mercoledì 22 settembre 2010

Il rito funebre islamico


Cimitero islamico a Verona

Il rito funebre islamico si svolge in modalità del tutto peculiari e tipicamente diverse da quello ebraico o cristiano ed è portatore di significati ed implicazioni proprie. Per comprenderle, occorre ricordare i modi in cui la dottrina e la prassi islamica concepiscono il rapporto fra i vivi e i morti, cosa prescrivono al fedele per garantirsi la salvezza dell'anima, qual è il senso della morte nei vari aspetti della cultura islamica.

L'Islam è sempre fortemente orientato alla comunità. Non stupisce pertanto che siano gli amici ed i parenti più prossimi del defunto a doversi occupare dei riti che ne propiziano il cammino nell'aldilà. Bisogna ricordare comunque che i rituali “classici” della tradizione arabo-islamica sono regolati dal Corano solo in minima parte; per lo più sono affidati alla Sunna e alla prassi consuetudinaria popolare. Ciò spiega la variabilità di forme del rito funebre a seconda dei differenti retroterra culturali su cui si è innestata, anche stabilmente, la religione musulmana. Un’ultima precisazione, che avremo modo di approfondire: in molti contesti la religiosità popolare si manifesta in forme decisamente eterodosse, spesso osteggiate da ‘ulama’ e altri garanti dell’ortodossia.

Già il momento del trapasso presenta connotati rituali. Se possibile, deve avvenire alla presenza di amici e parenti del moribondo: la loro presenza serve ad infondergli coraggio e confortarlo nell’estremo pentimento. Questo è indispensabile, in quanto l’Islam non conosce mediazioni fra il fedele e Dio: ogni musulmano è sacerdote di se stesso. Non esiste pertanto una figura che possa “assolvere” il credente dai suoi peccati, per la cui rimozione – ferma restando la sovrana volontà divina – è indispensabile un pentimento completo e volontario espresso finché il devoto è in vita. I suoi cari devono essere anche testimoni della sua ultima shahada o professione di fede.

Appena dopo la morte, un parente chiude occhi e bocca alla salma e si può procedere a lavarla, per purificarla in vista della sepoltura: la purezza del corpo è importante quanto quella spirituale, come in occasione delle preghiere quotidiane. Disteso su una barella, un tavolo o simili, la testa rivolta in direzione della Mecca, il corpo del defunto è lavato completamente un numero dispari di volte, da musulmani del suo stesso sesso, di norma i suoi parenti.
Una volta lavato, il corpo è profumato con incenso ed avvolto in un numero ancora dispari di sudari bianchi, in genere tre per gli uomini, cinque per le donne. È prescritto che la sepoltura debba avvenire prima possibile, anche nel corso del giorno stesso: imposto in origine dal clima torrido dell’Arabia, il precetto è largamente accettato presso i musulmani di tutte le latitudini. Se oggi è meno diffuso, è perché sempre più musulmani vivono, e muoiono, da emigranti: l’esperienza quotidiana dell’essere straniero porta l’uomo a cercare un radicamento forte, definitivo, ultimo, quale può essere la sepoltura in patria, per quanto lontana essa sia. È questo, fra l’altro, il caso di Mahmoud Darwish, uno dei più autorevoli interpreti del ruolo di straniero che la letteratura dell’ultimo secolo conosca, ma determinato a farsi seppellire nella sua Palestina.

Appena la salma è pronta, si procede perciò ad una preghiera collettiva chiamata Salat al-Janaza, intesa a supplicare di nuovo il perdono per i peccati del defunto e ad invocare su di lui la misericordia divina. La partecipazione collettiva alla preghiera, intesa come elemento coesivo della comunità dei credenti, è raccomandata anche a chi non lo conosceva di persona; non è invece indispensabile la presenza di un imam. Finita la preghiera, la salma viene traslata a braccia in un cimitero, il più possibile vicino al luogo dove viveva il defunto, a meno che non sia morto all’estero; in questi casi spesso prevale il desiderio di essere sepolto in patria, o quantomeno in un Paese di osservanza islamica. Di solito le donne non prendono parte alla processione, anche se nessun precetto lo vieta.

La sepoltura islamica è definitiva, non prevede cioè riesumazioni, e ove possibile non prevede l’uso di una bara; deve tassativamente avvenire in piena terra, in una fossa in cui il defunto possa essere coricato su un fianco, di nuovo con la testa in direzione della Mecca. Sono rifiutate tutte le sepolture sopra il livello del suolo, oltre alla cremazione. Bisogna porre la massima attenzione a preservare l’integrità del corpo: al momento della resurrezione sarà riunito all’anima, ed è importante che sia sepolto intatto. Lo sfarzo dei monumenti funebri è stigmatizzato: solitamente le iscrizioni si limitano al nome e alle date di nascita e di morte del defunto, senza fiori né ritratti.

Sono, o dovrebbero essere, ispirati a sobrietà anche i sepolcri dei personaggi più in vista, come uomini di Stato, celebri letterati e chi per le più varie ragioni è ritenuto vicino a Dio: è il caso, ad esempio, dei Marabut magrebini, maestri di confraternite mistiche ritenuti in possesso di un legame unico e particolare con Dio (la radice r-b-t ha appunto il significato di legare). Attorno alle loro tombe la devozione popolare ha sviluppato un culto paragonabile a quello dei santi nel medioevo cristiano, tuttora vitale nonostante le critiche dei più ortodossi.
In realtà, conformemente all’idea dell’Islam come religione “mediana” e “mediatrice” fra gli estremi dell’esperienza umana, tutti gli eccessi sono banditi dal rito, compresi quelli di espressione del dolore. Pianti disperati, urla ed atti pubblici di autolesionismo, a dispetto delle cartoline folcloristiche propinate da certi media, sono giudicati severamente nel pensiero islamico dominante: la disperazione è considerata sintomo di poca fede nella resurrezione, e i casi in cui i presenti si abbandonano ad atti d’isteria collettiva dovrebbero essere spiegati singolarmente. Della morte, spiegano gli Hadith, non ci si dovrebbe lamentare: con essa finisce solo la breve parentesi terrena della vita di un fedele, che lascia il posto all’attesa della resurrezione.

Sempre la fertile tradizione popolare ha costruito una descrizione dettagliata dell’aldilà islamico, a partire dagli angeli Munkar e Nakir, che appena dopo la sepoltura sottopongono l’anima del defunto ad un interrogatorio sulle sue azioni e sulle sue intenzioni. Se l’esito è positivo, l’anima prosegue la sua esistenza nell’attesa del Giudizio Universale, che secondo un passo coranico sarà amministrato dal profeta Gesù. L’intercessione per i morti di chi resta al mondo è considerata gradita a Dio, ma ai fini del giudizio, più delle azioni compiute in vita, si ritengono valide le intenzioni con cui sono state compiute. D’altra parte, l’ortodossia islamica non riconosce all’uomo il libero arbitrio né l’origine degli atti compiuti, ma solo il “possesso” – e la responsabilità – per atti creati comunque da Dio. Il Corano parla invece diffusamente delle circostanze del Giudizio, e fa riferimenti al paradiso e all’inferno più dettagliati degli altri testi sacri rivelati, ma comunque legati ai modelli tradizionali delle culture mediterranee: per i meritevoli, il giardino popolato da ogni sorta di piaceri, non esclusi, come è noto, quelli sessuali; un’eternità cupa e preda delle fiamme per i dannati.

Per quanto riguarda la periodizzazione islamica del lutto, i tre giorni successivi all’inumazione del defunto sono quelli del cordoglio: in casa o presso tendoni o padiglioni allestiti per l’occasione, i parenti ricevono la visita e le condoglianze dei loro cari. Si organizzano pasti comuni, espressione di solidarietà familiare e comunitaria in cui il dolore per la perdita subita si tempera nella conferma dei legami sociali. Un esempio è il ‘asha’al-mayyit, il lauto “pranzo del morto” ancor oggi in uso al Cairo, che riprende la tradizione arcaica dei banchetti funebri: il lutto si esorcizza esibendo una vitalità data dall’abbondanza e dall’atto stesso del nutrirsi, a dispetto delle esternazioni più pacate preferite dalla cultura dominante.

