Il precursore fu Pietro Barbaro, cavaliere veneziano, proprietario di un grande negozio di stoffe con sartoria a Venezia nel centralissimo Campo Goldoni e succursali a Padova e Treviso. Nel 1900, acquistò tre modeste case in via Nuova ai numeri civici 53, 55,57e dopo il loro abbattimento provvide ad erige! re un moderno edificio, quello che si vede ancora oggi, al numero 55, con ingresso laterale e due ampie e bellissime vetrine. Allora fu ritenuta un´audacia, demolire e ricostruire il nuovo. Nel volume sui «Luoghi del commercio» di Luigi Scolari e Alberto Vignolo ci sono i bellissimi disegni del palazzo di Barbaro che portano la firma del più illustre architetto veronese del tempo, Ettore Fagiuoli. Bellissimi e accuratissimi i disegni dell´architetto per la facciata con le maestose vetrine. Oggi, c´è una griffe nazionale, Furla, borse, valigie, pelletterie e accessori. 

Dopo Barbaro, arriva da via Quattro spade, nel 1903, l´Unione Militare, altro storico negozio che forniva divise, che vi rimase fino ai primi anni Settanta: apre nei locali della storica birreria Galletti.

Sempre in questi primi anni del Novecento, c´era la drogheria del veneziano Fabricci, che poi divenne, nei primi anni Sessanta, la Drogheria di lusso Cavallina. C ´erano le fiorerie Ghedini e Zanoni. Allora una sola la profumeria, all´insegna Marastoni, che negli anni Sessanta divenne Mirem e una sola anche l´oreficeria, Toffaletti, che da metà degli anni Novanta si è spostata in via Cattaneo. Venne aperta nel 1898, con vetrine ornate a motivi floreali e scaffali con ripiani in cristallo; era in via Mazzini 16, in uno stabile di proprietà della Comunità ebraica. Un´eleganza sobria ma raffinata. 



IN QUESTI PRIMI ANNI del secolo scorso, fu rinnovato il caffè ristorante Concordia alle Campane, nel palazzo Martini (negli anni sessanta divenne Linoleum): ora qui c´è la gioielleria Canestrari, approdata negli anni Ottanta, ma attiva dal 1920 aveva un ampio e per i tempi bellissimo negozio in via Cappello. Memorabili le vetrine di argenteria.




Oltre l´incrocio con via Quattro spade, vicino al cortile dell´Accademia, nel primissimo Novecento, c´era il vecchio Tiolo, con una bottega di cioccolata servita solo in tazza: qui, negli Anni sessanta, si insediarono i grandi magazzini Upim, per poi spostarsi nel palazzo del Supercinema, dove seppur ridotti si trovano ancora. Negli anni Venti, altri illustri negozi aprono in via Mazzini: Tadini e Verza era arrivato a Verona nel 1923, da Montagnana (allora era una delle 27 filiali della ditta, che oggi ha sede a Brescia). Pochi anni dopo, l´apertura, attorno al 1926, in una pubblicità apparsa sul nostro giornale si reclamizzava che da Tadini e Verza si regalava un servizio di piatti ai clienti che avessero fatto acquisti per oltre 15 lire. Oggi, da Tadini e Verza c´è il Disney store.

Verso San Tomio, dal 1915, c´erano le sorelle Beltrame e ancora dall´Ottocento, le pelletterie Campana. Invece, all´imbocco della strada da piazza Bra, c´era Onestinghel, un altro negozio storico di Verona: la cartoleria aperta nel 1888 si è trasferita da ormai una quindicina di anni in via Frattini ed in Zai. Al suo posto prima De Wan, ed ora Louis Vitton, la celebre griffe della pelletteria. 



