martedì 26 maggio 2015

STORIA VENETA: 32 - COSTANTINOPOLI CHIEDE PIETA' AI CROCIATI. LA SECONDA CONQUISTA DELLA CAPITALE



Dal testo di Francesco Zanotto


"Al romper dell'alba fu uno spettacolo commoventissimo quello di vedere il Greco popolo uscire dalla città in processione col clero, colle croci e colle immagini sante, ad implorar la clemenza dei vincitori. Questo fu il segnale della lor sommessione.  E  cotale soggetto fu effigiato nella tavola unita per varietà di composizione, volendosi qui ricordare questa seconda conquista di Costantinopoli, come quella che recò fama immortale alla Repubblica Veneziana ... " (testo di Francesco Zanotto - immagini di Giuseppe Gatteri)
  

ANNO 1204 



Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


La guerra civile che fu la prima causa della rovina di Costantinopoli nonostante la caduta della città non accenna a placarsi. Perciò l’armata crociata, rivelatisi nulli gli accordi stabiliti con il nuovo imperatore, riprende le ostilità contro i Greci e la città subisce un nuovo assedio ed una nuova espugnazione. Ma il popolo stanco di tanto sangue esce dalle mura e chiede pietà ...


32 - LA SCHEDA STORICA


 Le cose infatti iniziarono a peggiorare drammaticamente subito dopo l'incoronazione del giovane Alessio IV che dovendo ripagare ora i crociati e sostenere la loro impresa in Terra Santa, si ritrovò davanti alle casse imperiali pressoché vuote.
L'imperatore, così, non si vide solo costretto ad imporre nuove tasse per recuperare il denaro indispensabile, ma come se non bastasse, dovette far fondere un gran quantitativo di oggetti e vasellame d'oro e d'argento requisito dalle ricchissime chiese della città.
A rendere ancora più ostile il clero costantinopolitano nei confronti dell'imperatore, arrivò infine la notizia della promessa fatta al Papa dell'unificazione delle due chiese con il riconoscimento della supremazia pontificia. Era veramente troppo!
Accanto al clero si affiancò ben presto anche la maggior parte della popolazione civile che mal sopportava la presenza di un esercito straniero nella propria città tanto più che i Franchi, in particolare, si erano già distinti quanto a cupidigia e scelleratezza. La tensione, così, cresceva drammaticamente di ora in ora e né i Veneziani, né i crociati franchi potevano ormai circolare liberamente per le strade della capitale senza rischiare il linciaggio, specie dopo un devastante incendio, appiccato, pare proprio da un gruppo di Franchi.
Del resto anche tra gli stessi occidentali cresceva il malcontento. Perché restare infatti in una città sempre più ostile? E per ottenere cosa? E' vero, avevano un debito da pagare ai Veneziani, ma questo non sembrava più sufficiente per rischiare la vita ogni giorno fra le strade di una città che li voleva solo cacciare.
La soluzione, a quel punto, era solo nelle mani del vecchio doge Enrico Dandolo. Niente poteva impedirgli di dare l'ordine d'imbarco e fare ritorno a casa specie dopo la cacciata e l'assassinio di Alessio IV e l'ascesa di un nuovo imperatore, Alessio Ducas detto Murzuflo per le sue folte e nere sopracciglie.
Il vecchio imperatore Isacco, padre dell'assassinato Alessio, morì, si disse di crepacuore non appena avuta la notizia della morte del figlio. Resta che con la loro scomparsa venivano ancor meno i motivi della permanenza a Costantinopoli dove il nuovo usurpatore veniva intanto incoronato imperatore agli inizi del 1204, con il nome di Alessio V.