Pratiche accettate più ampiamente hanno luogo nel periodo successivo al cordoglio, che culmina nel quarantesimo giorno dopo la morte. In occasione di questa ricorrenza, è comunissimo che la famiglia del defunto, in visita alla sua tomba, distribuisca cibo e offerte ai custodi del cimitero e ai bisognosi locali. Alcuni giuristi interpretano questo atto come una comune elemosina (sadaqa), opera meritoria solo per chi la compie; ma molti sono altrettanto convinti che serva da intercessione per la salvezza eterna del defunto.

Cerimonie funebri che esulano dal modello finora presentato sono piuttosto rare, e proprio perciò godono di un’attenzione particolare. Gli spettatori delle televisioni occidentali si stanno abituando alle esequie di certi combattenti classificati come martiri, testimoni del messaggio divino fino all’estremo sacrificio. Oltre che dalla malafede, la frettolosa definizione di “cultura della morte” che alcuni hanno applicato al contesto arabo-islamico può derivare da una sopravvalutazione di questi eventi, fraintesi sia nella loro eccezionalità, sia nella portata dei contenuti dottrinali attribuiti al martirio – contenuti, questi, non del tutto dissimili da quelli veicolati da qualsiasi mitologia della guerra, più o meno santa, in ogni società.

In effetti, la tensione al martirio è un elemento presente quasi solo nell’ambiente sciita, dove è inteso rievocare la tragica fine di al-Hasan e al-Husayn, figli del califfo ‘Ali: imam nel senso sciita del termine, cioè guide illuminate dell’intera comunità dei credenti, dunque meritevoli di essere imitati. D’altra parte anche fra gli sciiti l’accordo sulle modalità dell’imitazione è lungi dall’essere completo: i sostenitori del martirio non sono numerosi né, spesso, in buona fede.

Altro e ben diverso esempio di funerale atipico è quello tributato alle maggiori personalità del loro tempo, ritenute tali per motivi artistici, politici, religiosi e non solo. Si pensi ad esempio alle esequie della cantante Umm Kulthum o del presidente Nasser, caratterizzate dalla partecipazione di folle oceaniche ed eterogenee, o al recentissimo funerale del poeta Mahmoud Darwish. Oltre a dimostrare l’attaccamento della gente ai suoi idoli, simili cerimonie hanno un effetto coesivo sul corpo sociale tanto più apprezzato in società meno individualiste della nostra, che pongono accenti maggiori su interessi e bisogni collettivi.

Fonte: srs di Filippo M. Ragusa, da arabismo.it


martedì 21 settembre 2010

Piazza Corrubbio, arrivano le ruspe



 Finora sono stati effettuati i rilievi archeologici

CANTIERI INFINITI. Dopo un anno di verifiche la Soprintendenza concede l'autorizzazione: sotto terra non c'è nulla di rilevante. Via libera anche per il parcheggio sotterraneo di lungadige Capuleti. Il Comune ora stringe i tempi

Ora c'è anche l'autorizzazione ufficiale della Soprintendenza. A San Zeno crolla l'ultimo ostacolo per le ruspe, che a giorni faranno il loro ingresso in piazza Corrubbio per costruire il parcheggio sotterraneo. Così dice l'assessore Enrico Corsi. E la Soprintendenza, dopo i rilievi archeologici, concede il nulla osta anche per l'imminente realizzazione del garage interrato in lungadige Capuleti. Due opere, l'una e l'altra, che da mesi stanno tenendo sotto scacco interi quartieri. Ma il Comune, già «scottato» dalle polemiche estive per le lungaggini di alcuni cantieri stradali, s'impegna a far rispettare con rigore le tempistiche dei lavori. Unico modo, a questo punto, per alleviare gli inevitabili disagi cui, in entrambi i casi, continueranno a essere sottoposti residenti, esercenti e automobilisti.

PIAZZA CORRUBBIO. In oltre un anno di sondaggi, ripetono gli archeologi, da lì sotto non è emerso alcun reperto importante: solo centinaia di povere tombe medievali. Insomma, battaglia persa? Sembra di sì: alle attività commerciali della piazza, le cui entrate sono già fiaccate da mesi di cantiere archeologico, si spalancano altri due anni di sofferenze a causa della costruzione del garage per mano dell'impresa Rettondini. Il Comune non dà una data precisa per l'inizio dei lavori, ma è cosa di pochi giorni.

A questo punto Corsi puntualizza: «Staremo addosso alla ditta. Ci è stato consegnato il piano dei lavori: se i tempi cominciassero a dilatarsi oltre quanto stabilito, il Comune si riserva di intimare la chiusura del cantiere». E come: magari ricoprendo tutto, in una sorta di piazza Viviani-bis? «Questa decisione, naturalmente, sarà l'extrema ratio: oggi non c'è alcun motivo di pensare che la Rettondini lavorerà a rilento», replica Corsi. «Il Comune però vuol far capire che non tollererà ritardi ingiustificati. Siccome il parcheggio non si può evitare, a noi interessa che venga fatto nel minor tempo possibile. E che si sgomberi finalmente quel cantiere, causa di situazione esplosiva».

E nonostante ancora si rifiuti di esporre bandiera bianca il comitato Salviamo piazza Corrubbio, il Comune, ricordando per l'ennesima volta che si tratta della sgradita eredità dell'amministrazione precedente, sradica le ultime speranze: con o senza la futura esposizione di qualche sarcofago, con più o meno aiuole verdi, comunque il parcheggio da piazza Corrubbio non lo toglie nessuno.

LUNGADIGE CAPULETI. È l'altra «bomba» da disinnescare in città. Anche per questo parcheggio sotterraneo la Soprintendenza concede il via libera ai lavori. Soprattutto alla luce dell'imminente chiusura di ponte San Francesco: entro fine dicembre, le corsie di lungadige Capuleti dovranno essere tassativamente riaperte al traffico: e al contempo si procederà con i lavori del garage.
«Gli accertamenti archeologici qui non sono finiti», spiega Corsi, «ma si tratta di operazioni che, d'accordo con la Soprintendenza, potranno essere effettuate in contemporanea all'inizio della costruzione del parcheggio». I residenti della zona, poco tempo fa, hanno fatto sentire la loro voce, lamentando il fatto che, per colpa di quel cantiere, vivono da mesi «segregati» in un quartiere in cui sono state sospese pure le corse degli autobus. Comune e circoscrizione hanno accolto la protesta: qualcosa si muove. Ma anche il garage di lungadige Capuleti non sarà opera breve: 18 mesi, dice l'assessore, per vederlo finito.

Fonte: srs di Lorenza Costantino da L’Arena di Verona di  Domenica 19 Settembre 2010, CRONACA, pagina 7

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P.S del B.

L’ esacrante distruzione del  cimitero paleocristiano di Verona (vedresti  politicamente e religiosamente che differenza se fosse stato un cimitero ebraico o musulmano)

Rettondini, ricordati della maledizione di Teodorico…
http://laveja.blogspot.com/2010/05/verona-scavi-di-piazza-corrubio.html
“Pensate  voi  di sfuggire al terribile fato? Nulla di ciò che avete  fatto godrete,  ne  in questa vita, ne nell’altra”.

lunedì 20 settembre 2010

Chi ben mangia… in Paradiso va



Chi ben mangia, ben beve,
chi ben beve ben dorme
chi ben dorme mal no  pensa
chi mal no pensa mal no  fa
chi mal no  fa …. in Paradiso va

domenica 19 settembre 2010

La mente modifica il corpo, quello che ci differenzia e la postura mentale

 


La mente modifica il corpo, quello che ci differenzia e la postura mentale

sabato 18 settembre 2010

IL 4 FEBBRAIO 2010 MORIVA BOA SR, ULTIMA INDIGENA CHE PARLAVA LA LINGUA “BO” DELLE ISOLE ANDAMANE

BOA SR

Morta l'ultima indigena che parlava il "Bo", lingua di 65mila anni fa.  Quando gli Inglesi colonizzarono l'arcipelago, nel 1858, c'erano almeno 5.000 persone. Ora ne sopravvivono 52

