sabato 22 ottobre 2011

IL BRIGANTE MERIDIONALE: BANDITO O PATRIOTA? LA LEGITTIMA DIFESA DEL SUD


Una storia poco dibattuta ma che ha influito pesantemente e negativamente nei rapporti tra Nord e Sud, nei 150 anni di Unità d’Italia, fu quello del brigantaggio meridionale che la storiografia ufficiale risorgimentale liquidò con quella che oggi verrebbe definita “delinquenza organizzata”. Ma fu così?

Una risposta viene dalla racconta di appunti pubblicati dal sito calabrese Lametropolis nel 2005, che vi riproponiamo perché anche questa è Storia d’Italia.

Se i briganti furono delinquenti allora l'Italia nacque legittimamente, ma se i briganti furono patrioti e resistenti allora è tutta un'altra storia. La storia del Mezzogiorno contemporaneo pare essere un tutt'uno con la storia della questione meridionale. La storia delle cause e delle responsabilità piuttosto che la vicenda storica effettiva. Vae victis, una storia raccontata dai vincitori ed i vinti del Sud che si dovranno sempre giustificare sul perché si siano battuti "per la parte sbagliata".

Una rivendicazione di una storia autonoma del Sud Italia è improponibile ma è possibile individuare le radici profonde dello sconvolgimento della vita di milioni di uomini e dell'economia che hanno cambiato la faccia delle popolazione meridionale negli ultimi 150 anni. La storia dei rapporti tra Nord e Sud, le radici della storia della questione meridionale.

Il Brigantaggio ebbe inizio storicamente all’indomani della partenza per l’esilio del Re Francesco II di Borbone, avvenuta il 13 febbraio 1861, già due giorni dopo ci furono le prime sollevazioni. Quel Popolo che si ribellò fu marchiato con la parola "brigante" dall'idioma francese brigant che significa delinquente, bandito. La repressione messa in atto dai Piemontesi fu violentissima sin dall’inizio, ma inefficace.

Il nuovo Regno d’Italia schierò ben 211.500 soldati e inviò i suoi ufficiali di maggior rilievo, eppure per molto tempo non riuscì a distruggere neppure una banda. Nel 1863, fu istituita una Commissione Parlamentare d’inchiesta presieduta dal deputato Giuseppe Massari quale venivano indicate le cause del brigantaggio: la miseria delle popolazioni, dovuta ovviamente all’oppressione borbonica; era povera perché affamata dai Borbone. Dalla relazione Massari ebbero come risultato la promulgazione della “Legge Pica” che autorizzava lo stato d'assedio nei paesi battuti dai briganti.

Risultato: quasi un milione di morti, 54 paesi distrutti, stupri e violenze inaudite, processi e fucilazioni sommarie. Da un diario di un ufficiale sabaudo: “Entrammo in un paese e subito incominciammo a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitavano”. Pontelandolfo paese del beneventano fu letteralmente raso al suolo. Anche la storiografia corrente ha riconosciuto che la repressione contro il Brigantaggio ha fatto più vittime di tutte le altre guerre risorgimentali messe insieme.

Ma c'è di più, purtroppo, ... “campi di concentramento il più temibile quello di Fenestrelle fortezza situata a quasi duemila metri di altezza, sulle montagne piemontesi, sulla sinistra del Chisone, faceva tanto spavento come la relegazione in Siberia. Ufficiali, sottufficiali e soldati (tutti quei militari borbonici che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell'esercito sabaudo, tutti quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II, quelli che giurarono aperta resistenza ai piemontesi) subirono il trattamento più feroce. La liberazione avveniva solo con la morte ed i corpi (non erano ancora in uso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all'ingresso del Forte.

Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti. Ancora oggi, entrando a Fenestrelle, su un muro è ancora visibile l'iscrizione: "Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce".
Già nel 1862, nel mese di ottobre, essendosi fatta insostenibile la sistemazione dei prigionieri di guerra e dei detenuti politici, con la deportazione degli abitanti d'interi paesi, con le "galere" piene fino all'inverosimile, il governo piemontese diede incarico al suo ambasciatore a Lisbona di sondare la disponibilità del governo portoghese a cedere un'isola disabitata dell'Oceano Atlantico, al fine di relegarvi l'ingombrante massa di molte migliaia di persone da eliminare definitivamente. Il tentativo diplomatico, tuttavia, non ebbe successo, ma la notizia riportata il 31 ottobre dalla stampa francese suscitò una gran ripugnanza nell'opinione pubblica". (fonte www.cronologia.it/storia/a1863b.htm).


L'aspetto più indecente di questa porzione di storia è che sullo sfondo c'è una storia di debiti di guerra (Cavour ne fece tre in dieci anni) a cui si sommavano anche quelli per comprare quei cannoni a canna rigata che permisero la vittoria sull'esercito borbonico.
Il Piemonte era indebitato con Francia e Inghilterra ed il regno borbonico rappresentava una vera e propria miniera d'oro per la borghesia espansionistica piemontese e per gli affaristi internazionali.
Le riserve auree del Regno delle Due Sicilie, (500 milioni contro i 100 dei piemontesi) avrebbero permesso di stampare carta moneta per circa tre miliardi una vera e propria manna se a ciò si aggiunge le nuove tasse imposte ai 9 milioni di abitanti, i risparmi, le terre ed i beni sottratti alle autorità ecclesiali destinati allo sviluppo dell'agricoltura padana. Tutto in nome dell'unità d'Italia.


Il Sud fu depredato e soggetto ad una dura imposizione fiscale "Nel Regno delle Due Sicilie la tassazione era, nel 1859, di 14 franchi a testa. Nel 1866, sotto il nuovo regime, le tasse erano salite fino a 28 franchi a testa, il doppio di quanto pagava l’  “’oppresso" popolo napoletano prima che Garibaldi venisse a liberarlo".
L'abolizione del protezionismo e l'eccessivo liberismo dello stato sabaudo espose le industrie alla concorrenza esterna, l'economia dei borboni non era pronta all'internazionalizzazione come del resto quella italiana non lo è stata fino al 1960, 100 anni dopo!
La stampa europea definiva il sud borbonico arretrato ed inefficiente, termine ancora oggi in uso per indicare qualcosa che non funziona, ma come giustificare il proliferare di attività industriali? Come mai molte fabbriche vennero smantellate come il famosissimo complesso di S. Leucio, i cui telai furono portati qualche anno dopo a Valdagno, dove fu creata la prima fabbrica tessile nel Veneto e le ferriere di Mongiana, i cui macchinari furono trasferiti in Lombardia.


