giovedì 9 maggio 2019

VAL D’ILLASI RILEVAMENTI ARCHEOLOGICI A CURA DI LANFRANCO FRANZONI. 1975

Carta archeologica Val d' Illasi 1975





Prov. Verona, Com.Selva di Progno.

In località imprecisata si rinvennero oggetti del Neo-eneolitico. Nella sabbia ghiaiosa, alla profondità di cinque metri, fu trovata un’accetta di bronzo. Dispersi. (F. Zorzi)

L. Pigorini, in “B.P.I.”, II, 1876, p. 131.
A. GoiranCatalogo degli oggetti presentati all'Esposizione preistorica Veronese,Verona 1876, p. 51.


Prov. Verona, Com.Velo Veronese.

a)         Nei Covoli di Velo, specialmente nel secolo scorso, si rinvennero a varie riprese, materiali preistorici. Essi furono però raccolti senza riguardo alla stratigrafia e quindi oggetti di epoche diverse vennero confusi. Si ritrovarono numerosi manufatti di selce, in gran parte neo-eneolitici, cocci e qualche vaso intero neo-eneolitici e dell’età del ferro, resti di fauna olocenica e pleistocenica, (Ursus speloeus).A queste ultime erano associate industrie del Paleolitico Medio (Musteriano alpino? ). (F. Zorzi).

G. OmbontDi alcuni oggetti preistorici delle caverne di Velo Veronese, in “Atti della Soc. It. di Se. Nat.”, voi. XVIII, Milano 1875.
G. Pellegrini— G. Omboni, in “Arch. Antr. Etn.”, voi. V, Firenze 1875, pp. 85, 133, 403.
G. Strobel, in “B.P.I.”, II, 1876, p. 11 sgg.
A. GoiranCatalogo degli oggetti...,pp. 15 e 19.
G. Pellegrini— G. Omboni, in “B.P.I.”, XXV, 1899, p. 210.
R. Battaglia, in “B.P.I.”, XLIII, 1923, p. 130.
F. ZorziContributo alla conoscenza della civiltà campignana nel Veronese,in “Memorie del Museo Civico di St. Nat. di Verona”, I, Verona 1948.

Alla sommità del Monte Purga si trova un piccolo castelliere, scavato sistematicamente da F. Zorzi nel 1950. Tale scavo mise in evidenza una parte del sistema difensivo e permise di raccogliere copiosi materiali, specialmente cocci dell’età del ferro. (F. Zorzi)
Museo Civico di St. Nat. — Verona.

F. ZorziIl castelliere di M. Purga di Velo Veronese,in “Atti dell’Accademia di Verona”, serie V, voi. XXVI, 1949-50.

L’Orti segnala di aver scoperto sul Monte Purga molte monete romane. Fra queste, egli descrive una moneta d’argento spettante alla gens lulia,una di bronzo d’Augusto ed un’altra di Gordiano Pio. Fra le altre rinvenute, ricorda che ve ne fossero di Claudio il Gotico, di Tacito, di Costantino, di Teodosio, di Graziano e di Valentiniano III. Lo stesso A. avverte che sul monte Purga “veggonsi qua e là sparsi gli avanzi di ben munita fortificazione”.

G. Orti,Sopra un frammento d’antica consolare iscrizione,Verona 1833, Cfr. p. 7, nota 1.


-S. VITALE.

Prov. Verona, Com. RovereVeronese.


San Vitale,  frammento epigrafico romano   ((Li? )ciniano) , ora scomparso 


Già denominato S. Vitale in Arco, che taluno spiega: in Arce. Il  Da Persico ricorda che presso la chiesa venne scavata una statuetta di Mercurio in bronzo, coi talari ai piedi, caduceo nella sinistra e borsa nella destra. L’Orti elenca vari ritrovamenti che attestano come esistessero in luogo abitazioni civili di età romana. Egli stesso potè osservare tessere musive di marmo bianco, varie tegole, frammenti d’intonaco fatti a marmorino, di colore in parte cenere ed in parte rosso, una piccola macina a mano in porfido, un frammento di cornice ed uno di capitello corinzio in marmo.
Le monete romane di cui l’Orti ebbe notizia già erano andate disperse; sembra che ve ne fossero di Galba e di altri imperatori. Lo stesso Orti raccolse voci sul ritrovamento di vasi di vetro e di cotto, nonché di armi e di fibule. Già murato nella chiesa, si ricorda un frammento epigrafico avente i caratteri alti dodici centimetri: C.I.L.,V, 3349. Tolto, non si sa quando, da questa più sicura sistemazione, perdette recentemente un pezzo, impiegato nella muratura di una scaletta esterna e, nell’ottobre del 1967, anche il frammento maggiore corse pericolo di essere distrutto. Di fatto fu tolto dalla piazza dove si trovava. Ora è appoggiato al muro di una casa dietro la piazza. L’epigrafe ricorda un Console (Li? )ciniano, che, secondo l’Orti, potrebbe essere il consul suffectus dell’anno 739 ab U.c. 
L’Orti concludeva che l’iscrizione era originariamente inserita in un’opera militare di fortificazione “valendo a provarlo con ogni precisione i ruderi che rimangono”. —
Recentemente, F. Sartori ha esposto i termini relativi al problema dell’ identificazione di questo console, elencando quattro consoli aventi il cognomen Liciniano (e fra questi non si trova quello dell’anno 739 di Roma) ed un console Fulciniano, e concludendo che è conveniente lasciare impregiudicata la questione.

G. B. Da PersicoDescrizione di Verona,II, p. 341.
G. G. OrtiSopra un frammento d’antica consolare iscrizione, Verona 1833.
F. SartoriVerona,I, p. 213 sg.
G. SolinasRovere Veronese,Verona 1960, pp. 74.


Prov. Verona, Com. Badia Calavena.

Nella primavera del 1893, sulla sinistra del Progno, poco a sud della Piazza Mercato, sullo spalto ghiaioso quasi adiacente al Progno, e precisamente ad undici metri sopra il livello di questo, si rinvennero: uno strato di ghiaia fluviale spesso circa un metro e quindi uno strato di terra nerastra dello spessore di cinquanta centimetri. In questo strato, messo a nudo per un centinaio di metri, si trovarono moltissimi cocci di impasto grossolano, taluni con impressioni digitali od altri ornamenti. Insieme ad essi v’erano ossa, schegge di selce, pezzi di basalto.
Sulla destra del Progno. In località “Guerre”, a novanta centimetri dal suolo, si rinvenne una straordinaria quantità di cocci somigliantissimi a  quelli dell’altra stazione. Si raccolsero pure alcune anse ad anello, due piccoli globi fittili, una grande quantità di industria litica con accette bifacciali, abbondanti ossa di animali. Si esplorò un'area di circa cento metri quadrati. (F. Zorzi)

C. Cipolla, in NSc 1894, p. 332 segg.

 Alla destra del Progno. sull’ ultimo strato di ghiaia, nei piani Cieno-Gamberoni, nel 1893, si rinvennero le fondamenta di un antico edificio, con numerosi frammenti di tegole romane. - Parte degli oggetti venuti in luce in questa zona nel secolo scorso furono raccolti e conservati dal rev. Giovanni Cieno, ma in seguito tutto è andato disperso. Egual sorte sembra toccata anche al frammento epigrafico segnalato dal Cipolla nella cantina della canonica di badia, (C.I.L.,V, 8848).
Gianni Faè  segnala come località che hanno dato reperti preistorici il terrazzo della Val Damati, il cocuzzolo del Monte Nàute e il Monte S. Moro. Il Monte Nàute, a nord ovest di Badia Calavena, presenterebbe le caratteristiche di un castelliere protostorico, probabilmente dell’età del ferro.

G. F. CienoI due monasteri di Badia Calavena,Verona 1905.
G. SolinasGiazza— / Tredici Comuni Veronesi e Mons. Cappelletti, Verona 1959, p. 19 sg.
G. Faè, Badia Calavena,Verona 1964.
G. Solinas, in “L’Arena”, 2 agosto 1964.



Prov. Verona, Coni. Badia Calavena.

Su questo monte ad est di Badia esiste un castelliere dell’età del ferro, con tracce di epoche più antiche. Nello strato superficiale si ritrovarono cocci con anse a cilindro retto, frammenti di macinelli e qualche selce. Scavi sistematici dovrebbero dare risultati apprezzabili.
Museo Civico di St. Nat. — Verona.

U. GrancelliVestigia di abitati castricoli nella Lessinia,in “Atti e Memorie dell’Accademia di Verona”, serie VI, voi. IV, Verona 1954, p. 27 sgg.


Prov. Verona, Com. Tregnago.

