venerdì 26 luglio 2019

ADDIO A GIOVANNI TODESCO, LO SCOPRITORE DEL DINOSAURO «CIRO»


Addio a Giovanni Todesco, lo scopritore di «Ciro», il baby dinosauro italiano. 


Si è spento ieri a 72 anni, nell’abbraccio della sua famiglia, il paleontologo dilettante che nel novembre del 1980, nel Beneventano, recuperò da una cava la lastra che per milioni di anni era stata la «cuccia» dello Scipionyx Samniticus.

Fu questo il nome che il mondo scientifico attribuì a quella che è stata definita come la scoperta paleontologica del Novecento e che è avvenuta grazie alla passione di un tecnico calzaturiero in vacanza nel Sannio assieme alla sua famiglia.

La moglie Giovanna, i figli Valeria e Alessio, lo hanno accompagnato mano nella mano nel suo ultimo chilometro, quello di una lunga e difficile «maratona» di malattia, dopo «una vita di emozioni e sorprese» come diceva lui, come accadeva le domeniche di tanti anni fa, passate a «cavar sassi» di qua e di là per il gusto di scoprire il tesoro che millenni di storia ci avevano custodito dentro. 

Fonte: srs di Paola Dalli Cani, da  L’arena di Verona del 26 luglio 2019




SI È SPENTO IL VERONESE GIOVANNI TODESCO, SCOPRITORE DEL «PRIMO DINOSAURO ITALIANO»


«Scipionyx Samniticus», questo il nome scientifico attribuito al «primo dinosauro italiano», del quale il suo scopritore diceva: «È un bel nome ma mi sarebbe piaciuto molto di più se lo avessero chiamato: Scipionyx Samniticus Todescus». Chissà che oggi qualcuno provveda...


“Giovanni Todesco - ph dallo scritto "Incredibile ho trovato il primo dinosauro italiano”

„
Si è spento all'età di 72 anni Giovanni Todesco, il paleontologo "dilettante" di San Giovanni Ilarione, autore nella provincia di Benevento di quella che è stata definita una delle scoperte più importanti del secolo scorso, quella di «Ciro il baby dinosauro italiano». 
A darne notizia il quotidiano L'Arena che riferisce della scomparsa di Giovanni Tedesco accompagnato dopo aver combattuto contro un grave male dalla moglie Giovanna e dai figli Alessio e Valeria.

Ne 1980 per ragioni di lavoro Giovanni Todesco si trasferì con la famiglia in provincia di Avellino e nei fine settimana con la moglie e i figli girovagava per i monti del Sannio «per ammirare le bellezze di quei luoghi» e, come lo stesso Todesco raccontava in un suo scritto, nel cercare quello che la natura metteva a disposizione «ci si fermava e si giocava alla scoperta di qualche conchiglietta o frammenti di fossili per la gioia dei bambini». 



“Giovanni Todesco e il fossile da lui scoperto“
13 febbraio 2019 Giovanni Todesco  ha rivissuto l’emozionante incontro con il piccolo dinosauro da lui rinvenuto nel 1980.


«Un giorno arrivammo nel paesetto di Pietraroja, - scriveva Giovanni Todesco ripercorrendo i passi della sua grande scoperta - c’erano delle ruspe e altri grossi macchinari che scavavano e spostavano materiale per la realizzazione della circonvallazione del paese. Stavano frantumando gli strati laterali della cava per farne fondo stradale e guardando tutti quei pezzi di roccia, con grande sorpresa e poi con terrore mi accorsi che c’erano tracce di pesci fossili: stavano usando strati fossiliferi per fare il fondo stradale.
Dissi subito a mia moglie di cercare sulla strada assieme ai bambini prima che il tutto venisse schiacciato e pressato dal rullo compressore. Ad un certo punto mi trovai fra le mani una lastrina dove da un lato si vedeva in sezione un segno scuro di 2-3 millimetri di spessore, il cuore incominciò a battere più forte, dovevo cercare subito gli altri pezzi che mancavano».

A raccolta ultimata, alcuni mesi dopo e una volta rientrato nella sua casa veronese, Todesco casualmente conobbe il dott. GiorgioTerruzzi,conservatore del Museo di Storia Naturale di Milano e un lunedì sera al telefono gli chiese se poteva passare a trovarlo per «fargli vedere uno strano fossile». Con grande sorpresa di entrambi, fu così che il "dilettante di genio" e lo "studioso" realizzarono di trovarsi di fronte al «primo dinosauro italiano».

„«Gli studiosi gli diedero il nome di Scipionyx Samniticus, - raccontava ancora Todesco nel suo scritto "Incredibile ho trovato il primo dinosauro italiano" - Scipionyx è composto da due nomi, Scipione, per ricordare il primo geologo che studiò il giacimento di Pietraroja e Onyx, che dal greco vuol dire, grande artiglio per sottolineare le unghie del dinosauro, Samniticus per sottolineare la provenienza, il territorio del Sannio». Quel che tuttora manca, è di sottolinearne anche lo scopritore: Todescus...“

Fonte:  da Verona Sera del 26 luglio 2019


giovedì 25 luglio 2019

PREMESSA ALLA TESI DI MELPUM

Ortelius, 1624, Italia Gallica sive Gallia Cisalpina ex conatibus. Dettaglio. Nella parte centrale dell’immagine ingrandita si può vedere l’indicazione Melpum 



Tengo ad evidenziare che questo Testo, articolato in più capitoli, non espone un qualcosa che è stato trovato, ma l'opinione su come si possa trovarlo, secondo un metodo deduttivo, che conoscendolo, può essere applicato a qualunque ricerca, perché segue logiche precise e solitamente funzionanti.

Il problema della ricerca archeologica sta nell'essere autorizzati a farla, e perciò un privato che non lo è, può ugualmente individuare Siti archeologici, con queste analisi che consentono di indirizzare Prospezioni Strumentali preventive, da cui poi si attiveranno veri scavi autorizzati.

Nei capitoli precedenti, relativi al Viaggio di Annibale, è stato esemplificato come l'analisi dettagliata di un testo, produce un assemblaggio di indizi, che per confronto con la carta geografica e l'esplorazione territoriale, consente una serie di conferme ed esclusioni, che, con la comune logica ipotetico-deduttiva, porta a scoprire realtà che non sono state citate dai testi storici, o sono state distorte o mentite, così che si possa ricostruire come fu la vera storia.

L'esempio ha identificato quale fu il vero passaggio di Annibale sulle Alpi, diverso da quello che intendeva fare, come e perché sbagliò strada, e poi in Padania, dove avvenne la Battaglia del Ticino.

In questa seconda parte, lo stesso metodo viene applicato per individuare dove si trova una città etrusca perduta, basandosi sulla sola conoscenza del Nome, e minime indicazioni che rivelano che anche gli storici antichi non sapessero dove fosse questa città.

Questa analisi mostra le possibilità di trarre dati non noti, applicando il metodo dell'esplorazione con le percorrenze stradali, dettagliate in altro Studio successivo, sulle Antiche Strade.

E' proprio l'analisi ipotetico-deduttiva (che qualcuno svaluta) che rende possibile impiantare la costruzione di dati e circostanze che, nel confronto geografico, consente di scoprire tutto ciò che la Storia non dice, correggere la Storia narrata, identificare Siti ignoti, ed anche individuare dove sono i punti vitali di riconoscimento, ove indirizzare le Prospezioni geofisiche che dimostrino se la Tesi regge o va ridimensionata, così da decidere come attivare più concrete ricerche storico-scientifiche.

I miei interessi per la Civiltà Etrusca si accesero tra il 1991 e il 1993 quando fui a Perugia per realizzare un grande impianto industriale; le serate in albergo stimolarono le letture, ed i week-end attivarono esplorazioni sul territorio. Dai tempi di scuola conservavo l'idea che l'Umbria fosse il cuore d'Italia, perché è un ovale al suo centro, ma quando vissi a Perugia e presi a gironzolare nei dintorni, spostai il significato sul cuore che batte, per le emozioni che suscita questa terra stupenda.

Esplorai l'Etruria dal Casentino ad Orvieto, Da Volterra alla Cascata delle Marmore, ed oltre alle guide turistiche e gastronomiche, lessi anche tutti i libri sugli etruschi che potei trovare.

Un giorno giunsi a Città della Pieve, da dove si può ammirare l'immenso panorama della Val di Chiana, e davanti a tanto spettacolo, mi ricordai che in un museo di Milano, c'è un'intera parete che mostra un disegno di Leonardo da Vinci, con il progetto della Bonifica di questa Val di Chiana.

Lessi che quello fu il ripristino di una più antica bonifica, fatta dagli etruschi nel VII secolo a.C. che produsse una enormità di grano, da cui venne tutta la potenza di Porsenna.

Per un tecnico che ama la storia, l'argomento idraulico divenne l'occasione per capire quali capacità esistessero nell'antichità, e dunque iniziò l'analisi delle citazioni dei testi sugli Etruschi; l'acquisto di carte geografiche idonee (IGM 1:25000) e grandi camminate a piedi, come nello stile del nonno, per trarre dettagli dalle forme del paesaggio. L'interessante Studio della Val di Chiana seguirà in altre circostanze, perché ora è più importante dire che allora, appresi dai testi che non si conosceva dove fosse la grande città etrusca di Melpum.

Ma come? In casa nostra, tra tante città antiche perfettamente note, ne manca una grandissima?

Compresi la situazione quando mi imbattei in un testo che diceva:
"Si ritiene che Melpum fosse sul luogo di Milano, perché quei Galli che distrussero Melpum poi fondarono Milano, e nell'antichità è ripetitivo il fatto che si costruiscano città, una sopra l'altra".