“Verso la fine del tremendo decennio, il Brigantaggio, decimato e incattivito, andò perdendo la spinta ideale che lo aveva animato e le bande rimaste si diedero, allora sì, ad atti di malavita, istigate anche dalla condizione di estrema povertà nella quale le regioni meridionali eranocadute e dalla nascita del latifondo, che toglieva ai contadini ogni possibilità di una sopravvivenza dignitosa. Solo da quel momento in poi, la repressione piemontese prese il sopravvento: il Brigantaggio fu debellato definitivamente e i Meridionali andarono a cercare una nuova vita nelle Americhe, avviando un fenomeno del tutto sconosciuto fino nel Regno delle Due Sicilie. Nel 1861, infatti, si contavano soltanto 220mila italiani residenti all’estero; nel 1914 erano 6 milioni. È inquietante, se si pensa che la popolazione dell’ex Regno napoletano era composta da 8 milioni di persone. - L’esercito sardo aveva avuto la propria vittoria, ma non così il regno d’Italia: i briganti non erano distrutti, avevano trovato un’altra forma di resistenza, l’emigrazione".

venerdì 21 ottobre 2011

MICHELINA DE CESARE: GUERRIGLIERA E DONNA


Fu tanto impavida quanto bella, con il suo formidabile intuito riuscì più volte a prevenire attacchi ed imboscate dei piemontesi. Il 30 agosto 1868 la banda del Guerra fu massacrata e Michelina ne seguì la stessa sorte. Il suo corpo fu spogliato ed esposto nella piazza del paese suscitando ire, risentimenti e scandalo. Dopo la sconfitta della squadra di cui faceva parte, Michelina De Cesare fu catturata dai piemontesi e sottoposta a tortura. Morta a causa delle atroci sevizie subite, fu spogliata ed esposta nella piazza del paese come monito alle popolazioni "liberate".  
Ma l'effetto sulla gente inorridita dall'efferata vendetta fu opposto a quanto sperato dalle truppe d'occupazione: infatti l'accaduto generò nuovi risentimenti che rivitalizzarono l'affievolita reazione armata antiunitaria

Michelina De Cesare nacque a Caspoli, frazione del co mune di Mignano, il 28 ottobre 1841. Maurizio Restivo, che la descrive “di indole ribelle”, le attribuisce un’adolescenza turbolenta vissuta con il fratello, commettendo piccoli furti ed abigeati in danno dei piccoli proprietari del circondario. Sempre secondo l’autore siciliano si sarebbe sposata giovanissima con Rocco Tanga, un contadino suo compaesano, morto nel 1862.
Ormai vedova, ebbe modo di conoscere Francesco Guerra e ne diventò l’amante. Il Guerra (nato a Mignano il 12 ottobre 1836) era un ex sergente dell’esercito borbonico per il quale aveva partecipato alle battaglie del Volturno nel 1860: scioltosi l’esercito e – richiamato alle armi sotto l’esercito piemontese – aveva preferito darsi alla macchia, aggregandosi alle formazioni banditesche che agivano nei dintorni del suo paese; in particolare fece parte della banda di Domenicangelo Cecchino, alias Ravanello di Roccamandolfi; morto costui nel settembre del 1861, Francesco Guerra assunse il comando della banda, unendosi a varie altre tra le quali giova ricordare quelle di Michele Marino di Cervinara, di Alessandro Pace, di  Domenico Fuoco e di Giacomo Ciccone.
Innumerevoli furono gli attacchi, le grassazioni e gli scontri con la truppa che videro protagonista - fino alla sua uccisione, avvenuta nel 1868 -  Guerra con i suoi alleati.  Michelina, come sostiene il brigante Ercolino Rasti, nel 1863 “si diè al brigantaggio perché scoverta manutengola”.  Da allora seguì il suo uomo, partecipando attivamente a tutte le azioni della banda. Tale circostanza è indirettamente provata dalle processure esistenti in vari archivi di Stato e relative a briganti catturati in quegli anni; è proprio attraverso alcune testimonianze in esse contenute che è possibile ricavare qualche notizia sulla figura di questa donna che è diventata l’icona del brigantaggio postunitario e della reazione femminile all’unità d’Italia.
 Dice, ad esempio, il brigante Domenico Compagnone, detenuto nel carcere di Gaeta:  […] “E siam rimasti per un giorno nascosti in un campo di grano poco lontano dalla taverna Delle Torricelle, dal quale luogo Domenico Fuoco, Francesco Guerra, Michelina Guerra moglie di quest’ultimo, la quale sta colla banda vestita da uomo, e il fratello di questa per nome Domenico ci portarono nella taverna e colà mangiarono e bevettero”[…].
L’episodio, conclusosi con l’uccisione di un caporale della guardia Nazionale, dà la possibilità di provare la partecipazione diretta di Michelina alle azioni della banda e ci offre due interessanti considerazioni: la prima - abbastanza scontata per le donne del brigantaggio - è che la brigantessa se ne andava in giro in abiti maschili; la seconda merita, invece, maggiore attenzione. Michelina viene indicata come la “moglie” del brigante Guerra. Ciò, se da un lato, conferma quanto scritto da alcuni autori circa un ipotetico matrimonio religioso celebrato nella chiesetta di Galluccio e non registrato, per altro verso fa riflettere sulla partigianeria degli storici filopiemontesi che non si sono fatti scrupolo di sottacere del tutto tale circostanza e hanno continuato a  definire la brigantessa con il solito appellativo di “druda”.
Interessante è anche il riferimento alla presenza del fratello di Michelina, di quel Domenico che tanta parte sembra aver poi avuto nella fine della banda e della sorella e che Compagnone descrive di “statura media, capelli neri, occhi simili, naso lungo, bocca snella”.  
Il brigante aggiunge anche  che Domenico Di Cesare  “fa parte della banda da 4 anni”: ciò può servire a spiegare circostanze e tempi dell’incontro tra Michelina e Francesco Guerra.
Il brigante Angiolo Cerullo, dal canto suo, precisa che[4]: “[…] “la druda di Guerra si chiama Michelina De Cesari di Caspoli, ha un fratello brigante e una sorella brigantessa che stanno con Guerra, ha un’altra sorella maritata in Caspoli, la quale dimora in una masseria in faccia alla ferrovia in contrada Casa Selva e la stessa somministra viveri ai briganti”.