Nell’area del Castello di Cogollo, che sorge su un'altura, si rinvennero costruzioni e materiali di epoche diverse, dal periodo preromano a quello barbarico. Fra l’altro, venne in luce una fossa comune di forma quadrangolare, di m. 9,50 X 10 e profonda m. 2, limitata da muriccioli. Vi erano moltissime ossa umane e di animali. In altri punti si trovarono un gran numero di fusaiole di terracotta, una in pasta vitrea blu. numerosi cocci dell’età del ferro e più antichi, alcune cuspidi di freccia ed un coltello in ferro, nonché una moneta di bronzo di età imperiale.

C. Cipolla, iNSc.1890, p. 95*e 1891, p. 108.
D. Nordera, La Parrocchia di S. Biagio di Cogollo,Verona 1950.



Prov. Verona, Com. Tregnago.



Tavola di pietra sulla piazza della Chiesa parrocchiale sostenuta da quattro tronchi di colonna .. tra di essi  un miliare


In località imprecisate si rinvennero oggetti sporadici dell’età del bronzo, tra cui un'accetta levigata in cloromelanite con taglio largo e leggermente arcuato. Alcune sepolture, probabilmente dell'età del bronzo. furono messe in luce durante lavori edili nel 1888. in località “Costa delle Saline".  Gli oggetti rinvenuti furono acquistati dal prof. F. Cipolla.
Testimonianze di insediamenti umani di età preromana si raccolsero a Scorgnano (Campo Cazzola) ed a Marcemigo (Campo Battisti). I reperti, già conservati presso il rev. Giovanni Cieno. parroco di Badia Calavena, sono da considerare perduti
.
A. GoiranCatalogo degli oggetti presentati all' Esposizione preistorica veronese, Verona 1876.
L. Pigorini, in “B.P.I.”, II, 1876, p. 131.

Il Da Persico, nel 1820, annotava: nella facciata della chiesa maggiore v'ha un frammento di testa di vitello....idolo del gentilesimo...”
Nel 1858 fu tolto e fatto a pezzi. — Fino al 1840 circa, in una piazza detta Tombelè, situata a pochi passi a nord della chiesa, si vedeva un esteso rialzamento di terra in cui si trovarono scheletri di guerrieri con scudi, elmi, corazze, lutto andò disperso. E’ molto probabile che si trattasse di un sepolcreto barbarico.

Verso il 1875, in località Figarolo, un contadino rinvenne, durante l'aratura una piccola statuetta di bronzo (alt. cm. 6,7), rappresentante Minerva. Per una identificazione con un bronzetto del Museo Arch. di Verona (Inv. n. 229) bisognerebbe pensare ad una inversione delle cifre (cm.7,6 anziché 6.7). 

Un secondo bronzetto del Museo Arch., assolutamente eguale (Inv. n. 230) è indicato come rinvenuto a Tregnago nel 1886. Dello stesso anno sarebbe il ritrovamento del bellissimo Lare di bronzo (alt. cm. 21.7), che si conserva al Museo Arch. con la denominazione di “Lare di Tregnago".

Nell'inverno 1878-79, scavandosi una fossa nell’area delle carceri, si trovò un’urna cineraria di vetro, chiusa entro un’altra fittile.

Nell'estate del 1879, mentre si ricostruiva la chiesa parrocchiale, si scoprirono due cippi (alt. m. 0.83), con trofei d’armi in rilievo. Sono ora al Museo Arch. di  Verona,  insieme con frammento di grande ara funeraria, rinvenuta nella stessa occasione: Pais, S.I.. 642.

Nel 1882. durante i lavori per la costruzione della linea del tram, all' ingresso del paese, si scopri' una tomba romana, che fu subito distrutta. Il Cipolla potè osservare un frammento di ossuario di vetro, un pezzo di vaso fittile, un balsamario vitreo e frammenti di embrici. Pochi metri a nord della tomba, nella stessa occasione, si trovò una macina di trachite, del diametro di m. 0,33.   

Alcuni anni prima, presso la Croce del Vento, lungo la strada che porta alla frazione dei Finetti, si rinvenne una cassetta formata di embrici, contenente insieme a vasi minori un ossuario di bronzo. Tutto andò disperso. 

Ancora una tomba fu scoperta a Tregnago nella piazzetta Lago Vecchio. Accanto allo scheletro fu trovata una lucerna fittile con un mastino gradiente a destra nel disco.

Nel 1885, in uno sbancamento di terreno ad est della chiesa parrocchiale, si recuperarono alcuni oggetti antichi, che il parroco offri al Museo Civico di Verona. Si tratta di tre lucerne monolychni,  con figurazioni nel disco: un vaso, un pesce, un ramo di quercia; di una statuetta di terra  giallognola, con piedistallo, alta m. 0,18, rappresentante un Lare, vestito di breve chitone, il braccio sinistro alzato ed il destro disteso lungo il fianco. Si trovarono poi due piccole monete, una delle quali di Faustina ed un arco di fibula, formato di foglie concatenate.

Nel gennaio del 1907, fu scoperto un ossuario fittile nel vivaio forestale, alla profondità di m. 1,50. Conteneva ossa bruciate, un balsamario fittile alto cm. 7,5 ed uno strigile in bronzo, rotto in tre pezzi.

Nel 1914, in località Coppo, alle falde del castello medioevale, a circa m. 2,50 di profondità, si trovarono i residui di un rogo. Sotto una specie di tetto, costituito da embrici, si trovava un ossuario fittile in mezzo a terra nera frammista a carbone. L’ossuario conteneva frammenti di ossa, una tazza col codolo diritto in bronzo, una fibula, un unguentario di vetro, due M.B., uno di Augusto e l’altro di Adriano.

Fra le iscrizioni di Tregnago meritano speciale menzione una dedica a Marte (C.I.L.,V, 3263-perduta), ed una alla Fortuna, proveniente da Marcemigo ed ora al Museo Arch.(C.I.L.,V, 8841).

Devono poi essere ricordate: C.I.L.,V, 3390, perduta; C.I.L.,V, 3565 e Additamenta, ora al Maffeiano. 

Secondo il Cipolla è di Tregnago anche: C.I.L.,V, 3568, perduta. 

Il titolo funebre: C.I.L.,V, 3588 che il Pais, S.I., 620 dice trasportato a Verona in casa Cipolla, è ora al Museo Arch. 

— Già nella chiesa parrocchiale ed ora perduto è C.I.L.,V, 3602. 
Invece il cippo C.l.L.,V, 3741, già ivi usato come acquasantiera, pervenne al Museo Maffeiano ancora nel 1779. 

Nel 1880 il Cipolla segnalava impiegato come soglia dell’oratorio il titolo C.I.L.,V, 8874.
La grande stele di C. ValeriusIsmarus (C.I.L.,V, 3802), al Maffeiano, che il Mommsen dà come proveniente da Tregnago, secondo lo Sgulmero invece sarebbe legnaghese. 
Sono da ricordare, anche due altre iscrizioni, ora perdute, cioè: Pais, S.I., 630 e 650.
Si ignora la sorte di un frammento di iscrizione sepolcrale, posta dal padre Cusonio Celere al figlio Cusonio Quadrato, che il Cipolla segnalò nel 1893.

Nell’estate del 1971, L. Franzoni individua un miliare in uno dei quattro sostegni angolari della tavola marmorea sulla piazza della parrocchiale. Liberato parzialmente dalla terra fino ad un’altezza di cm. 95, vi si legge: D(omino) n(ostro) Fl(avio)  Iovia/no victori/ac triumfato[ri]/semper Aug[(sto)] / b(ono) r(ei) (p(ublicae) n(ato) / m(ilia)  p(assuum) VIII. La sua collocazione antica, sulla Via Postumia, doveva cadere a Vago di Lavagno. 
Due altri miliari dell’imperatore Gioviano (363-364) sono a Verona, al Museo Maffeiano. Di provenienza ignota, è probabile che anch’essi appartengano a questo tratto della Postumia.

C. Cipolla, in NSc.1880, pp. 167, 366, 455; NSc.1882, p. 366;  NSc. 1883, pp. 8, 102;  NSc.1884, p. 3;  NSc.1885, p. 30;  NSc.1888, p. 614;  NSc.1890, p. 95;  NSc.1891, p. 108.
F. CipollaNSc.1893, p. 131.
P. SgulmeroSe Caio Valerio Ismaro liberto di Agrippa sia di Tregnago o di Legnago,in “Atti dell’Accademia di Verona”, serie IV, voi. I, Verona 1900.
G. Gerolain“Madonna Verona”, II, 1908, p. 45.
C. Cipolla, in “Madonna Verona”, VIII, 1914, p. 68.
O. PegreffiRicerche sui liberti, in “Epigraphica”, II, p. 217.
L. Franzoni, Bronzetti romani del Museo Archeologico di Verona, Venezia 1973.


Prov. Verona, Com.Badia Galavena.

Ivi fu trovata parte di un’ara votiva a Giove Ottimo Massimo, posta da C. Firmius Cogitatus (C.I.L.,V, 8842). E’ ora al Museo Arch, di Verona.





mercoledì 8 maggio 2019

SDRAIONA: DONNA DETTA DI "FACILI COSTUMI", LIBERA O IN CASA DI PIACERE.