Onestinghel, il telefono n.1 a Verona


GLI ANNI D´ORO della via Nuova sono iniziati nel dopoguerra e sono continuati fino alla fine degli anni Ottanta. Dire via Mazzini, in questi trent´anni, significava cartoleria Onestinghel, valigeria Giobatta Righini, bar Turco (già caffè Zampi, quello di Carlotta Aschieri), confetteria Delva (già Unica), orologeria Pavesi,cappelleria Petternella, confezioni Pietro Barbaro, Unione Militare, Filippo Grassi con le sue bellissime biancherie, farmacia Carraroli (Rossi) alle due Campane, le porcellane di Giacomo Martini, la sartoria Saccani (già Cervellera), le bellissime stoffe e poi confezioni di Tadini e Verza, Pernpruner (con le splendide vetrine), Profumeria Mirem (Marastoni), Illy bar (Cattarozzi), Fioreria Ghedini (trasferita nel caffè Santo Mio), e infine il negozio di biancheria Angelini, che, negli Anni sessanta, era il più vecchio di via Nuova, con 116 anni di gestione alle spalle. Non c´era già più l´orologeria Paur, nell´immobile costruito dall´architetto Goldschmied all´angolo con via Enrico Noris, per la sede del banco veronese di cambio: dagli anni Sessanta, erano esposti in vetrina i nuovissimi prototipi delle macchine da cucire Singer. 





Verso piazza Erbe, la Salumeria Simonetti, già Todeschini, l´ombrelleria Campana, la farmacia di San Tomio, la calzoleria Voltan, le stoffe di Bonani e Castellani già Casalini, la libreria Dante, che dal negozio al numero 70, nel frattempo, si era trasferita al palazzo del Supercinema. Di librerie in via Mazzini c´erano ovviamente la Ghelfi e Barbato, la Marchiori e Di Pellegrino.

In fondo, nello slargo, con piazza Erbe e via Cappello, nel palazzo d´angolo, c´era il negozio di scarpe di Attilio Rossi: elegantissimo. Oggi c´è Max e Co. Negli anni d´oro, in via Nuova, Albasini, con la biancheria: era vicino alla Bnl. Negli anni Settanta, Biasini mostrava le poltrone Frau, uno dei primi arredamenti da design. E sempre in questi anni, arrivano i negozi di scarpe vicino a piazza Bra, di Principe e Buschi, le confezioni del Duca d´Aosta (dal 1960), la profumeria Venus, le pelliccerie Castelli, l´abbigliamento per signora di Luisa Spagnoli, poi ancora Azzini abbigliamento, i Magazzini Disco Rosso, le biancherie di Frette e il negozio di dischi della Ricordi. 


Taioli, Veronetta


«LE STRASSE». Poi, a fine anni Ottanta, primi anni Novanta, aprono i negozi di jeans con le griffe italiane, Benetton, Diesel e i «puristi» di via Mazzini, inorriditi, dicevano che in via Nuova erano arrivate «le strasse». Negli anni Novanta, con gli affitti stellari e il turismo internazionale, le vetrine veronesi fanno gola alle griffe dell´alta moda: ecco Versace, Gucci, Louis Vitton, Cartier, Dolce e Gabbana, Bulgari, Marina Rinaldi. E di recente, Tezenis, Disney store, Salmoiraghi e Viganò e la catena spagnola di Zara. Fino alla recente libreria Feltrinelli nell´ex sede del Banco di Roma, che ha dato il colpo finale a Ghelfi&Barbato. 

Tratto da: L'Arena, IL GIORNALE DI VERONA
Data: 3/04/2012
Note: CRONACA – Pagina 17

venerdì 11 ottobre 2019

SCHIAVA GRECA IN VENDITA NEL MERCATO ORIENTALE


Schiava greca in vendita nel mercato orientale , completamente nuda , su un tappeto. 


Dipinto del pittore spagnolo José Jimenez Aranda  1897

L'insegna appesa al collo recita in greco , rosa (il fiore )18 anni in vendita per 800 monete 
La ragazza gira la testa a terra per nascondere la sua vergogna , la postura delle mani e dei piedi suggerisce lo stesso, e gambe dei potenziali acquirenti sono visibili dietro il corpo nudo della ragazza . 

Questo è stato il destino crudele di molte donne e bambine che sono state rapite da Saraceni e Ottomani (Turchi) ,furono i Greci ovunque in Asia Minore , Ponti , Medio Oriente ed Egitto . 
Questo dipinto è uno dei più emblematici di José Jimenez Aranda. 