MILANO - Un'altra lingua che si parlava sulla Terra è scomparsa per sempre, un altro patrimonio che non sarà più recuperabile in alcun modo, non c'è tecnologia che tenga. E questo idioma, di sicuro, era uno dei più antichi: dopo circa 65mila anni l'unica donna indigena rimasta al mondo che ancora lo conosceva era Boa Sr. Aveva circa 85 anni, ed è morta: con lei si spegne per sempre il “bo” la lingua parlata da una delle più antiche tribù del pianeta. Si stima infatti questa gente abbia vissuto nelle Isole Andamane per almeno 65mila anni. Era una delle 10 tribù di cui si componeva il popolo dei Grandi Andamanesi.
«Da quando era rimasta la sola a parlare il BO - ha raccontato il linguista Anvita Abbi dell'Università di Nuova Delhi, che la conosceva da molti anni, Boa Sr si sentiva molto sola perché non aveva nessuno con cui conversare. Era comunque una donna con grande senso dell’ dell’umorismo; il suo sorriso e la sua risata fragorosa erano contagiosi».
«Non potete immaginare - ha commentato il professor Abbi - il dolore e l’angoscia che ho provato ogni giorno nell’essere muto testimone della perdita di una cultura straordinaria e di una lingua unica».
Boa Sr aveva detto al professor Abbi di considerare la tribù confinante dei Jarawa, che non erano stati decimati, molto fortunata per il fatto di poter continuare a vivere nella foresta, lontano dai coloni che attualmente occupano gran parte delle Isole.

LA STORIA DEGLI INDIGENI DELLE ANDAMANE - Quando i Britannici colonizzarono le Isole, nel 1858, i Grandi Andamanesi contavano almeno 5.000 persone. Ora, dopo la morte di Boa Sr, ne sopravvivono 52. La maggior parte fu uccisa dai colonizzatori o dalle malattie importate.
Non riuscendo a “pacificare” le tribù con la violenza,  i Britannici cercarono di  “civilizzarli” catturandoli e tenendoli rinchiusi nella famigerata “Casa degli Andamani”. Dei 150 bambini nati nella Casa, nessuno ha superato l’età di due anni.
Oggi, i Grandi Andamanesi  sopravvissuti dipendono largamente dal governo indiano per il cibo e le case, e fra di loro è molto diffuso l’abuso di alcool.
«I Grandi Andamanesi sono stati prima massacrati, e poi quasi tutti spazzati via da politiche paternalistiche che li hanno condannati a malattie epidemiche e li hanno derubati della loro terra e della loro indipendenza» ha commentato Stephen Corry, Direttore Generale di Survival International, associazione che tutela le culture dei nativi in tutto il mondo. «La perdita di Boa è un tetro monito: non dobbiamo permettere che questo accada ad altre tribù delle Isole Andamane».

 
Uno degli ultimi indigeni Andamanesi  punta le frecce contro le barche dei soccorsi dopo lo tsunami

LO TSUNAMI - Boa Sr, come quasi tutti gli indigeni delle Andamane, era sopravvissuta allo tsunami del 2004. «Gli anziani - aveva raccontato in quell'occasione - avevano detto che non dovevamo muoverci e che non dovevamo scappare». Nell'arcipelago gli indigeni ebbero pochissime vittime, grazie anche al fatto che molti di loro riconobbero in anticipo quello che stava accadendo, forse perché seguirono i movimenti degli animali e non si fecero trovare nei pressi della costa quando arrivarono le ondate dello tsunami. Rimangono nella memoria, a differenza della lingua di Bo, le foto nelle quali si vedono indigeni delle isole Andamane che puntano il loro arco contro barche ed elicotteri che provano ad avvicinarsi per portare aiuti.
Stefano Rodi

Fonte:  srs di Stefano Rodi da Il Corriere della Sera del 04 febbraio 2010 

venerdì 17 settembre 2010

Si allarga lo scontro su Piazza Corrubbio

Piazza Corrubbio,  inumazione in anfora

IL PARCHEGGIO CONTESTATO. Dai consiglieri un altro attacco. E venerdì 22 assemblea pubblica

Il Pd: «Cambiare il progetto, con più verde e valorizzando i reperti» Corsi: «Ma quest’opera è stata voluta dalla passata amministrazione»

Rivedere il progetto del parcheggio pertinenziale interrato di piazza Corrubbio, a San Zeno. Con due priorità. La prima: valorizzare, esponendoli, i reperti archeologici trovati negli scavi, in modo particolare le tombe, creando un percorso storico-culturale che da San Zeno conduca in Bra, passando appunto da piazza Corrubbio. La seconda: ripensare il verde previsto sulla piazza una volta costruito il garage, salvando anche quello esistente su via Da Vico, aumentando il numero di alberi previsti, per creare un’ombra maggiore sopra le panchine.

MALE MINORE. A porre le due priorità, rivolgendosi all’Amministrazione comunale e alla Prima circoscrizione Centro storico per un’alternativa al progetto della ditta Rettondini, è il Partito democratico, con il consigliere comunale Fabio Segattini e quelli della Prima circoscrizione Susanna Fasoli e Matteo Mischi. I quali confermano, però, di ritenere ormai inevitabile che il parcheggio di piazza Corrubbio verrà costruito, dopo che un anno e mezzo di scavi hanno mandato su tutte le furie residenti, baristi, ristoratori e commercianti di San Zeno.

«Il Soprintendente ai beni archeologi del Veneto Vincenzo Tinè ha detto che il sito archeologico di piazza Corrubbio dovrebbe essere valorizzato istituendo un’area monumentale dove dovrebbero essere esposte le tombe più significative»,
dicono Segattini, Fasoli e Mischi, «e questa è un’autorevole conferma della posizione contraria che noi abbiamo sempre e coerentemente portato avanti nel confronti del costruendo parcheggio».

FACCIA A FACCIA. I consiglieri del Pd ricordano poi di aver depositato in circoscrizione la richiesta al presidente Matteo Gelmetti e ai responsabili della commissione urbanistica e lavori pubblici di coinvolgere fattivamente la circoscrizione nel rivisitare il progetto. «La risposta che Palazzo Barbieri darà alle nostre richieste sarà la misura della reale o meno volontà di coinvolgere, attraverso di noi, il Comune al fine di rimediare allo scempio cui ha sottoposto piazza Corrubbio». I consiglieri, per sottolineare la loro posizione, organizzano un’assemblea pubblica venerdì 22 settembre, alle 21, nella sala Ater di piazza Pozza, a cui hanno invitato l’assessore alla mobilità Enrico Corsi e il presidente Gelmetti.

FUORI TEMPO. Corsi, però, replicando ai consiglieri e anche al consigliere provinciale del Pd Lorenzo Dalai, replica seccamente: «Invierò agli esponenti del Pd Lorenzo Dalai, Matteo Mischi e Susanna Fasoli copia delle delibere della Giunta Zanotto su piazza Corrubbio — la numero 26 del 16 luglio 2003 e la 62 del 28 febbraio 2007 — dato che non hanno ancora capito (o continuano a fingere di non capire) che la frittata del parcheggio interrato San Zeno l’ha fatta il loro partito», dice. «Se proprio vogliono vederci chiaro, come affermano, nell’assemblea che hanno convocato», aggiunge Corsi, «portino a relazionare l’ex sindaco Zanotto e gli assessori competenti dell’epoca, cui potranno chiedere conto dei disagi che la loro scelta ha causato ai cittadini di San Zeno e come mai non sentirono il bisogno di chiedere il parere alla circoscrizione e ai cittadini. Noi i problemi vogliamo risolverli e il progetto del parcheggio è già stato modificato proprio per fare in modo che ci sia più verde».

Fonte: srs di Enrico Giardini da L’Arena di Verona di Martedì 14 Settembre 2010 CRONACA, pagina 13


giovedì 16 settembre 2010

Stefano Lorenzetto: Cuor di veneto. Anatomia di un popolo che fu nazione


Stefano Lorenzetto   cuor di veneto
Anatomia di un popolo che fu nazione
 (Marsilio, 304 pagine, 19 euro)


Per capire davvero un luogo bisognerebbe esserci nati.
Stefano Lorenzetto è veneto, figlio orgoglioso di un popolo che fu per 1.100 anni nazione, e in questo libro ci racconta la controversa regione d’Italia attraverso le storie dei suoi poliedrici abitanti, eredi della repubblica più longeva mai apparsa sulla faccia della Terra:
 il Beppe Grillo dei poveri, l’imprenditore che fa lavorare i matti, l’ultimo cicisbeo, la donna che lo faceva per soldi, il nuovo Marco Polo, il cercatore di ossa, lo sposo di Venezia, fino al Grande Vècio dei Serenissimi e al presidente dello Stato veneto.

