martedì 12 luglio 2011

VERONA. IL BORGOLETTO

Il Borgoletto

Quante antiche città non hanno la Via Borgoletto o Borgolecco? Nè tale misteriosa denominazione manca a Verona anche se troppi veronesi l'hanno dimenticata.
E la zona del Borgoletto è quella che si estende dalla Torre del Gardello alla piazzetta XIV Novembre: un susseguirsi di disarmoniche ma caratteristiche case di origine rinascimentale con alla base negozi delle merci più svariate, dal tabaccaio al magazzino di mode. La casa d'angolo con la piazzetta XIV Novembre ha sul fianco una bilancia in rilievo: ultimo ricordo della sua antica denominazione di Torre della Stadera e cioè sede del Dazio. 

lunedì 11 luglio 2011

VERONA. LA “COSTA” DI PIAZZA ERBE

La Costa

Sotto l'arco che unisce il Palazzo della Ragione alla « Domus nova », pende una costola di balenottero o « ittiosauro » che desta notevole curiosità.
Poco se ne sa: sopra una tela del Creara dipinta all'inizio del 1600 e in una mappa del 1630 figurava il cavalcavia senza la « costa » che si nota invece in una stampa della metà del Settecento.
Era probabilmente uno di quei pezzi esotici che si usava appendere all'ingresso delle spezierie. Infatti ai piedi dell'arco esistevano appunto delle « spessiarie ».

domenica 10 luglio 2011

VERONA. LA «DOMUS MERCATORUM»

La Domus Mercatorum

La Domus Mercatorum, o Casa dei Mercanti, è un edificio che si affaccia su Piazza delle Erbe  e  si eleva esattamente dove sorgeva la romana Basilica, luogo degli affari e del commercio in periodo imperiale.  Caduta la marmorea Basilica, i consoli dei mercati ed i tribunali di commercio vi elaborarono un fabbricato in legno. La sede medioevale venne costruita da Alberto I della Scala, fatto podestà della  «Domus Mercatorum» nel 1301 e  ospitò, appunto, la Casa dei Mercanti (la quale rappresentava le arti e le corporazioni). La Domus Mercatorum attuale venne restaurata nel 1878. È stata per anni la  sede della Camera di Commercio, mentre oggi vi ha sede la Banca Popolare di Verona.

sabato 9 luglio 2011

VERONA. LA TORRE DEL GARDELLO

Torre del Gardello

Ci narrano le storie che nel 1363 Cansignorio restaurò  ed innalzò la torre del Gardello « in capo alla piazza grande »,
Certo dunque la torre preesisteva ed il suo nome deriva, palesemente dall'antichissima voce Ward per garda con significato militare « guardia ».
Nel 1370, Cansignorio vi fece collocare una mirabile campana fusa da maestro Iacopo e che porta lo stemma scaligero con l'immagine di San Zeno ed una caratteristica iscrizione in caratteri gotici.
La campana serviva per il rintocco delle ore e da questa data la torre venne chiamata « dell’orologio ».
Il primo quadrante « dell'orologio» venne offerto soltanto nel 1421 da certo Domenico da Brescia.
L'orologio cessò di funzionare nel 1661. Dal 1779, sulla torre del Gardello un pompiere sorvegliava la città e dava l'allarme quando si profilava all'orizzonte il fumo di un incendio.
La nuova  sistemazione della torre e dell'orologio venne effettuata qualche decennio fa.