Come primo provvedimento il nuovo imperatore fece restaurare e rinforzare le mura della città che dal primo attacco crociato l'anno precedente non erano state più risistemate. Le mura vennero così innalzate e adeguatamente guarnite. Le intenzioni del nuovo imperatore erano ben chiare e così dovettero sembrare anche ai crociati nei confronti dei quali, fra l'altro, l'imperatore non aveva nessun obbligo da assolvere allontanandosi ulteriormente così per i Franchi, la possibilità di ottenere il pagamento pattuito in precedenza con Alessio IV, indispensabile per saldare il debito coi Veneziani. Il cui doge non sembrava avere nessuna fretta ad abbandonare Costantinopoli malgrado le mutate circostanze: anzi, sul trono era risalito un usurpatore e per di più assassino del suo predecessore.
Era quanto bastava ai Veneziani per decidere un'azione di forza contro il nuovo imperatore e la sua città. Così, si sarebbe realizzato il progetto che segretamente il doge covava da tempo: distruggere l'impero bizantino e porre sul suo trono un imperatore fantoccio dei Veneziani.
L'attacco ebbe inizio la mattina del 9 aprile del 1204, ma questa volta le navi veneziane si trovarono di fronte a dei bastioni e a delle mura inaccessibili dopo il previdente intervento voluto dall'imperatore.
L'assalto, respinto, venne ritentato il lunedì successivo, 12 aprile. I Veneziani, questa volta, avevano agganciato le navi a coppie raddoppiando così il peso lanciato su ogni torre. Due torri, poco dopo, cadevano in mano veneziana mentre, contemporaneamente i crociati sfondavano una porta e penetravano nella città. Murzuflo (Alessio V), dopo aver invano tentato di respingere l'attacco, fuggì in Tracia mentre nella capitale si consumava una della più atroci carneficine da parte dei crociati che dilagavano per le strade, nei palazzi, nelle case, razziando ed uccidendo senza pietà.
" ... Stanchi per la battaglia ed il massacro ... " i conquistatori infine si placarono accampandosi per la notte in una della principali piazze della città. In quella stessa notte i crociati temendo un attacco a sorpresa, appiccarono il fuoco ad un quartiere dal quale, ancora una volta (ed era la terza dall'arrivo dei crociati) le fiamme si propagarono ben presto all'intera città. L'indomani ogni resistenza era pressoché svanita.
Al passaggio trionfale dei cavalieri, la popolazione terrorizzata metteva le dita in croce per implorare misericordia e pietà mentre il clero cittadino avanzava in processione portando alte le croci e le immagini sacre. Dopo tre giorni, tre giorni lunghissimi di terrore, l'ordine venne infine ristabilito. I crociati poterono finalmente pagare ai Veneziani le restanti 34.000 marche d'argento che ancora avanzavano e successivamente eleggere il nuovo imperatore di Costantinopoli, o meglio, di quello che restava dei suoi abitanti e delle sue meraviglie.
La scelta, condizionata dalla forte pressione dei Veneziani, cadde su Baldovino di Fiandra che il 16 maggio del 1204 veniva incoronato imperatore nella chiesa di S. Sofia.
Nasceva così l'Impero Latino d'Oriente, sulle ceneri di una città fino al giorno prima e da secoli ritenuta una delle città più belle e ricche dell'Oriente e non solo. Con l'imperatore venne poi nominato anche il nuovo Patriarca nella persona del veneziano Tomaso Morosini.
Venezia, con il sangue ed il saccheggio aveva così raggiunto l'apice della sua potenza. Bisanzio, l'antica capitale dei Cesari d'Oriente, l'erede di Roma e da sempre legata a Venezia da vincoli storici, culturali e commerciali, era nelle mani dei Veneziani che potevano assaporare finalmente, la loro amara vittoria.
E con i Veneziani il loro doge Enrico Dandolo, la vera mente ed il principale, vero artefice, di una conquista voluta ad ogni costo. Ed il prezzo pagato dalla città in termini materiali ed umani, fu effettivamente altissimo tanto che da allora iniziò per Bisanzio un lento, inesorabile declino.