Partendo dalla sua esperienza personale di povertà e fatica, l’autore smonta molti stereotipi giornalistici, per arrivare alla conclusione che non l’Italia, bensì il Veneto, è una repubblica fondata sul lavoro:

«Il lavoro non è nemmeno un dovere, per i veneti: è il senso stesso del vivere».

Per due secoli confinati nell’orto concluso della miseria, condannati a una marginalità geografica prim’ancora che culturale, carico di terza classe sulle rotte dell’emigrazione, carne da macello per i fronti di guerra, bestie da soma per l’industrializzazione d’Italia, balie per la prole dei nobili, servette per i capricci dei sióri romani e milanesi, sembrava che il destino di questo popolo di zotici, tonti, alcolizzati e baciapile potesse essere uno solo:  estinguersi per miseria.

I veneti che mugugnano ma sgobbano, che protestano contro la rapacità dello Stato ma pagano le tasse, che sognano l’indipendenza ma non si appellano mai a vallate in armi, che si mostrano sospettosi con gli stranieri ma ne accolgono più di qualsiasi altra regione d’Italia dopo la Lombardia, che non sono ancora pronti a fondere il bianco col nero ma continuano a mandare i missionari a morire in Africa sulle orme di monsignor Daniele Comboni, che sembrano aridi ma vantano un’impressionante fioritura di opere buone, che tirano su capannoni ma si struggono di nostalgia per le ville palladiane, hanno ancora quest’enorme fortuna di ricordare da quali sacrifici è scaturita la loro ricchezza e di vivere come se tutto fosse in prestito, come se l’incantesimo potesse rompersi da un momento all’altro.


Stefano Lorenzetto, veronese, è editorialista del «Giornale», dov’è stato vicedirettore vicario, e collaboratore di «Panorama» e «Monsieur».
In 35 anni di professione giornalistica ha scritto per una quarantina di testate e ha vinto il premio Saint-Vincent.
Ha pubblicato Fatti in casa, Dimenticati (premio Estense), Italiani per bene, Tipi italiani, Dizionario del buon senso, Vita morte miracoli, Baldus e Si ringrazia per le amorevoli cure prestate.
Come autore televisivo ha realizzato Internet café per Rai Educational. Le 500 puntate della rubrica Tipi italiani, uscite sul Giornale a partire dal 1999, lo hanno fatto entrare nel Guinness World Records per un singolare primato: la più lunga serie di interviste da un’intera pagina che sia mai apparsa fino a oggi sulla stampa mondiale.


CUOR DI VENETO:  Ritratti tra la gente che non è solo quella degli «schei»


Stefano Lorenzetto

IL LIBRO. Le interviste di Stefano Lorenzetto. «Cuor di veneto»: i vizi e le virtù di protagonisti e tipi sorprendenti

Un libro scritto con il cuore da un cronista che racconta la sua gente, i veneti, senza pregiudizi, moralismi o luoghi comuni. I vizi e le virtù vengono messi a nudo da lunghe interviste a personaggi contemporanei.
Protagonisti dell'arte, della politica, del lavoro. Ma anche della cronaca nera e del marciapiede. Racconti di vita, a volte confessioni, che dicono di un Veneto operoso e tenace, ma forse incapace di far comprendere appieno il suo cuore.
Cuor di veneto è il titolo dell'ultimo libro di Stefano Lorenzetto, giornalista veronese, edito da Marsilio.
Un libro divertente, ironico, pungente. Un libro contro una certa immagine ormai di maniera: il Veneto dei palancai, dei razzisti, dei violenti. Stereotipi che i media hanno regalato a questa regione.
Lorenzetto racconta un'altra realtà. Quella di uomini senza studi e senza mezzi, che si sono inventati, con tenacia e fatica, un lavoro, e sono diventati capitani d'industria, conosciuti in tutto il mondo.
Quella di una regione sospettosa verso gli stranieri, ma che ha, dopo la Lombardia, il più alto numero di immigrati. Quella che, prima ancora degli «schei», considera il lavoro la sua vera religione.
«Sono veneto. Il lavoro innanzitutto» è il motto di un intervistato.
«La parte peggiore del lavoro è ciò che ti capita quando smetti di lavorare», dichiara un altro.
 «Il lavoro non è nemmeno un dovere per i veneti», sostiene l'autore,
«è il senso stesso del vivere. Ed è attraverso il lavoro che si misurano con la realtà».

Il libro racconta anche i lati oscuri: casi giudiziari, morti sospette, personaggi che vivono ai margini, per scelta o per forza. Ritratti intensi e leggeri, drammatici e ironici. Un mondo variegato che mette a nudo i propri sentimenti.
«Anatomia di un popolo che fu nazione», recita il sottotitolo del libro. Perché il Veneto fu la repubblica in assoluto più longeva. Terra di splendori e di miseria. Terra d'emigranti, di serve per i «siori», lombardi e romani. Gente per cui la solidarietà tra poveri era una sicurezza e il risparmio, anche nell'indigenza, un dovere. Ma senza illusioni.
«Siamo solo di passaggio, lasceremo tutto qui, ai nostri figli, con la speranza che almeno si ricordino di noi».
Un Veneto «pitocco e scalzo, che, se anche raccontato, non può essere capito dalle generazioni attuali», scrive l'autore. Un Veneto che ha perso qualcosa dell'antica nobiltà d'animo.
«Lo ripeto sempre ai miei figli», dice un intervistato. «Avete tutto e non avete niente».
E un altro: «Viviamo nell'epoca del cinismo assoluto. I giovani  li ammazziamo con la delusione preventiva».

Sono 25 le interviste. Personaggi famosi e meno: Tinto Brass e Milo Manara, Ranieri da Mosto e Carla Corso, Fulvio Roiter e Gino Seguso, Giancarlo de Bortoli e Vittorio Selmo, Massimo Colomban e Giulio Tamassia. Dietro le parole ci sono i luoghi: le lagune, i casoni da pesca, le osterie, gli argini, le fabbriche. E quel languore che ti mette in corpo la voglia di casa, di un amico, di un bicchiere di vino.

Fonte: srs di Delia Allegretti;  da  L’Arena di Verona del 06 ottobre 2010, CULTURA, pagina 48





mercoledì 15 settembre 2010

CLAUDIO FILIPPINI - Tegolina -

Avrei voluto terminare tutti i miei giorni, ma qui ormai non ho più nulla da fare

…non ho mai esagerato, non chiedo tanto 
speravo solo qualcuno
uno che mi facesse credere, per poco
di essere vivo per sempre
perché io come tutti, non vivo per sempre.


Ora vola libero l'angelo che ha sfiorato questa terra.
Il suo passaggio ha riempito i cuori di tutte le persone che lo hanno incontrato e non smetteranno mai di essergli riconoscenti dell'amore ricevuto.
Sabato 17 Gennaio 1953 - Lunedì  7  Giugno 2010




Ho conosciuto nella mia giovinezza,  per pochi giorni,  la tua amicizia, e ne serbo ancora il ricordo. 

Ciao  Tegolina
Giorgio  
Verona settembre 2010




«TEGOLINA», DAL CAI DI VERONA FINO ALLA VETTA DEL MONTE ROSA




Punta Giordani nella Valle del Gressoney, Cresta del Soldato



A Claudio Filippini, che per tutti gli amici era «Tegolina», alpinista della sezione Cesare Battisti del Cai di Verona, scomparso a 57 anni nel giugno 2010, lasciando tanti ricordi affettuosi e molti rimpianti, è stata dedicata in questi giorni una nuova via di arrampicata sull'inviolata parete del Pilastro Grigio che porta a Punta Giordani a 4.046 metri, nel massiccio del Monte Rosa.