venerdì 8 luglio 2011

VERONA. L'ANTENNA DI PIAZZA DELLE ERBE


Il 5 luglio 1405 gli ambasciatori di Verona, recatisi a Venezia per giurare fedeltà alla Serenissima ebbero in dono dal Doge un gonfalone da issare sulla Piazza di Verona.
Infatti il 2 agosto dello stesso anno quel gonfalone venne issato sopra un’antenna verso l'attuale piazzetta XIV novembre, già Piazzetta del Pesce poiché qui si vendevano i prodotti, del Garda e dell'Adige.
L'antenna era costituita da un tronco di pino colorito di rosso. Nel 1736 era alta 25 metri. Nel 1797 l'antenna venne mozzata dai  partigiani francesi ed il 20 gennaio 1801 il troncone rimasto venne dipinto nei tre colori. Postovi un fascio repubblicano con la scure ed il berretto frigio, servì da albero della libertà, atterrato poi 1'8 aprile 1805.
L'antenna venne ripristinata il 13 maggio 1923 e lo scavo per la sua fondazione ha rivelato la storia documentata dei livelli stradali succedutisi dal lastricato romano.

giovedì 7 luglio 2011

Il Palazzo dei Mazzanti e gli affreschi del Cavalli


Nel quinquennio che va dal 1532 al 1537, Matteo Mazzanti restaurò la casa acquistata dai suoi avi, adornandola di finestre rettangolari e, sui due lati che fanno angolo in piazza, di grandi affreschi. Tali affreschi, ora in parte scomparsi, sono opera di Alberto Cavalli, allievo del celebre Giulio Romano. In questi maestosi dipinti, elogiati dagli storici veronesi di tutti i tempi, erano raffigurati personaggi mitologici, (come ad esempio il Laocoonte), che avevano una potenza di concezione e un tono cromatico veramente michelangioleschi, sebbene l'autore fosse notoriamente un raffaellita. 

mercoledì 6 luglio 2011

VERONA. LA TRIBUNA NON È LA BERLINA


Al centro di  Piazza Erbe si eleva la Tribuna o il Capitello, detta da troppi veronesi la Berlina.

Qui venivano proclamati i Signori, i Podestà e all'interno delle 4 colonnette esisteva una specie di tronco marmoreo andato disperso qualche decennio fa.  Il Podestà vi giurava di osservare gli Statuti e riceveva con: le chiavi la bacchetta nera, emblema dell'alto suo ufficio.

Le misure del quarel  e del coppo

Sul Capitello sono altresì scolpiti i campioni delle antiche misure commerciali veronesi: la « pertica », il « passo », il « ponte », le dimensioni del « coppo» (tegola) e del « quarel» (mattone]. Fissato ad una catena, l'anello che misurava la grossezza della «masa » o fascina e cioè del fascio di legna da ardere. Se nascevano contestazioni fra i mercanti, là si andava a constatare la frode o la giustizia.

Annessa alla Tribuna, vi è una fontana che fu a vicenda tolta e poi rimessa definitivamente nel 1764.

In questa - come prescrivevano gli Statuti Veronesi - si tuffavano per tre volte i bestemmiatori quando non pagassero una stabilita pena pecuniaria e cioè:
Si puniva con lire 50 la bestemmia, contro Dio; con lire 25 quella contro la Vergine; con lire 15 quella contro i Santi.

All'estate - perché i tuffi erano validi solo d'inverno! - i bestemmiatori insolventi venivano denudati sulle spalle e si conducevano per tre volte attorno alla Tribuna sotto i colpi di una frusta. 

martedì 5 luglio 2011

Madonna Verona era la dea Minerva?

Piazza delle  Erbe: la fontana di Madonna Verona

Uno studio pregevole del compianto don Pietro Albrigi è uscito su « L'Avvenire d'Italia» del 10 maggio 1963 sull'opera apostolica di San Zeno in Verona e poiché da tale studio si può trarre anche nuova luce sulla storia della nostra più bella piazza, crediamo opportuno stralciare qualche brano.

Scrisse infatti don Albrigi che nel 1560 un certo Vincenzo Curioni, « merzar », fece costruire una casa presso la torre del Gardello, nell'angolo tra piazza delle Erbe e il Corso Porta Borsari; negli scavi per le fondamenta fu trovata una lapide romana, che egli fece collocare nel muro della nuova fabbrica, insieme con una sua epigrafe, che ricordava appunto l'erezione di quella casa.