SDRAIONA.   Il nome romano derivava dalla posizione professionale. Al tempo della Roma papalina esistevano 600  lupanari o case che ospitavano le prostitute per l'esercizio del loro mestiere. Benedetto Blasi, (1980) ricorda che il tratto delle mura da Porta del Popolo all'antico ingressi di Villa Borghese, conosciuto con il nome di Muro Torto, o “Muro Malo” serviva, dai tempi più antichi  fino al  1800 inoltrato a seppellire i giustiziati impenitenti, ladri, assassini, presunti stregoni, streghe, e….meretrici, i corpi senza vita di coloro che non erano "degni" delle cerimonie religiose. 

Malgrado questo le prostitute verso il 1592, erano talmente cresciute di numero da costringere il cardinale Rusticucci a notificare il seguente bando: "Poiché l'esperienza ha mostrato, che li luoghi già assegnati in Roma per tollerarvi le meretrici et donne disoneste, non sono capaci, si dispone di aumentare lo spazio". 

Verso il 1860 si contavano a Roma 20.000  prostitute. (a Roma la popolazione era stimata a circa 180.000 persone). Nello stesso anno, per regolamentare tale situazione, vennero istituite in Italia, con il Governo Cavour, le "case di tolleranza" o case chiuse" perché, per regolamento, potevano avere al massimo le persiane appena accostate o chiuse del tutto, fermate da una catenella con lucchetto interno ad impedirne l'apertura totale. 

Esisteva una tabella delle tariffe, diversa per ogni classe di case, delle prestazioni: case di 1. classe, lire 5; case di 2. classe, dalle lire 5 alle lire 2; case di 3. classe, al di sotto delle lire 2.  

Nel 1862, morto Cavour ed essendo ministro Rattazzi, la tabella fu completata con la seguente postilla: "Tali tariffe vanno, com'è naturale, riferite ad un semplice trattenimento". 

Verso il 1930, le case di tolleranza erano, in Italia, 560. 

A Roma ce ne erano 17, così ubicate: due in Via Arco della Pace, due in Via Mario de' Fiori, una in Via del Pellegrino, due in Via Cimarra, e poi in Via dei Coronari, in Via Angelo Campanella, in Via dei Capocci, in Via della Fontanella, in Via Laurina, in Via Capo le Case, in Via degli Avignonesi, in Via dei Cappellari, in Via del Leonetto ed infine, la più cara e quella più di lusso, in Via di Fontanella Borghese. Le case chiuse erano intensamente frequentate da ogni categoria di cittadini. 

Per la maggioranza, l'incontro con le donne e la conseguente scelta avveniva in un salone più o meno grande fornito di panche al muro o di poltrone o di divani. Per i clienti di livello sociale superiore le case disponevano di ingressi riservati e di salottini discreti dove l'ospite rimaneva solo, in attesa che le "pensionanti" andassero a trovarlo per farsi vedere e scegliere. 

Quando la casa aveva soltanto un ingresso comune, il movimento del cliente discreto veniva regolato in modo che egli non potesse essere veduto né al suo ingresso né quando usciva. Una buona mancia alla portiera facilitava molto la manovra. 

La portiera e la "maitresse" erano i perni sui quali girava tutta l'attività pubblica della casa chiusa. La portiera doveva "filtrare" i clienti, controllandoli uno ad uno, per lasciare fuori gli eventuali ubriachi, gli ammalati, le persone sporche o miseramente vestite e, soprattutto, i ragazzi (per lo più studenti che avevano marinato la scuola) di età inferiore ai 18 anni, come era prescritto dal regolamento di polizia. In questo caso, la lotta era più difficile perché i ragazzi, pur di entrare, erano capaci di qualunque astuzia, fio al punto di alterare la propria data di nascita sula carta d'identità. 

D'altra parte, i ragazzi non erano proprio ben accetti nelle case di tolleranza perché, oltre alla loro naturale indole chiassosa, erano quasi sempre sprovvisti di denaro per cui si limitavano a divertirsi guardando e cercando di toccar (tastare) il più possibile le signorine senza combinare nulla di positivo. Questo modo di comportarsi a vuoto si chiamava "fare flanella". Inutilmente la maitresse esortava i giovani - ed anche gli altri, non giovani - a decidersi di scegliere la loro donna con la tradizionale esortazione: "Ragazzi in camera!". 

Molte iniziazioni ai piaceri del sesso sono avvenute, con soddisfazione e con ottima istruzione per i giovani, in case cosiddette di malaffare. Invece, anche in questo caso, quelle istituzioni erano utili per lo "sverginamento" del giovane. Tali industrie costituivano sempre un affare per i loro tenutari o imprenditori o proprietari, che spesso erano persone rispettabilissime dell'alta borghesia.  L'unico rischio che si poteva correre era quello di contrarre dalla sdraiona, che a sua volta era stata vittima del contagio da un uomo, le più famose malattie derivanti dal sesso: blenorragia e sifilide. 

A questo danno si cercava, da parte delle Autorità (qualcuna delle quali era sovente ospite gradito e riverito dei casini) di porre un argine, prescrivendo alle signorine di subire due volte la settimana, nella casa, un controllo da parte di un medico dermatologo. Se egli sospettava la presenza di una infezione, toglieva la donna dalla circolazione, facendola ricoverare in un ospedale - rinomato per quel tipo di specializzazione - quello di San Gallicano. In questo caso a Roma si diceva che la donna era entrata a Santa Galla. Le visite di controllo venivano annotate in un libretto personale che era rilasciato inizialmente, dopo registrazione della donna, dalla Pubblica Sicurezza. 

Le donne delle case chiuse avevano diritto ad un giorno di riposo ogni settimana, purché non fosse di sabato né di domenica, che erano i giorni di maggior lavoro. Per la strada, le signorine erano eleganti, educate ed inaccessibili perché, almeno in quel giorno, intendevano proprio riposare e fare a meno degli uomini, salvo che non avessero un amico esclusivo del cuore. 

L'utile netto delle donne era di circa la metà degli incassi, dal quale doveva essere detratta la pensione e le altre spese di casa. L'età minima era di 16 anni. I casini avevano un orario di apertura e di chiusura: dalle 10 alle 24. In ogni caso, era proibito ai clienti di trascorrervi la notte. Ciò avveniva soltanto clandestinamente e ad un prezzo vantaggioso (non per il cliente ovviamente). 

Le ragazze venivano chiamate quasi sempre con nomi di battaglia in rapporto alla loro provenienza: La Bolognese, la Torinese, la Romanina, la Milanese e così via. Le case di tolleranza vennero chiuse per legge (promotrice la senatrice socialista Merlini) il 20 settembre 1958.

Fonte: srs di  Paolo Taffoni, da  Facebook , Amanti della storia romana, del 24 settembre 2018 

Ps:  Luigi Stanziani.  Posso solo aggiungere che sull'isola Tiberina, prima della farmacia, c è una targa in travertino, purtroppo sempre meno leggibile, che ricorda come il restauro del Ponte fu pagato con la tassa sul meretricio.




domenica 5 maggio 2019

MALEDETTA TAV.




Maledetta TAV. Buchi nelle montagne, cantieri per decenni per fare arrivare le mozzarelle a Lione venti minuti prima, quando si potrebbero impiegare i fondi per cose più utili e continuare a usare la linea rinnovata nel 1961.

Maledetta linea del 1961. Cantieri infiniti, chilometri di cavi elettrici per fare arrivare le mozzarelle a Lione mezz'ora prima, anziché impiegare i fondi per cose più utili e continuare ad usare la vecchia linea con alimentazione trifase del 1918.

Maledetta lineacon alimentazione trifase del 1918. Chilometri di cavi elettrici pericolosissimi per fare arrivare le truppe al fronte sei ore prima, anziché usare i fondi per cose più utili e continuare a usare la linea a binario semplice.

Maledetta lineaa binario semplice. Isolare Susa dalla tratta internazionale, vent'anni di progetti per il traforo per fare arrivare la posta in Savoia due giorni prima, anziché usare i fondi per cose più utili e continuare a usare la linea del Moncenisio.

Maledetta lineadel Moncenisio. Locomotive puzzolenti e disastri ambientali per fare arrivare quaranta persone sette ore prima, anziché usare i fondi per cose più utili e continuare a usare le diligenze sulla strada napoleonica.

Maledetta strada napoleonica. Anni di lavori, paesaggi disastrati, per fare arrivare le truppe in Italia tre giorni prima, anziché usare i fondi per cose più utili e continuare ad usare la vecchia strada romana.

Maledetta strada romana. Decenni di lavori, innumerevoli morti per fare arrivare le legioni in Gallia tre settimane prima, anziché usare i sesterzi per cose più utili e continuare a usare i sentieri con gli asini.

