giovedì 22 agosto 2019

8 SETTEMBRE 1943. FUGA DALLE CASERMETTE (CASERMA DUCA) DI MONTORIO VERONESE

Casermette Montorio


Carissimi,
come saprete da molti anni mi occupo della ricerca dei parenti di caduti in guerra, deceduti in prigionia e sepolti nei Cimiteri Militari Italiani d’Onore in Germania, Austria e Polonia.
Dalla pubblicazione del mio blog (
Dimenticati di Stato) ricevo decine di richieste di ricerca, che cerco sempre di esaudire nel minor tempo possibile.

Qualche giorno fa’ mi e’ arrivata una mail un po’ particolare.
Mi scrive da Codogno (Lodi), il figlio di un ottantaseienne chiedendomi di aiutarlo in una ricerca per conto del padre.
Il Signor Monai Faustino, classe 1924, si trovava alle Casermette di Montorio (ora Caserma Duca) l’8 settembre 1943, giorno in cui fu annunciato l’armistizio e migliaia di militari italiani finirono in ostaggio dei tedeschi. La caserma fu completamente circondata dai soldati della Wermacht e gli occupanti fatti prigionieri per essere deportati in Germania.
Per sua fortuna il signor Monai, e alcuni altri con lui, riuscì a fuggire passando dalle fognature, che, secondo il suo racconto, sbucavano nei pressi di una corte in aperta campagna. Fu accolto, rifocillato e gli vennero dati degli abiti civili, così poté raggiungere la ferrovia, prendere un treno e tornare a casa, evitando la deportazione in Germania.
Ora, dopo 67 anni dagli eventi, questo signore vorrebbe venire a Montorio per rivedere quella cascina e magari le persone che contribuirono a evitargli 20 mesi di internamento, salvandogli probabilmente la vita.
Per questo mi rivolgo a voi, auspicando che possiate pubblicare queste righe e la lettera inviatami dal signor Monai, nella speranza che qualcuno si ricordi di quei ragazzi, permettendo magari di poterli far incontrare.
Sono in contatto con il figlio del signor Monai, che intende venire a Montorio nel mese di aprile o maggio.
Vi terrò informati.
Il Monai parla di un tombino all’interno del cortile delle Casermette che fungeva da fognatura e che scaricava in aperta campagna. Quale poteva essere la corte dove si recarono i tre militari in fuga?


Spero di riuscire a trovare delle risposte da poter girare al signor Faustino.
Di seguito la lettera del signor Monai.
Roberto Zamboni



Breve storia della fuga dalle Casermette di Montorio Veronese, l’indomani dell’8 settembre 1943



Faustino Monai


Breve storia della fuga dalle Casermette di Montorio Veronese, l’indomani dell’8 settembre 1943, raccontata da MONAI FAUSTINO al figlio Pietro il 09 Aprile 2010, dopo 67 anni, con la voglia di tornare a visitare quei luoghi che hanno cambiato in positivo la sua vita, a differenza di altri che, purtroppo, furono deportati nei campi di concentramento tedeschi e li vi morirono.

Parliamo di Faustino Monai, nato ad Amaro (UD) l’11/02/1924, attualmente residente a Codogno (LO), padre di quattro figli e nonno di tre nipoti. Questa storia possiamo farla cominciare con la chiamata alle armi nel mese di aprile del 1943. Qui inizia il racconto orale: “Arriva la cartolina precetto e da AMARO, primo paese della Carnia sulla riva sinistra del Tagliamento, devo presentarmi al Nono Reggimento Bersaglieri di Cremona, nella Caserma di Via Palestro.

Raggiungo Cremona in treno e mi presento in caserma. Divento Bersagliere ed inizio l’addestramento militare. La guerra era in corso. Noi stavamo con i Tedeschi. Rimango a Cremona per circa due mesi poi ci trasferirono al campo estivo di Gropparello (PC) prima e di Castell’Arquato (PC) poi. Mi ricordo la partenza da Cremona a mezzanotte e l’arrivo a destinazione l’indomani mattina, dopo il viaggio notturno in bicicletta. Ritornammo a Cremona, sempre in bicicletta, nel mese di luglio del 43.
 Nel mese di agosto la nostra compagnia, cacciatori di carri, fu trasferita a Montorio Veronese, nelle casermette. Ricordo il breve periodo di addestramento dove ci fu insegnato come “aggredire” dal retro un carro armato, che ti passava sopra mentre eri nascosto in una buca, con bombe al plastico da inserire nel vano motore. Ricordo anche che una di queste casermette era occupata da una compagnia corazzata tedesca. Non ricordo se i nostri istruttori fossero anche tedeschi, in quel periodo eravamo alleati, ma è probabile. Durante la breve permanenza a Montorio mi ricordo che la sera uscivo in libera uscita e che c’era un collegamento tranviario o ferroviario con Verona centro. Spesso in caserma suonava l’allarme per l’avvicinarsi degli aerei anglo-americani che bombardavano il nord Italia. Mi ricordo che scappavamo in aperta campagna e ci rifugiavamo nei vicini frutteti di pesche. Erano così frequenti le fughe nei frutteti e le conseguenti scorpacciate di pesche, che i contadini si lamentarono con il comandante e chiesero il risarcimento danni per “pesche mangiate”. Dovemmo pagare con trattenute sulla decade. 
Non ho altri ricordi della permanenza nelle casermette di Montorio, se non quella specifica della sera dell’annuncio dell’armistizio. 
Mi trovavo in libera uscita ed appresi, come tutti, dalla radio che i nostri alleati non erano più i tedeschi ma gli anglo-americani. L’Italia era divisa in due. Ero contento per la notizia, speravo che la guerra finisse, ma non sapevo cosa fare, temevo la diserzione. A diciannove anni dovevo prendere la prima decisione importante della mia vita. E sbagliai, rientrando in caserma anziché scappare a casa. Mi rifeci la mattina seguente, dopo una notte tranquilla. Mi accorsi che tutto era cambiato. La caserma era stata circondata dalla compagnia corazzata tedesca che li alloggiava.
Gli ingressi furono bloccati, come pure le porte carraie. Capii l’errore che avevo fatto la sera prima rientrando in caserma. Insieme ad altri valutammo possibili vie di fuga, tenendo ben presente che i tedeschi avrebbero sparato a vista. Nel cortile interno della casermetta, costruita su tre lati, vi era una grata o un tombino, non ricordo bene, che portava nelle fognature. Io ed altri due, un caporale maggiore mi sembra di Treviso ed un altro, dei quali non ricordo il nome, decidemmo di entrare nel tombino. Non so se altri ci seguirono. Mi sembra di no. 
Era la nostra unica possibilità di fuga. Se andava bene, potevamo sperare di scappare. Se andava male, ci avrebbero ammazzato. Ci andò fortunatamente bene. Ricordo che la fognatura, nel sottosuolo, era di grandi dimensioni, comunque piena di m……L’odore era insopportabile. Gli abiti erano pieni di m….Camminammo piegati sulle gambe per molto tempo. Non so dire per quanto. A me è sembrato un tempo lungo. Questo canale sotterraneo doveva sbucare da qualche parte. Non sapevamo dove.
Fortunatamente sbucò in aperta campagna. Uscimmo all’aperto guardandoci intorno. Non c’era nessuno. Il sole era alto. Non ricordo l’ora. C’incamminammo verso la prima cascina che incontrammo. Sull’aia c’erano delle persone a lavorare che ci vennero incontro. Raccontammo la nostra storia. Ci fecero lavare e ci diedero dei vestiti borghesi. Non ricordo se mangiammo qualcosa con loro, probabilmente si. Ricordo perfettamente una cosa: la voglia di tornare a casa, in Carnia, era enorme. Salutammo, ringraziando per l’aiuto i contadini e ci incamminammo verso la prima stazione ferroviaria. Qui presi la Littorina per Udine. Mi ricordo che molte persone viaggiavano anche sul tetto. I ferrovieri ci aiutarono dandoci tutte le informazioni per tornare a casa. Non avevamo soldi e chiusero un occhio. Degli altri due compagni di avventura ho perso completamente ogni ricordo. Arrivai ad Udine e mi ricordo che scesi dal treno con altri prima di entrare in stazione. Arrivai in stazione a piedi per prendere l’altro treno che mi avrebbe portato in Carnia. Arrivai a casa, sano e salvo, nella notte fra il 9 e il 10 settembre.
Qui finisce il racconto di Faustino. Si rende conto che gli è andata bene. Oggi manifesta la volontà di rivedere, prima di tornare alla casa del padre, quel tombino o quella grata, nel cortile della casermetta di Montorio, dal quale è iniziata la fuga per la libertà. E quella cascina in aperta campagna, vicina al luogo dove sbucavano all’aperto le fognature delle casermette. Magari qualcuno di questa cascina si ricorda, oppure ha raccontato in passato, di quel giorno dopo l’armistizio in cui si presentarono quei tre soldati italiani scappati dalle casermette di Montorio, con abiti pieni di m…., che furono aiutati a tornare a casa.