La lapide romana faceva parte del basamento di una statua antica, come si rileva dall'iscrizione; la statua fu ricercata con molta cura, ma non fu ritrovata.
Anche la lapide romana nelle vicende dei tempi, purtroppo è andata dispersa, ma il tenore della scritta ci è stato conservato dal Canobbio nella sua Storia di Verona.
Eccola:

HORTANTE. BEATITUDINE.
TEMPORUM. DDD. NNN.
GRAZIANI. V ALENTINIANI.
ET. THEODOSII. AUGG.
STATUAM. IN. CAPITOLIO.
DIU. IACENTEM. IN.
CELEBERRIMO. FORTI.
LOCO. CONSTITUI.
IUSSIT. VAL. PALLADIUS.
V. C. CONS.VENET.ET.HIST.

Per renderla leggibile a tutti completiamo le abbreviazioni:
«Hortate beatitudine - temporum Dominorum nostrorum - Gratiani Valentiniani - et Theodosii Augustorum - statuam in Capitolio - diu iacentem in - celeberrimo fori - loco constitui - iussit Valerius Palladius - vir c1arissimus consularis Venetiae ed Histriae ».

E ora diamone la traduzione:
«Per invito della tranquillità dei tempi dei nostri signori Graziano, Valentiniano e Teodosio imperatori, l'illustre Valerio Palladio, governatore della Venezia ed Istria, fece collocare in (questo) luogo frequentatissimo del Foro, (questa) statua, che da lungo tempo era giacente nel Campidoglio ».

Si tratta dunque del trasporto di una statua dal Campidoglio veronese al Foro della città (piazza delle Erbe) per ornare quel luogo tanto frequentato con un monumento d'arte, trasporto avvenuto circa l'anno 380.
Ora precisiamo - continua don Albrigi - quale sia la statua, il luogo (Campidoglio) da cui fu tratta, e la ragione del trasporto.
Anche Verona, come in genere tutte le città romane, aveva il suo Campidoglio, cioè un tempio a  tre celle (cappelle), dove erano onorate con altrettante statue le tre divinità capitoline: Giove, Giunone e Minerva.

Il Campidoglio veronese non si trovava sul colle di S. Pietro, come un tempo alcuni avevano pensato, ma presso la piazza delle Erbe: anche presentemente tra la via Pellicciai e il corso Porta Borsari vi è un rialzo di terreno (piazzetta S. Marco) formato dalle rovine del tempio capitolino: in esplorazioni recenti sono apparse le tre celle dedicate alle tre divinità.

La statua dunque trasportata nel Foro era un idolo, che un tempo aveva ricevuto culto pagano e poi era caduta a terra per l'abbandono in cui era stata lasciata.

Cosi si faceva alla fine del secolo IV anche a Roma, a Capua, a Benevento e in altre città come scrisse il Grisar nella sua opera «Roma alla fine del mondo antico ».

Nel trionfo del cristianesimo i templi pagani venivano chiusi ed abbandonati; ma gli idoli che di solito erano anche splendidi monumenti di arte, venivano portati ad adornare le piazze, le basiliche civili e altri luoghi pubblici.

Qui l'idolo pare che fosse caduto a terra da tempo (in Capitolio diu iacentem) segno che il suo culto era stato abbandonato da anni. A quale delle tre divinità si riferisse l'iscrizione non lo dice, e la statua non fu purtroppo ritrovata. Alcuni pensano che sia quella stessa che nel 1368 fu fatta collocare da Cansignorio sulla fontana di Madonna Verona: in tal caso vi si potrebbe ravvisare Minerva ».

Dunque la nostra Madonna Verona venne posta nel Foro da Valerio Palladio, consolare della Venezia, nel 380, fu posta poi nella fontana nel 1368 (altro prossimo centenario!) da Bonino da Campione. Le quattro teste inferiori ricordano Verona, l'imperatore Vero, Alboino re dei Longobardi e Berengario. La fontana venne alimentata con le acque del Lorì(Lo Rio) provenienti da Avesa.