Si ha conferma della presenza del fratello di Michelina, ma viene introdotta la novità di una sorella “brigantessa” e di un’altra manutengola. Mentre di quest’ultima si trova traccia anche in altre processure, della prima non vi sono ulteriori notizie. L’indicazione appare non attendibile e dovuta probabilmente alle scarse conoscenze del brigante, che potrebbe aver fatto confusione con l’altra donna della banda, Nicolina Iaconelli, amante di Domenico Fuoco.
Nell’interrogatorio di Domenico Compagnone viene anche precisato in modo inequivocabile il ruolo di Michelina nell’organizzazione militare della banda: […]”la banda è composta in tutto da 21 individui, comprese le 2 donne che stanno assieme a Fuoco e Guerra, delle quali quella di Guerra è anch’essa  armata di fucili a due colpi e di pistola. Della banda [solo] i capi sono armati di fucili a due colpi e di pistole, ad eccezione dei due capi suddetti che tengono il revolvers ”[5].

 Michelina Di Cesare non fu, dunque, una delle tante donne dei briganti, fu una brigantessa a tutti gli effetti, anzi uno dei capi della formazione, dal momento che girava armata come loro. La tattica spesso adottata dalla banda di Francesco Guerra fu quella della guerriglia.
Il capobrigante – pare su suggerimento proprio di Michelina - ricorreva ad efficaci espedienti per annullare sul campo la soverchiante superiorità delle forze di polizia: leggendario è divenuto, per esempio, l’attacco al paese di Galluccio, nel corso del quale i briganti si travestirono da carabinieri che conducevano in arresto alcuni briganti: gli uomini della formazione di Guerra, una volta intercettati, si disperdevano singolarmente in varie direzioni, per poi riunirsi in un punto prestabilito: con tali sistemi ebbero a lungo facile gioco delle truppe  che si spostavano più lentamente e in massa.

Si arrivò così all’agosto del 1868, allorché il generale Pallavicini riuscì a convincere la maggior parte dei proprietari di Mignano, Galluccio e Roccamonfina a collaborare servendosi anche di delatori prezzolati: pur di ottenerne l’aiuto, sembra che Pallavicini si spinse a minacciare lo stato d’assedio di quei paesi e la deportazione in massa degli abitanti.
Il ricatto sortì gli effetti sperati: un massaro di Mignano informò la Guardia Nazionale del suo paese della presenza della banda Guerra nei pressi della sua masseria, ai piedi del monte Morrone di Mignano; militi della G.N. e truppe del 27° Rgt. Fanteria partirono immediatamente alla volta della masseria.
Alcuni sostengono  che a guidare le truppe sul posto fosse proprio il fratello di Michelina, corrotto con un’ingente somma di danaro. A riprova di tanto va notato che del Di Cesare esiste anche una foto all’albumina, sul cui retro è significativamente scritto “De Cesare spia”.
La foto è conservata nella civica Raccolta d’Arte Applicata ed Incisione, presso il Castello Sforzesco in Milano. 

Ecco come un rapporto del Comando Generale delle Truppe per la repressione del Brigantaggio nelle province di Terra di Lavoro, Aquila, Molise e Benevento descrive l’accaduto:   
“[…] Erano le 10 di sera, pioveva a dirotto ed un violentissimo temporale accompagnato da forte vento, da tuoni e da lampi, favoriva maggiormente l'operazione, permettendo ai soldati di potersi avvicinare inosservati al luogo sospetto; da qualche tempo si stavano perlustrando quei luoghi accidentati e malagevoli perché coperti da strade infossate, burroni ed altri incagli naturali, già si perdeva la speranza di rinvenire i briganti, quando alla guida venne in mente di avvicinarsi a talune querce che egli sapeva alquanto incavate, ed entro le quali poteva benissimo nascondersi una persona. Fu buona la sua ispirazione, perché fatti pochi passi, e splendendo in quel momento un vivo lampo, scorse appoggiati ad una di quelle querce due briganti, che protetti un po' dalla cavità dell'albero ed anche da un ombrello alla paesana che uno di loro reggeva, cercavano ripararsi dalla pioggia. Appena scortili, la guida li additò al Capitano Cazzaniga, che presso di lui veniva con qualche soldato appena; il bravo Capitano non frappone indugio, non cerca di far fuoco, ma sbarazzato anche del fucile che teneva, con un salto fu addosso a quei due ed afferratone uno pel collo, lo stramazza al suolo e con lui viene ad una lotta corpo a corpo, finche venne dato ad un soldato di appuntare il suo fucile contro il brigante e di renderlo cadavere. Pare che uno dei proiettili (giacché il fucile era stato caricato a pallettoni), passando attraverso il petto del brigante andasse a colpire nel dito pollice della mano sinistra del Capitano, che avvinghiatolo con entrambe le braccia, gli impediva qualunque tentativo di fuga. Quel brigante fu subito riconosciuto pel capobanda Francesco Guerra, ed il compagno che con lui s'intratteneva, appena visto l'attacco, tentò di fuggire; una fucilata sparatagli dietro dal medico di Battaglione Pitzorno lo feriva, ma non al punto di farlo cadere, che continuando invece la sua fuga, s'imbatteva poi in altri soldati per opera dei quali venne freddato. Esaminatone il corpo, fu riconosciuto per donna e quindi per Michelina De Cesare druda del Guerra. Poco distante vari soldati con qualche Carabiniere s'incontravano con altri due briganti pure appoggiati ad un albero; attaccati risolutamente ne cadeva subito ucciso uno, che poi riconosciuto per Orsi Francesco di Letino; l'altro poté sfuggire, ma inseguito da vicino da un Carabiniere, s'ebbe una prima ferita, finche capitato negli agguati di altra pattuglia, cadde anch'egli colpito da due colpi di revolver sparatigli a brevissima distanza dal Sottotenente Ranieri. Anche questo brigante venne poi riconosciuto per Giacomo Ciccone, già capo di sanguinosissima banda ed ora unitosi al Guerra; fece uso delle sue armi quando si vide scoperto, e dotato di una forza erculea, oppose la più accanita resistenza tentando di aprirsi un varco frammezzo ai soldati. Altri tre briganti che stavano un po' più lungi dai due gruppi menzionati, poterono al primo rumore salvarsi gettandosi nei burroni in quella località cosi frequenti. Due di costoro si sono già presentati, per cui si può con tutta certezza affermare che di tutta la banda Guerra, non n'e rimasto che uno solo[...]”.