Fonte: www.montorioveronese .it  del 12 aprile 2010



LA VIA DI  FUGGA , L’AQUEDOTTO ROMANO


Con tutta probabilità la fognature usata per   la fugga era l’acquedotto romano, il quale   dopo  aver viaggiato in   parallelo al lato est  delle mura, nella parte  sud   interseca  per alcune decine di metri  la caserma, ed era adoperato come  fogna per la   struttura militare.   Ancora adesso nel tratto sud, al di fuori della caserma, per alcune centinaia di metri viene ancora usato  dal comune di Verona come fognatura pubblica.


venerdì 16 agosto 2019

DUCATI E ZECCHINI D’ORO DELLA REPUBBLICA DI VENEZIA



REPUBBLICA DI VENEZIA

Ducati e Zecchini d’oro 1280 – 1797


Il ducato di Giovanni Dandolo



Nel 1284, il Maggior Consiglio di Venezia emise un decreto che ordinava le coniazioni di “Ducati d’oro fino del valore di 18 grossi d’argento ciascuno”.

Il grosso d’argento (Matapane) era, fino all’anno del decreto, la moneta veneziana più diffusa e accettata anche oltre i confini dello stato.

Il Ducato ebbe un grandissimo successo e fu imitato da numerose zecche dell’Europa orientale, in Grecia ed in Asia.
Si ritiene che la zecca di Venezia poteva coniare ogni anno da 1.500 a 2.000 chili di Ducati (poi chiamati zecchini), e non di rado riusciva a possedere il 15% di tutto l’oro presente sul globo. Sul diritto di queste monete posiamo osservare San Marco nimbato stante a destra mentre è in atto di consegnare un vessillo con la scritta DVX in verticale al Doge inginocchiato verso sinistra, con corno ed abiti dogali.

La leggenda è: SM VENET(I) (in verticale) a sinistra, ed il nome abbreviato del doge a destra.

AI rovescio troviamo invece la figura del Redentore stante di fronte, benedicente con la mano destra e reggente il Vangelo con la sinistra; è racchiuso in una mandorla perlinata al cui interno si trovano anche alcune stellette (di vario numero a seconda del periodo). La leggenda è: SIT T XPE DAT Q TU REGIS ISTE DUCAT che sta per “Sit tibi Christe datus quem tu regis iste ducatus” che significa: a te o Cristo sia dato questo Ducato che tu reggi.
Il diametro della moneta per tutti i secoli si è mantenuto sui 21 mm, ed il peso passò dai 3,559 g originari ai 3,494 g finali, quindi meno dell’un per cento.

Il titolo dell’oro impiegato si è mantenuto costante nel corso dei secoli: circa 997 millesimi. E’ interessante notare che il nome “Zecchino” dato alla moneta nel XVI secolo sia poi passato ad indicare l’oro puro, a 24 carati.

Osservando la serie dei Ducati d’oro veneziani (dal 1545 saranno chiamati Zecchini), ci si accorge che una certa evoluzione stilistica c’è stata, ma per quanto riguarda i soggetti, i cambiamenti si possono contare sulla punta delle dita, e questi non interessano che gli elementi più piccoli e, a prima vista, insignificanti della moneta.

Ma il ripetere sempre lo stesso simbolo era come un marchio della importanza di Venezia e una fiducia nelle sue monete; ogni volta che una persona qualsiasi si trovasse in mano uno di questi pezzi, era certo che la moneta in suo possesso aveva un’ottimo valore di acquisto e fiduciario ed inoltre, come era successo per le monete romane, (soprattutto i denari), la moneta aurea veneziana aveva circolazione estremamente ampia, anche al di fuori dei confini di stato.

Hanno notevole rilevanza le modifiche che man mano si susseguono nelle vesti del doge, specialmente nel berretto che generalmente, dalla metà del secolo XV, assunse la forma definitiva dalla quale prese il nome di “corno”. altre modificazioni avvennero nella posizione del Cristo, nella forma del nimbo, nel numero e nella posizione delle stelle.



Giovanni Dandolo 1280-1289 






Il primo Ducato



Il principato di Giovanni Dandolo é di grande rilevanza, sotto l’aspetto numismatico, per la istituzione del ducato d’oro. Soltanto 32 anni dopo Genova e Firenze, Venezia sentì la necessità di coniare la propria moneta aurea (fino a questo momento le monete d’oro usate nel commercio veneziano provenivano da zecche bizantine e arabe). E’ possibile che la decisione di coniare il ducato d’oro sia stata presa sull’esempio delle città rivali, in particolare Firenze, il cui fiorino d’oro aveva in breve tempo raggiunto grandissima fortuna, ma é da ritenere che le vere ragioni del ritardo possano essere almeno due: la prima, che le autorità della Serenissima non ritenessero opportuno, per non compromettere gli enormi vantaggi derivanti dal ruolo di potenza protettrice di Bisanzio, contrapporre al suo debole iperpero una propria moneta di migliore qualità; l’altra ragione potrebbe identificarsi nella volontà di mantenere al proprio grosso, che godeva grande favore nei mercati del Levante, tutti gli acquisiti e consolidati caratteri di moneta internazionale. 

Dopo la caduta dell’Impero latino d’Oriente e la temporanea vittoria dei Genovesi, sostenitori della nuova Signoria dei Paleologi a Bisanzio, la situazione si modificò totalmente. Venne meno per Venezia ogni ragione per difendere ulteriormente l’iperpero che si svalutava sempre più rapidamente per le frequenti riduzioni del suo intrinseco fino a perdere in pochi anni la metà del suo valore. Da questo momento quindi iniziò la grande svolta nella politica monetaria veneziana. Il Maggior Consiglio, con deliberazione del3l ottobre 1284, ordinò l’emissione del ducato (le prime monete saranno però coniate nella primavera del 1285) dando disposizione ai massari che per ogni marca si dovessero ricavare 67 monete d’oro fino simile e migliore del fiorino, che ogni moneta valesse 18 grossi e delegando infine il doge, i suoi consiglieri e i capi della Quarantia alla scelta del tipo e del conio.

Con questo provvedimento si introdusse anche a Venezia, come già avvenuto per Genova e Firenze, un sistema di bimetallismo con rapporto di circa 1 a Il fra oro ed argento. Il ducato, che sotto il dogado di Francesco Donà prenderà il nome di zecchino, manterrà inalterato il suo intrinseco di 24 carati (0.997 di fino) sino alla caduta della Repubblica. Avrà 3 sole riduzioni di peso del tutto insignificanti (meno dell’l %) : la prima nel 1491 da gr 3.559 a gr 3.53 e poi due volte nella prima metà del ‘500 a gr 3.51 ed infine a gr 3.49.