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  1, SCRIPTA EDIZION





lunedì 25 maggio 2015

STORIA VENETA: 31 - DANDOLO CONQUISTA COSTANTINOPOLI. DOPO ZARA ANCHE L'IMPERO D'ORIENTE



Dal testo di Francesco Zanotto
  

"Nel fervor della pugna il doge venerando, armato di tutto punto stava sul ponte della sua galea, con in pugno il vessillo di San Marco, e da colà eccitava i suoi alla vittoria, ed or pregava ed or minacciava i remiganti, volendo che il portassero a terra. Ed essi se lo presero in collo recandolo in sulla spiaggia. In quel punto tutte le navi, come fossero una sola, si avvicinano al lido, gettano i loro ponti sui ripari della città; i combattenti si contendono l'aria, più che il terreno, petto a petto, colle lancie e colle spade ... "


ANNO 1203


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Per Venezia la Quarta Crociata si rivela una vera manna: dopo la riconquista della città dalmata è la volta della capitale di quello che resta di un grande impero.  Il  Doge Dandolo segue con efficacia gli attacchi delle truppe  di terra alleate e di quelle montate sui navigli della repubblica. Naturalmente l'esito è scontato, troppo impari il rapporto di forze ...


31 - LA SCHEDA STORICA


 All'inizio del 1203 giunse a Zara dove si trovavano i crociati, una lettera per il marchese Bonifacio di Monferrato. La lettera era firmata dal re di Germania Filippo di Svevia, figlio del Barbarossa e fratello del defunto imperatore Enrico VI. A queste relazioni parentali che facevano di Filippo uno degli aspiranti al trono imperiale, si aggiungeva il fatto di essere anche il genero del deposto imperatore bizantino Isacco il cui figlio Alessio, fuggito dalle prigioni costantinopolitane, aveva trovato naturale rifugio proprio presso la corte di Filippo. Da qui partiva dunque la lettera diretta ai crociati.
Nella missiva Alessio prometteva l'impegno militare bizantino nella riconquista della Terra Santa se i crociati lo avessero aiutato a riconquistare il trono per sè e per suo padre, cacciando lo zio usurpatore Alessio III. Per avere poi anche il consenso del papa, Alessio prometteva che, una volta sul trono, avrebbe sancito l'unificazione delle due chiese, d'Oriente e d'Occidente, divise a seguito dello scisma del 1054, con il riconoscimento della supremazia del pontefice romano.
Quando la proposta venne resa nota al vecchio doge dal marchese Bonifacio, questi sfondava praticamente una porta aperta. Già da anni i rapporti con Bisanzio infatti, si erano incrinati e deteriorati ed il nuovo imperatore-usurpatore aveva frapposto non poche difficoltà per il rinnovo delle concessioni commerciali ai Veneziani.
Riportare sul trono un imperatore che si legava in questo modo a filo doppio all'Occidente, significava per Venezia recuperare il monopolio nei mercati orientali. Non tutti si dimostrarono entusiasti della nuova proposta, e se ne andarono, ma la maggioranza si lasciò abbagliare dall'idea di una Cristianità finalmente riunita e dalla paventata possibilità di rafforzare militarmente la crociata.
Il pontefice stesso non poteva non lasciarsi sedurre da una simile prospettiva e malgrado la scomunica che ancora pendeva sui Veneziani per la guerra contro Zara, fece arrivare infine il seppur non entusiastico "ni" del legato pontificio all'impresa. In fondo i Bizantini in quanto scismatici, non potevano che ritenersi alla stregua degli infedeli musulmani.
E così, i primi di maggio, la flotta salpò da Zara alla volta di Costantinopoli portando con sè l'imperatore Alessio IV.  Il 24 di quello stesso mese le navi crociato-veneziane, giungevano in vista della città. Era una giornata limpida e ventilata, così narrano le fonti, vigilia di Pentecoste, quando le navi, le galee, i vascelli e le navi dei mercanti che le seguivano, piegarono le vele davanti ad uno spettacolo strabiliante.
Una cinta di altissime mura e di robusti bastioni cingeva il cuore di una delle più belle e ricche città d'Oriente. Sulle alte mura, intanto si andavano radunando gli abitanti, attoniti di fronte a tanto spiegamento di forze di cui, evidentemente sfuggiva il segreto intento, tant'è che neppure l'usurpatore Alessio III aveva approntato una qualche difesa. Anche i primi, non convinti tentativi di fermare i crociati presso Calcedonia e Galata, erano miseramente falliti ed il dispositivo di apertura e chiusura dell'imbocco del Bosforo era caduto in mano crociata.
Alla notizia dell'avanzata i Bizantini si resero improvvisamente conto del pericolo che incombeva sulla loro città, una città che per novecento anni non era mai caduta in mano nemica. Per allestire un'efficace difesa era tuttavia ormai troppo tardi. Il mattino del 17 luglio del 1203, Bisanzio veniva assalita contemporaneamente da terra e dal mare. Inizialmente l'esercito franco venne respinto dai contingenti danesi ed inglesi che da almeno due secoli costituivano il corpo speciale della guardia imperiale. Furono i Veneziani con il loro deciso e decisivo intervento dal mare a ribaltare le sorti della spedizione. I Veneziani certo, ma specialmente il vecchio quanto coraggioso doge Enrico Dandolo.
I marinai veneziani erano infatti alquanto riluttanti ad arrivare sino alla riva e ad effettuare lo sbarco che avrebbe implicato uno scontro corpo a corpo coi Bizantini.
Allora, l'anziano doge  " ... salì ritto sulla prua della sua galea armato di tutto punto e con il vessillo di S. Marco davanti a sè gridando ai suoi uomini di portare le navi sulla riva se avevano cara la vita ... ".  E così fu.
Dopo poche ore, nel bel mezzo della battaglia, il doge poteva informare i suoi alleati franchi che ben 25 torri delle mura erano già state conquistate grazie anche a delle ingegnose piattaforme pensili costruite tra i pennoni delle navi che portavano gli uomini alla medesima altezza delle mura così più facilmente abbordabili. L'attacco, intanto, veniva coperto da un fuoco di frecce e di pietre.
La città dopo un brevissimo assedio, veniva così conquistata. Alessio III, l'usurpatore era nel frattempo ignobilmente fuggito dal Palazzo imperiale e dalla città. Sul trono di Costantinopoli, come dai patti sottoscritti, saliva il giovane Alessio IV e ritornava con lui anche il vecchio Isacco mentre l'unione delle due chiese veniva solennemente proclamata.
Agli eserciti crociati venne chiesta dal giovane imperatore di svernare a Costantinopoli mentre garantiva il suo aiuto per la conquista della Terra Santa. Una tappa così lunga non rientrava certo nei piani dei Veneziani e tanto meno dei crociati.
Le spese per il mantenimento di una flotta e di un esercito inattivi sarebbe stata senz'altro eccessiva, ma evidentemente l'imperatore aveva bisogno della loro presenza. Ripristinato sul trono dai Latini, non doveva certo essere molto amato dalla sua gente dal momento che questo suo gesto aveva portato un esercito, mal tollerato e sentito come straniero, nel cuore dell'impero.
Alla fine i crociati decisero di restare. Più che i crociati, probabilmente, furono i Veneziani a prendere una tale decisione. Una decisione che, se per il momento si dimostrava indispensabile all'imperatore per consolidare la sua posizione, doveva ben presto dimostrarsi un tragico, fatale errore per sé e per il suo Impero.



Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  1, SCRIPTA EDIZION



domenica 24 maggio 2015

STORIA VENETA: 30 - DANDOLO ASSUME IL COMANDO. PER LA IV CROCIATA BANDITA DAL PAPA



Dal testo di Francesco Zanotto
  

“... Il  Dandolo in San Marco ascese improvvisamente la tribuna, e con maschia voce ed animo risoluto all'adunata moltitudine diceva: Supplicare la Repubblica di acconsentire che prendesse egli la Croce, essere suo desiderio capitanare in persona la patria milizia, dopo la espugnazione di Zara ribelle, sentirsi da tanto per seguire la generosa oste crociata, affine o di divider con essa la gloria nella liberazione del sepolcro di Cristo, ovveramente morire con essa in quella santa impresa ... "


ANNO 1201



Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Ai Veneziani, l'impegno politico e militare stuzzica l'appetito in quanto il trasporto delle truppe può diventare un affare. I principi cristiani ed il papa si accordano infatti con Venezia per una cifra consistente e raccolgono le truppe. Ma al momento dell’imbarco se ne presentano la metà. Il  doge allora propone agli imbarazzati debitori di espugnare Zara per conto di Venezia... 


30 - LA SCHEDA STORICA


Con l'incontro tra il pontefice Alessandro III e l'imperatore Federico I Barbarossa, il doge Vitale Ziani aveva toccato l'apice del successo diplomatico portando Venezia alla ribalta della politica europea. La città mai in precedenza aveva conosciuto tanto prestigio e anche da questa circostanza i Veneziani, naturalmente, non ne uscirono con le mani vuote.  
Non solo l'enorme affluenza di gente proveniente da varie parti d'Italia e d'Europa per assistere all'avvenimento portò a Venezia un flusso enorme di ricchezza, ma cosa ancor più importante, il governo veneziano ottenne dall'imperatore la piena libertà di commercio in tutto l'impero con la totale esenzione dai dazi, mentre il pontefice accordò un'indulgenza a tutte le chiese della città risolvendo la secolare controversia tra i due Patriarchi di Grado ed Aquileia con il riconoscimento della supremazia della sede gradense da sempre centro spirituale della Venezia lagunare.
Il doge Ziani fece appena in tempo ad assistere allo storico incontro tra papa ed imperatore, che da lì a poco tempo moriva lasciando libero il trono per il nuovo doge, Orio Malpiero, eletto nel 1178. Toccò al nuovo doge assistere, dieci anni dopo la sua elezione, al completo fallimento dell'impresa crociata in Terrasanta. Nel 1187 infatti, i Saraceni guidati dal valoroso Saladino, infliggevano una durissima sconfitta agli eserciti cristiani presso Hattin, mentre tre mesi dopo, cadeva anche Gerusalemme.
L'appello del Papa Gregorio VIII per una nuova crociata, cadde in un momento particolarmente impegnativo per Venezia che aveva da poco intrapreso una nuova iniziativa militare contro il re di Ungheria per la riconquista di Zara. Non solo.
Dopo la sanguinosa rivolta scoppiata a Costantinopoli nel 1185 contro i Franchi a seguito del dilagante xenofobismo, per Venezia l'Oriente bizantino si stava trasformando in un campo minato. Cresceva così l'esigenza di assicurarsi nuovi e diversi mercati. L'iniziativa crociata, se riuscita avrebbe senz'altro portato a Venezia i soliti privilegi commerciali che in parte già vantava prima della perdita dei principali centri costieri in mano degli Arabi.
E così, spinta più da bisogni materiali che di fede, la flotta veneziana nella Pasqua del 1198 salpava alla volta della Terra Santa inaugurando la terza crociata. Una crociata dove tuttavia la poderosa flotta veneziana sembrò improvvisamente essersi volatilizzata. Dopo la riconquista di Acri e del suo importante mercato, dei Veneziani infatti e della loro flotta non se ne seppe più niente. Probabilmente altri erano i problemi che urgevano una soluzione da parte del doge che preferì, molto diplomaticamente, tenersi fuori il più possibile dalla mischia.
Non così il suo successore Enrico Dandolo, proclamato doge il primo gennaio del 1193.
Il nuovo doge malgrado la veneranda età - doveva avere attorno ai settantacinque anni - e un probabile stato di cecità, non tardò a manifestare ben presto tutte le sue eccezionali doti e capacità politiche e militari in un contesto storico che andava rapidamente modificandosi.
