sabato 10 ottobre 2015

STORIA VENETA - 78: 1456 - LA TRISTE VICENDA DI JACOPO FOSCARI. L'ESTREMO SALUTO Al PADRE


Dal testo di Francesco Zanotto


"Fu data però licenza al doge, alla dogaressa, alla moglie e figliuoli di Jacopo di visitarlo. E poichè prima di essere costituito, il poveretto, sostenuto avea trenta tratti di corda, dai quali rimase stracciato nelle carni; così i capi dei Dieci ordinarono che curato fosse nella stanza del cavaliere del doge, dove il padre portossi a vederlo, ed abbracciarlo. Il principe infelice era vecchio e, come dice il Sanudo, camminava appoggiato ad una mazzetta ... "


ANNO 1454


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Uno sfortunato destino sembra perseguitare il figlio del doge: Jacopo Foscari, accusato prima di concussione e poi di omicidio, trova nell'anziano genitore solo il calore dell'ultimo saluto prima del definitivo esilio a Creta.


LA SCHEDA STORICA - 78


Nel 1456 quando si svolsero i seguenti fatti, Francesco Foscari sedeva sul trono ducale da oltre trent'anni e, come il suo lontano predecessore Tomaso Mocenigo aveva predetto, furono tre  decenni durante i quali Venezia aveva conosciuto solo dei brevissimi periodi di pace.
La potenza veneziana aveva certo raggiunto la sua prima massima espansione, ma le casse dello stato ora, erano vuote. Eppure in apparenza, e forse anche di fatto, il vecchio doge non sembrava minimamente preoccupato, mantenendo anzi un costante, altissimo livello di spese, tanto pubbliche quanto private.
Malgrado in città nessuno si fosse mai apertamente lamentato delle continue spese e del costante stato di guerra, a pagare pesantemente le conseguenze dell'eccessivo tenore di vita dei Foscari sarà proprio il figlio del doge Jacopo.
Nel 1445 infatti il giovane, ormai drammaticamente indebitato, venne accusato di avere accettato delle ricompense in cambio di sicure assegnazioni di importanti cariche pubbliche. Non solo: un tal Michele Bevilacqua lo accusò di avere accettato anche dei preziosi doni da Filippo Maria Visconti già durante gli anni in cui la repubblica era in guerra con il duca di Milano. Il Consiglio dei Dieci ordinò l'arresto di Jacopo Foscari ma il giovane era già fuggito dalla città venendo condannato in contumacia all'esilio a vita in Romania. Successivamente, dal momento che Jacopo restava irreperibile venne confiscato anche il suo patrimonio.
Ancora una volta la potente macchina giudiziaria veneziana si dimostrava in tutta la sua esemplare neutralità.
Intanto  Jacopo veniva arrestato e imbarcato verso il luogo del suo esilio dove tuttavia non giunse mai per un'improvvisa e grave malattia che lo blocccò a Trieste. Solo allora il padre si sentì in dovere di intercedere per il figlio presso il Consiglio con un accorato appello, a seguito del quale Jacopo nel 1447 veniva confinato nella città di Treviso.


Un giovane segnato dal destino


 La vicenda sembrava essersi finalmente conclusa, tuttavia altre nuvole si addensavano sull'orizzonte di Jacopo Foscari. Il 5 novembre del 1450 infatti, veniva assassinato a Venezia il senatore Ermolao Donà mentre stava facendo ritorno a casa da Palazzo Ducale. C'era solo un particolare: il senatore era stato uno dei capi del Consiglio dei Dieci quando si decise per l'arresto e l'esilio di Jacopo Foscari. Per di più un familiare dello stesso era stato visto aggirarsi nei pressi del palazzo poco prima dell'efferato omicidio. Come se non bastasse pochi mesi dopo arrivò anche una denuncia anonima che accusava esplicitamente Jacopo dell'assassinio. Il gioco era fatto. La trappola si era così chiusa alle spalle del giovane Foscari che venne infatti nuovamente arrestato.
Le prove contro Jacopo di fatto erano questa volta estremamente deboli, una denuncia anonima - e malgrado questo però il giovane venne torturato ed infine condannato nuovamente all'esilio. La meta: l'isola di Creta.
L'inspiegabile sentenza del Consiglio dei Dieci, dal momento che l'accusa non risultava supportata da alcuna prova tangibile o testimonianza oculare, si rivelò forse proprio per questo relativamente mite per un caso di omicidio ed è forse giustificata dalla volontà di allontanare definitivamente un personaggio divenuto incontrollabile e per questo pericoloso.