Il ducato conserverà per tutti i 73 dogi che lo hanno coniato una identica figurazione. Nel diritto la figura di San Marco in piedi nell’atto di consegnare il vessillo al doge inginocchiato. La leggenda riporta il nome del doge a destra e SMVENET (o I) a sinistra, lungo l’asta del vessillo la parola DUX. Nel rovescio il Cristo benedicente in piedi in un’aureola ellittica cosparsa di stelle con la leggenda SIT T XPE DAT Q TU REGIS ISTE DUCAT (Sit tibi Christe datus, quem tu regis iste ducatus). Si tratta di un perfetto esametro cosiddetto “leonino” cioé rimato alla cesura pentemimera (a metà del terzo piede) con la parola finale. La traduzione letterale é la seguente: ” Sia a Te o Cristo affidato questo Dogado che Tu governi”.

Nella serie dei ducati e zecchini che da Giovanni Dandolo continuò regolarmente fino all’ultimo doge per ben 513 anni, hanno notevole rilevanza le modifiche che man mano si susseguirono nelle vesti del doge, specialmente nel berretto che gradualmente, dalla metà del secolo XV, assunse la forma definitiva dalla quale prese il nome di “corno”. Altre modificazioni avvennero nella posizione del Cristo, nella forma del nimbo, nel numero e nella disposizione delle stelle. Il ducato, e poi lo zecchino, fu imitato da molte zecche italiane: Chiarenza, Firenze, Foglia Vecchia, Genova, Malta, Mantova, Metelino, Pera, Rodi, Roma, Chio; dalle francesi Dombes e Orange; da molte zecche del Mediterraneo orientale, del Levante e dell’India.


Lodovico Manin 1789-1797 



Lodovico Manin 



L’ultimo Zecchino




Ducato di Daniele Manin


Sul letto di morte, il doge Paolo Renier considerando i probabili candidati a succedergli, così sentenziava: “Ve lo dirò mi chi i farà. L’erario xe in sconquasso, ocore un ricon, e i farà Lodovico Manin” E così fu anche se egli si adopererà per rifuggire da questa suprema carica, come si legge nelle sue “Memorie del Dogado” «… si crede di dover accennare alcuna cosa riguardante la mia particolare persona. Io avevo sentito dire delle voci nel non breve tempo che passò tra la morte del Doge Renier e la sostituzione, che mi nominava; a questo io avevo una alienazione decisa, e la moglie che nutriva li stessi sentimenti, voleva che mi difendessi. Venuto il momento e vedendomi scelto dal Quarantuno si accrebbero di molto le mie ansie».

« io allora, perduto ogni riguardo, mi presentai a tutti del Quarantuno, facendo tutti gli sforzi con le lagrime agli occhi; ma la cosa era decisa, né vi era più rimedio. Seguì dunque l’elezione, ed io ne ebbi una tale angustia che appena sapevo cosa mi facessi. Scrissi un biglietto bagnato tutto di lagrime al fratello Piero col quale gl’indicavo d’ordinare l’occorren- te sul metodo tenuto dal doge Mocenigo. La mia alienazione per questa onorifica Dignità andò sempre più accrescendo quasi presagendo il di lei funesto termine.».

Il Lunedì 9 marzo 1789, Lodovico Manin fu comunque eletto con 28 voti su 41, e Venezia, ormai prossima alla fine, spese per la elezione oltre 369 mila ducati, più di quanto si fosse mai speso in passato. I festeggiamenti per solennizzare la esaltazione al trono doga-le, che erano a carico del doge stesso, raggiunsero la notevole cifra di 458 mila ducati, di cui oltre 5 mila in monete d’oro e d’argento di nuovo conio lanciate dal pozzetto durante il giro trionfale in piazza S. Marco.

Anche Lodovico Manin, come era consuetudine dal 1521 per i dogi, fece coniare delle oselle, le medaglie commemorative di fatti importanti del proprio dogado. Nel giugno 1796 fu coniata l’ottava osella del doge Manin, l’ultima della Repubblica con il motto: MATRI AMANTI AMANTES FILII. Motto emblematico della difficile situazione politica in cui versa- va la Repubblica, una debole invocazione al recupero delle forze ed all’unità dei suoi cittadini per opporsi alla fine ormai prossima ed ineluttabile.

E ce n’era davvero bisogno di forza per opporsi, dalla paralizzante posizione di neutralità armata in cui Venezia si era arroccata, all’invasione del territorio veneto che in quell’anno veniva occupato dalle truppe francesi da Bergamo, Brescia fino a Verona e da quelle austriache dal Friuli e Cadore fino a Vicenza.

Napoleone puntava ai territori della Repubblica ed il 9 aprile 1797 inviava una lettera di minacce di intervento al Doge Manin, a cui il Senato risponde arrendevolmente.

Il 18 aprile 1797, a Leoben, Napoleone concorda con l’Austria l’acquisizione del Belgio, Lombardia e Mantova in cambio del territorio della Repubblica Veneta, tranne Venezia, che sarebbe rimasto un moncone isolato privo di vita.

Nella illusione di salvare la Repubblica con una impossibile neutralità, attraverso timide ed inutili mediazioni, il Senato, il Consiglio dei Dieci, gli Inquisitori di Stato, La Quarantia, in sostanza chi deteneva il potere effettivo del governo dello stato, dopo l’avvertimento bonapartiano, spariscono in vergognoso silenzio, lasciando nella persona del doge, assistito dai suoi consiglieri, la Consulta, e nel Maggior Consiglio, organo sovrano assopito da molti anni, l’ingrato compito di sancire in lento suicidio la fine del regime aristocratico e della nazione.

Il 30 aprile 1797 il doge Manin riunisce nel suo appartamento una prima commissione e decide la convocazione del Maggior Consiglio per il 1 maggio dove prenderà così la parola: «Le angustie estreme nelle quali versa l’animo nostro, oltre che la grave età e la debolezza della nostra salute, fa che noi siemo sicuri d ‘aver forza de far breve allocuzione ai nostri amatissimi concittadini; (…) dopo depredadi tutti li territorj, smunto el dinaro da tutte le casse pubbliche, in adesso i Francesi s’ha impossessà de tutto el Stato; i ha fatto rivoluzionar tute le più ricche provincie, cosicché i xe al margine delle Lagune. (…) così in questa notte stessa avemo unita una straordinaria Conferenza, e frutto di lunghissimi studj e meditation la Parte che in adesso sentirà. Questa xe stata estorta dalla imperiosa necessità delle circostanze, mentre tanto el Prove- ditor alle Lagune e Lidi, quanto el Luogotenente Straordinario confessan che non semo in grado di poter far resistenza a tanta forza. (…) Questa Parte, che come avemo detto xe estorta dalla durezza delle circostanze, la tende a salvar questa Città, le nostre persone, le nostre famiglie, i nostri altari, la nostra popolacion che xe minacciadi de morte e saccheggi. (…) La Parte xe proposta col Nostro nome, perché le leggi ha dà facoltà a Nu soli de poter far proposizion, senza li metodi stabilidi molto prudentemente per tutti li altri casi (…) le esortemo, abbandonando qualunque vista privata, ad unirse con voto concorde, mentre questo è il solo mezzo de salvar medesimi e la cara Patria».

La parte conferiva al doge il compito di negoziare, attraverso il Luogotenente della difesa lagunare, una sospensione delle ostilità con il comandante delle truppe di terra ferma francesi. Inoltre autorizzava Francesco Donà e Leonardo Giustinian a trattare con il generale Bonaparte sulle modificazioni da apportare nella forma del Governo veneziano. La parte fu votata con 598 sì, 7 no, e 14 incerti.

Con altri ricatti e pesantissime minacce francesi, nella grande confusione del governo veneziano senza più Senato, e senza neppure il Tribunale degli Inquisitori fatti arrestare dal Maggior Consiglio su minaccia napoleonica, si arriva al 12 maggio 1797.