Maledetti sentieri con gli asini. Bestie sfruttate per fare arrivare le ceramiche villanoviane due mesi prima anziché usare le conchiglie per cose più utili e continuare a usare le ruote di pietra.

Maledette ruote di pietra. Settimane di lavoro a scheggiare la selce e schivare i puma per fare arrivare il pesce secco sei mesi prima, anziché usare i sassolini luccicanti per cose più utili e continuare ad andare a piedi.

Maledetta andatura bipede. Si stava meglio sugli alberi."




S.Q.


Non so chi l'ha scritta,  comunque  è un genio

sabato 4 maggio 2019

GUARITORI E JUSTA O TIRA OSSI" NELLA LESSINIA DEL PASSATO




Le malattie hanno sempre rappresentato per l'uomo un fatto di estrema crisi e soprattutto riproposto problematiche di ordine sociale, individuale, filosofico e religioso. Le malattie mutano, anche profondamente, la quotidianità della vita, il modo di viverla e di rapportarci con gli altri e divengono fonte di insicurezza e pongono spesso l'individuo che ne è colpito nell'afflizione della disperata ricerca della cura e in una diversa ottica di percepire il significato delle cose.

Al giorno d'oggi, sebbene molti mali che affliggono l'umanità sono ancora incurabili, i progressi della medicina e della chirurgia sono stati enormi e le probabilità "de salvarse la menega" sono ben più elevate rispetto al passato, ove si dovevano non solo fare i conti con una medicina e pratiche mediche ben più rudimentali e grossolane, ma soprattutto con una povertà dilagante che permetteva solo a pochi di potersi curare. Si ricorreva quindi a metodi tradizionali e naturali, soprattutto quelli fitoterapici, a salassi, polverine, "tira o jùsta ossi", "praticoni" e guaritori con la speranza della salute.





Giulia Castagna, la famosa "justa ossi" e levatrice della Lessinia. Nel libro " Vita e tradizione in Lessinia" di Ezio Bonomi è contenuta una intervista della sig.ra Castagna sulla "comarona de Velo" (Pulcheria Caprara) -



Ai primi sentori di un qualcosa che non andava si ricorreva subito a qualche riparo perchè "l'è mejo prevenìr che curàr". In ambito familiare erano soprattutto le madri o comunque le donne di casa ad accorgersi che qualche membro della famiglia "el ghea carcossa che no và"; il pallore o l'eccessiva colorazione fornivano il segnale visivo di un malessere e subito si provava a verificare se vi era la "fear" (febbre). In passato i termometri erano una vera rarità e per misurare la febbre si appoggiavano le labbra sulla fronte dell'ammalato per poterne percepire la temperatura; si guardavano attentamente i "sudorini freddi". Il pallore, il rossore, le mani fredde e sudate, "i calamàri" (le occhiaie), l'assenza di sonno, la spossatezza, gli occhi lucidi, arrossati, la lingua gonfia o bianca erano i primi segnali di un malanno. L'iniziale rimedio consisteva in un buon sonno ristoratore, dando magari prima di andare a letto una scodella di brodo caldo di gallina o un buon bicchiere di latte caldo con un po' di miele e grappa "parchè se suda fora el màl".
Con il perdurare del malessere il primo consulto avveniva in famiglia, rivolgendosi soprattutto ai "pì veci" perchè di maggiore esperienza di vita e soprattutto "parchè avendo vivesto de pì i pol èrne ìste de pì e saerla pì longa". 
Nel caso di febbre alta si ricorreva alle "strasse bagnè in tel acoa freda" ed avvolte alle caviglie, ai pulsi e sulla fronte per cercare di abbassare la temperatura. Qualora questi rimedi non fossero in grado di sortire alcun effetto si ricorreva al "spesiàl" (farmacista) che presso la "fermacia" (farmacia) avrebbe sicuramente preparato qualche polverina per alleviare i malanni. 
Dal medico invece ci si recava assai raramente, solo quando si aveva provato di tutto senza ottenere alcun risultato soddisfacente e questo perchè in passato, soprattutto in un mondo contadino e montanaro come quello lessinico "de schèi ghe n'era gran pochi" ed il medico doveva essere pagato per le sue prestazioni. Infatti quando nella disperazione si ricorreva all'intervento del medico insorgevano spesso problemi per la retribuzione, poichè se non si rientrava nell'apposita lista comunale delle famiglie povere per le quali provvedeva il comune, era invece necessario pagarlo di tasca propria. Non erano affatto rari i casi in cui, stante le misere e ristrette condizioni economiche dei più, il medico veniva pagato con qualche salame, pezzo di formaggio, uova o prodotti agricoli. I medici del passato, anche in Lessinia, erano spesso soliti attuare i cosiddetti salassi, cioè applicare delle sanguisughe ("le sanguete") sul corpo dell'ammalato per privarlo di parte del sangue "cattivo"; sortendo però non di rado l'effetto contrario di indebolire ancor di più l'ammalato. Nonostante la gente del passato ricorresse piuttosto raramente al medico essi avevano comunque sempre un gran lavoro, sia di giorno che di notte.

Molto più spesso si ricorreva invece alla figura dei cosiddetti “guaritori”, cioè di quei soggetti che con l’uso di riti magici, di pratiche e di sostanze, spesso di origine vegetale, cercavano di porre rimedio ai malanni. Anche nella Lessinia del passato in ogni paese erano conosciute persone che, a secondo dei bisogni, venivano ricercate per porre rimedi ad infortuni, malori e problemi di salute di uomini ed animali. Non di rado soprattutto tra le persone più superstiziose si ricorreva ai “striossi” poiché si riteneva che molti dei malanni fossero derivati da “striamenti e angurassìoni”, per cui essi si sarebbero potuti eliminare solo con altre “fatture”. Si trattava chiaramente nella maggior parte dei casi di imbroglioni e ciarlatani che facevano pressione sull’ignoranza e la superstizione popolare, ma talvolta vi erano tra loro dei veri e propri esperti di fitoterapia.

Fonte: da facebook, Amici di Velo del 22 aprile 2019 

venerdì 3 maggio 2019

LE MANIFESTAZIONI DEMONIACHE DELLA CASA DEL BRIGANTE "TOMASIN" DELLA CONTRADA COMERLATI DI VELO VERONESE E LO SBRIGATIVO METODO DI "TITA MARTAREL" PER LIBERARLA DAGLI SPIRITI -


I RACCONTI NEI FILO' DELLA LESSINIA DEL PASSATO.


Contrada Comerlati,   casa del brigante  Tomasin


Nella cultura e nella tradizione popolare di molti paesi una casa stregata (o casa infestata) è un'abitazione che è ritenuta coinvolta in presunti eventi soprannaturali o fenomeni paranormali. Tradizionalmente una casa stregata può essere infestata da fantasmi, da poltergeist o entità malevole come demoni.

Si ritiene che le case stregate siano spesso abitate da spiriti di trapassati che si presume fossero i precedenti abitanti o avessero una qualche familiarità con quella data abitazione. La presunta attività soprannaturale all'interno di queste case viene associata principalmente ad eventi violenti o tragici che sarebbero avvenuti al loro interno, come omicidi, morti accidentali o suicidi, nel passato recente o remoto. Talvolta si ritiene però che in quel luogo vi siano manifestazioni demoniache derivanti ad esempio dall’aver “venduto l’anima al Diavolo”.

In molte culture e religioni si ritiene che l'essenza di un essere umano, cioè la sua l'anima continui ad esistere anche dopo la morte; taluni sostengono la credenza che gli spiriti dei defunti che non sono passati nell'aldilà, in alcuni casi particolari possano rimanere intrappolati all'interno delle abitazioni in cui i loro ricordi e la loro energia sono forti. Queste entità infesterebbero le abitazioni, manifestando ai vivi la loro presenza con rumori, con apparizioni, oppure con spostamenti o lanci di oggetti fisici, quali pietre o altro. Queste manifestazioni paranormali vengono presentate talvolta come "attività di poltergeist", cioè di "spiriti rumorosi" o come tradizionalmente vengono definiti nella cultura popolare lessinica i “rensaòrio regninsàori”.

Nella cultura popolare dei nostri monti le manifestazioni dei “regninsaòri” vengono descritte soprattutto come rumori prodotti da essi e sarebbero avvertibili soprattutto durante le notti ed avverrebbero all’improvviso nei momenti di riposo e di tranquillità. In sostanza questi rumori, derivanti dal lancio nel “vuoto” di pietre contro le porte o le finestre, dallo spostamento di mobili, dallo scalpitio di passi sulle scale o il rumore metallico di catene verrebbero prodotti con la specifica finalità di arrecare disturbo al sonno dei vivi. Tuttavia non vi è nella credenza popolare lessinica un’univoca concordanza nel ritenere che questi rumori siano prodotti esclusivamente dai “regninsaòri”, alcuni ritenevano infatti che si tratti di manifestazioni demoniache prodotte da “strie e striòssi” che come si sà avendo venduto l’anima al Diavolo dovevano commettere quotidianamente azioni malvagie.