Sostanzialmente uguale è la descrizione dell’accaduto che ne fa Gelli, il quale però si sofferma sul ruolo di Michelina Di Cesare nell’ultimo combattimento:
“[…] la banda accerchiata da reparti del 27° Fanteria e da Carabinieri sul Monte Morrone, al comando di quell’anima dannata della Michelina tenne testa all’attacco e solo si disperse quando, colpito da una palla, penetratagli nel cervello dallo zigomo destro, il capobanda Guerra cadde riverso e, poco dopo, accanto al corpo suo e a quello del brigante Tulipano, a cui una fucilata aveva asportato metà della testa, cadde anche la Michelina. La rea donna aveva combattuto come una leonessa. Colpita al capo, la femmina morì digrignando i denti per la rabbia di essere stata vinta e non per l’orrore dei misfatti compiuti.
Il giorno appresso i cadaveri dei briganti caduti e di Michelina vennero esposti nella piazza di Mignano, guardati da soldati armati. Si vuole che il generale Pallavicini, felice per il risultato ottenuto, alla loro vista avesse esclamato: “ecco i merli, li abbiamo presi”. Il corpo di Michelina fu denudato, in segno di estremo oltraggio, e fotografato.
Nello scempio fissato dall’immagine impietosa non si intravede, però, la rabbia per la personale sconfitta descritta dal Gelli: vi è impresso, semmai, il marchio indelebile della sofferenza, del dolore e dei patimenti di un popolo; vi è registrato tutto ciò, sol che si voglia “leggere” la foto con animo pacato e mente sgombra da preconcetti.
Forse anche per questo le immagini di Michelina, da viva prima e da morta poi, sono diventate l’emblema del brigantaggio meridionale: in esse si colgono fierezza e dolore, i sentimenti distintivi di un popolo oppresso, sentimenti che ritornano – anche oggi – nei versi e nelle canzoni di autori meridionali.

Ne è prova il testo di Raimondo Rotondi che si riporta di seguito e dal quale Carmine Palatucci ha tratto  una canzone inserita nell’album “Tiemp ‘e briganti”. 
Ra chélla futegrafia me uardava éssa, Michelina De Cesare la bregantéssa, fémmena bèlla, ‘ntista y ‘nnammuratache le cioce aglie piére y bène armata. Quanne fu ‘ntanne ce ne stévene tantere viécchie nuostre chiamate breganteche bregante ce fuonne chiamatema, strigne strigne, èrene suldatea chélla guèrra re ne mare tiémpe fache cò vota se tèra ancora raccuntà. La fémmena nostra ch’èra Michelinase truvètte ‘mmiése a chéll’arruìnaaddó gli’ome sié, Guèrra chiamatela guèrra la féce y murètte suldate. A éssa, cumme vulètte brutta sorte, gli’attucchètte pure prejà la morte‘mmane a chélla male pègge gèntevenuta ra ciénte rove a fa neciénte. Sètt’anne re fuoche èrene passatesètt’anne re guèrra y scuppettate, muntagne, paura, fame y friddea ste munne che se facéva stritte. Scurtava la via y le larie scurtavaglie tiémpe a traviérse se regerava. Trènt’aûste millotteciéntesessantotte, na mala sèra ch’èra già quasce notte, cumme succère a ste munne triste Giuda n’ata vota se vennètte Criste. Caifa pazziètte na cica che Ponzie Pilatena povera fémmena murètte turturata. Quant’alla gènte, y loche ‘nse scappa,quann’è ‘ntanne, capa sèmpe Barabba. Glie juorne ruoppe, alla piazza ‘Mignane, quatte muorte ch’èrene state crestianegli’ammucchianne allescì, pe mostra, una èra Michelina De Cesare nostranuda ‘ntutte y accisa allescì malaménte sènz’abbrevogna re falla veré alla gènte. Ra ‘ntanne re tiémpe n’è passate ne mare, ma chélla fu la morte re na bèlla ciuciara.  
Chi ha inteso immortalare - con Michelina  uccisa e oltraggiata - la sconfitta di una ribelle e del suo popolo l’ha consegnata, invece, alla leggenda.



Fonte: srs di di Valentino Romano
Da Le Brigantesse, donne guerrigliere contro la conquista del Sud; Controcorrente, Napoli, 2007


giovedì 20 ottobre 2011

MICHELINA DE CESARE - L'ALTRO RISORGIMENTO

Michelina De Cesare


Donne derise, oltraggiate, disprezzate, incarcerate, massacrate, dimenticate.
Donne che hanno imbracciato il fucile, donne che hanno condiviso la vita della macchia, donne che hanno nascosto e aiutato i loro uomini.
Donne del Sud che hanno scritto una pagina proibita di storia.
Spose, madri, sorelle, amanti: donne meridionali, donne dei briganti, guerrigliere.
BRIGANTESSE.

Nella storia del Sud c’è una tragedia dimenticata: le donne che si opposero, le donne dei “briganti”. La storiografia risorgimentalista le ha bollate come “drude”, donnacce, occupandosene quando si trattava di soddisfare la grossolana curiosità dei lettori di romanzi popolari.
Ma chi si accosta oggi alle brigantesse con obiettività d’intenti non può che scorgervi la sofferenza dell’altra metà del cielo dell’intera popolazione meridionale.

