domenica 1 novembre 2020

I CAPELLI BIONDI NELLA GRECIA ANTICA

 

Apollo di Fidia, Museo del Louvre, Parigi


E’ stato Reche a osservare che mai i Greci avrebbero adoprato la parola “arcobaleno” (iris) per designare l’iride della pupilla (come i Tedeschi: Regenbogenhaut = iride) se avessero avuto occhi scuri. Solo un popolo con occhi azzurri, o grigi, o verdi può chiamare l’occhio “arcobaleno”: il primo ceppo degli Elleni apparteneva perciò alla razza nordica.

 

Frequenti nelle fonti greche sono gli aggettivi xanthòs e xoutòs“biondo”, pyrrhòs “fulvo” e chrysoeidés “aureo”, riferiti ai capelli di uomini o Dei, aggettivi che corrispondono perfettamente al latino flavusfulvus e auricomus. Diffuse anche espressioni come chrysokàrenos “testa bionda”, o chrysokóme “chioma d’oro”. Lo stesso progenitore degli Ioni e degli Achei sarebbe stato Xoutòs, “il biondo”, fratello di Doro e figlio di Elleno, mitico capostipite della stirpe greca. Che xanthòs significhi veramente “biondo” è rilevabile da Pindaro che chiama xanthos il leone, Bacchilide il colore del grano maturo (III, 56) mentre Platone nel Timeo (68 b) ci spiega che xanthòs (il giallo) si ottiene mescolando “lo splendente col rosso e col bianco” e Aristotele (Dei colori, I, I) afferma che il fuoco e il sole van detti xanthòs.

 

Che i bambini dei Germani ai Greci già snordizzati apparissero “canuti” non sorprenderà se si tiene presente quel biondo platino quasi bianco di cui sono spesso i capelli dei bambini di pura razza nordica. Il significato di xanthòs come “biondo” ci è dato da qualunque dizionario greco. Come è stato spesso notato, gli eroi e gli dei d’Omero sono biondi: Achille, modello dell’eroe acheo, è biondo come Sigfrido, biondi sono detti Menelao, Radamante, Briseide, Meleagro, Agamede, Ermione. Elena, per cui si combatte a Troia, è bionda, e bionda è Penelope nell’Odissea. Peisandro, commentando un passo dell’Iliade (IV, 147), descrive Menelao xanthokòmes, mégas én glaukòmmatos “biondo, alto e con gli occhi azzurri”.


Karl Jax ha osservato che tra le dee e le eroine d’Omero non ce n’è una che abbia i capelli neri. Odisseo è l’unico eroe omerico bruno, ma l’abitudine a ritrarre gli eroi biondi è così forte che in due passi dell’Odissea (Xlll, 397, 431) anche lui è detto xanthòs. E, d’altronde, Odisseo si differenzia anche per i suoi caratteri psicologici, segnatamente per la sua astuzia: Gobineau vedeva in lui l’eroe “nella cui genealogia il sangue dei guerrieri achei si è fuso con quello di madri cananee”. In genere però, il disprezzo dei Greci d’epoca omerica per il tipo levantino, è scolpita dal loro disprezzo per i Fenici, bollati come “uomìni subdoli”, “arciimbroglioni” (Iliade XIX, 288). 

Tra gli dei omerici, Afrodite è bionda, come pure Demetra. Atena è, per eccellenza, “l’occhicerulea Atena”. Il termine adoperato è glaukopis, che certo è in relazione anche col simbolismo della civetta, sacra alla dea (glaux = civetta: occhi scintillanti, occhi di civetta), ma che in senso antropomorfico vale “occhicerulea”: Aulo Gellio (Il, 26, 17) spiega glaucum con “grigio-azzurro” e traduce glaukopis con caesia “die Himmelbluaugige“. Pindaro completa il ritratto omerico della dea chiamandola glaukopis e xanthà. Apollo è phoibos “luminoso, raggiante” e anche xoutòs. Era, sposa di Zeus e modello della matrona ellenica, è leukòlenos, “la dea dalle bianche braccia”, tipico tratto della bellezza femminile della razza nordica.

 

Bianche braccia, piedi d’argento, dita rosate, e altri caratteristici aggettivi che rimandano a un colorito chiaro, sono frequenti nei poemi omerici. Anche Esiodo ci parla d’eroi e di dei biondi: biondo è Dioniso, bionda Arianna, bionda Iolea. La connessione dei canoni estetici d’età arcaica con l’ideale nordico si ricava anche dall’importanza attribuita all’altezza: kalos kai mégas sono due aggettivi che van sempre insieme. Nella descrizione di Nausicaa e di Telemaco nell’Odissea, si sente che l’alta statura è quasi sinonimo di nobile nascita. E’ lo stesso modo di sentire del nostro Medioevo, che ha dipinto tutte le donne bionde e che poneva come condizione della loro bellezza la grandezza della persona (“grande, bianca e fina”), anch’esso per l’influenza d’una aristocrazia d’origine nordica, germanica. In epoca classica, nomi come Leukéia, Leukothea, Leukos, Seleukos (da leukòs “Bianco”) alludono al colorito chiaro, così come Phrynos e Phryne a pelli bianche e delicate, come anche i nomi Miltos, Miltìades, e Milto. Galatéia (da gàla-gàlaktos =latte) è “quella dalla pelle di latte”. Rhodope e Rhodopìs quelle dalla “pelle di rosa”. Non rari i nomi Xanthòs, Xuthìas, Xanthà, come anche Phyrros “fulvo” (da pur = fuoco) e Pyrrha sposa di Deucalione e mitica progenitrice del genere umano.





Verosimilmente le stirpi doriche, ultime venute dal settentrione, e in particolare gli Spartiati, rigorosamente separati dal popolo, dovettero serbare a lungo caratteri nordìci. Ancora nel V secolo, Bacchilide loda le “bionde fanciulle della Laconia”; due secoli prima Alcmane, nel famoso frammento (54) aveva cantato la fanciulla spartana Agesicora “col capo d’oro fino e dal volto d’argento”. Anche le abitudini sportive delle Spartane, il loro costume di fare ginnastica insieme con gli uomini, ci parlano d’una femminilità acerba e atletica che meglio s’immagina in fanciulle di razza nordica che in quelle di razza mediterranea. Eustazio, (IV, 141) vescovo di Salonicco, commentando un passo dell’Iliade, ricordava come la biondezza avesse fatto parte dell’essere spartano. La cosiddetta “fossa dei Lacedemoni” ci ha restituito gli scheletri di 13 Spartani appartenenti alla guarnigione messa in Atene alla fine della guerra del Peloponneso: tre sono quelli di uomini molto alti (1,85; 1,83; 1,78), gli altri di statura superiore alla media, il più piccolo misura 1,60. Breitinger, che ha studiato questi resti scheletrici, rinviene in essi, “almeno una forte impronta nordica”. Ricorderemo che Senofonte segnalava l’alta statura dei Spartani.

 

Anche le stirpi ioniche, nonostante risiedessero da più tempo sulle rive del Mediterraneo – fatto che aveva condotto a una notevole mescolanza dell’elemento nordico con quello occidentale-mediterraneo – dovettero serbare, specie nell’aristocrazia, un certo ideale nordico. Nel cimitero del Dypilon, in età geometrica, si nota un incremento di brachicefali centroeuropei a spese dei dolicocefali mediterranei. Non si dimentichi che il geometrico nasce in Attica, esattamente come il gotico nasce in Francia, e così come sarebbe incauto affermare che la Francia non sia stata germanizzata solo perché la lingua è rimasta latina, così sarebbe azzardato sostenere che la migrazione dorica non abbia penetrato l’Attica. Nel VII secolo Solone ci parla d’un Crizia – antenato di Platone – coi capelli biondi, xantothrix, e Platone stesso nel Liside e nella Repubblica ci parla della biondezza come qualcosa di non particolarmente raro. I tragici d’età classica, e particolarmente Euripide, ci mostrano una quantità d’eroi e d’eroine bionde. Nelle Coefore di Eschilo (v. 176, 183, 205) la bionda Elettra rinviene un capello biondo presso il sepolcro del padre, e, poco più in là, ravvisa un’orma del piede particolarmente grande e ne deduce che debba trattarsi di suo fratello. Ridgeway per primo suppose che la saga d’Elettra serbasse un’eco della contrapposizione d’una aristocrazia nordica molto più alta delle plebi mediterranee . Nell’Elettra di Euripide (v. 505 e sgg.) apprendiamo che la biondezza è caratteristica degli Atridi, e nell’Ifigenia in Tauride Ifigenia (52/53) ricorda il padre Agamennone “col crine biondo ondeggiante sul capo”. Lo stesso Euripide ci mostra biondi Eracle, Medea, Armonìa.