Sembra più una persecuzione che un'opera di giustizia


Liberarsi di Jacopo Foscari tuttavia sembrava una cosa impossibile. Nell'estate del 1456, infatti, giunse al Consiglio la notizia che Jacopo stava cercando aiuto presso Maometto II per fuggire dall'isola. Tradotto a Venezia vi giunse il 21 luglio di quell'anno dove confermò tranquillamente le accuse a suo carico. Una proposta di condanna a morte del reo confesso da parte di uno dei membri del Consiglio venne tuttavia respinta, mentre si condannò Jacopo nuovamente all'esilio a Creta dove avrebbe scontato un anno di prigione con in più il severo ammonimento di non intrattenere rapporti con le potenze straniere pena l'immediata esecuzione. Jacopo dunque si reimbarcava ancora una volta, l'ultima per Creta.
Un testimone oculare Giorgio Dolfin, ci descrive il giovane Foscari molto malato, pallido in viso e sofferente.
Prima di partire a Jacopo venne concesso di rivedere la sua famiglia e in particolare suo padre, il doge. Quando i due si incontrarono Jacopo si gettò fra le braccia del genitore implorando che facesse qualcosa perchè potesse ritornare presto a casa.
Francesco Foscari non potè che restare impassibile ed irremovibile. Era pur sempre il doge, il capo e il garante dello stato veneziano. Esortò quindi il figlio a sottostare alla condanna che gli era stata inflitta: "Jacopo va e ubbidisci a quello che vuole la repubblica e non cercar più oltre". Queste furono le ultime parole rivolte a suo figlio, le parole di un doge.
La commozione e la disperazione del padre infatti, trovarono sfogo solo dopo che Jacopo fu ricondotto in cella, quando l'anziano Francesco Foscari crollando in singhiozzi sulla sedia gridò: "O pietà granda!". I due non si sarebbero più rivisti.
Sei mesi dopo giungeva infatti a Venezia la notizia della morte di Jacopo. Per il vecchio doge iniziò un lento e tristissimo declino politico ed umano.


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  3, SCRIPTA EDIZIONI



domenica 4 ottobre 2015

STORIA VENETA – 77: 1454 - IL SECOLO DEI NAVIGATORI VENEZIANI. CADAMOSTO INCONTRA DON ENRICO


Dal testo di Francesco Zanotto


"Come il principe udì novella dell'arrivo di quel legno, inviò il suo segretario unitamente al console veneziano, a chiedere a que' naviganti, se a taluno di loro bastasse l'animo di accingersi ad un viaggio di scoperta lungo le spiaggie dell'Africa occidentale.  Per ottenere l'assenso, i due messi mostrarono a' naviganti varii saggi di sangue di drago, di zucchero, e di molte altre merci che si ritraevano dalle nuove colonie del principe Enrico ... "


ANNO  1454


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Nel corso del XV secolo alcuni principi europei si appoggiano navigatori veneziani per esplorare scoprire nuove terre. Alvise Cadamosto incaricato dal principe portoghese don Enrico salpa così per l'Africa ...