Ci furono donne che insorsero in armi, affiancando i loro uomini, altre li seguirono nella latitanza, altre ancora li fiancheggiarono in tutti i modi, fornendo loro l’essenziale per la vita alla macchia.
…il ribellismo contadino meridionale fu un’autentica rivolta popolare, alla quale non si sottrassero le donne che, anzi, vi parteciparono in massa.
È sembrato giusto sottrarle all’oblio in cui erano state confinate e restituirle alla memoria collettiva, per quello che sono veramente state: donne testimoni e, insieme, protagoniste di un’epoca, che reagirono alla violenza dell’invasione piemontese.
(dalla recensione del libro “Brigantesse” di Valentino Romano)


Nata poverissima a Caspoli, frazione di Mignano Montelungo, nella provincia di Terra di Lavoro, oggi in provincia di Caserta, Michelina De Cesare fu fin da piccola ribelle.
Secondo il biografo Maurizio Restivo che riporta la nota del sindaco di Mignano, Michelina Di Cesare assieme al fratello Giovanni si rese protagonista sin da piccola di piccoli furti ed abigeati nel circondario di Caspoli.
Nel 1861 si sposa con Rocco Tanga, che morì l'anno dopo lasciandola vedova, mentre nel 1862 conosce Francesco Guerra, ex soldato borbonico e renitente alla leva indetta dal nuovo Stato… 

Comunque sia, di questa banda Michelina divenne elemento di spicco e fu stretta collaboratrice del suo uomo e capobanda…
La tattica di combattimento della banda era tipicamente di guerriglia, con azioni di piccoli gruppi che concluso l'attacco si disperdevano alla spicciolata, se del caso, per riunirsi in seguito in punti prestabiliti.

La banda di Michelina, talvolta singolarmente, talvolta in unione ad altre famose bande locali, corse parecchi anni (dal '62 al '68, come appare dalla nota del sindaco di cui sopra) il territorio tra le zone montuose di Mignano e i paesi circonvicini, compiendo assalti, grassazioni, ruberie e sequestri. Famoso è rimasto l'assalto al paese di Galluccio, con lo stratagemma di alcuni briganti travestiti da carabinieri che conducevano altri briganti nella loro foggia fintamente catturati. Le scorrerie non scemarono neppure quando dopo il 1865 in molte altre zone del Sud il brigantaggio era stato fortemente ridimensionato.

Da ultimo nel 1868 fu mandato in quelle zone il generale Emilio Pallavicini di Priola con pieni poteri per dare una stretta decisiva alle misure repressive. A tali misure e alle minacce il Pallavicini seppe efficacemente usare le ricompense per le delazioni e le spiate, e proprio una spiata fece cadere la sua banda in un agguato che perse Michelina e il suo uomo.
I briganti vennero fucilati ed i loro corpi furono messi a nudo ed esposti nella piazza centrale di Mignano a monito della popolazione locale.


A proposito della sua fine, questa è “…la descrizione dell’accaduto che ne fa Gelli, il quale però si sofferma sul ruolo di Michelina Di Cesare nell’ultimo combattimento: “[…] la banda accerchiata da reparti del 27° Fanteria e da Carabinieri sul Monte Morrone, al comando di quell’anima dannata della Michelina tenne testa all’attacco e solo si disperse quando, colpito da una palla, penetratagli nel cervello dallo zigomo destro, il capobanda Guerra cadde riverso e, poco dopo, accanto al corpo suo e a quello del brigante Tulipano, a cui una fucilata aveva asportato metà della testa, cadde anche la Michelina. La rea donna aveva combattuto come una leonessa. Colpita al capo, la femmina morì digrignando i denti per la rabbia di essere stata vinta e non per l’orrore dei misfatti compiuti. Il giorno appresso i cadaveri dei briganti caduti e di Michelina vennero esposti nella piazza di Mignano, guardati da soldati armati. Si vuole che il generale Pallavicini, felice per il risultato ottenuto, alla loro vista avesse esclamato: “Ecco i merli, li abbiamo presi”. Il corpo di Michelina fu denudato, in segno di estremo oltraggio, e fotografato. Nello scempio fissato dall’immagine impietosa non si intravede, però, la rabbia per la personale sconfitta descritta dal Gelli: vi è impresso, semmai, il marchio indelebile della sofferenza, del dolore e dei patimenti di un popolo; vi è registrato tutto ciò, sol che si voglia “leggere” la foto con animo pacato e mente sgombra da preconcetti. Forse anche per questo le immagini di Michelina, da viva prima e da morta poi, sono diventate l’emblema del brigantaggio meridionale: in esse si colgono fierezza e dolore, i sentimenti distintivi di un popolo oppresso, sentimenti che ritornano – anche oggi – nei versi e nelle canzoni di autori meridionali….”


Dedica di Eugenio Bennato, ad una valorosa partigiana del Sud, che pagò con la vita, per quell'Unità d'Italia che in pochi volevano.

Fonte: flickr


mercoledì 19 ottobre 2011

EDDY NAPOLI CANTA "MALAVITA"


Eddy Napoli canta la protesta sudista nell’anno delle celebrazioni per il centocinquantenario dell’unificazione italiana.




È la storia in musica di un’unità d'Italia che fu fatta, che doveva essere si fatta, ma in altra maniera. Già voce solista dell’Orchestra Italiana di Renzo Arbore e figlio dell’autore della famosissima “Luna rossa” (Vincenzo De Crescenzo), Eddy Napoli è impegnato in una battaglia per il riconoscimento della verità storica e nella valorizzazione della Napoletanità al fianco di Angelo Forgione, fondatore del Movimento V.A.N.T.O. e collega di Eddy Napoli in seno al Parlamento delle Due Sicilie.


Dice l’artista:

“Nella mia vita ho avuto l’opportunità e la fortuna di girare il mondo, ho conosciuto emigranti meridionali negli Stati Uniti, in Australia, in Canada, in Argentina, in Germania, in Inghilterra, in Brasile, insomma ovunque.