Dedicato  a chi  pensa  che l'Impero Ottomano fosse un paradiso del multiculturalismo, e credono che questi tempi siano finiti,  perché  il   califfato dell'ISIS ha fatto lo stesso recentemente in Siria .






giovedì 10 ottobre 2019

LA SERVITÙ, IN MOLTI CASI, NON È UNA VIOLENZA DEI PADRONI, MA UNA TENTAZIONE DEI SERVI

Cervi e  Montanelli 



Questo volume segna il capolinea della nostra Storia dell’Italia contemporanea. Mario Cervi, di parecchi anni più giovane di me, potrà, se vorrà (e io spero lo voglia) continuare da solo. Io debbo prendere congedo dai nostri lettori. E non soltanto per ragioni anagrafiche, anche se di per sé abbastanza evidenti e cogenti. Ma perché il congedo l’ho preso negli ultimi tempi dalla stessa Italia, un Paese che non mi appartiene più e a cui sento di non più appartenere. 

È stato proprio l’impegno profuso nella stesura di questi volumi, nei quali la storia si confonde con la testimonianza diretta, anche questa condivisa pienamente da Cervi, a rendermi consapevole che quello nostro era qualcosa di mezzo tra il resoconto di un fallimento e l’anamnesi di un aborto. Uno dei primi volumi usciti dalla nostra collaborazione, nonostante il titolo L’Italia della disfatta, reca i segni della speranza e delle illusioni con cui ne avevamo vissute le drammatiche ma esaltanti vicende. Credemmo che l’Italia avesse liquidato, sia pure a carissimo prezzo e grazie a forze altrui (ma questo è il leitmotiv della nostra Storia non soltanto di questo secolo), un regime che le aveva impedito di essere se stessa. Ed invece gli eventi che abbiamo seguito passo passo coi volumi successivi ci dimostravano che non era affatto cambiata con il cambio del regime. Erano cambiate le forme, ma non la sostanza. Era cambiata la retorica, ma era rimasta retorica. Erano cambiate le menzogne, ma erano rimaste menzogne. Erano soprattutto cambiate le mafie del potere e della cultura, ma erano rimaste mafie. 

Al referendum istituzionale del 2 giugno '46, Cervi ed io ancora non ci conoscevamo, e ci trovammo su posizioni opposte. Cervi si pronunciò per la Repubblica, io per la Monarchia. Ma entrambi eravamo convinti che quella fosse la data d’inizio di una "vita nova", molto diversa da quella che avevamo vissuto, o meglio subito; e di questa grande speranza fummo entrambi (anche se io forse un po' meno di Cervi) partecipi. Essa ci sostenne, e in certi momenti forse anche ci esaltò, fino agli anni del "miracolo", che furono i primi Cinquanta. Poi… 

Noi questo poi lo abbiamo vissuto da giornalisti militanti, entrambi al Corriere della Sera. Entrambi assistemmo e fummo i cronisti della rapida degenerazione della democrazia in partitocrazia, cioè in un oligopolio di camarille e di gruppi che esercitavano il potere in nome della cosiddetta "sovranità popolare"; in realtà nel solo interesse di quei gruppi e camarille, che di interesse ne avevano uno solo: che il potere restasse "cosa nostra", come infatti per quasi cinquant’anni è stato, e come seguita ad essere anche ora che ha cambiato titolari, ma sempre restando "cosa nostra". 

In questo sistema abbiamo visto corrompersi tutto, a cominciare dallo Stato. Lo Stato che il fascismo aveva trovato quando assunse il potere non era un gran che. Però una categoria di funzionari abbastanza onesti e ligi ad un certo rigore e decoro di comportamenti, nei pochi decenni di Storia unitaria si era formata. E Mussolini la rispettò. Ne mise tutto il personale in camicia nera, ma non ne toccò i posti, le carriere e le competenze. Anche in periferia, il Prefetto, organo dello Stato, prevalse sempre, o quasi sempre, sul Segretario federale, organo del Partito. E questo atteggiamento fu particolarmente visibile nel campo della giustizia. Per perseguire il delitto di opinione, il regime dovette istituire una sua Magistratura di partito perché quella ordinaria si rifiutava di considerare l'opinione un delitto, e il regime rispettò questo rifiuto. 