LA SCHEDA STORICA – 77


 La prima metà del XV secolo non fu per Venezia solo un periodo di aspre continue guerre con i Da Carrara prima e con Filippo Maria Visconti poi. In quei medesimi decenni infatti, la città conobbe uno straordinario sviluppo urbanistico ed artistico, premessa al successivo secolo d'oro di Venezia.
Lo stato veneziano si estendeva allora dal Cadore a Creta, dall'Adda alla Dalmazia e trovava proprio nel palazzo ducale di piazza San Marco il suo fulcro reale e simbolico, non a caso oggetto in quei primi decenni del secolo di continui abbellimenti e completamenti.
Il balcone sul Canal Grande, dei Delle Masegne e la porta d'accesso, la porta detta della carta dei fratelli Bon, vengono costruiti proprio entro la prima metà del '400 quando viene anche costruita l'ala più breve del palazzo verso la piazzetta e la basilica. Basilica che si riempie di fiorite guglie gotiche, segno che anche a Venezia il linguaggio del "gotico internazionale" trovava nelle sue forme più decorative un naturale terreno.  Un linguaggio che in Gentile da Fabriano e Jacobello del Fiore, presenti personalmente con le loro opere a Venezia, trova la sua affermazione pittorica anche in laguna dove ben presto Jacopo Bellini getterà le basi della pittura propriamente veneziana.
Ma è  specialmente l'architettura che nella prima metà del XV secolo conosce a Venezia una nuova straordinaria stagione: Ca' Foscari, la Ca' d'Oro, Palazzo Corner, sul Canal Grande, sono solo alcuni tra i più famosi e straordinari esempi del nuovo gusto architettonico, incontro tra il gotico e Oriente.


Il secolo dei navigatori


Malgrado la caduta di Costantinopoli nel 1453 in mano ai Turchi che sanciva il loro definitivo controllo del Mediterraneo Orientale, malgrado i continui e impegnativi sforzi bellici, Venezia dunque con la prima metà del XV secolo inaugura la sua grande e straordinaria stagione politica, artistica e commerciale.
Proprio il commercio anzi, e la navigazione, conoscono infatti nel '400 un continuo e sicuro sviluppo grazie e in coincidenza anche di un clima che vedeva l'uomo europeo spingersi sempre più alla scoperta di nuove e sconosciute terre.
Il  '400 è infatti il secolo anche dei grandi navigatori.  Giovanni Caboto scopre per conto del re inglese l'isola di Terranova piantando accanto alla bandiera di Inghilterra quella con il Leone di San Marco "perché era veneziano".
E' il secolo ancora di Nicolò de Conti che da Chioggia esplora l'Indonesia e Ceylon ed è anche il secolo di Alvise da Mosto, uno dei più famosi navigatori della storia veneziana.
Nato a Venezia nel 1432, Alvise detto anche Cadamosto da una popolare contrazione di Ca' da Mosto (famiglia, casata da Mosto), si dedicò per molti anni alla mercatura diventando un esperto di viaggi nel Mediterraneo. Mentre Cadamosto esercitava la sua attività di mercante-navigatore, nel lontano regno di Portogallo l'infante Don Enrico, figlio cadetto del re Giovanni I, si dilettava negli studi nautici organizzando anche numerose spedizioni scientifiche. Da una passione ben presto questi studi e questa curiosità si trasformarono in un costante impegno per tracciare nuove rotte e scoprire nuovi paesi.