Comunque, l’8 maggio il doge Lodovico Manin, nella speranza che qualcuno potesse far meglio di lui offre alla Consulta le sue dimissioni, ma lo pregarono di restare. Il 9 maggio 1797 risponde ai francesi che volevano imporgli la Presidenza della futura Municipalità Provvisoria di Venezia: «… che essi erano padroni della sua vita, ma che della sua Religione e del suo Onore ne era padrone solo Iddio.».

Il 12 maggio 1797 si riunisce per l’ultima volta il Maggior Consiglio con soli 537 patrizi su 1218, il doge espone le ragioni che consigliano di accogliere le imposizioni napoleoniche sul cambiamento della Costituzione, e con 512 sì, 20 no e 5 astenuti, il Maggior Consiglio, prima ancora di conoscere il risultato dei negoziati dei suoi Rappresentanti presso il generale Napoleone Bonaparte, approva la fine della Repubblica di Venezia.

Nonostante i tumulti ed il reale pericolo per la sua vita, soltanto la sera del 15 maggio il doge Lodovico Manin, accompagnato dai nipoti, figli del fratello Giovanni, abbandona il Palazzo Ducale per recarsi a Ca’ Pesaro, mentre le truppe francesi a colpi di cannone an- nunciano il loro ingresso in laguna.

Il 16 maggio a Milano, i Francesi sottoscrivevano un accordo con i delegati del vecchio regine, Francesco Donà, Leonardo Giustinian e Luigi Mocenigo con il quale si impegna- vano a lasciare la città lagunare una volta instaurato il nuovo governo.
Il 4 giugno in piazza San Marco veniva piantato l’albero della libertà e bruciato il Libro d’oro del patriziato veneziano assieme alle insegne dogali che Lodovico Manin fu costretto a consegnare a partire dal corno, il berretto dorato simbolo del suo rango principesco per secoli indossato dai suoi predecessori.

In realtà le intenzioni dei vincitori erano diverse da quelle lasciate intendere ai Veneziani, infatti gli accordi preliminari di Leoben del 18 aprile 1797 fra Napoleone e gli Austriaci si trasformarono nel famoso Trattato di Campoformido del 17 ottobre 1797, firmato proprio in questa villa del doge Manin a Passariano, dove si era insediato Napoleone.
Con questo trattato il territorio della Repubblica Veneta a sinistra dell’Adige, compresa Venezia, l’Istria e la Dalmazia passavano sotto la dominazione austriaca.

Venezia, saccheggiata, privata dei cavalli di San Marco, spogliata di moltissime opere d’arte, il 18 gennaio 1798 veniva lasciata dal generale francese Serrurier per essere consegnata agli austriaci, che le tolsero definitivamente della libertà di cui, unica, aveva goduto per più di undici secoli.

Lodovico Manin fu ingiustamente ritenuto il principale responsabile di questa fine, in realtà essa non fu che la conseguenza di un lungo declino avviato già da molto tempo e che la forza dell’esercito francese spezzò irrimediabilmente.
Gli va riconosciuto, invece, il merito di aver assunto fino in fondo le responsabilità dell’alta carica dogale, con dignità ed equilibrio, quel tanto – se non altro – che consentì di risparmiare la città lagunare ed i suoi cittadini dalle cannonate francesi. Va perciò condiviso il giudizio del Da Mosto, quando scrive che: «Fu indubbiamente un onest’uomo, che non accettò di trescare con gli invasori e rifiutò, benché minacciato, di diventare capo della Municipalità Provvisoria».

Ritiratosi a vita privata morì il 24 ottobre 1802, a 76 anni, e venne sepolto nella chiesa di santa Maria di Nazareth degli Scalzi a Venezia, come aveva disposto nel suo testamento.
Con la sua abdicazione e la caduta della Serenissima finisce la monetazione veneziana, sostituita da nuovi coni imposti dalle Autorità dominanti che per quasi tutto il 1800 si avvicenderanno nella città lagunare.

I Multipli ovvero la moneta da ostentazione

Dello zecchino si ebbero dei multipli da 2 sino a 105 zecchini (del peso di 367,41gr.), quelli più grossi, normalmente dai 10 zecchini in su, sono chiamati comunemente monete da ostentazione, battuti per capriccio, in realtà avevano corso legale in quanto per gli scambi e i commerci in generale i pagamenti avvenivano a peso d’oro e non a numero, anche se l’esecuzione di tali multipli si volle talvolta nell’intento di fare degli omaggi a sovrani, principi, ambasciatori, cittadini veneziani benemeriti ed in occasioni particolari come battesimi, cresime, nozze, monacazioni, doni natalizi e altre cerimonie particolar- mente sfarzose.

Questi curiosi e rari multipli dello zecchino iniziano dal Doge Antonio Priuli (1618-1623) e continuano con qualche lacuna sino a Lodovico Manin, (l’ultimo doge). I più antichi sono da 2, 5,10, 25, 30, 40 e 50 senza tener conto di qualche pezzo di valore intermedio. Gli ultimi tre Dogi fecero coniare alcuni pezzi di modulo straordinariamente grande e del peso di 50 e 100 zecchini, il British Museum di Londra conserva un esemplare di addirittura 105 zecchini. Il modulo dei multipli varia a seconda dell’epoca e non superò il diametro di 52 mm. con l’eccezione di un multiplo da 100 zecchini da 76 mm. e il 105 di Manin del diametro di 79 mm.

ELENCO DEI 73 DOGI CHE HANNO CONIATO MONETA AUREA

  1. Giovanni Dandolo (1280-1289)
  2. Pietro Gradenigo (1289-1311)
  3. Marino Zorzi (1311-1312)
  4. Giovanni Soranzo (1312-1328)
  5. Francesco Dandolo (1329-1339)
  6. Bartolomeo Gradenigo (1339-1342)
  7. Andrea Dandolo (1343-1354)
  8. Marino Faliero (1354-1355)
  9. Giovanni Gradenigo (1355-1356)
  10. Giovanni Dolfin (1356-1361)
  11. Lorenzo Celsi (1361-1365)
  12. Marco Corner (1305-1368)
  13. Andrea Contarini (1368-1382)
  14. Michele Morosini (1382)
  15. Antonio Veniero (1382-1400)
  16. Michele Steno (1400-1413)
  17. Tommaso Mocenigo (1414-1423)
  18. Francesco Foscari (1423-1457)
  19. Pasquale Malipiero (1457-1462)
  20. Cristoforo Moro (1462-1471)
  21. Nicolò Tron (1471-1473)
  22. Nicolò Marcello (1473-1474)
  23. Pietro Mocenigo (1474-1476)
  24. Andrea Vendramin (1476-1478)
  25. Giovanni Mocenigo (1478-1485)
  26. Marco Barbarigo (1485-1486)
  27. Agostino Barbarigo (1486-1501)
  28. Leonardo Loredan (1501-1521)
  29. Francesco Grimani (1521-1523)
  30. Andrea Gritti (1523-1538)
  31. Pietro Lando (1539-1545)
  32. Francesco Donato (1545-1553)
  33. Marcantonio Trevisan (1553-1554)
  34. Francesco Veniero (1554-1556)
  35. Lorenzo Priuli (1556-1559)
  36. Girolamo Priuli (1559-1567)
  37. Pietro Loredan (1567-1570)
  38. Alvise Mocenigo (1570-1577)
  39. Sebastiano Venier (1577-1578)
  40. Nicolò Da Ponte (1578-1585)
  41. Pasquale Cicogna (1585-1595)
  42. Marino Grimani (1595-1605)
  43. Leonardo Donà (1606-1612)
  44. Marc’Antonio Memmo (1612-1615)
  45. Giovanni Bembo (1615-1618)
  46. Nicolò Donà (1618)
  47. Antonio Priuli (1618-1623)
  48. Francesco Contarini (1623-1624)
  49. Giovanni Corner (1625-1629)
  50. Nicolò Contarini (1630-1631)
  51. Francesco Erizzo (1631-1646)
  52. Francesco Molin (1646-1655
  53. Carlo Contarini (1655-1656)
  54. Francesco Corner (1656)
  55. Bertuccio Valier (1656-1658)
  56. Giovanni Pesaro (1658-1659)
  57. Domenico Contarini (1659-1675)
  58. Nicolò Sagredo (1675-1676)
  59. Alvise Contarini (1676-1684)
  60. Marcantonio Giustiniani (1684-1688)
  61. Francesco Morosini (1688-1694)
  62. Silvestro Valier (1694-1700)
  63. Alvise Mocenigo (1700-1709)
  64. Giovanni Corner (1709-1722)
  65. Alvise Mocenigo (1722-1732)
  66. Carlo Ruzzini (1732-1735)
  67. Alvise Pisani (1735-1741)
  68. Pietro Grimani (1741-1752)
  69. Francesco Loredan (1752-1762)
  70. Marco Foscarini (1762-1763)
  71. Alvise Mocenigo (1763-1778)
  72. Paolo Renier (1770-1789)
  73. Lodovico Manin (1789-1797)