Il Sieglin ha notato che nei livelli dell’Acropoli inferiori alla distruzione persiana si trovano costantemente statue con capelli dipinti d’ocra gialla o rossa e occhi in verde pallido: è noto il famoso “efebo biondo”. In genere, in tutta l’epoca classica, si mantenne l’usanza di dipingere di biondo i capelli delle statue: Filostrato, nel suo libro sulla pittura (Eikones), scrive che “la pittura dipinge un occhio grigio, l’altro azzurro o nero, i capelli gialli, o rossi, o fulvi”.

 

Anche la grande Athena Parthenos che sorgeva accanto al Partenone era bionda, ed è stato osservato che l’arte crisoelefantina sorge per ritrarre un’umanità fondamentalmente chiara. Il tipo ritratto dalla plastica ellenica è essenzialmente nordico: “Nelle figure maschili, la grandezza d’animo (megalopsychìa) d’un tipo umano superiore e capace d’una contemplatività spassionata, in quelle femminili il nobile ritegno, l’acerba e pudica ritrosia d’un’anima nobile di razza nordica”. Anche le statuette di Tanagra, analizzate dal Sieglin, si rivelano bionde al 90%, il che non ci sorprenderà gran ché se Eraclido Critico ancora nel III secolo scriveva delle donne della beotica Tebe: “Sono per la grandezza dei corpi, l’andatura e i movimenti, le donne più perfette dell’Ellade. Hanno capelli biondi che portano annodati sul capo” (Bios Hellados, 1, 19).

 

Una particolare biondezza delle tebane non meraviglia se si considera la penetrazione tracia nell’area eolica, successiva alla migrazione dorica e connessa all’introduzione della cavalleria, le cui tracce linguistiche si avvertono anche oltre l’Adriatico, tra gli Iapigi. Teodorida di Siracusa (Antologia Palatina, VII, 528 e) ci descrive le fanciulle della beotica Larissa che si tagliano le bionde chiome per la morte d’una concittadina. Anche la colonizzazione eolica avrà diffuso caratteri nordici se si pensa che Saffo chiama la figlia Cleide chryseos (frammento 82). La stessa Saffo è chiamata da Alceo (framm. 63) ioplokos, “col crine di viola”, che viene comunemente tradotto “bruna”. In realtà, come ha mostrato il Sieglin, prima del IV secolo, epoca che segna il disseccamento dell’Ellade e la scomparsa dei boschi, in Grecia esisteva solo la specie gialla della viola (viola biflora), quella stessa che oggi cresce in Baviera e in Tirolo. Ióplokos va tradotto perciò con “bionda”: che Saffo fosse “piccola e nera” (mikrà kai mélaina) è una tarda leggenda.


Che anche la grecità di Sicilia avesse con sé caratteri nordici potrebbero suggerirlo quelle fonti che ci descrivono Dionigi, tiranno di Siracusa, biondo e con le lentiggini. In genere, la menzione di tanti biondi tra le figure d’un certo rango, convalida l’idea del Sieglin che blond galt als vornehm. In genere, nel V secolo la biondezza doveva esser ancora sentita come qualcosa di tipico per il vero elleno se Pindaro, nella nona Ode Nemea (v. 17), rivolto agli Argivi presenti, celebra i “biondi Danai”. D’altronde. ancora Callimaco (Inni V, 4), due secoli dopo, poteva esortare le donne di Argo: “affrettatevi, affrettatevi o bionde pelasghe!”. Bacchilide, nell’ode a un vincitore degli stessi giochi nemei, loda i mortali, uomini dell’Ellade tutta, che “con la triennale corona velano le teste bionde”. Lo stesso Bacchilide, in un frammento (V, 37 e sgg.), menziona dei “biondi vincitori” xanthotricha nikasanta.

 

La grande arte classica, che data da questo secolo, ha ritratto quel tipo alto, con tratti fini e regolari, che è proprio della razza nordica, e quale oggi si può trovare compattamente solo in alcune regioni contadine della Svezia. Anche la razza mediterranea ha tratti regolari, ma è di piccola statura, e quell’impronta più fiera, quel modellato più energico del naso e del mento che fanno la fisionomia classica, sono da ricondursi alla razza nordica: “Ancora Aristotele scrive nella sua Etica Nicomachea che per la bellezza si richiede un corpo grande, di un corpo piccolo sì può dire che sia grazioso e ben fatto ma non propriamente bello. Questo corpo piccolo e grazioso è essenzialmente quello mediterraneo, come appare a uomini di sentire nordico. Per la sensibilità nordica il contenuto fisico e spirituale della razza mediterranea non è sufficiente ad attingere la vera ‘bellezza’, perché qui per la bellezza si richiede una certa gravità interiore, una grandezza d’animo che dai Greci di sensibilità nordica fu sintetizzata nel concetto della megalopsychìa… La figura mediterranea agli occhi dell’uomo nordico apparirà sempre troppo leggera e troppo inconsistente perché i suoi tratti fisici siano ammirati come “belli”.

 

Nordiche sono la metriótes, la misurata dignità, la enkrateia, la padronanza di sé, la sofrosyne, la coscienziosa ragionevolezza, in cui lo spirito greco ravvisò la sua essenza profonda. L’apollineo e il dionisiaco, questi due poli della civiltà ellenica esplorati da Nietzsche, altro non sono che l’anima nordica delle élites  indoeuropee e la sensibilità spumeggiante delle plebi mediterranee.

 

Dionisiaco è l’entusiastico, lo spumeggiante, il piacere chiassoso e l’indomita ferocia dell’antico Mediterraneo; apollineo il tono sublime, la saggia ponderazione, la pronta decisione del Nord. Ma è proprio nel V secolo, estremo equilibrio dello spirito greco, che la bilancia s’inclina. La crisi delle aristocrazie maturava già da almeno un secolo e Teognide – che in un frammento ricorda la sua gioventù, quando “i biondi riccioli gli cadevan dal capo” – aveva già maledetto la mescolanza del sangue, rovina delle antiche schiatte. Il ceto dirigente ateniese andava incontro alla snordizzazione per l’afflusso di sangue meteco, plebeo, levantino. La conseguenza ne era il volgersi dei migliori ateniesi al modello spartano. Senofonte addirittura si trasferì a Sparta. Platone laconeggiava nella sua Repubblica, dove l’élite dei capi è educata come gli Spartiati, e dove il nuovo stato poggia sull’eugenetica (unire i migliori ai migliori, sopprimere i minorati, etc.) sì che l’ideale finale si configura come allevamento di fanciulli secondo il modello dell’uomo perfetto, e guida dello Stato da parte di un gruppo scelto per un tale compito.

 

Ma anche Sparta non superò indenne il conflitto peloponnesiaco, che ferì a morte la sua nobiltà guerriera non meno di quel che la seconda guerra mondiale non abbia logorato quella tedesca. E’ un fatto facilmente constatabile che all’eliminazione del sangue più nobile – e da parte lacedemone era il sangue, preziosissimo, dei nordici Spartiati – abbia considerevolmente contribuito la guerra del Peloponneso. Alla battaglia di Leuttra, gli Spartiati finirono col dissanguarsi completamente, sì che quello spartano poteva rispondere ai soldati tebani entrati in Sparta che chiedevano “Dove sono dunque gli Spartani”: “Non ve ne sono più, se no voi non sareste qui adesso”. Il IV secolo è ancora un’epoca di splendore. Ma c’è nella sua luce qualcosa di più caduco e raffinato che sta come la grazia morbida dell’Hermes di Prassitele alle figure acerbamente eroiche dell’arcaismo e a quelle maturamente solari del secolo V. In esso è l’elemento mediterraneo che torna a parlare. In tutti questi caratteri, è stata giustamente ravvisata la presenza di una specie umana più leggera e più leggiadra.