Anche la Repubblica, "nata dalla Resistenza", com'era d'obbligo chiamarla, riconobbe ed anzi enfatizzò l'indipendenza della Magistratura dal potere politico. E per meglio garantirla, la dotò di un organo di autogoverno, il Consiglio superiore della magistratura, riservandosene però una componente "laica", cioè di non magistrati nominati ai quei posti dal potere politico, e per esso dai tre maggiori partiti, che se lo contendevano, o meglio se lo spartivano. Ma la contaminazione non si era fermata qui. Aveva investito tutta la Magistratura dividendola in "correnti" – ognuna delle quali faceva capo ad un partito o ad un'area. 

È questo che spiega l'impunità con cui le forze politiche poterono compiere la loro opera di corruzione, che non consisteva soltanto nel prelievo dei pedaggi imposti a tutte le attività economiche pubbliche e private – Corte costituzionale, Corte dei Conti, Consiglio di Stato, Ragioneria generale – che alla corruzione avrebbero dovuto porre un freno e che invece ne diventarono lo strumento. 

La corruzione non è un fenomeno soltanto italiano. Clemenceau diceva che non c'è democrazia che ne sia al riparo. Ma quella che aveva sotto gli occhi lui, in Francia, si limitava alla classe politica, forse non molto migliore della nostra. Ma a sbarrarle la strada c'era uno Stato che dai tempi di Colbert era servito da una vera e propria casta di commis, di funzionari rigorosamente selezionati in scuole speciali ed alla corruzione impermeabili. La burocrazia italiana non disponeva di un personale di altrettanto livello e non oppose resistenza al potere politico che se l'annesse distribuendo favori soprattutto di carriera agli arrendevoli e castighi a chi non si adeguava. I due milioni di miliardi e passa di debito di debito pubblico non si possono spiegare che come il frutto di un reticolo di complicità fra classe politica e classe amministrativa che rese del tutto vano il disposto costituzionale secondo cui lo Stato non poteva procedere a spese che non fossero coperte da adeguate entrate. Gli organi a cui era affidata l'osservanza di questa regola ne avallarono tutte le contravvenzioni, richieste, e anzi imposte da un potere politico che badava soltanto a sopravviversi distribuendo favori e indulgenze. 

Di questo processo di corruzione potrei citare infiniti altri casi con prove e dettagli. Ma lo ritengo non solo superfluo, visto che è sotto gli occhi di tutti, ma anche fuorviante in quanto può rafforzare nel lettore la convinzione che sia dovuto soltanto alla classe politica. Non è così. Che la classe politica che ha esercitato il potere negli ultimi trenta o quarant'anni sia stata, nel suo insieme, corrotta e corruttrice, è vero. Ma è altrettanto vero che al potere è sempre rimasta col nostro voto. Perché, si usa dire, l’unica alternativa erano i comunisti che avrebbero fatto dell'Italia una succursale dell'Unione Sovietica. Ed anche questo è vero. Ma i voti ai comunisti, chi glieli dava? Ed ora che l'incubo del comunismo (piaccia o non piaccia al "compagno" Bertinotti) è finito, forse che le cose sono cambiate e la classe politica è migliorata? 

L'anagrafe mi ha consentito, o forse mi ha condannato, a partecipare a tutte le grandi speranze di questo secolo italiano. Studente negli anni Venti, ho sognato, come tanti, quasi tutti i miei coetanei, di contribuire a fare del fascismo una cosa seria, e automaticamente ce ne trovammo emarginati. Ci schierammo con le poche forze liberaldemocratiche della Resistenza, e ce ne ritraemmo vedendola trasformata in uno strumento di partito e ridotta a grancassa della sua propaganda col consenso – o la sottomissione – della maggioranza degl'italiani. La speranza di contribuire a qualcosa di buono si riaccese subito dopo la Liberazione sotto la guida di pochi vecchi uomini del prefascismo, presto anch'essi emarginati dalla nuove leve di mestieranti della politica, abilissimi nei giochi di potere, ma soltanto in quelli. E da allora iniziò la degenerazione mafiosa della democrazia sotto gli occhi indifferenti, o ipocritamente indignati, di una pubblica opinione alle mafie assuefatta da secoli. 

Oramai sono giunto alla conclusione che la corruzione non ci deriva da questo o quel regime o da queste o quelle "regole", di cui battiamo, inutilmente, ogni primato di produzione. Ci deriva da qualche virus annidato nel nostro sangue e di cui non abbiamo mai trovato il vaccino. Tutto in Italia ne viene regolarmente contaminato. Se ci danno la democrazia la riduciamo a partitocrazia, cioè ad un sistema di mafie. E la cultura, da cui avrebbero potuto e dovuto venirci moniti ed esempi, si è adeguata, come del resto volevano le sue origini. 