Venezia e le scoperte


Erano le premesse che a fine secolo consentiranno a Colombo di salpare verso le Indie occidentali e scoprire invece l'America.
E Cadamosto? Il mercante veneziano 18 agosto del 1454 salpò nuovamente da Venezia per un viaggio verso le Fiandre. Arrivati in prossimità di Gibilterra, passaggio obbligato per i viaggi su nave verso il nord Europa, le navi veneziane per i venti contrari vennero portate presso Capo San Vincenzo dove si trovava proprio Don Enrico intento nei suoi studi. Il gruppo veneziano venne benevolmente accolto dal principe portoghese che offrì a Cadamosto la possibilità di scandagliare le coste dell'Africa occidentale, oggetto da anni di numerose spedizioni da parte dei portoghesi.
In realtà pare che l'iniziativa sia partita proprio dal navigatore veneziano: "Io era giovane di robusta salute; desiderava vedere cose che niuno dei miei compatrioti avesse vedute; voleva soprattutto procacci armi ad ogni costo la fortuna e l'esperienza che dovevano fruttarmi stima ed onorevoli impieghi nella mia patria; andai ad offrire i miei servigi al principe (Enrico) che gli accettò sull'istante".
Il  22 marzo del 1455 Cadamosto salpava da Lisbona alla volta dell'Africa. Doppiato Porto Santo approdò a Madere già abitata da Europei sin dal 1431 giungendo poi alle Canarie e giù fino a Capo Bianco. Da qui raggiunse infine il Senegal. Alla foce del fiume omonimo Cadamosto incontrò le caravelle di un altro navigatore, Antoniotto  Usodimare, genovese anch'egli al servizio del principe portoghese. Con lui, probabilmente, il navigatore veneziano proseguì il viaggio verso sud dove non vi erano più terre esplorate o occupate da europei. Era l'ignoto! I due navigatori doppiarono Capo Verde giungendo molto probabilmente fino in Gambia da dove, forse per la reazione ostile degli indigeni, ripresero a risalire per fare ritorno.
Cadamosto vi sarebbe però tornato appena un anno dopo quando con un altra spedizione riuscì a scoprire le isole oggi chiamate di Capo Verde, raggiungendo anche le isole Bijagos e  successivamente risalendo per circa sessanta miglia il fiume Gambia.
Ritornò a Venezia però solo nel 1463 dove morì venticinque anni dopo. La pubblicazione delle relazioni complete dei suoi due viaggi, ricchissime per informazioni e particolari, avvenne solo nel 1507 a Vicenza.



Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  3, SCRIPTA EDIZIONI



martedì 29 settembre 2015

STORIA VENETA – 76: 1448 - VENEZIA ANCORA IN GUERRA CONTRO I MILANESI. LA ROTTA DI CARAVAGGIO.


Dal testo di Francesco Zanotto


"Cadder de' nostri, fra gli altri, prigioni Gentile da Lionessa, Roberto da Montalbotto, Guido Rangoni, ed eziandio i due provveditori Ermolao Donato e Gerardo Dandolo, i quali ultimi, quantunque parecchie volte  fatti avvertiti del pericolo loro, affinchè si salvassero colla fuga, magnanimemente risposero: voler piuttosto morire daccosto alle insegne di San Marco, di quello sia salvarsi, abbandonandole vilmente ... "


ANNO 1448


Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Dopo la morte del Visconti per Venezia tuttavia non c'è pace. Il  nuovo duca Francesco Sforza, dopo aver combattuto anche nelle fila veneziane, lavora ora per il suo personale ed ambizioso progetto di potere.  Sulle prime la sorte sembra favorirlo, ma non tutti gli si arrendono ...


LA SCHEDA STORICA - 76


L'anno in cui Venezia estese la sua giurisdizione fino a Ravenna (1441), fu anche l'anno in cui le parti belligeranti ormai esauste, firmarono la pace (Cremona).
Nel 1440, un anno prima, dopo un'ultima battaglia che permise di far giungere i rifornimenti a Brescia assediata, il Gattamelata si ritirò per sempre dagli impegni militari, a causa anche di due attacchi di apoplessia, lasciando il comando delle armate veneziane al solo Francesco Sforza. E costui prima della firma della pace a Cremona riuscì finalmente a sposare la figlia del Visconti Maria, già da tempo promessagli dallo stesso duca milanese che non aveva altri eredi diretti.
Con le nozze lo Sforza otteneva quale dote della moglie Cremona e Pontremoli. Le nozze vennero celebrate nell'ottobre del 1441 nella chiesa di San Sigismondo a Cremona e il 20 novembre venne finalmente siglata la pace tra Milano e Venezia.
Qui lo Sforza venne accolto quale trionfatore e la casa che fu del Gattamelata a San Polo venne messa a disposizione dell'illustre coppia. A Bianca Maria Sforza venne anche regalato un gioiello del valore di un migliaio di ducati. Niente in quei giorni festosi sembrava poter incrinare l'amicizia e la devozione dello Sforza verso Venezia. Niente, fuorchè il mutare rapido degli equilibri e delle ambizioni che presto avrebbero fatto della pace di Cremona una semplice formalità. Gli ingredienti per creare una situazione esplosiva, non mancavano.