Autori dell'impresa sono stati il valsesiano Christian Gobbi e Paolo Dalla Valentina, che è veronese ed è stato grande amico di Filippini.  Sono entrambi guide alpine e finanzieri del Soccorso alpino della Guardia di Finanza di Riva Valdobbia, ai piedi del Monte Rosa.

«Sapevamo che anni fa c'era stato un altro tentativo da parte degli alpinisti del posto, ma che avevano dovuto rinunciare per le cattive condizioni meteo, una volta arrivati alla base del pilastro», racconta Dalla Valentina, la cui famiglia è originaria di Velo ed ha ancora la mamma, fratelli e sorelle che vivono a San Martino Buon Albergo, da dove è partito 25 anni per entrare nella Guardia di Finanza, dedicandosi in particolare al soccorso alpino.
«Questo pilastro non era mai stato affrontato in precedenza anche perché non è facile da raggiungere e comporta già un certo sforzo alpinistico per arrivarci: noi siamo saliti lungo la "Cresta del soldato" della Punta Giordani, abbiamo anche avuto fortuna di intuire che poteva essere la strada buona una cengia lungo la parete Est, che in effetti ci ha portati all'attacco del pilastro della cresta Nord-Est», riferisce Dalla Valentina.
La linea di salita è avvenuta lungo un diedro strapiombante, cioè sullo spigolo dove si incrociano due piani di roccia orientati diversamente, scelto anche per la buona qualità della roccia, caratteristica che non sempre possibile trovare sul massiccio del Rosa, soggetto a frane e sfasciumi. I due finanzieri hanno superato la parete impegnando due lunghezze di corda per un totale di 60 metri, piantando due chiodi fissi con il metodo classico del martello e lasciando all'inizio della parete un friend, attrezzo meccanico a camme mobili, impiegato come punto di ancoraggio, che non è stato più possibile staccare dalla fessura di roccia in cui si era incastrato. La parete, che è di un centinaio di metri lineari, è stata superata in tre ore, arrivando sulla sommità quand'era già mezzogiorno, passando tra difficoltà valutabili di grado 6b e 5c, mentre è di terzo grado il tratto conclusivo che dalla cima del pilastro porta alla vetta, che è a 4.046 metri, da affrontare con attrezzatura adatta al tratto misto di ghiaccio e roccia.

«Abbiamo studiato un modo di salita che possa essere ripetibile da altri, anche se la nuova via si può considerare una variante difficile alla Cresta Nord-Est o come la prima salita di una parete che può offrire altre possibilità di scalate difficili su una parete molto compatta, verticale e impegnativa da raggiungere», aggiunge Dalla Valentina, che in accordo con Gobbi ha voluto chiamare Via Tegolina il nuovo percorso di arrampicata.

«Con Claudio, che è stato alpinista di valore, ho avuto diverse occasioni di salire in montagna e lo ricordo come persona buona e sensibile», conclude il finanziere veronese.

Gobbi è invece in partenza in questi giorni per il Nepal nella spedizione organizzata da Silvio Mondinelli, che cercherà di raggiungere il Manaslu, nelle catena montuosa dell'Himalaya, che con i suoi 8.163 metri è l'ottava vetta più alta del mondo.  
Gnaro Mondinelli, anche lui finanziere e nel soccorso alpino di Alagna, arrivò sul Manaslu già nel 1993, suo primo ottomila, saliti in seguito tutti e 14 senza mai far uso di ossigeno supplementare, in puro stile alpino.  

Vittorio Zambaldo



Fonte: srs di Vittorio Zambaldo, da l’Arena di Verona,  del 2 settembre 2012




martedì 14 settembre 2010

Immagini del divenire cristiano nei sermoni di San Zeno

Verona Basilica zenoniana: Statua di San Zeno 

Dopo Costantino, nel giro di pochi decenni, la Chiesa acquisisce una posizione non solo di legalità, ma pure di privilegio. Anche per questo il numero dei convertiti al cristianesimo aumenta notevolmente.

Il secolo quarto è chiamato l'«età d'oro» della catechesi patristica: l'attenzione della Chiesa si concentra sulla Quaresima, tempo privilegiato della preparazione al Battesimo, essendo ormai in decadenza il catecumenato come struttura pastorale di maturazione alla fede(1).

C'è infatti una tendenza a prolungare il catecumenato in una specie di «status», più o meno definito, che non consente una programmata azione pastorale. La preparazione quaresimale e la celebrazione della Pasqua è accompagnata da una intensa attività di predicazione da parte dei Pastori, predicazione che ha come oggetto i testi biblici letti e le celebrazioni dei Sacramenti e del mistero di Cristo(2).

A Verona S. Zeno assiste, nel tempo del suo episcopato(3), ad una fioritura di conversioni.

La diffusione del cristianesimo nel Nord Italia ha conosciuto una certa lentezza iniziale, rispetto ad altre regioni, ma ormai si ha un deciso affermarsi della Chiesa(4).

I Sermoni di San Zeno risuonano di questo fervore di  conversioni e dell'impegno pastorale per far capire i divini misteri, per trasformare la mentalità da pagana in cristiana(5).

Tre sono i gruppi di discorsi che abbiamo di San Zeno. Quelli dottrinali e morali (circa 25) sono i più elaborati, anche se qualcuno ci è rimasto incompleto: parlano delle virtù teologali e morali, dei vizi, specialmente dell'avarizia e dell'impudicizia, ed espongono la dottrina sulla divinità di Cristo.
Un secondo gruppo di discorsi, una quindicina, sono commenti alla Scrittura; erano tenuti probabilmente nel periodo quaresimale, quando venivano lette, specialmente, le vicende dei Patriarchi.
Infine, più numerosi, preziosi, anche se spesso brevissimi o solo frammenti, i discorsi della Pasqua e delle celebrazioni pasquali. Sono inviti al Battesimo, saluti ai neobattezzati, annunci della Pasqua. Sono tutti pervasi da un clima primaverile di gioia e freschezza. Sono pagine piene di poesia e di simbolismo, con un vocabolario che difficilmente può essere reso dal latino.

C'è un sovrapporsi ed un rincorrersi di immagini che cercano di tradurre l'indicibile meravigliosa ricchezza dei sacri misteri celebrati.

Tra i discorsi liturgici prendo in considerazione alcune pagine di più ampio respiro letterario, particolarmente significative sul piano del simbolismo(6).

Emergerà il cammino della «illuminazione», della preparazione cioè al Battesimo nel tempo della Quaresima.
E una preparazione che comprende una componente dottrinale (l'approfondimento della fede), una componente liturgica (il succedersi delle celebrazioni), una componente ascetica (l'adeguamento della vita alla fede ed alla celebrazione). Ed emergerà anche il clima della celebrazione della veglia pasquale e dei giorni immediatamente successivi (settimana in «albis»), il più festoso di tutto l'anno liturgico.

In queste note sottolineerò alcuni aspetti del divenire cristiano.

Trasparirà così in primo luogo il significato delle cure della Chiesa per i candidati al Battesimo, il cammino cioè di illuminazione e conversione richiesto nel tempo quaresimale e si aprirà maggiormente alla nostra comprensione la solennità unica delle celebrazioni pasquali, che nel mistero del Cristo morto e risorto inseriscono i cristiani, rigenerandoli nel Battesimo, effondendo l'abbondanza dello Spirito nella Confermazione, introducendoli alla festa del convito eucaristico. Ed emergerà anche come il cammino, iniziato con questi sacramenti, si prolunghi nell'impegno di tutta l'esistenza del cristiano, «neonato», che la Chiesa ha generato per opera dello Spirito nel fonte battesimale e «figlio» che essa accompagna, quale Madre, attraverso le stagioni della vita, fino al raggiungimento della «misura» perfetta(7).

1.  La vigna

Iniziamo con il Tractatus II, 11, che è commento al salmo 79: è un testo letterariamente elaborato ed anche ampio(8).

Gli agricoltori veronesi capivano molto bene cosa voleva dire San Zeno quando paragonava le attenzioni e la premura della Chiesa per la preparazione dei catecumeni alle cure che richiede la coltivazione della vite, quando paragonava i frutti della vita cristiana alla vendemmia, al vino ricavato dalle splendide uve.