La cultura italiana è nata nel Palazzo e alla mensa del Principe, laico o ecclesiastico che fosse, e non poteva essere altrimenti, visto che il Principe era, in un Paese di analfabeti e quindi senza pubblico mercato, il suo unico committente. Mentre la Riforma aveva sgominato l'analfabetismo facendo obbligo ai suoi fedeli di leggere e d'interpretare i testi sacri senza la mediazione del Pastore autorizzato a dare solo qualche consiglio; la Controriforma, che faceva del prete l'unico autorizzato interprete delle Scritture, dell'analfabetismo era stata la fabbrica, che lasciava l'intellettuale alla mercé (in tutti i sensi) del suo patrono o protettore. Il quale naturalmente se ne faceva ripagare non solo con la piaggeria, ma anche con la difesa del sistema su cui si fondavano i suoi privilegi. 

Così si formò quella cultura parassitaria e servile, che non è mai uscita dai suoi circuiti accademici per scendere in mezzo al popolo a compiervi quell'opera missionaria, di cui le è sempre mancato non solo la vocazione, ma anche il linguaggio. In Italia il professionista della cultura parla e scrive per i professionisti della cultura, non per la gente. E istintivamente cerca ancora un Principe di cui mettersi al servizio. 

Scomparsi quelli di una volta, il loro posto è stato preso dai depositari del potere, cioè dai partiti. E questo spiega la così detta "organicità" dell’intellettuale italiano, sempre schierato dalla parte verso cui soffia il vento. Se è vero che l'ambizione di ogni intellettuale è di diventare il direttore della pubblica coscienza, l’intellettuale italiano la serve all’incontrario: mettendosene al rimorchio e facendo la mosca cocchiera di tutti i suoi eccessi e sbandate. 

Ecco il motivo per cui ho rinunziato al seguito di questa Storia d’Italia (che del resto rischia di avvilirsi a cronaca giudiziaria). Ho smesso di credere all'utilità di una Storia scritta al di fuori di tutti i circuiti della politica e della cultura tradizionali. Anzi, ad essere sincero fino in fondo, ho smesso di credere all'Italia. Questo volume, che include la sceneggiata di piazza San Marco, include anche la convinzione di uno dei suoi due autori che in un'Italia come questa anche una sceneggiata può bastare a provocarne la decomposizione. Sangue non ce ne sarà: l'Italia è allergica al dramma, e per essa nessuno è più disposto ad uccidere e tanto meno a morire. Dolcemente, in stato di anestesia, torneremo ad essere quella "terra di morti, abitata da un pulviscolo umano", che Montaigne aveva descritto tre secoli orsono. 

O forse no, rimarremo quello che siamo: un conglomerato impegnato a discutere, con grandi parole, di grandi riforme a copertura a copertura di piccoli giuochi di potere e d'interesse. 

POSCRITTO di Indro Montanelli :L'ITALIA È FINITA. O FORSE, NATA SU DEI PLEBISCITI-BURLETTA COME QUELLI DEL 1860-'61, NON È MAI ESISTITA CHE NELLA FANTASIA DI POCHI SOGNATORI, AI QUALI ABBIAMO AVUTO LA DISGRAZIA DI APPARTENERE. PER ME NON È PIÙ LA PATRIA. È SOLO IL RIMPIANTO DI UNA PATRIA.