 

Di fronte a un’Ellade così fortemente snordizzata, non meraviglia che alla fine del IV secolo l’egemonia sia passata alle regioni periferiche, alla Macedonia. I Macedoni, consanguinei dei Dori, il cui nome dovrebbe significare “gli alti”, dovevano conservare, accanto a una monarchia e a un contadinato patriarcali, l’acerbità nordica delle origini. Alessandro, coi suoi occhi azzurri scintillanti, con la pelle così rosea e delicata che lo si poteva vedere arrossire anche sul petto, è una figura nordica. I Macedoni costituirono l’estrema riserva della grecità, che permise nella fase declinante della sua cultura – di espandere la sua civilizzazione per tutto l’Oriente. Una certa fisionomia nordica dovette conservarsi a lungo nell’aristocrazia macedone. Stratonica, figlia di Demetrio Poliorcete e moglie di Seleuco I, era bionda, biondo era Tolomeo Filadelfo, come pure la sorella Arsinoe, “simile all’aurea Afrodite”. In tutta l’epoca ellenistica, l’ideale femminile continuò ad incentrarsi sulla xanthótes, sulla biondezza. Ce lo ricordano i poeti (Apollonio Rodio, l’Antologia Palatina etc.), il famoso epigramma “Eros ama lo specchio e i biondi capelli”, come pure il fatto che tutte le etere d’alto rango d’epoca ellenistica (Doride, Calliclea, Rodoclea, Lais) erano bionde. La frase… ‘i signori preferiscono le bionde’ vale anche per il mondo maschile delle città ellenistiche.


Wilhelm Sieglin, che si è preso la pena di andare a scovare tutti i passi delle fonti greche dove si parli del colore degli occhi e dei capelli, ha potuto dimostrare che dei 121 personaggi della storia greca di cui gli autori ci descrivono i caratteri fisici, 109 sono biondi, e solo 13 bruni. Lo stesso Sieglin ha raccolto le descrizioni dei personaggi della mitologia: delle divinità, 60 hanno capelli biondi, e solo 35 capelli scuri (di cui 29 numi del mare o degli inferi); degli eroi delle saghe, 140 sono biondi e 18 han capelli neri; dei personaggi poetici, 41 biondi e 8 neri. Da tutto ciò sarebbe eccessivo dedurre che in tutte le epoche della storia greca i biondi siano stati in così schiacciante maggioranza. Certo è però che erano numerosi e, soprattutto, davano il tono alla classe dirigente.

 

Che un certo ideale nordico contrassegnasse il vero elleno fino ai tempi più tardi, potrebbe confermarlo questa notizia del medico ebreo Adimanto, vissuto all’epoca dell’Impero Romano. Egli scrive (Physiognomikà, 11, 32): “Quegli uomini di stirpe ellenica o ionica che si son conservati puri, sono di statura abbastanza alta, robusti, di corporatura solida e dritta, con pelle chiara e biondi… La testa è di media grandezza, la pelosità corporea inclinante al biondo, fine e delicata, il viso quadrato, gli occhi chiari e lucenti … “. E tuttavia, il romano Manilio ormai ascriveva i Greci alle coloratae gentes. Con la scomparsa della biondezza naturale, erano divenuti di moda i mezzi artificiali di colorazione dei capelli, i xanthìsmata. Il verbo xanthìzestai, “tinger di biondo”, passò ad indicare l’adornarsi, il “farsi belli” per eccellenza. 

Ma non eran questi mezzi che potevano arrestare il processo di snordizzazione del mondo ellenico. Il tipo dell’elleno si avviava ormai ad estinguersi. Ad esso succedeva il graeculus, lo schiavo astuto o lo scaltro retore, il trafficante o la guida turistica, segnato dal marchio di quella furbizia levantina che lo fecero sentire dai Romani come “inferiore”.

 

* * *

 

Fonte: Tratto dal libro Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni, Edizioni di Ar, Padova 1978. Tratto dal sito http://scicli.splinder.com/

 


 

CHE TRATTI SOMATICI AVEVANO GLI ANTICHI GRECI?




 


L‘ideale di bellezza nordico che da sempre permea la nostra società affonda le sue radici in tempi molto antichi e giunge fino ai giorni nostri praticamente inalterato.
Le stesse statue greche create più di 2000 anni fa,che tuttora possiamo ammirare, potrebbero benissimo raffigurare dei modelli nordoidi contemporanei; questo non stupisce dal momento che in tutta la letteratura greca vi sono continui riferimenti alla nordicità come ideale di bellezza massimo. Chiunque abbia letto l’Iliade e l’Odissea si sarà sicuramente accorto, anche senza essersi mai interessato di estetica e tassonomia, dell’incredibile quantità di personaggi dai tratti chiari, nonostante le vicende si svolgano in un’area che noi comunemente associamo al fenotipo mediterraneo.
Gli eroi dell’Iliade e dell’Odissea sono molto spesso biondi (xhantòs). Abbondano epiteti come “aureo” o “dalla chioma dorata”. O ancora “dagli occhi azzurri”, “dal volto argenteo”.

Quando Achille da piccolo viene nascosto dalla madre per proteggerlo (dopo che l’indovino Calcante aveva predetto che la sua partecipazione sarebbe stata indispensabile per la vittoria dei greci a Troia) e fatto passare per bambina ,viene battezzato col nome di Pirra (da pyrrhòs, cioè color fiamma) a causa dei suoi riccioli biondi.
Menelao è “xanthokómes, mégas en glaukómmatos” (biondo, alto e con gli occhi azzurri);bionda e chiara è anche sua moglie Elena (quella per cui scoppia tutta la guerra, non penserete mica che la guerra sia scoppiata per una CO scura?LOL).
Biondi sono Penelope, moglie di Ulisse, e Briseide, la sacerdotessa di Apollo (che diventa schiava di Achille durante la guerra).
Anche gli Dei vengono immaginati tutti come nordici, dalla glaucopide (occhi azzurri) Atena, ad Apollo, Dio della bellezza, a Zefiro “dai capelli dorati”.    
Nordici sono Eros, Dioniso, Artemide “la bionda figlia di Zeus”, Afrodite, Teti (la madre di Achille) che ha “i piedi d’argento”, e la lista è lunghissima ma mi fermo perché ormai si è capito dove voglio arrivare.

Adesso lo so che qualcuno si incazzerà, ogni volta che tocco questo argomento è sempre così, ma dovete imparare a farvene una ragione: i Greci raffiguravano i loro Dei ed eroi come nordici semplicemente perché loro stessi erano nordici.
O meglio, nordiche erano quelle popolazioni di origine indoeuropea che, nel 2 millennio A.C., penetrarono da nord attraverso i balcani e si insediarono nell’attuale Grecia, imponendosi come elite dominante sulle popolazioni autoctone e creando quella civiltà che tanta lucentezza ha dato all’umanità.
Da che mondo è mondo i canoni estetici sono quelli dell’elite dominante e all’epoca l’elite  dominante era questa. Punto.

E nonostante la popolazione si sia poi nei millenni mescolata e ci siano state successivi invasioni, i Greci moderni rimangono a tutt’oggi
una popolazione geneticamente molto disomogenea, come testimoniano i più recenti risultati genetici.Gli italiani del nord che hanno fatto il test del dna si saranno sicuramente accorti di risultare geneticamente più affini ai tessali e ai greci settentrionali, mentre gli italiani del sud
ai greci del sud e isolani. Differenza genetica che peraltro si manifesta nei tratti somatici e che andremo ad approfondire in un articolo specifico.

Anche gli scavi archeologici supportano quanto sto dicendo. I resti degli spartani trovati nella famosa “fossa dei Lacedemoni” appartenevano prevalentemente a uomini di statura alta anche per i giorni nostri (o comunque medio alti) ed avevano una forte impronta nordica.

Mi fa morire dal ridere il leader di Alba Dorata, un nanetto scuro e tozzo, che fa il suprematista. Vorrei tanto sapere cosa ci azzecca con i Greci antichi uno scarafaggetto del genere che non sarebbe stato in grado di sopravvivere neanche un minuto in battaglia,
anzi non sarebbe stato in grado neanche di tenere in mano lo scudo senza venirne schiacciato.

Mi fanno morire dal ridere anche i siciliani (che sempre greci sono) che dicono di essere normanni perché sono biondi.Tutte balle, tutte cazzate. In Sicilia non c’è una forte impronta genetica normanna, lo abbiamo visto all’articolo sulla Genetica Italiana, i siciliani erano biondi anche duemila anni fa.
Ogni volta c’è sempre qualcuno che si incazza e cerca di dimostrare il contrario (leggi negare l’evidenza) , guarda caso quasi tutti mediterranei che, incazzandosi, mostrano appieno il loro naturale temperamento sanguigno, aggressivo e virulento, e non fanno altro che rendere ancora più evidente quanto la loro indole sia distante dalla compostezza e razionalità degli antichi Greci.