«O miei bravi agricoltori, perdonatemi se per la mia pochezza, io, che sono come il vostro agricoltore, descrivendo il lavoro per la vigna, non so dire tutta la vostra bravura, come voi, così bene, usate fare nei campi.  Il tralcio, tagliato in giusta misura, viene messo nella terra, affinché ivi si nutra, mentre continua a vivere del suo primo fecondo umore. Gli si deve mettere un paletto, perché cresca, così sostenuto e protetto. Quando poi si sarà sviluppato fino ad essere una vera vite e si sarà elevato fino in cima alla pergola, verrà tagliata ogni rigogliosa sovrabbondanza e così la pianta, ben ripulita, verrà stesa sul pergolato e legata perché non si strappi dal legno che la sostiene e la porta e, quasi, la guida a distendersi per portare frutto.

La vite poi, piangendo abbondantemente, si irrugiada dolcemente della sua linfa, e con lacrime felici manifesta d'essere ripiena degli umori del mosto.

Poi dalle gemme aperte spuntano le foglie, raggiate, sotto le quali, come protetti e sicuri, ben presto arridono i frutti. Gli ardori del sole, le piogge ed i venti li rafforzano, li ingrossano e li portano a maturazione.

Ma quando verrà il tempo della vendemmia l'uva, strappata senza riguardi, viene messa nel torchio e pestata dai piedi dei vignaioli, schiacciata e spremuta con forza tra le due tavole, finché non se ne sia cavata tutta la dolcezza dell'umore. Umore prezioso, che dopo l'assaggio dei pigiatori, viene portato nelle cantine del padrone, per migliorarsi invecchiando».

La descrizione, così particolareggiata, della coltivazione della vigna ha raggiunto il suo scopo, ha suscitato l'interesse ammirato degli uditori: i particolari del lavoro sono stati sottolineati con questo scopo preciso ed ora sono lì tutti vivi e presenti all'attenzione dell'uditorio. E' il momento buono per applicare i diversi tempi del lavoro alle varie tappe del divenire cristiano:

«Per quanto, nei nostri limiti, possiamo comprendere del significato spirituale, il tralcio tagliato nella giusta misura è il competente(9) sottoposto al dovuto numero di prove. Il fossato è il fonte battesimale che come veri tralci dà subito la vita agli uomini che accoglie morti, vivificandoli con l'acqua celeste. Il legno di sostegno al quale viene alzato o dal quale è portato il tralcio, è il segno della croce del  Signore, senza del quale è impossibile per il cristiano vivere e raggiungere l'immortalità. La vite viene stesa sul pergolato: ci mostra la sublimità della via e della vita del cielo. Il tralcio poi è legato: è la rinuncia al mondo ed il legarsi spiritualmente con la professione sacra della fede. La rigogliosa fioritura che viene tagliata con il falcetto indica che tutti i peccati sono tolti per il Battesimo e la potenza dello Spirito Santo.

La vite piange felicemente una volta liberata dalla sovrabbondanza delle ramificazioni: dall'uomo purificato, una volta dischiusi e spiritualmente aperti gli occhi, scorrono più felicemente i fiumi della sapienza celeste.
Preannunciati dalle foglie vengono i frutti che ne mostrano la preziosità: il cristiano viene difeso e nutrito tenendo dietro ai divini insegnamenti, nei quali c'è il frutto della vita eterna. Al giogo giunge una volta che, impegnato ogni suo avere per i poveri, portando la propria croce e dando compimento alla giustizia, segue più speditamente Cristo.
L'uva giunge a maturazione per la forza dei venti, del sole e della pioggia: il giusto ottiene la corona a motivo delle frequenti, grandi, molteplici tentazioni.
Quando poi viene il tempo della vendemmia, il giorno cioè della persecuzione, le uve vengono strappate dovunque: si mettono violentemente, senza alcun riguardo le mani sui santi.
Le uve vengono portate al torchio, il luogo del supplizio, e pestate dagli operai: con un ultimo affronto i santi vengono scherniti e scannati.
Per il massimo rendimento nel torchio l'uva viene schiacciata tra le due tavole: nel giorno del giudizio vien chiesto conto del sangue dei confessori sulle due tavole della legge, fino all'ultima goccia.
I pigiatori bevono dal mosto: anche i persecutori, spesso, gustano e bevono anche il calice prezioso che poco prima hanno effuso, convértendosi a Cristo.
Il mosto infine viene riposto nella cantina del padrone perché nel travaso migliori: il martire viene accolto nella dimora del Signore, affinché trasmutato da uomo in angelo, abbia la beatitudine della vita eterna».

Fomentato dalle istruzioni sempre più ricche e dalla grazia operante dello Spirito, il desiderio dei catecumeni aumentava continuamente nel lungo tempo della preparazione, fino a diventare ansiosa attesa della spirituale rinascita. In questo clima di fervore parla S. Zeno: la lunga preparazione era giunta al termine. Era la Pasqua del popolo cristiano, ma specialmente dei neofiti che entravano nel mistero della vita: una letizia che non conosce più la tristezza della colpa, destinata a crescere ogni giorno, fino a maturarsi per la vita eterna. È il tema che troviamo nel testo che ci accingiamo a leggere, dal Tractatus I, 42.

2. Il pane

C'è un'altra immagine significativa e vicina per la vastità di applicazione, all'allegoria della vigna. Non è tanto l'aspetto della fecondità che viene qui messo in luce, quanto la perfezione della nuova vita, la pienezza della fede che ha portato alla misura perfetta.

Zeno insiste tanto sulla presenza operante della fede nel battesimo: non solo la conoscenza e l'accettazione di una dottrina che è stata presentata durante il catecumenato, ma l'unità di fede che fa partecipi dell'unica Chiesa, nella quale il sacramento opera la salvezza. Anche nell'immagine della preparazione del pane vengono illustrate le diverse tappe della vita cristiana, dal catecumenato alla gloria:

«Esultiamo, fratelli, in Cristo e arricchiti di così tanti beni rendiamo lodi e grazie a Dio Padre onnipotente. Egli ha mutato la zizzania, il loglio, le lappole, le spine in messi beate. Queste messi, ripulite con cura solerte e lietamente frantumate dal benevolo peso della pietra molare, stacciate come si conviene e liberate da ogni crusca, divennero farina candida di mirabile splendore. Non alterata da alcun lievito questa venne bagnata ed impastata con cura solerte. Vi è stato messo il sale, è stata resa malleabile con olio buono per la cottura, cotta bene come si conviene, trasformata in pane azzimi. Questi che vedete profumati giunti a giusta e soave cottura, sono cotti non al forno, ma al fonte, con fuoco non umano, ma divino; non sono guastati dall'aria o infestati dall'amarezza del fumo o induriti per il freddo; quel che è più sono lievitati senza fermento. Non sono certo né flosci né stantii, né bruciati, né crudi, né ammuffiti. Del latte è il loro colore, del latte il sapore».

Qualcuno forse tra la gente mormorava o per l'eccessiva larghezza di Zeno nell' accettare per il Battesimo, o per l'incompetenza ed impreparazione di qualcuno tra i catecumeni.

Zeno non tollera queste insinuazioni, chiama a testimoniare, sicuro del suo operato, quelli che sono con lui responsabili della Chiesa:

«Forse, per il fatto che alcuni di questi pare sembrano ridotti di misura in qualche cosa si vuol sospettare del fornaio: non me ne importa, fratelli. Sono povero, ma difendo il mio onore e conosco la mia parola. Ciò che sanno lo dicano coloro che lavorano con me. Godo sì del guadagno, ma senza il rimorso di aver rubato; ve lo dico sinceramente. D'altronde anche voi conservate l'antica misura (la regola della fede), avete la bilancia: esaminateli quanto volete, pesateli ad uno ad uno. Troverete che nulla manca a nessuno. Hanno tutti la triplice misura, segnati con lo stesso stampo del sacro sigillo, questi pani che oggi sono portati alla mensas»(10).

La triplice e, nello stesso tempo, unica misura di cui parla San Zeno esprime la fede nella Trinità.

Siamo al tempo delle lotte in difesa della dottrina trinitaria contro l'arianesimo, ed è naturale l'insistenza su questo punto. Inoltre, a parte ogni controversia, era proprio la professione di fede trinitaria che accompagnava (come accompagna ora), scandita nella triplice proclamazione, la celebrazione del Battesimo(11).