Fonte srs di INDRO MONTANELLI

mercoledì 9 ottobre 2019

CON LA MORTE NEL CUORE CHIUDE LA STORICA LIBRERIA DI VERONA GHELFI E BARBATO

Ghelfi e Barbato, cartello chiusura


Un pezzo di storia e di cultura veronese che se ne va: è questa la sintesi dell'annunciata chiusura della libreria "Ghelfi e Barbato" in centro storico. Dalla serata di venerdì campeggia sulle vetrine del negozio un cartello con caratteri cubitali: «Svendita totale per chiusura». Tanta la concorrenza, enormi le difficoltà da sostenere per le librerie indipendenti nei confronti delle grandi catene e dell'e-commerce.
«Ebbene sì. "Grosso Ghelfi e Barbato" chiude. Con la morte nel cuore ma affrontando la realtà con serenità e la consapevolezza che abbiamo fatto il possibile. Sono grato per quanto ho avuto da questo straordinario mestiere e per le persone eccezionali che ho incontrato e mi hanno arricchito professionalmente e personalmente», questo il saluto affidato ai social dal titolare. Un'istituzione fatta di libri per la città di Verona, la "Ghelfi Barbato" nata ben 92 anni fa, quando al tempo di nome faceva "Libreria Grosso". Nel 2012 ci fu un primo "segno dei tempi" (non molto lieti ammettiamolo), quando il negozio dovette trasferirsi da via Mazzini, la via dello shopping, per trovare una nuova sede, più conveniente, pochi passi più in là in Piazzetta Scala al civico 3.


La vecchia sede della "Ghelfi e Barbato" in via Mazzini


Per diversi anni da quel 2012, nella vecchia sede della "Ghelfi e Barbato" in via Mazzini sono così rimaste le antiche insegne, a far da complemento a foto di bellissime ragazze in bikini, collant, mutandine e reggiseni: alla libreria era infatti subentrato un negozio "Goldenpoint". L'effetto visivo dal sapore involontariamente surrealista, aveva se non altro il pregio di ricordare a tutti la presenza della storica libreria nella nuova sede dislocata pochi metri più in là. Oggi, dopo il nuovo annuncio di quella che pare essere una chiusura definitiva della "Ghelfi e Barbato", agli immalinconiti lettori rimasti orfani del loro tempio, non resterà che introdursi in quell'antica sede e, con sguardo trasognato da pellegrino in preda ad un inesorabile lapsus d'azione, rivolgersi con candore ai dipendenti del "Goldenpoint" chiedendo sommessamente se, per caso, è possibile acquistare una vecchia ristampa de "La coscienza di Zeno".


Chiusura "Ghelfi e Barbato" ottobre 2019“


Fonte: da Verona sera del 6 ottobre 2018

lunedì 7 ottobre 2019

LEONE DI SAN MARCO ECCO COME È NATO IL SIMBOLO DELLA SERENISSIMA




di Alessandro Marzo Magno

Al di là delle molte leggende sul felino che rappresenta Venezia, la sua prima apparizione accertata è del 1261 in un sigillo ducale. L'esordio dell'esemplare scolpito sulla pietra risale invece al 1317 e si trova conservato nel battistero del duomo di Capodistria.  Del 1355 sono infine i mosaici con il vessillo della Serenissima accolti nella cappella di Sant'Isidoro, nella basilica di San Marco.

Quasi tutto quello che si racconta sul leone di San Marco, e relativi vessilli, è solo una simpatica leggenda e nulla più. Dimenticatevi leoni di guerra, leoni di pace; coda alta, coda bassa; libro aperto, libro chiuso; lingua fuori (per le città che si sono date e quindi la fiera mostrerebbe l'attitudine di un amichevole cagnolino) e dentatura digrignata (come monito, invece, per le città conquistate). L'unica codificazione reale era quella che il leone teneva le zampe posteriori nell'acqua e quelle anteriori sulla terra per simboleggiare il dominio anfibio di Venezia. 
Tutto il resto sono invenzioni, alcune anche con natali illustri: il primo a dire che i veneziani dipingevano leoni con la spada sulle città conquistate è stato nientepopodimeno che Niccolò Machiavelli. E se l'ha detto lui, perché mai non si dovrebbe ripeterlo ai posteri? «Intendesi come e' Viniziani, in tutti questi luoghi de' quali si rinsignoriscono, fanno dipingere un San Marco, che in scambio del libro ha una spada in mano, d'onde pare che si sieno avveduti a loro spese che a tenere li stati non bastano li studj e e' libri» scrive il segretario fiorentino in una lettera datata 7 dicembre 1509. Peccato fosse una fake news, destinata però a tener banco nei secoli a venire. Il libro chiuso, quasi a nascondere le parole «Pax tibi», come simbolo di guerra è un'altra sciocchezza; non a caso è una storiella che circola solo in Veneto, ma non in Lombardia dove quasi tutti i leoni marciani presentano soltanto il libro aperto. Così come è pura leggenda che la maschera di Pantalone si chiami così per l'attitudine dei veneziani di «piantare leoni» nei luoghi da loro controllati (invece viene dal nome greco Pantelemenos).