Ci rimasi male per tanta leggerezza, perché significa non conoscere gli Etruschi né i Galli. Le città che crescono l'una sopra l'altra sono sempre state costruite dai popoli a tecnologia edile, e quando sorse una Milano muraria, fu due secoli dopo, quando quei Galli, che erano nomadi ed abitavano nelle tende, si integrarono con gli Insubri, che erano già un popolo stanziale e tecnologico, persino preesistente ad Etruschi e Romani.


In ogni caso non si può identificare Melpum con Milano, perchè la costruzione di una città sopra l'altra, comporta "sempre ed ovunque" che le fondamenta delle precedenti costruzioni distrutte diventano la base per le costruzioni successive, e dunque l'impianto urbano conserva l'orientamento della prima fondazione. Ebbene Milano ha chiaramente un orientamento Nord- ovest Sud-est, che non corrisponde al criterio etrusco, che costruiva sempre rigorosamente con orientamento Nord-Sud.

Si può anche dire che l'enormità di lavori di escavazione fatti a Milano, per ogni costruzione, non ha mai rivelato la presenza di reperti con attinenze etrusche.

Anche l'analisi linguistica non indica somiglianze tra il nome Melpum ed il nome Milano, Mediolanum, Midland, mentre è stata individuata l'attinenza della parola Mediolanum con la parola celtica Meedelan, che è molto diffusa in tutta l'Europa gallica, e si riferisce ad un centinaio di centri di culto analoghi, dove si trovavano Meenhir, orientati astronomicamente sulle tipiche ricorrenze celtiche.

Su un altro testo trovai invece l'ipotesi che Melpum potesse essere dove è Melzo, per una questione di assonanza del nome. Anche questo mi sorprese, perché Melzo non è su nessuna linea dei grandi percorsi di comunicazione dell'antichità, e lo studio della storia con i miei criteri, indica che tutte le città etrusche sono sempre ubicate sui grandi percorsi stradali e fluviali, secondo il criterio dei transiti commerciali, che collegavano la Toscana, la Padania, le Alpi e il mondo celtico e germanico.

Nei prossimi capitoli sono dettagliate queste cose, ma qui conta evidenziare che come al solito c'è un problema di Metodo; viene seguito un tipo di studio che non focalizza i connotati essenziali, e si limita a dire che non sappiamo un qualcosa perché non ci è stato detto ! ! !

Ma la scienza non è una cosa fatta così, come si può stare per anni, indifferenti al sapere che mancano dei dati? Ogni volta che si perde qualcosa, la si va cercare, sia che si tratti dell'accendino, del significato di una parola, una perplessità, o un intero tassello della Conoscenza.

Tutti i miei Studi rimasero sempre sotto forma di appunti, perchè fui sempre intensamente preso da attività lavorative in mare o a terra in trasferta; e solo quando giunsi alla pensione, iniziai a trasformare appunti in testi, che ora possono entrare in Internet, grazie ai professionisti del sistema, perché ritengo che questa sia la vera e più importante via per diffondere Conoscenze, perché i libri costano e possono raggiungere qualche migliaio di persone, mentre internet è gratis, e può raggiungere milioni di persone.

Fonte: Rodam Premessa alla tesi di Melpum; da Archeomedia del 3 aprile 2011. 



lunedì 22 luglio 2019

L'ANALISI DEI DATI DI MELPUM




Come già visto in precedenza, la prima operazione dell'indagine è di raccogliere tutti i dati disponibili per analizzare significati, motivazioni, tempi degli eventi, luoghi della Padania nord- occidentale, per individuare quale può essere l'ubicazione di Melpum.

Tito Livio scrive che le invasioni galliche cominciarono alla fine del VII sec.a.C. con l'arrivo dei Biturigesdi Bellovesus,e continuarono fino al IV sec.a.C.; però l'archeologia ha corretto che vi furono prima solo immigrazioni pacifiche con integrazione di Celti, e solo nel 4° secolo a.C. vi fu una invasione.

La grande ondata invasionistica che distrusse Melpumnel 396 a.C., e poi tutte le città etrusco-padane, fu quella delle tribù Galliche deiBiturgi, Edui, Arverni, Ambarri, Carnuti, Aulerci, Senoni, Cenomani, Boi, che fecero fuggire i precedenti Leponzinelle valli alpine dell'Ossola e Canton Ticino, spinsero gli Orobie Camunisui monti loro vicini, nonché cacciarono liguri, umbried etruschi, dalla sponda sud del Po' all'Interno dell'Appennino. Solo gli Insubriseppero respingere i Galli, conservando il loro dominio sulle colline del Verbano, Ceresio e Lario. La grande massa di gente nuova cambiò il lessico padano, e l'archeologia ha classificato questa nuova Cultura come il tipo La Tène. 

Quando giunsero i Romani nel 3° sec.a.C. trovarono Galli ovunque e diedero nome di Gallia Cisalpina a tutta la Padania, riservando i nomi dei predecessori ai loro monti (Alpi Leponzie, Retiche, Orobie, ecc.).

Però i Leponzi non erano montanari, ma un popolo Ligure evoluto e più antico degli Insubri. I Leponzi si fusero con i Celti, condivisero l'area collinare Ticinese, ed originarono il popolo degli Insubri, che portarono l'importante tecnologia del ferro, unendola alla più matura cultura agricola e litica dei Liguri, dalla quale venne anche la scrittura Leponzia, che è detta Nord- Etrusca perché usò i caratteri etruschi nel suo ultimo stadio, ma che evolse con secoli di influenze dei traffici egeo-fenici nella zona, attraverso tutta la storia delle scritture (prima degli etruschi vi erano ciprioti, perché l'unica cultura di tipo cretese sopravvissuta alla grande invasione indoeuropea del 12°sec.a.C.).

Per questa ricerca concludiamo che a Melpum,nel 4°sec.a.C., si parlava un dialetto Etrusco-Leponzio, non contaminato dal successivo lessico gallico, ma con tracce di lingue protogreche; perciò dobbiamo trovare l'etimologia del nome Melpum,tra le radici Liguri, Celtiche, Etrusche ed egeo-fenice.


Un nome è la sintesi di uno o più significati, parimenti un toponimo (nome di luogo o città) contiene significati che indicano le caratteristiche di quel luogo. Perciò trovare l'etimologia del nome di una città sconosciuta, mette sulla via per trovarla, perché fornisce, in sintesi, una descrizione di essa.

Per trovare una etimologia bisogna conoscere la lingua con cui fu scritta la parola, e quando anche ciò è sconosciuto, si ricorre alla scienza linguistica, che scompone, analizza significati elementari e loro varianti nel tempo, dopodiché sintetizza il tutto e riesce a stabilire il significato della parola, la lingua, l'epoca ed il popolo che la scrisse.

Io non ho studi linguistici, però mi aiuto con internet, che ha la potenza di rispondere ad ogni quesito. Così traggo idee facendo confronti tra parole somiglianti, perché le lingue antiche hanno strutture più semplici delle recenti, e rivelano che sempre vi fu contemporaneità tra ideogramma e fonetica.

Nelle lingue preistoriche una parola conteneva molti significati connessi tra loro, e poteva essere rappresentata con un solo simbolo; via via che l'umanità evolse culturalmente, perfezionò l'espressione dei concetti, aumentando il numero di parole e frazionando su esse concetti simili ma diversi e più precisi, per cui furono rappresentati da gruppi di simboli elementari, e qui nacque la scrittura. Oggi sappiamo che ogni suono di parola si compone di una consonante + una vocale, ed è rappresentato da due simboli di scrittura; nella protostoria però non si usarono le vocali perché erano spontanee, dato che non si può esprimere un suono con le sole consonanti, ogni tribù aveva usi tipici nell'associare ogni gruppo di consonanti con la vocale adatta, questo perché ancora si usava tenere associati concetti comprensivi di più significati (es. farina, macina, grano, mietitura).

L'antica Bibbia era solo consonantica perchè fu scritta da Mosè, che aveva grande esperienza nel rivolgersi al popolo cosmopolita d'Egitto; Mosè sapeva bene che con un testo di sole consonanti poteva trasmettere dei concetti base, che poi gli scrivani di ciascuna tribù, potevano associare ai tipici suoni vocalici in loro uso. Quando le scritture evolsero ancora, sorse la necessità di simbolizzare anche le vocali, perché l'internazionalità del linguaggio non poteva moltiplicare le associazioni vocaliche spontanee. Però rimase l'uso di tenere il concetto base contenuto nelle consonanti, mentre le vocali rappresentarono le varianti (maschile, femminile, plurale, singolare, mio, tuo, di tutti, del re, ecc). Questo criterio è fondamentale per scomporre le parole antiche ed individuare radice e desinenza.

Poiché la parola Melpumè latina, è stata derivata da un nome precedente che potrebbe essere Ligure, Celtico, Etrusco, Greco arcaico. Dunque vanno analizzate tutte le varianti possibili, che suonano come: Melphos, Melpòs, Melpùs, Melphis, Mèlph,dove si nota che qualunque variante, è sempre composta da due suoni (fonemi), cioè:
Mèi + Pum (pòs, phos, ecc), ciascuna parte va analizzata a sé perché contiene un significato singolo, la cui somma dà un significato d'assieme, che potrebbe indicare il luogo come posizione geografica o come caratteristiche di ciò che vi si trova, oppure il ruolo svolto dalla città, oppure il nome del fondatore. Chi ama cimentarsi con gli anagrammi, affronta queste cose come una sfida interessante.