Intervento di Aldo Navoni

Venezia, 13 marzo 2013

giovedì 15 agosto 2019

ACCADDE OGGI 15 AGOSTO 1863 - ENTRA IN VIGORE LA LEGGE PICCA CHE AUTORIZZA DI FATTO LA LICENZA DI AMMAZZARCI





L'ultima aberrante legge che decretò la fine del fenomeno del brigantaggio, vero e strenuo atto di ribellione e patriottismo soppresso nel sangue nella maniera più violenta mai vista.
Eh, amara riflessione: tanto che "eravamo felici" della dittatura monarchica sabauda italiana che, pensa te ci vollero anni di sangue, guerriglia, dolore, violenza e violazione dei più elementari diritti umana, per arrenderci. Onore ad ogni singola vittima. E tante ce ne furono. Grazie "fratellini" d'Italia. 

La legge 15 agosto 1863, n. 1409 che riguardava la procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Province infette e della renitenza alla leva, altrimenti detta LEGGE PICA dal nome del suo promotore, IL DEPUTATO ABRUZZESE GIUSEPPE PICA – fu una legge emanata dal neonato Regno Italiano Sabaudo in beffa agli articoli 24 e 71 dello Statuto Albertino che garantivano il principio di uguaglianza di tutti i sudditi dinanzi alla legge e la garanzia di un giudice. 
Le pene, anche per un semplice sospetto, andavano dalla fucilazione ai lavori forzati a vita, ad anni di carcere, con attenuanti per chi si fosse consegnato o avesse collaborato con la giustizia. 
Una barbarie senza fine che vide la fucilazione di interi nuclei familiari, sevizie e stupri, assenza di libertà di stampa, proibizione della transumanza del bestiame che avrebbe potuto avvantaggiare le fughe dei briganti e quindi conseguente aggravamento della miseria di poveri contadini che si videro negati l’unica loro fonte di ricchezza. 
La legge , detta anche "LICENZA PER AMMAZZARE I MERIDIONALI", rimase in vigore fino al 31 dicembre 1865 dopo ben 3.600 processi, dodicimila arrestati e ben 5.212 fucilati e non fece alcuna distinzione tra briganti, assassini, contadini, manutengoli, complici veri o presunti tanto che nel 1864 un prete di cultura giacobina ( e quindi non borbonico), Vincenzo Padula ebbe a scrivere:

« Il brigantaggio è un gran male, ma male più grande è la sua repressione. Il tempo che si dà la caccia ai briganti è una vera pasqua per gli ufficiali, civili e militari; e l'immoralità dei mezzi, onde quella caccia deve governarsi per necessità, ha corrotto e imbruttito. Si arrestano le famiglie dei briganti, ed i più lontani congiunti; e le madri, le spose, le sorelle e le figlie loro, servono a saziare la libidine, ora di chi comanda, ora di chi esegue quegli arresti. »

Una pagina ignobile del rinomato corpo dei bersaglieri dei Carabinieri che si macchiarono di orrendi delitti per i quali addolora appurare la fierezza di averli compiuti scorrendo le pagine del loro sito internet.

Una piccola curiosità, per quanto fastidiosa ed irritante: la legge Pica si applicò anche per coloro i quali erano affiliati alla Camorra. Ovviamente intendiamo la Camorra ribelle, quella non allineata alla connivenza con i poteri piemontesi perché è importante ricordare che il neonato Stato italiano, per mezzo di Liborio Romano, (prefetto di polizia, cospiratore ai danni dei Borbone e fido di Cavour, una figura imbarazzante e controversa alla quale la toponomastica ha dedicato strade), non aveva avuto problemi a finanziare e a far germogliare la camorra assegnando a Salvatore De Crescenzo, un piccolo e relativamente inoffensivo (fino a quel momento) guappo, il compito di mantenimento dell’ ordine pubblico per favorire, senza colpo ferire, l’ingresso dell’invasore Garibaldi, nel 1860 , in città. In tal modo egli divenne , assieme ai suoi affiliati, una guardia dello Stato, regolarmente assunta e retribuita. 
E lo Stato piemontese con la legge Pica, apparentemente, dopo averla finanziata e fomentata perseguì la camorra, in perfetto stile disonorevole italiano che ricorda lo stesso schizofrenico ed amorale comportamento degli Usa che finanziano i soldati dell’Isis per rovesciare governi legittimi per poi, ottenuto lo scopo di appropriarsi dell’economia di quella Nazione, combatterli.

Ed è per questo e per tanti altri motivi che senza un giusto processo di revisionismo storico (che smetta di mistificare e incensare come "Padri della Patria italiana" dei veri assassini in veste di esecutori, mandanti, complici o conniventi), da parte delle Istituzioni, non potrà mai esserci per noi pace. Pace che dovremmo regalare invece a chi è morto per combattere per la sua Terra, per i suoi amati e per una Patria che riconosceva in quello che un tempo era chiamato il glorioso Regno delle due Sicilie. 

Patrizia Stabile per Il Roma


lunedì 12 agosto 2019

L'EGEMONIA DI SINISTRA HA CREATO UN DESERTO E L'HA CHIAMATO CULTURA

Antonio Gramsci


L'intellettuale organico ha dissolto concetti, valori e modelli positivi lasciando la società in balia del conformismo e della volgarità

La tesi di fondo è nota: la conquista del consenso politico e sociale passa attraverso la conquista culturale della società. 
Poi fu Togliatti che, alla caduta del fascismo, provò su strada il disegno gramsciano e conquistò gruppi di intellettuali, spesso ex fascisti, case editrici e luoghi cruciali della cultura. Ma il suo progetto non bucò nella società che aveva ancora contrappesi forti, dalle parrocchie all'influenza americana, dai grandi mezzi di comunicazione come la Rai in mano al potere democristiano ai media in cui prevaleva l'evasione. 
La vera svolta avviene col '68: l'egemonia culturale non si identifica più col Pci, che pure resta il maggiore impresario, ma si sparge nell'arcipelago radicale di sinistra. Quell'egemonia si fa pervasiva, conquista linguaggi e profili, raggiunge la scuola e l'università, il cinema e il teatro, pervade le arti, i media e le redazioni.