La statua è da taluni ritenuta opera greca od ellenizzante, mentre la vasca sarebbe proveniente dalle antiche terme romane che si elevavano dove oggi sorge la Cattedrale quanto la vasca battesimale nella basilica di San Zeno.

Fonte: da srs di Giovanni Solinas

lunedì 4 luglio 2011

VERONA. IL FORO ROMANO NEL PERIODO DELL' IMPERO

La Verona romana

Nell'epoca romana, sull'area occupata da Piazza delle Erbe sorgeva il Forum (l'etimologia della parola deriva dal latino a ferendo, cioè dal portare a vendere le merci, servendo il Foro anche da mercato) dove i cittadini discutevano delle pubbliche faccende e dove - secondo quanto narra lo storico veronese Vitruvio, che visse nella fine del primo secolo, i gladiatori davano spettacolo, prima che Verona avesse la sua Arena (II secolo d. C.), come avveniva in altre città.

Nel medioevo e pia tardi ancora si bandivano le leggi, si insediavano i Signori ed i Podestà, si tenevano giostre pittoresche e trattenimenti vari per divertire il popolo. Pietro, il figlio dell'Alighieri, vi tenne la prima «lectura Dantis ».

Nelle sue interessanti memorie il Moscardo afferma che questa piazza era cosi grande e spaziosa che si estendeva fino all’ antichissima chiesa di San Giovanni in Foro. Essa deve il suo nome, da tempo immemorabile, al mercato della verdura, delle frutta e dei fiori, che vi abbondano favoriti dal clima soave e dalle terre feraci della nostra provincia.

domenica 3 luglio 2011

VERONA: L’UMANITA' DI PIAZZA ERBE


di DINO MONICELLI

Penso a un dramma di Thorton Wilder: al « Lungo pranzo di Natale ».
Protagonista è un tavola attorno alla quale le generazioni si succedono: gente che va, gente che viene, che nasce, che muore; un dramma che non ha principio, che non ha fine: una famiglia è seduta attorno alla tavola per un pranzo: i personaggi si trasformano; da bambini, diventano grandi, poi giovani, poi maturi, poi anziani, poi vecchi, poi scompaiono, poi diventano ricordi. Cosi per generazioni. Anche le cose attorno nascono, vivono, finiscono. La tavola rimane. È la tavola attorno la quale la famiglia celebra la natività.

Cosi la Piazza Erbe. È la protagonista della città. È umana: passare di generazioni, gioie  di generazioni, pianti di generazioni, nascite di generazioni, morte di generazioni l'hanno resa umana con la sua ininterrotta, immutabile, continua vita. Ed ho scritto tre sinonimi per sottolineare tre volte il fatto che è viva, che è la nostra vita.

Come nacque questo che è spazio, l'aria che vi è sopra albe e tramonti, cielo e nuvole e costellazioni?
Come nacque questo che è cuore perché noi se potessimo camminare nel tempo vi ritroveremo nostro padre, nostra madre, i nostri nonni, gli avi e tutti quelli che ci precedettero e nel futuro tutti quelli che ci seguiranno?
Come nacque?

Forse è bene pensare a manipoli che si accampano per la prima volta, a fuochi accesi per il bivacco, a soldati odorosi di cuoio, di aglio, di sudore; a tende rizzate per gli ufficiali, a belle prede discinte: donne rapite a tribù incontrate; un bivacco sicuro perché più in là c'è il fiume, perché più in là c'è la collina, perché il grosso dell'armata è alle spalle.

Piazza Erbe centro della città: Decumano Massimo: Corso Porta Borsari; decumano primo destrato: Via Pellicciai; secondo destrato: Via Mazzini. Cardo Massimo: Via Cappello. Templi, Basiliche sparse, scalee di marmo: cosi al tempo dei Romani.