Ciò che ho sempre letto negli occhi di quelle persone è un insieme di sentimenti e di identità ancora confusi da un gene atavico, ma soprattutto uno stato d’animo “ricco” di tristezza. Ciò ha incentivato una mia necessità pregressa relativa ad una domanda alla quale non trovavo una giusta risposta e cioè: perché e come è potuto succedere che in tutto il mondo ci fossero tanti emigranti meridionali? Quindi ho cominciato le mie ricerche che mi hanno portato alla scoperta di molte “verità nascoste”.


Oggi sono qui con una volontà irrefrenabile di raccontare, ma soprattutto con la mia coscienza che mi detta la necessità di onorare e ricordare i nostri eroi, i fatti che ci hanno nascosto con una storia bugiarda scritta da “quei vincitori” che ancora oggi colonizzano la nostra terra”.



martedì 18 ottobre 2011

EDDY NAPOLI – SUONNO E LIBERTA.

Toccante canzone napoletana a ricordo alle vittime dell’invasione piemontese,  e di quelle morte al  Forte delle Fenestrelle, campo di sterminio  sabauto, dove i corpi venivano  sciolti nella calce



lunedì 17 ottobre 2011

VERONA.TROVATO ALLA CHIESA DEI SANTI APOSTOLI AFFRESCO MEDIEVALE DEL XII SECOLO

La Madonna Eleusa, o della tenerezza, trovata in una nicchia della Chiesa dei Santi  Apostoi (fotoservizio Brenzoni)

La scoperta in una nicchia esterna. L'immagine risale al XII secolo e raffigura la Madonna e il Bambino in uno stile di derivazione bizantina. Restauri in corso

Un affresco del XII secolo è stato scoperto in una nicchia esterna alla chiesa dei santi apostoli; il dipinto murale si trova a fianco dell'ingresso laterale della chiesa, sulla piazza ora occupata dal cantiere per il parcheggio sotterraneo, e rappresenta il Bambino Gesù in braccio alla Vergine, nella tradizionale raffigurazione della Madonna Eleusa, o della tenerezza.
Il parroco don Ezio Falavegna guida alla nicchia, seminascosta dai ponteggi: il restauro non è ancora terminato.


Anna Malavolta della Soprintendenza ai beni artistici e storici, e la restauratrice Daniela Campagnola.


«Sapevamo che qui era raffigurata la Vergine», spiega Anna Malavolta della Soprintendenza ai beni artistici e storici, «ma siamo felici di aver recuperato nella stratificazione intermedia — c'erano tre strati sovrapposti di intonaco — un'iconografia pressoché completa, che ci permette di contestualizzare al meglio l'affresco, di fare raffronti e studiare legami. Questa Madonna che teneramente si stringe al suo bambino è un chiaro riferimento di matrice bizantina», continua l'esperta, «riscontrabile nelle antiche icone, dove mamma e bambino sono guancia a guancia e si guardano con affetto. È il patrimonio del mondo greco che arriva tramite Venezia anche a Verona, pur molto influenzata dalla Germania. Può essere accostata ad altri affreschi rinvenuti nelle chiese parrocchiali di San Zeno e di San Giovanni in Valle, ma gli esempi non mancano neppure fuori città, come a Lazise, nella chiesetta di San Nicolò che si affaccia sul porto. Anche lì l'affresco è in una nicchia esterna, anche se la Madonna è più frontale».

A compiere l'intervento è stata la restauratrice Daniela Campagnola, che rivive l'affiorare dell'affresco come un parto. «Si è scelto di procedere allo strappo del primo strato, che copriva i due più antichi ed era ormai piuttosto malridotto. È un'operazione delicata, che si fa raramente e solo se si ritiene che ne valga la pena. Qui ne valeva la pena. La parte più recente e superficiale era composta da una materia ormai rovinata, senza alcuna parte figurativa». L'intervento è stato ben ponderato e autorizzato dopo alcuni sondaggi da cui emergevano piccoli particolari. «La strada era quella giusta, grazie all'intuizione e supervisione dell'ispettrice Malavolta», continua la restauratrice. «In ogni caso la prima stratificazione sarà conservata all'interno della chiesa con una targa che ne ricordi la provenienza e l'originaria collocazione».

I colori superstiti dell'affresco sono molto tenui. Indefinita una figura a destra. Forse un fedele o un offerente, un mecenate di mille anni fa, come quelli che oggi hanno finanziato il restauro: il Club artigiani Villa Gritti, con sede a Villabella di San Bonifacio, e la famiglia del fondatore, Franco Conforti. L'associazione raggruppa una quarantina di professionisti, creativi che adoperano ferro, legno, oro o vetro per opere d'arte artigiane, ma che da 15 anni raccolgono anche risorse a favore di recuperi artistici. «La tutela dei beni artistici si può esprimere in vari modi», commenta Anna Malavolta. «Il contributo e la sensibilità dei privati sono preziosi e decisivi in momenti come questi, in cui i fondi statali calano a dismisura e ci attendono ristrettezze sempre più marcate». Aggiunge Daniela Campagnola: «Questo restauro nasce da una sinergia di forze e da un'intensa collaborazione per la salvaguardia dei beni sul territorio».

Fonte: srs di  Camilla Madinelli;  da l’Arena di Verona  di Venerdì 14 Ottobre 2011, CULTURA, pagina 49.
Link: http://www.larena.it/


domenica 16 ottobre 2011

SAN GIOVANNI ILARIONE: TORNA CIRO IL BABY DINOSAURO,
VALE TRE MILIONI DI EURO

Govanni Todesco

Domani (14 ottobre) arriva il paleontologo Cristiano Dal Sasso che ha «radiografato» lo Scipionyx. Il fossile del celebre «Ciro» sarà al centro dell'attenzione insieme allo scopritore Giovanni Todesco e allo studioso Cristiano Dal Sasso

«Ciro», il baby dinosauro definito la scoperta paleontologica del secolo, torna dal «papà» Giovanni Todesco: o meglio, i risultati di cinque anni di sofisticatissime ricerche sul piccolo di Scipionyx Samniticus sono al centro di una serata promossa dall'assessorato alla Cultura del Comune in collaborazione con la Pro loco, lo Iat e la Strada del Soave.