L'idioma preistorico(detto Pre-Indo-Europeo), è una specie di lingua universale molto simile tra idiomi europei, asiatici e semitici, in questa antica lingua il suono mel-rappresenta in modo sfuggente, sia l'idea di rompere, tritare, ammorbidire, sia l'idea di ciò che serve per compiere questa azione.

Così troviamo parole attinenti all'idea base come: macigno, maglio, martello, macina, mola, mulino, e anche macinato (cioè la farina detta mjelin antico albanese e forse anche etrusco) e per estensione del concetto, la parola lega anche i significati di molle, liscio, levigato. Con le lingue protostoriche, come il Ligure ed il Celtico, evolute sulla precedente, troviamo che il termineMei,ha preso le varianti di Metto, Mellum,col significato di colle, collina,od il luogo che sta sopra una collina, come nei seguenti toponimi esemplificativi:
Dormelletto(in Piemonte) = duro-mellum, cioè duro =mercato, piazza + mellum =collina + suffisso diminutivo -etto.Da cui viene il significato d'insieme di "piccola collina del mercato". Leucumellus,tratto dalla Tabula Alimentaria di Veleia (saltus Veluias Leucomelium) si compone di leuko= brillante, chiaro + mello= colle, collina, che significa "collina bianca".

Liccoleucumè l'antico nome di Lecco, parola celtica che manipola i termini suddetti per un significato che non so indicare.

Lomello(Piemonte, Lomellina), in latino Laumellum,deriva da parole celto-liguri come: Lomellos, Lumellus, Lùmèl(dialetto attuale) che certamente un linguista sa interpretare.

Parimenti Melpumassocia mel e pos, pus per dare Melpos, Melpusche indica collina di qualcosa. Come si vede le lingue antiche sono approssimative, con tanti significati in una parola, mentre le lingue più evolute, aumentano il numero di parole simili, per dare a ciascuna significati più precisi.

Per trovare la relazione tra Mei(masso per tritare) e Mei(collina), bisogna avere anni di esperienze linguistiche, perciò io mi accontento nel supporre che sono due cose "grandi", "rocciose", "ispide"; perché trovo la similitudine con le parole Mot, Mut, Mutt,che pure significano collinetta, rialzo, rotondità del terreno, ma che però hanno caratteristica di molle, morbido, rotondo, anziché ispido. In sostanza Meiè una collina dura e Motè una collina morbida, un mucchio di terra, da cui derivano i nomi Motta, mota, muta, con numerosi toponimi Mottarone, Motta Visconti, e anche Modena,perché il nome originario era Mutina(latino), Mutna(etrusco), Mòdna(dialetto modenese).

Nelle lingue storiche, ancora più evolute, troviamo che la radice Meiè diventata la base del significato di miele e di mela, inteso come dolcezza. Sembrano idee diverse, ma si riconosce che il concetto di farina (prodotto della macinatura) e il concetto di melma (tratta dall'idea di molle), sono stati fusi nell'idea di miele, che è il meglio di ciò che è fine e morbido, fino ad essere dolce, (come sapore è venuto dopo, ma prima era dolce come delicato) + l'idea di molle al massimo, che sta nel quasi liquido, come appunto il miele.

Se questo Meinon è né ligure né celtico, ma è etrusco o greco, troviamo attinenze con Melos, Melè, Melo, Milo (isola Egea) e persino Nilo perchè scorre dolcemente. Dobbiamo anche considerare che vi siano attinenze con nomi di persone, un fondatore della città o un proprietario delle terre, e troviamo esistenti i cognomi Melli, Mellis, Melas, Mela (geografo romano Pomponio Mela), Melissus (filosofo greco), Melitensis (che è di Malta), Melinus (che è dell'isola di Milo), Melissa, Mellonia, Meletè, Melié, Melia, Melpòmèné, Melanthus (tutte ninfe e muse), Melite (Nereide di Malta), anche isola Dalmata, città Ionica e di Cappadocia, Melampùs (medico indovino Argivo, anche un figlio di Atreo), Meldi nome di un popolo Gallico presso Meaux. Ed ancora tipici nomi etruschi di Melisna (Lar8 Melisnas, Se8ra Melisnei, di Volsinii), e Metie, Metli, tutti dell'Etruria interna da cui vennero i fondatori della dodecapoli padana.

Per concludere diciamo che il significato di Melgira attorno all'idea di un luogo che può essere una collina, molto bella, morbida, dolce, piacevole, che può anche essere un nome prediale etrusco, sono solo supposizioni, ma è da queste che poi si raggiungono le certezze.


Nell'etimo ligure troviamo phu, phumche indica la valeriana, erba sedativa molto diffusa nelle brughiere del Verbano e Ticino, ma significa anche "haa caspita"!con significato di "ecco la soluzione del problema" (aggiungo io che lì fu risolta la risalita delle Rapide del Ticino).

Nell'etimo celtico troviamo phont, punt,che significa "ponte" e di fatto in quell'area vi era l'unico ponte che attraversava il Ticino (un ponte di legno alla Miorina con tracce sul fondo del fiume).

Esiste anche un Pulavverbio etrusco che significa: poi, dopo, inoltre, e va guardato bene perché l'etrusco è complicato. In Mugello, sopravvive la parola etrusca Pulche in italiano è la "Pula", cioè la farinella di scarto nella pulitura del grano (battitura delle spighe che separa i chicchi dalla paglia). Ma il significato etrusco di Pulnon è "scarto" (avanzo della pulitura), ma significa "quello che resta poi", dato che la pula non si getta ma forma la crusca per le galline. Quindi potrebbe esservi una attribuzione al fatto che: "le bellezze e la prosperità della collina di Melpum,sono quello che resta poi, del grande transito dei traffici commerciali, in viaggio dall'Etruria alla Gallia e Germania".

Ancora potrebbe esservi un legame con Plumiger,nome celtico della ghiaia (Gèrain dialetto), perché tutta la zona è fatta di ghiaia; oppure può esservi attinenza con Plumbum,cioè piombo, tubo conduttura, perchè in quel 6° sec. a.C. iniziò l'uso di fare condutture urbane per l'acqua in piombo.

Rare volte un toponimo è stato coniato da un qualcuno e poi è rimasto tale; solitamente si forma una parola polisemica (che ingloba più significati), perché l'uso nel tempo di quel nome, da molte persone diverse, include associazioni di idee ed elimina attribuzioni non consone, cioè il nome matura. Perciò non bisogna escludere le possibili varianti, ed associando i due termini Mel + Pum:  troviamo che questa città, dovrebbe essere su una bella collina, morbida, in una zona di ghiaia, di proprietà di un etrusco o greco, dove vi è un ponte e dove è stato risolto un grande problema, e tutto ciò è la conseguenza del grande traffico commerciale.

Chi non è abituato ad affrontare rebus ed anagrammi, dirà che tutta questa costruzione è una assurdità, dettata dalla fantasia, e priva di fondamenti che possano giungere a tali conclusioni. Per contro dico che anche ciò che è comunemente impossibile, bisogna prima dimostrare che è tale.

Per spiegare questo tipo di assurdità, cito una mia esperienza fondamentale.
Mi fu insegnato cosa è la pianifica di una operazione, come trovare ed assemblare tutti i componenti, circostanze e presupposti che conducono all'organizzazione di un qualche cosa; ma quando dopo mesi di esercizi su tutti i casi possibili, raggiunsi l'impeccabilità dei criteri adottati, mi si disse che dovevo ricominciare daccapo perché ogni piano d'azione, per quanto serio e complicato, è solo una questione provvisoria, perché i piani si fanno sempre per essere modificati.Mi parve di crollare dal cielo, ma poi con altri mesi di esperienze, capii che un piano è soltanto lo studio base di una azione, che è valida solo nel momento in cui la si progetta.

La realtà, la situazione, i parametri, sono cose mutevoli che cambiano tutto già un giorno od un'ora dopo; perciò serve modificare il piano in continuazione; è necessario il piano precedente per valutare cosa bisogna mutare, in funzione della nuova situazione, però sarà eseguito soltanto l'ultimo piano previsto nel momento dell'azione. Si fanno piani d'investimento che si aggiornano di anno in anno col budget finanziario; ci sono piani di allestimento impianti che si aggiornano ogni mese; ci sono piani di produzione che si aggiornano ogni giorno e vi sono piani di movimentazione contemporanea di molti mezzi operativi, che si aggiornano ogni 10 minuti. Come si vede si tratta di un empirismo sfuggente, ma che garantisce la certezza del risultato, perché non esistono mai certezze a priori.

Su questa concezione, ogni indagine del mio tipo, prevede di formulare tutte le ipotesi possibili, anche quelle improbabili o incredibili, e poi col procedere sistematico delle verifiche, verrà scartato tutto ciò che "per certo" non è valido, così da stringere il cerchio delle validità possibili, finché si giungerà a concludere: “guarda che non può essere altro che così” !
Questa è la filosofia ipotetico-deduttiva, ed è da questa che vennero tutte le scienze.

Dopo l'analisi del nome Melpum,occorre cercare altri indizi nei testi storici, e sulla carta geografica.


sono poche ma basta sapere che Tito Livio scrive che Melpumaveva un perimetro di mura di 6 km, e che fu distrutta nel IV sec.a.C. quando i Galli sconfissero gli Etruschi sul Ticino.

Poiché le indicazioni sono attendibili e sufficienti, ed il Ticino occupa solo un centinaio di chilometri, ricorro alle Carte IGM perché mostrano tutti i dettagli, utili per far ricerche del mio tipo.