Molto spesso gli strani rumori che si udivano nelle vecchie abitazioni, quali scricchiolii, ticchettii, ecc. erano invece dovuti ai materiali impiegati nelle costruzioni, dalle loro dilatazioni termiche, caratteristiche e soprattutto dagli attacchi dei parassiti (legno,ecc.). Oltretutto sono stati scoperti in passato svariati casi in cui dei buontemponi si divertivano a simulare rumori misteriosi, come lanci di sassi contro gli scuri ed i tetti delle abitazioni che spesso simulavano l’infestazione di spiriti con la finalità di deprezzare un’abitazione o un luogo per acquistarli a bassissimo prezzo.

Esistono numerosi luoghi della Lessinia che la tradizione popolare vuole infestati dagli spiriti, dove si riteneva che i rumori e le apparizioni dei “regninsaòri” deriverebbero dalla vendetta di questi per i torti subiti in vita, con l’intenzione di molestare i vivi; in alcuni casi si parla addirittura di soggetti che sono divenuti paranoici credendo appunto di essere vittima dei “regninsaòri”.

Nella Lessinia del passato erano particolarmente famosi gli episodi di questo genere che si riteneva avvenissero nell’antica abitazione, ubicata in contrada Comerlati di Velo Veronese, ove nacque e visse il sanguinario “brigante Tomasìn” (al secolo Tommaso Comerlati). La figura del “brigante Tomasìn” era avvolta dal più fitto alone di mistero e satanismo e la tradizione popolare narra appunto che avesse venduto l’anima al Diavolo per entrare in possesso del famoso “libro della fisica” di Pietro D’Abano(o “libro del Diaolo”) stipulando un presunto patto con il Diavolo per giustificare non solo la sua efferata crudeltà, ma anche le ricchezze e l’imprendibilità.

Tommaso Comerlati, descritto come un uomo di grossa corporatura e dotato di una forza eccezionale era pure estremamente astuto e scaltro, ma soprattutto dotato di una crudeltà ed una spietatezza senza pari. Nella sua casa nativa della contrada Comerlati si era creato il suo covo e l’abitazione era dotata di robuste ed alte mura in pietra, munita di un invalicabile muro di cinta e le finestre dell’abitazione, molto strette ed in posizione strategica, consentivano di poter sparare in ogni direzione e fronteggiare eventuali tentativi di assedio. Alla morte di questo terribile e sanguinario brigante, avvenuta secondo la leggenda in misteriose circostanze, la sua anima dannata, per aver venduto l’anima al diavolo, sarebbe rimasta intrappolata nella sua abitazione e di notte avrebbe manifestato ai vivi la sua maligna presenza.



Casa del  Tomasin, il portone del muro di cinta prima del restauro


La sua era un’abitazione in pietra molto imponente, dotata di un alto muro di cinta, di molte stanze e con annesse alcune stalle e dopo la sua morte vi fu sempre una certa difficoltà ad essere venduta a causa della demoniaca nomea che ebbe questo personaggio; si narrava infatti che le manifestazioni demoniache in questa abitazione fossero molto frequenti e che scoraggiassero i potenziali acquirenti. I continui rumori notturni, i lanci di sassi, provenienti dall’ignoto, contro le porte dell’abitazione e delle stalle avevano ormai terrorizzato tutti. 
Accade però che negli anni ’30 del XX° secolo un ricco possidente della contrada Riva di S. Francesco di Roverè Veronese, soprannominato “el Tìta Martarèl” (al secolo Giambattista Pomari, nato alla fine dell’800 - Appartenente al ramo della famiglia Pomari – ricchi possidenti terrieri - localmente denominati “i Martarèi”) acquistò l’intero caseggiato appartenuto in passato al temibile “brigante Tomasìn”, ivi incluse le stalle. “Tità” era un uomo molto alto - oltre due metri - e di corporatura possente, ma era il suo carattere burbero ed impavido che ne faceva un personaggio davvero unico e temuto. Si trattava di un individuo che non andava molto per il sottile e da buon rude montanaro era solito risolvere in modo spicciolo e sbrigativo, ma efficace, le sue questioni e soprattutto quelle di natura patrimoniale. L’acquisto dell’antica abitazione del “brigante Tomasìn” era per lui un buon affare e non aveva certo tempo da perdere o dare bado ai racconti popolari delle manifestazioni demoniache che si diceva vi avvenissero. Volendo mettere a frutto subito il suo investimento “Tìta Martarèl” incaricò alcuni suoi “laorenti” e “vaccàri” di recarsi sul luogo e diede loro l’ordine di abitare il caseggiato e di mettere in funzione le stalle, riempiendole con il suo bestiame. I dipendenti, seppur timorosi di quanto avevano udito dai racconti su quel quel luogo, eseguirono gli ordini del loro “paròn”. 
Tutto sembrava andare per il meglio, quando improvvisamente alcuni giorni dal loro insediamento durante una notte iniziarono ad udirsi i primi sinistri rumori. Terrorizzati da queste manifestazioni i “laorenti” abbandonarono di corsa l’abitazione dandosi alla fuga. Il giorno seguente “Tìta” fece un giro di controllo nei suoi poderi e giunse anche in contrada Comerlati e vedendo che non vi era più nessuno andò su tutte le furie. Cercò ad uno ad uno i suoi “laorenti” e li ricondusse nel loro luogo di lavoro, ammonendoli del loro comportamento ed esortandoli a “bear mànco vìn, parchè i fantasmi no i’esiste mìa ma i ghè sol che in tel fondo del bicièr!”. 
Nei giorni seguenti tutto sembrava tranquillo, quando improvvisamente durante una notte iniziarono ad essere scagliate contro le porte e le finestre delle pietre. Secondo la tradizione popolare montanara questo fenomeno rappresentava una tipica manifestazione dei “rensàori” ed i “laorenti” rimasero letteralmente terrorizzati. A notte fonda uno di loro, di corsa, si diresse verso l’abitazione di “Tìta” in contrada Riva e lo svegliò alla meno e peggio bussando disperatamente alla porta. Il “laorente”, balbettante dallo spavento e pallido come un lenzuolo gli disse:” sior paròn, sior paròn, in te la casa de Vù in tei Comerlati che i reinsaòri!. Ghe el Demonio. L’è l’anima danà del brigante Tomasìn che no la vol mìa che abitemo in te la so casa e che dopremo le so stale!. Bisogna scapàr!”. “Tìta” infuriato per essere stato svegliato a notte fonda in quel modo e di aver udito quelle sciocchezze in modo molto deciso e fermo disse al suo “laorente”: “ và a casa ai Comerlati, và là e và a dormìr parchè dimàn matina te ghe da goeràr le me bestie!. Fantasmi o briganti in casa mìa no ghe n’è!. Ghe penso mì te edarè!.”.Ubbidendo alle parole del suo padrone il “laorente”, di corsa, si diresse verso l’abitazione dei Comerlati e giuntovi si infilò frettolosamente a letto nascondendosi sotto le coperte e tremando come una foglia al vento. 
Da quell’episodio passarono alcuni giorni e non vi fu alcuna manifestazione paranormale, tuttavia i “laorenti” erano sempre più terrorizzati perché non comprendevano di che cosa si trattasse e soprattutto non sapevano affatto che cosa fare. Dopo alcuni giorni, a notte fonda ricomparvero gli ignoti lanci di sassi contro le porte e le finestre. Nel frattempo però “Tìta”, senza avvertire nessuno delle sue intenzioni quella notte decise di fare un giro presso la contrada Comerlati per rendersi personalmente conto di che cosa stesse avvenendo; prese due dei suoi potenti fucili da caccia e svariate cartucce a pallettoni. Si diresse a piedi, per non fare rumore, verso i Comerlati e quando giunse nelle vicinanze di soppiatto si avvicinò al caseggiato. Caricò per bene i due fucili e imprecando iniziò a sparare delle fucilate contro le porte delle sue stalle. Il rumore delle fucilate fu assordante ed i pallettoni, di grosso calibro, si conficcarono nel legno delle spesse assi dei portoni come se fossero di burro.  Sembra strano ma dopo quelle potenti fucilate, sparate all'impazzata nel buio e all’improvviso dall’impavido “Tìta” non si ebbero mai più manifestazioni demoniache o di “rensòri” ed i “laorenti” poterono così proseguire tranquillamente negli anni nel loro lavoro. 