Chi se la prende per queste questioni lo fa solo perché, in fondo, dentro di sè, non si è ancora rassegnato all’amara verità di essere destinato a trascorrere i suoi giorni su questa terra senza avere mai la possibilità di capire cosa si prova ad appartenere alla razza degli Dei.

 

Fonte: da il https://www.ilredpillatore.org  del 25 agosto 2020

Link: https://www.ilredpillatore.org/2017/08/lideale-di-bellezza-nordico-nellantica.html

 



  

ANALISI DEL DNA LO CONFERMANO: I BIONDI ACHEI E MICENEI DELL’ILIADE SONO IMPARENTATI CON STIRPI CAUCASICHE

 

 

 


 

 

Le origini genetiche di Achei e Micenei della Guerra di Troia

 

Lo scorso ottobre è stato pubblicato uno studio sulla rivista Nature – “Genetic origins of the Minoans and Mycenaeans” di Iosif Lazaridis […] – che fa luce sulle civiltà fiorite a Creta e nella Grecia durante la l’età del bronzo.

 

Questo studio conferma pienamente la tesi che sostengo nel libro “Quando Troia era solo una città” dove affermo che gli antichi micenei erano imparentati con stirpi di derivazione caucasica, provenienti dalle steppe del nord (popolo Kurgan), mentre i minoici appartenevano a stirpi mediterranee orientali, cioè autoctone.

 

E questo sottolinea ancora una volta che l’Iliade racconta del passaggio epocale tra due distinti modi di vedere il mondo (dall’antico sistema matrilineare al più recente modello gerarchico e violento, fondato sulla guerra, che comunemente si definisce patriarcato).

 

Il Genoma di 19 scheletri: studio delle parentele di Minoici e Micenei

 

L’analisi del Dna effettuato su 19 scheletri antichi dissepolti a Creta, ha permesso di ricostruire le migrazioni delle popolazioni antiche. Lo studio entra nei dettagli della storia greca, tracciando l’albero genealogico degli abitanti dell’Egeo, dall’età del bronzo a quella odierna.

 

L’articolo lo conferma: il DNA trovato negli scheletri portano alcuni tratti comuni, ma come si legge nelle ultime righe: “…solo il genoma dei Micenei mostra affinità con i popoli delle steppe, a nord del Mar Nero e del Mar Caspio” [Rivista “Le scienze”, “Geni minoici e micenei”, ottobre 2017]. 

 

Come si evince dal testo scientifico summenzionato, i reperti studiati vanno dal 3000 a.c. (fine età del Bronzo e inizio età del Ferro) fino al 1050 a.c., epoca in cui si presume fosse stata combattuta la prima guerra del mondo, immortalata nell’Iliade.

 

Nell’Iliade, i Micenei e Achei sono alti e biondi

 

In altre parole ciò spigherebbe come mai nell’Iliade solo tre personaggi che appartenevano alla genia Achea (gli invasori) fossero sempre definiti come “biondi”.

 

Achille era biondo e così la bella Elena e il marito di lei, Menelao. Questo aggettivo, viene ripetuto più e più volte nel poema,  il che dimostra come questa caratteristica fisica fosse da ritenersi “strana” o almeno degna di nota. Ciò implica che gli altri personaggi fossero bruni, come la maggioranza della popolazione di quelle terre ancora oggi, tra Grecia e Anatolia.

 

A Troia un Cavallo… di origine caucasica

 

Oltre all’aspetto fisico, un altro dato raramente posto in connessione con i dati suddetti, ci conferma che questi invasori provenissero dal Caucaso e dalle steppe russe: il famoso Cavallo di Troia. Nel mio libro ne parlo a pagina 192: “Inoltre non è certo un caso che proprio il cavallo e nessun altro animale possa rappresentare tutto questo processo”.

 

Perché? La ragione è prima di tutto storica. Come sappiamo, le popolazioni pacifiche dell’antica Europa, che abitavano il bacino del Mediterraneo da millenni, non conoscevano la doma del cavallo.

 

L’agricoltura era fiorente, così come l’allevamento di animali, soprattutto galline, maiali e pecore. Anche grossi animali selvatici venivano cacciati saltuariamente da squadre addestrate di cacciatori esperti, ma il cavallo nessuno lo aveva mai addomesticato.

 

Solo i popoli provenienti dal Caucaso, dall’alto Volga e dalle terre gelate del Nord, avevano cominciato a usare questa bestia per sottomettere tutte le altre. Quel primo uomo caucasico che ha pensato di saltare sul dorso di un cavallo ha compiuto un salto quantico per tutta l’umanità, paragonabile millenni dopo, al primo volo dei fratelli Wright. 

 

Da quel momento in poi, il concetto stesso di mobilità verrà cambiato per sempre. Un uomo a cavallo è mille volte più veloce e potente di un uomo a piedi, e di questo fatto dovevano presto accorgersi, con dolore, le ignare popolazioni sud europee.

 

… E dalle steppe arriva una società patriarcale

 

I popoli del Nord adoravano un Dio Maschio, dominatore del Cielo e della Terra, violento e crudele, che soggiogava i suoi adoratori con fulmini e saette scagliate dall’alto dei cieli. Queste popolazioni allevavano mandrie enormi di bovini grazie al cavallo, come ancora facevano i cow-boy in America fino al secolo scorso. Erano abituati a razziare tutto ciò che incontravano sul loro cammino. La società era fortemente gerarchica e a capo della tribù vi era sempre un re maschio, forte e crudele. Le donne erano completamente sottomesse, rinchiuse nelle capanne e obbligate a fare figli fino alla morte.

 

 


 

Da quel  momento in avanti, le statue dei condottieri a cavallo, che dominano le piazze di qualsiasi grande città del mondo, la dicono lunga sull’aggressività di queste popolazioni (un esempio per tutti, la statua di Marco Aurelio che domina il Campidoglio a Roma)…  

 

Proseguo la disamina di questo fatto a pag 194 dello stesso libro:

 

“Nelle steppe russe e nell’alta valle dell’Indo, i cavalli erano numerosi. Si hanno notizie dell’addomesticamento di questo animale, in quelle terre, fin dalle epoche più remote. Sicuramente i cavalli erano presenti anche nelle zone più meridionali d’Europa e ne abbiamo testimonianza nei dipinti rupestri delle grotte di Lascaux in Francia e in altre grotte in Spagna e Italia, però non venivano né allevati né cavalcati.

 

L’impressione che dovette fare il primo indoeuropeo a cavallo sul suo destriero agli occhi di chi non aveva mai visto un uomo così “gigantesco”  potrebbe essere paragonabile solo all’impressione fatta dai primi spagnoli, sbarcati sulle coste americane con enormi galeoni, agli occhi esterrefatti degli Indios. Una cosa da non credere!”

 

Se l’Iliade venisse letta non come un poema di poesia, ma come un libro di storia, si capirebbero molti enigmi che invece sono rimasti irrisolti fino ad ora. Così si dovrebbe fare con la Bibbia e con gli altri scritti che ci giungono dal lontano passato. Per fortuna  mezzi scientifici e analisi accurate ci confermano che gli antichi avevano molta meno fantasia di quanto noi moderni attribuiamo loro. I libri di Storia e anche di Letteratura andrebbero completamente riscritti. 

 

 

Fonte: srs di Mirella Satamano, da  Unoeditori  del 13 febbraio 2018

Link: https://unoeditori.com/analisi-del-dna-lo-confermano-i-biondi-achei-e-micenei-delliliade-sono-imparentati-con-stirpi-caucasiche-2/

 

 






sabato 17 ottobre 2020

QUANTO L’ITALIA VOLEVA INVADERE LA SVIZZERA

 "ECCO LE CARTE SEGRETE DEGLI ITALIANI PER INVADERE LA SVIZZERA NEUTRALE"


 

Un soldato svizzero di guardia durante la Seconda guerra nella regione del Gran San Bernardo.


.

 

Forse qualcuno si sorprenderà scoprendo che, a dispetto di rapporti diplomatici relativamente stabili e sereni, Svizzera e Italia, fin dalla nascita di quest’ultima come Stato unitario nel 1861, hanno sempre ipotizzato e congetturato di doversi affrontare militarmente. La storia di questi piani di guerra d’invasione viene ora svelata attraverso un imponente lavoro di documentazione dallo storico Leonardo Malatesta in un pregevole saggio edito da Dadò. Il Corriere del Ticino ha intervistato l'autore.