3. L'oroscopo

Un motivo teologico viene tradotto in un originale simbolismo.  Il Battesimo è nascere nella novità di Cristo, generati dalla Madre Chiesa(12) nel grembo materno che è il fonte battesimale: È una generazione che apre alla festa della vita nella liberazione della morte. È questo gioioso rinascere che viene espresso da S. Zeno negli Inviti che rivolge ai candidati al Battesimo.

«Rallegratevi, o fratelli in Cristo, e affrettatevi pieni di desiderio a ricevere i doni celesti. Vi invita il salutare calore del fonte eterno. La nostra Madre, la Chiesa, è ansiosa di darvi alla luce, ... le vostre madri vi misero alla luce tra i gemiti dolorosi del parto, piangenti e sporchi, prigionieri di fetidi panni. Non così la Madre Chiesa, che lieta vi generò nella gioia, celeste e libera, liberi da ogni colpa; essa non vi nutre in culle maleodoranti, ma alla profumata balaustra del sacro altare» (I, 32).

I neofiti sono dunque dei neonati: su di loro come su di ogni culla, è bello pensare ad un domani pieno di felicità: alla nascita spirituale corrisponde un oroscopo spirituale, che San Zeno sviluppa in maniera curiosa, mostrando i diversi doni che il Battesimo e gli altri sacramenti portano e garantiscono.

I riferimenti sottintendono gli episodi biblici e di conseguenza una conoscenza notevole della Bibbia da parte dei candidati.

C'è quasi «spregiudicatezza» in certi accostamenti tra Scrittura e mitologia, ma insieme un contributo alla liberazione da elementi pagani ancora radicati nei convertiti.

«Per un 'abitudine della vecchia vita vi aspettate, forse, da noi che vi diciamo sotto quale segno la vostra unica madre vi abbia dato alla luce, in un solo parto. Compirò quanto si usa fare per i neonati e vi svelerò in breve i segreti dell'oroscopo sacro. Ecco, o fratelli, qual è stata la vostra nascita. Primo ad accogliervi fu, non l'Ariete, ma l'Agnello che non condanna alcuno di quelli che credono in lui. Egli coprì la vostra nudità con il niveo candore del suo velo, teneramente porse il latte della beatitudine alle vostre labbra schiuse al vagito ... » (I. 38).

E Zeno passa in rassegna i dodici segni; non le ricchezze di un solo segno possiede il cristiano, ma di tutti dodici: non manca certo l'artificio, ma Zeno ne ricava lo svolgersi di un'unica storia nei due Testamenti, la centralità di Cristo vittorioso, l'inserirsi del cristiano nella ricchezza del mistero di Cristo(13).

4. Le quattro stagioni

Nelle quattro stagioni, con le trasformazioni che attraverso di esse assume la natura, San Zeno trova modo per illustrare le tappe della vita cristiana:

«Per i nostri competenti finisce oggi l'inverno dei peccati; saranno allietati dall'olio perfetto. Oggi la ridente primavera, con svariati carismi, li renderà fiori diversi, quando aspersi dall'onda salutare, godendo dei frutti della limpida estate, cominceranno a mangiare il pane nuovo. Non tarderà, per loro, a venire anche il mosto d'autunno. Ripieni ed ebbri di questo, arderanno del calore dello Spirito Santo» (II, 13).

Vengono richiamati i Sacramenti dell'iniziazione cristiana; il Battesimo nell' «onda salutare» la Confermazione nell' «olio perfetto», nel «calore» e nell' «ebbrezza» dello Spirito(14); l'Eucarestia nei «frutti dell' estate» e nel «pane nuovo».
In un altro testo (I, 33) molto più ampiamente, è tutta la vita cristiana che viene significata nelle stagioni. La tristezza ed il gelo dell'inverno rappresenta il tempo del peccato.
Il tempo primaverile, che fa respirare di vita la natura è il sacro fonte,  dal quale, al soffio dello Spirito, nascono i figli della Chiesa.
L'estate è il tempo del popolo cristiano: il fervore delle opere buone lo matura, come splendida messe, lo purifica per i granai del cielo.
L'autunno è il tempo della vendemmia: simbolo del martirio e della morte preziosa del giusto.
Tutto l'anno infine celebra il mistero del Signore, che è il giorno eterno, al quale servono le dodici ore che sono gli apostoli, i dodici mesi che sono i profeti, le quattro stagioni che sono come i quattro Vangeli che lo annunciano.

5. Il convito simbolico

I figli della Chiesa, nati per la loro fede nel fonte, perfezionati dall' azione dello Spirito raggiungono la pienezza della partecipazione al mistero gustando del convito celeste, l'Eucarestia, culmine sacramentale dell'iniziazione cristiana.

Zeno presenta questo banchetto eucaristico come la conclusione della lunga serie di conviti, di cibi, di doni dei quali parla la Scrittura. È come un'ideale processione nella quale i diversi personaggi rivelano un particolare, talora inaspettato, curioso, magari anche artificioso, del convito eucaristico.

«Dopo aver devotissimamente adempiuto ai purificanti digiuni della necessaria espiazione, dopo la dolcezza delle veglie della luminosissima notte, dopo che le anime si sono fervidamente aperte alla speranza dell'immortalità nel rigenerante bagno del fonte materno ... vi esorto a celebrare con un lieto convito la letizia di una così nobile nascita .... un convito divino, onesto, puro.
Il padrone di casa da a voi, del suo, della sua mensa, pane e vino prezioso. I tre fanciulli recano per primi, insieme, i legumi sui quali, perché abbiano giusto sapore, versano il sale della sapienza. Cristo versa l'olio. Mosè prontamente ha procurato la primizia di ottima carne di agnello, Abramo la grassa e ben condita carne di vitello. Isacco, ignaro, porta la pentola e la legna ... » (I, 24).

Vengono ricordati ancora Giacobbe che porta le pecore, Giuseppe, Noè, Tobia, Pietro ... il miele di Giovanni Battista, l'abbondanza delle elargizioni di Zaccheo dopo la sua conversione, la dolcezza di Cristo Signore. Le applicazioni raggiungono fin l'inverosimile nel tentativo di esprimere l'inesprimibile ricchezza del convito eucaristico.

Una tipologia eucaristica non può fare leva su questi elementi, ma per San Zeno, qui - come nel discorso sull'oroscopo (I, 38) - si vuole indicare la novità ed insieme la ricchezza di una situazione nella quale si viene introdotti: una novità ed una ricchezza a lungo desiderate attraverso i secoli dell'attesa veterotestamentaria e nel tempo della preparazione dei candidati al Battesimo(15) .

Conclusione

Il mistero della vita, splendente nel Cristo risorto, viene partecipato ai cristiani, in modo particolare ai neofiti: il loro passare dalla morte alla vita, il loro vivere dello Spirito, il festoso ritrovarsi fratelli al convito, sono il perpetuare e l'inserirsi, attraverso la celebrazione, nella Pasqua di Cristo.

a) Diventare cristiano significa soprattutto «nascere di nuovo», nascere alla vita divina, dal fonte battesimale, che è come il seno della Madre-Chiesa, nascere per la forza della fede e per l'azione fecondatrice dello Spirito Santo.

b) La presenza attiva dello Spirito Santo si prolunga oltre il rito dell' acqua, portando la perfezione della nuova vita, che si esprime nello splendore, nella ricchezza dei doni. È la Confermazione.

c) L'Eucarestia, infine, è il convito che fa partecipare nella pienezza al mistero di Cristo, e che annunciandola, garantisce, a chi sarà fedele, la gioia senza tramonto.

d) Costituita dai sacramenti del Battesimo, della Cresima e dell'Eucarestia, l'iniziazione cristiana è così un inserirsi progressivo nel mistero di Cristo, un inserimento progressivo che comprende tutta la vita, fino alla piena partecipazione alla vita divina nella gloria eterna.