IL PATRONO 
San Marco entra relativamente tardi nella simbologia veneziana: da metà Duecento, nonostante fosse diventato patrono già da quattro secoli. In precedenza a sorvegliare le sorti di Venezia era stato designato il bizantino San Teodoro, patrono dell'esercito, che veniva esibito in coppia con San Giorgio. 
Curioso che a uccidere il drago fosse proprio San Teodoro (come si vede sulla colonna in piazzetta) e che in un secondo tempo sia avvenuta l'inversione e ad ammazzare il drago sia invece diventato San Giorgio.
Curioso anche che a Venezia, oltre alle reliquie del patrono nuovo, ci siano pure quelle del predecessore, nella chiesa di San Salvador, tutto sommato abbastanza dimenticate. Non è un caso che la dirimpettaia scuola grande sia intitolata proprio a San Teodoro.
Nicola Bergamo, nel suo Venezia Bizantina ipotizza che anche i veneziani, come i loro genitori bizantini, andassero in battaglia esibendo icone o insegne con San Teodoro. Un'illustrazione di un codice trecentesco ci mostra le truppe di Bisanzio allineate dietro a vessilli rosso porpora, il colore dell'imperatore. Sarà solo un caso che anche le bandiere navali veneziane siano rosse?

Anche se Marco prende il posto di Todaro, ci vorrà un bel po' per vedere comparire il leone. Sappiamo che nel 1096, il doge Vitale Michiel I consegna al figlio Giovanni, in partenza per la terrasanta, lo stendardo con San Marco protettore della repubblica, che portava la croce. Non sappiamo, però, se si trattasse di una raffigurazione di San Marco in forma umana o in forma di leone.

È molto probabile, come spiega Guido Ercole in Le galee mediterranee, che la flotta marciana inalberasse un vessillo con croce gialla in campo rosso. Ma, osserva Federico Moro nel suo Venezia alla conquista di un impero: «La bandiera con la croce greca patente e le quattro sfere o palle, in mare si confonde facilmente con la bandiera pisana. Specie a grande distanza. Visto che San Marco è da un pezzo il patrono, se ne adotta il simbolo tradizionale ovvero il leone alato con il libro».

LA NUOVA FIGURA
Ed eccoci dunque al fatale 1261, indicato da Alberto Rizzi, massimo «leonologo» di tutti i tempi, come l'anno in cui per la prima volta compare il nuovo simbolo: in un sigillo ducale si vede il doge Ranieri Zeno che riceve da San Marco il vessillo con il leone «in moleca» (cioè rannicchiato come un granchio). Soltanto di un anno successivo è un peso di bronzo, conservato nell'Archivio dei Frari, nel quale si scorge un piccolo leone, pure quello in moleca.
Il primo leone in pietra conosciuto risale al 1317 e si trova nel battistero del duomo di Capodistria. 
Del 1355 sono i mosaici della cappella di Sant'Isidoro, nella basilica di San Marco. 
Nell'episodio dell'arrivo del doge Domenico Michiel a Chio vengono immortalati alcuni gonfaloni: uno, rosso, sventola sull'albero di una galea, altri tre, bianchi, garriscono da terra. L'indicazione è inequivoca: il rosso contraddistingue i vessilli dell'Armata (così a Venezia si indicava la flotta), le bandiere terrestri sono bianche (ma si troverà anche l'azzurro). 
Un'altra illustrazione, in un codice conservato al Correr, mostra il papa Alessandro III che dona al doge Sebastiano Ziani alcune trombe d'argento e otto gonfaloni di San Marco di diverso colore: rosso, bianco, viola e celeste. Secondo Mario De Biase, il più illustre studioso della storia del gonfalone, i colori significavano i diversi stati nei quali si poteva trovare Venezia: pace, guerra, tregua, alleanza.