La citazione di Livio "sconfissero" pare indicare una battaglia sul Ticino, tra Galli ed Etruschi, ma considerando che i Galli non facevano vere battaglie, alla maniera romana o greca o etrusca, ma invadevano in masse disordinate e numerose, con circa 30.000 o 50.000 uomini per volta, si conclude che gli Etruschi non erano in grado di opporre resistenza ad un simile attacco (solo i romani seppero fare legioni di 10.000 uomini capaci di abbatterne 50.000), pertanto va concluso che si trattò di un assedio della città di Melpum,perché gli Etruschi erano abili costruttori di mura e sempre confidarono nella "difesa" come principale risorsa bellica.

Perciò la prima ipotesi è che si debba trovare la città sulle sponde del Ticino, o poco distante, in un luogo simile alla descrizione ricavata dal toponimo, con le dimensioni citate e le forme della tipica tecnica di costruzione etrusca, che rimando al capitolo "La Città Etrusca".


L'area del Ticino si estende per circa 150 chilometri, che per esplorarli occorre una valutazione preventiva dei punti salienti, quali alture, valichi alpini, fiumi, laghi, paludi, punti strategici per porre rocche; si misurano le rispettive distanze, e si evidenziano tutte le strade e relativi incroci, citando quali sono le attuali, quali le romane, le etrusche e le preistoriche.

In linea di massima le città stanno sempre sui grandi incroci viari, e distano tra loro 30 km, o multipli di 30 km, arrotondati in base alle caratteristiche del luogo, perché d'uso si percorrevano 30 km al giorno e quindi si doveva trovare un luogo di sosta per la notte (città, paese, villaggio, cascina).

Se su un incrocio importante tra strade di lunga percorrenza, non si trova una città, deve essere lì vicino su un'altura o su un'isola, ma se manca la città od un borgo adatto alla sosta di una carovana commerciale, significa che lì sotto si deve trovare una città distrutta.

Anche le deviazioni dei percorsi vanno indagate: in linea di massima i tracciati sono rettilinei sul percorso più breve, se deviano si deve trovare il motivo, aggirano un colle o un lago, o una palude che c'era e non c'è più, o vanno verso un guado o un ponte, ma se non si trova nessun motivo per quella deviazione, bisogna esplorare cosa c'è sotto l'area aggirata, di solito si trovano estensioni di macerie. Mentalmente vale sempre la probabilità e l'esclusione, nessuna via nasce a vanvera ma secondo una logica (tratturi della transumanza, collegamento tra villaggi, campagne e fiumi, grandi comunicazioni tra un territorio ed un altro); seguendo queste logiche si capisce quali strade sono indiziate allo scopo che si va cercando.


Il mio metodo basilare di ricerca, è di individuare la strada, o meglio l'incrocio di strade, che passavano per le città (Melpumnel caso), dato che non può esistere una città senza strade.

Però non si deve guardare alle strade indicate dalla carta, perché sono quelle oggi esistenti, ma si cerca dove furono i percorsi che non ci sono più, e che sono riconoscibili (solo su questo tipo di carte), dalle forme ed altimetrie del terreno, per cui si controllano allineamenti e pendenze.

Le strade da cercare sono le lunghe carovaniere, da non confondere con altre strade locali; perciò si devono individuare tracciati omogenei lunghi centinaia di chilometri, dove non viene mai superata la pendenza del 10%. Si tenga presente che esisteva solo il trasporto con animali da soma carichi o con carri, i quali giungono al limite di superare pendenze del 10%, se vi è un acciottolato, ma non vi riescono sulla terra battuta. Tutte le antiche strade si sono spostate nel tempo, per frane, cambio corso dei fiumi e perché le città venivano distrutte, ed era più facile ricostruirle accanto piuttosto che sullo stesso posto, per prelevare macerie della prima e costruire la seconda. Perciò le strade deviavano sui nuovi itinerari. Solo le grandi città si rifacevano sullo stesso posto, spostando via via le macerie, perché qui vi erano strutture imponenti di fondamenta, colonne, architravi ed ambienti sotterranei, che era opportuno recuperare.


Come debba essere fatta una città etrusca, è descritto nel lungo capitolo pari nome, tuttavia per agire con l'indagine stradale, occorre sapere preventivamente che gli Etruschi del 7°-5° sec.a.C., costruivano sempre sulla cima dei colli; e tenevano rigorosamente l'orientamento urbano, nel verso nord-sud; avevano sempre tre porte, di cui la principale era la est (porta pretoria),l'altra era a sud o nord a seconda della forma del colle, mentre la ovest serviva solo per andare al cimitero, che era rigorosamente situato su un'altura a ovest della città. Per giungere alle porte si doveva salire una rampa, spesso a tornanti, con pendenza 5-10% e con accesso alla porta da sinistra (porta scea)perché meglio difendibile.

Con tutti questi dettagli, bastano pochi minuti per trovare sulla carta geografica (IGM 1:25000), che esiste un solo punto che somma in sé tutti questi connotati; possono esserci altri luoghi simili, ma si scartano perchè manca almeno una cosa tra quelle che lo definiscono. Trovato il posto sulla carta, poi serve almeno un giorno completo per esplorare a piedi il luogo e verificare l'esistenza degli altri connotati che la carta non può indicare: se tutto coincide, si scrive la tesi con l'indicazione di quali sono i punti da ispezionare col georadar per trovare la certezza di quanto presunto e poi si cercano le autorizzazioni di scavo.
Questo metodo mostra come la semplice osservazione, consente analisi e deduzioni che portano a fare scoperte alla maniera di Cristoforo Colombo.

Fonte:  RODAN, l’analisi dei dati di melpun;  da Archeomedia del 7 maggio 2011



lunedì 15 luglio 2019

GLI INDIZI DI MELPUM




Siamo giunti al capitolo principale che indica come fare il riconoscimento archeologico di un sito insospettato, ma questa spiegazione non regge da sola, se non si seguono prima le indicazioni dei capitoli precedenti, e perciò li riepilogo per chi apre questa pagina senza aver già visto le altre.








Disegno n. 1 di Pombia reaiizzato nel 1994, per evidenziare meglio le caratteristiche. Si noti che il "Roggione" (a metà disegno sulla destra) non è un torrentello ma è il fosso che si è scavato il deflusso continuo delle acque della cloaca etrusca, che è stata tagliata dai romani quando hanno fatto il canalone che separa il Castrum




1° indizio:  Le Fonti Storiche:

Livio scrive che nel IV sec.a.C. i Galli vinsero gli Etruschi sul Ticino, quindi è lì che si deve cercare, con una buona carta geografica, per valutare i possibili percorsi etruschi sul Ticino.
Mi documento su tutti i testi storici possibili, per sapere come può essere fatto ciò che vado cercando.

2° indizio:  L'analisi Stradale:

La carta geografica indica strade, che non c'erano, ma rispecchiano itinerari fondamentali, valuto distanze tra punti salienti, alture, valichi alpini, laghi, guadi, confluenza di fiumi, incroci tra gli itinerari fondamentali. Con la logica delle probabilità ed esclusioni, stringo il cerchio su poche aree possibili.

4° indizio:  Riconoscimento del Sito sulla Carta Geografica

Con le idee chiare di come deve essere fatto il sito cercato, esploro una carta geografica molto dettagliata (IGM), per identificare un'area che corrisponda alle caratteristiche cercate; in prima battuta se ne trovano due o tre, ma stringendo l'analisi sui dettagli, si scopre che esiste soltanto un punto in cui coincidono tutti i connotati cercati. Mi documento come è la località attuale e organizzo una visita.

5° indizio:  Riconoscimento del Sito sul posto

L'esplorazione del luogo rivela una serie di dettagli geografici, urbanistici, tradizioni, toponimi, che qui vado a confrontare con l'idea di come deve essere fatto il sito cercato, e focalizzo quanto può coincidere e quanto può escludere; si tiene conto di tutto, anche il trascurabile o l'inverosimile.
Il disegno n° 1 allegato mostra la pianta di Pombia, è tratto fedelmente in scala, dalla Carta IGM, che non allego perché troppo complicata dai dettagli, mentre qui serve una chiara visione d'assieme, che consenta di accompagnare le descrizioni della località.


  Ed ora esploriamo

  
6° Perché proprio Pombia?
  
Pombia sorge sulla sponda destra del Ticino (piemontese), su una terrazza alluvionale, formatasi nelle ere glaciali, per il deposito di immensi banchi di ghiaia e sabbia, poi erosi dal fiume.
Il luogo si presenta come un caratteristico promontorio, con pendii ripidissimi, e la sommità piatta, rivolto a sud, nettamente staccato dal territorio circostante da un profondo canalone; il che costituisce un formidabile arroccamento molto in alto rispetto al fiume.
Il colle gode una perfetta visuale sulla vallata, ed ha una posizione strategica, sull'incrocio di antiche vie fondamentali, inoltre affianca le Rapide del Ticino, che in antico non erano navigabili, e qui dunque terminava la navigazione da Adria-Po'-Ticino, citata nella storia come antichissima via dell'Ambra, fin dall'età egea, cretese, fenicia, greca, che poi divenne la via del ferro per etruschi e romani; linea d'acqua che proseguiva sopra le rapide, con navi solo del Lago Maggiore. Qui vi sono tracce dell'esistenza di un porto sul Ticino, e vi sopravvive il toponimo "Porta Ferro", che può essere stato il capolinea dell'importante commercio etrusco.
Queste circostanze creano l'indizio che identifica una base, poi divenuta città, che svolse l'antico ruolo di congiunzione dei trasporti sopra e sotto le rapide.
  