Queste tematiche qui velocemente riprese, che ripetono del resto la tradizione liturgica e patristica, non rendono certo la ricchezza del pensiero di San Zeno. Larga parte della sua testimonianza resta intraducibile, al di fuori della poesia e del simbolismo. Non ci è consentito ricostruire nei particolari la celebrazione, ma ci accostiamo alla tematica ricorrente della predicazione pasquale di San Zeno: la fecondità e la freschezza primaverile del Battesimo, lo splendore e la varietà dei doni dello Spirito Santo, la piena e beatificante letizia del convito eucaristico, 1'operoso impegno che comporta il «divenire cristiano».
S. Zeno riceve gli ambasciatori


NOTE


I.) Il Catecumenato durava due o tre ed anche alcuni anni, ed aveva una articolazione che costituiva un cammino in progressione; con il diffondersi del Battesimo all' età adulta o alla fine della vita' esso perde di significato e non è più accompagnato dall'attenta azione pedagogica della Chiesa. Rimane invece, e solenne, il tempo della Quaresima, chiamato per i «candidati» all'iniziazione, tempo della illuminazione.

2.) Cfr. DUJARIER M., L'évolution de la pastoral catéchumenal aux six prémiers siècles de l'Eglise, in LMD 71/1962 e LAURENTIN A. - DUJARIER M., Catéchumenat. Données de l'histoire et perspectiues nouvelles, Paris 1969.

3.) Non possediamo, al di là della raccolta dei Sermoni, molti dati sull'episcopato di S. Zeno. I Documenti esistenti sono stati raccolti e studiati, nella quasi totalità dai Fratelli Ballerini nella loro ottima settecentesca edizione dei  Sermoni: Sancti Zenonis episcopi Veronensis Sermones ... Recensuerunt et dissertationibus perpetutsque adnotationibus illustrarunt Petrus et Hieronimus fratres BALLERINI presbyteri veronenses. Veronae 1739.
L'edizione critica di LÖFSTEDT B., Zenonis Veronensis Tractatus, CCh 22, Turnhout 1971, non apporta, sul piano storico (e dottrinale) alcuna novità.
Per una recensione di questa edizione nella prestigiosa collana del Corpus, si veda ad es. BANTERLE G., La nuova edizione dei Sermoni di S. Zeno, in AA. VV. Studi Zenoniani in occasione del XVI centenario della morte di S. Zeno. Accademia di Agricoltura, scienze e lettere, Verona 1974, p. 35-48.
Una recente ricostruzione dell' attività e della personalità di Zeno è lo studio di TRUZZI C., Zeno Gaudenzio e Cromazio. Testi e contenuti della predicazione cristiana per le chiese di Verona, Brescia e Aquileia (360-410 ca.), Istituto per le scienze religiose di Bologna, Paideia editrice, Brescia 1985.
Il tempo dell'Episcopato di S. Zeno si colloca tra il 362 ed il 380, una collocazione sufficientemente fondata, anche se non direttamente testimoniata.
4.) Quando Zeno giunse a Verona la città era ancora in gran parte pagana ed ancor più la regione circostante. Se l'inizio del cristianesimo a Verona si pone alla metà del secolo III, se Zeno è il settimo Vescovo (cfr. ad es. Il Velo di Classe, Verona 1972) è con lui che la città viene portata al Battesimo Veronam praedicando reduxit ad Baptismum, vedi in PIGHI GB., Versus de Verona, Bologna 1960, p. 153).

5.) Zeno ricorda con crudo verismo la corruzione ed il culto pagano, ad es. Tr I, 1 ed I, 3; a lungo dovrà rimproverare anche ai convertiti la persistenza delle tradizioni pagane nei culti campestri e in quello dei morti, cfr. Tr I, 25. Ma trova modo anche di esaltare il fiorire della carità: «Le vostre case sono aperte ad ogni pellegrino ... i nostri poveri non debbono più chiedere il cibo, le vedove ed i bisognosi fanno testamento. E potrei aggiungere altri motivi ancora alla vostra lode, per le vostre belle qualità, se non foste miei» (Tr I, 14).

6) A parte i due sermoni di ampio respiro De spirituali aedificatione domus Dei (II, 6) e De Natali S. Arcadii (I, 39), si tratta di brevi testi, talvolta schematici, talvolta incompleti, spesso richiamantisi anche nelle espressioni e comprendono gli «Inviti» ai catecumeni, il «Saluto» ai neofiti ed al giorno di Pasqua, come pure i brevi commenti o riferimenti ad Isaia, all'Esodo, a Daniele. Cfr. DE PAOLI G., I Sermoni di S. Zeno di Verona. Contributo alla storia della catechesi e della liturgia dell'iniziazione cristiana, Roma 1969 (Tesi dattiloscritta al Pont. At. S. Anselmo) e TRUZZI C., o.c. a n. 3, p. 200-222 e lo schema di p. 328-333 (non numerate). Alcuni sermoni sono attribuibili sia alla Quaresima che alla Pasqua: ad es. I, 34; II, 11.

7.) «L'acqua generatrice vi dà alla luce nei sacramenti, voi che già foste concepiti nella fede», cfr. Tr. II, 28. Il Tr. I, 49 «tripondes sunt omnes») fa riferimento alla fede trinitaria, particolarmente significativa nella sua professione in un tempo, anche quello di Zeno, in cui l'Arianesimo era presente.

8.) Viene spontaneo anche il riferimento ad Is. 5. Il popolo giudaico è la vigna che dall'Egitto viene piantata nella Terra Promessa. Dalla figura Zeno passa all' allegoria ed aggiunge, di suo, una più particolareggiata descrizione della coltivazione della vite e della vendemmia per illustrare i diversi momenti dell'iniziazione cristiana. La cella dominica è la Chiesa alla quale introducono i Sacramenti, ed è insieme il Paradiso, del quale il sacramento e la Chiesa sono anticipazione. Per il tema della vigna cfr. ad es. DANIELOU J., Un «testimonium» sur la vigne (Barnabé, 12,1). Etudes d'éxégèse judéo-chrétienne, Paris 1966, p. 99-107. Cfr. TRUZZI C., o.c. n.3, p. 216 s. Nella mia traduzione e nella numerazione seguo il LÖFSTEDT, o.c. n. 3.

9.) È il termine con il quale venivano indicati i candidati che nel tempo quaresimale si preparavano prossimamente al Battesimo.

10.) Tr. I, 42. Non abbiamo nei testi di S. Zeno testimonianza esplicita della traditio (consegna) e della redditio (restituzione) del simbolo della fede, che costituiva un momento molto significativo nel cammino dei catecumeni, ma dei cenni, come questo, ce la fanno supporre; cfr. anche Tr. II, 10.

11.) Per la dottrina cristologica e trinitaria di Zeno, cfr. STEPANICH F., The Christology of Zeno of Verona, Washington 1948; TRUZZI C., o.c. n. 3, p. 126-142.

12.) Il tema della Chiesa Madre è frequente e significativo nella tradizione patristica e liturgica: cfr. ad es. DELAHAYE K., La comunità, madre dei credenti negli scritti dei Padri della Chiesa primitiva, trad. it. del titolo primitivo Ecclesia Mater, Bari 1974.

13.) Due sono in S. Zeno le applicazioni del simbolismo zodiacale: i dodici apostoli (Tr. I, 61) ed i diversi tempi della vita cristiana qui presentati. Quanto all' applicazione «cristiana» la testimonianza di Zeno non è l'unica. Cfr. HUBNER W., Das Horoskop der Christen (Zeno I, 38) in Vigiliae Christianae 29/1975, p. 120-137.

14.) L'insieme dei sacramenti dell'iniziazione cristiana, come si celebrava nella Chiesa antica, non consente una separazione dei riti del Battesimo e della Confermazione, anche se nell'insieme ne ricaviamo la ricchezza di significato e di doni. Cfr. NEUNHEUSER B., Baptéme et Confirmation, trad. fr. Parigi 1966, p. 131.

15.) Non si tratta certo in San Zeno solo di un «jeu d'ésprit édifiant» come dice il CURTIUS, in: La Littérature européenne et le Moyen Age latin (trad. fr.) Parigi 1956, p. 583. Cfr. DANIELOU J., Le repas de la Bible et leur signification, in LMD 18/1949, p. 7-13 e TRUZZI C., o.c. nella n. 3, p. 219 e note corrispondenti.


Fonte: srs di Giampietro De Paoli da Annuario Storico Zenoniano 1986