In che consiste oggi l'egemonia culturale? In una mentalità dominante che eredita dal comunismo la pretesa di Verità Ineluttabile(quello è il Progresso, non potete sottrarvi al suo esito). 
Quella mentalità s'è fatta codice ideologico e galateo sociale, noto come politically correct, intolleranza permissiva e bigottismo progressista. Chi ne è fuori deve sentirsi in torto, deve giustificarsi, viene considerato fuori posto e fuori tempo, ridotto a residuo del passato o anomalia patologica. 
Ma lasciamo da parte le denunce e le condanne e poniamoci la domanda di fondo: ma questa egemonia culturale cosa ha prodotto in termini di opere e di intelligenze, che impronta ha lasciato sulla cultura, la società e i singoli? Ho difficoltà a ricordare opere davvero memorabili e significative di quel segno che hanno inciso nella cultura e nella società. E il giudizio diventa ancor più stridente se confrontiamo gli autori e le opere a torto o ragione identificate con l'egemonia culturale e gli autori e le opere che hanno caratterizzato il secolo. Tutte le eccellenze in ogni campo, dalla filosofia alle arti, dalla scienza alla letteratura, non rientrano nell'egemonia culturale e spesso vi si oppongono. Potrei fare un lungo e dettagliato elenco di autori e opere al di fuori dell'ideologia radical, un tempo marxista-progressista, se non contro.

L'egemonia culturale ha funzionato come dominazione e ostracismo ma non ha prodotto e promosso grandi idee, grandi opere, grandi autori. Anzi sorge il fondato sospetto che ci sia un nesso tra il degrado culturale della nostra società e l'egemonia culturale radical. 
I circoli culturali, le lobbies e le sette intellettuali dominanti hanno lasciato la società in balia dell'egemonia sottoculturale e del volgare. E l'intellettuale organico e collettivo ha prodotto come reazione ed effetto l'intellettuale individualista e autistico che non incide nella realtà ma si rifugia nel suo narcisismo depresso. 
Ma perché è avvenuto questo, forse perché ha prevalso un clero intellettuale di mediocri funzionari, anche se accademici? Ci è estraneo il razzismo culturale, peraltro assai praticato a sinistra, non crediamo perciò che sia una questione «etnica» che riguarda la razza padrona della cultura. 
Il problema è di contenuti: l'egemonia culturale non ha veicolato idee, valori e modelli positivi ma è riuscita a dissolvere idee, valori e modelli positivi su cui si fonda la civiltà. 
Non ha funzionato sul piano costruttivo, sono naufragate le sue utopie, a partire dal comunismo; ma ha funzionato sul piano distruttivo. 

Se l'emancipazione è stata il suo valore fondante e la liberazione il suo criterio principe, il risultato è stato una formidabile, quotidiana demolizione di culture e modelli legati alla famiglia, alla natura, alla vita e alla nascita, al senso religioso e alla percezione mitica e simbolica della realtà, al legame comunitario, alle identità e alle radici, ai meriti e alle capacità personali. È riuscita a dissolvere un mondo, a deprimere ed emarginare culture antagoniste ma non è riuscita a generare mondi nuovi. 
Il risultato di questa desertificazione è che non ci sono opere, idee, autori che siano modelli di riferimento, punti di partenza e fonti di nascita e rinascita. 

L'egemonia culturale ha funzionato come dissoluzione, non come soluzione.
 Oggi il comunismo non c'è più, la sinistra appare sparita ma sussiste quella cappa asfissiante anche se è un guscio vuoto di idee, valori, opere e autori. 

Il risultato finale è che l'egemonia culturale è un potere forte con un pensiero debole (e non nel senso di Vattimo e Rovatti); mentre l'albero della nostra civiltà, con le sue radici, il suo tronco millenario e le sue ramificazioni nella vita reale, è un pensiero forte ma con poteri deboli in sua difesa. 
La prima è una chiesa con un episcopato in carica e un vasto clero ma senza più una dottrina e una religione; viceversa la seconda è un pensiero forte, con una tradizione millenaria, ma senza diocesi e senza parrocchie... Così viviamo una guerra asimmetrica tra un potere forte ma dissolutivo e una civiltà non ancora decaduta sul piano spirituale ma inerme e soccombente sul piano pratico e mediatico. 

La prevalenza odierna della barbarie di ritorno deriva in buona parte da questo squilibrio tra una cultura egemone ma nichilista e una civiltà perdente o forse già perduta. La rinascita ha due avversari: la cultura nichilista egemone e il nichilismo senza cultura della volgarità di massa.

Fonte: srs di Marcello Veneziani  

venerdì 9 agosto 2019

NEL 1975 A BOLOGNA IL CC DEL PCI (ENRICO BERLINGUER, GIORGIO NAPOLITANO, MASSIMO D'ALEMA, ANTONIO BASSOLINO, ARMANDO COSSUTTA)


Nuon Chea, numero due di Pol Pot



L'11 aprile del 1975 il comitato centrale del Partito comunista italiano(Enrico Berlinguer, Giorgio Napolitano, Massimo D'Alema, Antonio Bassolino, Armando Cossutta ed altri) stilò uno storico comunicato a sostegno dei khmer rossi cambogiani, simbolo della resistenza contro gli Stati Uniti: "Ogni democratico, ogni comunista, sia, come sempre e più di sempre, al loro fianco". 

A piazza Maggiore a Bologna il Pci organizzò una oceanica manifestazione e l'oratore principale fu proprio Massimo D'Alema, segretario nazionale della Fgci.
 L'Unità manda degli inviati in Cambogia a seguito della grande manifestazione di Bologna, per raccontare la "straordinaria rivoluzione comunista" dei khmer rossi. 
Quando i telegiornali Rai cominciano a trasmettere qualche brandello di verità raccontando gli orrori di Pol Pot e dei suoi pazzi seguaci (la cui narrazione più emotivamente trascinante resta il film "Urla nel silenzio" di quel Roland Joffèche due anni dopo sarà il regista di "Mission") l'Unità titola in prima pagina: "I falsari della tv". I telegiornali della Rai che dicono la verità vengono additati come "esibizione di parzialità e menzogna".

Il documento del Pci e la manifestazione dalemiana dell'aprile 1975 a Bologna furono organizzati per celebrare la conquista da parte dei khmer rossi della capitale cambogiana, Phnom Penh, avvenuta il 10 marzo 1975. 
Qual era il cuore del messaggio rivoluzionario dei comunisti cambogiani, che tanto infiammava i cuori di quelli italiani? 
Un concetto semplice: tutto è dello Stato, niente appartiene alla persona. 
E quando i khmer rossi dicono tutto, intendono tutto. Lo Stato è tutto, la rivoluzione che lo incarna è tutto.

Il primo elemento da disarticolare per i khmer rossi è la famiglia: i bambini sono dello Stato.
Le madri venivano immediatamente separate dai neonati, per legge. I figli venivano incoraggiati a denunciare i comportamenti "controrivoluzionari" dei genitori, determinandone la deportazione nei campi di lavoro forzato o direttamente l'eliminazione fisica. 
In appena quattro anni, tra il 1975 e il 1979, il comunismo di Pol Pot arrivò così ad eliminare due milioni di persone, un quarto dell'intera popolazione cambogiana. 
Vennero uccisi per primi tutti i monaci, gli "intellettuali" (bastava portare gli occhiali per essere considerati tali), gli artisti, poi anche gli ingegneri, i medici, tutti gli studenti. 

Il genocidio cambogiano è il più grave genocidio della storia umana per numero di morti rapportati alla popolazione colpita eppure nessuno dei manifestanti di Bologna dell'aprile 1975, nessuno dei firmatari del documento dell'11 aprile, nessuno dei giornalisti dell'Unità si è mai scusato.

Il 3 agosto  è morto Nuon Chea, l'ormai 93enne numero due di Pol Pot, condannato per genocidio solo nel 2014. Con lui se ne va l'Himmler o il Goering di quel regime che fu peggio del nazismo. 
In Cambogia ora è premier Hun Sen, viene anche lui dalla militanza khmer, quindi ha vietato ogni ulteriore indagine sul periodo del genocidio cambogiano. 