7° Le Strade di Pombia
  
Le antiche strade che passano da questo luogo sono due sulla direzione sud-nord, e due sulla direzione est-ovest. Dunque fu un incrocio molto importante. Vediamo il senso sud-nord:
- la Via Ligure Ticinese, che viene da Genova e va al Passo  Penninum,e
- la  Strata  Maior Ticinensis,consolare romana che viene da Novara e va al Passo del Sempione.  
Sulla direzione est-ovest passano:
- la via preistorica Pedemontana Superiore, che viene dal Veneto e va ai Passi alpini della Val di Susa (Verona, Brescia, Bergamo, Como, Castelseprio, Arsago Seprio, Golasecca, Romagnano Sesia, Biella, Ivrea, Torino, Susa, Piccolo Cenisio e Monginevro).
-    e passava la strada militare romana Sepriese, che viene da Como e va ad Ivrea, Aosta, Passi alpini del San Bernardo. Questa via (spiegata a parte), per un certo periodo fu anche la militare Como-Novara, poi fu fatta una via diretta che passa per Turbigo, e questa fu poi distrutta assieme a Pombia.
Con questo apparato di strade, Pombia appare un importante sito strategico, presente fin dall'età del bronzo, un  Oppidum,capo distretto degli Insubri, al pari di Arsago Seprio  (Arx  Sever),  Castelseprio  (Sever,poi  Sibrium), Spina di Como (Lars?), Bellinzona (Bilitius),Gravedona  (Glavona).
Pombia appare inverosimile soltanto perchè è stata poco studiata nella storia ed archeologia; è sorprendente l'accostamento dei suoi grandi connotati, con l'aspetto attuale di un borgo rurale. Prevale una cultura standardizzata, che si mantiene sugli schemi condivisi da tutti, e non osa l'insolito, perciò nessuno bada ai paesini sparuti, di cui nessuno ha mai parlato.
Pombia fu cancellata dal potere Visconteo, come fu per Castelseprio, e di seguito si vedrà quali furono i ruoli che svolsero le contee del Ticino, prima di scomparire nelle fauci del biscione.
  
  
La città etrusca di Castel d'Asso, esempio di città occupata dai Romani, dove fu separata una punta, mediante fossato, per costruirci il Castrum del loro presidio militare, situazione analoga al Castrum di Pombia.

  
8° Il Colle di Pombia
  
Il colle dove sorge Pombia fa parte della Morena Glaciale Riss, del fu ghiacciaio del Verbano; è fatta totalmente di sabbia e ghiaia, come tutta la zona collinare subalpina a sud del Lago Maggiore; la quota è 280-290 metri sul mare e 120 metri sopra il fiume Ticino.
Il pianoro sommitale è largo 500 m e lungo 1500 m, ed il pendio dei fianchi è molto più ripido e regolare di quanto appaiano i colli circostanti. La natura crea forme morbide, l'uomo crea quelle mediamente a 45° di inclinazione, ove c'è terra, o di più se vi è roccia.
Anche il canalone che separa il promontorio ad ovest, dove scorre il torrente Riale, ha una forma stretta, profonda e ripida, che non coincide con l'usuale escavazione dei torrentelli nella zona.
Preso nota che qui i romani vi fecero una grande fortezza, ma non fecero anche il borgo, deduco che se loro avessero modificato la pendenza dei fianchi del colle, lo avrebbero fatto solo dove è la fortezza, ma poiché tutto il colle ha questa stessa pendenza, significa che fu fatta prima della fortezza, da chi volle arroccare l'intero colle.
  
9° L'orientamento dell'abitato
  
Tranne che in  Etruria,  è raro trovare abitati con le strade ben orientate sud-nord, e l'orientamento di Pombia è tanto evidente da vedersi già sulla carta geografica; è un indizio importante che richiede una indagine sul perché un paesino modesto, debba avere strade ben allineate, equidistanti tra loro, orientate nord-sud, come usavano fare gli etruschi. Tranne che etruschi e romani, tutti gli abitati preistorici e medievali sono disordinati, con vie contorte che seguono le ondulazioni del terreno, o anche solo aggirano enormi ruderi difficili da demolire.
E' certo che le case di Pombia non sono più vecchie del medioevo, ma è anche certo che da quando esiste l'edilizia, le case sono state fatte sopra le fondamenta delle costruzioni precedenti, perché erano la base più sicura per costruire, e per questo motivo rimangono gli stessi allineamenti di un tempo. Anche i Romani costruivano città a scacchiera, come gli Etruschi, ma non erano rigorosi con l'orientamento nord sud, perché sceglievano il verso più conveniente. In ogni caso l'ingegneria romana non ha costruito la città di  Pumbia,ma solo il  Castrum,infischiandosene di smembrare un  Vicus,che hanno lasciato senza mura, pur esponendolo ai rischi di trovarsi accanto ad una fortezza.
E' facile dedurre che il  Vicus Pumbia,sorse spontaneamente per opera popolare, sugli allineamenti delle fondazioni preesistenti, mentre i romani non mantennero gli allineamenti entro il loro  castrum.


La città etrusca di Caere (Cerveteri) occupata dai Romani, dove fu separata una punta, mediante fossato, per costruirci il Castrum del loro presidio militare, situazione analoga al Castrum di Pombia.
  
  
10° Il Canalone
  
La fortezza romana di Pombia è stata fatta staccando una parte dell'abitato, secondo un uso frequente, che fu attuato nelle città etrusche dove si volle impiantare un presidio militare, come si nota nell'allegato disegno n°2 relativo ad altre città etrusche in Toscana.
Le fortezze romane poste in queste città, venivano separate dall'abitato con un profondo fossato, il quale risulta eccessivo nei confronti di un'area urbana, che solitamente era già dotata di mura. Perché fecero una cosa simile? deduco che quel canalone non serviva soltanto per arroccare il  Castrum,ma soprattutto per intercettare i sotterranei tipici, presenti in tutte le città etrusche, ed i romani non volevano rischi che il presidio militare potesse essere accessibile da sotto con passaggi occulti (vedi punto 17° La Cloaca).
  
11° Le Mura romane
  
Non so come gli esperti hanno dedotto romane le mura di Pombia, dato che sono molto grezze; però ci credo perché il mio metodo porta alla stessa conclusione. Per datare una antica muraglia, guardo alla malta che lega le pietre. La calce (e il cemento) subisce un degrado per invecchiamento sì che nel giro di qualche secolo perde consistenza e si sfarina. Basta la punta di un coltellino infilata tra le pietre per vedere, grattando, cosa e come viene fuori. I muratori sono tradizionalisti e fanno la malta sempre allo stesso modo (zona ed epoca); Le chiese sono ottimi calendari perché si riesce a sapere tutto della loro storia, confrontando come si sbriciola la malta di una chiesa, con quella di un antico muro dello stesso posto, si riesce a datare il muro. Ebbene le malte fatte dai romani hanno la caratteristica di restare molto consistenti, dopo duemila anni, come le altre malte dopo due secoli.
Le mura romane di Pombia, esistono ancora a tratti solo nella zona Castello, e non ve ne sono nella zona Villa, però è importante notare che sono fatte con materiali di spoglio, come si fece poi nel medioevo. Quando i romani fecero la fortezza, disponevano di tutti i mezzi dell'Impero, e quindi di materiali più pregiati delle macerie, e poiché le invasioni barbariche non erano ancora avvenute, come mai a Pombia c'era già una tal massa di macerie, da indurre i romani ad estrarre quelle, per comporre tutto il volume di materiali che è entrato in quelle mura?
Se fossero mura medievali fatte con una buona malta di tecnica romana, si troverebbe la stessa malta anche negli altri muri medievali dei ruderi dei castelli. Invece questa malta c'è solo nelle mura romane, e dunque si deduce che i romani fecero mura con macerie che erano già lì, quando smossero il terreno per fare le loro fortificazioni. Ma non si tratta di poca cosa, lì c'è tanta roba che dovette appartenere ad una città distrutta in precedenza, e dunque quale?
Non so se siano stati fatti scavi sotto il perimetro delle mura romane, per vedere che tipo di fondamenta ci sono; quelle romane sono a sacco, con potenti gettate di calcestruzzo tra muretti di contenimento. Però per provare che questo sia davvero il Sito di  Melpum,si devono trovare nei pressi le fondamenta etrusche, che sono totalmente diverse, fatte da grandi blocchi di pietra squadrata, senza nessuna calce, e queste fondamenta devono esserci anche nel perimetro del borgo, e non soltanto del  castrum.Certamente se vi fossero state le belle pietre delle mura etrusche, sarebbero state asportate per fare altre costruzioni successive, però i blocchi delle fondamenta devo essere ancora al loro posto, perché erano toppo grossi e profondi per poterli prendere. A meno che le ripe del colle sono franate, ed allora quei blocchi dovrebbero essere a valle sepolti dal terreno di frana.
Si tratta di grandi blocchi parallelepipedi di granito, e dunque non serve scavare per trovarli, perché la loro presenza è rilevabile anche con una sonda ad ultrasuoni.
  




Carta IGM 1:25.000 n°5 - modificata - ROMBI A Etrusca - 1° fase MELPUM alla fondazione VIsec.
Sulla base della posizione delle strade attuali,  questa è la simulazione (in scala reale) di come dovevano essere le strade della prima Melpum fondata nel VI secolo. Nel disegno successivo è la simulazione con la costruzione della seconda parte di città,  ingrandimento di V secolo a.C. Si nota che qui il pianoro è integro e non come poi tagliato dai romani per farci il Castrum sulla punta sud. Dove è scritto Ninfeum è la posizione di quello trovato,  suppongo che ogni decumano ne avesse uno per fornire l'acqua agli abitanti del vicinato. Quindi sotto,  con quegli assi stradali deve trovarsi la rete di tubi di piombo che alimenta i vari Ninfei e pozzi di zona.
  