 

Dottor Malatesta, come mai tanta attenzione da parte sua per la Svizzera e per la storia militare dei complicati confini della regione insubrica? Quali sono le caratteristiche più interessanti del nostro territorio e della frontiera sud del nostro Paese dal punto di vista dello studioso e dell’appassionato?

Leonardo Malatesta: L’interesse che nutro per il territorio elvetico, proviene dai miei studi in storia militare, iniziati per il conseguimento della laurea in storia presso l’Università di Venezia. Nel corso della mia tesi, riguardante le fortificazioni italiane ed austriache nella zona tra l’altipiano di Asiago e quelli trentini di Folgaria, Lavarone e Luserna sentii parlare della frontiera con la Svizzera e delle fortificazioni che l’Italia costruì nel primo decennio del Novecento, in Valtellina per difendersi da un eventuale attacco proveniente dalla Confederazione Elvetica. In Italia e anche in Svizzera, ho notato che c’erano delle notizie su questi piani di fortificazione e non solo, ma c’era ancora tanto da approfondire.

 

Il suo libro è una miniera di documenti, spesso sorprendenti: quali sono state le sue fonti e come mai fino ad oggi a nessuno era venuto in mente di raccoglierle e commentarle in modo sistematico?

La fonte principale del mio libro, sono stati i documenti presenti presso l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma. In tre faldoni, sono raccolti molti documenti che riguardano l’Esigenza S, il famoso Piano Vercellino. Fino ad oggi, ci sono stati alcuni libri e articoli che hanno trattato del tema, ma mai in modo specifico ed approfondito. Vedendo, questa mancanza, da storico, ho pensato di studiare compiutamente il tema, per la maggior parte inedito, focalizzando l’attenzione sul Piano Vercellino, ma cominciando la mia analisi dal 1861 e dai rapporti militari che ci furono tra le due nazioni, sia nei periodi di pace che anche durante la Prima guerra mondiale.

 

Se i preparativi di invasione da parte dell’Italia fascista o i piani offensivo-difensivi elvetici del colonnello Keller sono argomento piuttosto noto al grande pubblico, leggendo il suo libro si ha l’impressione che, a dispetto di relazioni diplomatiche in apparenza sempre tranquille, fin dagli albori dell’unità gli ambienti militari del Regno congetturavano fantomatiche conquiste almeno dei cantoni meridionali della Confederazione: fu davvero così?

L’Italia ebbe sempre un occhio vigile verso la Svizzera, soprattutto verso i territori, come il Ticino dove c’era una comunità italiana. Dall’unità in poi lo Stato maggiore tenne sotto controllo i confini con la Confederazione ed un primo esempio tangibile fu la fortificazione della Valtellina, con le opere di Montecchio Nord a Colico, allo sbocco della Val Chiavenna, Canali a Tirano allo sbocco della Val Poschiavo e Dossaccio di Oga allo sbocco della zona di Livigno e del Cantone dei Grigioni. Non erano solo piani sulla carta ma anche preparativi sul terreno.

 

Fulcro della sua ricerca rimane comunque il famigerato "Piano Vercellino": di che cosa si tratta e quali erano le sue linee operative essenziali?

L’Esigenza S, divenne Piano Vercellino, dal nome del generale Mario Vercellino, il comandante dell’Armata del Po, che secondo i dettami del piano, doveva effettuare l’attacco principale per l’invasione della Svizzera. Il piano operativo, molto dettagliato, che partiva da una attenta analisi della geografia di confine e della dislocazione delle forze elvetiche, prevedeva l’invasione del Ticino, tenendo conto anche delle fortificazioni che esistevano in Ticino e che rappresentavano un ostacolo per l’avanzata delle fanterie.

Fu però l’unico piano d’attacco elaborato dall’Italia, perché fino ad allora, verso la Svizzera, i vari progetti ed anche le fortificazioni costruite avevano un compito esclusivamente difensivo. Nel periodo fra le due guerre, con l’ascesa al potere del regime fascista, l’ipotesi Svizzera non era fra le primarie, perché i pericoli potevano arrivare da altre zone, come al confine con la Francia, dove l’Italia, rafforzò i confini con le fortificazioni del Vallo Alpino del Littorio, mentre nulla venne mutato al confine con la Confederazione.

Furono importanti per l’elaborazione del progetto operativo, le informazioni raccolte dal Servizio Informazioni Militari, lo spionaggio italiano nel corso del ventennio. Nel piano era previsto che l’attacco fosse dapprima terrestre, con una netta superiorità italiana rispetto alle forze militari del Ticino che avrebbe schierato truppe da montagna. In un secondo momento, ci sarebbe stato l’appoggio decisivo dell’aeronautica.

 

Alla fine però (e per fortuna, aggiungerei) non se ne fece niente: per quali ragioni e quanto, secondo lei, andammo davvero vicino tra il 1940 e il 1943 ad un cruento bagno di sangue sul territorio ticinese, vallesano e grigionese tra invasori italiani e patrioti svizzeri?

Il Piano Vercellino non fu mai applicato perché la Svizzera non rappresentò durante la Seconda guerra mondiale un obiettivo concreto e perché neutrale. Basti pensare che l’Armata del Po, che avrebbe avuto il compito principale di attaccare la Confederazione già nel febbraio del 1941 venne trasferita al sud Italia, segno che gli interessi dello Stato Maggiore italiano verso la Confederazione erano presto scemati.

Comunque di certo da storico militare posso dire che per gli italiani non sarebbe stata una passeggiata. Non si andò mai davvero vicino ad uno scontro tra italiani ed elvetici, mentre negli ultimi giorni dell’aprile 1945, si sfiorò il bombardamento di Chiasso da parte dei tedeschi ammassati vicino al confine che volevano entrare in Svizzera. Solamente grazie all’intervento del colonnello Mario Martinoni non accadde nulla.

 

 

Fonte: srs di Di Matteo Airaghi, Corriere del Ticino;   TV Svizzera del 10 settembre 2020

Link: https://www.tvsvizzera.it/tvs/storia_-ecco-le-carte-segrete-degli-italiani-per-invadere-la-svizzera-neutrale-/46018788?utm_content=o&utm_campaign=own-posts&utm_source=facebook&utm_medium=socialflow&fbclid=IwAR34hVVeUmSleJHt9OKXz3i8rWJDEm2bVHwMzV3HDEAZPmdhuTElObBJSGA

 

lunedì 12 ottobre 2020

IL SACRIFICIO UMANO NEL CULTO DEI CELTI

 

L'uomo di vimini


DI  MILLO BOZZOLAN · 

 

Il sacrificio umano fu praticato anche dai paleo Veneti, ma in misura molto ridotta. Conosciamo solo una tomba in cui fu rinvenuto un cavallo sacrificato col suo stalliere, nella periferia di Padova, mentre presso i Celti era pratica comune.  Ecco le testimonianze storiche:

Per dare un’ idea, ora, della crudezza della pratica sacrifica presso i Celti, rifacciamoci a tre autori romani. Nell’ ordine, Cesare, Strabone e Diodoro Siculo.


Cesare, nel De Bello Gallico (VI,16), scrive:


<<I Galli sono molto dediti alle pratiche religiose, perciò quelli che sono gravemente ammalati o si trovano in guerra o in pericolo, fanno sacrifici umani o fanno voto di immolarne e si servono dei druidi come esecutori di questi sacrifici: essi credono infatti che gli dei immortali non possono essere soddisfatti se non si dà loro, in cambio della vita di un uomo, la vita di un altro uomo; fanno perciò anche sacrifici ufficiali di questo genere. Certe popolazioni costruiscono statue enormi, fatte di vimini intrecciati, che riempiono di uomini vivi ed incendiano, facendoli morire
tra e fiamme. Credono che cosa più gradita agli dei sia il sacrificio di coloro che sono sorpresi a rubare, rapinare o commettere qualche altro delitto; ma quando mancano costoro, sacrificano anche degli innocenti>>.

 

Strabone (Geogr. IV, 5), scrive:

 

<<I Romani posero fine a queste usanze, nonché ai sacrifici e alle pratiche divinatorie contrastanti con le nostre istituzioni. Così un uomo era stato consacrato agli dei, lo si colpiva alla spalla con una spada da combattimento e si divinava il futuro a seconda delle convulsioni dell’agonizzante. Non si praticavano mai sacrifici senza l’assistenza dei druidi: così talora uccidevano le vittime a colpi di frecce, o le crocifiggevano neiloro templi o, ancora, fabbricavano un colosso di fieno e di legno, vi introducevano animali domestici e selvatici di ogni tipo assieme a degliuomini e vi appiccavano fuoco>>.