Scrivo queste righe per far sapere a chi non sa, per non dimenticare, perché qualcuno si vergogni di quel 1975 a Bologna che ancora oggi non ha saputo rinnegare. 
E per quanto paradossale possa sembrare, Bibbiano non è lontana da Phnom Penh.




lunedì 5 agosto 2019

L’ANTICA PATAVIUM ROMANA SOTTO AL PEDROCCHI




Nel 1764, davanti all’ormai diroccata chiesa di S. Giobbe, sul lato nord della Piazzetta Pedrocchi, a 4 - 4,5 m di profondità, fu rinvenuto un lastricato in trachite insieme ad un fusto di colonna, non scanalato, in marmo grigio, che servì poi, l’anno dopo, di sostegno al leone di S. Marco della Serenissima in Piazza dei Signori, e ad un blocco cilindrico di colonna in marmo rosso. 
Così nel 1812 alla stessa profondità, demolita la chiesa, durante gli scavi effettuati dal Noale, si trovò un altro resto di colonna, col suo plinto inserito nel pavimento. 
Nel 1888 si rinvennero altri frammenti architettonici ed un altro fusto scanalato; mentre, ancor prima, nel 1877, sempre alla stessa profondità, si era notato un altro resto di lastricato, con colonne scanalate e decorate ed altre di misure minori, sfaccettate o lisce. 
Tutto ciò fece dunque pensare all’esistenza di un altro colonnato. Inoltre durante i lavori del Caffè si rinvennero altre due basi, con parti inferiori di colonne a 5 m di profondità. Si calcolarono pertanto tre colonne distanti rispettivamente 4,03 m. 
Tutto lasciò supporre l'esistenza di un tempio databile ad età flavio-traianea (periodo tra Domiziano e Nerva). che fu distrutto da un incendio (tracce di cenere furono rinvenute durante gli scavi) ed in seguito risistemato in età adrianea.


Fonte: (da "Padova e il suo territorio nell'antichità" di R. Mambella)


domenica 4 agosto 2019

CAMILLERI CHOC: “LA CAPACITÀ SEDUTTIVA DELLE DONNE È MASSIMA A 2 ANNI”

Andrea Camilleri 


di Daniele Dell'Orco, in Letteratura, del 10 Dic 2014, 15:02

La puntata di Che tempo che fa del 15 novembre scorso è passata forse un po’ troppo sottotraccia. L’ospite d’eccezione, Andrea Camilleri, era in collegamento oltre che per disquisire sulle origini del mito di Montalbano, anche per presentare il suo libro “Donne”, edito da Rizzoli. Tra gli applausi scroscianti del pubblico a far da contorno agli interventi del guru della scrittura italiana, Fabio Fazio ha pensato bene di chiedere allo scrittore siciliano “Se lei fosse una donna come le piacerebbe essere?”
Camilleri, dall’alto dei suoi quasi novant’anni ha replicato, cito testualmente: “Vorrei essere una bambina di 2 anni. A due anni le donne raggiungono il massimo della loro bellezza e della loro capacità seduttiva. E’ una seduzione straordinaria per la loro potenza e nello stesso tempo come innocenza. Perderanno il resto della loro vita per ritrovare quel momento, invano”.
Nonostante il video dell’intervento su Youtube sia stato rimosso su richiesta della Rai per violazione di copyright, lo stralcio della puntata è ancora visibile qui e il passaggio in questione ha inizio al minuto 5,40.
Sia chiaro che non si vuole in questa sede prendere posizioni di alcun tipo riguardo la bonarietà dell’espressione utilizzata e riguardo la morale di Camilleri in generale, ma non trovate il tutto quantomeno “fraintendibile” specie alla luce dei fatti di cronaca legati alla pedofilia che si susseguono in modo talmente copioso da essere abominevole?

Fonte: srs di Daniele dell’Orco , da Cultura del 10 dicembre 2014




Daniele Dell'Orco
Daniele Dell'Orco è nato nel 1989. Laureato in di Scienze della comunicazione presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze dell'informazione, della comunicazione e dell'editoria nel medesimo ateneo. Caporedattore del sito Ciaocinema.it dal 2011 al 2013 e direttore editoriale del sito letterario Scrivendovolo.com, da febbraio 2015 è collaboratore del quotidiano Libero, oltre a scrivere per diversi giornali e siti internet come La Voce di Romagna e Sporteconomy.it. Ha scritto “Tra Lenin e Mussolini: la storia di Nicola Bombacci” (Historica edizioni) e, sempre per Historica, l’ebook “Rita Levi Montalcini – La vita e le scoperte della più grande scienziata italiana”, scritto in collaborazione con MariaGiovanna Luini e Francesco Giubilei. Assieme a Francesco Giubilei, per Giubilei Regnani Editore, ha scritto il pamphlet "La rinascita della cultura". Dal 2015 è co-fondatore e responsabile dell'attività editoriale di Idrovolante Edizioni.

sabato 3 agosto 2019

ADDIO A GIOVANNI FEO, LO STUDIOSO CHE HA FATTO PROGREDIRE L’ARCHEOLOGIA LONTANO DALL’ACCADEMIA




Domenica 16 Giugno 2019  si è spento  Giovanni Feo, un maestro, un amico.

Giovanni era nato De Feo nel 1949 a Roma, da madre greca e padre pugliese. Risiedeva da più di 40 anni a Pitigliano dove lo avevano portato la sua passione per gli etruschi e la loro cultura. Da li ha esplorato incessantemente il territorio mostrando una non comune connessione con esso, che gli ha permesso di scoprire e riscoprire luoghi e manufatti ancestrali, spesso trovando spiegazioni d’uso non approvate dall’archeologia accademica. Ha sempre condiviso attivamente la sua conoscenza con seminari, conferenze, escursioni e ci ha lasciato una grande quantità di guide e libri sulle sue scoperte, di cui ricordiamo per tutte Poggio Rota, una sorta di Stonehenge italiana, megaliti tufacei di epoca precedente agli etruschi che presentano troppi allineamenti astronomici e territoriali per essere casuali.

Studioso della tradizione andina, è tra i soci fondatori dell’associazione Tawantin. Incontra, verso la fine degli anni ’90, Don Juan Nuñez del Prado, docente di antropologia dell’università di Cuzco, da cui riceve l’iniziazione al quarto livello della tradizione.

Le connessioni e le similitudini singolari che riscontra tra la civiltà etrusca e quella delle Ande del Perù, daranno luogo a seminari itineranti volti all’evoluzione delle coscienze attraverso la riscoperta delle radici storico culturali delle nostre tradizioni.

Aveva una personalità non comune, una visione e un approccio al di fuori dei consueti paradigmi.

Questo suo essere fuori dall’ordinario gli permetteva di “sentire” il territorio e leggerlo con una acutezza rara, riconoscendo segni di mani antiche quasi mai immediatamente visibili ai più.

Ruvido e imperscrutabile, sempre fedele a se stesso, non era geloso delle sue conoscenze e delle sue scoperte che condivideva con naturalezza e generosità.

Sicuramente ci mancherà la sua visione fuori dal coro e il suo essere talmente antico da essere modernissimo, suo malgrado.

Cristina Neri

Fonte: srs di Cristina Neri, da NextMag del 20 giugno 2019 



Bellissimo articolo di Luca Federici uscito sul mensile Nuovo Corriere del Tufo.
La figura del nostro carissimo Giovanni è descritta perfettamente da un occhio, da una penna e da un cuore molto attenti.