Poi i barbari: gente vestita di pelli e ornati di collane di conchiglie, gente che si ciba di carne cruda e di pomi acerbi; gente che ricalca orme antiche che calpesta suolo e idoli immortali; gente che va, viene, rimane.  Heine: Verona rifugio di popoli.

Gente che alterna l'imbandigione sanguinolenta al vino trincato in crateri ampi.
Hans Bart: Verona, cantina dei popoli. Eruli Ostrogoti, Longobardi, Franchi, Ungari. Sulle macerie di vecchi edifici si sovrappongono altri fabbricati.

L'Adige che straripa e inonda vi pone la ghiaia, la sabbia, fa scomparire e livella. Re antichi:  Pipino, Berengario, Teodorico, Alboino.
Mi rifaccio a Poeti, al « Ritmo Pipiniano » che descrive la città; a cartograti antichi, all’'« Inconografia Rateriana ».

Cosi la Piazza nasce, muore, e rinasce, e si eterna: infinite forme, infinite creature; creature viventi sotto uno stesso cielo e respiranti una stessa aria e nutrite di un unico cibo: cielo, aria, nutrimento di dimensioni cosi vaste, di risorse cosi inesauribili.

Epoca romana, poi buio, poi immaginazione, poi documenti:
Ecco il secolo XII: il podestà Guglielmo Dall'Ossa fa erigere il « palatium comunis Veronae ». È quello che sorge all'angolo della Piazza con Via Gallina, che ora appare come una torre mozza; eretto, fu distrutto da un incendio, fu poi riedificato; fu tribunale e carcere e nel I227 qui fu rogato e firmato il patto che rinnovava la Lega Lombarda, il giuramento di Pontida.         

Dopo la Torre un « pontesel » e sotto di esso appesa « la Costa» che destò, e desta, curiosità ai nostrani ed ai forestieri. La strada che passa sotto al « pontesel » per andare in Piazza dei Signori si chiamava « viam sogarium » e più tardi anche « bina sogeriorum » dai botteghini e mercanti di funi e di pellicce che erano ivi allogati. Più in là, vi è la casa dei Giudici dove si adunavano i Consigli degli Anziani, dei Gastoldoni, dei Sapienti ad Utilia.

Il 1300 fu il secolo della lana, cosi come questo è il secolo della nafta e della gomma, cosi come quello scorso fu quello del carbone.
A portar l'arte della lana a Verona furono dei frati che odoravano di eresia: gli Umiliati. A quell'epoca il Lori e il Fibbio, i figli minori dell'Adige, erano rumorosi di « Folli» e di « Gualcherie », ma qui nella Piazza Erbe era il mercato dei panni. E i panni andavano ovunque per l'Europa, cosi che i mercanti di lana e di panni erano una corporazione importante e per loro fu costruito, prima in legno e poi in cotto, quel Palazzo che per le sue bifore, per il suo porticato, per la sua scalea, per i suoi « quarei » rossi più di ogni altro ci parla del « Medioevo»: la Casa dei Mercanti, oggi Camera del Commercio.
Chi tradusse in pietra la prima costruzione fu Bartolomeo della Scala che con grande solennità pose, con le sue mani, la prima pietra. Una volta le pareti esterne erano tempestate di stemmi che ricordavano vicari, giudici, podestà e consoli delle Arti. Ora da un lato è rimasta sola una bellissima Madonna. La merlatura in alto ci parla ancora di Medioevo, di guelfi, di ghibellini, di partiti e di fazioni e della fede politica della città che accolse esule Dante.

Ecco il « volto barbaro» dovuto alla magnificenza del Capitano veneto Zaccaria Barbaro; il « volto barbaro» è carico di leggende: storie di sangue, di assassini, di attese, di pugnali lucenti nel buio,· di gente mascherata, di mantelli neri e cieli di tenebre.