 

Ed ecco, infine, cosa dice Diodoro Siculo:

 

<<Essi sono -è una conseguenza della loro natura selvaggia- di un’ empietà mostruosa nei loro sacrifici. Così, tengono imprigionati i malfattori per un periodo di cinque anni e poi, in onore ai loro dei, li impalano e ne vanno degli olocausti, aggiungendo ad essi molte altre offerte, su immense pire appositamente preparate. Trasformano anche i prigionieri di guerra in vittime per onorare i loro dei. Alcuni usano allo stesso modo anche gli animali catturati in guerra. Li uccidono unitamente agli uomini o li bruciano, o li fanno perire con altri supplizi>>.

 

 

Il seguente schema può essere utile per classificare i vari tipi di sacrificio rituale in uso presso i Celti:

 

-INCRUENTO, ovvero a livello sacerdotale usando per uccidere gli elementi della natura, senza uso di armi. Abbiamo così le impiccagioni, le crocefissioni, le immersioni, le cremazioni e le inumazioni.
-CRUENTO, ovvero uccisione con la spada, la lancia o qualsiasi altra arma.
-LIQUIDO O VEGETALE, tramite oblazione o libagione fino a far scoppiare lo stomaco.

 

Fonte:  srs di Millo Bozzolan  da Vento Storia del 28 giugno 2016

Link: https://www.venetostoria.com/?p=12761&fbclid=IwAR2XTgU5RdaxpbuluMnEQZbzOQ3XxOdrQsfz8HVWJmJgSu1Dz2e_cj2ri58

 

 


UNA RISPOSTA


Ne dite di cazzate, eh!

 

8 ottobre 2020

 

Io francamente ancora non mi spiego un simile accanimento con un popolo antico come i celti, che fanno anch’essi parte della nostra eredità, della nostra storia e DELLA NOSTRA ASCENDENZA; ma intanto si spendono fiumi e fiumi di paroline dolci, lacrimevoli e melense per razze come quella negroide o semitica, da sempre avvezze alle peggio turpitudini (indole MAI estinta, vorrei ricordare).


In oltre quegli scritti sono estremamente enfaciti, contradittori (la crocifissione come pratica era sconosciuta presso i celti, e i romani la appresero da cartaginesi ed ebrei; fate un pò i vostri conti), atti solo a far sembrare i celti come mostri sanguinari e unicamente violenti. 

L’unico più attendibile è proprio il De Bello Gallico di Cesare, ma anche qui i suoi racconti vanno presi con le pinze: dice il vero che i “sacrificati”, erano per lo più criminali ed individui abbietti; ciò porterebbe a ritenere i “sacrifici” nient’altro che esecuzioni sacralizzate (dopotutto i Druidi, oltre che sacerdoti, svolgevano anche le funzioni di medici, filosofi e pure giudici). In oltre è assai improbabile che Cesare avesse mai assistito in prima persona ad una delle loro cerimonie; si ritiene infatti (con logica, aggiungo io) che la storia dell’uomo di vimini (anch’essa esagerata fino all’eccesso, e ben poco credibile) non fosse altro che un antico retaggio oramai caduto in disuso presso le popolazioni cisalpine e transalpine (probabilmente qualcosa era sopravvissuto solo in certe regioni di Scozia e Irlanda del Nord), e quindi tramandato unicamente tramite racconti e leggende orali (e si sa, anche in questo caso, le si spara sempre più grosse) che cesare avrà udito da oratori e bardi er riportate come rito effettivo nei suoi scritti.


Il metodo più comune per i “sacrifici” era certamente l’impiccagione, poichè essendo gli alberi un vicolo spirituale e divino (vedi il grande albero della vita), l’anima del condannato andava direttamente al regno dei morti tramite i suoi rami. A seguire ci era l’inumazione e l’annegamento, ma TUTTE le vittime erano sempre criminali incalliti, dei peggiori.


L’uccisione con le armi invece era prevista per traditori e disertori, ma pure a Roma vigeva la stessa legge presso l’esercito.


Non sono realmente pervenute, come la crocifissione, l’oblazione o l’impalamento; queste ultime usate dai cristiani come metodo di tortura e dagli islamici come condanna..

 

sabato 10 ottobre 2020

COME SI LEGGEVA L’ORA NELLA SERENISSIMA DEL XVIII° SECOLO


Orologio della Torre di Piazza San Marco

di Alessandro Marzo Magno

 


Noi oggi usiamo l'ora Francese: quadrante dell'orologio diviso in 12 ore e due lancette, una corta che indica le ore e una lunga per i minuti. Fino a metà Settecento andava per la maggiore l'ora Italiana: quadrante diviso in 24 ore (il 24 stava a destra, dove ora noi abbiamo le 3) e una sola lancetta.


Il sole tramontava alle 23 e mezzo e dopo mezz'ora scoccavano le 24 e il nuovo giorno, fino alle 24 successive. Il problema era che le ore variavano con il mutare della lunghezza delle giornate, così il mezzogiorno, ovvero la metà tra l'alba e il tramonto, corrispondeva più o meno alle diciannove in inverno e alle sedici in estate. Le due corrispondevano a due ore dopo il tramonto, cioè alle nostre sette di sera d'inverno e alle nostre dieci di sera d'estate (circa).


Esistono ancora numerosi orologi mai aggiornati, ovvero con una sola lancetta e il quadrante diviso in 24 ore: la torre dell'orologio a Venezia, quelle di Brescia e di Padova, nonché l'orologio del duomo di Firenze, con il quadrante affrescato da Paolo Uccello.


Il primo stato Italiano ad adottare l'ora Francese fu il Granducato di Toscana, nel 1749, il secondo il ducato di Parma, nel 1755, gli ultimi i territori della Serenissima, dopo l'invasione Francese del 1797.


A noi l'ora Italiana sembra un sistema molto astruso per calcolare le ore, ma non così appariva nel Settecento. Giacomo Casanova, giunto a Parma poco dopo l'adozione dell'ora Francese, annota nel suo "Storia della mia vita" il dialogo con un oste Parmense.


«Da tre mesi a Parma siamo nella confusione più totale, tanto che ormai nessuno sa più che ore sono».
«Hanno distrutto gli orologi?»
«No di certo! Ma da quando dio ha creato il mondo, il sole è sempre tramontato alle ventitré e mezzo, e mezz'ora dopo si è suonato l'angelus: tutti sapevano che quello era il momento di accendere le candele. Ora viviamo nella confusione più totale, tanto che il Sole tramonta ogni giorno ad un'ora diversa. I contadini non sanno più a che ora andare al mercato. Dicono che ora hanno sistemato ogni cosa, e sapete perché? Perché finalmente tutti sanno che si pranza alle ore dodici. Bella scoperta, dico io! Al tempo dei Farnese si mangiava quando si aveva fame, ed era molto meglio».


Mai contenti. 



 

 Torre dell' Orologio di Padova in Piazza dei Signori . 


 

La costruzione risale alla prima metà del Trecento, quando fungeva da ingresso fortificato di levante della Reggia Carrarese ma il suo aspetto attuale si deve ai lavori promossi a partire dal 1426 dal Capitanio Bartolomeo Morosini conclusi con l'inaugurazione dell'orologio nella festa di Sant'Antonio del 1437.


 

Fonte. srs di  Alessandro Marzo Magno, da Facebook  Verona Presidio Storico  del 3 settembre 2020

Link: https://www.facebook.com/groups/449078418487051/

 

 

 

LE ORE AI TEMPI DI CASANOVA: UN METODO TUTTO VENEZIANO DI CALCOLARE IL TEMPO.

 

Quadrante dell'orologio.  Chiesa di San Zeno a Verona


 

Basta leggere attentamente l’autobiografia di Giacomo Casanova per scoprire usanze diverse da quelle attuali, ed alcune anche molto simili, (la descrizione del letterato, imbroglione, mezzo stregone e anche istintivamente medico, antesignano dell’uso dei preservativi che utilizzava all’epoca), per rendersi conto della differenza che fino alla fine del 1700 c’era nel calcolo e la denominazione delle ore a Venezia ed anche in Italia.