L’EREDITÀ DI GIOVANNI FEO



Realtà oscure, un tempo impenetrabili, vengono oggi sempre più sondate, dopo essere state sistematicamente rimosse..
Giovanni Feo non è mai stato tipo da compromessi, portatore di luce e di ombre, di una conoscenza iniziatica attenta alle sensazioni più che ai dogmi. 
Giovanni Feo è morto il 16 giugno 2019 dopo una malattia che negli ultimi mesi lo aveva costretto a un ritiro forzato al Pantagnone, un borgo rurale nascosto tra le sue amate colline del Fiora. Giovanni se ne è andato, e a noi rimane il dolore della perdita fisica, materiale, che tuttavia è nulla rispetto all’enorme eredità che ci ha lasciato. 
Nella sua lunga ricerca è stato capace di guardare all’antico, all’arcano con occhi nuovi. E’ riuscito a ricostruire le origini della civiltà mediterranea basandosi sui miti, sulle leggende,sulla toponomastica. 
Spesso è stato accusato di fanta archeologia, in particolare per la sua ferma presa di posizione sull’ubicazione del Fanum Voltumnae.
Paradossalmente ad aver provato a ridicolizzarlo sono stati proprio quegli accademici che ancora paventano convinzioni ridicole e tuttavia ormai accettate. La questione Orvietana è una favola per bambini, mentre Bolsena è chiaramente l’identificazione più evidente. Collegare Orvieto con Volsinii è stata forse la massima rappresentazione del modo di pensare moderno. 
Nessuna attenzione alla toponomastica, ai miti, alle connotazioni geografiche. Basti pensare all’isola Bisentina, un’area sacra estesa, fatta di eremi, edifici sacri e votivi, in particolare la“malta papale”, un pozzo profondo scavato sotto il monte Tabor (che in ebraico significa ombelico). 
Ed è questo che rappresentava, l’ombelico del mondo, il centro dal quale si irradiavano le dodici lucumonie degli etruschi, il punto dove la divinità del cielo toccava quella delle acque.
Bolsena è Volsinii, lo dice il nome, lo dicono i chilometri di imponenti mura etrusche che circondavano la cittadina lacustre, i numerosi templi, ma soprattutto lo sostengono i numerosi corsi d’acqua, le foreste lussureggianti che la circondano e l’attività tellurica presente in tutto il lago e soprattutto sotto il tempio di Turan. 
Senza contare che agli eruditi sfugge un  particolare, ovvero la possibile e probabile concezione che la divinità sia stata identificata e rappresentata proprio dal lago stesso. Ma certe cose i baroni dell’archeologia non riusciranno mai ad accettarle.
 La scoperta del vasto tempio su Monte Landro ha offerto il tassello mancante, quello di un’area sacrale di dimensioni estese, perfettamente allineata con il lago e la volta celeste. Qualcuno ha provato anche a definirlo il vero Fanum Voltumnae, ma probabilmente ha rappresentato solo uno dei templi che sorgevano intorno all’area sacrale del lago.
Gli archeologi come al solito hanno provato a minimizzare, datando il tempio al III secolo, ma Giovanni Feo si è opposto tanto da riuscire a far accettare la tesi che sia stato in realtà risalente al V secolo. 
Un popolo che non conosce a pieno le proprie origini difficilmente riuscirà a liberarsi completamente dai dogmi e dal controllo dall’alto. In particolare l’italiano, un popolo magmatico, tellurico, geniale e al contempo manipolabile meriterebbe di avere un quadro più definito delle proprie  origini, invece nei libri di storia scolastici troviamo un misero capitolo sugli etruschi e ancor meno sulle popolazioni italiche dell’età del bronzo. 
Non si fa menzione ai Pelasgi e ai mitici popoli del mare, alla civiltà della Dea Madre e alla cultura matriarcale, al diluvio universale, ad Atlantide, agli Shardana e ai Giganti. Anche per questo l’Italia è stata sottomessa da numerose potenze straniere e resta ancora schiava dei dogmi della più grande religione monoteista della modernità. 
Giovanni Feo non ha fatto altro che rileggere i miti non come storie da cantori di corte, piuttosto come importanti informazioni a nostra disposizione, come realtà. Del resto Heinrich Schliemann, che era tutto meno che un archeologo è stato di fatto il padre dell’archeologia moderna. IL suo grande merito fu di scoprire la mitica città di Troia rileggendo semplicemente l’Iliade di Omero. 
Molti nel mondo dell’archeologia considerano ancora i miti come semplici invenzioni letterarie, ed è qui il loro limite, che poi rappresenta il limite del nostro mondo attuale: capitalistico, pratico, del tutto e subito, dove non basarsi su prove certe significa cadere immediatamente nella fantascienza. 
Il mito, specialmente nel mondo Ellenico veniva usato per rimarcare il sovrapporsi del pantheon divinatorio maschile su quello antico matriarcale che risiedeva in tutta Europa. Perseo che uccide la Gorgone Medusa non è solo un invenzione letteraria, bensì una celebrazione della vittoria del nuovo mondo su quello vecchio, che meritava di essere ricordata in eterno. 
In Italia le streghe, le sibille, e taumaturghe per secoli sono state torturate, mutilate e messe al rogo solo perché perseveravano nel perpetrare il culto della Dea. E in questo risiede il doppio inganno del cristianesimo, aver chiesto scusa (con qualche secolo di ritardo) per un fanatismo religioso che in realtà non c’è mai stato. La caccia alle streghe ha rappresentato una operazione di annientamento sistematico del culto matriarcale, rimasto fino ad allora sempre forte in Italia, nonostante mille anni di Roma e altri 500 di cristianesimo. 
Sta proprio qui l’eredità di Giovanni Feo, aver mostrato la strada verso la consapevolezza che sia esistita una solo grande Dea che legava i popoli del Mediterraneo (e forse di tutto il mondo).  
Ma chiaramente sono troppi gli accademici e gli eruditi a non accettare che la Dea abbia potuto assumere nomi diversi nei vari ceppi dei popoli del mare: Afrodite, Venere, Iside, Athena, Tanit, Uni e Turan, Thetis, Neith, Anantha. 
Giovanni Feo dopo anni di ricerca sul campo ha scoperto quella che è stata definita la Sthonenge italiana, e l’ha fatto consultando le carte dell’IGM, l’istituto geografico militare. Rimase incuriosito dal  nome riportato sulla carta, Poggio Rota, sembrava rimandare alla ruota della vita, alle 12 lucumonie, all’agrimensura, ovvero la scienza segreta etrusca di dividere i territori, di mettere cippi ai margini delle aree sacre. 
Ma la scoperta sensazionale di Poggio Rota è che non è etrusca, bensì molto più antica, è la prova più evidente della forte presenza degli antichi popoli del mare che risalendo i fiumi Fiora, Marta e Albegna hanno costruito e scavato le loro testimonianze sacrali. 
Esistevano altri circoli megalitici tra le colline del Fiora, in particolare quello che risiedeva da millenni sull’area sacrale di Crostoletto del Lamone, ruspato dai proprietari per  paura di un esproprio, ma questa è un’altra storia. 
L’ultima resistenza del popolo Etrusco all’invasione romana è avvenuta proprio nei loro boschi sacri, nello strenuo tentativo di difendere i loro segreti più preziosi, consegnati dagli Aruspici all’oblio eterno: i libri acherontici, l’etrusca disciplina, la geomanzia o geografia Sacra. 
Non avremo mai testi materiali dai quali determinare la sacralità del mondo antico  italico, ma in questo Giovanni Feo ha aperto la strada, attivare le sensazioni, ascoltare i silenzi dei siti megalitici, collegare gli indizi, cercare la verità nella nuda pietra, osservare con occhi iniziatici le coppelle nel tufo, trovare i moti lunari nelle vasche votive, osservare l’alba del solstizio dai puntatori tra i massi ciclopici, avvertire costantemente la sensazione che siamo tutti figli di una grande madre e che c’è qualcosa che unisce tutti gli elementi presenti sul pianeta. 
Non scorderò mai gli incontri con Giovanni, le giornate d’estate a Sorgenti della Nova, le incursioni al Voltone sotto monte Becco e al lago di Mezzano, la passione con la quale riusciva a tramandare le sue conoscenze, l’acume e la determinazione nel sostenere tesi audaci, la massima disponibilità nell’accompagnare chiunque, anche dei perfetti sconosciuti, sui sentieri dell’Etruria rupestre, magica, mistica. 
L’augurio più grande che posso fargli è che il suo spirito si trasformi in energia e che possa tornare presto su questa terra.

Fonte: srs di Luca Federici, da il Nuovo Corriere del Tufo  del 7 agosto 2019.