Ecco la Casa dei Mazzanti che ci conduce fino al Corso che porta a S. Anastasia: « la bina degli orefici» dove Romeo comperò l'anello nuziale per Giulietta, dove le bellissime dame comperavano i monili lucenti per adornare il collo candido e le braccia tornite. Girando attorno alla Casa dei Mazzanti si trovano le botteghe di mercerie - Via Pignolatarum: sete, nastri, trine, panni forestieri e panni nostrani.
Il palazzo verso la Piazza fu dipinto a fresco da Alberto Cavalli per commissione di Matteo Mazzanti. Famiglia questa ricca e importante che fini per un fallimento causato dalle tasse e dai balzelli del « dazio della stadera » al quale erano sottoposti pesi misure e stoffe a garanzia di equità e di perfezione.

Il Palazzo Maffei: Barocco, Arcadia, statue di numi a corona. Chi fece il progetto?
La Torre del Gardello, negli atti pubblici è spesso chiamata Torre dell'Orologio.
Piazzetta 14 Novembre, prima guerra mondiale: scoppi, incendi, stragi; una domenica di sole e di lutti: la città è affranta.
L'ultimo tratto di case per arrivare a via Mazzini faceva parte del « Ghetto ». Gli ebrei vennero a Verona a ondate e l'ultima fu quella di ebrei spagnuoli, sefarditi, condotti da Mosé Goran e da Jacobbe Navarra alla metà del '400.

Ma la piazza è un altare civico e i monumenti come il capitello che sta al centro, come Madonna Verona, come la colonna del Leone, come la colonnina Viscontea, come l'antenna del Gonfalone furono testimoni e protagonisti degli eventi che segnarono per la città date ed epoche: vennero i Visconti che rizzarono la colonnina ritorta con la sua edicola consacrata a Santi protettori, vennero i Veneti che da essa scalpellarono le insegne del Biscione; i Gonfaloni e le chiavi della città furono consegnati, davanti al capitello, ai rappresentanti della Serenissima.
Stando ad alcuni versi del poeta Francesco Corna, sotto al capitello doveva esservi una « sedia di marmo lavorata »; qui, davanti al capitello, dopo aver suonato la tromba, si leggevano bandi e grida; qui i podestà ricevevano le insegne della loro carica; secondo uno statuto di Cangrande i bestemmiatori dovevano essere immersi tre volte nel lavello ove oggi le erbivendole lavano l'insalata; alle colonne dovevano essere legati i mercanti che commettevano frodi, al capitello si esponevano le teste dei giustiziati.

L'Antenna del gonfalone e il Leone di San Marco ci ricordano le furie del 1799 quando i giacobini nostrani e forestieri distrussero le insegne della Signoria morente.

Ma ecco Madonna Verona, il cuore del cuore.
Si dice che la statua fosse stata fatta erigere nel Foro ancora nel quarto secolo da Valerio Palladio e nella Piazza Erbe fu poi adattata ad una fontana eretta dai fratelli Comacini, da questi misteriosi lapicidi che giravano per l'Europa portando la loro arte e i misteri della loro confraternita. Le teste di pietra dalle cui bocche escono gli zampilli sono quelle di Verona, dell'imperatore Vero, che si dice fondatore della città, del re Alboino, del re Berengario.
Cosi la storia della Piazza che vide, vede, vedrà le fortune della città e nostre, ma il colore, ma l'aria che circola, ma il popolo che qui vive, ma le ombre, nessuno può dirle.


Fonte: Da srs di Dino Monicelli, a cura della  COM.TUR. ACI  (fine millennio)

sabato 2 luglio 2011

Verona: nasce il tour della città esoterica

Piloton di Montorio


Verona come Torino e Praga città «esoterica.», costruita secondo geometrie arcane.  Una caratteristica che potrà essere «sfruttata, dal turismo. «Il percorso della luce», quello che effettua il sole nel giorno  del   del solstizio d'estate (avvenuto ieri stando al calendario) potrebbe essere un nuovo itinerario  proporre ai turisti.