  
Disegno n° 3 La Città di Melpum    I°fase. Pombia VI sec.a.C.
  
La 1° fase costruttiva della città fu realizzata solo sul colle di Pombia, arroccato secondo la classica concezione etrusca, il reticolo stradale è perfettamente orientato nord-sud, e protegge dai venti preminenti, che qui sono di tramontana. Ipotizzo tre piazze sul Cardo centrale, una a sud presso il Palazzo del Lucumone, dove vi è la torre con lo  speculariumdi comunicazione col porto sottostante.
Presso la Porta Nord vi è la piazza dei pubblici uffici e l'Acropoli; il Foro o piazza del mercato era al centro, sull'incrocio tra Cardo e Decumano, qui arrivavano le carovane, dalla porta est, si radunavano i Carichi e le truppe da spedire per le missioni mercantili o militari.
Come in tutte le città etrusche vi sono tre porte,  (ma qui solo due sono sugli assi):quella principale è a est ed ha la rampa che scende al porto ed alla via Ticinese che viene da Lomello, quella nord presso l'acropoli, apre la strada per Castelletto Ticino,  Sestum,Val Cuvia e passi alpini.
La porta occidentale è presso la porta nord, ma è rivolta verso la necropoli, sita sul colle occidentale della città (i morti stanno sempre a ovest).
  
12° Le Pietre di Pombia
  
Il tipo di pietre presenti a Pombia (e Varallo Pombia) sono un altro indizio importante per l'ipotesi di  Melpum,perché ovunque si guarda, nei muri di tutte le costruzioni, si nota la presenza di grosse pietre squadrate, di granito, e questo fatto fa drizzare le antenne, perché tutta la zona è fatta di ghiaia; è raro trovare qualche pietra di misura significativa, ed il fatto che a Pombia e Varallo abbondano le pietre squadrate di granito, indica che sono state portate lì da un altro posto. Da dove e quando?
Io non sono un petrografo, e perciò mi baso solo su confronti a vista, e giudico il granito delle pietre di Pombia e Varallo, come proveniente dalle cave di Baveno, sul Lago Maggiore.
Le chiese che vi sono risalgono al medioevo, quando si costruiva solo con materiali di spoglio, non c'erano risorse per andare fino a Baveno per cavar pietre; anche le mura del  castrumromano furono fatte con materiali di spoglio e contengono pietre squadrate di granito. E' evidente che gli uni e gli altri hanno costruito con materiali che erano già lì.
Quando i romani costruirono la Milano Capitale, in una zona priva di pietre, andarono a prenderle alla grande cava di Angera (quell'enorme spacco sotto il castello), e le trasportarono col già citato canale Panperduto, percorrendo prima il Lago ed il Ticino, fino davanti a Pombia.
Ora non mi quadra l'idea che Milano capitale fu costruita con le pietre calcaree di Angera, e invece per Pombia andarono a prendere il granito a Baveno, che è molto più pregiato, più difficile da lavorare, e più distante da andare a prendere. Per quanto rocca militare, Pombia era una cosa marginale rispetto ad una capitale, perciò i romani non spesero nulla per delle pietre che erano già lì.
La cosa è più evidente a Varallo Pombia, che non c'era in età romana e sorse solo nel medioevo; a Varallo i romani fecero solo una torre  specularium(ancora intatta). Se si guarda la chiesa di Varallo si nota che è fatta tutta con pietre squadrate di granito, ma nel medioevo dove hanno preso tutte quelle pietre? Quelle erano già lì da prima, e poiché non ci furono città romane, a quale città appartenevano?
Varallo Pombia si trova proprio dove io attribuisco la posizione delle mura nord di  Melpum,ed è da quelle che può essere venuto tanto pietrame. Più avanti torneremo sui toponimi, e citerò che vedo nel nome di Varallo Pombia, la corruzione della parola  Vallum Alter Pumbiae.
Il trasporto delle pietre da Baveno a  Melpum,si dovette fare con imbarcazioni nelle stagioni in cui il fiume non è né in magra né in piena, perché la piena di ottobre crea una tale corrente che le barche sono ingovernabili, e se cariche, vanno a sfasciarsi sulle rapide; durante la magra invernale invece le barche cariche si incagliano presso la Miorina, perché lì il fiume cala anche a meno di un metro di profondità. Penso che in età etrusca vi fu un ponte di barche sulla curva sinistra del Ticino, dove è Coarezza (Quarescia =  Acquam Scea),perché lì l'acqua comincia a      correre verso le rapide, ed era necessario creare una barriera dove fermare le barche che sfuggissero alla manovra, per evitare di farle finire nelle rapide; in quel punto esiste ancora una strada sulla sponda lombarda, che prosegue di fronte sulla piemontese, e sale a tornanti fino alla porta di ingresso a Varallo Pombia.
  



  
Carta IGM 1:25.000 n° 5 - Pombia e Varallo Pombia - modificato - ripulito dai dettagli superflui.
Quando tutta la mappa IGM è unita,  col PC cancello tutti i segni superflui che confondono le linee essenziali,  primo le altimetriche,  secondo le vie di comunicazione antiche,  le parti di città che sono antiche e le cascine antiche. E' un lavoro da certosini che richiede un mese,  ma per farlo si deve ingrandire tanto che si passa tutta l'area metro per metro e mentre si cancellano segni non interessanti se ne scoprono di interessanti,  l'improvvisa variazione di una linea altimetrica rivela che lì è stato fatto qualcosa,  basta andare a vedere sul posto per capire se c'è sotto qualcosa. Sulla carta ripulita posso tracciare le probabili posizioni delle mura e strade di Melpum e sapere dove si deve cercare


Disegno n° 4 La Città di Melpum 2° fase, ingrandimento fino a Varallo Pombia V sec.a.C.
  
Nel V secolo a.C. la grande attività di  Melpum,determinò l'afflusso di Insubri residenti che ingrandirono la città sul pianoro verso nord, che però non poté seguire le caratteristiche tipiche etrusche, perché la forma del territorio è troppo diversa. Pertanto il sistema di mura e fossati seguì lo schema dell'oppidumceltico, pur dotato di mura a blocchi di pietra, anziché palizzate e terrapieni; però ebbe soltanto semplici fossati, e non scarpate perimetrali. Le mura a nord furono possenti, per via di un promontorio naturale alto e ripido, affacciato su una valletta; le mura ad est erano discretamente protette dalle rapide del Ticino e le mura a sud erano ben arroccate, contigue con quelle della città 1° fase. Il tallone d'Achille rimase sulle mura ad ovest, perché troppo rettilinee e rivolte ad un colle che domina sulla città. Ritengo che questo lato cedette sotto l'assalto dei Galli, perché questi poterono far franare terra dal colle di fronte, fino a raggiungere il colmo delle mura, che poi valicarono.
Le fondamenta delle mura nord della città 2° fase, dovrebbero trovarsi entro l'altura detta "Il Monte", attualmente coperta da un bosco, mentre quelle delle mura occidentali dovrebbero essere di poco più a est della ferrovia; qui vi fu il fossato, percorso dal torrente che scende da nord- ovest, e fu deviato a sud; quest'area (supposta del costipamento) è più alta di 10-15 metri rispetto all'intorno, e per farvi passare la ferrovia fu scavato un fosso di 4 metri. Se l'idea regge, le fondamenta delle mura sono poco ad est del fosso ferroviario, 5-6 metri sotto il piano terra, si devono vedere con ultrasuoni e forse anche con foto infrarosso.
  
13° Le Porte urbiche
  
Come vedremo tra poco, questo luogo presunto Melpum, ebbe due fasi costruttive distinte, nel 6°sec a.C    fu costruita una città soltanto sul colle dell'attuale Pombia, la cui conformazione è tipica etrusca; e poi nel 5° secolo fu ingrandito sull'altopiano a nord di Pombia, fino al limite di Varallo Pombia, con un grande quartiere che dovette essere abitato dagli Insubri, cooperanti con gli Etruschi; si nota che questa seconda parte non ha il tipico arroccamento etrusco, ma la forma del  Voppidumceltico; tuttavia la somma delle due parti di città, compone proprio quel perimetro di mura, di 6 km, citato da Livio. La citazione "mura" indica che vi furono mura in pietra di tipo etrusco, e non palizzate di legno rinforzate da terrapieni, come nell'uso celtico.
In una simile struttura urbana, le porte della città dovettero seguire le logiche delle due fasi costruttive, perché per gli etruschi le porte avevano significati dogmatici, sacri ed immutabili. Prendiamo il disegno n°3 dell'ipotetica  Melpumprima fase (la situazione si trova immutata nel disegno n°1    di Pombia attuale) e vediamo che la porta principale è al centro del lato est del colle (vedi capitolo La Città Etrusca) dotata di una strada a tornanti che crea una rampa su una Porta Scea.
La Porta Nord è perfettamente allineata sul  Cardomassimo, la porta sud non c'è per lo strapiombo e perché gli Etruschi usavano 3 porte, la porta ovest è quella che va alla necropoli, situata sul ciglio ad ovest fuori del colle cittadino; in questo caso la porta ovest è vicinissima alla porta nord, perché più giù c'è lo strapiombo del Rio Riale. Però la vicinanza non ha ammesso di andare al cimitero dalla porta nord, perchè per gli Etruschi i morti non devono passare dalle porte dei vivi.
Prendiamo ora il disegno n°4 e guardiamo la parte di ingrandimento città, del 5° secolo, che fu abitata dagli Insubri, e alterò un poco il criterio liturgico delle porte, ma ha rispettato le geometrie a scacchiera tipiche degli Etruschi. Qui c'è un'altra porta principale ad est, collegata con la stessa strada in valle, che va anche alla prima porta etrusca. Poi c'è la seconda porta importante, rivolta a nord, diretta ai passi alpini. Verso nord-est c'è una porta che ritengo medioevale e non etrusca, perché non collega vie carovaniere di transito ma solo dei campi agricoli di zona.
Verso nord-ovest c'è un'altra porta medioevale, diretta a Divignano, Cressa, Romagnano Sesia, che è il percorso della via Preistorica Pedemontana Superiore; però gli etruschi tennero questa via, aderente e fuori dalle mura nord, per evitare di far transitare carovane dirette ad ovest, attraverso una porta urbana sita sul lato ovest, perchè è quella dei morti. La vera porta ovest è poco più giù e va sul colle dei tumuletti celtici; nel medioevo divenne la porta principale verso la    Strata Maior Ticinensische gli passa proprio davanti. In questa città 2° fase, c'è anche una porta sud (extra canone etrusco) e questa fu la vera porta di servizio per il Porto, collegato con una strada che risale il vallone del Rio Riale, dove passavano i carri del ferro, dalle navi del Lago Maggiore alle navi del Ticino, e nel punto in cui questa via si affaccia sulle tracce dell'antico porto, esiste ancora il toponimo "Porta Ferro''.
  