Nel 1194 moriva l'imperatore Enrico VI lasciando quale erede un bambino di appena cinque anni, Federico, mentre a Bisanzio regnava il caos più totale dopo la detronizazione dell'imperatore Isacco II.
I due imperi, sul finire del secolo, si ritrovavano così improvvisamente senza le rispettive guide e nel pieno disordine. Malgrado questo il nuovo pontefice Innocenzo III lanciava l'idea di una nuova crociata per realizzare la quale c'era bisogno, naturalmente, di una flotta che solo Venezia poteva mettere a disposizione.
E così nel 1201 giunse nella città una delegazione per trattare col governo veneziano che prontamente acconsentì. In fondo era solo una questione di prezzo. Così Venezia avrebbe provveduto al trasporto di 4.500 cavalieri coi rispettivi cavalli, di 9.000 scudieri e 20.000 fanti con scorte di cibo per nove mesi. Il prezzo? Ottantaquattromila marche d'argento! Non solo, Venezia si impegnava ad armare a proprie spese 50 galee in cambio della metà di tutti i territori eventualmente conquistati.
Il doge prese questa decisione, non senza il consenso popolare - in caso di fallimento si era così coperto le spalle - radunando allo scopo ben diecimila veneziani nella Basilica Marciana. Alla loro presenza, gli ambasciatori esposero i termini della richiesta e dell'accordo. Il consenso, naturalmente, fu unanime.
Il 24 giugno, giorno stabilito per la partenza da Venezia, tuttavia, giunsero meno della metà dei soldati che erano previsti. Come mai? La notizia presto diffusasi, che l'obbiettivo non era tanto la Terra Santa, quanto l'Egitto musulmano individuato quale punto più debole, spaventò o comunque non convinse numerosi crociati che così disertarono l'impresa. Venezia, tuttavia era stata ai patti. Le navi erano lì, pronte nel porto a salpare, ma ora a mancare erano gli uomini.
I crociati, così ridotti di numero, non poterono assolvere al pagamento del pesante debito con il governo veneziano che si rifiutò di far uscire una sola nave dal porto se prima non fosse stato pagato, minacciando per di più di tagliare i viveri all'esercito acquartierato al Lido.
Il capo-crociata, marchese Bonifacio di Monferrato, pur di uscire dall'imbarazzante situazione, riuscì a raccogliere in tutto, grazie anche ad un personale, pesantissimo contributo, solo 50.000 marche d'argento. Ne restavano ancora 34.000 da versare al governo veneziano! A questo punto il doge se ne uscì con la sua proposta. La città di Zara era ricaduta nelle mani del re ungherese. Se i Franchi, prima di partire alla volta della Terra Santa avessero aiutato i Veneziani nella riconquista della città dalmata, il saldo del loro debito ... poteva essere dilazionato! Ai crociati non restò che accettare.
E così l'8 marzo del 1202 l'esercito della quarta crociata salpava finalmente da Venezia. I 480 vascelli, tuttavia, non erano diretti a Gerusalemme. L'obbiettivo? La città di Zara che venne infatti conquistata e brutalmente saccheggiata. Il Papa non trovò di meglio che scomunicare i Veneziani, dato il divieto da lui imposto, di combattere contro altri cristiani (Tregua Dei).
Così iniziava la quarta crociata, con Venezia che era riuscita a piegare ai propri bisogni l'esercito crociato.



Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  1, SCRIPTA EDIZION


sabato 23 maggio 2015

STORIA VENETA: 29 - PACE FATTA TRA Il PAPA E FEDERICO I. CONCLUSA IN VENEZIA GRAZIE AL DOGE ZIANI



Dal testo di Francesco Zanotto


"Stava ad attenderlo in sulla porta della Basilica Marciana Alessandro III, assiso sopra magnifico trono, e adorno delle vesti pontificali, circondato da' cardinali e da' prelati, in mezzo al gremito popolo spettatore. Tosto che Federico si fu accostato al pontefice, depose il manto imperiale ed ogni altro ornamento di sua maestà, ed inoltrato si sino al soglio del Vicario di Cristo, si prostese umiliato a baciargli i piedi. Il papa tosto lo alzò di terra, e gli die' in sulla fronte il bacio di pace ... "


ANNO 1127


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Una importante iniziativa diplomatica veneziana porta i due più importanti principi della cristianità ad incontrarsi per suggellare la pace. Il  Papa Alessandro III accoglie il Barbarossa con grande pompa sulla porta della basilica  Marciana e lo invita poi all'interno per celebrare la messa in segno di riconciliazione ...