Non se ne ha prova alcuna ma è quasi certo che gli strani ed ignoti rumori che si udivano nella notte, così come i lanci di sassi siano stati cagionati da dei buontemponi che si divertirono a terrorizzare la gente, simulando dei rumori misteriosi e demoniaci. Infatti i lanci di sassi contro gli scuri ed i tetti delle abitazioni erano tipici delle infestazioni di spiriti; è molto probabile che l’azione sia stata perpetrata da qualche “contraente” con l’intenzione di spaventare i “laorenti” e far circolare le voci di quanto stava avvenendo per deprezzare l’abitazione e le sue pertinenze per poterle poi acquistare a bassissimo prezzo. E’ chiaro però che costoro avevano fatto male i loro conti, infatti non avevano tenuto conto di “Tìta Martèl” che con i suoi metodi spiccioli e sbrigativi ma molto efficaci non aveva paura neppure del Diavolo

Fonte:  da Facebook di Velo Veronese del 11 febbraio 2019


giovedì 2 maggio 2019

EL PIGNATON COI SCHEI DE ORO (IL PENTOLONE CON LE MONETE D’ORO)

Monete d'oro



I RACCONTI DEI FILO' NELLA LESSINIA DEL PASSATO –

Nel mondo contadino montanaro del passato la vita era estremamente dura e difficile e anche i nostri montanari lessinici dovevano "tribolare" non poco per riuscire a mantenere le proprie famiglie. La situazione economica della maggior parte dei contadini lessinici del passato era infatti spesso piuttosto misera e le loro attività lavorative, spesso poco remunerate, occupavano gran parte della giornata. Tuttavia quando non devono lavorare all’esterno, quando il tempo non lo consentiva o si era in piena stagione invernale ed il mondo circostante era avvolto da una spessa coltre di neve gli abitanti delle nostre contrade a sera più in stalla che in casa, perché la prima non doveva essere riscaldata col fuoco, si radunavano nelle stalle riscaldate dal calore animale. Nella stalla dunque si svolgeva non solo l'attività lavorativa di accudire il bestiame, ma si praticavano anche varie attività artigianali e domestiche ma si svolgeva soprattutto un evento sociale che veniva denominato "il filò". 

Il filò, il cui termine sarebbe fatto derivare dall'attività della filatura della lana che le donne erano solite praticare nel corso di tali occasioni di raduno, costituiva un momento socialmente coinvolgente e culturalmente stimolante; vi confluiscono tutti gli abitanti di una contrada e di quelle vicine. Iniziava solitamente verso le 20 con la recita del Rosario, ma nei giorni lavorativi non si rimaneva inoperosi. Le donne filano la lana, cucivano e rammendavano gli indumenti domestici, sferruzzano; gli uomini invece realizzavano ceste o gerle in paglia o vimini, impagliano le sedie, "scartossano la polenta" (levavano il cartoccio alle pannocchie del mais), costruivano o riparavano attrezzi, ecc. Non si rimaneva mai con le mani in mano e completamente inoperosi, poiché in un mondo dove il mantenimento dipendeva esclusivamente dal proprio lavoro l'inoperosità significava non produrre e quindi non mangiare. 
Per meglio inquadrare la situazione dell'epoca calza perfettamente a questo punto la citazione del vecchio adagio lessinico che recita: "coà ghe casa lasagna, ci no laora no màgna!". Ma al filò gli uomini parlavano anche d’affari, di prezzi, di notizie; i più anziani, dotati di maggiore esperienze di vita e di ricordi, raccontavano ai piccoli le storie di "fade", di orchi, di "anguàne", di basilischi e di altre creature fantastiche e di fatti avvenuti in passato sui nostri monti. 

E' appunto nell'ambito dei filò che è nata una folta schiera di racconti, di leggende che hanno alimentato per molti anni le credenze e le tradizioni popolari.

E' soprattutto grazie all'amorevole ricerca e raccolta attuata in passato dal Cav. Attilio Benettiche una buona parte di questi antichi racconti, fiabe e leggende non sono andati persi poiché sapientemente egli li ha raccolti in alcuni libri con l'intenzione di tramandarli ai posteri .

Nei filò delle lunghe e gelide serate invernali della Lessinia del passato si raccontava anche di una leggenda, secondo la quale in qualche luogo sconosciuto dell’alta Lessinia sarebbe stato nascosto un grosso “pignatòn” (pentolone) colmo di monete d’oro zecchino.  

Si narra, infatti, che agli inizi del XX° secolo, poco prima della I° Grande Guerra Mondiale, vivesse sui nostri monti, in un luogo non ben precisato, un ricco “malgàro” che non aveva ne moglie e ne figli, ma aveva al suo servizio solo un “famejo” (o fiol a paneto); parola che deriva dal latino “famulus” che poteva assumere due significati diversi: "servo" oppure "giovane schiavo". 
Si trattava di un’antica figura di origine medievale, molto in uso anche sui Lessini sino ai primi decenni del XX° secolo, ove un giovane veniva “adottato” in famiglia o da qualcuno per il solo mantenimento in cambio di lavoro presso la famiglia o la persona che lo manteneva. 
Si narra che questo “malgàro” fosse molto ricco poiché era il proprietario di molti terreni, malghe, pascoli, mandrie di bovini e greggi di pecore, ma si diceva anche che fosse in possesso di un grosso “pignatòn” (pentolone) stracolmo di monete d’oro. 
Giunse ormai il tempo in cui era imminente lo scoppio della Grande Guerra e l’uomo, nel timore che gli venisse confiscato tutto il suo oro decise di nasconderlo in un luogo segreto, senza che nessuno potesse portaglielo via. Il “pignaton”, stracolmo di monete d’oro, era veramente pesante e da solo non sarebbe mai riuscito a trasportarlo per poterlo nascondere; dovette così farsi aiutare dal suo fidato “famejo”. Prese il suo più robusto mulo e con l’aiuto del “famejo” vi caricò il pentolone con l’oro e si diresse verso l’alta Lessinia, raggiungendo la malga di Campolevà di Sopra. 
Affaticati dal viaggio si fermarono per riposare, quando il “malgàro” scrutando bene la zona individuò il punto giusto ove nascondere il suo prezioso tesoro. Insieme al suo “famejo” iniziò a scavare una profonda buca, presero, a fatica, il pentolone e ve lo riposero iniziando a sotterrarlo. Coprirono per bene la buca, riponendovi sopra delle pesanti pietre per cercare di mimetizzare il nascondiglio e si diressero verso casa. 
Strada facendo la mente del “malgàro” venne però assalita da mille crucci e dubbi sulla segretezza e sicurezza del nascondiglio ed il Diavolo ci mise lo zampino, infatti balzò alla mente del “malgàro” l’idea che sarebbe stato opportuno uccidere il “famejo” perché in fondo era l’unico, oltre a lui, a sapere dove si trovava il nascondiglio del tesoro. Il “malgàro” era molto affezionato al suo “famejo”, ma davanti al dubbio che un giorno avrebbe potuto rubargli il tesoro, sapendo dove si trovava, non esitò a liberarsi di lui.  Lungo il tragitto del ritorno lo fece camminare davanti a lui di alcuni passi, prese la sua “rengàia” (roncola) che aveva sempre legata alla cintura e lo colpì vigliaccamente e ripetutamente alla schiena, facendolo cadere mortalmente a terra in un lago di sangue. 
Senza scrupoli, ormai in preda al Demonio, il “malgàro” fece rotolare il corpo del povero “famejo” giù per una profonda scarpata facendone perdere ogni traccia.  L’assassino pensò anche di disegnarsi una rudimentale mappa, indicando il punto esatto dove era stato nascosto l’oro, poichè con il tempo avrebbe potuto dimenticarsi il luogo esatto del nascondiglio.

Di quel tesoro, per cui aveva persino assassinato il suo fidato “famejo”, il “malgàro” non potè però mai goderne. Infatti dopo qualche anno, i briganti che ben sapevano delle sue ricchezze e che più volte avevano sentito parlare che fosse in possesso di un grosso quantitativo di monete d’oro lo rapirono, per farsi consegnare il tesoro. Lo torturarono e seviziarono crudelmente per diversi giorni, senza però ricavarne “un ragno dal buco”. Infatti il “malgàro”, nonostante le sevizie non scucì mai nessuna parola al riguardo; i briganti indispettiti dal suo ostinato silenzio alla fine decisero di ucciderlo, senza ottenere alcuna informazione sul nascondiglio e senza sapere dell’esistenza della mappa.

Per questo oro maledetto persero la vita due uomini, il “famejo” che venne vigliaccamente trucidato dal suo padrone ed il “malgàro” stesso che venne seviziato a morte per non aver mai parlato sul luogo del nascondiglio. Si raccontava che la mappa del tesoro si trovasse in qualche luogo di Badia Calavena, mentre il “pignàton co l’oro” si narrava si trovasse in qualche punto nei dintorni della malga di Campolevà. Furono infatti in molti a scavare in quella zona, nella speranza di trovare qualcosa, ma non venne mai trovato nulla poiché il Diavolo ci mise ancora lo zampino.