L'EVOLUZIONE
Tra Quattro e Cinquecento il leone effigiato sui vessilli marciani diviene definitivamente andante. Non c'era però una codificazione precisa e le bandiere erano dipinte a mano, spesso su seta ognuno faceva a modo proprio. La spada, su questo gli studiosi sono d'accordo, simboleggiava la giustizia (e non la guerra), il libro poteva essere aperto o chiuso, e talvolta teneva tra le zampe la croce. Le code potevano esserci o non esserci e se c'erano non sembra che il loro numero avesse particolari significati. In questo caso non v'è certezza, però, perché qualcuno ritiene che le sei code fossero riservate al vessillo dogale, cinque al capitano generale da mar, e via a scendere.
La più bella bandiera giunta fino a noi è quella, conservata al Correr, che a metà Seicento sventolava sulla galeazza del doge Domenico Contarini e, come d'uso, era stato dipinto lo stemma di famiglia del committente. Questo gonfalone è rosso, perché era una bandiera navale, così come rossi erano i vessilli che sventolavano davanti alla chiesa di San Marco (non era ancora basilica) perché si ritiene che le aste fossero alberi di galea e perché gli alza e gli ammaina bandiera erano effettuati dagli arsenalotti, e quindi si rimaneva sempre in campo navale.

I leoni dello Stato da tera sono caduti vittime degli scalpelli prima degli imperiali (1509) poi di Napoleone (1797), mentre quelli della Dalmazia (ma meno in Istria) sono stati rimossi prima dagli ustascia di Ante Pavelic e poi dai comunisti di Tito, ma, come spiega Alberto Rizzi, la leontoclastia ustascia è stata molto più metodica e capillare rispetto a quella comunista. Alla fin fine i leoni che hanno patito meno rimozioni sono quelli nell'attuale Grecia: quando gli ottomani conquistavano le piazze veneziane non ne toglievano i leoni alati. Il leone più lontano si trova in Russia, nel museo di Novocherkassak: era stato scavato nel 1881 alla Tana, l'ex colonia veneziana alle foci del Don, sul mar d'Azov. È un piccolo leoncino, inquartato nello stemma della famiglia Corner che ornava una pietra tombale.

Fonte: srs di Alessandro Marzo Magno, da Il  Gazzettino del 16 agosto 2019 


sabato 5 ottobre 2019

I 6 VANTAGGI DELL’USO DEL CONTANTE




Merita citare i diversi vantaggi di pagare in contanti, regolarmente taciuti da un giornalismo che al 99% è appiattito sugli interessi delle banche.

1. Non costa nulla, perché né banche né società di pagamenti elettronici raschiano via commissioni.
2. È sempre possibile e immediato, anche senza corrente elettrica, accesso a Internet e apparecchiature elettroniche.
3. Non taglia fuori i bambini o altre persone prive di conto in banca, immigrati ma anche italiani.
4. Non permette il tracciamento delle abitudini di consumo.
5. Garantisce la riservatezza anche per regali, beneficenza, elemosine ecc.
6. Prelevare contanti e poi pagare con essi dà senso della spesa e della disponibilità residua.
Ma da dove partono gli attacchi alle banconote? Dalle banche, perché i pagamenti in contanti sono i soli da cui esse non riescono a trarre nessun profitto, né diretto né indiretto. Così hanno inventato la lotta al contante, battezzandola War-On-Cash perché l’uso dell’inglese nobilita le trovate più bislacche. Hanno poi aggiunto il No-Cash-Day e il No-Cash-Trip, ovvero il giorno e il viaggio senza contanti, iniziative strampalate accolte però con obbedienti applausi. Chi andasse a proporle in Germania, Austria o Svizzera verrebbe preso per un mentecatto.
7) Sei proprietario delle banconote, ma non lo sei del denaro su un c/c bancario, che ha solo natura obbligatoria.
E’ quindi solo un credito verso la banca, contro un diritto reale.
Da notare come, oggi, una banconota non sia un credito verso la banca centrale, nè verso altri, dato che non c’è niente da riscuotere. Questo paradossalmente rafforza il concetto di proprietà.
8) Col prestito alla banca chiamato c/c o deposito bancario, sei esposto ai rischi relativi agli attivi della banca stessa.
Col contante “solo” ai rischi connessi alla gestione della moneta da parte della banca centrale.

Fonte: srs di BEPPE SCIENZA, da movimento libertario del 28 settembre 2019