29 - LA SCHEDA STORICA


Avuta ragione dell'irrequieto Patriarca Ulrico, ben altri e più gravi problemi si presentavano al doge Vitale II Michiel e riguardavano in particolare i suoi rapporti con Bisanzio.
Con l'imperatore greco Manuele Comneno, oltremodo preoccupato per lo strapotere ottenuto dai Veneziani grazie agli innumerevoli privilegi accordati più o meno liberamente dai suoi predecessori, la tensione nei rapporti con Venezia raggiunse infatti livelli altissimi.
Non solo Bisanzio favoriva l'espansione delle Repubbliche marinare di Genova e Pisa, mortali nemiche di Venezia, ma aveva anche occupato le terre dalmate già sotto giurisdizione veneziana, conquistate dal re Stefano II  d’Ungheria.
Si arrivò così, in un'atmosfera ormai tesa e carica di reciproci sospetti, alle drammatiche giornate del 1171 quando il quartiere genovese di Costantinopoli venne in gran parte distrutto. Manuele Comneno non tardò ad addossare la colpa ai veneziani che allora, si conta, dovevano essere non meno di 80.000 nella città, dando ordine che tutti i cittadini della Repubblica veneta venissero arrestati e le loro proprietà e i loro beni confiscati. Ben 10.000 veneziani furono rinchiusi nelle carceri bizantine, altri nei vari monasteri. Era la guerra.
Allestita una flotta di circa centoventi navi  il doge salpò alla volta di Costantinopoli. L'imperatore, che non si aspettava una risposta così immediata e violenta, mandò degli ambasciatori al doge che intanto aveva attraccato all'isola di Chio. Vitale accettò le trattative mandando a Costantinopoli una sua delegazione.
Fu questo un errore tragico da parte del doge dato che nella capitale i bizantini tirarono in lungo le trattative per mesi. Intanto, nelle navi veneziane, infatti, scoppiava virulenta la peste che falcidiò migliaia di marinai. Solo allora agli ambasciatori fu consentito di lasciare la capitale, dato che l'imperatore aveva ottenuto il suo scopo senza colpo ferire, quello di neutralizzare la flotta veneziana ed evitare lo scontro.
Ritornato a Venezia con le navi mezze vuote e senza aver concluso un nulla di fatto, il doge sconfitto ed umiliato, venne poco dopo trucidato mentre tentava di fuggire nel convento di S. Zaccaria. Venne pugnalato da uno sconosciuto nella calle delle Rasse.
I rapporti con Bisanzio restarono assai tesi anche con il nuovo dogato inaugurato da Sebastiano Ziani. Il rifiuto di trattative da parte dell'imperatore Manuele, altro non fece che spingere i Veneziani verso i Normanni con il cui re di Sicilia, Guglielmo il Buono, il doge siglò un trattato ventennale in materia commerciale.
Chiuse le porte ad Oriente, Venezia guardava ora con maggior interesse all'Occidente dove da anni si stavano fronteggiando le due massime autorità: il papa Alessandro III e l'imperatore Federico I Barbarossa. L'imperatore tedesco, nel suo rilancio del progetto e programma imperiali, era più volte sceso nella penisola scontrandosi, tuttavia, con la tenace resistenza dei liberi comuni lombardi. Venezia inizialmente, non toccata direttamente dal conflitto, seguiva a distanza il rapido evolversi della situazione che andava ulteriormente complicandosi con l'elezione da parte imperiale dell'antipapa Vettore IV contrapposto ad Alessandro III regolarmente invece eletto dal Concilio.
A quel punto Venezia non poteva restare più neutrale, doveva fare la sua scelta anche perchè se il progetto imperiale si fosse realizzato in Lombardia, difficilmente Federico avrebbe risparmiato la città lagunare. E così nel 1167 Venezia risulta tra i membri fondatori della Lega Lombarda nata per osteggiare ed arrestare definitivamente il progetto imperiale del Barbarossa.
Ma il prestigio e l'importanza della città troveranno ben altra e più solenne occasione per essere universalmente riconosciuti.  Nel 1177 infatti, Federico I Barbarossa dopo ben quattro campagne in Italia prive di successo, riconosceva la propria sconfitta accettando di concludere la pace con il pontefice proprio a Venezia. L'incontro segnava la fine di uno scisma durato diciassette anni e portava finalmente la pace in Italia.
La scelta di Venezia, voluta probabilmente dal Barbarossa al posto della più compromessa Bologna, rispondeva al fatto che tutto sommato la città, impegnata a risolvere i suoi difficili rapporti con Bisanzio, non aveva giocato un ruolo particolarmente attivo all'interno del fronte anti-imperiale e la sua tradizione di sostanziale indipendenza ne fece così la città ideale per lo storico incontro.
Il  10 maggio del 1177 approdava in laguna il pontefice con la sua curia ricevuti dal Patriarca di Grado e da quello di Aquileia. Dopo aver celebrato una messa nella Basilica Marciana, Alessandro III venne accompagnato sulla barca del doge Sebastiano Ziani al Palazzo Patriarcale sul Canal Grande.
L'imperatore, intanto, venne fatto attendere a Ravenna poichè, si era stabilito, che solo con il consenso del papa avrebbe potuto raggiungere Venezia il che avvenne solo il 23 luglio del 1177 quando una flottiglia veneziana si recò a Chioggia a prelevarlo. Federico, giunto così al Lido, riconobbe ufficialmente quale unico e legittimo pontefice Alessandro III che a sua volta tolse la scomunica che pendeva da ben diciassette anni sul capo dell'imperatore che poteva, finalmente, entrare a Venezia. Il  doge in persona andò a riceverlo e a scortarlo fino a Rialto in una barca decorata per l'occasione.
Uno splendido palco era stato nel frattempo innalzato davanti alla chiesa di S. Marco da dove il pontefice alle sei del mattino celebrò una messa ed attese l'arrivo del corteo imperiale. Alla sua destra sedeva il Patriarca di Venezia mentre alla sua sinistra quello di Aquileia.
Quando Federico approdò con il doge Ziani a Rialto, venne condotto fino al trono papale.  Giunto dinanzi al pontefice si tolse il mantello rosso del potere e prostratosi ai suoi piedi, li baciò. Alessandro III a quel punto si alzò e prese fra le mani il capo dell'imperatore che abbracciò e baciò facendolo sedere alla propria destra. Poi lo prese per mano e lo condusse nella Basilica. Ultimata la funzione religiosa, il papa salì poi sul suo cavallo mentre, come da tradizione, l'imperatore gli teneva la staffa. I due si ritirarono infine nel Palazzo Ducale.



Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  1, SCRIPTA EDIZION


venerdì 22 maggio 2015

STORIA VENETA: 28 - SCONFITTO IL PATRIARCA DI AQUILEIA. ULRICO AVEVA TENTATO DI OCCUPARE GRADO



Dal testo di Francesco Zanotto


"L'ingresso quindi che fece il Doge in Venezia, fu splendido quanto la conseguita vittoria; e dopo di averlo tenuto per lungo tempo avvilito, svergognato ed incerto del suo destino, finalmente fu resa la libertà a quel Patriarca, a condizione di pagare ogni anno alla repubblica il tributo di un toro o di dodici porci, i quali dovevano essere spediti a Venezia pel giorno del Giovedì grasso, anniversario dell'ottenuta vittoria ... "


ANNO 1162



Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri


Il  Doge Vitale Michieli II  è costretto ad accettare la sfida lanciata dal potente patriarca di Aquileia che unitosi ad altri feudatari friulani cerca di togliere Grado a Venezia.  Immediata la reazione dei Veneziani che, sconfitto il Patriarca, celebrano il trionfo con una festa che presto diventa tradizione ...

(Nell'illustrazione di Giuseppe Gatteri l'ingresso del toro e dei maiali a Venezia)


28 - LA SCHEDA STORICA


 A seguito della rinuncia al dogato di Domenico Michiel, veniva eletto quale nuovo doge nel 1130 Pietro Polani, genero del suo predecessore.
In quel medesimo anno e a breve distanza  dalla nuova elezione ducale, un'altra elevazione si era realizzata nella lontana Sicilia. Ruggero II d'Altavilla, nipote del Guiscardo, veniva infatti incoronato re del nuovo regno normanno che aveva sostituito la precedente contea. Il fatto non mancò di suscitare forti preoccupazioni a Venezia che vedeva rafforzarsi ulteriormente la potenza normanna nel mar Mediterraneo. I bazar di Palermo, Catania, Messina e Siracusa diventavano sempre più concorrenziali rispetto a Rialto dove, seppur ancora  impercettibilmente, si stavano facendo sentire le conseguenze. Le navi veneziane, poi, venivano puntualmente prese di mira dai corsari siciliani tanto che nel 1135 si contavano a Venezia ben 40.000 talenti di perdita.
Per il momento, tuttavia, a richiamare l'attenzione del nuovo doge era una questione molto più vicina e carica di significato. I cittadini di Fano, minacciati dalle vicine Pesaro e Rimini, chiedevano aiuto ai Veneziani che, ben felici, stipularono un patto di alleanza con la piccola cittadina, il primo stretto tra Venezia ed un'altra città italiana.
Venezia evidentemente, era considerata l'unica vera potenza lungo la costa adriatica alla quale appellarsi in caso di pericolo. La città ne ricavava naturalmente dei vantaggi commerciali ed i Fanesi si impegnavano a pagare un tributo annuo di mille misure d'olio per l'illuminazione di S. Marco e di cento per il Palazzo Ducale. La cosa più importante, tuttavia, era che Venezia per la prima volta estendeva la sua influenza al di fuori degli angusti confini lagunari anche su di un suolo italiano. I Fanesi infatti si dichiararono alleati soggetti alla Repubblica.
Ma ancor più da vicino il pericolo minacciava Venezia. I Padovani, senza informare il governo veneziano, avevano dato inizio infatti, alla deviazione del fiume Brenta con l'intenzione di abbreviarne il corso fino agli sbocchi nella laguna. Di fronte alla possibilità di ritrovarsi ostruiti i canali per il conseguente accumulo di materiali se la deviazione fosse stata portata a termine, i Veneziani protestarono dapprima energicamente per passare infine alle armi contro i Padovani. Il  conflitto si concluse con la vittoria dei Veneziani e con il pagamento da parte dei Padovani dei danni sino ad allora provocati.
Si concludeva vittoriosamente, così, la prima campagna condotta interamente su terra e forse proprio per questo con l'ausilio di truppe mercenarie (Guido Montecchio di Verona guidava infatti la cavalleria contro i Padovani).