Fonte: da Facebook Velo Veronese del  22 gennaio 2019


mercoledì 1 maggio 2019

LA ME AMBRA LA XE VOLА IN PARADISO - LUTTO PER BEGGIATO

Ettore Beggiato e, a destra, l'amata figlia Ambra


VICENZA. «La me Ambra la xe volà in Paradiso». Grave lutto per Ettore Beggiato, fondatore della Liga Veneta, che con un post su Facebook ha dato l'annuncio della morte della giovane figlia Ambra. Centinaia i messaggi di cordoglio sui social. 
Beggiato, vicentino, studioso di storia e di cultura veneta, fondatore della Liga Veneta, nel 1985 è stato uno dei due consiglieri regionali eletti sotto il simbolo del nuovo partito, il Leon di San Marco; nel biennio 1993-95 è stato assessore regionale ai rapporti con i Veneti nel mondo. È presidente onorario dell’associazione Veneti nel Mondo.

Fonte: da il Giornale di Vicenza 1 maggio 2019 



25 APRILE 1945: SCOPPIO DEL FORTE DI CORRUBBIO

Sulla destra si vede l'entrata di Villa De Stefani, in fondo al centro la chiesa di San Martino scoperchiata e sulla sinistra i resti di Villa Banda: sopravvive solo la torre colombara circolare e ruderi del muro di cinta.



A Corrubbio di Negarine, sotto la collina di Sausto, fin dai tempi antichi furono scavate diverse cave in galleria per estrarre roccia calcarea a nummoliti, la cosiddetta “pietra gallina”, di color giallastro, molto utilizzata ai tempi come materiale da costruzione. Una di queste, abbandonata dal primo dopoguerra, venne utilizzata dall’Esercito Italiano, a partire dal 1938, per lo stoccaggio di armi chimiche e come deposito di carburante. Venne chiamata “Forte Cedrare”, dall’omonima villa ubicata poco più a sud, così chiamata per la presenza di tre grandi cedraie settecentesche, oggi non più visibili.


Via Cedrare vista dalle scuole elementari. Sul retro delle abitazioni si vede il cratere lasciato dall'esplosione.



Dopo l’8 settembre 1943 la polveriera venne occupata dai tedeschi, che in quei giorni si stanziarono in maniera massiccia in tutta la zona, utilizzando strutture come Villa Amistà, Villa Giona e Villa Betteloni come sede di comandi. Durante la loro presenza, i tedeschi riempirono il “Forte” con munizioni e materiale bellico di ogni tipo.

La collina di Sausto dopo lo scoppio.


Negli ultimi giorni della guerra, le truppe tedesche erano in ritirata e allo sbando più totale, incalzate dalle truppe alleate (americani e britannici) che dopo la caduta di Bologna del 21 aprile dilagarono rapidamente per tutta la pianura padana. Nonostante il clima di generale confusione, venne dato l’ordine da Berlino di far saltare tutti i depositi di esplosivo che si trovavano sul territorio della Valpolicella, per paura che cadessero in mano alleata. Oltre a Corrubbio, anche altre polveriere erano presenti sul territorio, come quelle di Gargagnago e di Avesa.

Veduta da Sausto verso Corrubbio dopo lo scoppio. L'edificio che si vede al centro quasi integro è la scuola elementare.


La notte del 25 aprile, intorno alle ore 22.30, il “Forte” venne fatto scoppiare con tutto il suo contenuto. L’esplosione fu tremenda e in tutta la Valpolicella venne percepita come un terremoto. Mezza collina, per un fronte di circa 100 metri, una profondità di 80 metri ed un’altezza di circa 30 metri (240 mila metri cubi di roccia) saltò per aria.
Seguì una tempesta di macigni e poi una nuvola nera, e una pioggia di polvere e sassi che durò per giorni. Corrubbio venne quasi rasa al suolo, morirono 28 civili e 7 militari tedeschi identificati, più parecchi soldati tedeschi seppelliti in fosse comuni e non identificati.
Una donna venne uccisa dalla caduta di un masso a Settimo di Pescantina, due chilometri a sud dello scoppio. Una delle più antiche ville a portico e loggia della Valpolicella, Villa Banda, venne distrutta.

All'inizio della strada in salita per Sausto.


Le testimonianze raccontano che la popolazione era stata avvertita poche ore prima dagli stessi tedeschi che il deposito sarebbe stato fatto saltare. Si narra, infatti, che il rapporto tra occupati e occupanti fosse sempre stato buono, basato sul reciproco rispetto. I militari tedeschi aiutavano la gente del posto nella vendemmia e in altre incombenze, le donne del paese lavavano e stiravano le loro divise e cucinavano per loro. Ci furono delle vittime civili probabilmente perché alcuni non vollero abbandonare le loro proprietà e le loro cose, o perché l’allarme non fu preso veramente sul serio: era infatti quella di Corrubbio una zona dove il suono delle sirene era all’ordine del giorno, data la vicinanza alla ferrovia del Brennero e quindi la forte esposizione a possibili bombardamenti.


Veduta dello scoppio dalla storica Osteria "Al fischio", che si trovava sulla strada per Castelrotto, 100 metri dopo Villa Amistà.



Oggi, un monumento posto al centro della piazza principale del paese, ricorda il tragico evento. Nel 2008 la popolazione venne insignita della Medaglia di bronzo al merito civile, per aver offerto “un'ammirevole prova di generosa solidarietà, prodigandosi nel recupero delle salme e nel soccorso dei feriti, dando un nobile esempio di spirito di sacrificio e di amor patrio”.


BIBLIOGRAFIA: L. Ferrari – C. Battistella, La luna si oscurò, 2009.
FOTO: gentile concessione di Giuseppe Galvani

Fonte: da  Facebook  CTG Valpolicella Genius Loci

lunedì 29 aprile 2019

QUANDO TI RENDI CONTO CHE, PER PRODURRE, È NECESSARIO OTTENERE IL CONSENSO DI COLORO CHE NON PRODUCONO NULLA…




AYN RAND.  QUESTA FRASE È DEL 19201 


Frase della filosofa russo-americana Ayn Rand (ebrea fuggitiva dalla rivoluzione russa, che arrivò negli Stati Uniti nella meta del decennio 1920-30), mostrando un punto di vista con cognizione di causa

Quando ti rendi conto che, per produrre, è necessario ottenere Il consenso di coloro che non producono nulla; 
Quando hai la prova che Il denaro fluisce a coloro che non commerciano con merci, ma con favori; 
Quando capisci che molti si arricchiscono con la corruzione e l'influenza, più che di lavoro e che le leggi non ci proteggono da loro, ma al contrarlo, essi sono protetti dalle leggi; 
Quando ti rendi conto che la corruzione è ricompensata, e l'onestà diventa auto-sacrificio; allora puoi affermare, senza paura di sbagliarti, che la tua società è condannata. 




domenica 28 aprile 2019

PERCHE’ IL 25 APRILE E’ UNA DATA CHE ANCORA DIVIDE




di ROMANO BRACALINI 

– Il 25 aprile doveva costituire un simbolo nazionale,un motivo di orgoglio collettivo,un riferimento forte e condiviso della nuova identità italiana, come il 4 di luglio negli Stati Uniti e il 14 luglio in Francia. Non c’è riuscito.Ogni anno i cortei organizzati dall’ANPI diventano un motivo di polemica e di divisione, come quelli che si annunciano giovedì.

Così, con tutti gli apparati della propaganda, e forse a causa di questi, il 25 aprile non è riuscito a diventare la festa nazionale che si voleva perché il suo carattere politico e di parte l’ha resa indigesta ed estranea a gran parte del Paese.

Nonostante le mistificazioni e le cifre gonfiate, la Resistenza fu un fenomeno minoritario e non influì sulle sorti della guerra. E tuttavia ho grande rispetto per quelli, pochi, che l’hanno fatta davvero, a confronto di quelli, molti, che dissero di averla fatta.

La Resistenza, inoltre, ha interessato solo la metà del paese, ovvero il Centro-Nord, dalla Toscana in su, quello stesso Centro-Nord che ha sempre rappresentato la modernità e il progresso e che darà la vittoria alla Repubblica nel 1946. Il Sud, come tutti i deboli, veniva al rimorchio.

Nel periodo clandestino i partigiani si aggiravano sulle centomila unità, forse meno; dopo la Liberazione divennero improvvisamente dai 600.000 ai 700.000, tutti in possesso di certificati più o meno autentici, più o meno compiacentemente rilasciati.

Gli uomini più avveduti dell’antifascismo avevano elencato le esigenze morali che dovevano imporsi alla coscienza nazionale dopo la tragedia che aveva distrutto il paese. L’Italia non era stata la vittima del fascismo, ma la sua più convincente rappresentazione. Che cosa fu il fascismo se non la sintesi di tutte le bassezze plebee della razza italiana? Ma l’aratro aveva inciso in profondità e le iniquità e i vizi del carattere, che ne avevano favorito la nascita e il trionfo, non sarebbero morti col fascismo.