Ancora e sempre il Visconti


 Milano Filippo Maria Visconti continuava a tessere complotti e intrighi, Francesco Sforza era ormai all'apice dell'energia e delle sue ambizioni tanto più dopo le nozze con la Visconti; a Firenze Cosimo de Medici guardava ora con crescente preoccupazione all'espansione veneziana in Lombardia.
Date queste premesse l'unica potenza che avrebbe voluto finalmente una pace duratura era proprio Venezia che si ritrovava ora a gestire un dominio di terraferma che si estendeva per ben trecento chilometri verso occidente e a sud fino a Ravenna. Ma le circostanze incalzavano il governo ducale che nel 1446 scendeva con il suo esercito nuovamente in guerra. Il Visconti infatti, si era mosso per l'ennesima volta contro il potente genero che Venezia accettò di aiutare ed appoggiare ( come avrebbe potuto non farlo?).
Nel settembre di quel medesimo anno l'esercito veneziano sbaragliava così i Milanesi a Casal Maggiore e attraversando l'Adda giungeva fin sotto le mura di Milano. Disperato Filippo Maria Visconti chiese aiuto a destra e a manca. A quel punto lo Sforza sapeva benissimo che se avesse atteso un altro po' il Visconti avrebbe prima o poi ceduto. E così fu.
Purchè retrocedesse dall'assedio di Milano, il duca promise allo Sforza di nominarlo suo erede e capitano generale delle forze milanesi. Il destino poco dopo sembrò confermare queste promesse.
Il 13 agosto del 1447 infatti, Filippo Maria Visconti moriva improvvisamente dopo una settimana di agonia tenuta nascosta. La notizia della morte del duca sorprese anche Francesco Sforza che infatti allora non si trovava a Milano dove invece scoppiò la più totale confusione.
Lodi e Piacenza poi, colsero l'occasione per consegnarsi spontaneamente a Venezia, creando le premesse per un inevitabile scontro tra la Serenissima e lo Sforza. Questi infatti, era stato nominato dal fragile governo della neonata repubblica ambrosiana comandante delle forze milanesi.
E così venne chiesto più volte al senato veneziano di restituire a Milano tutte le terre al di là dell'Adda appartenute al ducato visconteo, ma i veneziani risposero che l'avrebbero fatto a patto che si fosse rimborsato loro tutta la spesa occorsa per conquistarle. La richiesta, inaccettabile anche finanziariamente per i milanesi fu la scintilla che provocò il nuovo scontro tra Milano e Venezia.


Lo Sforza ora è a casa sua


 Lo Sforza questa volta combatteva apertamente per i suoi interessi con l'esercito milanese contro i veneziani riuscendo a conquistare Pavia che si diede spontaneamente, e dopo lungo e sanguinoso combattimento anche Piacenza. Alla fine del 1447 era così riuscito a recuperare tutti i territori oltre l'Adda ad eccezione di Caravaggio. Lo Sforza inviò così una flotta sul Po per contrastare i veneziani che al comando di Andrea Querini dovettero ripiegare.
Intanto il capitano generale delle truppe terrestri Attendolo, premeva affinchè l'esercito veneziano muovesse contro quello milanese contro il parere dei due provveditori di campo Ermolao Donato e Gerardo Dandolo. A nulla valsero i loro consigli di rimandare lo scontro poichè l'Attendolo si era già mosso con le sue truppe contro lo Sforza. Per l'esercito veneziano numericamente molto inferiore fu il disastro più totale.
L'urto con le soldataglie dello Sforza presso Caravaggio provocò ben presto tra le fila dei Veneziani un fuggi fuggi generale dopo che i due principali condottieri furono uccisi. Bartolomeo Colleoni dopo un generoso tentativo di resistenza alla fine fuggì un un bosco lì vicino; Michele Attendolo, capitano generale e colui che spinse l'esercito veneziano nel disastro, ugualmente fuggì con ottomila tra cavalli e fanti. Solo i due provveditori Donato e Dandolo invece, si rifiutarono di abbandonare il campo anche se il loro generoso e orgoglioso gesto non mutò l'esito finale della battaglia.
Francesco Sforza aveva ricostituito il ducato visconteo e aveva dato a Venezia una sonora lezione sancendo definitivamente il suo personale dominio.  