L'appuntamento, unico, è domani alle 20 al teatro parrocchiale. È lì che Giovanni Todesco, il paleontologo dilettante che nel 1980 salvò da una ruspa la lastra con intrappolato il fossile di Ciro, accoglierà Cristiano Dal Sasso, paleontologo e ricercatore del Museo civico di Storia naturale di Milano che l'ha «smontato pezzo per pezzo».
Lo ha fatto, Dal Sasso con altri studiosi, con l'ausilio della luce ultravioletta, i microscopi elettronici a scansione e la tomografia computerizzata, arrivando ad ingrandire ogni particolare del piccolo fossile di 350 mila volte. «Incredibile», disse Dal Sasso davanti al mondo scientifico, a maggio, presentando i risultati, «a guardare dentro Ciro avevo l'impressione di sorvolare il Gran Canyon». A maggio, al museo milanese, Dal Sasso presentò con Simone Magagnuco il 37° volume delle Memorie della Società italiana di scienze naturali, quello dedicato alla trattazione di quasi 300 pagine sul fossile di Ciro.

A San Giovanni Ilarione ne presenterà una sintesi che sarà corredata dalla proiezione delle immagini scattate durante le fasi di studio. Di foto ne farà vedere anche Todesco, e sono quelle, private, scattate trent'anni fa quando il fossile che rinvenne a Pietraroja, nel beneventano, era ospite a casa sua.

Scienza e divulgazione andranno a braccetto nel corso della serata al termine della quale sarà possibile avere, gratuitamente, il nuovo poster di Ciro (realizzato col sostegno della Strada del vino) o acquistare sia il volume divulgativo «Dinosauri italiani» firmato da Dal Sasso che la monografia scientifica.
Ma veniamo a lui, a Ciro, il fossile che oggi ha un valore stimato oltre i 3 milioni di euro: la scienza sa praticamente tutto di lui, che è un Compsognatide (piccoli dinosauri bipedi e predatori ricoperti da una specie di piumaggio e diretti cugini di tirannosauri e velociraptor) e che morì solo pochi giorni dopo essere uscito dal guscio.
«Nel suo cranio», anticipa Todesco, «è ancora visibile la fontanella, come nei neonati e quel rigonfiamento sotto la pancia è il segno della presenza di metà uovo, quello che sarebbe servito a Ciro per sopravvivere subito dopo la nascita».
Le nuove tecnologie hanno anche rivelato quale fu l'ultimo pasto di Ciro, probabilmente morto per annegamento: «Abbiamo trovato vertebre di pesci simili a sardine, i resti di un rettile ricoperto da squame e la zampa di una lucertola. Le dimensioni di quest'ultima», dice Dal Sasso, «fanno ipotizzare che Ciro non abbia cacciato le prede, ma che i suoi genitori lo abbiano nutrito con parti di prede cacciate da loro». Questi e altri segreti saranno il tema della serata, nella quale probabilmente sarà presentato anche il modellino di Ciro a cui gli studiosi, nella monografia, sono addirittura riusciti a dare un «volto».



Fonte: srs di Paola Dalli Cani, da L’Arena di Verona del Giovedì 13 Ottobre 2011, PROVINCIA, pagina 27


sabato 15 ottobre 2011

EUGENIO BENETAZZO: FIGHE, FERRARI E CHAMPAGNE …..

In questo momento di mercato, con notizie che sopraggiungono ogni giorno sempre più drammatiche da ogni fronte con richiami e smentite sul fronte istituzionale, bisogna mettersi in testa che non esiste più il safe heaven (ovvero il paradiso sicuro), quello che con ostinazione in molti continuano a richiedermi nella speranza di individuare una qualche sorta di “rifugio” per i loro risparmi. Come ho più volte ribadito esistono solo presunzioni di sicurezza per alcune forme di investimento, ma non certezze. Per questo motivo a chi è single e dispone ancora di rilevanti risorse finanziarie, consiglio di investire in un insieme di asset class, che trovate riportate sul titolo di questo redazionale, che dilagavano alla fine degli anni ottanta quando lo yuppismo era diventato l'unica religione professata dai giovani laureati in discipline economiche che inseguivano il sogno di arricchirsi velocemente grazie alle opportunità occupazionali del capitalismo rampante.

Il maxipiano di salvataggio di tremila miliardi proposto dal G20 con l'intento di ricapitalizzare le principali banche e consentire loro di sopportare il sempre più possibile default della Grecia ci porta a formulare due considerazioni: la prima è che non conviene a nessuno far fallire una o più banche di grandi dimensioni, i costi di qualsiasi salvataggio pertanto saranno sempre inferiori alle perdite economiche sostenute dai rispettivi paesi in caso di un crash finanziario. La seconda è che nessuno (autorità monetarie comprese) ancora ha ben presente quanto denaro si deve mettere definitivamente sul piatto per arginare il “worst case scenario”. Quindi per quanto vogliate industriarvi non vi è via d'uscita, siamo tutti destinati a perdere denaro in un modo o in un altro, per  l'inflazione, per una patrimoniale di salvataggio, per un prelievo coatto, per una contrazione di valore degli assets o per un default pilotato. 

Non ci saranno franco svizzero, immobili, metalli preziosi, conti all'estero, obbligazioni o titoli di stato virtuosi che vi potranno salvare, ognuno di questi asset è destinato a subire le conseguenze nefaste che ci aspettano.
Quello a cui dovete puntare per limitare i danni è cercare di costruire un portafoglio di asset class il più decorrelato possibile, nella speranza che dopo la tempesta finale alcune di queste possano trasformarsi in motori di performance per l'intero portafoglio. Personalmente credo molto in alcuni fondi flessibili e obbligazionari dinamici, confidando che i rispettivi gestori riescano a coprire parte delle perdite “hedgiandosi” con strumenti derivati o coperture finanziarie over the counter. L'importante comunque è essere preparati psicologicamente e non farne un dramma esistenziale. Per molti analisti il timore principale rimane un'inflazione galoppante che storicamente nelle epoche passate ha sempre salvato gli stati e scongiurato il peggio.