14° L’Acropoli
  
La collinetta dove si trova il castello Borromeo fu l'acropoli etrusca, è un ampio dosso del diametro di 200 m, con una quota di sommità a 292 m sopra il pianoro di Pombia che è a 280 metri.
Il castello del XV secolo, sta al centro della sommità centrale, proprio dove doveva esserci il tempio etrusco; quindi deduco che fu costruito sopra le fondamenta del tempio e dei relativi magazzini sotterranei. Ritengo che tutte le antiche costruzioni nobili, siano contenute entro il volume lenticolare del terreno, con uno spessore di 12 m sopra terra e 8 m sotto piano strada, che è la quota della cloaca, che vi fu collegata. Poiché il parco attorno al castello è totalmente sgombro da costruzioni, è facilmente fotografabile all'infrarosso, mentre la larghezza del dosso di 200 m, può essere esplorata in senso trasversale con gli ultrasuoni. Se si applicassero strumenti di risonanza magnetica, si potrebbero trovare anche altri oggetti sparsi nel terreno, fuori dai muri sepolti.
  



Carta IGM 1:25.000 n°4 - POMBIA - modificato con l'evidenza di dove sono le strutture romane del IV sec.d..C - Castrum Plumbiae. La topografia romana ha alterato completamente l'impianto etrusco precedente, però con la carta si possono fare allineamenti sulle direttrici stradali che aveva prima, per capre dove sotto può esserci l'acquedotto e l'altra metà cloaca, e per indagare se la cloaca è collegata alla base della torre specularium, interrata dentro i terrapieni di Casteldomino, li sotto era il palazzo del lucumone, aveva un sotterraneo, ed è documentato che il Castrum aveva una zecca, che fu usata anche dai Longobardi, di certo era un luogo sicuro; pur scontato che qualcuno la vuotò in antico, è interessante trovarla perché deve rivelare passaggi particolari, ritengo che sotto i terrapieni di Casteldomino, non vi sia soltanto terra, perché di lì non si mossero mai i Longobardi. L'acropoli è un gran prato all'inglese, facile per fare sondaggi se il proprietario è d'accordo. Sulla base di come sono altre acropoli etrusche, si può' dedurre dove scavare per andare a colpo sicuro. A nord-ovest dell'acropoli sotto la strada che entra in città da nord (quota 284) deve trovarsi la sorgente che è stata incapsulata per alimentare l'acquedotto di Pombia, perché da lì partiva il torrentello  Rile  Minore (che non c'è più) e scendeva nel canalone del  Rile  Maggiore fuori della porta ovest.

  
15° L'acqua di Pombia
  
Nello strano posto di Pombia, c'è un eccezionale compendio di condizioni favorevoli, per essere una grande rocca, e viene da chiedersi fino a che punto siano condizioni naturali.
Condizione vitale della sua prosperità fu la presenza di acqua sorgiva sulla sommità dell'altura, un'acqua buona, comoda, abbondante che ha reso potente questo luogo.
Questa condizione è eccezionale, perchè in questo tipo di terreno ghiaioso, molto elevato, e circoscritto da ripidi pendìi, non potrebbe esserci acqua sulla cima, eppure l'acqua c'è.
Io sono nato sulla stessa morena Riss, dove continua aldilà del Ticino, e fino all'età di 14 anni ci ho vissuto con l'innata voglia di indagare il perché delle cose, tra le quali capire perchè ci sono le risorgive solo in certi punti, e perché in paese ci sono pozzi con l'acqua a 4 metri di profondità ed altri a 80 metri di profondità. L'acqua sotterranea percorre gli strati impermeabili di ferretto (un limo fossile arancione) che separa i piani di sovrapposizione di una morena sull'altra (sia orizzontali che obliqui).
Bisogna capire come fa il ghiacciaio a costruire una morena, per stabilire da dove arriva l'acqua e dove va a finire. Non ci sono problemi di distanze ma solo di livelli tra vasi comunicanti.
Chi vive tra questi colli ed osserva attentamente la forma degli strati di sabbia e ghiaia, può dedurre perché l'acqua sbuca fuori da quella risorgiva, e perché non può arrivare in un'altra.
Per le mie esperienze (pur di bambino) dico che l'acqua non può esserci dove uno strato è interrotto tutto attorno da scarpate alte cento metri, come a Pombia, perché nella ghiaia, l'acqua non sale in verticale senza prima sbordare fuori dai lati.
Tutti i pozzi di Pombia hanno l'acqua a 6-8 metri di profondità, però se si va a guardare i bordi esterni delle scarpate, non si trova una sbavatura d'acqua da nessuna parte.
Il quesito è che quell'acqua non scorra in una falda su uno strato impermeabile, ma scorra in condutture di acquedotto che portano l'acqua in conche impermeabili sul fondo dei pozzi.
  
16° L'acquedotto
  
Ritengo che esista una vasca sotterranea di captazione dell'acqua di sorgente, situata presso la 1° balza del terreno, sulla strada da Pombia a Varallo. Qui vi era la risorgiva che generava il torrente  Rile  Minore, che poi non è più esistito, ma ne è rimasto il fosso.
Poiché i pozzi hanno ancora acqua, la sorgente deve trovarsi ancora incapsulata con una cisterna decantatoio sotterranea, dalla quale parte una conduttura sotterranea che alimenta il pozzo centrale (Mundus) che sta sotto l'incrocio viario tra il cardo centrale (nord-sud) e il decumano allineato con la strada con tornanti che sale da est.
Questo pozzo dovrebbe essere tra 3 e 6 metri profondità, fatto in muratura rivestita internamente da uno spesso strato di creta, che è stata cotta sul posto, con falò entro la cisterna.
Il pozzo è pieno e tracima nella sottostante cloaca. Da questo pozzo si diramano le tubazioni che raggiungono gli attingitoi d'acqua (fontane, pozzi, ninfei, bagni,) situati presso le mura al termine di ciascun decumano, così da poter servire l'isolato abitazioni, ed essere vicino alle mura per impieghi di difesa della città. Gli acquedotti sotterranei etruschi sono usualmente fatti in tronchi di tubo di terracotta, infilati uno di seguito all'altro e sigillati con un impasto di creta ed olio.
Però gli Etruschi sapevano che in caso di perdita da una di queste giunzioni, invisibili, lo scorrimento dell'acqua in un terreno fatto di sabbia e ghiaia, avrebbe asportato prima la sabbia, poi dissestato la ghiaia, e fatto smottamenti con lesioni alle case costruite sopra, perciò è possibile che gli acquedotti di  Melpum,non furono in coccio ma in piombo saldato.Melpumsorse nel 6° sec.a.C. e già nel 7°  sec.  a.C, fu fatta la grande esperienza di Siracusa, alimentata da un acquedotto di piombo sottomarino, che capta l'acqua dolce da una sorgente subacquea, e la porta sull'isola di Ortigia, che era senza acqua e rese possibile così la fondazione della città. La fonte e la fontana si chiamano Aretusa, ninfa che rivelò l'esistenza dell'acqua dolce in fondo al mare, e da qui venne il nome di Siracusa.
Per scoprire la verità bastano poche verifiche mirate, nel punto della sorgente sulla via per Varallo, al centro città sotto l'incrocio tra Cardo e Decumano, e al pozzo che alimenta il Ninfeo. Anche  Misa(Marzabotto) è fondata sulla ghiaia, ed ha l'acqua pochi metri sotto, ma perchè c'è un banco di marna e l'acqua vi scorre sopra scendendo dal monte. Ma a Pombia, sotto quegli 8 metri di ghiaia dove si pesca l'acqua, ci sono altri 100 metri di ghiaia, perché questa è una morena glaciale e non è un deposito alluvionale come a  Misa.
  