 

La testimonianza più sconosciuta ma curiosa si deve a Jerome Laland che nel suo “Vojage d’un francois en Italie”  (vol.7) (1755-1756) racconta dell’usanza di contare le ore in Italia, nonostante gli orologi, che probabilmente si adeguavano a  tali usanze, visto che consideravano  visibilmente dall’una alle ventitre, e trovò una logica in tutto questo poichè venivano considerate come ore valide alla società quelle che, grazie alla luce del sole, erano destinate al lavoro delle persone.. ore di luce, ore di lavoro,   poi la notte, senza orari e senza limiti,  per poi rinnovarsi i lividi bagliori  dell’alba.

 

Il segreto stava nel considerare da quando partiva l’una, e quando finivano le ventiquattro.  Il concetto di orario veniva definito in base alle ore di luce, quando era possibile vedere, e lavorare. 

Dopo il tramonto del sole, da mezz’ora a quarantacinque minuti dopo , in base alle stagioni, calavano le tenebre: ed ecco che allora venne considerata l’ora zero da questi momenti, legati al tramonto, e conseguentemente al battere delle campane l’Ave Maria”.

 

Per cui, regolandoci a Venezia spesso il mezzogiorno odierno veniva considerato alle ore 19. Capitava che la mezzanotte veneziana veniva battuta alle nostre attuali 7,45. 

Ecco che allora l’ora zero cambiava  continuamente : 

 

a gennaio veniva considerata alle 17 attuali, 

a febbraio alle 17,45, 

a marzo alle 18,30, 

ad  prile alle 19,30, 

a maggio, 19,45.

a giugno 20,15,

a luglio alle 20,17, 

ad agosto 19,30, 

a settembre 18,30. 

a ottobre 18.50. 

a novembre 16,50 

 a dicembre alle 16,45.

 

Poi, alla fine del 700 anche l’Italia e Venezia, nella fattispecie, si adeguarono ad un nuovo calcolo del tempo codificato, con ventiquattr’ore suddivise in dodici diurne e dodici notturne, denominato sistema europeo.

 

Tanto c’è ancora da conoscere e da scoprire delle consuetudini e della cultura di questa meravigliosa città-Stato che, attraverso i suoi straordinari artisti, scrittori, poeti, musici ci ha lasciato una testimonianza della sua eclettica, unica e fantastica capacità di codificare e vivere la sua vita e quella dei suoi abitanti.

 


Fonte: Da Venezia nascosta

Link: https://venezia.myblog.it

 

giovedì 8 ottobre 2020

UN ATTACCO INFORMATICO SVELA LA CAMPAGNA DI PROPAGANDA DEL REGNO UNITO PER PORTARE LA SIRIA A UN CAMBIO DI REGIME

 


Quando ho parlato [in inglese] della fuga di notizie riguardante il rapporto “Integrity Initiative” del 2018/19, che rivelava la portata della guerra di propaganda del Regno Unito contro la Russia, non pensavo potesse essere più organizzata e coordinata di quanto lo era. Coinvolgendo centinaia di giornalisti e accademici di tutto il mondo per diffondere disinformazione sulla Russia, e dipingere questo Paese nel modo più negativo possibile sui media mainstream, la campagna finanziata dal governo inglese era una sofisticatissima guerra di informazione. Ma ora nel 2020 stiamo ancora scoprendo la vera portata dell’influenza del governo occidentale sulla narrativa promossa dai media mainstream. E la nostra “democrazia” non ne esce bene.

 

L’8 settembre il gruppo hacker Anonymous ha pubblicato [in inglese] delle scioccanti rivelazioni su com’è stata condotta una campagna concertata e organizzata a sostegno dei ribelli anti-governativi in Siria. Una serie di documenti fa riferimento alla ONG ARK, che, sebbene si definisca una organizzazione umanitaria, funge di fatto da veicolo per i cambi di regime guidati dall’Occidente. In un documento [in inglese] si legge:

 

“Fin dal 2012 l’ARK è stata focalizzata nel fornire una programmazione per la Siria altamente efficace e sensibile dal punto di vista politico e del conflitto, per i governi di Regno Unito, Stati Uniti, Danimarca, Canada, Giappone e Unione Europea”.

 

Questa è un’immagine diversa da quella dichiarata nella missione del loro sito:

 

“L’ARK è stata creata per dare assistenza ai più vulnerabili, in particolare ai rifugiati, agli sfollati e ai colpiti da conflitti e instabilità”.

 

Suona adorabile, vero? Ma questa organizzazione è tutt’altro che caritatevole. Negli ultimi anni ha ricevuto 66 milioni di dollari dai governi occidentali per guidare il cambio di regime in Siria. Vanta relazioni con i membri dell’opposizione siriana costruite nel “corso degli anni”, e noi sappiamo che risalgono al 2011, se non prima, dato che nei documenti si legge che “lo staff ARK è in contatto regolare con gli attivisti e gli attori della società civile che hanno inizialmente incontrato durante le proteste scoppiate nella primavera 2011”.

 

L’ARK ha anche un pacchetto di campagna di propaganda per i media siriani. Nei documenti si discute il modo migliore per raggiungere il pubblico siriano per promuovere la narrativa del cambio di regime, come si legge, con successo, su media digitali come Facebook ma anche attraverso media radiotelevisivi. Se mai ci fosse bisogno della prova che i media mainstream siano assoldati, eccola:

 

“Per raggiungere una forte presenza digitale, ARK/Accadian ricorrerà alle sua relazioni in essere con le testate media… utilizzando le reti e i contatti esistenti, ARK/Accadian punterà sui network TV satellitari (Orient TV, Souria al-Shaab, Souria al-Ghad, Barada), sulle reti arabe e sui principali canali internazionali”.

 

Ciò che è straordinario è l’uso ripetuto della parola “indipendente” per descrive i media promossi da ARK. Gli autori sono chiaramente e beatamente inconsapevoli del fatto che, interferendo nei media di questo Stato sovrano per promuovere il rovesciamento del governo, difficilmente tali media si potranno definire “indipendenti”, ma possono piuttosto essere considerati un braccio dello Stato britanno e dei suoi specifici scopi e obiettivi politici. Nel documento si legge:

 

“Da quando ha cominciato a formare giornalisti locali nel 2012, come parte delle azioni di sviluppo professionale del governo britannico di due indipendenti e autosufficienti testate giornalistiche locali siriane, l’ARK ha formato più di 200 giornalisti, ed è stata fondamentale nell’apportare il contributo multi-donatore e sviluppare delle piattaforme mediatiche in Siria, mantenendo stretti legami con queste strutture”.

 

Vanta di aver prodotto più di 2000 notizie per vari canali mainstream arabi, tra cui Orient, Al Arabiya, Al Jazeera e Sky Arabic, che afferma vengono “trasmesse quasi ogni giorno”. Alcune delle frasi sono delle vere e proprie ammissioni di propaganda [in inglese]:

 

“L’ARK ha agevolato anche il contatto tra opposizione siriana e media internazionali, cercando di affrontare la percezione di un’opposizione non coordinata e promuovendo l’immagine di un fronte unito”.

 

E’ straordinaria la totale faccia di bronzo con cui questo autore scrive di manipolare il pubblico siriano attraverso la propaganda. Ha l’obiettivo dichiarato di creare l’impressione di un’opposizione siriana unita, cosa che ovviamente non è mai stata.

 

Questi documenti contrastano con quanto il governo britannico scrive sul suo sito web [in inglese] su “ciò che sta facendo in Siria”. Lì ci viene detto che il coinvolgimento britannico è limitato all’aiuto umanitario poiché “nel 2012 ha sospeso tutti i servizi dell’ambasciata britannica a Damasco e ha ritirato tutto il personale diplomatico dalla Siria”. L’hackeraggio di Anonymous dimostra che non è lontanamente la verità. C’è stato chiaramente un considerevole coinvolgimento britannico nel promuovere il cambio di regime in Siria. Se non fosse stato per questi documenti trapelati, i contribuenti britannici rimarrebbero completamente all’oscuro di che tipo di ingerenza straniera viene perpetrata in loro nome.

 

Per avere un’analisi e un contesto più dettagliati sui documenti trapelati, potete consultare l’articolo di Ben Norton sul sito GrayZone [in inglese].

 

 

*****

 

Fonte: Articolo di Johanna Ross pubblicato su InfoBrics il 25 settembre 2020
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per 
Saker Italia.