Al momento non ne abbiamo tuttavia visto ancora la comparsa complice tre fenomeni inusuali: in primis, il monte di denaro creato sino ad oggi tra USA ed Europa non è andato materialmente in circolo (quindi non ha aumentato la base monetaria) ma si è limitato a coprire le perdite di istituzioni bancarie, in secondo luogo, la cosiddetta “cineseria” (merci e beni di consumo durevoli) provenienti da Oriente ha calmierato verso il basso il prezzo del vivere quotidiano, infine come terzo elemento di lettura, il timore di una double dip unita alla percezione di un malessere socioeconomico sempre più diffuso ha portato il contribuente occidentale a risparmiare il più possibile e a limitare le sue smanie consumistiche, confidando di poter utilizzare i risparmi accantonati come un polmone finanziario in tempi di profonda turbolenza economica. 

In definitiva il grado di tensione e rischio di sistema è ancora notevolmente accentuato con incognite da risolvere troppo complesse su molti fronti, nessuno riesce a formulare una exit strategy credibile per mettere fine all'incertezza e paura che regna sovrana senza produrre costi sociali e perdite riassorbibili velocemente: di certo non sarà un chilo d'oro, un conto in Svizzera, un fondo flessibile o un immobile di prestigio che ci salverà da questa epoca senza precedenti storici. Per sdrammatizzare il tono di quanto scritto e levandomi l'abito di economista mi viene da pensare che forse è questa la fine del mondo del tanto pubblicizzato calendario Maya ovvero la fine di un modo di concepire l'economia “only money and debt sensitive” che forse condurrà alla nascita di un nuovo pensiero economico, proprio come se quella attuale fosse solo uno stadio pupale transitorio di metamorfosi verso una nuova alba per gli operatori ed attori del mondo finanziario.

Fonte:  srs di Eugenio Benetazzo,   postato il 02/10/2011
Link: http://www.eugeniobenetazzo.com/

venerdì 14 ottobre 2011

LA PREDICA DEVE ESSERE COME LA MINIGONNA


Ecco l'ultima barzelletta proveniente direttamente dallo studio teologico (appena raccontata dal mio collega di studio).
“Sai come dovrebbe essere la predica ?”
“Come la minigonna:  corta, interessante e ... che lasci intravedere il mistero !!!”

Ciao a tutti!


giovedì 13 ottobre 2011

DIFFERENZE TRA TE E IL TUO CAPO


Quando ci metti molto tempo, sei lento.
Quando il tuo capo ci mette molto tempo, è accurato.

Quando non lo fai, sei pigro.
Quando il tuo capo non lo fa, è troppo occupato.

Quando fai un errore, sei un idiota.
Quando il tuo capo fa un errore, anche lui è umano.

Quando fai qualcosa senza che ti venga detto, è presunzione.
Quando il tuo capo fa la stessa cosa, è iniziativa.

Quando ti impunti, è testardaggine.
Quando lo fa il tuo capo, è fermezza.

Quando non osservi una regola di etichetta, sei maleducato.
Quando lo fa il tuo capo, è un tipo originale.

Quando dai ragione al tuo capo, sei un leccaculo.
Quando il tuo capo dà ragione al proprio capo, è collaborativo.

Quando sei fu ori ufficio, sei andato a spasso.
Quando il tuo capo è fuori ufficio, è per affari

Quando prendi un giorno di malattia, sei sempre ammalato.
Quando il tuo capo prende un giorno di malattia, deve stare veramente male.

Quando prendi un giorno di permesso, sei andato a fare un colloquio.
Quando il tuo capo manca per un giorno, è perché lavora troppo.


mercoledì 12 ottobre 2011

COLLOQUIO DI LAVORO


Un candidato per un posto di lavoro nel servizio pubblico risponde alle domande dell’intervistatore.

“Ha gia' avuto un impiego nel servizio pubblico” chiede lui. 

“Si” risponde il tipo.
“Ho servito nelle forze armate per 4 anni”

“Ottimo”  risponde l'intervistatore, “ed e' stato anche ferito" gli chiede?

"Si, al 100%. Una bomba mi e' esplosa vicino, e mi ha portato via le palle”.
L'intervistatore dice allora al tipo:
" Ok, lei e' assunto.  Gli orari di lavoro sono dalle 9:00 del mattino alle 5:00 di sera.
Puo' cominciare domani.  Si presenti alle 12:00”.
Un po' perplesso, il tipo chiede:
" Scusi ma se gli orari sono dalle 9:00 alle 5:00 perche' dovrei venire alle 12:00?"

"Questo e' il servizio pubblico" risponde l'intervistatore
"Le prime 3 ore le passiamo a grattarci le palle. Inutile che lei venga per questo"

martedì 11 ottobre 2011

LE COSE CHE NON HAI FATTO


Ricordi il giorno che presi a prestito la tua macchina nuova e l'ammaccai? 

Credevo che mi avresti uccisa, ma tu non l'hai fatto.

E ricordi quella volta che ti trascinai alla spiaggia, e tu dicevi che sarebbe piovuto, e piovve?

Credevo che avresti esclamato: "Te l'avevo detto!".  Ma tu non l'hai fatto.

Ricordi quella volta che civettavo con tutti per farti ingelosire, e ti eri ingelosito?

Credevo che mi avresti lasciata, ma tu non l'hai fatto.

Ricordi quella volta che rovesciai la torta di fragole sul tappetino della tua macchina?

Credevo che mi avresti picchiata, ma tu non l'hai fatto.

E ricordi quella volta che dimenticai di dirti che la festa era in abito da sera e ti presentasti in jeans?

Credevo che mi avresti mollata, ma tu non l'hai fatto.

Sì, ci sono tante cose che non hai fatto.

Ma avevi pazienza con me, e mi amavi, e mi proteggevi.

C'erano tante cose che volevo farmi perdonare quando tu saresti tornato dal Vietnam.
Ma tu non l'hai fatto.

Ma tu non sei tornato.