Era il turno, ora, dei Normanni, ma un crudele destino aveva già deciso per il doge.  Nel 1148 questi stava salpando con  la sua flotta per unirsi con quella imperiale nella lotta contro re Ruggero di Sicilia quando, non appena oltrepassata Caorle, Pietro fu costretto a tornare indietro a causa di una incurabile malattia che da lì a poche settimane lo avrebbe portato alla morte.
Il nuovo eletto, Domenico Morosini, proveniva da una ricca famiglia veneziana che già da due secoli si era distinta nella vita economica e commerciale della città.  Il dogato del nuovo doge coincise con un periodo eccezionalmente positivo per Venezia.  
Nel 1149 venne siglata la pace coi Normanni che riconobbero l'influenza di Venezia nell'Adriatico; i rapporti con Bisanzio erano più che ottimi e il nuovo imperatore d'Occidente, Federico, salito al trono nel 1152 aveva già confermato tutti i passati privilegi ai Veneziani.
Lo straordinario periodo di pace consentì inoltre, la febbrile ripresa delle attività edilizie in laguna e specialmente a Rialto dove veniva ultimato anche il campanile di S. Marco dopo 250 anni dalla posa della prima pietra.
Nel 1156 si concludeva con la morte del doge, un dogato dunque, estremamente positivo per Venezia il cui orizzonte, tuttavia, come del resto quello dell'intera penisola, andava velocemente oscurandosi.
Spetterà al successore Vitale Michiel II, l'arduo compito di destreggiarsi nella mutata scena politica dopo la discesa nella penisola dell'imperatore Federico I Barbarossa. Inizialmente, tuttavia, il governo veneziano risultava impegnato su di un altro fronte molto più vicino e vitale: l'Adriatico.
Il re d'Ungheria, infatti, si era nuovamente impossessato di alcune città dalmate mentre più a sud la flotta veneta si scontrava ripetutamente coi pirati anconetani che da tempo osteggiavano i traffici mercantili delle navi veneziane con il più o meno tacito appoggio dei rivali pisani.
Impegnato a salvaguardare la supremazia nel mar Adriatico, il doge trovò nel Patriarca di Aquileia Ulrico, un ulteriore motivo di preoccupazione. Con l'aiuto dei più potenti feudatari friulani, questi infatti ritentò l'impresa del suo lontano predecessore Peppone, conquistando la città di Grado sede della rivale diocesi e centro spirituale della Venezia lagunare. La risposta del doge non si fece attendere ed in breve tempo riuscì a recuperare la città, catturando lo stesso patriarca ribelle che venne tradotto a Venezia assieme a dodici canonici del suo seguito.
Dopo un periodo di prigionia ad Ulrico venne resa la libertà a patto che si impegnasse a pagare ogni anno al governo veneziano un tributo di un toro e di dodici porci. Gli animali dovevano essere spediti a Venezia per il giorno di giovedì Grasso, giorno dell'ottenuta vittoria. Questa circostanza fu all'origine di una delle feste più singolari di Venezia.
Gli animali, una volta arrivati in laguna, venivano portati nel giorno stabilito nella stanza del Piovego a Palazzo Ducale. Qui erano stati in precedenza costruiti dei castelli di legno rappresentanti le fortezze dei feudatari friulani. In questa scenografia veniva pronunciata la sentenza di morte degli animali. Alla categoria dei fabbri, quella che più degli altri si era distinta nella storica circostanza, spettava l'onore di tagliare la testa al toro quando gli animali venivano infine portati, il giovedì grasso, nella piazza maggiore per essere appunto ammazzati alla presenza del doge. Esaurita la mattanza il doge tornava nella sala del Piovego seguito dal popolo e qui abbatteva con una spada tutti i castelli a memoria della raggiunta vittoria, ma anche quale monito futuro per i friulani e per il loro Patriarca.



Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA, volume 1, SCRIPTA EDIZIONI
Link: http://www.storiavicentina.it