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  3, SCRIPTA EDIZIONI



giovedì 24 settembre 2015

STORIA VENETA – 75: 1441 - RAVENNA DIVENTA VENEZIANA. ANTONIO MARCELLO RIFIUTA LA SIGNORIA



Dal testo di Francesco Zanotto


"Confusi i Ravennati da questa inopinata sciagura, nè avendo altra speranza di salute, fuorchè nelle armi della Repubblica, portaronsi dinanzi al Marcello, proclamandolo lor signore assoluto. Ma egli che più la  patria che il proprio interesse curava, magnanimemente ricusò il titolo, il grado e l'onore costantemente, e in quella vece si diede con tutto sè stesso a dirigere gli animi di que' cittadini all'unico scopo di difendere la città dall'aggressione ... "


ANNO 1441 



Giuseppe Gatteri


Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.


Dopo una serie di alterne e convulse vicende interne e la reale minaccia dell'esercito visconteo, Ravenna chiede aiuto ai veneziani che accettando estendono la loro influenza anche sulla città romagnola.


LA SCHEDA STORICA  -  75


Bisogna fare un passo indietro per comprendere lo sviluppo delle relazioni tra Venezia e Ravenna. L'importante centro romagnolo chiudeva di fatto a sud l'arco della laguna veneta e da sempre era stato un obiettivo molto ambito dai veneziani.  
Nella guerra poi che vide le truppe veneziane contrastare le mire espansionistiche di Jacopo da Carrara signore di Padova, Ravenna a differenza ad esempio di Ferrara, si era schierata con la repubblica veneziana.   
Nel 1405 anzi, quale riconoscenza della fedeltà dimostrata in svariate circostanze il governo veneziano ascriveva Obizzo da Polenta signore di Ravenna alla nobiltà veneziana.
Poco prima durante il conflitto, Obizzo, caduto prigioniero nelle mani dei padovani, riotteneva la libertà solo grazie alla generosità del governo ducale che pagò il riscatto di ben tremilacinquecento ducati richiesto dal Da Carrara. Come se non bastasse Venezia aiutò finanziariamente i ravennati ai quali il signore padovano aveva ugualmente chiesto una somma esorbitante per riavere il loro marchese.
Da quelle ormai remote circostanze ebbe origine quella stretta amicizia tra il governo veneziano e la città di Ravenna nelle persone di Obizzo e del suo successore e figlio Ostasio. Le circostanze storiche, poi, fecero il resto.
La Romagna infatti, non era certo una delle terre più tranquille della penisola, da sempre anzi autonomie feudali dei signori locali in rotta di collisione a volte con la sovranità della Chiesa avevano contribuito a creare nella regione un costante stato di agitazione e di guerra.
A complicare ulteriormente le cose arrivò agli inizi del XIV secolo anche lo scisma che portò al soglio pontificio ben tre papi ( Gregorio XII, Benedetto XIII e Giovanni XXIII). Il caos che ne derivò in quella regione fu a quel punto totale e Obizzo da Polenta, impotente a far fronte alle continue e sempre più accese discordie, decise di rivolgersi a Venezia chiedendone l'aiuto.
Con una lettera datata 4 settembre 1430, Obizzo chiedeva al doge Tomaso Mocenigo di intervenire. Il senato veneziano naturalmente acconsentì e spedì prontamente a Ravenna un podestà che governasse a fianco del Da Polenta per conto del governo veneziano.
Proprio al podestà Obizzo si rivolse sul punto di morte nel 1432 quando affidò suo figlio e successore Ostasio III alle cure del governo ducale data anche la sua minore età. Il podestà-tutore veneziano raggiunse presto Venezia che si assicurava così praticamente il controllo e l'amicizia di quella città. Un'amicizia che si dimostrò vitale anche per la stessa Ravenna, più volte minacciata dalle armate del Visconti.