Dice Tocqueville che “è impossibile liquidare il totalitarismo dall’alto e con mezzi totalitari”. Ora, in Italia negli anni 1944-45, gli anni della Resistenza che costituiva l’alibi e il grimaldello dei partiti, si stava facendo proprio questo. Alla dittatura del partito unico si sostituiva la dittatura dell’esarchia del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale).

L’Italia “nuova”, come le fenice, rinasceva dalle proprie ceneri a immagine e somiglianza di quella vecchia, con i medesimi vizi di struttura e le stesse tentazioni autoritarie. Dal folto schieramento “antifascista” sviluppatosi come per partenogenesi erano sorti due partiti maggioritari, il comunista e il cattolico (o democristiano), di cui non si capiva come avrebbero potuto traghettare il paese dalla dittatura alla democrazia essendo entrambe, diceva Benedetto Croce, ”intrinsecamente e per istituto illiberali”. Di conseguenza anche gran parte della Resistenza risentiva della medesima ideologia illiberale e serviva al Pci per accreditarsi come partito di governo.

Le scritte sui muri, secondo lo stile introdotto dal fascismo, inneggiavano alla Repubblica, alla rivoluzione, poche scritte di entusiasmo e molte di odio e di proposte di nuove lotte insieme alla esaltazione della violenza partigiana che si pensava potesse tornare utile dopo la fine della guerra.

Col ritorno dei partiti s’era scatenata una “indiscriminata divisione del bottino”. Era quello il primo nucleo della nascente partitocrazia italiana che avrebbe svuotato i poteri del Parlamento e occupato lo Stato surrogandone le funzioni ma senza migliorarne l’efficienza, specie nell’amministrazione e nei servizi pubblici, anzi peggiorandoli rispetto all’ “ordine fascista” che almeno faceva viaggiare i treni in orario e con le latrine pulite.

La Resistenza sarebbe servita al PCI per prendere il potere con la forza, o quanto meno per governare da una posizione di forza. Il comunista Pietro Secchia, braccio destro di Palmiro Togliatti, era il teorico del colpo di stato militare per fare dell’Italia uno stato comunista, sul modello delle cosiddette “democrazie popolari” dell’Est asservite all’URSS, e per questo contrario a disarmare i partigiani comunisti delle brigate “Garibaldi”. Solo la presenza degli americani in Italia scongiurò la realizzazione del piano eversivo del PCI.

Il 25 aprile non rappresenta il ritorno alla libertà, come si pretende, ma la continuità col passato nel quadro della nuova dittatura pluralista.


Fonte :  srs di ROMANO BRACALINI, da L’Indipendenza Nuova,  del 28 aprile 2019 


sabato 27 aprile 2019

«IO, DISARMATO E NASCOSTO MENTRE SALTAVANO I PONTI DI VERONA»


1945, I resti del Ponte di Castelvecchio



«Il 25 aprile fu una delle giornate più tragiche e più felici della mia vita»: inizia così il racconto di Gianfranco De Bosio, regista e sceneggiatore veronese, classe 1924, che in quella primavera del 1945 era a Verona quale membro del terzo Comitato di liberazione nazionale (il primo si era sciolto dopo le prime retate dei nazifascisti, tutti i componenti del secondo erano poi finiti nei lager nazisti). Nel CLN veronese De Bosio era quale rappresentante della Democrazia Cristiana, «anche se non ne facevo parte, ma la regola voleva che ogni partito antifascista clandestino fosse rappresentato, così per la DC fui designato io». Ci volevano almeno tre partiti per formare un CLN riconosciuto, e tre furono in quello veronese, perché i socialisti non designarono mai il loro rappresentante. Così, oltre De Bosio, c'erano Vittorio Zorzi per il Partito d'Azione (dopo la guerra braccio destro di Adriano Olivetti, scoprirà Primo Levi scrittore) e Idelmo Mercandino per i comunisti (subentrato a Pietro Melloni, arrestato)

«Dalle sette di sera del 25 aprile i nazisti in ritirata fecero saltare i ponti», continua De Bosio. «Fu la peggior sconfitta della Resistenza veronese: non riuscimmo a impedirlo. I gruppi cittadini erano disarmati e dal Baldo non scese nessuno. Ricordo la polvere che pioveva dal cielo sul centro. Quel pomeriggio ero nascosto in un appartamento vicino agli Scalzi, reduce da tredici mesi di vita clandestina. Sentite le esplosioni uscii subito in strada, rimasi atterrito: fu un gesto inutile, di rappresaglia». Il commento di De Bosio risente ancora delle polemiche scoppiate nel primo dopoguerra, quando furono incolpati i partigiani per il mancato intervento, piuttosto che i nazifascisti per la devastazione (cariche esplosive enormemente più potenti del necessario, per far danno alla città, come fu) e per l'inganno (al vescovo Cardinale, che si era prestato come mediatore, fu assicurato che i ponti non sarebbero saltati, se i partigiani si fossero astenuti da attacchi. Invece*...).  

L'ultima notte di incubo — oltre ai ponti, salta anche la polveriera di Avesa, fatta esplodere sempre dai tedeschi, in rotta, ma tutt’altro che inermi — e al primo mattino del 26 aprile arrivano finalmente gli Alleati. «Di quel giorno mi sovviene la felicità popolare. Tutti corsero incontro alle camionette che si riversavano in città. Gli americani arrivarono intorno alle quattro di mattina, da corso Porta Nuova. Si diceva “gli americani”, ma in realtà la maggior parte dei soldati che incontrai io erano australiani. Che scene, in città! Vidi un mio ex professore di dottrina fascista, uno che si vantava di aver giustiziato prigionieri etiopi con pistolettate alla testa, staccarsi il distintivo e schiacciarlo sotto i piedi. Noi del CNL ci trasferimmo in prefettura, dove arrivarono il maggiore Blackwell, americano, molto simpatico e il capitano Bean, inglese, che ci trattava come se fossimo nemici. Non voleva accettare il cambio dell'Italia da fascista ad antifascista. A onore del vero, devo dire che effettivamente durante la Resistenza eravamo in pochissimi a combattere mentre il primo maggio, in Arena, c'erano dodicimila “partigiani” con le divise e le armi più strane e improbabili. Io a quella pagliacciata non ci sono andato. Mi ricordavo purtroppo un'altra piazza Bra gremita, il 10 giugno del 1940, quando Mussolini dichiarò l'entrata in guerra: piazza Bra era stracolma di folla esultante».

«Avevo solo diciannove anni nel 1945», continua l'ultimo testimone del CNL veronese, «mi dovevo far crescere la barba e portare gli occhiali finti per sembrare più grande. Venivo dalle squadre d'azione dinamitarde di Padova, sotto il comando di Otello Pighin». Su questa figura di antifascista De Bosio ha ritagliato il protagonista del suo film più celebre, Il terrorista. Rivisto di recente al K2, dove è stato proiettato per i 90 anni del regista, ha dimostrato di reggere benissimo alla prova degli anni. Un bel film, che si fa guardare ancora volentieri, per molti aspetti lungimirante nel dipingere senza retorica contraddizioni e crisi di coscienza. «Fui catturato dalle SS, fuggii e venni mandato a Verona per “mettere su” la Democrazia Cristiana, malvista dal clero e in seguito dalla RYE, la missione militare italiana inviata dal governo badogliano e guidata da Carlo Perucci, un ufficiale del Regio Esercito che a Verona era stato presidente dell'Azione Cattolica». Perucci già temeva l'imporsi dei comunisti nel dopoguerra e per questo diffidava del CNL, in cui erano determinanti. «Ho imparato tanto nei due anni tra il 1943 e il 1945, anche a capire come le fedi politiche si trasformano. A settembre lasciai la politica e ripresi gli studi letterari». Memorie preziose, che De Bosio sta raccogliendo in una biografia, di prossima pubblicazione per Neri Pozza. «La notte successiva alla liberazione Bean mi svegliò inferocito: a Montecchia di Crosara c'era un gruppo di partigiani che voleva trucidare i prigionieri fascisti. Mi mandò con una macchina alleata a fermarli». Sveglia notturna ripetuta il primo maggio, con traduzione da parte degli inglesi dei membri del CNL in prefettura, «più sotto arresto che per consultarci». A Forte Azzano i partigiani avevano fucilato, oltre i termini stabiliti dal CNL per la giustizia sommaria, otto prigionieri, tra cui l'ultimo segretario federale fascista di Verona, Sandro Bonamici.

Una stagione terribile. «Mi ricordo il colonnello degli alpini Giovanni Fincato, diventato nostro comandante di piazza partigiano. Gli parlai il giorno prima che fosse catturato. Era un uomo piccolo, magro. Lo chiusero in una camera di tortura vicino al Teatro Romano. Poteva fare, tra gli altri, il mio nome. Ma non parlò. Gettarono il suo cadavere in Adige. Non fu più trovato».

(  *  PS di Gio.  Attacchi che i partigiani  fecero  contro i tedeschi in ritirata).


Fonte: da L’Arena di Verona del 25 aprile 2015