La proposta arriva dalla commissione Cultura, presieduta da Lucia Cametti è stata presentata ieri alle guide della città.

Le sette tappe toccano alcuni tra punti più antichi di Verona e prendono spunto da una teoria secondo cui la città, in età romana e preromana, è stata costruita tenendo conto della leggenda di un eroe fondatore. «Proprio come Romolo e Remo per i romani - spiega Luigi Pellini,  esperto di storia locale e ideatore del percorso - solo che nel caso di Verona, il nome dell'eroe ci è ignoto».
Si comincia da Castel San Pietro, al tempo dei romani l'acropoli sacra, per attraversare San Giovanni in Valle (chiesa, prima ancora santuario pagano, posta dove il sole si leva il giorno del solstizio), per poi arrivare a Santa Maria in Organo, via Stella (dove sorgeva l'Horeum, il granaio cittadino), alla cattedrale, a Santo Stefano e concludere dove si era cominciato: nei cunicoli sotto Castel San Pietro. «All'itinerario potranno essere collegate località meno conosciute fuori città - sostiene Cametti - come il Piloton di Montorio (nella foto ), antico monolite preistorico».
(D.O.)

Fonte: da il Corriere del Veneto di mercoledì 22 giugno 2011


venerdì 1 luglio 2011

EUGENIO BENETAZZO: IL BEL PAESE DI UN TEMPO

Vedendo quanto sta accadendo in Europa con la crisi del debito sovrano, in molti mi scrivono ponendomi questa domanda: l'Italia sarà la prossima Grecia ? La mia risposta rimane sempre la stessa ovvero in ottica di breve termine non dovrebbero esserci motivazioni oggettive a sostegno del possibile default (nel lungo termine tuttavia sono decisamente pessimista). Pur riconoscendo che ormai la nostra nazione rappresenta un paese in via di sottosviluppo caratterizzato da un lento processo di deindustrializzazione ed impoverimento sociale può vantare rispetto agli altri PIGS ancora alcune exit strategy che le consentirebbero di salvarsi in fasi di turbolenza finanziaria.

Cominciamo con il rammentare che l'Italia vanta la terza riserva aurea al mondo dopo USA e Germania con oltre 2400 tonnellate di metallo prezioso che danno ancora tantissima credibilità al paese in ambito internazionale (pensate che Cina e India ne possiedono rispettivamente 1000 e 500). In secondo luogo la popolazione italiana detiene il più grande patrimonio privato al mondo quantificato in oltre otto trilioni di euro, quattro costituiti da beni immobili di proprietà e quattro sotto forma di investimenti finanziari e liquidità (come depositi bancari, obbligazioni e titoli di stato), nessun altro paese al mondo può ostentare numeri di questa imponenza. La presenza di notevole ricchezza detenuta dalle famiglie italiane fa ipotizzare che in caso di difficoltà nella tenuta dei conti pubblici è pensabile una manovra di intervento a tampone attraverso una tassazione una-tantum (prelievo coatto sui depositi) o attraverso l'istituzione di una patrimoniale con alcune soglie di franchigia (proposta anche recentemente).

Infine l'Italia è caratterizzata da una shadow economy (economia sommersa) di notevole entità, stimata in circa 350 miliardi di euro, pari a oltre il 20% del PIL, la quale al momento rappresenta un autentico polmone finanziario per la piccola e media impresa che tuttavia potrebbe essere fatto emergere attraverso manovre di condono fiscale per generare un extra gettito in supporto ai conti pubblici.

Termino con una mia personale provocazione: la tassazione della prostituzione in Italia consentirebbe di generare 20/25 miliardi di gettito annuo senza gravare sui portafogli dei contribuenti. 

Fonte: srs di Eugenio Benetazzo del 10/06/2011