Purtroppo Ostasio III, giovane e debole di carattere, non assomigliava per nulla al padre e quando un potente esercito comandato dall'immancabile Piccinino si presentò sotto le mura di Ravenna, non seppe far altro che accordarsi con lo stesso per cacciare i veneziani dalla città.
Il giovane principe tuttavia, accorgendosi di avere ancora in casa i Veneziani, ritornò praticamente quasi subito sulla sua decisione facendo ripristinare le insegne di San Marco salvo di tornare poco dopo all'idea iniziale.
Era veramente troppo! La nobiltà ravennate non sapeva più cosa fare nei confronti di un principe tanto inetto e incapace di ogni decisione. Alla fine si risolse di offrire la propria città alla repubblica di Venezia tramite l'ambasciatore Francesco Monaldini.
Come sempre l'offerta venne benevolmente accettata dal governo veneziano che provvide immediatamente tramite diploma ducale ad esentare Ravenna per i prossimi dieci anni da ogni forma di tributo in segno della sua gratitudine.
Dopo la gratitudine i fatti. Il governo veneziano provvide a mandare nella città un corpo di milizie con lo scopo di riportarvi un po' di quiete, ma questo suscitò il rancore e le ire del giovane Ostasio che riprese a tramare, questa volta seriamente, contro i Veneziani.
Dalla città lagunare allora, venne inviato a Ravenna un ambasciatore investito di larghi poteri, primo fra tutti quello di pacificare le diverse fazioni cittadine schierate pro o contro i veneziani.
Antonio Marcello, questo era il suo nome, giunse quindi nella tormentata città e a fatica riuscì a tenere a freno gli animi, quando nel 1441 ricomparve all'orizzonte cittadino un'antica conoscenza dei Veneziani: Nicolò Piccinino con il suo spaventoso esercito. I Ravennati terrorizzati corsero dal Marcello supplicandolo di prendere presto dei provvedimenti, una decisione che salvasse la città dalla rovina.


L'occasione fa l'uomo vero


Fu in quell'occasione che al Marcello venne così offerta la possibilità di diventare signore assoluto di Ravenna, carica offertagli su di un piatto d'argento da tutta una cittadinanza. Antonio Marcello, tuttavia, ben consapevole della delicata situazione, rifiutò decisamente l'offerta che ben sapeva dettata solo dalla paura. Accettarla non rientrava certo nei suoi progetti anche perchè prima di tutto c'erano comunque gli interessi di Venezia e del suo governo. Pensando proprio alla sua patria invece e al pericolo che Ravenna stava correndo si diede subito da fare per organizzare i cittadini nella difesa della loro città. In quei momenti di grande incertezza e terrore il marchese Ostasio da Polenta dopo aver subìto anche un attentato, scelse la più facile e sicura via della fuga, abbandonando la città con sua moglie Ginevra figlia del signore di Faenza.
La città poteva ora e veramente solo contare sui Veneziani e a Venezia Ravenna si consegnò spontaneamente ad un patto che prevedeva alcuni punti: che Ostasio e la moglie andassero esuli a Candia, che i nuovi sudditi godessero di tutte le immunità commerciali e fiscali; che tutte le saline costruite attorno alle mura venissero distrutte perchè rendevano l'aria troppo insalubre. Il governo veneziano di fronte a queste richieste favorevoli alla città di Ravenna quanto alla Serenissima accettò più che volentieri.


Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA,  volume  3, SCRIPTA EDIZIONI