 

Fonte: da La prospettiva dl falco del 7 ottobre 2020

Link: http://sakeritalia.it/medio-oriente/siria/un-attacco-informatico-svela-la-campagna-di-propaganda-del-regno-unito-per-portare-la-siria-a-un-cambio-di-regime/

 

martedì 6 ottobre 2020

IDEOLOGIA E FEDE O L’ARTE DELLA CRUDELTÀ: RITORNO ALLA BARBARIE

Martirio di Bragadin
 

di ROMANO BRACALINI

 

Il Bragadin veneziano scorticato vivo e rimandato a casa in una botte di aculei, è il miglior esempio di tortura da manuale che faccia onore al grido “mamma li turchi” dell’antico spavento. Ne avevamo persa memoria ma gli ultimi attentati islamisti a Parigi ce l’hanno ricordato.

 

Passano i secoli ma l’ideologia del terrore resta la stessa. Ogni pietra reca traccia di crudeltà. Ogni zolla contiene un rivolo di sangue. L’uomo ha sempre fatto professione di delitto, col conforto di una fede totalitaria. Ma è come si ammazza che dà la misura dell’istinto di odio e di ferocia. L’esperienza ci ha insegnato molte cose: anche a uccidere con gentilezza, che non sarà una grande consolazione per le vittime ma almeno salva le apparenze.

 

Otranto nel 1480 venne assediata dalla flotta turca di Maometto II, intervenuta nella guerra tra Venezia e il regno di Aragona. Non ricevendo rinforzi da Napoli, Otranto si arrese. I turchi passarono a fil di spada nel Duomo il vescovo, il clero e il popolo che vi si era rifugiato. Due giorni dopo, vicino al colle della Minerva, vennero massacrati i prigionieri superstiti, gli ottocento martiri di Otranto i cui corpi restarono insepolti per un anno prima di essere rimossi. Nella cripta della cattedrale, in un armadio ben fornito, sono custodite le loro ossa.

 

Le guerre d’Oriente ci obbligano a un macabro ripasso della memoria. Non c’è più traccia d’onore: sul prigioniero spogliato d’ogni dignità si esercita la furia dell’impulso primitivo che giudicherebbe debolezza ogni richiamo d’umanità. Si torna all’obbedienza omicida dei kapò nazisti e ai guardiani dell’ideologia nelle prigioni di ghiaccio della Siberia.

 

La tirannia predilige anche i rigori del clima. Stalin non avrebbe mai mandato dei dissidenti a svernare in Crimea. Ogni parallelismo è insufficiente e inadeguato: si rischia di non essere all’altezza dei metodi della nuova barbarie. A Gaza è capitato che i resti di soldati israeliani siano stati trascinati come trofei e infine fatti a pezzi e posti in vendita, come facevano dopo la conquista garibaldina i picciotti siciliani con i corpi dei soldati borbonici squartati e venduti sui banchi della “Vucciria” a Palermo.

 

Le immagini dei prigionieri dell’Isis sgozzati come capretti fanno ormai parte di un rituale che ha bandito ogni sorta di pietà e che le televisioni arabe con calcolo pedagogico non si lasciano sfuggire incuranti dell’offesa recata alla natura umana dagli assassini di Allah. (“assassino” viene dall’arabo). Persino tra due orrori complementari si può vedere il segno di due diverse concezioni della morte: se in Occidente in un’ondata di sdegno sincero nessuno ha ritenuto di dover nascondere le sevizie americane, che è già un modo di fare ammenda, non c’è sembrato di scorgere una qualche esecrazione nella dimostrazione selvaggia di gioia urlata da migliaia di bocche sdentate, di braccia levate in segno di minaccia, di donne coperte di nero, accanto alle scritte “Down America” che a Gaza e in Irak inneggiavano allo scempio dei trofei sanguinolenti della macelleria islamica.

 

Non è questo che ci sorprende. In qualunque guerra i morti contano più dei vivi. Se ne fa il conto alla fine d’ogni conflitto e il loro peso serve alla causa. L’Occidente non è esente da colpe. Ma alle sue deviazioni ha sempre trovato i rimedi e gli anticorpi. 

 

Milano è stata la culla del fascismo, ma ne fu anche la tomba. Nazismo e comunismo, come crisi suprema dell’Occidente, sono caduti sotto il peso dei loro delitti e del loro fallimento storico. Il comunismo non è un’invenzione asiatica della Russia autocratica e senza filosofia. Fu esportata tra le steppe primitive e tra i servi della gleba da un raffinato filosofo tedesco, Karl Marx, di Treviri, al quale un destino compassionevole ha risparmiato di vederne i “benefici” effetti che hanno riportato indietro di un secolo la storia di mezza Europa.

 

All’espansione musulmana nel Medio Evo era seguito un lungo sonno neghittoso. Non c’è stata emancipazione moderna, né progresso civile, né liberazione dell’uomo (e tanto meno della donna): non s’è radicata l’idea occidentale che il nemico si deve vincere ma non squartare. Lo scempio barbaro resta la regola aurea del fondamentalismo dei tagliagole che predica la morte e odia la vita.

 

 

Fonte: srs di di ROMANO BRACALINI, da Miglioverde, del 6 ottobre 2020

Link: https://www.miglioverde.eu

 

domenica 4 ottobre 2020

LA BUGIA TRUFFA DELL’EVASIONE IVA

 

 

Come la bugia dell’evasione IVA, ripetuta cento, mille, un milione di volte diventa una vera truffa


 

La tanto sbandierata evasione dell’IVA, che vedrebbe l’Italia al primo posto in Europa, viene calcolata come differenza tra il gettito previsto e quanto realmente incassato.

 

Questa è la definizione ufficiale che ne da la Commissione Europea: The VAT GAP is the overall difference between the expected VAT revenue and the amount actually collected ovvero il divario IVA è la differenza complessiva tra le entrate IVA previste e l’importo effettivamente riscosso.

 

Con questo metodo di rilevamento l’Italia è ampiamente al primo posto per evasione, nel 2017, con 33 mld che rappresentano il 25% di tutta l’IVA evasa in Europa. Vedi https://ec.europa.eu/…/…/files/vat-gap-factsheet-2019_en.pdf

 

Considerando che l’IVA evasa, nell’immaginario collettivo, viene spesso associata all’evasione fiscale in genere è facile comprendere come questi dati possano rappresentare un’emergenza che la realtà, però, costantemente contraddice.

 

La Commissione Europea nel documento 76/2019 pubblica i risultati sulla stima dell’evasione internazionale calcolata in base ai flussi monetari inviati e gestiti nei paradisi fiscali.

 

Stranamente qui l’Italia non appare prima trovandosi al 9 posto su 28 Paesi UE (vedere pagina 90 di questo link https://ec.europa.eu/…/t…/files/2019-taxation-papers-76.pdf…

 

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, in questa classifica l’Italia, con una quota di mancate entrate fiscali pari solo al 2,6% sul totale europeo, è preceduta abbondantemente e in ordine da Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna, Svezia, Olanda e Belgio,.

 

I dati relativi ad evasione IVA ed evasione internazionale sono contrastanti ma il fatto può trovare spiegazione logica in un solo modo: i documenti di programmazione economica presentati dall’Italia prevedono, sistematicamente, entrate IVA gonfiate, superiori al fisiologico gettito allo scopo di presentare una situazione meno drammatica pur sapendo che quelle entrate non saranno mai incassate incorrendo, puntualmente, nel richiamo della Commissione europea per omessa vigilanza fiscale; nessuno di tutti gli altri Stati presenta discostamenti tanto rilevanti tra programmazione e realtà mentre, nella stima sull’evasione internazionale che viene rilevata su dati reali, la situazione si ribalta completamente a conferma della mendacità delle previsioni italiane sull’IVA da riscuotere.

 

Questa evasione IVA risulta così essere, oltre che una truffa dello Stato italiano ai danni dell’Europa, una colossale bugia che, ripetuta dal regime come un mantra, diventa verità agli orecchi di sprovveduti cittadini e i 33 mld di euro conteggiati in eccesso, si trasformano in evasione fiscale che consente al governo di scaricare le sue colpe sui piccoli imprenditori.

 

Sarà, per i truffatori istituzionali, una pena equa la ghigliottina?

 

Link: Link: https://ec.europa.eu/taxation_customs/sites/taxation/files/vat-gap-factsheet-2019_en.pdf?fbclid=IwAR03gruovOR2fGbx0r1Pf5IDsIw73bA6FbMUaTW3K372jPienTWUp4hkIZ8

 

 


Fonte Srs di Daniele Quaglia, da Facebook

Link: https://www.life.it/1/la-bugia-truffa-dellevasione-iva/