17° La Cloaca
  
Altro indizio fondamentale sta nella Cloaca posta sotto la strada centrale del borgo  (cardo),a 6-8 metri sotto il piano strada. Questo cunicolo era visibile nel 1994 (poi fu murato, forse per non far entrare esploratori, dopo che dissi a qualcuno che poteva essere di origine etrusca).
Le cloache etrusche sono inconfondibili, larghe 60-100  cm  alte 160-200  cm,  poste a 6-8 metri sotto il piano strada del Cardo massimo, hanno il soffitto a volta e pavimento con canaletto al centro, i muri sono fatti di pietre a secco molto ben connesse, messe di piatto con interstizi costipati a creta (la calce non era conosciuta in età etrusca). Le cloache romane sono state copiate strutturalmente, ma in esse le giunzioni sono fatte a calce.
Questo cunicolo si trova alla seconda curva della strada che scende a valle (sul disegno 1 è un punto nero), lo ritengo una cloaca etrusca, perché ne vidi di simili; sono tipiche per forma, dimensioni, strutture, profondità. Ha tutta l'aria d'essere rimasta in abbandono, dopo che i romani la interruppero col taglio del canalone per circoscrivere il  Castrum.Questa cloaca ha pendenza verso sud, cioè verso l'attuale strada, e scarica nel fosso detto Roggione, che scende dal colle e va al Ticino, come si vede al disegno n° 1. Prima del taglio fatto dai romani, questo cunicolo proseguiva sotto l'attuale zona Castello, per andare a scaricare a sud, nel Rio Riale, dove c'era il porto, e c'è ancora il toponimo Porta Ferro. E' invisibile la metà cloaca a valle, sotto il  Castrum,che è stata tappata da un probabile muro con sovrapposta la terra di scarpa. Però deve esistere ancora (e si deve trovare con gli ultrasuoni), perché fu usata come sotterraneo del  Castrumromano, dove vi fu una zecca che coniava monete auree per pagare le truppe (c'è voce di un ritrovamento nel 1972, di un tesoretto di monete romane, poi scomparse, mi pare con dicitura  Plumbiae,e con  P. Flavia).
  
18° Il Ninfeo
  
Non esistono altre opere simili in Lombardia, con funzione di lavacro, e vi è forte somiglianza con i battisteri romani a Milano, comunque è già stata studiata da esperti ed è certo opera romana. Tuttavia propongo di rivedere la questione dei mattoni che vi si trovano e che misurano 30x30  cm.
Noto che Vitruvio dice che i mattoni romani sono rettangolari, mentre quelli greci sono quadrati. Dunque avanzo l'ipotesi, già accampata, dell'uso romano di materiali ricavati dalla demolizione di ruderi preesistenti. I laterizi sono databili (mi pare col fluoro) e se dovessero risultare del 5° sec.a.C. sarebbe un'altra prova che sono di origine etrusca e non romana.
Gli Etruschi non usarono calce ma creta cruda, per unire i mattoni, per cui si potevano fare demolizioni ricavando mattoni cotti, perfettamente integri da riciclare.
Ritengo che l'esplorazione archeologica attorno al Ninfeo, sia la più importante, perché con un solo intervento si possono accertare quattro aspetti fondamentali:
- vedere a quali strutture era collegato, se abitazione privata, struttura pubblica o chiesa;
- vedere le fondamenta delle mura romane, che devono essere accanto;
- cercare le ipotetiche fondamenta etrusche che devono essere più sotto, in grandi blocchi a secco;
- verificare come fa ad arrivare l'acqua, da 2500 anni, al Ninfeo ed al pozzo che gli è vicino.
  



19°Il Porto
  
Alla base del colle, punta sud, dove è il toponimo "Porta Ferro", il torrente Rio Riale diventa piano e va al Ticino, un poco a sud di un gradino rettilineo del terreno, che va fino alla frazione San Giorgio (il villaggio è pure orientato nord-sud) dove prende una forma di terrapieno triangolare che somiglia molto ad un argine, che proteggeva un porto fluviale dalla corrente del Ticino.
Il fiume oggi dista un chilometro da qui, e si è abbassato di 10 metri, e perciò questo porto fu abbandonato. Però con la ricostruzione fatta al capitolo "Le Rapide del Ticino", appare evidente come il fiume si è spostato in 25 secoli. La prova dell'esistenza di un porto alla base delle rapide del Ticino, mostra il movente principale per cui sorse qui una città come  Melpum,per il carico e scarico delle navi da e per Adria e Spina, con carri attraverso la città diretti al porto sopra le rapide.
Gli Etruschi commerciavano ferro celtico, non ambra e noccioline, e tutti quei pesi da movimentare, richiedevano le strutture che solo una città poteva dare.
  
20° La Necropoli
  
Gli Etruschi facevano le necropoli sempre sul colle ad ovest della città, quindi nella zona dove sono indicate le cascine Campore, Pisnago, del disegno n°1.    In quest'area oggi vi è la zona industriale, e non sono note segnalazioni di ritrovamenti archeologici. E' noto che i romani furono grandi distruttori di tombe etrusche, per recuperare valori e belle pietre da costruzione. Secondo la tesi della "Battaglia di Annibale", in quest'area dovettero trovarsi dei grandi tumuli. Ritengo che una esplorazione al georadar sul fianco del pendio del canalone del Rio Riale, potrebbe dare dei reperti, pur di scarso valore, perché gettati giù con la demolizione dei tumuli, però significativi per attestare la necropoli.
Le successive necropoli romane e longobarde furono fatte nella piana attorno a San Giorgio, e presso le altre chiese, quindi i reperti tombali etruschi erano nettamente in un luogo diverso.
  
21° Il Toponimo
  
Se l'etimo etrusco di  Melpumebbe qualche riferimento agli acquedotti di piombo, per esempio  Mel+Plumb= collina del piombo; quando i romani tagliarono il canalone per separare il  castrum,intercettarono l'acquedotto, e scoprirono tutta la rete idrica fatta in piombo, e perciò diedero quel nome alla località:  Plumbiae(poi Pumbia e Pombia), tralasciando la radice  Mel =collina, che non aveva più senso perché è una parola celtica, troppo diversa dal latino  Collis.
Se i tubi di piombo ci sono davvero, attorno al pozzo  Mundus,si vedono col georadar, e non sono romani ma etruschi, perché i romani non costruirono il borgo, ma soltanto il  castrum.
Pombia romana fu molto più piccola di  Melpum,che arrivava fino a dove è Varallo Pombia; perciò quando sorse questo secondo borgo, nel medioevo, vicino alle mura nord di  Melpum,prese un nome riferito all'attinenza dei ruderi lì trovati, con la fonte primaria di Pombia, e perciò io vedo nel nome Varallo Pombia, la corruzione della parola  Vallum Alter Pumbiae.
  
22° I Ponti della Miorina
  
Vanno presi campioni (C14) dei mozziconi di pali subacquei nel Ticino alla Miorina; è il punto meno fondo del Ticino e durante le fasi di magra si può guadare. Vi sono due zone vicine, con file di pali mozzati e fittamente piantati nel greto. Una zona rivela la presenza di campate, con pali concentrati in quattro punti distanziati, giusto come i piloni di un ponte. L'altra zona rivela pali fittamente disposti su tutto l'attraversamento. Qui vi sono anche file di mattoni tra i pali, ed è documentato che ebbero funzioni di piccole dighe asportabili, per tenere un po' più alto il livello del lago, durante le fasi di magra, in modo che in quel punto di soglia, vi fosse sufficiente flusso d'acqua per transitare con le imbarcazioni, su uno stretto varco . Però si intuisce che questa fu una funzione secondaria, attivata perché già c'erano i pali. E' possibile che tutti quei pali furono messi in tempi successivi, per palificare campate da ponte, poste ogni volta a lato delle precedenti distrutte. Una analisi C14 del legname rivelerebbe la successione delle palificazioni, e dunque la storia di quei ponti sul Ticino.
  
23° L'antica  Sestum
  
Sarebbe interessante sondare un quadrilatero di terreno, che si trova nella frazione Oriano Ticino, che sta in alto poco a nord di Sesto Calende, e che ha i connotati di un posto di guardia; dovrebbe corrispondere all'antica  Sestumetrusca. E' nota la parola come posto di sosta e presidio di truppe romane, al sesto miglio fuori delle grandi città. Ma è un uso che era già prima etrusco, e mentre la città romana di Sesto Calende, si trova vicino al fiume, perché fu un porto e un mercato, la  Sestumetrusca fu più in alto, dove vi è questo rialzo di terreno quadrato, il quale si trova proprio a sei miglia (9 km) a nord della porta nord di  Melpum(Varallo Pombia) ed ha una posizione atta a sbarrare il passaggio della valle Lenza, che era l'unica via verso Taino, Angera, e valichi per la Svizzera.
  
Certo, come nota qualcuno, non si può dire che questo studio abbia trovato  Melpum,perché è ancora là sotto invisibile. Io non posso fornire le cosiddette "prove documentali oggettive", perché non faccio parte degli autorizzati a scavare: però noto che la scienza si basa anche su modelli fatti di indizi e di ragionamenti, e mi pare che di queste cose, riesco sempre a fornirne a sufficienza in ogni circostanza, equivalendo il richiesto testimone di un reperto significativo.
  
Per contro chiedo, quanti reperti o indizi rechi Milano, per essere stata attribuita a  Melpum?
  
Al solito c'è il fatto che diventa vero ciò che dicono tutti, ed idiota ciò ce dice uno solo.
  
  
Fonte: RODAN Gli indizi di Melpunm; da Acheomedia del 11 giugno 2011
Link: https://www.archeomedia.net/wp-content/uploads/2011/06/18_Indizi_Melpum_Rodan.pdf